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Gli immigrati italiani in Nord America: sensazioni di un visitatore dall’Italia

11 novembre 2008
Pubblicato in Attualità
di Federico Fiorentini

La percezione che abbiamo dei nostri connazionali che vivono in America è spesso distorta da stereotipi generalizzanti, proprio come quella di questi ultimi nei confronti del proprio Paese d’origine, avvertito come statico, estremamente corrotto, capace di sopravvivere solo sfruttando il proprio patrimonio artistico e naturale; una terra di nullafacenti, dove i figli vivono nella casa dei genitori fino a cinquant’anni, dove non funziona nulla, i treni arrivano in ritardo e nessuno paga le tasse. Nell’immaginario comune, viceversa, gli Italoamericani restano i violenti padrini dei film di Scorsese; oppure gente laboriosa e con il fiuto per gli affari, arrivata a Ellis Island come contadini, operai o artigiani e capaci di diventare imprenditori di successo; o ancora gli immigrati durante il Ventennio che, nei negozietti della Little Italy newyorkese, incarnazione atlantica di Predappio, espongono magliette con il volto del Duce.

Quanto c’è di vero in questi cliché? Al di là delle differenze fra East e West degli U.S.A., e fra questi e il Canada, credo sia possibile rintracciare dei minimi comun denominatori, alcune peculiarità che distinguono gli Italiani espatriati da quelli rimasti. La maggior parte dell’esperienza personale è stata vissuta a Toronto, Ontario, ma, grazie alla vicinanza con un professore universitario di italianistica coinvolto nelle associazioni di Giuliano-dalmati all’estero, sono venuto in contatto con realtà diverse, senza limitarmi a veneti, istriani e quarneroli, ma conoscendo persone di ogni età, provenienti da tutt’Italia, stabilitisi nell’una e nell’altra costa dell’America: Vancouver e Montreal (inaspettatamente la città con la maggior concentrazione di Molisani al mondo, circa ottantamila, rispetto ai cinquantamila di Campobasso), Chicago e New York, Boston e la Florida.

La scoperta più sorprendente (e divertente) per il sottoscritto è stata “l’italiese”, sorta di linguaggio pidgin, nato dalla commistione di italiano e inglese e parlato, nelle sue numerosissime varianti, in tutti i Paesi anglosassoni che hanno conosciuto una consistente immigrazione italiana. Se, per chi abbia un minimo di dimestichezza con queste lingue, non è difficile immaginare come il verbo “pushare” sia usato per “spingere” (spesso anche con il significato di “esortare”), e che la “mascìna” sia la washing machine, sembra meno naturale supporre che la “sciavola” o “sciabola” non sia un’arma bianca ricurva, quanto una shovel, una pala.

Altrettanto sconcertanti i mutamenti nello spelling di alcune parole nostrane, soprattutto in ambito culinario: l’esempio più celebre è quello dei “fettuccini” (deformazione probabilmente originata dalla pronuncia della lettera “e” dell’originale “fettuccine”), anche se le mie preferite sono le “bracciole” (l’accento è sulla prima “a”; sulla dizione della pietanza esiste comunque una certa arbitrarietà: visti due baracchini alla San Gennaro’s Fest di New York, uno accanto all’altro, proporre nel proprio menù uno le “famous italian bracciole”, mentre l’altro invitava a provare le “brasciole”). Proseguendo con la gastronomia si scopre che, se si cede alla tentazione di ordinare degli “spaghetti bolognese” in un Italian Restaurant, presumibilmente ci si troverà davanti un piatto con un formato lungo di pasta stracotta, arrotolata attorno a delle meatballs, delle polpette di manzo piuttosto secche. Tralasciando il difficilmente occultabile snobismo di una tradizione che si sente autentica, e perciò superiore, rimane da chiedersi come pochi anni all’estero possano avere cancellato gusti e usanze vecchi di generazioni, quale insano istinto costringa a cuocere delle penne per venticinque minuti. Una risposta, per quanto parziale, può essere sintetizzata in due parole: “sradicamento” e “contaminazione”. Ovviamente questa analisi non ha alcuna pretesa scientifica. Si tratta solo delle impressioni raccolte da un viaggiatore curioso.

Per cercare di capire le realtà italiane radicate da più tempo in Nord America, può essere utile dare un’occhiata a quella dei francofoni del Québec. L’esiguo contingente di coloni sbarcato nella Nouvelle France all’inizio del Seicento era sparpagliato in un territorio immenso; le notizie dalla madrepatria diventavano sempre più saltuarie, i loro legami con quest’ultima più flebili. Il chiudersi in piccole comunità e la diminuzione dei contatti esterni hanno provocato un rallentamento e un’alterazione nell’evoluzione della lingua che, per pronuncia e vocabolario, ricorda quella parlata ai tempi del Re Sole. L’annessione ai domini britannici, seguita alla Guerra dei Sette Anni (1756-1763), ha sottoposto gli abitanti di queste zone a nuove influenze culturali, causa determinante di due diversi fenomeni, contrari ma in fondo complementari: quando in Québec ringrazierete qualcuno, è molto probabile non vi sentiate rispondere con il canonico je vous en prie, ma con un bienvenu. Le prime volte, istintivamente, mi è accaduto di domandare , dove? Ci ho messo un prima di capire che si tratta invece della traduzione letteraria di you’re welcome, il “prego” inglese. Contemporaneamente, per le strade di Montreal, potrà capitarvi di vedere l’insegna che pubblicizza le meilleur chien chaud de la ville, quando neanche al più sciovinista dei Parigini verrebbe in mente di tradurre il termine, ormai internazionale, hot dog. Si verifica così un processo singolare: i Québécois, che si sentono più francesi dei Francesi, vengono trattati con malcelato disprezzo da questi ultimi, tanto che diverse volte ho sentito volare la pesante offesa bâtard, tesa a qualificare una popolazione senza una identità definita, non francese ma neanche americana. In conflitto con la realtà anglosassone che li circonda, lontani dai propri ex-connazionali, hanno creato un’isola culturalmente separata dal resto del mondo, ripiegata su se stessa e spesso venata di xenofobia.

Le differenze con la situazione degli Italiani negli States sono sostanziali. I Québécois abitano un territorio ben determinato, e hanno caratteristiche definite, differenti da quelle degli altri francofoni nordamericani: già gli Acadiens (abitanti della regione storica dell’Acadie, a nord del Québec) non si riconoscono affatto nel modello incarnato dai connazionali, dei quali, per esempio, non condividono le tendenze separatiste. Negli immigrati invece, sparsi in un territorio immenso, non si incontrano differenze particolarmente significative fra comunità e comunità (gli Italoamericani di San Francisco sono – almeno apparentemente – simili a quelli di New York). Inoltre, mentre gli espatriati hanno deciso spontaneamente (anche se spesso non avevano molte alternative) di entrare a far parte di un’altra realtà, di diventare cittadini di un Paese diverso, i Québécois sono stati vittime di una situazione imposta dall’alto: o torni in Francia (“patria” che, nella maggior parte dei casi, non si era mai nemmeno vista), o ti adegui al regime inglese, che per un lungo periodo hanno tenuto i Francesi in una condizione di subordinazione, lasciando loro occupazioni agricole o adoperandoli come manodopera a basso costo. Da qui è nata una rabbia, un desiderio di rivalsa trasmesso di generazione in generazione (che si è tradotto nella celebre Legge 101 del 1976, con la quale si è decretato il primato della lingua francese in tutto il Québec, con la conseguente partenza di numerosissimi anglofoni). Al contrario, l’occasionale diffidenza nutrita dalla prima generazione di migranti nei confronti della componente inglese, dovuta esclusivamente all’incontro con il “diverso”, si diluisce nel tempo, fino a trasformarsi talvolta nel suo opposto, un certo imbarazzo nei confronti delle proprie origini. In questo modo, per quanto anche gli immigrati, come i Québécois (Montreal è tagliata nord-sud dal boulevard Saint-Laurent che divideva la città in una parte inglese, a ovest, e una francese a est), siano stati “ghettizzati” in aree monoetniche, l’amalgama con l’humus anglosassone è stata meno traumatica, e sostanzialmente più riuscita. Esiste comunque, un’analogia rilevante fra immigrati e Québécois che hanno dato vita a nuove identità culturali: non più italiani o francesi, non ancora (e nel Québec forse mai) angloamericani, queste comunità finiscono per avere elementi distintivi unici e autoreferenziali, sempre più lontani da quelli Europei e più simili a quelli della terra d’adozione, per quanto non coincidenti. “Sradicamento” dalle proprie origini. “Contaminazione” con un’altra cultura.

Esistono comunque naturali differenze fra prima e seconda generazione di immigrati, e fra queste e le successive. Superato il trauma dell’arrivo in una nuova realtà, gli espatriati preferiscono circoscrivere la propria cerchia di relazioni sociali con quanti condividono la loro lingua (o almeno parlino qualcosa di più comprensibile dell’inglese): ho l’esempio di un dalmata, immigrato negli anni Cinquanta nel New Jersey, che, inseritosi nella folta comunità siciliana della zona e sposatosi con una sua esponente, è riuscito a vivere per più di mezzo secolo a pochi chilometri da Manhattan senza imparare una parola di inglese, e senza peraltro avvertire alcuna esigenza di farlo. All’interno di questi gruppi le tradizioni tendono a rafforzarsi: alcune usanze rurali per esempio, da noi pressochè scomparse, come quella di cenare alle quattro del pomeriggio, in Nord America resiste tenacemente. E, come per i Québécois, i processi linguistici sono soggetti a fenomeni di stagnazione.

Questo è quanto avviene in linea di massima con quanti sono nati in Italia e immigrati durante la propria giovinezza, e talvolta con i loro discendenti diretti: animati da un forte spirito di fratellanza nei confronti dei propri corregionali, sono spesso membri di associazioni di espatriati; provano estrema gioia quando possono parlare la loro lingua (e ancora di più il dialetto), e appena possibile tornano al paese d’origine come turisti. Grati alla terra che ha offerto loro grandi opportunità, non la amano realmente: i vicini anglosassoni restano degli incomprensibili “mangiacakes”. Ma già i loro figli, che hanno fatto le scuole all’estero, iniziano a guardare l’Italia con un certo distacco. Sono, sì, consci della proprie identità, ma si trovano bene nello stile di vita americano. La loro cerchia di conoscenze include persone di altre nazionalità, con il conseguente incremento di matrimoni misti (mentre quattro volte su cinque i loro genitori – se emigrati ancora celibi – si sono sposati non solo con un italiano conosciuto in America, ma spessissimo con una persona proveniente dalla stessa zona, quando non dalla stessa città o paese). La partecipazione alle riunioni dei circoli italiani si rarefanno.

Ovviamente, queste inclinazioni vanno via via consolidandosi: i nipoti degli immigrati di rado parlano italiano, anche se capiscono ancora i nonni. I genitori scelgono per loro nomi propri anglosassoni, oppure italiani, ma adoperati “all’americana” (Andrea diventa un nome femminile). Sentono ancora alcuni aspetti della propria eredità culturale: se seguono il calcio (sport di popolarità crescente sia in U.S.A. che in Canada, mentre fino a poco tempo fa veniva praticato solo dalle squadre collegiali femminili) tifano per la nazionale italiana (ancora in grado di offrire qualche soddisfazione in più di quelle nordamericane) e, durante gli europei e i mondiali, espongono il tricolore fuori dalla finestra. Se chiamati a cucinare qualcosa tireranno fuori una pasta, per quanto pericolosamente simile agli “spaghetti bolognese” sopra ricordati. Le nozioni geografiche (mai il punto forte del sistema scolastico americano) sono piuttosto confuse: di dove sono originari i tuoi? Somewhere in the South of Italy, near the sea (approssimativa descrizione di Taranto).

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L’impressione più profonda che la realtà nordamericana (nella quale tutti, bene o male, sono migranti) mi ha trasmesso non è particolarmente originale, dato che era già stata descritta da Cesare Pavese: «Qualche anno dopo – stavo già in America – mi accorsi che per me quella gente era tutta bastarda. A Fresno dove vivevo, portai a letto molte donne, con una fui quasi sposato, e mai che capissi dove avessero padre e madre e la loro terra». Il protagonista di La luna e i falò, abbandonato appena nato dai genitori, che non ha mai conosciuto, non usa il termine “bastardo” con lo spregiativo significato adoperato dai francesi per insultare i Québécois, dandogli invece una accezione neutra, per indicare una persona senza casa e famiglia: Statunitensi e Canadesi sono delle monadi, sballottati da un non-luogo (in quanto sconosciuto prima del trasferimento, e nel quale spesso il soggiorno è troppo breve perché possa diventare una “casa”: «Molti paesi vuol dire nessuno») all’altro per esigenze lavorative, capaci di separarsi dai propri affetti apparentemente senza battere ciglio e di immergersi esclusivamente nella loro professione. Lasciata una prima volta la propria terra, risulta molto più facile fare lo stesso anche con la famiglia. Queste parole non vanno interpretate in senso moralistico, dato che non ho alcuna intenzione di dare giudizi, ma solo di riportare osservazioni: il Nord America è un Brave New World, dove si è pronti ad andare incontro al proprio destino senza tanti scrupoli. Ma è anche un continente segnato da rapporti superficiali, più formali rispetto a quelli degli Europei. Se nel Vecchio Mondo esiste un maggiore attaccamento alla realtà nella quale si è nati, e l’Italia incarna il culmine di questa tendenza, con i suoi figli “mammoni” e inamovibili, quello Nuovo è un Mondo di déraciné, di avventurieri solitari, che talvolta di questa solitudine finiscono anche loro per risentirne: «Un Paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo».



2 Responses to “Gli immigrati italiani in Nord America: sensazioni di un visitatore dall’Italia”

  1. Roberto Priolo scrive:

    ciao Federico, complimenti per il tuo articolo. Mi è piaciuto molto, l’ho trovato molto interessante. E’ vero quello che dici del dialetto: ricordo un episodio di qualche anno fa. Ero in vacanza negli States con i miei genitori. Ai tempi non parlavo bene inglese, e all’autonoleggio avevamo domandato se qualcuno parlasse italiano… è arrivato Dino, ma quello che parlava non è italiano, ma un misto tra calabrese e americano. Naturalmente non capii nulla… fu mio padre, di origini meridionali, a comunicare con Dino, con una certa scioltezza tra l’altro.
    Ad ogni modo, bell’articolo. Mi sono interessato subiro avendo scritto la tesi sulla povertà urbana negli States, realtà troppo spesso legata all’immigrazione (afro-americani e ispanici)… spero di leggere presto qualcos’altro di tuo.

    A presto, e ancora complimenti.

    Roberto

  2. misha capnist scrive:

    Federico.

    Ho letto ieri, al lavoro, il tuo articolo. Non poteva che dipingermisi un sorrisetto fra le labbra. Un sorrisetto ironico, sarcastico pensando alla “bolognaise”, orripilato immaginandomi l’effetto poco estetico di un chilo di penne fatte bollire per quarantacinque minuti.
    E questo mio sorrisetto è diventato una smorfia, pensando al mio passato…

    …finisce lo stage, lascio L’Oréal, nonostante mi fosse stato proposto di restare.
    La caduta si fa precipitosa nei mesi che seguono: disoccupato ma in vacanza il mese successivo, rientro a Parigi in maggio per fare il cameriere in un ristorante pizzeria di dubbio gusto giusto di fronte la porta di casa mia.

    Ambiente stimolante. Mi limito a parlare di uno solo dei dieci personaggi che popolano questa mia storia.
    Lady Tina, barese, venuta in Francia all’epoca del Re di Maggio, il cui modo di esprimere una blanda antipatia nei confronti di qualcuno è un roco “figgh’e’ cazz’an’culo”. Al mio primo giorno di lavoro, non volendo – ma non riuscendo ad impedirmelo, a dire il vero – fissarle gli spessi fili d’acciaio che le reggono gli incisivi, tagliandoli verso la metà, per non imbarazzarla, il mio sguardo fuggiva ora dallo smalto viola prugna scrostato delle dita, ora dalla vezzosa camiciola in paillettes che, grazie ad un trionfo di merletti, non lasciava nulla ad immaginare sullo stato delle smagliature del suo ventre. Incantato dallo stato di ricrescita dei suoi capelli, mi concentro sulla voce roca e meridionale di Lady Tina, da cui escono arrugginiti gorgoglii in un idioma risultate da un sapiente incrocio di barese stretto e da francese da immigrata: “Le concierge se n’è sciuto, chiddu figgh’e’cazz’an’culo, et moi je lui disais de ne pas s’en scire…il ne m’a pas ascolté, il a emporté la monnezz’ ” ( “il portinaio ha buttato l’immondizia nonostante io gli avessi ingiunto di non farlo, il briccone”).
    Lady Tina si occupa di tutto, tranne dei fornitori, di preparare le tavole, di servire i piatti, di aprire e chiudere il ristorante, di spegnere le luci, di fare le pulizie, di fare le fatture, di rispondere al telefono. In compenso taglia prosciutto e formaggio come un’invasata tutto il giorno, restituisce i resti dei conti al personale, prepara le tre fette di baguette da mettere in forno per fare ‘e bruschett’ ed è la Grande Mente del gioco del lotto, dei gratta e vinci, dell’euromillion.
    Gestione familiarmente odiosa, in cui io mi trovo ad essere l’unico intruso, e i rapporti fra i parenti è figgh’e’ cazz’an’culante.

    Le “Specialità baresi” milantate dall’insegna, di italiano non avevano niente. La pasta servita come accompagnamento ai piatti è il minimo che ci si possa aspettare all’estero. Eppure ci si sente italiani. Ci se lo aspetta, quasi.

    Il mio sorriso si è smontato quando ho pensato che, in effetti, la pianta è esotica, ma la terra non è la sua, né il clima, né la pioggia, né chi coglie il frutto e se lo mangia. E non sempre conosce l’originale.

    E la pianta si abitua a tutto cio’.

    Come un Tamarindo a Parigi.