Inauguration Day sulla National Mall
Pubblicato in Attualità, Dossier, Fiori
di Filippo Chiesa
Alle tre di pomeriggio di sabato 17 gennaio 2009 – tre giorni prima della cerimonia di insediamento di Obama –, mi trovavo all’aeroporto John F. Kennedy di New York ad aspettare la coincidenza per Washington D.C., dove vivo da qualche mese e dove stavo tornando dopo un mese passato altrove. Tenevo ancora vive nella memoria le immagini della campagna elettorale e delle elezioni; non mi ero certo dimenticato dell’entusiasmo e della partecipazione che le avevano caratterizzate. Tuttavia, in quel terminal di aeroporto in cui tutti guardavano la CNN che mostrava il viaggio in treno di Obama verso la capitale, avvertii che ciò che era nato come movimento si stava trasformando in un nuovo, stabile spirito partecipativo. All’arrivo a Washington poi – tra la metropolitana e il quartiere nero di U Street – la sensazione mi venne confermata nel vedere il numero di ragazzi che d’abitudine avrebbero vestito magliette di Eminem e 50cent indossare invece, sopra a facce sorridenti e speranzose, cappellini con la scritta “Obama ‘08”.
La notte prima di Inauguration vado a letto presto, le immagini di Bruce Springsteen, Pete Seeger e Bono che cantano in onore di Obama ancora fresche negli occhi. La sveglia è fissata per le 6 di mattina. “So che è presto, ma se c’è gente che viene dal Kenya per assistere all’insediamento, vuoi proprio dire che è tanto difficile per noi svegliarci un po’ prima per arrivare a piedi alla National Mall?”, mi aveva detto la sera prima il mio amico Doug, giovane seminarista, che votò Bush per ben due volte, ma che nel 2008 ha deciso di sostenere Obama, perché “il paese ha bisogno di un rinnovamento”. Doug ha ragione, bisogna buttarsi giù dal letto alle 6 per trovare posto sui freddi prati davanti a Capitol Hill.
Esco di casa alle 6.45. E’ ancora notte; ma vi sono fiumi di persone che camminano a passo svelto verso sud. Entro in un bar a ripararmi dal gelo per aspettare Doug, che è rimasto bloccato a una fermata della metro dove tutti i treni sono troppo pieni per salirvi sopra. Il bar è stracolmo di persone di ogni età, bianchi e neri. Sui loro volti, si può intuire la speranza e l’eccitazione che li ha spinti a venire da lontano per assistere al senatore dal sangue keniota che a 47 anni sta per diventare presidente degli Stati Uniti.
Più tardi, siamo sulla National Mall con di fronte Capitol Hill, lontano ma ben visibile, insieme a centinaia di migliaia di persone. La temperatura è sotto zero. C’è gente che è arrivata alle 2 o alle 3 di mattina; ora stanno raggruppati sotto coperte e giacconi per tenersi caldo l’uno con l’altra. Gente che balla alle musiche introduttive della banda per muoversi e riscaldarsi. I volontari per Obama che distribuiscono snack gratuiti e ci salutano con un sorriso, “Good morning! Welcome to Inauguration”. E’ una folla bella e paziente. Una folla venuta da lontano perché ha voglia di partecipare all’amministrazione della cosa pubblica; non in protesta contro qualcuno, ma finalmente in sostegno di colui che aveva lanciato loro la sfida del cambiamento e che adesso si trova nella posizione di realizzarla. Le parole di Obama nel discorso della vittoria elettorale mi riecheggiano in testa “the fundamental truth that as out of many, we are one; that while we breath, we hope”.
Aspettiamo pazienti il giuramento e il discorso. Di fianco a me, un uomo nero, alto, in divisa militare, tiene in braccio il figlioletto che vuole arrivare a vedere oltre il mare di folla; dall’altro lato due giovani studenti bianche ridono e scherzano: non conoscono quasi nessuno dei politici che escono da Capitol Hill, inquadrati sui maxi-schermi; ma conoscono il presidente e va bene così perché politica e ideologismi c’entrano poco con questa folla.
Siamo alla fine dell’attesa. Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, legge la formula del giuramento ad Obama, il quale – emozionato, senza darlo a vedere – inizia prima del dovuto; poi si blocca, avvertendo che Roberts ha invertito l’ordine di una frase; nessuno capisce più dove quel “faithfully” vada messo; Michelle sorride, porgendo la Bibbia al marito. “So help me God”. Le difficoltà si sciolgono nel sorriso di Obama e nelle note allegre della banda militare. La folla, che riempe la National Mall dal Capitol fino al Washington Monument e oltre, applaude e festeggia.
Inizia il discorso di insediamento. Obama incoraggia a rimanere fedeli agli ideali dei padri costituenti e ad unirsi negli sforzi per far rinascere l’America in una nuova era di responsabilità e di servizio pubblico; ricorda appena la questione dei diritti civili, ma lo fa con eleganza poetica:
“ This is the meaning of our liberty and our creed, why men and women and children of every race and every faith can join in celebration across this magnificent mall.
And why a man whose father less than 60 years ago might not have been served at a local restaurant can now stand before you to take a most sacred oath.”
Cita Washington e conclude spronando i concittadini ad affrontare le fredde correnti della crisi attuale con virtù e speranza per passare alle generazioni future quella libertà ricevuta in dono dalle generazioni passate.
Mi colpisce il patriottismo che Obama mostra nel discorso. Mi dispiaccio per la nostra Italia, dove non ci può essere patriottismo finché non vi sarà un riconoscimento pubblico una volta per tutte del torto e della ragione nella guerra civile tra fascismo e resistenza. Il patriottismo americano di Obama è ben fondato sulle ragioni della lotta contro la schiavitù e alla segregazione razziale. “Siamo usciti più forti da queste battaglie”. Senza ambiguità. Si sa chi aveva ragione. L’amore patriottico è quello di Abraham Lincoln e Martin Luther King, Jr. , coloro che si sono battuti per creare una “more perfect union”. Mi chiedo perché sia così difficile da noi fondare un patriottismo fondato sulla lotta contro l’autoritarismo fascista e le leggi razziali, e in favore della costituzione repubblicana.
Ma, dopo qualche minuto, prevale in me di nuovo l’hic et nunc, e passa l’amarezza. Sono felice di essere a Washington e aver assistito a un capitolo della storia americana e del mondo. Dobbiamo liberare la National Mall. Non è mai facile far muovere ordinatamente milioni di persone. Finiamo imbottigliati tra transenne protette da militari; si aspetta più di un’ora al gelo per muoversi di 20 metri. Ma tutti sono pazienti e felici. Non c’è spazio per malumori in questo giorno di festa che può segnare davvero l’inizio di un’epoca.
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Ottimo
Sei un bravissimo commentatore di avvenimenti.Soprattutto ho apprezzato la vivacità, le note sui personaggi della folla,e i sentimenti di gioia ed inevitabile magone pensando all’Italia! E’ però bellisimo il fatto che tu, grazie alle tue capacità e alle opportunità che i tuoi genitori ti hanno dato la possibilità di avere, sia partecipe di una realtà che forse sta cambiando il mondo e che ci riporta nello spirito pieno di speranza che avevamo negli anni ‘60.Anche se io non c’entro niente, sono molto fiera di te e ti voglio bene. Un abbraccione. Anna