AttualitàOpinioniSegnalazioniDossier

Come uno stupro

23 febbraio 2009
Pubblicato in Attualità, Fiori
di Vincenzo Ruocco

ak47“Si prevede che l’Africa Occidentale diventerà uno dei maggiori fornitori di petrolio e di gas per il mercato americano” Dick Cheney (ex Vice Presidente U.S.A.), Rapporto Nazionale sulle politiche energetiche, 2001.

Come a uno stupro geopolitico il mondo assiste, ad uno sfruttamento delle risorse in cambio di nulla, ad una schiavitù legiferata, concordata da chi detiene il coltello dalla parte del manico, e non è una metafora. Sarebbe anzi più indicato dire da chi impugna un AK47 fronteggiando uno sparuto gruppo, talvolta inerme, di poveri, malati, disperati africani.

Il misero destino degli abitanti della Nigeria del sud, di quella regione del Delta maledettamente ricca solo per gli altri, solo per i capaci di utilizzare la diplomazia per scopi monetari, non importa a nessuno. La diplomazia, quale presa in giro collettiva, nasce proprio per limitare i danni, frenare le perdite, spartire le ricchezze e non strozzare l’equilibrio economico-finanziario dei soggetti chiamati a pesare le parole, a stringere le giuste mani e sorridere al nemico nascondendo sotto la giacca una pistola carica, oggetto anch’esso di mercato, fruibile dai criminali o dai disperati portati ad agire come tali, inconsapevoli di arricchire per l’ennesima volta coloro che li costringono all’indigenza di ogni cosa, di viveri, di acqua, apparentemente di dignità.

oil_pumperEppure da questa regione si esportano circa 2 milioni di barili di petrolio al giorno. L’uomo bianco, questo assassino privo di rimpianti ha il coraggio, con la connivenza delle autorità locali, di agire con quella prepotenza atavica di cui non sa vergognarsi mai fino in fondo.

Quante carte dei diritti firmati, quanti accordi siglati, che biasimo per quegli inetti politicanti seduti ai tavoli del potere, sprezzanti di quella logica politica collegata al business, irriverente e incestuosa verso quella Mama Africa da cui tutti discendiamo, culla dell’umanità incapace di comprendere e condividere.

Come possiamo immaginarla oggi l’Africa? La regione del Delta del Niger, a trent’anni dall’inizio delle esplorazioni del petrolio, si presenta come una grande distesa di campi irrigati da fuoriuscite di greggio e fiumi neri, sporchi, inquinati, privi di fauna e flora.

refineryLe grandi compagnie petrolifere multinazionali gestiscono il mercato dell’oro nero e del gas. Sono le proprietarie di queste terre, owners dai nomi noti:

- Royal Dutch Shell plc / Koninklijke Nederlandse Shell NV è una multinazionale anglo-olandese operante nei settori petrolifero, dell’energia e della petrolchimica
- Chevron Corporation è un’azienda petrolifera statunitense. Attiva in più di 180 paesi del mondo, dispone di importanti giacimenti petroliferi e di gas naturale, raffinerie di petrolio e petroliere
Agip, acronimo di Azienda Generale Italiana Petroli, è una compagnia petrolifera italiana, di proprietà del gruppo Eni

I tecnici che lavorano in queste zone non figurano come personale autoctono ma vengono esportati dall’Europa e dall’America, difesi dai militari dei governi conniventi, difesi dalle proteste e dagli attacchi dei gruppi ribelli. Il MEND, il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger rappresenta oggi il vero soggetto politico capace di trattare, giocoforza con l’ausilio delle suddette armi, con le compagnie petrolifere. Quando però le stesse compagnie proseguono ad oltranza lo sfruttamento delle risorse perpetrando senza sosta delitti e azioni disoneste grazie alla complicità del Governo del paese, ecco dunque che non si lascia altra scelta se non seguire la strada della rivoluzione. Minacce di morte e rapimenti sono gli unici mezzi per far sentire la propria voce.

Non pensiamo a questi rivoluzionari come a delinquenti privi di scrupoli, cerchiamo di comprendere la disperazione del loro vivere quotidiano.

africa_puddleSeduti nei ristoranti chic del venerdì sera, agghindati e festosi partecipanti di salotti letterari, non sappiamo nulla di cosa significhi veramente essere affamati ed esasperati. In questa parte di mondo dove si discute di regime agente su nuovi livelli, dove nei calendari segniamo giornate della memoria collettiva, lontano da noi si combatte per quei diritti inalienabili dell’uomo ancora oggi non garantiti.

La costituzione americana considera diritto dell’individuo la ricerca della felicità, mentre la Costituzione italiana, frutto di compromessi continui tra due chiese, la chiesa Marxista e quella Cattolica, trovò unanimi i redattori della costituzione a tralasciare questo importante principio. Il Cattolicesimo promette sì la felicità, ma non in questa vita, mentre il Marxismo punta al benessere della collettività e non dell’individuo. Al di là dei precetti ideologo-teologici, oltre l’utopistica promessa americana, quando si troverà la forza di dire basta?

No related posts.



7 Responses to “Come uno stupro”

  1. edo scrive:

    Seguo la vicenda nigeriana da molto tempo su un sito di amici e mi sento un “solitario” provo quindi molto piacere a leggere articoli come il tuo

  2. Vincenzo Ruocco scrive:

    bene Edo mi fa piacere, sicuramente sarai più informato di me a riguardo. Perché non continuare l’articolo insieme attraverso questo spazio dei commenti? Manteniamo viva la discussione, approfondiamo, confrontiamoci con tutti gli interessati al tema in essere. Ogni pezzo non è mai fine a sé stesso.

    V

  3. Rocco scrive:

    giusto per ravvivare la discussione che auspichi in questa tua ultima nota ti diro’ che la metafora dello stupro non mi convince.
    Lo stupro e’ un atto di violenza di una parte forte e colpevole contro una vittima indifesa.
    Nel tuo articolo sembri ripresentare il vecchio schema dell’uomo bianco cattivo e onnipotente e dell’uomo nero vittima indifesa. Sembra quasi che i festosi avventori dei ristoranti occidentali siano piu’ colpevoli dei ribelli del MEND o dei governi nigeriani.
    L’ho sempre trovata una visione semplicistica, paternalista, parziale e pure un po razzista.
    Non nego la pesante eredita del colonialismo ne colpe delle multinazionali occidentali ne tanto meno l’inconsapevole connivenza di noi ricchi consumatori ma non credo che queste colpe possano avere l’effetto di far dimenticare che la principale responsabilita’ della stiuazione nigeriana e’ dei nigeriani stessi o per meglio dire della classe dirigente (se cosi si puo definire) che ha governato la nigeria fino ad oggi (ribelli compresi).

  4. Vincenzo Ruocco scrive:

    Non credo di aver dimenticato di menzionare la complicità dei governi locali, complicità stretta necessariamente con i governi stranieri. Premesso ciò, davvero non riesci a scorgere indifese vittime?
    L’uomo bianco, caro Rocco, ha tutte le colpe della storia, anche di quella storia che si preferisce considerare minore. Esiste una qualità che manca all’uomo bianco, la capacità di fare autocritica.
    Visione semplicistica e razzista? Non penso. I ribelli del MEND quali alternative hanno se non impugnare le armi?

    V

  5. Nina scrive:

    Mi permetto di intromettermi nella discussione, spezzando una lancia in favore di ciò che ha scritto Rocco. Non che non sia in parte d’accordo con quello che tu dici, Vincenzo, ma anch’io vedo del paternalismo nella sequela di mea culpa che l’uomo bianco, se così vogliamo definirlo, rivolge senza sosta a commento di un mondo che ha deturpato.
    Parlavo, recentemente, con un amico iraniano che stimo immensamente, ed entrambi ci trovavamo d’accordo nel credere che tutto questo addossarsi le colpe non sia altro che un altro modo per sottolineare la propria importanza. L’uomo bianco prima colonizzava, ora si sente in colpa – a volte sente in sè il potere salvifico spegnendo una lampadina – e sa che gran parte delle brutture del mondo le ha causate lui. Si mette ancora una volta sotto i riflettori, unico protagonista in scena, e, ammettendo tutte le proprie colpe, nuovamente dimentica l’Altro, la sua diversità, i suoi diritti e, con essi, le sue responsabilità. Ogni catastrofe, e ogni possibilità di soluzione, risiede in lui. Il resto della terra appare all’uomo bianco come “specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali”, per citare una meravigliosa Virginia Woolf.
    Ora, è ovvio che dicendo questo non si smetta di riconoscere la dimesione di vittima nei piccoli singoli che subiscono gli effetti di queste scelte, di queste azioni. E mi pare che neppure Rocco mancasse di riguardo alle vere vittime. Al solito, le vere vittime non hanno un volto, non hanno un nome, non hanno storia: ne vengono, invece, risucchiati, al contrario dei potenti – qualsiasi sia il loro colore, la loro religione o la loro nazionalità – che almeno l’onore del ricordo, anche se negativo, lo ricevono sempre.

  6. Vincenzo Ruocco scrive:

    Certo Nina, capisco quello che dici ma la storia che racconti non è la mia storia. Credimi, sono sincero quando punto l’indice verso l’uomo bianco. Nel mio intervento testuale non c’è ipocrisia recondita o egocentrismo camuffato da finta umiltà.
    Mi spiace che abbiate frainteso il senso del mio articolo, detto questo, non vi rimane altro che fidarvi della mia buona fede.

    V

  7. Nina scrive:

    Caro Vincenzo, innanzitutto un chiarimento: non ho mai voluto sfiorare, col mio interevento, te personalmente, nè la tua storia, nè supporre dalle parole che avevi scritto che cosa tu pensassi, chi fossi o in cosa credessi. Forse non ho frainteso il tuo articolo, forse – e secondo me è un complimento – l’ho preso come spunto per una riflessione che è andata oltre, perchè le tue parole, unite a quelle di Rocco, sollevavano, secondo me, un aspetto della faccenda generalmente poco preso in considerazione e tuttavia, dal mio punto di vista, estremamente importante.
    Precedentemente – e me ne scuso – non ti ho fatto i complimenti per ciò che hai scritto. Te li faccio ora. E non è una questione di captatio bevenevolentiae, te lo assicuro. Concordo davvero su molti punti che hai toccato e, per ciò che concerne il caso specifico, mi hai dato informazioni di cui prima non ero a conoscenza e perciò ti ringrazio.
    Il mio discorso, quando ieri mi sono aggiunta a questa discussione, alla serie di commenti al tuo pezzo, è probabilmente un discorso generale, che avrebbe potuto sorgere da molti altri interventi. Il fatto che io abbia scritto ciò che ho scritto qui e allora dipende unicamente dallo spessore che intravedevo dapprincipio nel tuo articolo e poi nello scambio tra te e Rocco.

    Torno allora a ciò che avevo scritto ieri e che, ripeto, non vuole e non può toccare in alcun modo te, il tuo pensiero, la tua storia e la tua persona. E’ uno spunto di riflessione in più, che si aggiunge alla già profonda analisi intrapresa su questa pagina: non credo che dietro alle tue parole si nasconda ipocrisia o egocentrismo; voglio solo sottolineare che dietro a ogni discorso di questo genere – il riconoscimento delle proprie colpe in quanto esponente del genere “uomo bianco” – spesso si malcela, in generale, un errore di fondo, che è la dimenticanza dell’Altro. Laddove si noti la responsabilità dell’uomo bianco – che ormai sembra sia diventata in questa discussione una figura archetipica – spesso esso viene denotato come la causa, la malattia e la cura. Io credo che questo sia sbagliato, perchè pone ancora una volta l’accento sulla sua importanza, tralasciando altre figure di potere coinvolte nei processi di cui stiamo parlando. Questa dimenticanza, oltre che secondo me sbagliata, è anche irrispettosa e tracotante, e segna la continuità tra una filosofia ottocentesca e coloniale e l’oggi.

LASCIA UN TUO COMMENTO


Messaggio