Yoni Goodman, autore del lungometraggio “Valzer con Bashir”, in questi giorni al cinema, è stato incaricato dall’ong israeliana Gisha di produrre un breve cartone animato dedicato alla vita degli abitanti di Gaza.
L’autore dichiara di aver voluto realizzare un video imparziale, al fine di descrivere la realtà quotidiana degli abitanti di Gaza, senza esprimere alcun giudizio. Dalle immagini emerge tuttavia implicitamente una dura condanna a Israele, le cui politiche nei confronti dei Palestinesi sono d’altra parte criticate senza troppi giri di parole nel sito di Gisha.
Come era facile immaginarsi, il video ha fornito un’ulteriore occasione per gettare benzina su uno dei dibattiti più infuocati del già poco pacifico mondo delle relazioni internazionali.
Mentre una parte dei media (tra i quali ovviamente diversi media arabi) ha utilizzato il video per ricordare le sofferenze dei Palestinesi, coloro che sostengono le decisioni del governo israeliano hanno espresso dure critiche all’autore e alla ONG promotrice, accusandola di aver deliberatamente ignorato la situazione israeliana, parimenti dolorosa. Yariv Ben-Eliezer, nipote di Ben Gurion e noto esperto di media, ha affermato che “Questo film potrebbe ricevere un premio da Ahmadinejad”. Ipotesi probabilmente non del tutto irrealistica.
Mi sembra che questo cartoon faccia parte di tutte quelle misure propagandistiche che, da una parte e dall’altra del muro, mirano a suscitare sentimenti di pena e apprensione per le sofferenze di una delle due parti. Ovviamente da parte filo-palestinese questo tipo di propaganda, in molti casi diretta alle popolazioni musulmane, va spesso molto meno per il sottile, riuscendo tuttavia a ottenere risultati inferiori dal punto di vista pratico rispetto alle pressioni silenziose ma ben mirate dei sostenitori del governo israeliano.
A mio avviso questo cartone, per quanto molto poetico, non fa altro che ripetere per la millesima volta il grave errore di voler paragonare (seppur in maniera implicita) le sofferenze delle due parti. Chi ha lo strumento per fare questa misurazione? Una mamma che perde il proprio figlio, che magari nulla aveva a che fare con eserciti o milizie, soffre di più a seconda che sia israeliana o palestinese? No, niente da fare: sembra proprio che prima di risolvere la questione l’altro debba ammettere: “eh sì, in effetti avete sofferto di più voi!”. Senza contare il fatto che ogni tentativo di agire sull’emotività, come questo video riesce a fare in maniera molto efficace, rappresenta una dura sfida per chi cerca di costruire una soluzione razionale ed equa per entrambe le parti.
Sembra di assistere a un furioso ed ostinato litigio tra due cuginetti. Se fossero per davvero bambini, le madri potrebbero farli calmare e imporgli di fare la pace. Peccato che queste mamme, che poi sono le rispettive autorità politiche, siano litigiose almeno quanto i figli, e la nonna (le Nazioni Unite) sembri troppo stanca per farle ragionare.
In tutto questo litigare ci sono però degli altri bambini che provano a separare i contendenti, cercandoli di farli ragionare. Questi bambini, o per meglio dire le tante ong ed associazioni religiose e no che rischiano così tanto per la pace in Medio Oriente, sono troppo piccoli per riuscire nel loro generoso intento. Non sarebbe bello andare a dargli una mano laggiù, o almeno fargli sentire il nostro appoggio?
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Caro Lorenzo, mentre la politica litiga e la diplomazia affanna, le due popolazioni della Terra Santa continuano a pagare il prezzo del conflitto – come tu giustamente sottolinei. Da una parte, gli israeliani che sono costretti a vivere nel terrore di un attentato o di un lancio di missili; dall’altra, i palestinesi a Gaza (ma anche in Cisgiordania) che vedono la propria libertà seriamente limitata e compromessa. Da un lato, Israele si sente circondata da vicini ostili, alcuni dei quali vorrebbero “eliminarla dalle mappe geografiche”; dall’altro, i palestinesi – dopo tanti anni di vani tentativi – non sono ancora stati in grado di costruire un loro stato indipendente, malgrado gli sforzi della Comunità Internazionale.
Ora, lo scopo del cartoon è molto chiaro: far passare i palestinesi come le vittime e al tempo stesso, dipingere gli israeliani come i carnefici. Tuttavia, la verità non è proprio così limpida, né ha un’unica dimora. Che la popolazione palestinese sia stremata dalla politica repressiva di Gerusalemme è un fatto incontestabile. Altrettanto vero è però che gli israeliani – specie coloro i quali vivono in prossimità della Striscia – sono costretti a convivere con l’incubo quotidiano di lanci di missili palestinesi.
Le ONG presenti sul territorio certamente tentano – per quanto possibile – di dare un sollievo alle popolazioni coinvolte. In realtà, a mio parere, c’è un disperato bisogno di un passo avanti. Da parte di Gerusalemme, del governo palestinese e della Comunità Internazionale. Si parla da troppo tempo di una soluzione per la questione israelo-palestinese: da decenni, si discute alacremente di due stati, per due popoli. In realtà, di progressi non c’è nemmeno l’ombra. C’è bisogno di una concreta inversione di rotta: ossia di uno sforzo pragmatico dell’intera Comunità Internazionale – e naturalmente delle due parti in causa – finalizzato a far cessare definitivamente le sofferenze dei due popoli coinvolti. In molti, in Occidente, prendono le difese del popolo palestinese, poiché è quello meno tutelato, più debole, meno rappresentato dal punto di vista locale ed internazionale. Tuttavia, a mio modo di vedere, è un errore pensare che le sofferenze di un popolo valgano più di quelle di un altro. La sofferenza non ha passaporti. Come sottolinea giustamente Lorenzo, perdere un figlio perché ucciso da un missile palestinese non è meno doloroso che veder morire il proprio bambino, trucidato dalle bombe israeliane.
Vorrei aggiungere che è senza dubbio intollerabile che qualcuno neghi ancor’oggi – a distanza di tanti anni – una verità storica incontrovertibile, quale quella della Shoah. Tuttavia, ricordare ed onorare la memoria di chi è stato brutalmente sterminato dalla follia nazista nei Kontentrationslager prima e durante la Seconda Guerra Mondiale non implica in alcun modo dover accettare supinamente la politica d’Israele nei Territori Occupati oggi.
C’è una differenza sostanziale tra antisemitismo e libertà d’espressione: negare le sofferenze del popolo ebraico è indegno per qualsiasi persona onesta intellettualmente. Al tempo stesso però, tacere sui gravi errori commessi dal governo israeliano oggi in carica può senza dubbio essere utile per apparire politically correct, ma certamente non rende un buon servizio alla verità storica.
E mi sia concesso di concludere dicendo che non ha alcun senso promettere aiuti finanziari, da investire nella ricostruzione, se prima non ci si adopera per davvero al fine di trovare una soluzione politica permanente e condivisa al conflitto. E’ facile promettere milioni di dollari per la ricostruzione, dopo che tutto o quasi è stato distrutto. Più difficile è invece sedersi attorno ad un tavolo e negoziare senza pregiudizi, con il solo obiettivo di trovare una soluzione al problema. Va da sé che il dialogo non ci può essere fintantoché una delle due parti ha tra le sue priorità la distruzione d’Israele. Tuttavia, la via del denaro non porta alla pace. Perché quello che viene ricostruito oggi, sarà inevitabilmente distrutto domani – a meno che non si decida di risolvere il problema alla radice, perché è già stato versato troppo sangue innocente. E – come la sofferenza – nemmeno il sangue ha passaporti.
Caro Roberto,
ti ringrazio per il tuo intervento, molto chiaro e ricco di spunti di riflessione. Sono assolutamente d’accordo con te: senza una svolta politica, gli aiuti umanitari servono a ben poco. E tuttavia la spirale di diffidenza, pregiudizi e persino odio coinvolge anche i rappresentanti delle due parti – che in questo rappresentano bene i sentimenti della popolazione – rendendo così i tavoli negoziali dei luoghi di litigio piuttosto che di confronto, comprensione e reciproco aiuto.
Anche se sono da sempre un convinto sostenitore dell’approccio bottom-up alla politica (i cambiamenti politici, per essere duraturi, devono essere espressione di una mutata sensibilità popolare) mi rendo conto che la gravità ed urgenza della situazione richiederebbe piuttosto un approccio “bottom and up”, cercando di costruire contemporaneamente un nuovo tipo di politici e di elettori. Per i primi l’aiuto e il consiglio della comunità internazionale di cui tu parli risulterebbe senz’altro lo strumento più adatto – speriamo a questo riguardo che l’America di Obama sappia guidare con saggezza ed equità entrambe due fazioni e che l’Italia, nel suo piccolo, possa contribuire giocando un ruolo di mediatore. Per quanto riguarda invece l’arco “popolare” del circolo vizioso israelo-palestinese, ritengo che sia saggio investire su tutti quegli organismi che lavorano a stretto contatto con le due popolazioni, quali le già citate le ong, il sistema delle Nazioni Unite (in primis, a mio avviso, l’UNESCO e la sua divisione del dialogo interculturale) e le stesse associazioni religiose, che tanto per essere originali potrebbero iniziare a condurre campagne comuni, visto che in fondo – è stato detto tante volte – il Dio è lo stesso. Sarebbe bello se il Tamarindo e i suoi lettori potessero contribuire in qualche modo. Se qualcuno avesse delle proposte vi prego di farcele sapere, le prenderemo tutte nella dovuta considerazione.