La crisi politica in Madagascar, che qui sul Tamarindo stiamo seguendo da ormai più di un mese, arriva, in questi giorni, a una drammatica battuta finale. Come spiega E.R., il nostro contatto malgascio, il presidente Ravalomanana si trova ormai isolato, solo nel proprio palazzo, attorniato solo dai suoi fedelissimi generali, anche se ancora non si è arreso a cedere alle rivendicazioni dell’ex sindaco di Antananarivo Rajoelina. L’esercito stesso è diviso in due fazioni, delle quali una, rappresentata per lo più da colonnelli e soldati semplici, si è ammutinata al Ministro della Difesa, ai cui ordini si rifiutano di rispondere.
Rajoelina, che dal 3 di marzo era stato costretto a nascondersi per non venire arrestato, il 14 di marzo è tornato allo scoperto e ha fatto sentire la propria voce, lanciando al Presidente un ultimatum perché si dimettesse. Ma Ravalomanana ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di lasciare il proprio posto e, per tutta risposta, ha fatto erigere delle barricate attorno al proprio palazzo. La situazione è disperata: il presidente, esautorato ma non arreso, ha perso ormai ogni controllo sul Paese. L’opposizione, per voce di uno dei suoi leader, Roindefo Monjache, ha nel frattempo affermato di aver destituito il Governo e di aver sciolto il Parlamento e ha comunicato la nascita di una “Alta Autorità di Transizione” che “assumerà le responsabilità proprie del Presidente della Repubblica”.
Il Paese, però, è allo sbando, preda di anarchia, caos e violenze. Uscire di casa è pericoloso. Ovunque regna la paura. Arresti, feriti, morti ogni giorno, da Mahajanga ad Antananarivo, da Ambositra (dove sotto i colpi delle due fazioni ha perso la vita un ragazzino dodicenne) a Tuléar. E, mentre Marc Ravalomanana si è barricato nel proprio palazzo, Andry Rajoelina, sotto richiesta delle Nazioni Unite, ha trovato rifugio nell’ambasciata francese.
In Madagascar è scoppiata, a tutti gli effetti, una guerra civile: i partigiani delle due fazioni – quella di Ravalomanana e quella di Rajoelina – si scontrano apertamente nelle città, causando morti e feriti ovunque. Negozi e infrastrutture vengono saccheggiati e messi al rogo, mentre uomini in uniforme (comandati, pare, da stranieri mercenari di pelle bianca, probabilmente Sudafricani) disperdono la folla causando morti innocenti in tutti i centri abitati. Le vittime sono soprattutto umili persone che vivono per strada, venditori ambulanti, che cercano di sbarcare il lunario offrendo cibo e altri piccoli beni di prima necessità – come nel caso dell’anziano uomo freddato di fronte al proprio banchetto di arachidi ad Antanarivo una settimana fa; ma anche studenti, sospettati di connivenza con la parte avversaria, o semplici sfortunati passanti, che si trovavano nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Le Nazioni Unite hanno chiamato tutte le forze vive della nazione – partiti politici, religiosi, esponenti della società civile – a radunarsi per trovare una soluzione a questa crisi. A prendersi l’incarico del tentativo di mediazione, ancora una volta, l’arcivescovo Mgr Odon Razanakolona. L’opposizione di Rajoelina si è però finora rifiutata di partecipare alle negoziazioni, richiedendo solo ad alta voce le dimissioni formali del Presidente.
È difficile comprendere cosa stia accadendo esattamente in Madagascar in queste ore. Da un lato, poche sono le notizie che arrivano in Europa e, quando arrivano, sono frammentarie. Dall’altro, ogni giorno vengono emessi nuovi comunicati da parte delle diverse fazioni in campo e fare ordine tra rivendicazioni e annunci ufficiali risulta molto difficile.
Ciò che è certo è che la popolazione malgascia si trova schiacciata tra miseria e violenze, la paura e il caos. Privato da più di due mesi del sostentamento del turismo, una delle maggiori fonti di reddito del Paese, e coinvolto suo malgrado nel crescente eccesso di violenza, il popolo si trova a essere vittima, innanzitutto, di una dilagante povertà. I prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità sono volati alle stelle, facendo piombare gli abitanti del Madagascar nella fame. L’unica speranza possibile a questo punto è che l’inasprimento di questa crisi politica conduca le parti in causa, compresa l’ONU, a lavorare per il bene di questo popolo e a trovare una risoluzione ormai agognata da troppo tempo.
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