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Amaro come Cuba

28 settembre 2010
Pubblicato in Fiori, Opinioni
di Chiara Francesca Albanesi

È insieme un’opportunità unica e un motivo di disagio quella di poter osservare le avvisaglie di cambiamento comparse sopra il cielo di Cuba con persone che, pur vivendo da tempo in Italia, sono nate e cresciute nell’isola della Revolución. Attraverso le parole, gli sguardi e i gesti, si coglie e si comprende la rabbia di chi deve raccontare come nella propria amata terra viva un popolo ora disperato, obbligato a sopravvivere tra fame e corruzione. Al tempo stesso, però, si prova un immenso disagio, perché chi ti parla è il primo a chiederti di fingere di aver sentito e visto quelle parole e quei gesti da qualcun altro, per paura delle ritorsioni in patria: a Cuba hanno una famiglia, dei genitori anziani che possono essere puniti, una casa che può essere loro tolta. Perché anche se chi emigra in Italia, come in altri Paesi europei, non è considerato un traditore al pari dei tanti che fuggono via mare per gli Stati Uniti, criticare il governo ti rende automaticamente un nemico da punire, di cui poter abusare.

Colpisce ed è volto a colpire il giudizio negativo con cui Fidel Castro, nei panni dell’oppositore di se stesso, ha risposto alla domanda del giornalista dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg: “I asked him if he believed the Cuban model was still something worth exporting. «The Cuban model doesn’t even work for us anymore» he said”. Una battuta scambiata in privato poi riveduta, corretta e smentita alla televisione cubana.

Fidel è ricomparso in camicia verde da un paio di mesi. È tornato invecchiato, indebolito dalla malattia, più riflessivo, attento alle relazioni e alle problematiche internazionali, e soprattutto a riprendervi posizione. Che il sistema cubano sia fallito, e la sua ipotetica esportazione un anacronismo, è evidente tanto quanto la necessità di un cambiamento (commenti, questi, che peraltro si addicono all’economia statunitense che ha portato alla crisi di due anni fa). Certamente Castro non sta apertamente ammettendo la sconfitta davanti al nemico storico, né soprattutto rinnega la rivoluzione. Eppure un tempo non si sarebbe mai lasciato andare a simili battute.

Chi discute con me della sua ricomparsa è appena tornato da una visita di qualche settimana all’Havana. L’amarezza è nell’aria, e non tanto per il caffè lunghissimo che accompagna la nostra discussione. È palpabile nella sensazione d’impotenza al sapere che la propria madre prende una pensione di quattro euro mensili, quando per una bottiglietta d’olio d’oliva ce ne vogliono sette, e si mescola alla tristezza di ammettere che l’unico modo per farcela è delinquere. Per questo, rivedere Fidel Castro nelle vesti di comandante riesce perfino a strappare dalla sua bocca una parola come speranza: quella, unita al ricordo della sua autorità, che possa restituire dignità al popolo di Cuba.

Durante la sua assenza le scelte politiche e sociali del fratello Raoul hanno accumulato povertà e logorato un consenso già fragile. Il Lìder Màximo, tornato ad affiancarlo al governo, appare oggi l’ombra di se stesso, aggrappato, da una parte, a ciò che del rivoluzionario è rimasto in lui e, dall’altra, alla ricerca di distensione e appoggio nei confronti delle potenze straniere. È una seconda rivoluzione quella che spetta a Cuba, che non ha i toni eclatanti del ‘59, ma è fatta di minimi cambiamenti, e di minime resistenze al sistema, che andranno protetti e sviluppati dal senso di responsabilità e democrazia del popolo, a prescindere dalle ammissioni velate di insuccesso e dai tentativi maldestri di quelle camicie verdi al potere.

(Illustrazione di Chiara Francesca Albanesi)



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