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Kathmandu, ultima fermata dell’hippy trail

11 maggio 2011
Pubblicato in Opinioni
di Sarah Tulivu

C’era un tempo in cui gli unici stranieri visti in Nepal erano quei viaggiatori con il coraggio di attraversare il mondo via terra.

Quando i voli avevano prezzi improponibili e il tragitto ignoto e azzardato, i primi turisti in Nepal erano anime in viaggio.

Stanchi del materialismo, conformismo e consumismo occidentale, hanno raccolto le sacche, quattro soldi e via, verso un viaggio di scoperta di un altro sé in una terra straniera.

Questa “missione” via terra dall’Europa all’Asia, generalmente terminava qui a Kathmandu, precisamente a Jhochhen Tole. Una zona nota per il suo ritmo shanti, tollerante e tranquillo e per i numerosi negozi di marijuana, i quali hanno continuato a vendere legalmente fino al 1972 (e una decina di anni a seguire senza permessi). Freak Street è diventata, e rimane ancor oggi, una meta popolare per molte menti aperte, libere, provocanti e in ricerca, i così chiamati  Freaks.

Prima di arrivare a Kathmandu tutto ciò che sapevo erano queste storie dagli anni ’60-‘70, potendomi facilmente rispecchiare nei loro racconti, ho cominciato anche io a muovermi via terra, in autostop.

E dopo cinque anni di viaggio e di vita nei paesi dell’Est Africa, Medio Oriente, Balcani, Caucaso, Europa e Asia – sono arrivata in Nepal, dove, come è successo a molti altri negli anni dei fiori, mi sono sentita a casa e presto stabilita in un pacifico villaggio tra le cime dell’Himalaya.

Di recente mi sono trovata seduta di fronte a un piatto di momo (ravioli tibetani) lungo Freak Street, in compagnia di un nostalgico, stravagante pensionato veneto.

“Trent’anni fa questa strada era piena di giovani barbuti!” sbraitava, “eravamo contemplatori di esistenza, peregrinavamo filosofeggiando dall’Eden café allo Snow Man con una tazza di chai in una mano e una canna nell’altra. Nessun comportamento assurdo o stravagante poteva sorprendere la gente in questa strada, ci sentivamo liberi di essere”.

“Senza tutti questi voli a basso costo, gli unici giovani che riuscivano arrivare fin qui erano quelli con l’audacia di passare attraverso la Turchia, il Kurdistan, l’Iran, l’Afghanistan, il Baluchistan, il Pakistan, e cosi via… Li vedi ora questi turisti? Indossano i pantaloni più tecnologici per l’escursione più tecnologica, perdiana!”

Ad intervalli interrompevamo il discorso per un morso ai momo ormai intiepiditi. Annuivo al sapiente meditato, e con la mente indaffarata cercavo parole.

“Il teletrasporto esiste già!” continuava l’Italiano bofonchiante, “possiamo attraversare l’intero globo in una giornata. Tutti si intrattengono con grandi parlate di modernizzazione e sviluppo, ma a me pare che lo sviluppo ci stia arrivando al collo.”

Riconosco ciò di cui parlava, con il quietarsi della situazione maoista il Nepal sta diventando una rinomata destinazione turistica, con tutti i cambiamenti che ne implica.

In Freak Street, i negozi di marijuana sono stati sostituiti da internet point e ordinari ristoranti e il principale centro turistico si è spostato all’area di Thamel. Soprannominata “il lunapark per turisti”, è una zona costruita appositamente per questa nuova ondata di stranieri. Con hotel costosi, pubblicità, ristoranti di lusso, musica dal vivo e stuzzicante vita notturna.

Ma lo spirito dei primi viaggiatori venuti via terra non è morto.

Viaggiando nel nuovo millennio ho incontrato incredibili giramondo di ogni età e sfondo culturale, che hanno intrapreso i viaggi più spettacolari e stimolanti.
Seimila miglia di deserti, alte montagne e strade sterrate, in auto, motocicletta, bici, a piedi, in autostop, su asini, in deltaplano o anche in monociclo.

La loro testimonianza mi ispira e incoraggia a sognare più forte e più grande, a mettere i sogni in vita attraverso scelte e averne fiducia.

Queste vecchie anime seguono un sentiero più semplice, preferendo il viaggio coi piedi al suolo e la mente al cielo. Lasciando che lo spazio li muova organicamente e il tempo passi a sé con naturalezza come concezione.

Di tanto in tanto incontro viaggiatori che dopo aver attraversato l’hippy trail (il tragitto in direzione dell’India negli anni ‘60), fino a Kathmandu, non lasciarono più il Paese.

Il make-up di Freak Street e Kathmandu si sta commercializzando, ma lo spirito dei ‘primi turisti’ in Nepal continua a vivere luccicante, lo si può ripescare negli ostelli meno costosi di Freak Street, nelle note di musica rock versate dalle finestre della città, e in quelli che continuano a versarle.



57 Responses to “Kathmandu, ultima fermata dell’hippy trail”

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