Caro Erik, mi pare che tu metta a fuoco diversi problemi centrali della questione migratoria. Vanno senz’altro considerati i punti di vista di coloro che emigrano – e non solo delle persone che li “accolgono”, o che dovrebbero farlo. Tuttavia, credo sia importante aggiungere un elemento alla questione trattata – che personalmente ritengo imprescindibile, ovvero sia l’integrazione. Se gli immigrati non hanno come fine ultimo quello di integrarsi nella società che li “ospita”, la convivenza non potrà essere né facile, né pacifica – a prescindere dalla causa che li muove. Integrarsi può avere diversi significati, ma ritengo che il modello inglese offra un ottimo esempio d’integrazione, notevolmente migliore rispetto a quello francese – a mio sommesso avviso. Innanzitutto, in Gran Bretagna sono riconosciute le peculiarità etnico-culturali e vengono promosse l’autonomia ed il decentramento. In Francia regna ancora, nonostante tutto, l’universalismo: c’è l’assurda pretesa che gli immigrati di qualsiasi razza e cultura debbano necessariamente diventare francesi, dei veri e propri “enfants de la patrie” – e che dunque non possano continuare a mantenere viva la loro identità. Nel Regno Unito gli immigrati hanno la facoltà di rimanere ciò che erano nel loro paese di provenienza, a patto che rispettino le leggi e la sovranità di Sua Maestà. In Italia, invece, manca una politica seria, che miri all’integrazione. Non si capisce se si voglia “italianizzare” gli immigrati (spererei per loro di no) o se ci si aspetti da loro un mero rispetto delle regole, pur consentendo loro di mantenere quelli che sono gli usi, i costumi, le tradizioni e la religione del loro paese di origine. E’ un punto chiave quello dell’integrazione, poiché se manca, la società rischia di percepire l’immigrato come il “diverso”, lo “straniero”, l’elemento avulso – dal quale è meglio mantenere le distanze e non fidarsi. Se estremizzati, questi atteggiamenti conducono al razzismo ed alla xenofobia – che minano le basi della convivenza civile. Le prime vittime del razzismo e della paura del “diverso in quanto tale” sono proprio gli immigrati regolari ed onesti, di cui la nostra società ha un disperato bisogno, per ragioni di ordine economico e naturale: gli immigrati si adattano a fare i lavori più umili e sottopagati e – cosa ancor più importante – procreano, noi italiani tendiamo a fare sempre meno sia l’una che l’altra cosa. E’ superfluo ricordare che un paese che non fa figli e che ha un saldo naturale come il nostro non può che essere destinato al lento ed inesorabile declino, che nel lungo periodo può portare all’estinzione – a meno che non vi sia una solida e crescente presenza di immigrati, che nel frattempo diventano cittadini italiani e mettono al mondo bambini italiani. L’immigrazione è un fenomeno che si può e si deve controllare, anche in ragione delle reali possibilità che un paese ha di integrare e favorire l’occupazione dei migranti. Rimuovere le panchine dai parchi non è – a mio parere – la via più celere, né tanto meno la più saggia per favorire l’integrazione. E’ forse la via maestra per alimentare ciò di cui il nostro paese non ha affatto bisogno, ovvero sia l’intolleranza ed il pregiudizio: è riprovevole pensare che quattro rumeni abbiano stuprato una ragazza, dopo aver immobilizzato il suo fidanzato; ma è altrettanto folle ritenere che per questa ragione, tutti i rumeni siano sic et simpliciter dei pericolosi criminali – e nello specifico stupratori. E se posso concludere, trovo altrettanto intollerabile che quella stessa violenza sia stata subita – in altre circostanze – da una ragazza italiana, ad opera di un nostro connazionale. Per quanto mi riguarda, il passaporto dello stupratore non fa alcuna differenza.
quando hai letto questo articolo, quello ad esso complementare (Immigrazione: alcune proposte) non era ancora stato pubblicato per ragioni tecnico-organizzative. Se avrai il tempo e la voglia di leggerlo ti renderai conto di come le tue parole abbiano provveduto a confermarne e svilupparne il contenuto. Nell’altro articolo mi sono infatti sforzato di sottolineare quanto sia necessario abbandonare le demagogie per promuovere l’integrazione. La tua comparazione dei due diversi modelli può suggerire una preferenza per l’uno o per l’altro, ma dimostra soprattutto come gli altri grandi paesi europei si siano quantomeno attivati. A differenza di un’Italia che ancora una volta si dimostra impreparata.
Caro Erik, mi pare che tu metta a fuoco diversi problemi centrali della questione migratoria. Vanno senz’altro considerati i punti di vista di coloro che emigrano – e non solo delle persone che li “accolgono”, o che dovrebbero farlo. Tuttavia, credo sia importante aggiungere un elemento alla questione trattata – che personalmente ritengo imprescindibile, ovvero sia l’integrazione. Se gli immigrati non hanno come fine ultimo quello di integrarsi nella società che li “ospita”, la convivenza non potrà essere né facile, né pacifica – a prescindere dalla causa che li muove. Integrarsi può avere diversi significati, ma ritengo che il modello inglese offra un ottimo esempio d’integrazione, notevolmente migliore rispetto a quello francese – a mio sommesso avviso. Innanzitutto, in Gran Bretagna sono riconosciute le peculiarità etnico-culturali e vengono promosse l’autonomia ed il decentramento. In Francia regna ancora, nonostante tutto, l’universalismo: c’è l’assurda pretesa che gli immigrati di qualsiasi razza e cultura debbano necessariamente diventare francesi, dei veri e propri “enfants de la patrie” – e che dunque non possano continuare a mantenere viva la loro identità. Nel Regno Unito gli immigrati hanno la facoltà di rimanere ciò che erano nel loro paese di provenienza, a patto che rispettino le leggi e la sovranità di Sua Maestà. In Italia, invece, manca una politica seria, che miri all’integrazione. Non si capisce se si voglia “italianizzare” gli immigrati (spererei per loro di no) o se ci si aspetti da loro un mero rispetto delle regole, pur consentendo loro di mantenere quelli che sono gli usi, i costumi, le tradizioni e la religione del loro paese di origine. E’ un punto chiave quello dell’integrazione, poiché se manca, la società rischia di percepire l’immigrato come il “diverso”, lo “straniero”, l’elemento avulso – dal quale è meglio mantenere le distanze e non fidarsi. Se estremizzati, questi atteggiamenti conducono al razzismo ed alla xenofobia – che minano le basi della convivenza civile. Le prime vittime del razzismo e della paura del “diverso in quanto tale” sono proprio gli immigrati regolari ed onesti, di cui la nostra società ha un disperato bisogno, per ragioni di ordine economico e naturale: gli immigrati si adattano a fare i lavori più umili e sottopagati e – cosa ancor più importante – procreano, noi italiani tendiamo a fare sempre meno sia l’una che l’altra cosa. E’ superfluo ricordare che un paese che non fa figli e che ha un saldo naturale come il nostro non può che essere destinato al lento ed inesorabile declino, che nel lungo periodo può portare all’estinzione – a meno che non vi sia una solida e crescente presenza di immigrati, che nel frattempo diventano cittadini italiani e mettono al mondo bambini italiani. L’immigrazione è un fenomeno che si può e si deve controllare, anche in ragione delle reali possibilità che un paese ha di integrare e favorire l’occupazione dei migranti. Rimuovere le panchine dai parchi non è – a mio parere – la via più celere, né tanto meno la più saggia per favorire l’integrazione. E’ forse la via maestra per alimentare ciò di cui il nostro paese non ha affatto bisogno, ovvero sia l’intolleranza ed il pregiudizio: è riprovevole pensare che quattro rumeni abbiano stuprato una ragazza, dopo aver immobilizzato il suo fidanzato; ma è altrettanto folle ritenere che per questa ragione, tutti i rumeni siano sic et simpliciter dei pericolosi criminali – e nello specifico stupratori. E se posso concludere, trovo altrettanto intollerabile che quella stessa violenza sia stata subita – in altre circostanze – da una ragazza italiana, ad opera di un nostro connazionale. Per quanto mi riguarda, il passaporto dello stupratore non fa alcuna differenza.
Caro Roberto,
quando hai letto questo articolo, quello ad esso complementare (Immigrazione: alcune proposte) non era ancora stato pubblicato per ragioni tecnico-organizzative. Se avrai il tempo e la voglia di leggerlo ti renderai conto di come le tue parole abbiano provveduto a confermarne e svilupparne il contenuto. Nell’altro articolo mi sono infatti sforzato di sottolineare quanto sia necessario abbandonare le demagogie per promuovere l’integrazione. La tua comparazione dei due diversi modelli può suggerire una preferenza per l’uno o per l’altro, ma dimostra soprattutto come gli altri grandi paesi europei si siano quantomeno attivati. A differenza di un’Italia che ancora una volta si dimostra impreparata.
Grazie Roberto.
E.B.