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(Italiano) Semel in anno licet insanire

21 February 2009
Published in Opinioni
by Valentina Jaen Malmsheimer

Sorry, this article is only available in Italiano.

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5 Responses to “(Italiano) Semel in anno licet insanire”

  1. Mi trovo in disaccordo con la tesi dell’articolo, e mi sembrava interessante iniziare un dibattito con la seguente citazione ripresa dall’introduzione a “The Economic Decline of Empires”, scritta da Carlo M. Cipolla [http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Maria_Cipolla].

    “There is nothing inherently wrong with the growth of consumption. From an economic point of view, it could be maintained that under certain conditions, higher consumption might create better opportunities and stimulate production. On a broader level, it can be maintained that by devoting additional wealth to the welfare of its constituents, a society fulfils the ethical concept that the dignity of human personality is all that eventually matters.
    Of course, perversions and excesses are bound to occur. As a counterpart to the tendency of those who would like to chain a population to primitive standards of living for the sake of a privileged group or of some remote ideal, there is a natural tendency in any population to move towards excesses and to strive for abnormal sensations and unnatural experiences once elementary needs are satisfied.
    [...] In mature empires, extravagances of fashion and licence are bound to develop. Again, the process germinates in upper circles, but in the course of time, extravagances creep down into the lower strata of population, acquiring in the process distinct overtones of vulgarity. I am not mentioning these facts for their ethical significance. I quote them merely to emphasize that while there is a minimum of human needs below which life is impossible, there is practically no upper limit to human desires. Instinctively and irresistibly people strive towards greater consumption, incessantly creating needs, no matter how artificial, desultory, or even pernicious, as soon as the old needs are satisfied.”

    Cosa voglio dire con tutto questo? Voglio dire che non mi sembra grave che il carnevale tradizionalmente religioso venga mano a mano abbandonato: significa solo che popoli che una volta crepavano di fame (e.g.: Brasile e Italia) stanno lentamente migliorando i propri “standards of living”. Cosa c’e’ di sbagliato?

  2. Valentina JM says:

    Non v’è nulla di sbagliato, caro Giacomo. Si tratta solo di ricordare le origini delle tradizioni, perchè c’è gente che ancora crede vivamente in Dio e le festività le vive da Cristiano in primo luogo.
    Inoltre vorrei sottolinerare che il tuo stesso articolo citato è scritto in condizionale: “higher consumption might create better opportunities and stimulate production”. Might create, ma lo fa sempre? E’ giusto pensare che il carnevale sia il simbolo dei miglioramento dello standard di vita?
    In Brasile si muore tutt’ora di fame e posso assicurarti che nei paesi “in via di sviluppo” ma pur sempre molto poveri, spesso le famiglie spendono molti soldi per le festività e poi arrivano a indebitarsi per comprarsi una casa e da mangiare. Pare assurdo ma è così.
    “there is practically no upper limit to human desires” e su questo siamo d’accordo. Non voglio certo criticare chi non crede e tantomeno cancellerei le festività, noi tutti amiamo far festa.Credo solo che in tempi di “crisi” come quelli che stiamo vivendo oggi, sia di dovere “ridimensionare” gli eventi, proprio perchè quando l’Italia moriva di fame nel dopo guerra, certe tradizioni aiutavano a riflettere. Se in questi giorni di quaresima noi tutti facessimo dei sacrifici, potremmo arrivare ad una pasqua migliore anzichè festeggiare e poi dimenticare tutto,andando avanti come se nulla fosse accaduto. Le feste sono divenute l’oppio del popolo, credo sia doveroso ricordarsi a volte che prima erano pregne di significato. Proprio oggi leggo sul quatidiano panamense di sprechi assurdi per il carnevale: 5.000 000, 00 dollari dello stato per il carnevale e si negano poi gli aumenti salariali ai lavoratori, agli insegnanti, il risanamento della viabilita´necessaria ecc…. Un carnevale grandioso per far credere che tutto vada bene, per far tacere il popolo. Poi vienimi a dire che “There is nothing inherently wrong with the growth of consumption”. Per chi vive in una situazione agiata forse no, ma per tutti gli altri?
    “From an economic point of view” certo la globalizzazione e l’avanzamento del consumismo avrà apportato benefici ma ora che l’economia non gira, sarebbe il caso di concigliare la grande necessità di “evadere e divertirsi” con le necessità del proprio paese.

  3. Marlene says:

    Cara Valentina, il tuo “articolo” mi ha davvero fatto rabrividire, mentre mi trovo d’accorso su ogni punto scritto da Giacomo.

    Benchè il luogo o comune o semplici ricerche su Google suggeriscano una matrice cristiana al carnevale brasiliano, in particolare quello di Rio, la realtà è ben diversa, Valentina.
    La tradizione cristiana infatti ha ben poco a che spartire con questa celebrazione, che è nata si sulle tracce di festività cattoliche intorno alla quaresima, per “salutare i piaceri della carne” ma che in verità si è imposta per quello che è grazie agli schiavi africani importati dai portoghesi. A costoro infatti era negata ogni forma di celebrazione religiosa dei loro credo, pena la morte, dunque, di necessità virtute, istituirono questa “festa” colorata e variopinta in modo da aggirare il divieto e festaggiare liberamente i loro credo NON cristiani.
    Inoltre, differente in ogni regione del Brasile, il carnevale unisce il paese dall’estremo nord amazzonico alle pampas del sud, ma è a Rio de Janeiro che assume un’importanza vitale, specie per la popolazione più povera. L’allestimento dei carri, la preparazione degli spettacoli e dei costumi, la partecipazione dei figuranti alle sfilate generano circa 500.000 occasioni di lavoro temporaneo, con un giro di affari che sfiora i 250 milioni di dollari l’anno, e che permette di lavorare a chiunque, anche e soprattutto a coloro che vivono nelle favelas e difficilmente trovano lavoro altrove.
    Gli artigiani lavorano con il tempo contato per realizzare le loro creazioni, che faranno parte delle scenografie dei carri, e le sarte impiegano molti mesi per preparare i costumi dei ballerini che saranno ammirati per mezz’ora nel Sambodromo.
    E poi cosa vuol dire “tramandare le tradizioni nella forma più corretta”?? In antropologia la tradizione è l’insieme degli usi e costumi, e dei valori collegati che ogni generazione, dopo aver appreso, conservato, modificato dalla precedente, trasmette alle generazioni successive.

    Non commento infine la parte finale del tuo “articolo”, se così può essere classificato, dove descrivi come ingiustificata l’attuale spaccatura tra società e clero. Ti sei forse bevuta il cervello? Davvero, non commento.

    Spero che non tutti coloro che firmano articoli sul Tamarindo siano liberi di scrivere qualsiasi sciocchezza senza nessun valido fondamento…….

  4. <>

    E che male c’e’ a indebitarsi? In Italia le regioni i cui cittadini si indebitano di piu’ sono quelle del nord, eppure le stesse sono anche quelle che se la cavano meglio, almeno dal punto di vista economico.

    <>

    Non vorrei sembrare intollerante o poco rispettoso: sono agnostico, ma penso che ognuno abbia piu’ che diritto a esprimere i propri sentimenti religiosi come piu’ gli aggrada. Detto questo, spendere (ovvero, far girare l’economia) aiuta sicuramente di piu’ a superare la crisi che starsene chiusi a pensare.

    <>

    Forse sono io che sono un inguaribile scettico, ma faccio sempre fatica a credere ai miti del passato “dell’eta’ d’oro” in cui tutti erano bravi e buoni. Soprattutto per quanto riguarda le tradizioni carnevalesche, che come ha fatto notare Marlene risalgono a ben prima dell’avvento del cristianesimo (come fra l’altro testimonia, senza voler andare troppo lontano, la satura latina).
    Insomma, ho i miei dubbi che gli strati VERAMENTE poveri della popolazione avessero il tempo e la voglia (or, for that matter, the capacities) di stare li’ a meditare sul significato religioso della festa. Seguire le tradizioni ripetendole a mo’ di “copia-incolla” e’ un conto, ma da braccianti analfabeti piu’ di qualche scarno e rozzo ragionamento non lo si fa. Non pensarci per non pensarci, e’ meglio farlo a stomaco pieno che a stomaco vuoto.

  5. Chiedo scusa, devo aver fatto qualche danno con i quote. Comunque i pezzi citati erano i seguenti, nell\’ordine:

    - In Brasile si muore tutt’ora di fame e posso assicurarti che nei paesi “in via di sviluppo” ma pur sempre molto poveri, spesso le famiglie spendono molti soldi per le festività e poi arrivano a indebitarsi per comprarsi una casa e da mangiare. Pare assurdo ma è così.

    - Credo solo che in tempi di “crisi” come quelli che stiamo vivendo oggi, sia di dovere “ridimensionare” gli eventi, proprio perchè quando l’Italia moriva di fame nel dopo guerra, certe tradizioni aiutavano a riflettere.

    - Le feste sono divenute l’oppio del popolo, credo sia doveroso ricordarsi a volte che prima erano pregne di significato.

    Inoltre volevo aggiungere che, da agnostico, appunto, io festeggio tanto il Carnevale quanto la Pasqua quanto il Natale. Non per il loro significato religioso, ovviamente, ma perche\’ trovo che siano semplicemente dei bei momenti per ritrovarsi con le persone a cui si tiene, mangiare, bere, divertirsi e stare assieme. Perche\’ non dovrebbe essere questo, il \’significato\’ di queste feste?

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