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(Italiano) Come uno stupro

23 February 2009
Published in Attualità, Fiori
by Vincenzo Ruocco

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7 Responses to “(Italiano) Come uno stupro”

  1. edo says:

    Seguo la vicenda nigeriana da molto tempo su un sito di amici e mi sento un “solitario” provo quindi molto piacere a leggere articoli come il tuo

  2. Vincenzo Ruocco says:

    bene Edo mi fa piacere, sicuramente sarai più informato di me a riguardo. Perché non continuare l’articolo insieme attraverso questo spazio dei commenti? Manteniamo viva la discussione, approfondiamo, confrontiamoci con tutti gli interessati al tema in essere. Ogni pezzo non è mai fine a sé stesso.

    V

  3. Rocco says:

    giusto per ravvivare la discussione che auspichi in questa tua ultima nota ti diro’ che la metafora dello stupro non mi convince.
    Lo stupro e’ un atto di violenza di una parte forte e colpevole contro una vittima indifesa.
    Nel tuo articolo sembri ripresentare il vecchio schema dell’uomo bianco cattivo e onnipotente e dell’uomo nero vittima indifesa. Sembra quasi che i festosi avventori dei ristoranti occidentali siano piu’ colpevoli dei ribelli del MEND o dei governi nigeriani.
    L’ho sempre trovata una visione semplicistica, paternalista, parziale e pure un po razzista.
    Non nego la pesante eredita del colonialismo ne colpe delle multinazionali occidentali ne tanto meno l’inconsapevole connivenza di noi ricchi consumatori ma non credo che queste colpe possano avere l’effetto di far dimenticare che la principale responsabilita’ della stiuazione nigeriana e’ dei nigeriani stessi o per meglio dire della classe dirigente (se cosi si puo definire) che ha governato la nigeria fino ad oggi (ribelli compresi).

  4. Vincenzo Ruocco says:

    Non credo di aver dimenticato di menzionare la complicità dei governi locali, complicità stretta necessariamente con i governi stranieri. Premesso ciò, davvero non riesci a scorgere indifese vittime?
    L’uomo bianco, caro Rocco, ha tutte le colpe della storia, anche di quella storia che si preferisce considerare minore. Esiste una qualità che manca all’uomo bianco, la capacità di fare autocritica.
    Visione semplicistica e razzista? Non penso. I ribelli del MEND quali alternative hanno se non impugnare le armi?

    V

  5. Nina says:

    Mi permetto di intromettermi nella discussione, spezzando una lancia in favore di ciò che ha scritto Rocco. Non che non sia in parte d’accordo con quello che tu dici, Vincenzo, ma anch’io vedo del paternalismo nella sequela di mea culpa che l’uomo bianco, se così vogliamo definirlo, rivolge senza sosta a commento di un mondo che ha deturpato.
    Parlavo, recentemente, con un amico iraniano che stimo immensamente, ed entrambi ci trovavamo d’accordo nel credere che tutto questo addossarsi le colpe non sia altro che un altro modo per sottolineare la propria importanza. L’uomo bianco prima colonizzava, ora si sente in colpa – a volte sente in sè il potere salvifico spegnendo una lampadina – e sa che gran parte delle brutture del mondo le ha causate lui. Si mette ancora una volta sotto i riflettori, unico protagonista in scena, e, ammettendo tutte le proprie colpe, nuovamente dimentica l’Altro, la sua diversità, i suoi diritti e, con essi, le sue responsabilità. Ogni catastrofe, e ogni possibilità di soluzione, risiede in lui. Il resto della terra appare all’uomo bianco come “specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali”, per citare una meravigliosa Virginia Woolf.
    Ora, è ovvio che dicendo questo non si smetta di riconoscere la dimesione di vittima nei piccoli singoli che subiscono gli effetti di queste scelte, di queste azioni. E mi pare che neppure Rocco mancasse di riguardo alle vere vittime. Al solito, le vere vittime non hanno un volto, non hanno un nome, non hanno storia: ne vengono, invece, risucchiati, al contrario dei potenti – qualsiasi sia il loro colore, la loro religione o la loro nazionalità – che almeno l’onore del ricordo, anche se negativo, lo ricevono sempre.

  6. Vincenzo Ruocco says:

    Certo Nina, capisco quello che dici ma la storia che racconti non è la mia storia. Credimi, sono sincero quando punto l’indice verso l’uomo bianco. Nel mio intervento testuale non c’è ipocrisia recondita o egocentrismo camuffato da finta umiltà.
    Mi spiace che abbiate frainteso il senso del mio articolo, detto questo, non vi rimane altro che fidarvi della mia buona fede.

    V

  7. Nina says:

    Caro Vincenzo, innanzitutto un chiarimento: non ho mai voluto sfiorare, col mio interevento, te personalmente, nè la tua storia, nè supporre dalle parole che avevi scritto che cosa tu pensassi, chi fossi o in cosa credessi. Forse non ho frainteso il tuo articolo, forse – e secondo me è un complimento – l’ho preso come spunto per una riflessione che è andata oltre, perchè le tue parole, unite a quelle di Rocco, sollevavano, secondo me, un aspetto della faccenda generalmente poco preso in considerazione e tuttavia, dal mio punto di vista, estremamente importante.
    Precedentemente – e me ne scuso – non ti ho fatto i complimenti per ciò che hai scritto. Te li faccio ora. E non è una questione di captatio bevenevolentiae, te lo assicuro. Concordo davvero su molti punti che hai toccato e, per ciò che concerne il caso specifico, mi hai dato informazioni di cui prima non ero a conoscenza e perciò ti ringrazio.
    Il mio discorso, quando ieri mi sono aggiunta a questa discussione, alla serie di commenti al tuo pezzo, è probabilmente un discorso generale, che avrebbe potuto sorgere da molti altri interventi. Il fatto che io abbia scritto ciò che ho scritto qui e allora dipende unicamente dallo spessore che intravedevo dapprincipio nel tuo articolo e poi nello scambio tra te e Rocco.

    Torno allora a ciò che avevo scritto ieri e che, ripeto, non vuole e non può toccare in alcun modo te, il tuo pensiero, la tua storia e la tua persona. E’ uno spunto di riflessione in più, che si aggiunge alla già profonda analisi intrapresa su questa pagina: non credo che dietro alle tue parole si nasconda ipocrisia o egocentrismo; voglio solo sottolineare che dietro a ogni discorso di questo genere – il riconoscimento delle proprie colpe in quanto esponente del genere “uomo bianco” – spesso si malcela, in generale, un errore di fondo, che è la dimenticanza dell’Altro. Laddove si noti la responsabilità dell’uomo bianco – che ormai sembra sia diventata in questa discussione una figura archetipica – spesso esso viene denotato come la causa, la malattia e la cura. Io credo che questo sia sbagliato, perchè pone ancora una volta l’accento sulla sua importanza, tralasciando altre figure di potere coinvolte nei processi di cui stiamo parlando. Questa dimenticanza, oltre che secondo me sbagliata, è anche irrispettosa e tracotante, e segna la continuità tra una filosofia ottocentesca e coloniale e l’oggi.

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