Trenta giorni in Giordania

Pensavo avrebbe fatto molto più caldo in Giordania a luglio. La maggior parte del mio soggiorno si è svolta nella capitale Amman che, come Roma, si erge su sette colli. Insieme a Beirut, Amman è una delle città più occidentalizzate del mondo arabo, e in questo si differenzia da tutto il resto della Giordania, molto più tradizionalista. Amman risulta inoltre essere una delle città più costose del Medio Oriente. Il cambio con l’euro è pressocché paritetico:  1 Euro = 0.9 JD, Jordanian Dinar.

In Giordania coesistono diversi gruppi etnici e religiosi. La componente maggioritaria è quella islamica, gran parte della popolazione ha origini palestinesi e molti sono i campi di rifugiati. Una delle particolarità di questo paese è che la comunità cristiana è presente qui in percentuale maggiore rispetto ad altri paesi del Medio Oriente. Firas, amico giordano, mi spiega che in Giordania il senso di appartenenza a una determinata comunità (sia essa islamica, palestinese o cristiana) ha da sempre costituito un ostacolo all’unità del paese, essendo la prima causa di corruzione: come avveniva nell’America dei primi del ‘900 tra gli immigrati italiani o irlandesi, la solidarietà tra gruppi di persone accomunate da un’etnia o da una religione si è spesso trasformata in favoritismi scambiati tra persone appartenenti allo stesso gruppo e successivamente tra gruppi diversi, bloccando così l’intero apparato statale. Per iniziare a combattere la corruzione dall’interno del Paese, in tempi recenti il governo ha avviato diverse iniziative al fine di promuovere lo sviluppo di un senso di appartenenza “giordano”, concetto unitario col quale si dovrebbe superare la frammentarietà delle comunità religiose ed etniche che divide il paese.

Ritornando alla Capitale, Amman è una città molto pulita e notevolmente meno caotica di altre metropoli mediorientali. Il costo della vita è alto, e anche qui, come in tutti i paesi del Medio Oriente, la divisione tra ceti sociali è marcata. Fatto curioso, che non mi è mai capitato di notare in altre realtà mediorientali, è l’altissimo numero di domestici e di lavoratori generici (soprattutto in abitazioni e ristoranti) di provenienza asiatica, frequentemente di origine filippina. È un fenomeno che ha preso piede negli ultimi anni: in precedenza infatti la maggior parte dei lavoratori del terzo settore proveniva dall’Egitto.

La città si snoda su sette rotonde (circles). Partendo da downtown, più caotica rispetto al resto della città e tipicamente araba, con mercanti ad ogni angolo pronti a vendere sabbia nel deserto, troviamo il primo circle, area di Rainbow Street: tranquilla e piacevole, con piccoli negozi, mercatini caratteristici e bar su tutta la via.  Man mano che ci si sposta in direzione del palazzo reale, ci si addentra nell’area più residenziale fino a raggiungere l’ultimo circle.

Nonostante la Giordania sia un paese relativamente piccolo, molto c’è da vedere con gli occhi del viaggiatore: costellata di antiche rovine romane, offre la possibilità di gite suggestive verso mete perse nella notte dei tempi, come Petra e i suoi tesori, o l’antica città romana di Jerash, dove si crede che Gesù abbia compiuto il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino.  Merita inoltre un’escursione il deserto di Wadi Ram, situato vicino ad Aqaba, sul Mar Rosso (a nord ovest di Amman) che offre paesaggi mozzafiato, specialmente all’alba e al tramonto, e notti di luna con cieli stellati che sembrano disegnati, da quanto appaiono surreali.

Il viaggiatore non lasci la Giordania prima di aver saggiato il Mar Morto, dalle cui coste è possibile vedere le luci di Gerusalemme. Il bagno nel Mar Morto, cosi chiamato per l’altissima concentrazione di sale che impedisce l’esistenza di qualunque forma di vita acquatica, è un’esperienza da provare almeno una volta nella vita: non è possibile nuotarvi, si entra in acqua e subito si galleggia, chi prova a immergersi viene sistematicamente spinto in superficie. È bene prestare molta attenzione a non far entrare l’acqua a contatto con gli occhi: il troppo sale provoca forti bruciori, ed è importante sciacquare la pelle all’uscita dall’acqua per evitare bruciature generate dal connubio sale-sole. Tuttavia, nonostante queste piccole insidie, le spiagge del Mar Morto offrono la possibilità di coprirsi di fanghi naturali terapeutici per la pelle, le cui doti l’hanno reso ricercato oggetto di commercio in tutto il mondo.

La Giordania è retta dalla monarchia; la famiglia reale è molto amata e rispettata dal popolo. Il re, Abd Allah, si sta fortemente concentrando sulle politiche internazionali e sullo sviluppo del paese; la regina consorte Rania, squisita first lady, si impegna nel sociale e nel campo dell’educazione, ed è a tutti nota come carismatica figura di rappresentanza giordana all’estero. Tuttavia, come raccontano Firas e i suoi amici giordani, sembra difficile che l’affetto del popolo giordano per i propri odierni sovrani possa eguagliare quello per il compianto re Hussein. Non sarà certo facile, infatti, per Abd Allah, superare le stimatissime qualità diplomatiche del padre, che l’hanno reso così caro al suo popolo e così rispettato all’estero.

Riflessioni sul sistema cultura italiano

L’Italia, come recita lo spot del ministero del turismo, è la terra della cultura e dell’arte. Un patrimonio sterminato di opere letterarie, filosofiche, storiche e artistiche è la prima e principale risorsa di un territorio di per sé carente di materie prime e di capacità imprenditoriali. Eppure è anche il paese in cui occuparsi di cultura risulta più difficile, triviale passatempo ostacolato dal sentire comune mass-mediatico e dall’agire politico-amministrativo.

Non voglio cadere qui in banalità e chiacchiere da bar, ma mi limito solo aggiungere a questo triste panorama la mia esperienza e l’indignazione emersa dallo scambio di opinioni e racconti con miei coetanei o consimili che navigano nelle stesse infide acque.

Iniziamo da un sistema scolastico che, a dispetto del continuo parlare di riforme, è potenzialmente uno dei migliori del mondo in quanto a capacità di formazione. Mancano le risorse per migliorarne le strutture e per motivare i docenti, ai quali dovrebbe essere riconosciuto, in termini economici e di prestigio sociale, il loro delicatissimo compito di fondare la nostra futura società. Figlia di due ex-professori per passione diventati presidi, dai racconti che sento in casa da sempre credo di poter dire che manca soprattutto il rispetto e qualcosa che, suona male, lo so, possa chiamarsi disciplina. Si è progressivamente scivolati verso l’idea che la scuola debba essere divertente, che occorra rincorrere sul piano educativo altri mezzi di comunicazione, che sia tutto da “svecchiare”. Si è scivolati verso l’idea – nei suoi termini generali assolutamente sacrosanta – che si debba anzitutto recuperare chi rimane indietro, il che ha portato negli anni a dimenticare e spesso a frustrare chi per propria indole manifestasse interesse per l’approfondimento. Soprattutto, si è scivolati verso un lassismo, un garantismo e un giustificazionismo che permette ai genitori di arrogarsi il diritto di sindacare sui metodi educativi e sui contenuti inculcati a quegli eterni bambini che costituiscono la loro prole. Prole cui insegnano che se il professore ti mette un quattro, è perchè lui non comprende le esigenze della tua crescita, non perché tu avresti potuto studiare di più. Genitori che corrono a spada tratta per far cambiare i rampolli di sezione, di indirizzo, di scuola o per far spostare il professore “incapace”, “crudele”, “inumano”. Non voglio difendere tutta una categoria che spesso a sua volta, per frustrazione o disincanto, non riesce a trasfondere passione nel proprio lavoro. Si comprende però anche come risulti faticoso insegnare, se si vede il proprio ruolo di docente continuamente discusso.

Il viaggio continua nell’università “a punti”. Tre anni a rincorrere cfu e moduli, a cucire piani di studio con la dovizia di un ragioniere e senza il benché minimo anelito umanistico. Tre anni soprattutto, per chi volesse laurearsi senza un semestre fuori corso, a spron battuto dando anche sette, otto, nove esami per sessione. Sacrificando qualsivoglia velleità di approfondimento e sentendosi per lo più repressi per aver scelto magari una facoltà seguendo la proprie passioni, a scapito di una professionalizzante. Per poi fare l’amara scoperta che uscendo di lì non solo non si avrà un mestiere, ma neanche una cultura. Tre anni, tra l’altro, in cui si è incontrata per lo più disorganizzazione generalizzata: nessuna informazione, nessun supporto, tutor latitanti o ignoranti, professori stressati in studi sovraffollati e scrivanie in multiproprietà. Per non parlare di biblioteche strapiene, con centinaia di volumi scomparsi e testi d’esame irreperibili. Un’agonia.

Che si sperava potesse essere finita nei due anni di specialistica. Mai speranza peggio riposta. La specialistica si rivela ben presto più generica della triennale, o per lo meno una mera riproposizione dello stesso trito per altri due anni – addirittura a volte con gli stessi manuali da studiare, alla faccia della specializzazione! Si arriva al traguardo della stesura della tesi con l’impressione di essere diventati un automa, un mostro abilissimo a fotocopiare testi, impararli a memoria, ripeterli e dimenticarli nel minor tempo possibile. E assolutamente incapace di analisi critica o di qualsivoglia multidisciplinarietà. Mi sentivo sinceramente molto più colta uscendo dal liceo che dopo cinque anni a 29-30-110 e lodi varie.

Ma il peggio, come si sa, non muore mai. Decido caparbiamente che finché il vento soffia, tanto vale assecondarlo. Inizio un dottorato. Almeno qui, mi dico, imparerò qualcosa di metodologico e non solo nozionistico. Mi ha detto bene, vinco un posto con borsa al primo tentativo. Ma la maggior parte delle persone che conosco hanno provato un numero x di concorsi per rimediare un posto magari gratis o addirittura pagando delle tasse universitarie e magari dall’altro capo della penisola. I posti sono pochi e i finanziamenti ancor meno, chi vuol continuare deve essere disposto a sacrificare la stabilità per passione accademica. Le risorse, soprattutto, sono minime. La borsa del ministero, senza ambizioni di risparmio, consente un’esistenza dignitosa, ma come quasi tutto ciò che concerne la remunerazione del lavoro intellettuale, è ben al di sotto delle medie europee. Potenzialmente fantastica, la vita del dottorando dipende molto dalla buona volontà dei professori che organizzano i corsi, sfruttando in primo luogo i contatti personali per fornire un alto livello di lezioni seminariali, il tutto sempre a costi forfettari. Laddove mancasse tale buona volontà, il dottorato si riduce ad un insieme scomposto e casuale di lezioni, disorganiche anche rispetto ai progetti di ricerca sviluppati dai dottorandi. Progetti di ricerca che per lo più incontrano ostacoli di ogni tipo: tutor assegnati a metà percorso, relazioni di avanzamento accatastate e mai prese in considerazione, tutti che mettono bocca e nessuno che aiuta. Ci si sente dire spesso: “lei sembra saper lavorare anche da sola, continui pure così”. Per non parlare della diffusa frustrazione di qualsiasi progetto de-provincializzante e tendente a un panorama non diciamo mondiale ma almeno europeo. Per lo più per evitare complicazioni burocratiche, oltre che il pagamento di una maggiorazione delle borse per i soggiorni all’estero, i pareri dei docenti sconsigliano o impediscono progetti internazionali, dottorati europei, scambi, eccetera. Salvo poi mandarti a spese tue a fare una ricerca in un’altra città italiana, come se gli affitti si pagassero solo all’estero… “Non ci sono risorse” è la risposta valida per giustificare qualsiasi inefficienza. Come sempre, non è così dappertutto e non tutto va male, però più si va avanti, più le cose peggiorano.

Crescendo ci si inserisce in un sistema di produzione della cultura interamente basato su rapporti di gratuità e di pressappochismo. Nel mio settore, ci si aggira – ovunque, da Campione a Marzamemi – per biblioteche fatiscenti, archivi chiusi, servizi di prestito soppressi, riproduzioni a prezzi esosissimi, cataloghi on-line non integrati, digitalizzazioni di documenti allo stadio embrionale. Spesso niente prese elettriche per i computer, mai connessioni internet. Le fondazioni progressivamente stritolate dai tagli di spesa (vedi le recenti ultime polemiche quando la premiata ditta Bondi-Tremonti ha rischiato di far chiudere in un colpo solo tutti gli istituti di cultura che conservano archivi storici), costrette a stare in strutture inadeguate, poco più grandi di appartamenti privati, obbligate a tagliare il personale e dunque il numero e la frequenza delle distribuzioni del materiale oltre agli orari stessi di apertura al pubblico. Fondazioni che conservano interi archivi dei partiti dell’Italia repubblicana aperti sì e no quattro ore al giorno, con due distribuzioni. Per non parlare degli enti nazionali. L’archivio centrale dello stato di Roma o le biblioteche nazionali sono ridotti al lumicino. A Firenze per la prima volta in se-co-li la biblioteca nazionale sarà chiusa nel pomeriggio. E un numero esorbitante di volumi non sono consultabili né rintracciabili nei cataloghi informatizzati per mancanza di personale addetto. Un delirio. Si corre su e giù per la penisola cercando di ammortizzare con la propria abnegazione il tempo che il sistema archivistico-bibliotecario fa perdere nella raccolta del materiale necessario per pubblicare articoli e libri.

Articoli e libri che si scopre ben presto essere pubblicati tutti sempre senza un compenso per l’autore, se non un qualche riconoscimento di merito con calorosi complimenti, e addirittura in molte occasioni a spese dello stesso autore. Al ché ci si chiede perché se l’idraulico lavora lo si paga, ma se l’intellettuale lavora no. D’altronde le riviste non hanno soldi e le case editrici sono tutte sull’orlo del baratro. I libri non si vendono, i periodici ancor meno. Nessun finanziamento pubblico sufficiente, e i privati si guardan bene dal sovvenzionare la cultura. Così, sebbene la casa editrice un rientro dalla vendita di un libro ce l’ha, l’autore (fatti salvi alcuni casi rari ed emblematici) si presume vivere d’aria e cultura.

Non è vero che la scolarizzazione e l’università di massa hanno creato un sistema culturale non elitario, perché di fatto solo chi ha le spalle coperte può permettersi di lavorare in questo mercato. Con la speranza di riuscire a ritagliarsi degli spazi nella selva delle raccomandazioni (e non è qualunquismo, purtroppo) e riuscire così a realizzare quel cursus honorum universitario che, sempre sottopagato fino alla pensione, prevede ancora: un post-doc a 800 euro, qualche corso assegnato per 400 euro l’anno, magari qualche borsa di ricerca, un paio di contratti a termine da ricercatore con cui arrivare intorno ai 40 anni ancora precari e lì, o essere definitivamente espulsi dal sistema, o rimediare un posto da associato e infine, a un paio d’anni dalla pensione, da ordinario.

Il tutto sempre con l’impressione di essere considerati dalla “gente” dei derelitti, dei mentecatti, degli sfigati e assolutamente senza alcun riconoscimento e valorizzazione di un lavoro culturale che è l’unico appiglio per salvare il nostro paese e ridargli prospettive.

E poi ci si lamenta se i cervelli fuggono o restano a casa con mamma e papà…

Siamo seri. Note sulla violenza di genere

Secondo gli ultimi dati Istat, circa 9 milioni e 860 mila donne tra i 14 e i 59 anni in Italia hanno subito almeno una volta una molestia a sfondo sessuale. Ossia il 55,2% delle donne in età riproduttiva, per così dire. Le “molestie” tenute in considerazione dall’inchiesta, in una scala di diffusione e di “gravità” – sempre che sia possibile classificare tali comportamenti secondo una qualche scala di disvalore -, considerano come “minimo” le molestie verbali e le telefonate oscene (il 25,8% e il 24,8% dello stesso campione ne è stata interessata).

Ma la violenza non è solo fatta di gesti eclatanti socialmente riconosciuti come usurpazione – eppure anch’essi spesso taciuti. Che dire di un modo di comportarsi, ancora molecolarmente diffuso nella nostra società, che porta molti uomini a ritenere di potersi permettere abbordaggi di vario tipo e genere nella quotidianità come se niente fosse? E che al tempo stesso le donne fanno passare sulla loro pelle spesso con indifferenza o con un lieve fastidio, considerandone gli autori al massimo dei “deficienti”? A chi non è mai successo di avere le attenzioni di quello che passa in macchina e “ti suona” – accompagnando la clacsonata spesso con qualche smorfia poco consona, non solo all’approccio col “gentil sesso”, ma alle stesse relazioni con altri esseri umani? A chi non è mai successo di ricevere fischi e commenti, magari uscendo dal portone di casa e sotto gli occhi, a volte increduli, a volte anche orgogliosi, del fidanzato di turno?

“Il corpo delle donne”, il bel documentario diffuso ormai da anni e diventato anche un libro, si è recentemente concentrato sul tema della mercificazione, nel senso non solo e non tanto di vendita, quanto di “riduzione a oggetto” del corpo femminile da parte dei mass media e del sistema a-culturale che essi, e decenni di politica retrograda, hanno operato negli ultimi venti anni.

“Care ragazze”, libro recentemente uscito per la Donzelli, ci mette in guardia, spiegando come le conquiste dei diritti delle donne, nel multiforme senso che il concetto di libertà e cittadinanza può assumere, siano state un fenomeno storico, e come tutti i fenomeni storici possano essere sradicati da altre congiunture, quando chi ne è più diretta interessata si lascia distrarre ed abbagliare.

Uno degli ultimi “Venerdì” di Repubblica dava ampio spazio ad un’inchiesta sul “femminicidio”, osservando come la recrudescenza di fenomeni di violenza sulle donne fino all’estremo limite dell’assassinio è per lo più il riflesso di un genere maschile impaurito dalla perdita del proprio ruolo dovuto alla presunta maggiore indipendenza e forza acquisita dalle donne nelle relazioni di genere e nella struttura sociale.

Ora. Dimentichiamoci per un istante del fatto che, secondo tutte le statistiche, le donne in posizioni di prestigio siano un numero infinitesimale rispetto agli uomini, che siano ancora in molti campi pagate meno dei loro colleghi maschi pur svolgendo le stesse mansioni, che non si vedano supportate da uno stato sociale che consenta loro di gestire un’attività fuori casa con lo sviluppo di una famiglia, che non ci siano asili nido, sussidi, permessi, che non ci sia neanche un riconoscimento per i lavori domestici che, pure, continuano ad essere occupazione puramente femminile. Dimentichiamoci del fatto che siamo negli anni – o meglio, le nostre mamme siano – riuscite, in aree molto limitate del paese per composizione sociologica e per zona geografica, ad educare gli uomini al rispetto e alla collaborazione nel nucleo familiare. Dimentichiamoci che in quelle stesse ristrette aree sia maturato un senso del sé che consente di mettere in primo piano le proprie esigenze, di pianificare la propria storia di compagna e di madre adattandola ai tempi delle proprie ambizioni (sempre precariato e ristrettezze economiche permettendo).

Siamo serie. Non è la Tv che crea la subordinazione, non sono le gonne corte che creano gli insulti, non è la paura che genera violenza. È la mentalità che non è mai stata cambiata, è l’educazione che manca, è la cultura del rispetto per il diverso che rimane sconosciuta. Una specie di xenofobia inter-genere che fa ancora credere a molti che rivolgerci “complimenti” non richiesti sia segno di apprezzamento, invece che di sopruso.

E allora, non so voi, ma io, appena uscirà, scaricherò “Hey baby”, il videogioco ideato da una ragazza americana stufa di essere infastidita sul metrò, per strada, al supermercato, insomma un po’ ovunque. E finalmente potrò sfogare, anche solo virtualmente, tutta l’ira che la continua sopraffazione impunita provoca in me.

Comunicando si tutela, si valorizza, si sensibilizza

L’ICCROM, International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property, in collaborazione con la IULM, Libera Università di Lingue e Comunicazione, organizza un Workshop dedicato alle potenzialità della Comunicazione mirata alla valorizzazione del Patrimonio Culturale il prossimo 19 Novembre, in occasione della XIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico che si tiene a Paestum dal 19 al 21 dello stesso mese.

Sembra sempre più importante seguire le tendenze contemporanee e le differenti modalità comunicative che hanno preso piede in particolar modo negli ultimi 2 o 3 anni; non a caso, l’ICCROM ha deciso di condurre un’analisi sulle differenti possibilità comunicative creando una piattaforma interattiva di discussione sui più noti Social Network come Facebook e Twitter.  La pagina dedicata a queste tematiche si chiama CCULT_COM, ovvero Conservazione, Cultura e Comunicazione, ed è qui che quotidianamente vengono presentati ed discussi i nostri temi e nuovi spunti di discussione su “Patrimonio Culturale e Conservazione”. L’utilizzo dei Social Network nasce dalla volontà di suscitare interesse attraverso un canale comunicativo riconosciuto e di facile comprensione per tutti, per poter avvicinare anche chi non è un esperto o un accreditato specialista nel settore e che dunque, per personale e diversa formazione, non dedica una speciale attenzione alla fragilità insita nel nostro ed altrui patrimonio culturale.

Ma cos’è il patrimonio culturale? In che cosa lo identifichiamo? E che importanza ha nella vita delle persone? Queste sembrano domande ricorrenti e dalle risposte ovvie ma mai potranno avere delle risposte uniformemente riconosciute e accettabili da tutti. Noi siamo il nostro passato, ma siamo anche l’oggi, pensiamo di avere una coscienza critica personale per molte cose, per ciò che riguarda l’ambiente circostante, ma in realtà tutto ciò che viviamo è permeato dalla nostra, spesso involontaria, formazione socio-culturale.

Cosa è il patrimonio culturale? L’identità culturale di una persona, di un gruppo, di una comunità: per fare degli esempi pensiamo al tango argentino, alle piramidi d’Egitto, al nostro amatissimo Colosseo ma anche gli arancini siciliani, la barriera corallina australiana ed il teatro ‘’kabuki’’ giapponese. Non c’è un’unica identità culturale e non esiste un unico e uniforme patrimonio culturale ma ogni tassello del nostro mosaico è unico e insostituibile.

Inoltre, proporre spunti di riflessione che siano in grado di esplicitare anche l’elemento intangibile del patrimonio culturale -non immediatamente evidente attraverso la fisicità dei monumenti o delle collezioni- ed avvicinare l’immaginario comune al concetto che il patrimonio culturale corrisponde, di fatto, all’identità culturale di una comunità, è ancora un traguardo difficile da raggiungere. L’equazione patrimonio culturale = identità culturale è l’asse su cui prende forma la volontà di tutela e valorizzazione. Essa si snoda ed acquista concretezza a partire proprio da una giusta politica comunicativa di base. Comunicando s’informa, si tutela, si valorizza, si sensibilizza.

Il colore degli sceicchi. La diversità vista dagli occhi dei bambini

Venerdì pomeriggio, classe prima di una scuola elementare dell’hinterland milanese. Le vacanze di Pasqua, finite da poco, sono ancora nell’aria. Dopo due ore di giochi in giardino i bambini non hanno certo voglia di impegnarsi imparando cose nuove, quindi meglio tenerli buoni facendo far loro i compiti per la settimana successiva, anche perché i lavoretti lasciati dal maestro alla supplente sono stati terminati in un batter d’occhio.

Ormai la fine dell’anno è alle porte, e gli argomenti di lingua italiana sono via via sempre più difficili: oggi bisogna saper riconoscere alcuni suoni simili quali scie e sce, compito arduo anche per alcuni madrelingua esperti. I disegni naturalmente aiutano i piccoli, che cercano di completare in fretta le schede per passare poi al momento tanto atteso, la coloritura. Ma c’è un disegno che lascia la maggior parte degli alunni dubbiosi: un signore, vestito con una larga tunica e con un turbante in testa, si trova in mezzo al deserto, con alle spalle un pozzo petrolifero e in mano un sacchetto pieno di monete. Le letterine scritte sono solo “icco”. Con cosa si completerà? Con scie o con sce? Io mi muovo tra i banchi per spiegare ai piccoli esploratori della lingua italiana che quel signore è uno sceicco, e, scandendo il suono della parola, lascio loro indovinare con quale sillaba bisognerà completare la parola.

Nel frattempo mi fermo da uno dei pochi bambini della classe nati all’estero, che, nonostante le difficoltà linguistiche, è molto interessato a scoprire un mondo di parole nuove. Grazie a questa sua caratteristica sta facendo passi da gigante, ottenendo buoni risultati sia durante le lezioni di lingua italiana, frequentate normalmente durante la settimana, sia durante le lezioni di lingua araba, alle quali il piccolo partecipa ogni domenica, con grande orgoglio. Svolgo il mio compito di mediatrice linguistica rispondendo pazientemente alle sue domande cariche di curiosità, ma ad un certo punto un fatto risveglia il mio interesse. Una tra le bambine più brave della classe, discendente da una stirpe di insegnanti di lingua italiana, rivolge una domanda alla supplente: “Maestra, ma di che colore sono gli egiziani?”. Probabilmente, in famiglia le era stato detto che gli uomini vestiti in modo simile al nostro sceicco sono degli egiziani. Attimo di silenzio in tutta la classe, dal momento che è un’informazione che interessa tutti quanti, perché uno sceicco non si vede tutti i giorni passeggiare vestito in quel modo per le strade di un quartiere popolare milanese. La maestra ci riflette un attimo, poi risponde agli occhi impazienti dell’alunna dicendole: “Guarda, il tuo compagno di banco Ibrahim è egiziano, quindi puoi colorare la pelle dello sceicco come la sua”. La bambina rimane sbigottita, fissa per un po’ il compagno, poi risponde: “Ma Ibrahim non è egiziano, è italiano! Parla come me, abita nel palazzo di fianco al mio, eravamo in classe insieme all’asilo! Ha la pelle un po’ più scura della mia solo perché ci sono alcune persone che hanno i capelli biondi e altre che hanno i capelli neri, e così alcune hanno la pelle marroncina, altre la pelle rosa. Ma alla fine lo sceicco lo devo colorare di marroncino?”.

Dopo aver trovato la risposta alla domanda iniziale – gli sceicchi vanno colorati in marroncino – i bambini sono tutti più tranquilli e ritornano a colorare le loro schede.

Ma un quesito resta nella mente di noi adulti: rimarrà tale l’innocenza con cui una bambina di sei anni risponde che il colore della pelle cambia da persona a persona allo stesso modo con cui cambia il colore dei capelli o degli occhi, o i grandi ne influenzeranno il pensiero, continuando a categorizzare ogni essere umano in base all’appartenenza al gruppo italiano o non italiano? Se ciò accadesse, crescendo vedrà anche lei nel suo compagno di giochi Ibrahim un egiziano e non più un italiano? E Ibrahim, che aveva già colorato il suo sceicco di rosa e ha dovuto ripassarlo di marroncino, con gli anni si sentirà più incluso nella società come italiano, essendo nato e cresciuto in Italia, o come egiziano, avendo un nome, una famiglia e un colore della pelle che vengono definiti “diversi”?