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	<title>The Tamarind</title>
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		<title>Il decreto azzeccagarbugli</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 02:06:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[politici]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 5 marzo 2010 sulla Gazzetta ufficiale è stato pubblicato il decreto legge numero 29 dal titolo: &#8216;Interpretazione autentica di disposizioni del procedimento elettorale e relativa disciplina di attuazione&#8217;.
Tale decreto, emanato il giorno medesimo dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è stato adottato dal Governo nell’intenzione di riammettere nel Lazio e nella Lombardia le liste elettorali del Pdl, rispettivamente escluse per un ritardo nella consegna della documentazione e per la non validità di 514 firme.
Il 6 Marzo, il Tar della Regione Lombardia, ha riammesso la lista di Roberto Formigoni senza tener conto dell’aiutino offertogli da Governo e Presidenza della Repubblica.
L’8 Marzo, il Tar del Lazio si è rifiutato di reintrodurre la lista del Pdl in quanto il d.l. appositamente emesso non è applicabile, considerato che le elezioni regionali del Lazio sono disciplinate dalla legge regionale numero 2 del 2005 e non dalla normativa nazionale &#8220;interpretata&#8221; dal governo.
La porta chiusa dal Tar regionale è rimasta però aperta dal quarto comma del decreto legge stesso che dice:
&#8220;I delegati che si siano trovati nelle condizioni di cui al comma 1 (cioè che fossero entrati nei locali del Tribunale entro le 12 di sabato 27 Febbraio; ndr) possono effettuare la presentazione delle liste dalle ore otto alle ore venti del primo giorno non festivo successivo (Lunedì 8 Marzo) a quello di entrata in vigore del presente decreto&#8221;.
Perdonatemi lo scioglilingua, ma il decreto pronuncia che si possa fare qualcosa che secondo il Tar non è possibile fare in quanto manca la titolarità per farlo. Per tale motivo, nei prossimi giorni e nelle prossime ore sono attesi ricorsi e contro-ricorsi.
Indipendente da chi vincerà questa battaglia tra Stato e Regione Lazio, con questo atto il governo italiano ha confermato di fondare la sua attività politica su anabasi filosofiche e su elucubrazioni celebrali che quotidianamente mettono in pratica citazioni di alti pensatori e uomini di valore quali le seguenti:
La maggioranza degli uomini è stupida.
Biante da Priene, VI sec. a.C.
Una vera Democrazia non è mai esistita e non esisterà mai.
Jean-Jacques Rousseau (1712-1778)
Anche per i più grandi uomini di stato fare politica vuol dire improvvisare e sperare nella fortuna.
Friedrich Nietzsche (1844 – 1900)
La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non sono tutte giuste.
Don Lorenzo Milani (1923 – 1967)
È inoltre evidente come questo d.l. sia stato emanato nell’intenzione di dare un colpo decisivo alla principale causa del progressivo ridursi della legittimazione dei partiti politici e della loro crescente attenuazione della capacità di svolgere il proprio ruolo di collegamento fra i cittadini e le istituzioni ovvero l’eccessiva burocratizzazione della loro organizzazione interna e del sistema in generale, condividendo pienamente il pensiero di critica alle moderne democrazie di Charles-Louis de Secondat barone de La Brède et de Montesquieu (1689 – 1755) che afferma: Lo stato burocratico è la forma moderna del dispotismo.
Trapelata la notizia che a causa di quest’ultimo fastidio provocato dalla noiosa consuetudine che la legge è uguale per tutti, la maggioranza abbia perso 3 punti elettorali, è doveroso riconoscere il parziale mea culpa  degli uomini di governo: hanno infatti ammesso che scoppiato il caso delle liste regionali in questione, non dovevano litigare fra di loro e prendersela con chi aveva sbagliato, ma restare uniti, continuare a tenersi mano nella mano, pretendere microfoni e spazi televisivi e fare quello che meglio sanno fare:
deridere, attaccare e criticare avversari politici e magistrati.
Quindi, una volta riconosciuto questo macroscopico sbaglio, eccellenti nell’arte della retorica hanno cominciato a propinare come cavillo 500 firme false.
Subito dopo, indomiti e malgrado i tentativi di magistrati che sprezzanti di ogni sorta di buon senso, pretenderebbero di fare il loro lavoro avvalendosi unicamente di opinabili strumenti giudiziari, principi e leggi democratiche; sono tornati alle loro attività professionali oltre che politiche:
Immersi in una società sempre più liquida in ogni forma di relazione sociale, epicurei ed impareggiabili amanti di notte; stoici e responsabili padri di giorno hanno continuato a favorire con fare e motivazioni cristalline l’accesso di loro stessi, dei loro figli e affini in ruoli di potere di aziende private ed enti pubblici.
Moderni Atlante hanno ripreso a reggere il peso del potere massacrati dalla consapevolezza che le leggi inutili indeboliscono quelle necessarie; modelli Icaro hanno proseguito il loro volo ininterrotto sopra la giustizia e a testa alta non hanno smesso di andare incontro alla sconfitta consapevoli che il massimo che possono ancora fare è ritardare la loro definitiva disfatta, la loro ultima erezione.
Tutto questo continuando a disinteressarsi del cambiamento d’era che stanno attraversando, dentro un presente devastato (ahi loro) dalla democratizzazione del sistema informativo e di quello energetico che nei prossimi decenni si imporrà sul loro mondo attraverso le reti World Wide Web e World Solar Energy Web.1
Con termini più modesti, per un solo minuto non hanno smesso di pensare ai cazzi loro, di combattere contro tutto e tutti in nome delle loro solide certezze, dei privilegi del mondo che li ha generati.
A questo punto, è doveroso ricordare che, per chi non amasse il loro modo di fare politica, per fortuna (o purtroppo), l’Italia può contare ancora sull’altro lato del parlamento:
Fra i più facinorosi, Antonio Di Pietro ha ribattezzato il decreto salva-liste come il decreto della vergogna, lo ha ritenuto da subito incostituzionale, quindi è andato oltre: ha invocato una chiamata alle armi, una insurrezione democratica di piazza per sventare il golpe in corso ed ha accusato Giorgio Napolitano di &#8220;Impeachment&#8221; poiché a suo avviso attraverso alcune dichiarazioni riportate nei vari quotidiani, si dedurrebbe che il Colle avrebbe partecipato attivamente alla stesura del testo.

A questa reazione accecata dal diritto, il popolo di sinistra si è ritrovato rassicurato da affermazioni e gesti più moderati e distensivi:
Luciano Violante (ricordiamolo: professore ordinario di istituzioni di diritto e procedura penale presso l’Università di Camerino e deputato di sinistra dal 1979 al 2008) ha affermato infatti che: &#8220;Di Pietro? Qualche volta parla a vanvera&#8221; dimostrandosi ancora una volta di essere lo statista progressista più autorevole e sibillino nel ruolo di collante tra sinistra e destra italiana.
Per conoscere invece la reazione del leader più considerato della sinistra d’Italia ci ...


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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/03/azzeccagarbugli.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4982" title="azzeccagarbugli" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/03/azzeccagarbugli-300x221.jpg" alt="" width="300" height="221" /></a>Il 5 marzo 2010 sulla Gazzetta ufficiale è stato pubblicato il decreto legge numero 29 dal titolo: &#8216;Interpretazione autentica di disposizioni del procedimento elettorale e relativa disciplina di attuazione&#8217;.</p>
<p>Tale decreto, emanato il giorno medesimo dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è stato adottato dal Governo nell’intenzione di riammettere nel Lazio e nella Lombardia le liste elettorali del Pdl, rispettivamente escluse per un ritardo nella consegna della documentazione e per la non validità di 514 firme.</p>
<p>Il 6 Marzo, il Tar della Regione Lombardia, ha riammesso la lista di Roberto Formigoni senza tener conto dell’aiutino offertogli da Governo e Presidenza della Repubblica.</p>
<p>L’8 Marzo, il Tar del Lazio si è rifiutato di reintrodurre la lista del Pdl in quanto il d.l. appositamente emesso non è applicabile, considerato che le elezioni regionali del Lazio sono disciplinate dalla legge regionale numero 2 del 2005 e non dalla normativa nazionale &#8220;interpretata&#8221; dal governo.</p>
<p>La porta chiusa dal Tar regionale è rimasta però aperta dal quarto comma del decreto legge stesso che dice:</p>
<p>&#8220;I delegati che si siano trovati nelle condizioni di cui al comma 1 (cioè che fossero entrati nei locali del Tribunale entro le 12 di sabato 27 Febbraio; ndr) possono effettuare la presentazione delle liste dalle ore otto alle ore venti del primo giorno non festivo successivo (Lunedì 8 Marzo) a quello di entrata in vigore del presente decreto&#8221;.</p>
<p>Perdonatemi lo scioglilingua, ma il decreto pronuncia che si possa fare qualcosa che secondo il Tar non è possibile fare in quanto manca la titolarità per farlo. Per tale motivo, nei prossimi giorni e nelle prossime ore sono attesi ricorsi e contro-ricorsi.</p>
<p>Indipendente da chi vincerà questa battaglia tra Stato e Regione Lazio, con questo atto il governo italiano ha confermato di fondare la sua attività politica su anabasi filosofiche e su elucubrazioni celebrali che quotidianamente mettono in pratica citazioni di alti pensatori e uomini di valore quali le seguenti:</p>
<p><em>La maggioranza degli uomini è stupida.</em></p>
<p>Biante da Priene, VI sec. a.C.</p>
<p><em>Una vera Democrazia non è mai esistita e non esisterà mai.</em></p>
<p>Jean-Jacques Rousseau (1712-1778)</p>
<p><em>Anche per i più grandi uomini di stato fare politica vuol dire improvvisare e sperare nella fortuna.</em></p>
<p>Friedrich Nietzsche (1844 – 1900)</p>
<p><em>La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con</em> <em>leggi che ancora non sono tutte giuste.</em></p>
<p>Don Lorenzo Milani (1923 – 1967)</p>
<p>È inoltre evidente come questo d.l. sia stato emanato nell’intenzione di dare un colpo decisivo alla principale causa del progressivo ridursi della legittimazione dei partiti politici e della loro crescente attenuazione della capacità di svolgere il proprio ruolo di collegamento fra i cittadini e le istituzioni ovvero l’eccessiva burocratizzazione della loro organizzazione interna e del sistema in generale, condividendo pienamente il pensiero di critica alle moderne democrazie di Charles-Louis de Secondat barone de La Brède et de Montesquieu (1689 – 1755) che afferma: Lo stato burocratico è la forma moderna del dispotismo.</p>
<p>Trapelata la notizia che a causa di quest’ultimo fastidio provocato dalla noiosa consuetudine che la legge è uguale per tutti, la maggioranza abbia perso 3 punti elettorali, è doveroso riconoscere il parziale mea culpa  degli uomini di governo: hanno infatti ammesso che scoppiato il caso delle liste regionali in questione, non dovevano litigare fra di loro e prendersela con chi aveva sbagliato, ma restare uniti, continuare a tenersi mano nella mano, pretendere microfoni e spazi televisivi e fare quello che meglio sanno fare:</p>
<p>deridere, attaccare e criticare avversari politici e magistrati.</p>
<p>Quindi, una volta riconosciuto questo macroscopico sbaglio, eccellenti nell’arte della retorica hanno cominciato a propinare come cavillo 500 firme false.</p>
<p>Subito dopo, indomiti e malgrado i tentativi di magistrati che sprezzanti di ogni sorta di buon senso, pretenderebbero di fare il loro lavoro avvalendosi unicamente di opinabili strumenti giudiziari, principi e leggi democratiche; sono tornati alle loro attività professionali oltre che politiche:</p>
<p>Immersi in una società sempre più liquida in ogni forma di relazione sociale, epicurei ed impareggiabili amanti di notte; stoici e responsabili padri di giorno hanno continuato a favorire con fare e motivazioni cristalline l’accesso di loro stessi, dei loro figli e affini in ruoli di potere di aziende private ed enti pubblici.</p>
<p>Moderni Atlante hanno ripreso a reggere il peso del potere massacrati dalla consapevolezza che le <a title="Legge" href="http://it.wikiquote.org/wiki/Legge">leggi</a> inutili indeboliscono quelle necessarie; modelli Icaro hanno proseguito il loro volo ininterrotto sopra la giustizia e a testa alta non hanno smesso di andare incontro alla sconfitta consapevoli che il massimo che possono ancora fare è ritardare la loro definitiva disfatta, la loro ultima erezione.</p>
<p>Tutto questo continuando a disinteressarsi del cambiamento d’era che stanno attraversando, dentro un presente devastato (ahi loro) dalla democratizzazione del sistema informativo e di quello energetico che nei prossimi decenni si imporrà sul loro mondo attraverso le reti World Wide Web e World Solar Energy Web.<sup>1</sup></p>
<p>Con termini più modesti, per un solo minuto non hanno smesso di pensare ai cazzi loro, di combattere contro tutto e tutti in nome delle loro solide certezze, dei privilegi del mondo che li ha generati.</p>
<p>A questo punto, è doveroso ricordare che, per chi non amasse il loro modo di fare politica, per fortuna (o purtroppo), l’Italia può contare ancora sull’altro lato del parlamento:</p>
<p>Fra i più facinorosi, Antonio Di Pietro ha ribattezzato il decreto salva-liste come il decreto della vergogna, lo ha ritenuto da subito incostituzionale, quindi è andato oltre: ha invocato una chiamata alle armi, una insurrezione democratica di piazza per sventare il golpe in corso ed ha accusato Giorgio Napolitano di &#8220;Impeachment&#8221; poiché a suo avviso attraverso alcune dichiarazioni riportate nei vari quotidiani, si dedurrebbe che il Colle avrebbe partecipato attivamente alla stesura del testo.</p>
<p><a href="http://www.repubblica.it/interstitial/interstitial25303781.html"><br />
</a>A questa reazione accecata dal diritto, il popolo di sinistra si è ritrovato rassicurato da affermazioni e gesti più moderati e distensivi:</p>
<p>Luciano Violante (ricordiamolo: professore ordinario di istituzioni di diritto e procedura penale presso l’Università di Camerino e deputato di sinistra dal 1979 al 2008) ha affermato infatti che: &#8220;Di Pietro? Qualche volta parla a vanvera&#8221; dimostrandosi ancora una volta di essere lo statista progressista più autorevole e sibillino nel ruolo di collante tra sinistra e destra italiana.</p>
<p>Per conoscere invece la reazione del leader più considerato della sinistra d’Italia ci è venuto in soccorso il Corriere dello sport che ha rivelato:<br />
La sera seguente all’approvazione del decreto salva-elezioni (sfascia-democrazia) lo sdegno di Massimo D&#8217;Alema si è seduto all&#8217;Olimpico, in tribuna Vip, a due passi dal volto teso del Ministro degli interni Roberto Maroni.<sup>2</sup><br />
Naturalmente nessuno ha bisogno di sfogliare anche la Gazzetta dello sport per sapere che la quasi totalità del popolo italico da sempre ama decidere il partito politico per cui votare come si sceglie una squadra di calcio: una sola volta e per tutta la vita.</p>
<p>Si può forse chiedere ad uno juventino di gridare forza Inter?</p>
<p>Mai, neanche per scherzo o dopo Moggiopoli. Mai!</p>
<p>Il giorno delle elezioni prossime venture, mentre un elettore di sinistra tutto quello che potrà fare è calcare ancora più forte un segno, la propria indignazione sulla solita area di preferenza, un elettore di destra troverà mai la forza di entrare nella cabina elettorale, turarsi il naso, magari indossare un guanto bianco e votare un partito di sinistra così da punire la condotta anti-costituzionale dell’area politica che ha sempre votato?</p>
<p>Quello che gli storici elettori di destra potrebbero fare, senza varcare troppo la linea dei propri ideali; potendo continuare a pensare: mai un lapis guidato dalla mia mano sfiorerà una falce, un martello ed i suoi derivati; è disperdere il proprio voto, votare scheda bianca oppure nulla.</p>
<p>Qualcuno senz’altro lo farà, ma in quanti?</p>
<p>Si sentirà forse davvero meno solo, Domenico Fisichella, co-fondatore, promotore dei valori di riferimento e del programma politico del defunto partito di destra Alleanza Nazionale (1994 – 2009)<sup>3,4</sup> che alle elezioni del 2006 si candidò e venne eletto tra le file dell’Ulivo convinto che chi credesse veramente nei valori della destra italiana dovesse andare contro l’attuale coalizione di maggioranza ed il suo degno governo?</p>
<p>Nell’attesa di riconoscere i risultati statistici che risponderanno a questi ultimi interrogativi, alle elezioni amministrative del 28 e 29 marzo 2010 o qualsiasi altra data in caso di rinvio (è inutile guardare la scadenza del latte versato), se anche nell’intera regione Lazio sarà possibile eleggere i candidati del Pdl il merito sarà di un decreto legge che sarà ricordato da tutti come un capolavoro di buon senso, di virtù civica, palese figlio della cultura della partecipazione alla vita pubblica e che si concretizzerà in una grande perdita di tempo e denaro, oltre che in un figura di merda mondiale in ottemperanza a leggi regionali, statali e costituzionali, fra cui ricordiamo l’art. 15 della Legge 400 del 1988<sup>5</sup> e quanto sancito dall’art. 72 della Costituzione.<sup>6</sup></p>
<p>Supposta la realizzazione dell’eventualità siffatta ed archiviate le sunnominate votazioni, visto che al più volte citato decreto legge non si poteva chiedere di fare quello che ha fatto, si evince che la Corte Costituzionale sarà chiamata a giudicare sulla sua costituzionalità e, banalmente, si troverà di fronte ad un aut aut binario: annullare le elezioni appena svolte; cessare di esistere.</p>
<p>La sola alternativa all’ipotesi appena redatta è che lungo le rive del fiume Tevere ci si presenti alle elezioni senza i candidati del Pdl, acronimo (non dimentichiamolo) di Popolo della Libertà<sup>7 </sup>e buonanotte al secchio.</p>
<p>______________</p>
<h5><sup>1</sup><a href="../../../../../2010/03/04/the-wsew%E2%80%99s-project/">http://thetamarind.eu/2010/03/04/the-wsew%E2%80%99s-project/</a></h5>
<h5><sup>2</sup><a href="http://www.corrieredellosport.it/Notizie/Calcio/101133/%20Roma-Milan,%20tutto%20esaurito.%20Quanti%20vip%20all%27Olimpico">http://www.corrieredellosport.it/Notizie/Calcio/101133/%20Roma-Milan,%20tutto%20esaurito.%20Quanti%20vip%20all%27Olimpico</a>!</h5>
<h5><sup>3</sup><a href="http://www.fisichella.it/2001/Archive/DocumentView.asp?DocumentID=7">http://www.fisichella.it/2001/Archive/DocumentView.asp?DocumentID=7</a></h5>
<h5><sup>4</sup><a href="http://www.fisichella.it/2001/Archive/DocumentView.asp?DocumentID=9">http://www.fisichella.it/2001/Archive/DocumentView.asp?DocumentID=9</a></h5>
<h5><sup>5</sup> <a href="http://www.governo.it/Presidenza/normativa/legge2308_400.html">http://www.governo.it/Presidenza/normativa/legge2308_400.html</a></h5>
<h5><em><sup>6 </sup></em><strong>Art. 72 Cost.:</strong><em><sup> </sup><strong>Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una Commissione e poi dalla Camera stessa, che l&#8217;approva articolo per articolo e con votazione finale.</strong><br />
Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l&#8217;urgenza.<br />
Può altresì stabilire in quali casi e forme l&#8217;esame e l&#8217;approvazione dei disegni di legge sono deferiti a Commissioni, anche permanenti, composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari. Anche in tali casi, fino al momento della sua approvazione definitiva, il disegno di legge è rimesso alla Camera, se il Governo o un decimo dei componenti della Camera o un quinto della Commissione richiedono che sia discusso e votato dalla Camera stessa oppure che sia sottoposto alla sua approvazione finale con sole dichiarazioni di voto. Il regolamento determina le forme di pubblicità dei lavori delle Commissioni. <strong>La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i</strong> <strong>disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale</strong> e per quelli di delegazione legislativa , di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi&#8221;.</em></h5>
<h5><sup>7 </sup>Le motivazioni della scelta del nome del partito Popolo della Libertà sono disponibili<sup> </sup>a partire del minuto 7:00 del<sup> </sup>video presente nel link: <a href="http://www.ilpopolodellaliberta.it/congresso-nazionale-27-28-29-marzo-2009/27-28-29-marzo-2009.htm">http://www.ilpopolodellaliberta.it/congresso-nazionale-27-28-29-marzo-2009/27-28-29-marzo-2009.htm</a> e sono le seguenti: “Il Popolo della Libertà fissa e indica immediatamente due caratteristiche fondamentali: popolo, perché la sovranità appartiene al popolo, perché dal popolo troviamo legittimazione e per il bene del popolo vogliamo lavorare; libertà perché è il nostro valore di riferimento, religione laica, stella polare che ci guida in tutte le decisioni.”</h5>


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		<title>The WSEW’s Project, per una rivoluzione energetico-solare finalmente possibile</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 12:09:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Berni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un aspetto fondamentale della rete di distribuzione energetica attuale è quello di assicurare un flusso d’energia a senso unico: da pochi produttori a molti consumatori, lo stesso che accadeva nel mondo dell’informazione prima della nascita ed esplosione del fenomeno WWW (world Wide Web), ovvero Internet.
L’offerta energetica di oggi è composta da pochi grandi produttori e pochi grandi distributori. Questi, organizzati in lobbies e gruppi di potere, hanno un peso politico incontestabile e di influenza mondiale.
Facendo un breve viaggio lungo la storia dei maggiori conflitti del secolo passato e di quello in corso è impossibile non riconoscere che più di una volta alcune fonti energetiche (carbone, petrolio, nucleare) sono state fonti di conflitto.
Un esempio su tutti: nel corso degli interrogatori a cui fu sottoposto dagli Alleati nel 1945, Albert Speer, il ministro tedesco per gli Armamenti e la produzione bellica, ammise: “Il bisogno di petrolio fu uno dei principali motivi della decisione tedesca di invadere l’URSS”.1
C’è una fonte per la quale non si è mai ucciso e per la quale combattendone lo sviluppo si continua ad uccidere ed è quella solare:
Il sole, ogni giorno, ci regala 15 mila volte l’energia che il mondo consuma.
Il sole è l’unica fonte di energia davvero universale, primo motore di ogni altra fonte energetica.
Il sole, da subito, potrebbe regalarci un presente sostenibile capace di soddisfare le necessità energetiche delle generazioni di oggi, preparando un mondo più sicuro per quelle future.
Ed adesso, per favore, chiudete gli occhi e sognate un sogno:
Immaginatevi una nuova offerta energetica.
Immaginatevi se ad ogni essere umano venisse permesso di essere il produttore dell’energia che consuma grazie all’impiego dell’energia solare.
Immaginate tanti piccoli produttori di energia organizzati fra di loro, collegati attraverso le già esistenti reti elettriche, utilizzare l’elettricità di cui hanno bisogno e mettere in rete la restante in eccesso.
Immaginatevi le opportunità rivoluzionarie di una rete energetica WSEW (World Solar Energy Web) identica per opportunità e democrazia al World Wide Web che nel giro di pochi lustri sta eliminando la vecchia gerarchia della comunicazione di massa.
Immaginatevi, in un mondo geopoliticamente in guerra, spezzato e condizionato dal possesso di fonti energetiche derivanti dalle viscere della terra, se chiunque si mettesse a produrre, vendere o addirittura regalare energia ottenuta grazie all’impiego di una fonte libera e proveniente dal cielo e riuscisse a cacciare via le attuali lobbies energetiche da qualsiasi sede di controllo politico centrale.
Immaginatevi i pannelli solari e fotovoltaici attraverso i quali chiunque può trarre calore ed elettricità dal sole come un’arma di pace.
Immaginatevi voi stessi promotori di questa arma di pace, argonauti di un sistema di offerta energetico decentralizzato che oggi è bloccato esclusivamente e banalmente dalla volontà politica piuttosto che dalla possibilità tecnologica.
E adesso, aprite gli occhi!:
 
Tante cose che sembravano impossibili sono state poi realizzate.
1 US Strategic Bombing Survey, Oil Division, Final Report, Washington, DC, USSBS, 1947


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/03/sole-uno.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4950" title="sole uno" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/03/sole-uno-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" /></a>Un aspetto fondamentale della rete di distribuzione energetica attuale è quello di assicurare un flusso d’energia a senso unico: da pochi produttori a molti consumatori, lo stesso che accadeva nel mondo dell’informazione prima della nascita ed esplosione del fenomeno WWW (world Wide Web), ovvero Internet.</p>
<p>L’offerta energetica di oggi è composta da pochi grandi produttori e pochi grandi distributori. Questi, organizzati in lobbies e gruppi di potere, hanno un peso politico incontestabile e di influenza mondiale.</p>
<p>Facendo un breve viaggio lungo la storia dei maggiori conflitti del secolo passato e di quello in corso è impossibile non riconoscere che più di una volta alcune fonti energetiche (carbone, petrolio, nucleare) sono state fonti di conflitto.</p>
<p>Un esempio su tutti: nel corso degli interrogatori a cui fu sottoposto dagli Alleati nel 1945, Albert Speer, il ministro tedesco per gli Armamenti e la produzione bellica, ammise: “Il bisogno di petrolio fu uno dei principali motivi della decisione tedesca di invadere l’URSS”.<sup>1</sup></p>
<p>C’è una fonte per la quale non si è mai ucciso e per la quale combattendone lo sviluppo si continua ad uccidere ed è quella solare:</p>
<p>Il sole, ogni giorno, ci regala 15 mila volte l’energia che il mondo consuma.</p>
<p>Il sole è l’unica fonte di energia davvero universale, primo motore di ogni altra fonte energetica.</p>
<p>Il sole, da subito, potrebbe regalarci un presente sostenibile capace di soddisfare le necessità energetiche delle generazioni di oggi, preparando un mondo più sicuro per quelle future.</p>
<p style="text-align: center;">Ed adesso, per favore, chiudete gli occhi e sognate un sogno:</p>
<p><a href="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/03/sole-due.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4961" title="sole due" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/03/sole-due-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" /></a>Immaginatevi una nuova offerta energetica.</p>
<p>Immaginatevi se ad ogni essere umano venisse permesso di essere il produttore dell’energia che consuma grazie all’impiego dell’energia solare.</p>
<p>Immaginate tanti piccoli produttori di energia organizzati fra di loro, collegati attraverso le già esistenti reti elettriche, utilizzare l’elettricità di cui hanno bisogno e mettere in rete la restante in eccesso.</p>
<p>Immaginatevi le opportunità rivoluzionarie di una rete energetica WSEW (World Solar Energy Web) identica per opportunità e democrazia al World Wide Web che nel giro di pochi lustri sta eliminando la vecchia gerarchia della comunicazione di massa.</p>
<p>Immaginatevi, in un mondo geopoliticamente in guerra, spezzato e condizionato dal possesso di fonti energetiche derivanti dalle viscere della terra, se chiunque si mettesse a produrre, vendere o addirittura <em>regalare energia</em> ottenuta grazie all’impiego di una fonte libera e proveniente dal cielo e riuscisse a cacciare via le attuali lobbies energetiche da qualsiasi sede di controllo politico centrale.</p>
<p>Immaginatevi i pannelli solari e fotovoltaici attraverso i quali chiunque può trarre calore ed elettricità dal sole come un’arma di pace.</p>
<p>Immaginatevi voi stessi promotori di questa arma di pace, argonauti di un sistema di offerta energetico decentralizzato che oggi è bloccato esclusivamente e banalmente dalla volontà politica piuttosto che dalla possibilità tecnologica.</p>
<p>E adesso, aprite gli occhi!:</p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Tante cose che sembravano impossibili sono state poi realizzate.</em></strong></p>
<p><em><sup>1</sup></em><em> US Strategic Bombing Survey, Oil Division, Final Report, Washington, DC, USSBS, 1947</em></p>


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		<title>Via Padova: una rivolta d&#8217;integrati</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 22:45:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Shady Hamadi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[La rivolta degli egiziani di quel sabato notte non era questione d’integrazione. Per esperienza personale e per il mio vissuto, posso tranquillamente affermare che gli egiziani in Italia non hanno nulla da invidiare ai nostri magut, “muratori&#8217;” bergamaschi famosi per la loro indole lavoratrice. Uno dei motivi della protesta degli egiziani è stato vedere il corpo del ragazzo ucciso “egiziano anche lui” di nome Aziz, lasciato per la bellezza di 3 ore su un marciapiede per permettere i rilevamenti delle forze dell&#8217;ordine. Un secondo motivo che ha fatto scaturire la rivolta è stato il futile motivo per cui è stato ucciso il ragazzo. Gli stessi egiziani che abitano in via Padova in quell&#8217;istante hanno sentito l&#8217;insicurezza e la fragilità della vita vedendo quel ragazzo loro compaesano morto a terra solo perché aveva pestato per sbaglio il piede di un ragazzo di queste famose bande latine. Ora: gli atti compiuti dagli egiziani non sono assolutamente giustificabili. Non è giustificabile la distruzione di negozi e di macchine solo perché i proprietari sono colpevoli di essere della stessa nazionalità degli assassini di Aziz. Quegli atti vandalici, ai quali per altro non hanno partecipato i famigliari della vittima perché consapevoli del cattivo significato di quelle azioni, hanno rafforzato solo l&#8217;idea dei cittadini Italiani di via Padova che gli immigrati sono padroni del territorio e non integrati&#8230; nulla di più sbagliato. La polizia ha subito arrestato 4 clandestini di nazionalità egiziana, accertando l&#8217;identità di altri 37 che avevano partecipato alla rivolta. E se poi parliamo d’integrazione&#8230; beh la maggior parte di quegli egiziani che hanno partecipato alla rivolta vivono in via Padova in appartamenti affittati da italiani, spesso con altre 6 o 7 persone di varie nazionalità con cui dividere la casa. Eppure tutta questa gente la mattina ci saluta quando usciamo dalle nostre case perché portano i sacchi dell&#8217;immondizia, e in quel momento non ci fanno paura. Ci portano la pizza a casa spesso o andiamo noi nelle loro pizzerie, li salutiamo, diventiamo anche loro clienti fissi: in quel momento non sono forse integrati? Li vediamo parte della nostra società solo quando lavorano? Invece quando sono fuori dai phone center, i nostri stessi egiziani che puliscono il condominio, intenti a fumare per strada e scherzare ad alta voce, allora non sono più integrati? Ne abbiamo paura. Hanno il controllo del territorio di via Padova? Sì, quello che va dai bidoni condominiali della nettezza urbana ai camion delle aziende di smaltimento rifiuti. La rivolta che abbiamo visto è stata una battaglia tra poveri e certo hanno sbagliato e devono pagare perché viviamo in uno stato di legalità e ordine ma soprattutto siamo e stiamo diventando sempre di più una società multietnica. Spero che gli assassini di Aziz paghino anche loro insieme a chi ha causato disordini quel sabato notte&#8230;


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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/03/VIA-PADOVA-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4909" title="VIA PADOVA" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/03/VIA-PADOVA-1-300x234.jpg" alt="" width="300" height="234" /></a>La rivolta degli egiziani di quel sabato notte non era questione d’integrazione. Per esperienza personale e per il mio vissuto, posso tranquillamente affermare che gli egiziani in Italia non hanno nulla da invidiare ai nostri <em>magut</em>, “muratori&#8217;” bergamaschi famosi per la loro indole lavoratrice. Uno dei motivi della protesta degli egiziani è stato vedere il corpo del ragazzo ucciso “egiziano anche lui” di nome Aziz, lasciato per la bellezza di 3 ore su un marciapiede per permettere i rilevamenti delle forze dell&#8217;ordine. Un secondo motivo che ha fatto scaturire la rivolta è stato il futile motivo per cui è stato ucciso il ragazzo. Gli stessi egiziani che abitano in via Padova in quell&#8217;istante hanno sentito l&#8217;insicurezza e la fragilità della vita vedendo quel ragazzo loro compaesano morto a terra solo perché aveva pestato per sbaglio il piede di un ragazzo di queste famose bande latine. Ora: gli atti compiuti dagli egiziani non sono assolutamente giustificabili. Non è giustificabile la distruzione di negozi e di macchine solo perché i proprietari sono colpevoli di essere della stessa nazionalità degli assassini di Aziz. Quegli atti vandalici, ai quali per altro non hanno partecipato i famigliari della vittima perché consapevoli del cattivo significato di quelle azioni, hanno rafforzato solo l&#8217;idea dei cittadini Italiani di via Padova che gli immigrati sono padroni del territorio e non integrati&#8230; nulla di più sbagliato. La polizia ha subito arrestato 4 clandestini di nazionalità egiziana, accertando l&#8217;identità di altri 37 che avevano partecipato alla rivolta. E se poi parliamo d’integrazione&#8230; beh la maggior parte di quegli egiziani che hanno partecipato alla rivolta vivono in via Padova in appartamenti affittati da italiani, spesso con altre 6 o 7 persone di varie nazionalità con cui dividere la casa. Eppure tutta questa gente la mattina ci saluta quando usciamo dalle nostre case perché portano i sacchi dell&#8217;immondizia, e in quel momento non ci fanno paura. Ci portano la pizza a casa spesso o andiamo noi nelle loro pizzerie, li salutiamo, diventiamo anche loro clienti fissi: in quel momento non sono forse integrati? Li vediamo parte della nostra società solo quando lavorano? Invece quando sono fuori dai phone center, i nostri stessi egiziani che puliscono il condominio, intenti a fumare per strada e scherzare ad alta voce, allora non sono più integrati? Ne abbiamo paura. Hanno il controllo del territorio di via Padova? Sì, quello che va dai bidoni condominiali della nettezza urbana ai camion delle aziende di smaltimento rifiuti. La rivolta che abbiamo visto è stata una battaglia tra poveri e certo hanno sbagliato e devono pagare perché viviamo in uno stato di legalità e ordine ma soprattutto siamo e stiamo diventando sempre di più una società multietnica. Spero che gli assassini di Aziz paghino anche loro insieme a chi ha causato disordini quel sabato notte&#8230;</p>


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		<title>«Più libri per tutti». Non uno slogan politico, è Alga</title>
		<link>http://thetamarind.eu/2010/02/26/alga/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 15:36:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[premi letterari]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblicazione dei manoscritti selezionati, vendita di questi libri ad un &#8220;prezzo equo&#8221; e giudizio diretto del lettore. Definirlo “Premio Letterario” forse è un po’ riduttivo.
L’idea nasce in una calda giornata dello scorso agosto durante una discussione sul fatto che sempre più difficilmente bravi scrittori riescono a pubblicare i propri libri, sul fatto che sempre meno si legge e sempre meno si ragiona, sui libri come su argomenti di attualità, di politica, etc. E sono proprio questi i problemi che Alga si è messa in testa di risolvere. L’idea del progetto è semplice, e la sua semplicità rende il progetto ancora più interessante.
Qualsiasi scrittore manda il proprio manoscritto ad Alga e una giuria ne seleziona cinque. E fino a qui nulla di nuovo. L’interessante inizia adesso. Questi cinque libri selezionati vengono pubblicati totalmente a spese di Alga. Pubblicati e distribuiti, senza che l’autore debba pagare alcuna quota, senza che si debba impegnare a riscattare le prime 2000 copie, etc. Saranno distribuiti a partire da giugno attraverso tre canali principali: stand in città italiane, sul sito internet e in negozi / partner del progetto. Tre canali di distribuzione innovativi per l’editoria, ma soprattutto senza significativi costi associati. Ed è proprio questa una delle chiavi del progetto, si punta a mantenere i costi della “catena del valore” del libro particolarmente bassi. Si vuole risparmiare, laddove non ci sia una reale contribuzione all’aumento del valore del testo, per fare in modo di vendere questi libri ad un “prezzo equo”. E per Alga “equo” vuol dire 3€ per le copie cartacee e 2€ per le copie virtuali (le copie che si leggono su Kindle o sul nuovo iPad), “equo” vuol dire creare le condizioni perché davvero chiunque possa permettersi di comprare un libro senza pensare alla variabile denaro. E a questo punto due dei tre macro problemi che Alga voleva risolvere sono stati “attaccati”, ovvero facilitare la pubblicazione di bravi scrittori e diffondere, davvero, la lettura. Per quanto riguarda il terzo obiettivo, lo stimolo della “coscienza critica” di tutti noi, la soluzione è ancora più semplice: si vota. Su ogni volume ci sarà un codice. Quando noi lettori avremo finito di leggere il libro, andremo sul sito di Alga o chiameremo, manderemo un sms o una mail, e voteremo. Diremo se il libro che abbiamo letto ci è piaciuto o meno. E a gennaio dell’anno prossimo questi voti decreteranno il primo vincitore del Premio Alga. Semplice.
Tutti noi appassionati lettori aspettiamo giugno per la pubblicazione dei libri, mentre gli scrittori stanno già mandando da un mese i propri scritti. Aspiranti romanzieri, avete tempo fino al 31 marzo per mandare i vostri scritti, in bocca al lupo!
&#160;
Per maggiori informazioni: www.premioalga.it


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/02/alga.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4900" title="alga" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/02/alga-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a>Pubblicazione dei manoscritti selezionati, vendita di questi libri ad un &#8220;prezzo equo&#8221; e giudizio diretto del lettore. Definirlo “Premio Letterario” forse è un po’ riduttivo.</p>
<p>L’idea nasce in una calda giornata dello scorso agosto durante una discussione sul fatto che sempre più difficilmente bravi scrittori riescono a pubblicare i propri libri, sul fatto che sempre meno si legge e sempre meno si ragiona, sui libri come su argomenti di attualità, di politica, etc. E sono proprio questi i problemi che Alga si è messa in testa di risolvere. L’idea del progetto è semplice, e la sua semplicità rende il progetto ancora più interessante.</p>
<p>Qualsiasi scrittore manda il proprio manoscritto ad Alga e una giuria ne seleziona cinque. E fino a qui nulla di nuovo. L’interessante inizia adesso. Questi cinque libri selezionati vengono pubblicati totalmente a spese di Alga. Pubblicati e distribuiti, senza che l’autore debba pagare alcuna quota, senza che si debba impegnare a riscattare le prime 2000 copie, etc. Saranno distribuiti a partire da giugno attraverso tre canali principali: stand in città italiane, sul sito internet e in negozi / partner del progetto. Tre canali di distribuzione innovativi per l’editoria, ma soprattutto senza significativi costi associati. Ed è proprio questa una delle chiavi del progetto, si punta a mantenere i costi della “catena del valore” del libro particolarmente bassi. Si vuole risparmiare, laddove non ci sia una reale contribuzione all’aumento del valore del testo, per fare in modo di vendere questi libri ad un “prezzo equo”. E per Alga “equo” vuol dire 3€ per le copie cartacee e 2€ per le copie virtuali (le copie che si leggono su Kindle o sul nuovo iPad), “equo” vuol dire creare le condizioni perché davvero chiunque possa permettersi di comprare un libro senza pensare alla variabile denaro. E a questo punto due dei tre macro problemi che Alga voleva risolvere sono stati “attaccati”, ovvero facilitare la pubblicazione di bravi scrittori e diffondere, davvero, la lettura. Per quanto riguarda il terzo obiettivo, lo stimolo della “coscienza critica” di tutti noi, la soluzione è ancora più semplice: si vota. Su ogni volume ci sarà un codice. Quando noi lettori avremo finito di leggere il libro, andremo sul sito di Alga o chiameremo, manderemo un sms o una mail, e voteremo. Diremo se il libro che abbiamo letto ci è piaciuto o meno. E a gennaio dell’anno prossimo questi voti decreteranno il primo vincitore del Premio Alga. Semplice.</p>
<p>Tutti noi appassionati lettori aspettiamo giugno per la pubblicazione dei libri, mentre gli scrittori stanno già mandando da un mese i propri scritti. Aspiranti romanzieri, avete tempo fino al 31 marzo per mandare i vostri scritti, in bocca al lupo!<br />
&nbsp;<br />
Per maggiori informazioni: <a href="http://www.premioalga.it/" target="_blank">www.premioalga.it</a></p>


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		<title>Le battaglie degli immigrati</title>
		<link>http://thetamarind.eu/2010/02/25/le-battaglie-degli-immigrati/</link>
		<comments>http://thetamarind.eu/2010/02/25/le-battaglie-degli-immigrati/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 18:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Zunica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ennesima notizia di cronaca per le strade di Milano, simile a molte altre notizie, che si ripetono sempre più spesso e sempre più uguali, notizie che non avrebbero quasi bisogno di commenti, per quanto sono diventate tristemente parte delle routine urbane.
Un&#8217;altra guerriglia civile scatenatasi nella periferia nord-est della capitale lombarda, in Via Padova, tra gruppi di diverse origini che popolano le multietniche strade del Bel Paese. Come spesso capita, anche questa volta il dramma è stato scatenato da una parola sbagliata di troppo, un insulto nato da un futile incidente, che però si somma al cumulo di frustrazioni generate dalle condizioni di vita precarie in cui questi immigrati vivono: condizioni degradanti e ai margini della società che, come in un circolo vizioso, rendono sempre più difficile la loro integrazione.
Questa volta la vittima si chiama Ahmed Abdel Aziz El-Sayed Abdou, giovane immigrato di origini egiziane di neanche vent&#8217;anni. L&#8217;insofferenza che sta emergendo non è più tra immigrati e cittadini, ma trova terreno sempre più fertile tra le diverse etnie che popolano le metropoli italiane. Nello specifico, l&#8217;omicidio del giovane egiziano avviene per mano di un gruppo di peruviani. Per il futile episodio che ha generato il dramma, il quartiere si è istantaneamente trasformato in campo di guerriglia urbana tra sudamericani e nordafricani. Come inevitabile effetto a catena sono insorti gli abitanti del quartiere che, al colmo dell’esasperazione per una convivenza sempre più difficile con gli immigrati, hanno reagito a loro volta scagliando da balconi e finestre oggetti, gridando agli immigrati di “tornarsene a casa”. L&#8217;intervento immediato delle autorità è bastato solo ad evitare ulteriori danni, ma la calma è meramente momentanea. Per trovare soluzioni reali a questi episodi d&#8217;intolleranza è necessario scavare più a fondo, nelle radici di questa violenza.
Questo scenario infatti è come la punta di un iceberg. Si legge continuamente sui giornali che in qualche strada periferica di qualche metropoli italiana insorgono semi-guerriglie e disordini i cui principali attori sono gruppi di etnie diverse, immigrati (legalmente o meno) in Italia. La maggior parte delle volte questi episodi tragici scaturiscono da parole maleducate o piccoli gesti sconsiderati: questi stessi episodi in un tessuto sociale di tolleranza si spegnerebbero sul nascere. Il fatto che da cosi piccoli episodi nascano disastri di  dimensioni sproporzionate, porta ad interrogarsi sui veri motivi esulle vere cause scatenanti. Sicuramente alla base c&#8217;è molta frustrazione che genera violenza da parte degli immigrati, e intolleranza da parte dei cittadini, dando origine a un circolo d&#8217;odio. Ancora oggi per gran parte dei cittadini italiani è difficile accettare l’immigrato, colui che lascia i luoghi d’origine perché non offrono opportunità per una vita decorosa.
In Italia si dibatte molto sull’integrazione e sul dialogo interculturale, tuttavia siamo ancora lontani da praticare un accettabile livello di civile convivenza. Siamo ancora troppo impregnati da pregiudizi e stereotipi; per esempio ci preoccupiamo che gli immigrati ci sottraggano il lavoro, quando ormai dovremmo tutti capire che non è cosi. Quando le aziende italiane assumono immigrati, spesso lo decidono per ripiego, perchè manca la forza lavoro italiana. All’immigrato sono frequentemente affidati lavori definiti di &#8220;seconda classe&#8221;: imprese di pulizie o spazzini, camerieri o sguatteri tutto fare, lavori manuali di ogni genere e l’immigrato accetta di buon grado l’opportunità di poterguadagnare il danaro da mandare a casa per mantenere la famiglia.
Molti di noi hanno &#8220;collaboratori domestici&#8221; che possiedono lauree in medicina o ingegneria, che sono infermieri o aviatori ma che non possono lavorare nei loro Paesi per cause di forza maggiore: non ci sono possibilità lavorative o ci sono guerre in corso, e allora vengono nei paesi del &#8220;primo mondo&#8221; raccogliendo qui le briciole di lavoro che avanzano. Gli italiani non vogliono &#8220;abbassarsi a professioni umili&#8221;. Eppure noi italiani dovremmo essere i primi a comprendere le condizioni da cui questi immigrati provengono. Nel secolo scorso, non sono stati forse i nostri bisnonni e nonni che, per mancanza di lavoro e sopportando grandi sacrifici, sono emigrati a ondate nel nuovo continente, ma non solo, in cerca di ricchezza e fortuna?  Nel secolo scorso gli emigranti italiani si sono trovati nelle medesime condizioni nelle quali si trovano questi immigrati oggi; li muoveva lo stesso bisogno di trovare una vita decorosa e la possibilità di mantenere la famiglia.
In questo enorme dramma di intolleranza e di violenza da parte di gruppi di immigrati anche noi italiani giochiamo il nostro importante ruolo, non l&#8217;unico ma sicuramente un ruolo di peso. Dovremmo riconsiderare le nostre posizioni rendendoci conto che queste persone sono individui che provengono da realtà disastrose, non sono mossi da cattive intenzioni verso gli italiani, cercano solo delle opportunità per provvedere alle loro famiglie, o cercano la stabilità che i Paesi da cui provengono, al momento, non sono in grado di offrire. Del resto, non sono storicamente stati forse gli occidentali spesso la causa delle pesanti condizioni post-coloniali e post-belliche, nelle quali i paesi che ora chiamiamo &#8220;in via di sviluppo&#8221; si sono trovati?
Nessuno possiede la soluzione per migliorare l’attuale scenario dall&#8217;oggi al domani, ma se ognuno di noi, con un autentico esame di coscienza, facesse la propria piccola parte di questo lungo percorso, l’integrazione potrebbe trasformarsi da qualcosa di remoto e di cui si parla tanto, ad un fenomeno diquotidiana normalità, e gli episodi di rabbia e violenza diverrebbero, al contrario, l&#8217;eccezione.


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4868" title="vetro rotto" src="http://thetamarind.eu/wp-content/uploads/2010/02/vetrorotto-224x300.jpg" alt="vetro rotto" width="224" height="300" />L&#8217;ennesima notizia di cronaca per le strade di Milano, simile a molte altre notizie, che si ripetono sempre più spesso e sempre più uguali, notizie che non avrebbero quasi bisogno di commenti, per quanto sono diventate tristemente parte delle routine urbane.<br />
Un&#8217;altra guerriglia civile scatenatasi nella periferia nord-est della capitale lombarda, in Via Padova, tra gruppi di diverse origini che popolano le multietniche strade del Bel Paese. Come spesso capita, anche questa volta il dramma è stato scatenato da una parola sbagliata di troppo, un insulto nato da un futile incidente, che però si somma al cumulo di frustrazioni generate dalle condizioni di vita precarie in cui questi immigrati vivono: condizioni degradanti e ai margini della società che, come in un circolo vizioso, rendono sempre più difficile la loro integrazione.<br />
Questa volta la vittima si chiama Ahmed Abdel Aziz El-Sayed Abdou, giovane immigrato di origini egiziane di neanche vent&#8217;anni. L&#8217;insofferenza che sta emergendo non è più tra immigrati e cittadini, ma trova terreno sempre più fertile tra le diverse etnie che popolano le metropoli italiane. Nello specifico, l&#8217;omicidio del giovane egiziano avviene per mano di un gruppo di peruviani. Per il futile episodio che ha generato il dramma, il quartiere si è istantaneamente trasformato in campo di guerriglia urbana tra sudamericani e nordafricani. Come inevitabile effetto a catena sono insorti gli abitanti del quartiere che, al colmo dell’esasperazione per una convivenza sempre più difficile con gli immigrati, hanno reagito a loro volta scagliando da balconi e finestre oggetti, gridando agli immigrati di “tornarsene a casa”. L&#8217;intervento immediato delle autorità è bastato solo ad evitare ulteriori danni, ma la calma è meramente momentanea. Per trovare soluzioni reali a questi episodi d&#8217;intolleranza è necessario scavare più a fondo, nelle radici di questa violenza.</p>
<p>Questo scenario infatti è come la punta di un iceberg. Si legge continuamente sui giornali che in qualche strada periferica di qualche metropoli italiana insorgono semi-guerriglie e disordini i cui principali attori sono gruppi di etnie diverse, immigrati (legalmente o meno) in Italia. La maggior parte delle volte questi episodi tragici scaturiscono da parole maleducate o piccoli gesti sconsiderati: questi stessi episodi in un tessuto sociale di tolleranza si spegnerebbero sul nascere. Il fatto che da cosi piccoli episodi nascano disastri di  dimensioni sproporzionate, porta ad interrogarsi sui veri motivi esulle vere cause scatenanti. Sicuramente alla base c&#8217;è molta frustrazione che genera violenza da parte degli immigrati, e intolleranza da parte dei cittadini, dando origine a un circolo d&#8217;odio. Ancora oggi per gran parte dei cittadini italiani è difficile accettare l’immigrato, colui che lascia i luoghi d’origine perché non offrono opportunità per una vita decorosa.</p>
<p>In Italia si dibatte molto sull’integrazione e sul dialogo interculturale, tuttavia siamo ancora lontani da praticare un accettabile livello di civile convivenza. Siamo ancora troppo impregnati da pregiudizi e stereotipi; per esempio ci preoccupiamo che gli immigrati ci sottraggano il lavoro, quando ormai dovremmo tutti capire che non è cosi. Quando le aziende italiane assumono immigrati, spesso lo decidono per ripiego, perchè manca la forza lavoro italiana. All’immigrato sono frequentemente affidati lavori definiti di &#8220;seconda classe&#8221;: imprese di pulizie o spazzini, camerieri o sguatteri tutto fare, lavori manuali di ogni genere e l’immigrato accetta di buon grado l’opportunità di poterguadagnare il danaro da mandare a casa per mantenere la famiglia.<br />
Molti di noi hanno &#8220;collaboratori domestici&#8221; che possiedono lauree in medicina o ingegneria, che sono infermieri o aviatori ma che non possono lavorare nei loro Paesi per cause di forza maggiore: non ci sono possibilità lavorative o ci sono guerre in corso, e allora vengono nei paesi del &#8220;primo mondo&#8221; raccogliendo qui le briciole di lavoro che avanzano. Gli italiani non vogliono &#8220;abbassarsi a professioni umili&#8221;. Eppure noi italiani dovremmo essere i primi a comprendere le condizioni da cui questi immigrati provengono. Nel secolo scorso, non sono stati forse i nostri bisnonni e nonni che, per mancanza di lavoro e sopportando grandi sacrifici, sono emigrati a ondate nel nuovo continente, ma non solo, in cerca di ricchezza e fortuna?  Nel secolo scorso gli emigranti italiani si sono trovati nelle medesime condizioni nelle quali si trovano questi immigrati oggi; li muoveva lo stesso bisogno di trovare una vita decorosa e la possibilità di mantenere la famiglia.</p>
<p>In questo enorme dramma di intolleranza e di violenza da parte di gruppi di immigrati anche noi italiani giochiamo il nostro importante ruolo, non l&#8217;unico ma sicuramente un ruolo di peso. Dovremmo riconsiderare le nostre posizioni rendendoci conto che queste persone sono individui che provengono da realtà disastrose, non sono mossi da cattive intenzioni verso gli italiani, cercano solo delle opportunità per provvedere alle loro famiglie, o cercano la stabilità che i Paesi da cui provengono, al momento, non sono in grado di offrire. Del resto, non sono storicamente stati forse gli occidentali spesso la causa delle pesanti condizioni post-coloniali e post-belliche, nelle quali i paesi che ora chiamiamo &#8220;in via di sviluppo&#8221; si sono trovati?<br />
Nessuno possiede la soluzione per migliorare l’attuale scenario dall&#8217;oggi al domani, ma se ognuno di noi, con un autentico esame di coscienza, facesse la propria piccola parte di questo lungo percorso, l’integrazione potrebbe trasformarsi da qualcosa di remoto e di cui si parla tanto, ad un fenomeno diquotidiana normalità, e gli episodi di rabbia e violenza diverrebbero, al contrario, l&#8217;eccezione.</p>


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		<title>L&#8217;eroismo della guerra di trincea</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 17:24:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo scorso 14 Febbraio, scendendo di casa la mattina a Beirut, ho provato un&#8217;istintiva simpatia per i gruppetti di cittadini libanesi che si avviavano verso Piazza dei Martiri per ricordare il quinto anniversario dell&#8217;omicidio dell&#8217;ex primo ministro Rafik Hariri.
A farmeli sentire vicini non erano pero tanto le loro motivazioni (per spiegare le quali del resto dovrei imbarcarmi nell&#8217;impresa impossibile di riassumere in poche righe la politica libanese degli ultimi decenni), quanto piuttosto la loro passione politica, il loro impegno democratico, il fatto stesso che in una domenica mattina di sole scendessero in strada per manifestare le proprie idee.
Nelle loro facce e nelle loro bandiere rivedevo quelle dei miei concittadini la mattina del 25 aprile: i saluti stupiti e allegri di colleghi di lavoro che si ritrovano inaspettatamente sotto le stesse bandiere, le chiacchere tra perfetti sconosciuti per poche ore uniti da un sentimento di comune impegno civile, l&#8217;entusiasmo dei giovani e la commozione dei vecchi.
In un Medio Oriente dove l&#8217;impegno politico prende sovente la forma di azioni violente e omicide o di eroiche manifestazioni di protesta soppresse nel sangue, la tranquilla manifestazione di un popolo libero e fiero della sua democrazia, tanto più preziosa quanto sempre pericolante, mi sembra un evento cui non si può rimanere indifferenti.
Il fatto che, come raccontato da tanti autorevoli cronisti, le manifestazioni del 14 Febbraio si facciano di anno in anno meno entusiaste, meno partecipate e meno convinte non toglie nulla alla loro rilevanza e al loro valore. Che il popolo di Piazza dei Martiri, il popolo della Rivoluzione dei Cedri, sia ormai stanco e disilluso è vero e comprensibile, ma ciononostante, il cinismo dei commentatori pronti a titolare su un Libano che &#8220;rinuncia al proprio sogno&#8221; (si veda Battistini sul Corriere del 15 Febbraio) mi sembra profondamente ingeneroso.
Il popolo di Piazza dei Martiri in effetti è ormai stanco e consapevole dell&#8217;inadeguatezza dei propri leader rispetto ai grandi sogni di liberta e indipendenza nati nelle manifestazioni di cinque anni fa, eppure esso non si lascia scoraggiare e continua a scendere in piazza per una causa che continua a credere giusta. Anche per questo forse mi sono stati così istintivamente simpatici, perché mi ricordavano la sinistra italiana: un popolo continuamente illuso e tradito dai propri rappresentanti ma che persevera a fare il proprio dovere, convinto delle ragioni del proprio impegno e del valore della propria partecipazione.
Il popolo del 14 Febbraio, testardo nel suo commemorare ogni anno l&#8217;omicidio di Rafik Hariri, nel suo sottoporsi ogni anno ad un fiume di retorica sul sacrificio dei propri martiri e sul valore della convivenza tra cristiani e mussulmani (notevole l&#8217;Ave Maria cantata sulla base dell&#8217;Allah Akbar del muezzin) da parte di politici a cui non crede più e di cui ricorda il passato spesso criminale negli anni della guerra civile, mi ricordava, le file di cittadini italiani disposti a versare un euro per votare alle primarie di un partito di cui non parlano che male (a patto che ci risparmino l&#8217;Ave Maria cantata sulla base dell&#8217;Internazionale Socialista).
Un popolo che si tura il naso ma che fa il suo dovere, è a mio avviso un popolo maturo, un popolo degno di una democrazia. I cittadini che si dimostrano degni della propria democrazia non sono infatti coloro che scendono in piazza una volta ogni tanto a urlare vaffanculo sperando che il politicante di turno si riveli il messia e che li guidi in una facile battaglia dove sia facile distinguere i cattivi dai buoni. I cittadini veramente democratici sono coloro che continuano a credere nelle proprie idee una volta che l&#8217;eroica battaglia dei loro sogni si è rivelata una faticosa guerra di trincea combattuta nel fango del compromesso e nella disiullusione sul valore dei propri generali.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4860" title="manifestazione-e-moschea" src="http://thetamarind.eu/wp-content/uploads/2010/02/manifesta-e-moschea-300x225.jpg" alt="manifestazione-e-moschea" width="300" height="225" />Lo scorso 14 Febbraio, scendendo di casa la mattina a Beirut, ho provato un&#8217;istintiva simpatia per i gruppetti di cittadini libanesi che si avviavano verso Piazza dei Martiri per ricordare il quinto anniversario dell&#8217;omicidio dell&#8217;ex primo ministro Rafik Hariri.</p>
<p>A farmeli sentire vicini non erano pero tanto le loro motivazioni (per spiegare le quali del resto dovrei imbarcarmi nell&#8217;impresa impossibile di riassumere in poche righe la politica libanese degli ultimi decenni), quanto piuttosto la loro passione politica, il loro impegno democratico, il fatto stesso che in una domenica mattina di sole scendessero in strada per manifestare le proprie idee.</p>
<p>Nelle loro facce e nelle loro bandiere rivedevo quelle dei miei concittadini la mattina del 25 aprile: i saluti stupiti e allegri di colleghi di lavoro che si ritrovano inaspettatamente sotto le stesse bandiere, le chiacchere tra perfetti sconosciuti per poche ore uniti da un sentimento di comune impegno civile, l&#8217;entusiasmo dei giovani e la commozione dei vecchi.</p>
<p>In un Medio Oriente dove l&#8217;impegno politico prende sovente la forma di azioni violente e omicide o di eroiche manifestazioni di protesta soppresse nel sangue, la tranquilla manifestazione di un popolo libero e fiero della sua democrazia, tanto più preziosa quanto sempre pericolante, mi sembra un evento cui non si può rimanere indifferenti.</p>
<p>Il fatto che, come raccontato da tanti autorevoli cronisti, le manifestazioni del 14 Febbraio si facciano di anno in anno meno entusiaste, meno partecipate e meno convinte non toglie nulla alla loro rilevanza e al loro valore. Che il popolo di Piazza dei Martiri, il popolo della Rivoluzione dei Cedri, sia ormai stanco e disilluso è vero e comprensibile, ma ciononostante, il cinismo dei commentatori pronti a titolare su un Libano che &#8220;rinuncia al proprio sogno&#8221; (si veda Battistini sul Corriere del 15 Febbraio) mi sembra profondamente ingeneroso.</p>
<p>Il popolo di Piazza dei Martiri in effetti è ormai stanco e consapevole dell&#8217;inadeguatezza dei propri leader rispetto ai grandi sogni di liberta e indipendenza nati nelle manifestazioni di cinque anni fa, eppure esso non si lascia scoraggiare e continua a scendere in piazza per una causa che continua a credere giusta. Anche per questo forse mi sono stati così istintivamente simpatici, perché mi ricordavano la sinistra italiana: un popolo continuamente illuso e tradito dai propri rappresentanti ma che persevera a fare il proprio dovere, convinto delle ragioni del proprio impegno e del valore della propria partecipazione.</p>
<p>Il popolo del 14 Febbraio, testardo nel suo commemorare ogni anno l&#8217;omicidio di Rafik Hariri, nel suo sottoporsi ogni anno ad un fiume di retorica sul sacrificio dei propri martiri e sul valore della convivenza tra cristiani e mussulmani (notevole l&#8217;Ave Maria cantata sulla base dell&#8217;Allah Akbar del muezzin) da parte di politici a cui non crede più e di cui ricorda il passato spesso criminale negli anni della guerra civile, mi ricordava<em>, </em>le file di cittadini italiani disposti a versare un euro per votare alle primarie di un partito di cui non parlano che male (a patto che ci risparmino l&#8217;Ave Maria cantata sulla base dell&#8217;Internazionale Socialista).</p>
<p>Un popolo che si tura il naso ma che fa il suo dovere, è a mio avviso un popolo maturo, un popolo degno di una democrazia. I cittadini che si dimostrano degni della propria democrazia non sono infatti coloro che scendono in piazza una volta ogni tanto a urlare vaffanculo sperando che il politicante di turno si riveli il messia e che li guidi in una facile battaglia dove sia facile distinguere i cattivi dai buoni. I cittadini veramente democratici sono coloro che continuano a credere nelle proprie idee una volta che l&#8217;eroica battaglia dei loro sogni si è rivelata una faticosa guerra di trincea combattuta nel fango del compromesso e nella disiullusione sul valore dei propri generali.</p>


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		<title>Stefano Massini, una vita per il teatro</title>
		<link>http://thetamarind.eu/2010/01/14/stefano-massini-una-vita-per-il-teatro/</link>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 16:38:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Galvano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[FUS]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Ronconi]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Massini]]></category>
		<category><![CDATA[teatro manzoni]]></category>

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		<description><![CDATA[È un freddissimo pomeriggio di dicembre, imbiancato dalla neve caduta in abbondanza su Firenze e dintorni, quando entro al Teatro Manzoni di Calenzano, piccolo gioiello della fine dell&#8217;Ottocento, per incontrare Stefano Massini che qui è di casa. Classe &#8216;75, scrittore, drammaturgo e regista con un passato da attore, Stefano Massini ha fatto del teatro la sua vita, ha vinto numerosi, e prestigiosi, premi e non si è montato la testa.
Hai iniziato il tuo percorso teatrale, da giovanissimo, con la recitazione. Come sei arrivato alla drammaturgia? Attraverso quale percorso?
Io provengo da una famiglia di appassionati d&#8217;arte, soprattutto di musica lirica, quindi ho frequentato molto teatro fin da piccolo, come fruitore di opere. Mio padre poi era anche un grande appassionato di cinema, ragion per cui ne ho visto tanto. Poi, un po&#8217; per via di queste influenze, un po&#8217; per carattere &#8211; fin dalle scuole elementari ero il più felice di tutti i bambini durante le recite scolastiche &#8211; il teatro ha sempre fatto parte della mia vita. Fino agli anni del liceo ha rappresentato, però, un percorso parallelo alla mia vita normale; al liceo invece ho messo su un gruppo teatrale vero e proprio che ha iniziato a riscuotere successo. Durante gli anni dell&#8217;università mi sono avvicinato naturalmente a gruppi teatrali semiprofessionisti e professionisti e per un periodo ho fatto il mestiere dell&#8217;attore, anche se già da allora mi veniva spontaneo &#8220;dirigere&#8221; i miei colleghi attori e modificare un testo in maniera che funzionasse meglio. Mi rendevo conto, però, che quell&#8217;atteggiamento non era &#8220;onesto&#8221; nei confronti del regista e, soprattutto, mi resi conto che recitare non mi bastava, non mi rendeva felice.
Il vero momento di svolta, però, è stato l&#8217;anno successivo alla mia laurea, dovevo svolgere il servizio civile e non potevo prendere altri impegni e così, durante quel periodo, ho fatto tantissimo teatro. Passato quell&#8217;anno ho seguito una voce dentro di me che mi ha spinto a mandare il mio curriculum al Maggio Musicale Fiorentino e sono stato preso come assistente volontario, e lavorare nell&#8217;Opera è stata per me una grandissima scuola perché ho operato su un sistema grandioso che in prosa raramente si vede in un teatro fiorentino. Fortuna volle che proprio in quel periodo Luca Ronconi si trovasse al Comunale a provare la regia di un&#8217;opera nella sala prove di fronte a quella dove lavoravo io. Con un po&#8217; di sfrontatezza lo avvicinai e gli chiesi di poter lavorare con lui a uno spettacolo di prosa, e così approdai al Piccolo di Milano ed ebbi la fortuna di lavorare con Ronconi e osservarlo al lavoro. Da lì ho iniziato a scrivere delle cose mie e all&#8217;inizio mi sono scontrato con chi mi consigliava, essendo io un giovane drammaturgo, di scrivere cose che riguardassero i giovani e il loro modo di vivere, motorini, sesso, musica, ecc&#8230; Cambiai strada e cominciai ad inviare i miei testi ai concorsi nazionali. Ne vinsi quattro in un anno e continuai a scrivere.
Nei tuoi testi hai portato in scena un Boia, la follia di Van Gogh, la morte della giornalista Anna Politkovskaja, con tutte le sue controversie, e hai scomodato perfino Dio mettendolo sotto processo&#8230; Da cosa nasce la tua necessità di trattare argomenti così scottanti?
Il teatro per me è, da sempre, un luogo di alibi ed alterego, ci sono persone che azzerano totalmente questo sistema di alias mettendosi in scena direttamente, raccontando le proprie ambizioni, le proprie aspettative, le proprie idee. Io, di fatto, ho avuto bisogno di nascondermi dietro alibi senza fare dichiarazioni personali; ho preso i diari di Kafka, per esempio, e mi sono messo in scena sottoforma di altri personaggi, ho trattato argomenti che erano nell&#8217;aria, di cui parlavano tutti, ma l&#8217;ho fatto mantenendo, sì, una forte radice personale, ma filtrata attraverso un alterego forte.
Nel corso della tua carriera hai lavorato spesso con gli stessi attori e hai messo i tuoi testi in mano ad altri registi. Che rapporto hai con gli attori e il regista che mettono in scena i tuoi testi? Intervieni nel loro lavoro o li lasci liberi di interpretare le tue parole?
Di solito mi rifiuto di vedere le prove di uno spettacolo tratto da un mio testo, limitandomi a guardare lo spettacolo finale; alle prove infatti potrei intervenire e non voglio farlo, se hai il coraggio di mettere un tuo testo in mano ad un altro regista te ne devi assumere tutte le responsabilità. Un altro regista vede tra le righe cose che non sapevi di aver scritto o, al contrario, sottolinea cose a cui non volevi dare risalto. Vedere lo spettacolo a prove finite ti permette di vedere il tuo testo sotto una luce nuova, diventi spettatore e non puoi fare diversamente.
Che rapporto hai con la lingua? Credi che in questo momento ci sia la tendenza a &#8220;trattarla male&#8221; o secondo te i cambiamenti fanno parte di un naturale processo evolutivo? 
La lingua, per sua natura, è viva, è un sistema dinamico e, quindi, i neologismi sono un evento normale, naturale. Il mio rapporto è conflittuale, invece, con un Paese che ha la tendenza a manipolare in maniera incredibile qualsiasi cosa. C&#8217;è adesso in giro la mistificazione sui dialetti, vogliono far passare il concetto che l&#8217;italiano è una lingua imposta, e questa imposizione andrebbe a scapito dei dialetti che sarebbero la vera forza del territorio, piegati all&#8217;italiano invasore. Niente di più sbagliato. Se si parlasse con cognizione di causa si saprebbe che lingue come il francese, l&#8217;inglese, lo spagnolo, il cinese mandarino sono state imposte a una vasta popolazione, ma l&#8217;italiano assolutamente no, si è sviluppato e diffuso in maniera naturale.
Da questo atteggiamento vittimistico deriva anche una certa tendenza ad usare il dialetto come lingua teatrale. E comunque, se proprio vogliono prendersela con qualcuno, che se la prendano che la televisione, vero veicolo di sviluppo della nostra lingua!
Cosa pensi della situazione dello spettacolo in Italia? Dei tagli al FUS in primis e dello scarso interesse del governo nei confronti di cinema, teatro e musica?
Il vero problema dell&#8217;Italia è che abbiamo alle spalle secoli di ...


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4721" title="massini" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/01/massini-199x300.jpg" alt="massini" width="199" height="300" />È un freddissimo pomeriggio di dicembre, imbiancato dalla neve caduta in abbondanza su Firenze e dintorni, quando entro al Teatro Manzoni di Calenzano, piccolo gioiello della fine dell&#8217;Ottocento, per incontrare Stefano Massini che qui è di casa. Classe &#8216;75, scrittore, drammaturgo e regista con un passato da attore, Stefano Massini ha fatto del teatro la sua vita, ha vinto numerosi, e prestigiosi, premi e non si è montato la testa.</p>
<p><strong>Hai iniziato il tuo percorso teatrale, da giovanissimo, con la recitazione. Come sei arrivato alla drammaturgia? Attraverso quale percorso?</strong></p>
<p>Io provengo da una famiglia di appassionati d&#8217;arte, soprattutto di musica lirica, quindi ho frequentato molto teatro fin da piccolo, come fruitore di opere. Mio padre poi era anche un grande appassionato di cinema, ragion per cui ne ho visto tanto. Poi, un po&#8217; per via di queste influenze, un po&#8217; per carattere &#8211; fin dalle scuole elementari ero il più felice di tutti i bambini durante le recite scolastiche &#8211; il teatro ha sempre fatto parte della mia vita. Fino agli anni del liceo ha rappresentato, però, un percorso parallelo alla mia vita normale; al liceo invece ho messo su un gruppo teatrale vero e proprio che ha iniziato a riscuotere successo. Durante gli anni dell&#8217;università mi sono avvicinato naturalmente a gruppi teatrali semiprofessionisti e professionisti e per un periodo ho fatto il mestiere dell&#8217;attore, anche se già da allora mi veniva spontaneo &#8220;dirigere&#8221; i miei colleghi attori e modificare un testo in maniera che funzionasse meglio. Mi rendevo conto, però, che quell&#8217;atteggiamento non era &#8220;onesto&#8221; nei confronti del regista e, soprattutto, mi resi conto che recitare non mi bastava, non mi rendeva felice.<br />
Il vero momento di svolta, però, è stato l&#8217;anno successivo alla mia laurea, dovevo svolgere il servizio civile e non potevo prendere altri impegni e così, durante quel periodo, ho fatto tantissimo teatro. Passato quell&#8217;anno ho seguito una voce dentro di me che mi ha spinto a mandare il mio curriculum al Maggio Musicale Fiorentino e sono stato preso come assistente volontario, e lavorare nell&#8217;Opera è stata per me una grandissima scuola perché ho operato su un sistema grandioso che in prosa raramente si vede in un teatro fiorentino. Fortuna volle che proprio in quel periodo Luca Ronconi si trovasse al Comunale a provare la regia di un&#8217;opera nella sala prove di fronte a quella dove lavoravo io. Con un po&#8217; di sfrontatezza lo avvicinai e gli chiesi di poter lavorare con lui a uno spettacolo di prosa, e così approdai al Piccolo di Milano ed ebbi la fortuna di lavorare con Ronconi e osservarlo al lavoro. Da lì ho iniziato a scrivere delle cose mie e all&#8217;inizio mi sono scontrato con chi mi consigliava, essendo io un giovane drammaturgo, di scrivere cose che riguardassero i giovani e il loro modo di vivere, motorini, sesso, musica, ecc&#8230; Cambiai strada e cominciai ad inviare i miei testi ai concorsi nazionali. Ne vinsi quattro in un anno e continuai a scrivere.</p>
<p><strong>Nei tuoi testi hai portato in scena un Boia, la follia di Van Gogh, la morte della giornalista Anna </strong><strong>Politkovskaja, con tutte le sue controversie, e hai scomodato perfino Dio mettendolo sotto processo&#8230; Da cosa nasce la tua necessità di trattare argomenti così scottanti?</strong></p>
<p>Il teatro per me è, da sempre, un luogo di alibi ed alterego, ci sono persone che azzerano totalmente questo sistema di <em>alias</em> mettendosi in scena direttamente, raccontando le proprie ambizioni, le proprie aspettative, le proprie idee. Io, di fatto, ho avuto bisogno di nascondermi dietro alibi senza fare dichiarazioni personali; ho preso i diari di Kafka, per esempio, e mi sono messo in scena sottoforma di altri personaggi, ho trattato argomenti che erano nell&#8217;aria, di cui parlavano tutti, ma l&#8217;ho fatto mantenendo, sì, una forte radice personale, ma filtrata attraverso un alterego forte.</p>
<p><strong>Nel corso della tua carriera hai lavorato spesso con gli stessi attori e hai messo i tuoi testi in mano ad altri registi. Che rapporto hai con gli attori e il regista che mettono in scena i tuoi testi? Intervieni nel loro lavoro o li lasci liberi di interpretare le tue parole?</strong></p>
<p>Di solito mi rifiuto di vedere le prove di uno spettacolo tratto da un mio testo, limitandomi a guardare lo spettacolo finale; alle prove infatti potrei intervenire e non voglio farlo, se hai il coraggio di mettere un tuo testo in mano ad un altro regista te ne devi assumere tutte le responsabilità. Un altro regista vede tra le righe cose che non sapevi di aver scritto o, al contrario, sottolinea cose a cui non volevi dare risalto. Vedere lo spettacolo a prove finite ti permette di vedere il tuo testo sotto una luce nuova, diventi spettatore e non puoi fare diversamente.</p>
<p><strong>Che rapporto hai con la lingua? Credi che in questo momento ci sia la tendenza a &#8220;trattarla male&#8221; o secondo te i cambiamenti fanno parte di un naturale processo evolutivo? </strong></p>
<p>La lingua, per sua natura, è viva, è un sistema dinamico e, quindi, i neologismi sono un evento normale, naturale. Il mio rapporto è conflittuale, invece, con un Paese che ha la tendenza a manipolare in maniera incredibile qualsiasi cosa. C&#8217;è adesso in giro la mistificazione sui dialetti, vogliono far passare il concetto che l&#8217;italiano è una lingua imposta, e questa imposizione andrebbe a scapito dei dialetti che sarebbero la vera forza del territorio, piegati all&#8217;italiano invasore. Niente di più sbagliato. Se si parlasse con cognizione di causa si saprebbe che lingue come il francese, l&#8217;inglese, lo spagnolo, il cinese mandarino sono state imposte a una vasta popolazione, ma l&#8217;italiano assolutamente no, si è sviluppato e diffuso in maniera naturale.<br />
Da questo atteggiamento vittimistico deriva anche una certa tendenza ad usare il dialetto come lingua teatrale. E comunque, se proprio vogliono prendersela con qualcuno, che se la prendano che la televisione, vero veicolo di sviluppo della nostra lingua!</p>
<p><strong>Cosa pensi della situazione dello spettacolo in Italia? Dei tagli al FUS <em>in primis</em> e dello scarso interesse del governo nei confronti di cinema, teatro e musica?</strong></p>
<p>Il vero problema dell&#8217;Italia è che abbiamo alle spalle secoli di storia e, tranne specifiche manifestazione come la Commedia dell&#8217;Arte, l&#8217;Opera e poco altro, la cultura è sempre stata appannaggio di una <em>elite</em>, mentre altri Paesi sono cresciuti con un&#8217;educazione più generale e collettiva. Il nostro rinascimento ci ha consegnato grandi monumenti, ma anche un fortissimo distacco tra chi esercitava la cultura e chi, la maggior parte per la verità, ne era tagliato fuori. A distanza di secoli ne paghiamo ancora il prezzo e l&#8217;Italia è ancora quella che descriveva Cicerone, &#8220;<em>panem et circenses</em>&#8220;. All&#8217;Italia manca l&#8217;idea che la cultura, le arti e la letteratura possano essere, oltre che un veicolo di educazione, un vettore di sviluppo economico per far rinascere il Paese.</p>
<p>Finita la piacevole chiacchierata, Stefano Massini si immerge nuovamente nel suo affascinante lavoro.<br />
Riuscirà l&#8217;arte a salvare l&#8217;Italia? Speriamo di sì&#8230;</p>


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		<title>Ripartire da Rosarno</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 21:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carolina Saporiti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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		<description><![CDATA[I toni come sempre sono alti, le dichiarazioni politiche scorrono come fiumi in piena, ma chi in questa vicenda si è preso un attimo per analizzare i fatti e riflettervi? Pochi. Troppo pochi. Però quello che è accaduto per due notti e due giorni a Rosarno merita un altro tipo di attenzione, oltre quello delle polemiche post-incidente. Si tratta di una caccia all’uomo, all’uomo nero, dopo una guerriglia e l’incendio della sua abitazione, se così si può chiamare un ovile diroccato, dove non arriva né acqua, né luce e dove non ci sono i bagni. E dopo gli scontri, gli immigrati, clandestini e non, del paese, sono stati deportati dalla polizia nei centri di accoglienza sull’altro lato della costa della Calabria. Non è il 1943, siamo nel 2010, siamo in Italia, uno Stato certo giovane, ma che non manca di storia, che ha vissuto momenti tragici della storia, da cui ha imparato molto: uno Stato che dovrebbe potersi dire “civile” a testa alta.
Non solo. Nonostante abbia conosciuto il fenomeno dell’immigrazione piuttosto recentemente, la nostra popolazione è sempre stata identificata per la sua ospitalità, ma questa virtù si è alleggerita col passare degli anni. In più, abbiamo da fare i conti con la nostra più grande piaga, la mafia. La ‘ndrangheta è un potere costituito, la più potente delle organizzazioni criminali, che tra le altre “occupazioni” gestisce gli immigrati della Calabria da quindici o vent’anni, destinandoli alla raccolta di arance, mandarini e bergamotti nelle fasulle cooperative agricole e che se ne approfitta trattenendo un pizzo sul loro stipendio di giornata -una manciata di euro per dodici ore di lavoro. Fasulle perché spesso –e non solo a Rosarno e in Calabria, ma anche in Lombardia, Veneto, Campania, Sicilia e Puglia- all’Inps risultano registrati come braccianti agricoli i disoccupati della piana di Gioia Tauro, ma i veri lavoratori delle terre sono gli immigrati, pagati in nero e, la maggior parte di loro, senza la possibilità di mettersi in regola.
Oltre a chiedersi dov’erano il Governo, il Prefetto, il Questore, il Comandante dei carabinieri e il Governatore della Regione, anzi prima di chiederselo, occorre che ognuno di noi rifletta sul ruolo che gli immigrati hanno nella nostra vita quotidiana e sul fatto innegabile che la forza lavoro costituita dalle loro braccia e dalla loro testa è ormai indispensabile all’economia dell’Italia perché non sono molti gli italiani disposti a raccogliere arance, specialmente per 15 euro al giorno.
Per una volta, invece che colpevolizzare e accusare, bisognerebbe riflettere sul potere che la mafia detiene da quarant’anni in Calabria e che non rovina la vita solo agli immigrati, ma anche, e da più tempo, ai cittadini nativi di Rosarno e dei paesi vicini.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4713" title="What About Us? photo by bfegter" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/01/racism-211x300.jpg" alt="What About Us? photo by bfegter" width="211" height="300" />I toni come sempre sono alti, le dichiarazioni politiche scorrono come fiumi in piena, ma chi in questa vicenda si è preso un attimo per analizzare i fatti e riflettervi? Pochi. Troppo pochi. Però quello che è accaduto per due notti e due giorni a Rosarno merita un altro tipo di attenzione, oltre quello delle polemiche post-incidente. Si tratta di una caccia all’uomo, all’uomo nero, dopo una guerriglia e l’incendio della sua abitazione, se così si può chiamare un ovile diroccato, dove non arriva né acqua, né luce e dove non ci sono i bagni. E dopo gli scontri, gli immigrati, clandestini e non, del paese, sono stati deportati dalla polizia nei centri di accoglienza sull’altro lato della costa della Calabria. Non è il 1943, siamo nel 2010, siamo in Italia, uno Stato certo giovane, ma che non manca di storia, che ha vissuto momenti tragici della storia, da cui ha imparato molto: uno Stato che dovrebbe potersi dire “civile” a testa alta.</p>
<p>Non solo. Nonostante abbia conosciuto il fenomeno dell’immigrazione piuttosto recentemente, la nostra popolazione è sempre stata identificata per la sua ospitalità, ma questa virtù si è alleggerita col passare degli anni. In più, abbiamo da fare i conti con la nostra più grande piaga, la mafia. La ‘ndrangheta è un potere costituito, la più potente delle organizzazioni criminali, che tra le altre “occupazioni” gestisce gli immigrati della Calabria da quindici o vent’anni, destinandoli alla raccolta di arance, mandarini e bergamotti nelle fasulle cooperative agricole e che se ne approfitta trattenendo un pizzo sul loro stipendio di giornata -una manciata di euro per dodici ore di lavoro. Fasulle perché spesso –e non solo a Rosarno e in Calabria, ma anche in Lombardia, Veneto, Campania, Sicilia e Puglia- all’Inps risultano registrati come braccianti agricoli i disoccupati della piana di Gioia Tauro, ma i veri lavoratori delle terre sono gli immigrati, pagati in nero e, la maggior parte di loro, senza la possibilità di mettersi in regola.</p>
<p>Oltre a chiedersi dov’erano il Governo, il Prefetto, il Questore, il Comandante dei carabinieri e il Governatore della Regione, anzi prima di chiederselo, occorre che ognuno di noi rifletta sul ruolo che gli immigrati hanno nella nostra vita quotidiana e sul fatto innegabile che la forza lavoro costituita dalle loro braccia e dalla loro testa è ormai indispensabile all’economia dell’Italia perché non sono molti gli italiani disposti a raccogliere arance, specialmente per 15 euro al giorno.<br />
Per una volta, invece che colpevolizzare e accusare, bisognerebbe riflettere sul potere che la mafia detiene da quarant’anni in Calabria e che non rovina la vita solo agli immigrati, ma anche, e da più tempo, ai cittadini nativi di Rosarno e dei paesi vicini.</p>


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		<title>Web 2.0 e social network-mania: i rischi sono alti</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 18:31:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carolina Saporiti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Social network. È questa una delle parole più usate nel 2009. Tutto sembra ormai succedere in rete o meglio sulle pagine degli utenti dei vari Facebook, MySpace, Twitter &#38; Co. Se non hai un profilo web, per molti, non sei nessuno. Da due anni a questa parte il fenomeno non riguarda più solo i giovani, ma anche gli adulti. 40 e 50enni che, incuriositi, si sono lanciati nel mondo virtuale e che ora sembrano non poterne fare a meno.
Ma per fare cosa? La domanda sembra banale visto l&#8217;elevato numero di persone che credono che i social network siano delle macchine infernali che tengono occupate ore della giornata senza portare a nulla, se non a una percezione distorta della realtà. Ma esplorando questo mondo le cose sembrano diverse. Il web 2.0 di cui tanto si parla, ossia quello in cui gli utenti possono non solo consultare pagine, ma anche contribuire e creare nuovi contenuti, raccoglie siti di interazione di ogni genere: esistono business social network per le aziende (linkedin.com e plaxo.com), quelli per commemorare i defunti (funeras.it) ed è ora comparsa la versione italiana della prima azienda web 2.0 (xing.it) che conta già oltre 7 milioni di utenti nel mondo che lo utilizzano in 16 lingue diverse. Quindi social network non solo come passatempo senza scopo se non quello di cercare e aggiungere nuovi &#8220;amici&#8221;, ma anche opportunità di lavoro e di scambio di opinioni. Così il numero di utenti continua a crescere: facebook conta 700.000 nuove iscrizioni al giorno nel mondo tanto da aver raggiunto nel novembre 2009 i 350 milioni di registrazioni.
Nulla da dire sull&#8217;uso delle nuove tecnologie e dei nuovi media, anche nel caso di semplice svago, ma dubbi e allarmi sorgono quando dall&#8217;uso si passa all&#8217;abuso, sempre più frequente anche in Italia. E ancora una volta il problema non riguarda solo i cosiddetti nativi digitali ma tutti gli utenti internet, anche gli over 50. Gli esperti però mettono in guardia: navigare in rete per più di 3 ore al giorno,  non a scopo lavorativo, porterebbe ad avere una percezione distorta della realtà, confondendola con quella virtuale. Così alcuni utenti &#8220;illuminati&#8221; nell&#8217;ultimo anno si sono cancellati da questi siti perché, più che interessante, la partecipazione diventava assillante, dovendo continuamente controllare gli aggiornamenti dei propri contatti.
La comunicazione mediata di tipo testuale -come la definisce Luca Chitarro, in un articolo comparso su Nova100- è pericolosa anche perché totalmente priva delle informazioni che si raccolgono normalmente nella comunicazione faccia a faccia, ciò significa che nelle relazioni interpersonali che si instaurano sul web occorre maggiore attenzione e consapevolezza. Recentemente un adolescente si è suicidato dopo un conto alla rovescia fatto pubblicamente sulla bacheca della sua pagina. Subito dopo il funerale sono comparsi migliaia di messaggi dispiaciuti, ma fino a un attimo prima nessuno se ne era preoccupato.
Il fatto di poter trovare di tutto sul web e di aver reso fruibile a chiunque qualsiasi tipo di informazione è senz&#8217;altro uno degli aspetti più rivoluzionari di internet, ma allo stesso tempo nasconde dei rischi altrettanto grandi. E la cronaca degli ultimi mesi regala casi esemplificativi. Su facebook qualche mese fa circa 7 mila utenti hanno giocato a fare i camorristi. Sullo stesso social network è comparso un gruppo contro i giudici Falcone e Borsellino. Sia questo, che l&#8217;applicazione sono stati fatti chiudere appena diffusa la notizia della loro presenza, ma il numero degli iscritti raccolti in pochi giorni indica come sulla rete, grazie anche all&#8217;anonimato, ci si faccia influenzare facilmente e facilmente si ceda alla violenza e alla volgarità perché, si spera, percepita solo virtualmente.
Episodi come questi hanno portato all&#8217;apertura di un dibattito circa l&#8217;esigenza o meno di nuove leggi nei riguardi di chi sulla rete inneggia alla violenza, minaccia o diffama. Il problema è un altro. La libertà di comunicazione è già disciplinata dalla nostra Costituzione da due norme, l&#8217;art 15, che tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni interpersonali, e l&#8217;art. 21, che ha come oggetto le comunicazioni pubbliche. La distinzione fra questi due tipi di comunicazione diventa difficile quando si parla di web 2.0 dove spesso capita che l&#8217;utente non sappia se la conversazione cui sta partecipando è pubblica o privata.
Non si può e non si deve giustificare o tollerare l&#8217;istigazione a delinquere e l&#8217;apologia di reato, considerando, per comodità, internet una zona franca. In rete, come rilevano molti sociologi, non c&#8217;è confronto dialogato ed è facile sfociare nel fanatismo perché apparentemente si gode di assoluta libertà. Ma libertà di odio e violenza non corrispondono a democrazia ed è necessario porre un confine a questa tendenza, come ha scritto recentemente Gian Antonio Stella sul Corriere, non con il buon senso, non solo, ma con il codice penale. Porre delle limitazioni ex ante comprometterebbe la nostra democrazia che si fonda, tra l&#8217;altro, sulla libertà d&#8217;opinione, per quanto questa possa essere fastidiosa.
La soluzione più sensata è quella di instaurare un dialogo con i fornitori di questi servizi (facebook &#38; Co.) così da poter richiedere e ottenere velocemente la chiusura di gruppi o la cancellazione di diffamazioni o inneggiamenti alla violenza e di punire chi commette un reato, perché ciò che è fuori legge off-line lo è anche on-line.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4705" title="social networks" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/01/social.jpg" alt="social networks" width="187" height="357" />Social network. È questa una delle parole più usate nel 2009. Tutto sembra ormai succedere in rete o meglio sulle pagine degli utenti dei vari Facebook, MySpace, Twitter &amp; Co. Se non hai un profilo web, per molti, non sei nessuno. Da due anni a questa parte il fenomeno non riguarda più solo i giovani, ma anche gli adulti. 40 e 50enni che, incuriositi, si sono lanciati nel mondo virtuale e che ora sembrano non poterne fare a meno.</p>
<p>Ma per fare cosa? La domanda sembra banale visto l&#8217;elevato numero di persone che credono che i social network siano delle macchine infernali che tengono occupate ore della giornata senza portare a nulla, se non a una percezione distorta della realtà. Ma esplorando questo mondo le cose sembrano diverse. Il web 2.0 di cui tanto si parla, ossia quello in cui gli utenti possono non solo consultare pagine, ma anche contribuire e creare nuovi contenuti, raccoglie siti di interazione di ogni genere: esistono business social network per le aziende (<a href="http://linkedin.com" target="_blank">linkedin.com</a> e <a href="http://plaxo.com" target="_blank">plaxo.com</a>), quelli per commemorare i defunti (<a href="http://www.funeras.it" target="_blank">funeras.it</a>) ed è ora comparsa la versione italiana della prima azienda web 2.0 (<a href="http://www.xing.it" target="_blank">xing.it</a>) che conta già oltre 7 milioni di utenti nel mondo che lo utilizzano in 16 lingue diverse. Quindi social network non solo come passatempo senza scopo se non quello di cercare e aggiungere nuovi &#8220;amici&#8221;, ma anche opportunità di lavoro e di scambio di opinioni. Così il numero di utenti continua a crescere: facebook conta 700.000 nuove iscrizioni al giorno nel mondo tanto da aver raggiunto nel novembre 2009 i 350 milioni di registrazioni.</p>
<p>Nulla da dire sull&#8217;uso delle nuove tecnologie e dei nuovi media, anche nel caso di semplice svago, ma dubbi e allarmi sorgono quando dall&#8217;uso si passa all&#8217;abuso, sempre più frequente anche in Italia. E ancora una volta il problema non riguarda solo i cosiddetti nativi digitali ma tutti gli utenti internet, anche gli over 50. Gli esperti però mettono in guardia: navigare in rete per più di 3 ore al giorno,  non a scopo lavorativo, porterebbe ad avere una percezione distorta della realtà, confondendola con quella virtuale. Così alcuni utenti &#8220;illuminati&#8221; nell&#8217;ultimo anno si sono cancellati da questi siti perché, più che interessante, la partecipazione diventava assillante, dovendo continuamente controllare gli aggiornamenti dei propri contatti.</p>
<p>La comunicazione mediata di tipo testuale -come la definisce Luca Chitarro, in un articolo comparso su <em>Nova100</em>- è pericolosa anche perché totalmente priva delle informazioni che si raccolgono normalmente nella comunicazione faccia a faccia, ciò significa che nelle relazioni interpersonali che si instaurano sul web occorre maggiore attenzione e consapevolezza. Recentemente un adolescente si è suicidato dopo un conto alla rovescia fatto pubblicamente sulla bacheca della sua pagina. Subito dopo il funerale sono comparsi migliaia di messaggi dispiaciuti, ma fino a un attimo prima nessuno se ne era preoccupato.</p>
<p>Il fatto di poter trovare di tutto sul web e di aver reso fruibile a chiunque qualsiasi tipo di informazione è senz&#8217;altro uno degli aspetti più rivoluzionari di internet, ma allo stesso tempo nasconde dei rischi altrettanto grandi. E la cronaca degli ultimi mesi regala casi esemplificativi. Su facebook qualche mese fa circa 7 mila utenti hanno giocato a fare i camorristi. Sullo stesso social network è comparso un gruppo contro i giudici Falcone e Borsellino. Sia questo, che l&#8217;applicazione sono stati fatti chiudere appena diffusa la notizia della loro presenza, ma il numero degli iscritti raccolti in pochi giorni indica come sulla rete, grazie anche all&#8217;anonimato, ci si faccia influenzare facilmente e facilmente si ceda alla violenza e alla volgarità perché, si spera, percepita solo virtualmente.</p>
<p>Episodi come questi hanno portato all&#8217;apertura di un dibattito circa l&#8217;esigenza o meno di nuove leggi nei riguardi di chi sulla rete inneggia alla violenza, minaccia o diffama. Il problema è un altro. La libertà di comunicazione è già disciplinata dalla nostra Costituzione da due norme, l&#8217;art 15, che tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni interpersonali, e l&#8217;art. 21, che ha come oggetto le comunicazioni pubbliche. La distinzione fra questi due tipi di comunicazione diventa difficile quando si parla di web 2.0 dove spesso capita che l&#8217;utente non sappia se la conversazione cui sta partecipando è pubblica o privata.</p>
<p>Non si può e non si deve giustificare o tollerare l&#8217;istigazione a delinquere e l&#8217;apologia di reato, considerando, per comodità, internet una zona franca. In rete, come rilevano molti sociologi, non c&#8217;è confronto dialogato ed è facile sfociare nel fanatismo perché apparentemente si gode di assoluta libertà. Ma libertà di odio e violenza non corrispondono a democrazia ed è necessario porre un confine a questa tendenza, come ha scritto recentemente Gian Antonio Stella sul <em>Corriere</em>, non con il buon senso, non solo, ma con il codice penale. Porre delle limitazioni <em>ex ante</em> comprometterebbe la nostra democrazia che si fonda, tra l&#8217;altro, sulla libertà d&#8217;opinione, per quanto questa possa essere fastidiosa.</p>
<p>La soluzione più sensata è quella di instaurare un dialogo con i fornitori di questi servizi (facebook &amp; Co.) così da poter richiedere e ottenere velocemente la chiusura di gruppi o la cancellazione di diffamazioni o inneggiamenti alla violenza e di punire chi commette un reato, perché ciò che è fuori legge off-line lo è anche on-line.</p>


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		<title>Se il Cespuglio fosse stato nero</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 18:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Incisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[Ad azzardare l&#8217;incauto paragone, sembra di rivedere l&#8217;Italia degli anni &#8216;80. Ormai a suo agio nel ruolo di potenza regionale, ben prona a quella &#8216;politica della sedia&#8217; inaugurata cent&#8217;anni prima dal Benso, il Bel Paese s&#8217;indebitava e si svalutava spensieratamente, illudendosi che le cose prima o poi sarebbero andate meglio. Magari, aggiustandosi da sole. Soliti italiani, verrebbe da dire.
Alcuni di loro, però, avrebbero un&#8217;idea piuttosto precisa oggi di come ringraziare quella passata classe politica, scellerata e incompetente, che altri ora vorrebbero riabilitare.
Questa, però, è un&#8217;altra storia.
Piuttosto, in una sorta di (analoga?) sindrome di Peter Pan permanente, gli Stati Uniti, col solito fare da ragazzone cresciuto troppo in fretta che caratterizza il loro agire politico, sembrano aver deciso di credere &#8211; passatemi la metafora &#8211; che per affrontare un abnorme problema di &#8216;dipendenza&#8217; sia più efficace &#8216;raddoppiare la dose&#8217; piuttosto che, dico per dire, cercare di astenersi.
E giù tutti ad applaudire.
Mi spiego.
L&#8217;immagine internazionale irrimediabilmente compromessa, travolta dai debiti e da una crisi che ha prodotto la fine di quell&#8217;unipolarismo &#8211; che, quand&#8217;anche tutto ipotetico o solo psicologico, ha permesso alle generazioni occidentali degli anni &#8216;80 e &#8216;90 di percepire il mondo come invariabilmente sicuro -, conscia che dall&#8217;Europa non sarebbe arrivato alcun sostegno consono a soddisfare la filosofia nazionale &#8216;I want it here, I want it now&#8217;, la SuperPotenza si è allora lanciata tra le braccia del suo &#8217;spacciatore&#8217;, assai lieta di proseguire quella &#8216;terapia&#8217; che la ha già portata sull&#8217;orlo del tracollo economico e industriale.
E così, occhi increduli e vagamente offesi (quelli europei) hanno visto celebrare, poche settimane orsono, l&#8217;anomalo sodalizio tra ciò che resta del Bastione d&#8217;Occidente e il neo-Impero Celeste (sempre in salsa comunista) &#8211; che del Bastione tiene ben saldi i cordoni della borsa.
Oltre alla sindrome di Peter Pan, quindi, pure quella di Stoccolma. Attenuata, forse, dalla convinzione che la supremazia militare americana sia ancora vergine di concorrenza e permetta ampi spazi di manovra, si necessest.
Ai posteri.
L&#8217;autore di cotanto capolavoro di geopolitica economica è Mr. Obama, nuova rivoluzionaria (?) guida dell&#8217;adolescente sindromico di cui sopra, la cui insana passione per la Repubblica Popolare ed il suo ufficiale riconoscimento di &#8216;unica altra potenza&#8217; nel globo è stato cortesemente ricambiato con l&#8217;oscuramento del suo bel discorsetto all&#8217;Università di Shanghai (ma anche di un po&#8217; tutta la sua visita).
E giù applausi.
Agli attoniti leader europei &#8211; specie, sia pur per ragioni tra loro diverse, di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito &#8211; resta il bucolico ricordo della scampagnata pre-elettorale allestita dall&#8217;allora candidato democratico &#8211; cosa mai vista prima &#8211; e degli abbaglianti sorrisi ricevuti in cambio dell&#8217;unzione del Gotha d&#8217;Europa &#8211; anch&#8217;essa senza precedenti e, col senno di poi, piuttosto ridicola.
Tutti d&#8217;accordo: del signor Cespuglio, nessuno ne poteva più. Vero è anche, però, che da quando è sul trono, Obama non fa che prendere l&#8217;Europa a sberle.
D&#8217;altra parte, nessuno osa protestare: qualunque politico facesse trapelare scetticismo nei confronti di Mr. President oggi andrebbe incontro alla gogna mediatica planetaria.
Per ora.
Per il resto, la politica estera made in USA verso i partner occidentali si fa notare più per le gaffes della presidenziale moglie &#8211; una robusta signora che ha frainteso in modo strepitoso il suo ruolo, tra pacche alla Regina Elisabetta, rifiuto dei tradizionali riti delle mogli dei capi di stato ai vertici internazionali, saluti palesemente differenziati a leader stranieri, mises stravaganti a go-go, etc. &#8211; che non per la chiarezza delle idee del marito, il cui unico segno finora stampato nella memoria collettiva è la splendida dentatura, invariabilmente esposta in ogni occasione.
Intanto, tutti continuano a &#8217;sperare&#8217;.
Lungi dal voler prender le difese del predecessore, vale forse la pena sottolineare come, per quanto poco attribuibile al suo &#8216;genio creativo&#8217; (innegabilmente modesto), Giorgio Cespuglio un&#8217;idea abbastanza chiara, in politica estera, ce la aveva. Il poveretto credeva nell&#8217;Occidente con la O maiuscola, unito da valori fondanti quella &#8216;civiltà&#8217; tutto sommato comune tra Europa e America. Idea opinabile, forse. Assurda, no. Non solo, una siffatta nozione di mondo faceva comodo a molti.
Che poi, meschino, abbia veramente creduto che quei supposti valori comuni potessero rendere l&#8217;Occidente unito (o unibile) contro certe situazioni è, di nuovo, tutta un&#8217;altra storia.
L&#8221;idea di mondo&#8217; di Barack Hussein, piuttosto, forse anche in conseguenza del portato storico che lo contraddistingue, non solo è al momento scarsamente comprensibile ma, per quel poco che se ne comprende, assai poco condivisibile.
L&#8217;inizio è ecumenico: viva la pace, l&#8217;ambiente e il multilateralismo. Pare che a Washington si sia insediato il Papa. Poi arriva l&#8217;idea della diarchia mondiale sino-americana: un frisbee in testa agli europei (e un prevedibile boomerang per gli stessi americani); nel mentre, la perdurante politica del sorriso di plastica lascia il tempo che trova, mostrando forse più l&#8217;imbarazzo di una persona conscia che il potere che gli viene attribuito è, in buona parte, già scivolato dalle sue mani; infine, l&#8217;ennesimo surge di truppe americane in Iraq e Afganistan si fatica a considerarlo un segnale di discontinuità rispetto a chi c&#8217;era prima.
Intanto, giù un nobel (condito con la filastrocca &#8216;per avere la pace ci vuole la guerra&#8217;, un azzardo che grida vendetta).
Da ultimo, si potrebbe notare come, nel bene e nel male, religioso salvatore per oltre novanta milioni o parafulmine degli accidenti di altri sei miliardi, ad animare scena e dibattito interno ed internazionale dell&#8217;epoca sia sempre stata la figura del Cespuglio e nessun&#8217;altra.
Ad un anno dall&#8217;insediamento, il messia politico di inizio millennio, sorrisi a parte, è già stato scavalcato in popolarità, in sequenza, dalla moglie e dal segretario di stato.
Sia come sia &#8211; e sia brutale -, la tentazione di credere che se Mr. Bush fosse stato nero oggi mi sentirei meno in imbarazzo ad usare la parola &#8216;Occidente&#8217;, è forte assai.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4682" title="obama_smiling" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2010/01/obama_smiling.jpg" alt="obama_smiling" width="299" height="225" />Ad azzardare l&#8217;incauto paragone, sembra di rivedere l&#8217;Italia degli anni &#8216;80. Ormai a suo agio nel ruolo di potenza regionale, ben prona a quella &#8216;politica della sedia&#8217; inaugurata cent&#8217;anni prima dal Benso, il Bel Paese s&#8217;indebitava e si svalutava spensieratamente, illudendosi che le cose prima o poi sarebbero andate meglio. Magari, aggiustandosi da sole. Soliti italiani, verrebbe da dire.</p>
<p>Alcuni di loro, però, avrebbero un&#8217;idea piuttosto precisa oggi di come ringraziare quella passata classe politica, scellerata e incompetente, che altri ora vorrebbero riabilitare.</p>
<p>Questa, però, è un&#8217;altra storia.</p>
<p>Piuttosto, in una sorta di (analoga?) sindrome di Peter Pan permanente, gli Stati Uniti, col solito fare da ragazzone cresciuto troppo in fretta che caratterizza il loro agire politico, sembrano aver deciso di credere &#8211; passatemi la metafora &#8211; che per affrontare un abnorme problema di &#8216;dipendenza&#8217; sia più efficace &#8216;raddoppiare la dose&#8217; piuttosto che, dico per dire, cercare di astenersi.</p>
<p>E giù tutti ad applaudire.</p>
<p>Mi spiego.</p>
<p>L&#8217;immagine internazionale irrimediabilmente compromessa, travolta dai debiti e da una crisi che ha prodotto la fine di quell&#8217;unipolarismo &#8211; che, quand&#8217;anche tutto ipotetico o solo psicologico, ha permesso alle generazioni occidentali degli anni &#8216;80 e &#8216;90 di percepire il mondo come <em>invariabilmente</em> sicuro -, conscia che dall&#8217;Europa non sarebbe arrivato alcun sostegno consono a soddisfare la filosofia nazionale &#8216;I want it here, I want it now&#8217;, la SuperPotenza si è allora lanciata tra le braccia del suo &#8217;spacciatore&#8217;, assai lieta di proseguire quella &#8216;terapia&#8217; che la ha già portata sull&#8217;orlo del tracollo economico e industriale.</p>
<p>E così, occhi increduli e vagamente offesi (quelli europei) hanno visto celebrare, poche settimane orsono, l&#8217;anomalo sodalizio tra ciò che resta del Bastione d&#8217;Occidente e il neo-Impero Celeste (sempre in salsa comunista) &#8211; che del Bastione tiene ben saldi i cordoni della borsa.</p>
<p>Oltre alla sindrome di Peter Pan, quindi, pure quella di Stoccolma. Attenuata, forse, dalla convinzione che la supremazia militare americana sia ancora vergine di concorrenza e permetta ampi spazi di manovra, <em>si necessest</em>.</p>
<p>Ai posteri.</p>
<p>L&#8217;autore di cotanto capolavoro di geopolitica economica è Mr. Obama, nuova rivoluzionaria (?) guida dell&#8217;adolescente sindromico di cui sopra, la cui insana passione per la Repubblica Popolare ed il suo ufficiale riconoscimento di &#8216;unica altra potenza&#8217; nel globo è stato cortesemente ricambiato con l&#8217;oscuramento del suo bel discorsetto all&#8217;Università di Shanghai (ma anche di un po&#8217; tutta la sua visita).</p>
<p>E giù applausi.</p>
<p>Agli attoniti leader europei &#8211; specie, sia pur per ragioni tra loro diverse, di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito &#8211; resta il bucolico ricordo della scampagnata pre-elettorale allestita dall&#8217;allora candidato democratico &#8211; cosa mai vista prima &#8211; e degli abbaglianti sorrisi ricevuti in cambio dell&#8217;unzione del Gotha d&#8217;Europa &#8211; anch&#8217;essa senza precedenti e, col senno di poi, piuttosto ridicola.</p>
<p>Tutti d&#8217;accordo: del signor Cespuglio, nessuno ne poteva più. Vero è anche, però, che da quando è sul trono, Obama non fa che prendere l&#8217;Europa a sberle.</p>
<p>D&#8217;altra parte, nessuno osa protestare: qualunque politico facesse trapelare scetticismo nei confronti di <em>Mr.</em> <em>President</em> oggi andrebbe incontro alla gogna mediatica planetaria.</p>
<p>Per ora.</p>
<p>Per il resto, la politica estera made in USA verso i partner occidentali si fa notare più per le gaffes della presidenziale moglie &#8211; una robusta signora che ha frainteso in modo strepitoso il suo ruolo, tra pacche alla Regina Elisabetta, rifiuto dei tradizionali riti delle mogli dei capi di stato ai vertici internazionali, saluti palesemente differenziati a leader stranieri, mises stravaganti a go-go, etc. &#8211; che non per la chiarezza delle idee del marito, il cui unico segno finora stampato nella memoria collettiva è la splendida dentatura, invariabilmente esposta in ogni occasione.</p>
<p>Intanto, tutti continuano a &#8217;sperare&#8217;.</p>
<p>Lungi dal voler prender le difese del predecessore, vale forse la pena sottolineare come, per quanto poco attribuibile al suo &#8216;genio creativo&#8217; (innegabilmente modesto), Giorgio Cespuglio un&#8217;idea abbastanza chiara, in politica estera, ce la aveva. Il poveretto credeva nell&#8217;Occidente con la O maiuscola, unito da valori fondanti quella &#8216;civiltà&#8217; tutto sommato comune tra Europa e America. Idea opinabile, forse. Assurda, no. Non solo, una siffatta nozione di mondo faceva comodo a molti.</p>
<p>Che poi, meschino, abbia veramente creduto che quei supposti valori comuni potessero rendere l&#8217;Occidente unito (o unibile) <em>contro</em> certe situazioni è, di nuovo, tutta un&#8217;altra storia.</p>
<p>L&#8221;idea di mondo&#8217; di Barack Hussein, piuttosto, forse anche in conseguenza del portato storico che lo contraddistingue, non solo è al momento scarsamente comprensibile ma, per quel poco che se ne comprende, assai poco condivisibile.</p>
<p>L&#8217;inizio è ecumenico: viva la pace, l&#8217;ambiente e il multilateralismo. Pare che a Washington si sia insediato il Papa. Poi arriva l&#8217;idea della diarchia mondiale sino-americana: un frisbee in testa agli europei (e un prevedibile boomerang per gli stessi americani); nel mentre, la perdurante politica del sorriso di plastica lascia il tempo che trova, mostrando forse più l&#8217;imbarazzo di una persona conscia che il potere che gli viene attribuito è, in buona parte, già scivolato dalle sue mani; infine, l&#8217;ennesimo <em>surge</em> di truppe americane in Iraq e Afganistan si fatica a considerarlo un segnale di discontinuità rispetto a chi c&#8217;era prima.</p>
<p>Intanto, giù un nobel (condito con la filastrocca &#8216;per avere la pace ci vuole la guerra&#8217;, un azzardo che grida vendetta).</p>
<p>Da ultimo, si potrebbe notare come, nel bene e nel male, religioso salvatore per oltre novanta milioni o parafulmine degli accidenti di altri sei miliardi, ad animare scena e dibattito interno ed internazionale dell&#8217;epoca sia sempre stata la figura del Cespuglio e nessun&#8217;altra.</p>
<p>Ad un anno dall&#8217;insediamento, il messia politico di inizio millennio, sorrisi a parte, è già stato scavalcato in popolarità, in sequenza, dalla moglie e dal segretario di stato.</p>
<p>Sia come sia &#8211; e sia brutale -, la tentazione di credere che se Mr. Bush fosse stato nero oggi mi sentirei meno in imbarazzo ad usare la parola &#8216;Occidente&#8217;, è forte assai.</p>


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