Se il Cespuglio fosse stato nero

gennaio 7th, 2010 by Matteo Incisa | 3 Comments

Se il Cespuglio fosse stato nero

Ad azzardare l’incauto paragone, sembra di rivedere l’Italia degli anni ‘80. Ormai a suo agio nel ruolo di potenza regionale, ben prona a quella ‘politica della sedia’ inaugurata cent’anni prima dal Benso, il Bel Paese s’indebitava e si svalutava spensieratamente, illudendosi che le cose prima o poi sarebbero andate meglio. Magari, aggiustandosi da sole. Soliti italiani, verrebbe da dire.
Alcuni di loro, però, avrebbero un’idea piuttosto precisa oggi di come ringraziare quella passata classe politica, scellerata e incompetente, che altri ora vorrebbero riabilitare.
Questa, però, è un’altra storia.
Piuttosto, in una sorta di (analoga?) sindrome di Peter Pan permanente, gli Stati Uniti, col solito fare da ragazzone cresciuto troppo in fretta che caratterizza il loro agire politico, sembrano aver deciso di credere – passatemi la metafora – che per affrontare un abnorme problema di ‘dipendenza’ sia più efficace ‘raddoppiare la dose’ piuttosto che, dico per dire, cercare di astenersi.
E giù tutti ad applaudire.
Mi spiego.
L’immagine internazionale irrimediabilmente compromessa, travolta dai debiti e da una crisi che ha prodotto la fine di quell’unipolarismo – che, quand’anche tutto ipotetico o solo psicologico, ha permesso alle generazioni occidentali degli anni ‘80 e ‘90 di percepire il mondo come invariabilmente sicuro -, conscia che dall’Europa non sarebbe arrivato alcun sostegno consono a soddisfare la filosofia nazionale ‘I want it here, I want it now’, la SuperPotenza si è allora lanciata tra le braccia del suo ’spacciatore’, assai lieta di proseguire quella ‘terapia’ che la ha già portata sull’orlo del tracollo economico e industriale.
E così, occhi increduli e vagamente offesi (quelli europei) hanno visto celebrare, poche settimane orsono, l’anomalo sodalizio tra ciò che resta del Bastione d’Occidente e il neo-Impero Celeste (sempre in salsa comunista) – che del Bastione tiene ben saldi i cordoni della borsa.
Oltre alla sindrome di Peter Pan, quindi, pure quella di Stoccolma. Attenuata, forse, dalla convinzione che la supremazia militare americana sia ancora vergine di concorrenza e permetta ampi spazi di manovra, si necessest.
Ai posteri.
L’autore di cotanto capolavoro di geopolitica economica è Mr. Obama, nuova rivoluzionaria (?) guida dell’adolescente sindromico di cui sopra, la cui insana passione per la Repubblica Popolare ed il suo ufficiale riconoscimento di ‘unica altra potenza’ nel globo è stato cortesemente ricambiato con l’oscuramento del suo bel discorsetto all’Università di Shanghai (ma anche di un po’ tutta la sua visita).
E giù applausi.
Agli attoniti leader europei – specie, sia pur per ragioni tra loro diverse, di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito – resta il bucolico ricordo della scampagnata pre-elettorale allestita dall’allora candidato democratico – cosa mai vista prima – e degli abbaglianti sorrisi ricevuti in cambio dell’unzione del Gotha d’Europa – anch’essa senza precedenti e, col senno di poi, piuttosto ridicola.
Tutti d’accordo: del signor Cespuglio, nessuno ne poteva più. Vero è anche, però, che da quando è sul trono, Obama non fa che prendere l’Europa a sberle.
D’altra parte, nessuno osa protestare: qualunque politico facesse trapelare scetticismo nei confronti di Mr. President oggi andrebbe incontro alla gogna mediatica planetaria.
Per ora.
Per il resto, la politica estera made in USA verso i partner occidentali si fa notare più per le gaffes della presidenziale moglie – una robusta signora che ha frainteso in modo strepitoso il suo ruolo, tra pacche alla Regina Elisabetta, rifiuto dei tradizionali riti delle mogli dei capi di stato ai vertici internazionali, saluti palesemente differenziati a leader stranieri, mises stravaganti a go-go, etc. – che non per la chiarezza delle idee del marito, il cui unico segno finora stampato nella memoria collettiva è la splendida dentatura, invariabilmente esposta in ogni occasione.
Intanto, tutti continuano a ’sperare’.
Lungi dal voler prender le difese del predecessore, vale forse la pena sottolineare come, per quanto poco attribuibile al suo ‘genio creativo’ (innegabilmente modesto), Giorgio Cespuglio un’idea abbastanza chiara, in politica estera, ce la aveva. Il poveretto credeva nell’Occidente con la O maiuscola, unito da valori fondanti quella ‘civiltà’ tutto sommato comune tra Europa e America. Idea opinabile, forse. Assurda, no. Non solo, una siffatta nozione di mondo faceva comodo a molti.
Che poi, meschino, abbia veramente creduto che quei supposti valori comuni potessero rendere l’Occidente unito (o unibile) contro certe situazioni è, di nuovo, tutta un’altra storia.
L”idea di mondo’ di Barack Hussein, piuttosto, forse anche in conseguenza del portato storico che lo contraddistingue, non solo è al momento scarsamente comprensibile ma, per quel poco che se ne comprende, assai poco condivisibile.
L’inizio è ecumenico: viva la pace, l’ambiente e il multilateralismo. Pare che a Washington si sia insediato il Papa. Poi arriva l’idea della diarchia mondiale sino-americana: un frisbee in testa agli europei (e un prevedibile boomerang per gli stessi americani); nel mentre, la perdurante politica del sorriso di plastica lascia il tempo che trova, mostrando forse più l’imbarazzo di una persona conscia che il potere che gli viene attribuito è, in buona parte, già scivolato dalle sue mani; infine, l’ennesimo surge di truppe americane in Iraq e Afganistan si fatica a considerarlo un segnale di discontinuità rispetto a chi c’era prima.
Intanto, giù un nobel (condito con la filastrocca ‘per avere la pace ci vuole la guerra’, un azzardo che grida vendetta).
Da ultimo, si potrebbe notare come, nel bene e nel male, religioso salvatore per oltre novanta milioni o parafulmine degli accidenti di altri sei miliardi, ad animare scena e dibattito interno ed internazionale dell’epoca sia sempre stata la figura del Cespuglio e nessun’altra.
Ad un anno dall’insediamento, il messia politico di inizio millennio, sorrisi a parte, è già stato scavalcato in popolarità, in sequenza, dalla moglie e dal segretario di stato.
Sia come sia – e sia brutale -, la tentazione di credere che se Mr. Bush fosse stato nero oggi mi sentirei meno in imbarazzo ad usare la parola ‘Occidente’, è forte assai.


Change has come to America

gennaio 22nd, 2009 by Valentina Clemente | 1 Comment

Change has come to America

Erano in due milioni a Washington D.C., pronti a testimoniare e a vivere una giornata indimenticabile. Barack Obama ha giurato da Presidente, ha radunato attorno a sé tutta l’America, bianca e nera, che con lui non vede l’ora di iniziare un nuovo percorso e una nuova era.
Gli Stati Uniti, quindi, hanno un nuovo presidente e il Mondo ha un nuovo leader, che sicuramente riuscirà a fare breccia nel cuore della politica internazionale.
Barack Obama, nel suo discorso d’insediamento, forse un po’ più pacato e diretto rispetto alle parole a cui ci aveva abituati durante la campagna elettorale, alla convention di Denver e al primo discorso dopo l’avvenuta vittoria il quattro Novembre dello scorso anno, chiama il Paese dei Founding Fathers “a una nuova era di responsabilità” che si deve necessariamente basare sui dei valori antichi, solidi senza mai dimenticare lo slogan che l’ha caratterizzato nei mesi scorsi: “il mondo ha bisogno del cambiamento, l’ha ottenuto e noi dobbiamo cambiare”.
Obama, sin dall’inizio della sua comparsa sulle scene politiche nazionali,
è sempre stato definito come l’incarnazione del sogno americano e di quello del profeta dell’integrazione razziale Martin Luther King: nelle sue prime parole da Presidente, non ha deluso neanche questa aspettativa. Lui stesso, infatti, afferma di essere lì perché” la più antica democrazia dei tempi moderni ha saputo fare prevalere la speranza sulla paura”. E proprio a tal proposito, l’ex senatore dell’Illinois, ricorda il cammino percorso dagli afro-americani dalla segregazione di meno di 60 anni fa e la speranza e il senso dell’unità della nazione: queste doti devono ritenersi essenziali per un cammino che inizia nella tempestosa recessione economica e che deve condurre a superare la crisi e ad affermare i forti valori dell’uomo, talvolta dimenticati.

Il discorso da neo presidente è, quindi, conciso e scandito da parole dirette a tutti i suoi cittadini, ai quali viene esplicitamente richiesto di “mettersi al lavoro per rifare l’America”.
Barack Obama, inoltre, tende la mano all’Islam e ai partner degli Stati Uniti perché “chi vuole la pace è amico degli USA”. Non mancano critiche all’amministrazione uscente, come quando lui stesso definisce “falsa” la scelta tra la sicurezza del paese e il rispetto degli ideali, dei principi americani e dei diritti umani. Obama, però non veste di certo i panni del pacifista quando, rivolgendosi ai terroristi e ai nemici, dice loro “Vi sconfiggeremo”.
Il primo presidente nero rappresenta una nazione ancora giovane ma prontissima a lottare e a dare importanza a tutti gli individui, che nascono tutti uguali e sono libero di perseguire la felicità.
“I vostri popoli vi giudicheranno per quello che costruite, non per quello che distruggete” è stato uno dei moniti più forti scanditi nel discorso post giuramento: parole assai importanti, che il Presidente di certo non mancherà di mettere in pratica.
Chi si aspettava un discorso “eco” dei capi di stato che l’hanno preceduto è stato sicuramente deluso: Obama ne ha citato soltanto uno, Washington, e senza farne grandi clamori.
Gli Stati Uniti, però, non hanno bisogno di una copia di un presidente: ne vogliono uno nuovo, autentico, che continui imperterrito a proteggere il Paese. E Barack Obama, tra le migliaia di aspettative, di certo non deluderà questo aspetto. Non ci resta che augurargli Buon Lavoro!


INAGURATION DAY: WHAT A DAY!

gennaio 20th, 2009 by Valentina Clemente | No Comments

INAGURATION DAY: WHAT A DAY!

“Io, Barack Hussein Obama, giuro solennemente che eserciterò lealmente l’incarico di presidente degli Stati Uniti ed eserciterò le mie capacità al massimo per preservare, proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti“: con questa frase, conclusa da “so help me God”, non prevista dalla Costituzione, per un totale di 39 parole, Barack Obama tra poche ore giurerà come 44esimo presidente degli Stati Uniti.
La frase verrà letta dal presidente della Corte Suprema, John Roberts, e ripetuta da Obama mentre terrà la mano sulla Bibbia di Abramo Lincoln, sorretta, proprio come vuole la tradizione, dalla moglie Michelle.
Washington e’, quindi, prontissima ad ascoltare queste parole e soprattutto preparatissima a seguire l’Inauguration day, giorno in cui il presidente eletto Barack Obama diverrà ufficialmente il 44esimo presidente Usa al Capitol Hill, aprendo una nuova era.

Poche ore mancano all’inizio della cerimonia, previsto alle ore 10 locali, le 16 in Italia. Il giuramento vero e proprio avverrà, come da tradizione, a mezzogiorno (le 18 italiane), preceduto alle 11.30 dal quello del vice John Biden. Obama arriverà a Capitol Hill dalla Casa Bianca insieme al presidente uscente George W. Bush e, dopo aver giurato, parteciperà a un pranzo inaugurale organizzato dal Congresso e poi alla parata sulla Pennsylvania Avenue. In serata Barack e Michelle Obama apriranno le danze del primo ballo inaugurale al Walter e Washington Convention Center.

Circa due milioni di persone sono attese nella capitale americana, blindatissima e assolutamente in perfetta fibrillazione.
Preparando uno dei più attesi messaggi inaugurali mai pronunciati,
Obama cercherà di rassicurare gli americani colpiti dalla recessione economica e parlerà al mondo del suo desiderio di ridare importanza e colore all’appannata immagine degli Stati Uniti.
Barack Obama, però, eletto con la promessa di cambiare dopo gli otto anni del repubblicano George W. Bush, è consapevole delle ampie speranze ed aspettative che tutto il popolo americano ha posto in lui e, allo stesso tempo, è pronto a vincere queste sfide.
Tra i suoi principali obiettivi spicca, ovviamente, un piano di risanamento dell’economia e il ritiro delle truppe americane dall’Iraq, previsto in circa sedici mesi.

Tante preoccupazioni e problemi che, però, non dovranno rovinare una giornata che da tutti è stata definita storica, come del resto lo sono state candidatura e vittoria.
Numerose le note di colore che la caratterizzano: Obama, infatti, non giurerà soltanto sulla Bibbia che lo stesso Abramo Lincoln usò nel giorno del suo insediamento, bensì mangerà anche come fece il sedicesimo presidente nel suo Inauguration day.
Il pranzo infatti, offerto a Obama, Biden e ai familiari e servito al  Congress’s Statuary Hall, sarà proprio come quello che il 16esimo presidente Usa gustò il giorno del suo insediamento nel 1861. Si inizierà  con un antipasto di ‘vol au vent’ ai frutti di mare, poi petto d’anatra in salsa di spezie e ciliegie, fagiano arrosto alle erbe servito con patate in melassa e verdure. Per finire dolce di mela alla cannella.

Sarà sicuramente una giornata impegnativa e saremo tutti prontissimi a viverla insieme, consapevoli che una nuova era, ricca di quel “change” di cui Barack Obama si è da sempre dimostrato portatore e sostenitore, sta proprio iniziando. Ancora una volta, gli occhi del mondo guardano all’America.


Il “great leap forward” di Hillary Clinton

novembre 22nd, 2008 by Valentina Clemente | No Comments

Il

Da rivali a collaboratori: Barack Obama ha scelto la sua ex rivale incallita Hillary Clinton come segretario di Stato, carica assai prestigiosa ricoperta precedentemente da sole due donne, Madeleine Albright e Condoleeza Rice.
Secondo le ultime indiscrezioni trapelate da numerosi media americani la Clinton sarebbe prontissima per il ruolo e allo stesso tempo lascerebbe il Senato per mettersi al comando della diplomazia americana.
Se il sito internet del New York Times ha, per primo, pubblicato la proposta del Presidente eletto all’oramai ex Senatrice dello Stato di New York, la NBC ha fatto filtrare altre due nomine assai importanti: il capo della Fed di New York Timothy Geithner diventerebbe il nuovo ministro del Tesoro mentre il governatore del New Mexico Bill Richardson, un ispanico a dispetto del nome, occuperebbe il ruolo di segretario al Commercio.
Le tre nomine non sono ancora ufficiali: sempre secondo le fonti della NBC lo stesso Obama presenterà la sua squadra “economica” il prossimo lunedì mentre ancora non è chiaro quando arriverà ufficialmente l’annuncio per Hillary, se prima o dopo il Thanksgiving Day, che si celebra il prossimo 27 novembre.
Philippe Reines, portavoce di Hillary Clinton, ha negato che l’ex candidata alle presidenziali abbia già accettato e ha detto “we’re still in discussions, which are very much on track”
“Il campo di Hillary e’ convinto che sia cosa fatta. C’e’ un’alleanza nascente pronta ad essere suggellata”, ha sentenziato il New York Times. Politico.com. invece, ha confermato questa notizia con fonti proprie.
Clinton e Obama sono stati i protagonisti di una battaglia all’ultimo sangue protrattasi fino a giugno per ottenere la nomination democratica alla Casa Bianca. Alla fine Hillary gettò la spugna dicendo al rivale di aver “aperto diciotto milioni di crepe” nel soffitto di vetro della politica italiana: con queste parole l’ex First lady si riferiva ai voti raccolti nella stagione delle primarie.
Conservatrice nel cuore, progressista di testa”, come lei stessa ama definirsi, durante le primarie ha puntato molto proprio sulla sua forte preparazione nell’ambito della politica estera, acquisita durante gli otto anni trascorsi alla Casa Bianca assieme al marito e nella Commissione difesa del Senato, di cui fa parte.
Se, con la politica del grande balzo in avanti, Mao Zedong puntava a trasformare l’intera economia del paese e allo stesso tempo a rivoluzionare gli animi, troppo legati al passato, Hillary Rodham Clinton, dal canto suo, mira a lasciare il segno nella politica estera statunitense.
Avrà molto da fare, dovrà dare una svolta alla politica estera americana.
Will she succeed? Ahimè, una frase calza a pennello: Wait and see.


Barack Obama e il suo “dream team” in fieri

novembre 15th, 2008 by Valentina Clemente | No Comments

Barack Obama e il suo

Già definito dai media come “il presidente con il compito più difficile dai tempi di Franklin Delano Roosevelt”, Barack Obama è pronto a guardare in faccia gli americani e il mondo intero, conscio delle problematiche che dovrà affrontare nei quattro anni del suo mandato presidenziale.
In un albergo di Chicago, inaspettatamente divenuta una provvisoria Casa Bianca, Obama è comparso davanti alla stampa internazionale per la prima volta da “presidente eletto”.
Sembra passata un’eternità da quando, pochi giorni fa, Obama parlò al mondo intero dal parco nel cuore di Chicago accolto da centinaia di migliaia di persone in delirio.
Poco tempo dedicato agli onori e subito all’opera, consapevole del peso degli oneri.
Dopo aver ricevuto per due giorni i briefing segreti d’intelligence che spettano al presidente eletto, aver parlato con vari leader mondiali ed aver discusso con i consiglieri economici, Obama ha assunto il tono del comandante in capo, pur sottolineando che lui non sarà presidente fino al 20 gennaio.
Con l’America colpita dalla peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione, Obama ha riunito il proprio team economico e parlato alla stampa in una giornata nera per l’economia: 240 mila posti di lavoro sono andati perduti a ottobre, per un totale annuo pari a 1,2 milioni mentre il tasso di disoccupazione è salito al 6,5.
E proprio di economia ha iniziato a parlare. Barack Obama ha, infatti, sottolineato la gravità della situazione e al contempo ha descritto i suoi tre punti chiave: in primis, un piano di salvataggio per la classe media, in secundis arginare l’impatto dilagante della crisi finanziaria ad altri settori della nostra economia. Inoltre, sarà essenziale sorvegliare da vicino l’entrata in vigore di questi programmi nel raggiungimento dell’obiettivo centrale di stabilizzare i mercati finanziari proteggendo i contribuenti e, al contempo, mettere a punto una serie di politiche che facciano crescere la classe media e rafforzino l’economia a medio termine.

Le soluzioni il presidente eletto le ha analizzate, insieme al vice Joe Biden, con 17 collaboratori di alto profilo tra cui gli ex ministri del Tesoro Lawrence Summers e Robert Rubin, Paul Volcker, Eric Schmidt, numero uno di Google e Richard Parsons, nome di spicco del Time.

Numerose, inoltre, sono le indiscrezioni che indicano Hillary Clinton come prossima Secretary of State: i portavoce dell’ex candidata alla nomination, sconfitta da Obama e diventata poi una sua fedele sostenitrice, hanno riferito che la decisione finale spetterà sempre e comunque al Presidente eletto. Altre possibili scelte di Obama sono Caroline Kennedy, la figlia di JFK, e l’ex vicepresidente e premio Nobel per la pace Al Gore: Gore potrebbe ricoprire la carica di “zar” del clima o dell’energia, che dovrebbe coordinare tutti i ministeri e le agenzie federali del settore.
Caroline Kennedy, che ha fatto campagna per Obama e ha guidato la ricerca del vicepresidente ideale (conclusa con la scelta di Joe Biden), potrebbe essere la prossima ambasciatrice degli Usa alle Nazioni Unite.

Barack Obama non sembra volersi fermare mai. Per rimanere fedele e vicino a chi l’ha sostenuto anche e soprattutto via internet, il presidente eletto invierà agli americani il tradizionale messaggio radiofonico del sabato non più soltanto via radio, come finora abituati dal presidente George W. Bush, ma anche via YouTube. Il video, della durata di 4 minuti, sarà diffuso attraverso il sito www.change.gov, portale internet allestito da Obama attivo per tutto il periodo fino al 20 gennaio 2009, giorno in cui il presidente eletto giurerà davanti al Congresso ed entrerà alla Casa Bianca.

Non ci rimane che dire: Buon Lavoro, Mr. President!



Ultimi commenti

Lista articoli per mese