Napoli 2009

luglio 19th, 2009 by Alessandro Berni | 3 Comments

Napoli 2009

In ricordo di Petru Birlandeanu, morto per sbaglio una sera di maggio.
È sera ed è Napoli sulla funicolare che collega il Vomero e Montesanto.
È il 26 maggio, sono le sette passate e c’è ancora un’afa che pare già estate.
Suspeso tra ‘o cielo e na terra
ch’ha avuto cchiù lutte ‘e na guerra
Petru Birlandeanu vive di musica e d’elemosina, canta  ‘na vita pezzente.
Miserie e nuvole, suonano la sua fisarmonica.
È Napoli ed è sera anche tra i vicoli dei quartieri spagnoli. Per via Conte di Mola rombano 4 moto in mezzo ad altre, tra le urla e la gente, tra l’odore di fritto e quello dei gas di scarico, salgono via Pignasecca contromano.
Insieme a sua moglie, insieme a quattro ragazzini ed il loro pallone, insieme a tante altre persone, insomma, insieme a Napoli, Petru Birlandeanu rientra a casa. Per questo, scende dalla funicolare e s’incammina verso la stazione di Montesanto.
Sono quattro le moto dirette a Napoli della Cumana. Ogni moto due centauri. Ogni centauro, un’arma da fuoco. Sono decine i proiettili sparati per minacciare ed uccidere, per avvertire:
Attenta Napoli, un Mariano è uscito di galera.
Un proiettile colpisce la spalla di uno dei ragazzini che gioca a pallone. Ricoverato in ospedale, il ragazzino guarirà in meno di trenta giorni, è già guarito intanto che sto scrivendo. Un altro proiettile si conficca nella fisarmonica di Petru. Un altro ancora gli entra nella schiena, gli attraversa il cuore, gli esce dal petto.
Ci sono delle telecamere che hanno ripreso tutto. Hanno ripreso le moto arrivare, sparare, scapparsene via.
Hanno ripreso Petru ferito a morte, sorretto a malapena dalla moglie Mirella. Petru in ginocchio, davanti ai tornelli della metro.
Hanno ripreso la gente accanto a loro indifferente, obliterare il biglietto, parlare al telefono, andarsene via. La gente noncurante, la gente che nella fretta di ogni minuto, magari davvero non si è ancora accorta di niente, della tragicità del momento che accanto a loro stava avvenendo. Hanno ripreso la gente che finalmente si accorge. Petru a terra. Le grida di Mirella.
Hanno ripreso l’immagine che tutti scappano quando accanto hanno un uomo ferito, una donna che chiede aiuto. Io non c’ero! E se c’ero stavo solo scattando una foto dal cellulare!
Hanno ripreso la gente e le loro coscienze 2.0 resettabili, interscambiabili, convertibili, inutili.
Hanno ripreso Napoli vendetta è fatta, Napoli tre scimmiette. Cieca, sorda e muta accanto ad un ragazzo che muore. Napoli e un uomo sparato che cade come ‘na carta sporca
e nisciuno se ne import. Napoli una volta mille culure. Oggi solo mille paure.
Sia chiaro un aspetto: questo fatto di cui alcune telecamere ci hanno dato testimonianza è successo a Napoli, ma avrebbe potuto accadere a Rio, New York o Shanghai.
Il senso di quell’istintiva fuga è molto più largo, non collocabile in un solo quartiere; il panorama è più esteso e comprende un universo urbano unico dentro il quale abitiamo tutti. Come deve essere chiaro che quanto successo non è riconducibile ad un solo giorno, ma dentro un tempo, un orizzonte storico non accessibile, non mappabile, in nevrotico mutamento da quando i riferimenti culturali del post-modernismo che gli storici più audaci, timidamente, dicono siano crollati l’11 Settembre 2001, da quando cioè il reale ha smesso di essere decifrabile.
Le azioni quotidiane, i riflessi emulativi, i gesti istintivi sono guidati per sempre più esseri umani da una nuova e presunta Coscienza 2.0. Questa è spudorata, spietata e non con la propria anima, ma col proprio avatar dialoga sulla pietà e sul pudore; è senza Dio e senza nemmeno il senso della sua negazione; infine è senza colpa quindi innocente in quanto vergine madre, figlia del suo figlio, dell’alienazione di massa, di popoli interi che come macchine, senza sangue sono crollati in uno stato di amnesia, interrotto da dolorosi risvegli accompagnati da crolli nervosi ancora più dolorosi.
“Non siamo gli ultimi” sembra voler dire la sequenza muta finale, quando arrivato all’epilogo di questo doloroso attimo entra in campo una signora bionda di mezza età, l’unica che di fronte ad un uomo che muore, una donna che implora soccorso non scappa via, rimane immobile. “Non siamo gli ultimi e quello che sta avvenendo adesso, accadrà ancora perché infinite volte è già accaduto.”
“Morire per sbaglio una sera di maggio. Morire per sbaglio e morire ammazzati con in spalla una fisarmonica anche lei ferita a morte.” Queste le parole dell’ultima canzone di Petru.
Presto la sua fisarmonica tornerà nella stazione di Pietrasanta collocata all’interno di una teca di vetro.
Tornerà a ricordarci la sua morte inutile che ci ha raggiunto nella frenesia di avvenimenti che ogni giorno ci bombardano, insieme alla confusionale sensazione che mentre sta succedendo qualcosa ci stiamo perdendo altro, dimenticando qualcos’altro ancora; a richiamarci alla memoria di quando eravamo umani proprio nel tempo in cui l‘umanità intera ha cominciato a smettere di esserlo per mutare, slittare verso l’inorganico prossimo nostro; dentro uno stato larvale subìto la cui metamorfosi promessa e non voluta sembra essere il nulla e nient’altro.


La commedia dell’”arte”

giugno 7th, 2008 by Riccardo Marvaldi | 4 Comments

La commedia dell'

Agli occhi dei più, la vicende napoletane hanno un carattere insieme evocativo e paradossale, in ogni caso estremamente affascinante. Una delle particolarità è il fatto che tale situazione, pur nell’intensa ed espressionista drammaticità dei resoconti e delle immagini,dopo mesi (se non anni) di quotidiana vergogna, non riesca ancora ad assurgere compiutamente a “tragedia”. Non riesca cioé ad essere compiutamente metabolizzata e compresa in tutta la sua gravità.
In uno sviluppo così barocco, ricchissimo di colpi di scena, soluzioni improvvise ed inconsistenti, il tutto sembra scivolare in un abisso sempre più profondo, un’infinita riproposizione di schemi e situazioni già viste e sperimentate, senza alcuna apparente evoluzione. Una parata di ruoli, personaggi e situazioni nella miglior tradizione della Commedia Dell’Arte.
Il capitolo più paradossale è sicuramente quello sulle responsabilità. Le voci ed i dibattiti si inseguono, senza mai arrivare ad un qualcosa di concreto, schiacciate un fatalismo dirompente, figlio di un approccio molto mediterraneo e di una abitudine al paradosso, esercitata, spesso con genuine punte d’orgoglio, fino all’inverosimile. Proprio in questo, Napoli è lo specchio dell’Italia intera: immagine riflessa e deformata, spiega con impietosa lucidità le malattie di un Paese intero. Il nome è lo stesso: accountability. O meglio, la sua assenza.
Il termine è tanto brutto quanto difficilmente pronunciabile, così distante dalla lingua italiana quanto ne è distante il senso dalla realtà del nostro Paese. Solo sommariamente potrebbe esser tradotto con responsabilità, e sicuramente non con la responsabilità con cui siamo abituati, ormai da tempo, a fare i conti.
Il punto è che, in Italia, per ogni disfunzione, sembra non esistere mai un responsabile. Non intendo un solo responsabile, concetto vicino a quello di capro espiatorio, tipico processo di deresponsabilizzazione collettiva in cui siamo campioni, ma una effettiva scala di attribuzione puntuale delle responsabilità, alla base di un qualsivoglia sistema non solo strettamente giurisdizionale ma anche (e soprattutto) civile e politico. In Italia, nell’esser tutti coinvolti, non lo è mai nessuno, in una sorta di distribuzione della propria quota di responsabilità ad un “altro” indefinito, da cui ci si sente estranei nelle difficoltà, ma di cui ci si serve per non sentirsi colpevoli. Insomma, un modo come un altro per sentirsi puliti, così lontano dall’insegnamento cristiano di remissione dei peccati, di spontanea assunzione delle responsabilità proprie ed altrui, forse unico strumento psicologico per poter fronteggiare le crisi in maniera compatta. Ulteriore dimostrazione che l’Italia non è certo un Paese di Santi, Poeti e Navigatori, oltre al fatto che, probabilmente, bisognerebbe smetterla con la retorica a buon mercato delle “eredità culturali”.
La decenza si perde nella banalizzazione. Si scopre così che i responsabili non sono i politici, che non si sono (quasi) mai dimessi ed a cui è sempre stato impedito, presi singolarmente, di risolvere la situazione. Non lo sono i poveri cittadini, da sempre solo vittime delle loro stesse creazioni, la camorra ed il malgoverno. Non lo sono gli intellettuali, ripiegati in un iperuraneo di raffinatezza dolce e barocca, con quel suo gusto carico di ricercata bellezza nell’unione di sfarzo e morte (sempre meno figurata), e così irrimediabilmente incompresi dalle “masse”. In breve, non lo è nessuno – o meglio, nessuno si sente responsabile.

Proprio gli intellettuali, d’altra parte, meritano una riflessione più approfondita. Pochi giorni fa l’analisi, amara e lucidissima, di Panebianco sul Corriere. Concretizzando i dubbi di molti, si chiedeva dov’erano le cosiddette élite, quel milieu culturale che, in teoria dovrebbe essere a capo della società civile. Dov’è dunque la reazione di fronte allo sfacelo? Dove sono quelle forze catartiche che dovrebbero animare tutta Napoli, in un percorso virtuoso che ha inizio proprio dal singolo cittadino?
È la descrizione di un’inerzia incomprensibile, di una rassegnazione difficile da comprendere, in Italia ed ancor più all’estero. La realtà, forse, è ancora diversa, e ci racconta di una incomunicabilità strutturale tra i diversi livelli sociali (ad essere onesti, non certo una caratteristica della sola Campania1), tipica di società non completamente sviluppate, con eccessivi gradi di concentrazione di ricchezza o di cultura (che, naturalmente, comprende il senso civico2), in cui le élite sono irrimediabilmente scollegate dalla società. La società civile esiste ed è viva, si è risposto, ma non è ascoltata, non ha presa3. È un grido d’aiuto, una dichiarazione di impotenza, che certifica la morte del concetto non solo di intellettuale engagé, ma dello stesso concetto di cultura, che, quando non trasmessa e slegata dalla storia e dalla società, diventa caricatura di se stessa, Don Ferrante del nostro secolo.
In qualche modo, ritorna una questione centrale nella Storia d’Italia: quella della leadership, per usare un’altra parola straniera, da sempre così intrisa di fatalismo, da sempre vissuta non come forma di rappresentanza di interessi comuni, ma attesa messianica e manichea del “salvatore”, di colui che, con magico colpo di spugna e senza sforzi particolari, risolva tutti i problemi, quasi che questi fossero bazzecole originate chissà dove.
Nel momento in cui tutte queste questioni si incontrano, in questo caso a Napoli, si arriva all’apoteosi del paradosso. Ormai l’unica via sembra essere quella dell’intervento di autorità esterne, del dictator di classica memoria, come sostenuto di recente, in maniera convincente, proprio sulle pagine del Tamarindo. Ma niente è a costo zero, e niente è così semplice. Il dictator, declinato nelle forme più moderne del supercommissario o superfunzionario, concreta la propria esistenza su di un regime di necessità, che gli garantisce la delega, temporanea, all’esercizio di un potere che, per essere efficace, dev’essere assoluto, quindi extra-legem.
È, allo stato attuale delle cose, una soluzione probabilmente irrinunciabile, ma è anche una soluzione che potrebbe favorire proprio ciò che vuole combattere. Paradossalmente infatti, la natura di tale potere, proprio nel creare una qualche zona immune al potere giurisdizionale normale, è molto vicina alla prassi ed alla natura della camorra stessa (e delle mafie in generale), maestra nel creare e mantenere zone a legalità limitata. Il rischio per lo Stato è quello di esser percepito non troppo diversamente dalla camorra stessa, nel momento in cui esercita un potere non del tutto accettato o condiviso dalla maggioranza della popolazione, né sottoposto ad un controllo efficace. Si potrebbe, per assurdo, …


‘a munnezza e ‘a Svezia …

marzo 30th, 2008 by Roberto Giannella | 7 Comments

‘a munnezza e ‘a Svezia …

Mi trovo a Londra per qualche giorno di vacanza. Proprio l’altra sera ho avuto il piacere di rivedere un mio ex-coinquilino – ho infatti vissuto qui in Inghilterra per un anno – in occasione del suo venticinquesimo compleanno. Alla festa c’erano tanti ragazzi e non poche ragazze, provenienti da ogni parte del mondo: Svezia, Brasile, Germania, Francia, tanto per citare solo alcuni dei principali Paesi di provenienza degli ospiti.
Non è una novità questa, per chi conosce Londra: la City infatti è sempre stata un crogiolo di genti diverse, questo è il suo tratto peculiare e uno dei motivi per cui Londra è famosa nel mondo.
Alla festa c’erano un paio di volti noti, amici di vecchia data che non hanno esitato a chiedermi come vanno le cose a Roma, ma soprattutto non hanno perso l’occasione per cercare di capire perché ultimamente si parli tanto di Napoli e dei suoi rifiuti.

Facile immaginare il mio imbarazzo. Le domande dei miei interlocutori avevano un tono che non stento a definire basito. Una ragazza brasiliana di madre francese mi ha chiesto quale fosse davvero la situazione in Campania.
Pensava infatti che i media britannici avessero gonfiato il problema.
Mi è stato chiesto se dopo le dimissioni dei responsabili politici locali fosse vagamente migliorata la situazione.
Non mi voleva credere quando le ho detto che erano ancora tutti al loro posto.
Non si è dimesso proprio nessuno.
Lo sguardo di Oskar, baldo giovane svedese, ha lasciato intendere quali fossero i suoi pensieri, in particolare quando mi ha chiesto se pensassi anch’io che far partire per la Germania i treni carichi di immondizia fosse la soluzione al problema.
Ho cercato – invano, ahimè – di far capire ai miei interlocutori che il problema dei rifiuti non nasce oggi in Campania. C’è da diversi anni, ormai. Assieme alla tragedia dei rifiuti c’è la piaga della Mafia, che in Campania prende il nome di Camorra, altro fenomeno che all’estero non si riesce a comprendere.
Lo stupore dei partecipanti alla festa deriva dal fatto che l’Italia è considerata la settima potenza industriale al mondo, ma che non è in grado di debellare le associazioni malavitose, che peraltro hanno un nome peculiare in ciascuna delle principali regioni del Mezzogiorno – Mafia in Sicilia, `Ndrangheta in Calabra, Sacra Corona Unita in Puglia e Camorra in Campania. Altro fatto sconcertante questo per chi ha passaporto svedese.
Ho tentato di spiegare agli ospiti – non senza difficoltà – che non è facile sconfiggere le associazioni criminali quando in Parlamento ci sono esimi rappresentanti dei cittadini che hanno condanne per mafie – talvolta addirittura passate in giudicato.
Questo è stato il momento più imbarazzante.
Lo svedese ha sorriso sarcasticamente, informandomi del fatto che nel suo Paese, se viene anche solo adombrato il sospetto che un membro del Parlamento abbia commesso un qualsiasi illecito di rilevanza penale, è lui stesso il primo a dimettersi. Ben prima della fase istruttoria. Altro che la condanna penale arrivata al terzo grado di giudizio…
Lo sapevo già, ma ho fatto finta di niente.
L’esatto contrario di quello che succede in Italia, in altre parole.
Altra cosa che all’estero non si comprende sono gli scontri polizia – manifestanti. Tutti i presenti erano inizialmente solidali nei confronti di chi vedevano manifestare, perché pensavano che protestassero per chiedere strade pulite e discariche efficienti. Incontenibile è stato lo sdegno quando ho rivelato che in realtà si trattava di proteste collettive organizzate dalla cittadinanza al fine di non costruire o far riaprire discariche preesistenti.
Alcuni particolari ho evitato di menzionarli, per non essere deriso ulteriormente.
Avrei infatti potuto dire che le vie dove abitano gli amministratori campani sono mantenute nel più rispettabile decoro dagli operatori ecologici, mentre il resto della città è nel più completo degrado.
Ho taciuto inoltre il fatto che a Posillipo, chissà perché, del problema rifiuti non si sente nemmeno parlare.
Dopo diversi mesi il centro di Napoli singhiozza, mentre la periferia è ancora sommersa da tonnellate di munnezza. La situazione stenta a tornare alla normalità.
È indispensabile una nuova classe dirigente, di persone efficienti che abbiano senso dello Stato, in grado di assumersi la responsabilità di risolvere i problemi dei cittadini.
È necessario aprire una stagione politica nuova, non a parole, ma nei fatti.
Pena il declino della nostra Nazione.
Posso assicurare che fa male sentirsi deridere per l’incompetenza della nostra classe dirigente – specie per chi, come me, è orgoglioso e felice di essere Italiano, nonostante tutto.
I miei amici tedeschi e l’unico suddito del re di Svezia presenti alla festa sono stati unanimi nel dire che, se qualcosa di vagamente simile fosse successo nei loro Paesi, ci sarebbe stata una sollevazione popolare.
Ho risposto loro che quello che è successo a Napoli poteva accadere solo in Italia.


C’era una volta un Re…

marzo 28th, 2008 by Vincenzo Gambini de Vera d'Aragona | 11 Comments

C’era una volta un Re…

Ci sono luoghi che ci affascinano per la loro architettura, altri che ci catturano per le loro bellezze naturali, altri ancora per il calore della gente che vi abita, i costumi, i sapori e le tradizioni. A volte ci capita di sognare vacanze in luoghi remoti alla ricerca di emozioni che provengono da storie e leggende millenarie: ebbene credo di aver trovato un luogo che contenga queste qualità tutte insieme.
Mi è capitato di viaggiare molto e di scoprire civiltà molto diverse tra loro, ma vorrei qui raccontarvi di una Città che ho avuto la fortuna di conoscere e che mi è stato poi impossibile non amare, anche perché in essa si ritrova tutto quello che in genere si cerca quando si viaggia: una storia millenaria, una quantità infinita di opere d’arte, paesaggi meravigliosi che mettono con le loro bellezze in pace l’anima nello stesso istante in cui ritemprano il corpo, “pau si lipon” ( che scioglie ogni affanno ) per dirla alla greca; una natura rigogliosa e generosa di frutti di ogni tipo e tante tante altre piccole meraviglie che affascinano e seducono rendendo il popolo che ci vive aperto e generoso e quindi simpatico; un luogo dove, come in tanti altri, non mancano le insidie, ma la bellezza di quel popolo e dell’ambiente circostante è tanto più sovrastante da riuscire a far tollerare ogni amarezza.

In questa meravigliosa Città fino a una generazione fa, al tempo dei nostri nonni per intenderci, c’era Regno con un Suo Re e una Sua bellissima Regina (sorella dell’Imperatrice Sissi) ai quali il popolo era fedelissimo e questo Amore era assolutamente reciproco, tale da identificarsi in una sintesi perfetta tra governati e governanti. Questo convergere di intenti e di sentimenti verso un “idem sentire” fu il terreno ideale sul quale, in quel Regno, fiorirono esempi di architettura, di tecnologie, di industrie e di attenzioni rivolte alla solidarietà sociale: ognuno di essi registrò primati assoluti ed indiscussi ancora oggi e nel mondo intero – basti ricordare la prima nave a vapore del mediterraneo e la prima linea ferroviaria d’Italia. In un’epoca in cui iniziavano ad affermarsi le industrie tessili in Inghilterra, questa meravigliosa Città – già prima che in altri Paesi – vedeva scorrere l’acqua corrente e svilupparsi le famose industrie di San Leucio, che arricchivano con prodotti di elevatissimo pregio i Palazzi Reali e le più importanti residenze aristocratiche d’Europa e del mondo, e l’elenco dei primati potrebbe continuare ancora a lungo.

A questo scenario di progresso tecnologico che dava occupazione a gran parte della popolazione non rurale si affiancavano, ancor prima della rivoluzione francese, leggi all’avanguardia: alcune di esse, per esempio, oltre all’istruzione obbligatoria per tutti, disponevano che la corona si facesse carico di case e arredi per i giovani sposi e le donne non solo erano libere di sposarsi per amore senza l’obbligo della dote, ma avevano anche diritto d’usufrutto in caso di vedovanza. Le migliori famiglie aristocratiche del Regno, inoltre, si prendevano cura di coloro che nella loro vita incontravano la sfortuna economica ospitandoli in un Palazzo, il gigantesco Real Albergo dei Poveri, costruito appunto per loro e la cui architettura ci appare come una Reggia – a sottolineare ancora una volta l’identità tra governati e governanti in un gioco dove tutti erano chiamati a partecipare, nessuno escluso, e dove chi incontrava la sfortuna economica non veniva anche inquadrato come emarginato.
La gran quantità di capolavori d’arte di raffinata bellezza generati dal genio di artisti di fama universale è la testimonianza più tangibile di quanto questa Città, con il più alto numero di riviste, teatri e conservatori, sia stata anche il centro di attrazione culturale d’Europa e del mondo di allora e, insieme a Pompei, meta irrinunciabile del Gran Tour. Gli artisti erano quasi coccolati, la gran parte delle case aristocratiche lasciavano loro le proprie soffitte ed essi ricambiavano generando quel patrimonio unico di inestimabile valore ammirato da tutto il mondo e che oggi arricchisce Chiese, Palazzi e Musei. Insomma un vero e proprio paradiso dove gli artisti, nel loro vivere di poco, vedevano intorno a sé una natura ricca e generosa che non lasciava troppo spazio alle ansie della fame.

Il bello della natura diveniva così fonte di altra ricchezza e non solo artistica, perché in questo magico equilibrio armonioso la gente figlia di questa terra non poteva non essere altrettanto generosa. Insomma un circolo virtuoso che attraverso la natura passa per la ricchezza economica e da questa finisce per rifiorire in altra ricchezza artistica, ma sopratutto umana e sociale. E poiché il percorso che qui sintetizziamo dura da millenni, il sedimento positivo nelle genti si è radicato in ciascuno a tal punto da divenire esse stesse richiamo di un benessere oggettivamente riconosciuto. La gente di questa Città è infatti sempre stata vista con dolce e affettuosa simpatia e considerata alle volte un po’ eccentrica, ma sicuramente piacevole. La vivacità dei giovanissimi che anima già con i loro occhi l’ambiente che li circonda senza lasciare scampo alla monotonia; la prontezza dell’umorismo su cui si stabiliscono addirittura dei rapporti di forza, a mo’ di gioco, in un esercizio continuo e senza fine; una carica di ottimismo nella vita che si avvita dentro ognuno di essi come un unico comune denominatore, fanno di questo popolo sicuramente uno dei più piacevoli e simpatici che si possa incontrare.
A questo punto sarà ben chiaro a tutti che stiamo parlando di Napoli e ogni lettore sicuramente si chiederà, basito di fronte al contrasto delle notizie che giungono da lì, dove tanta magnificenza si sia oggi smarrita e cosa vi è accaduto da allora.
Ciò che accadde fu che un bel giorno in quella Capitale quel popolo si accorse che il Re non c’era più e al suo posto ce n’era un altro. Ma il dolore fu scoprire che la propria Città non era più la Capitale ma una città di provincia come tante: tutto accadde per una volontà maturatasi al di fuori di quei confini che giunse imponendosi di fatto senza lasciare a quel popolo, abituato a sentirsi …



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