La forza della pubblicità

dicembre 3rd, 2008 by Vincenzo Ruocco | 3 Comments

Ancora una volta, l’ennesima, il freddo gelido e il grigiore del cielo che sovrasta Bologna mi colgono impreparato. Wrapped, cammino avvolto dalla sciarpa lunga e pesante, il cappuccio della giacca avvolge la testa, le mani in tasca, fredde, nonostante i guanti. Il peso del corpo in avanti, una postura di un tempo che fu in piste trentine coperte di neve, una postura anomala. Avanzo, controvento. La pelle del viso, le guance, il naso, la fronte manifestano il dissenso per questa stagione, per le condizioni climatiche in essere. Ruvido tutto, ruvido and frosted. Poi la pioggia, qualche goccia di pioggia leggera, finissima che devo rendermi gli occhi orientali per poterla distinguere, confusa con lo sfondo delle cose che mi circondano. Poi, ancora più forte, fortissima, come schegge, come pallottole che mirano a fendere la giacca pesante. Inutilmente corro, i passi veloci, le zampate delle scarpe sulla neve creano un suono sordo, muto, voiceless, le ginocchia bagnate e quel dolore al collo che comincia. La neve, candida poi sporca, rende ancor più difficoltoso il cammino mentre inizio a sentire qualcosa dentro, l’odio. Monta contro il tempo, contro il freddo, contro questo luogo, contro la gente che, lentissimamente, avanza, claudicante, spaventata. Rammento le parole di un libro che lessi, il codice, l’utilità, ma nulla, non muta il mio umore.
In tasca, al riparo, la mia mano avvolge l’oggetto in grado di ridarmi serenità.
Entro nel primo bar di un portico qualunque del centro di Bologna, ordino un tè caldo e chiedo la direzione per la toilette. Mi bastano un paio di minuti, in fondo lo so, in fondo lo spero. Srotolo le cuffie bianche dell’iPod Touch, le collego al dispositivo. Slide, scivola l’indice della mano e accedo al desktop, clicco su Video, entro nel menù e lo faccio scorrere dall’alto verso il basso fino al contenuto che vado cercando. Sono un consumatore e fruisco il prodotto. La concorrenza e il mercato fanno sì che uno spot televisivo di 30 secondi valga quanto la terza parte di un lungometraggio hollywoodiano in termini di costi. Ciò che la comunicazione e il marketing vogliono ottenere è colpire il consumatore, il target specifico, attraverso non la pura e per certi versi onesta stimolazione intellettuale ma secondo una logica causa-effetto. Agire nella sfera emotiva-emozionale. Marketing dell’esperienza, marketing emozionale sono i dogmi correnti. La Coca Cola, la Nike, le case automobilistiche, le assicurazioni e le banche creano mondi, magnifici e favolosi parchi giochi in cui noi siamo i protagonisti, sorridenti e al riparo da tutto, anche da questa pioggia, anche da questa neve, anche da questo freddo. Sebbene alcuni credano di essere in ben altro riparo, “Gimme Shelter” cantava Mick Jegger, ognuno di noi è colpito dai messaggi, dai colori, dai font, dalla musica, dal modo di farci vedere le cose. Torniamo bambini e desideriamo giocare.
Così clicco quel triangolo bianco posto in basso al centro dello schermo e mi appresto al godimento. 1:34 è il tempo per rigenerarmi. La pubblicità del Sony Bravia, la canzone dei Rolling Stones “She’s a rainbow” mi avvolge, surround me. New York dall’alto, una giornata di sole, delle palline colorate sul grigiore dell’asfalto metropolitano si trasformano in piccoli coniglietti rosa, azzurri, verdi, rossi e cominciano a saltellare mentre le note del pianoforte degli Stones delicatamente li accompagna. La velocità della città, i taxi gialli, i marciapiedi overcrowded, e questi jumping bannies che avanzando portano la luce del sole in una piazza. Sono tanti, sempre di più, sempre più colorati. Le persone attorno guardano, giocano, sorridono ma soprattutto non pensano e forse finalmente reagiscono.
“Come in colours everywhere, in the air, like a rainbow”.
Diventano un’onda, un melting pot, e forse non è un caso che si sia scelta New York, un’onda bianca e viola che si rompe nella piazza di Foley Square. Cocci, grandi come blocchi di ghiaccio staccatasi da un iceberg, si sciolgono al sole e sorge un altissimo coniglio rosso. Un bambino nella carrozzina guarda incredulo, siamo noi quel bambino? Di nuovo il coniglio, si decompone creando grandi e gommosi cubi di Rubik. Coloratissimi e magici, accostati vicini formano un fiore dai petali che ruotano in senso orario mentre la musica raggiunge le tonalità più alte e il mio umore cambia, finalmente, sorrido, ci credo, reagisco e riprendo il cammino.

In fondo, certe cose di me sono rimaste le stesse di quando ero piccolo, di quando a bocca aperta, sprofondato nella poltrona di un cinema, guardavo un enorme animale che credevo fosse un cane o un drago bianco volare tra le nuvole e volgendo lo sguardo a mio nonno la sua espressione mi faceva capire che era possibile, che era vero e mi fidavo di lui e volavo anch’io nella mia Storia Infinita.
In inglese si direbbe: to handle.
Consumatori ci chiamano, esistono altre vie dunque per maneggiare l’esperienza?


Seven stops to make you a man

novembre 2nd, 2008 by Vincenzo Ruocco | 2 Comments

Mi trovo nella stazione della Subway. Ho appena scattato due foto a qualche topo tra le rotaie intento a cercare qualcosa da sgranocchiare. Ingurgito da un pacco enorme colorato di bianco e raffigurante la faccia di Paul Newman patatine al guacamole incapaci di donarmi la sottesa allegria che provo ogni qualvolta mi trovi a cenare nel miglior ristorante messicano di Bologna.
Attorno a me persone, le guardo. Corpi, che potrebbero avere mille facce. Non ne rammenterei nemmeno una arrivato alla fermata che mi aspetta. Silenti compagni di viaggio, fruitori di questo ottimo servizio che l’Mta di New York riesce a mantenere.
Continuo a scrutare around qualcuno di interessante a cui scattare una foto, questo lui, inconsapevole della sua efficacia, dispensatore quasi vittima del mio bagaglio di ricordi.
Alle mie spalle, ancora non ne sono cosciente, sta una bella donna, negra voglio dire. Utilizzo questo termine, politically incorrect, di proposito perché mi piace così. Una donna con la pelle negra. Mi volto, la vedo, anzi la guardo, no, la osservo. Per un attimo, tutta. Mi rivolto, mi guardo in giro ma già la fotografia è scattata. Ovvio, dal mio cervello. Mi chiedo se quello che ho appena visto mi sia piaciuto. Non amo le donne nere. Mi piace la pelle bianca sulle donne.
Cerco di sembrare indifferente, la riguardo. Non capisco cosa stia facendo. Credo che sia lei ad avermi visto, anzi a guardarmi o forse no, che mi stia osservando? A che gioco giochiamo? Che il destino beffardo voglia farmi indossare i panni del topo? Probabilmente è ancora troppo presto per dirlo. Sono portato a viaggiare con la mente. La terra, la terra. Devo stare con la testa inchiodata alla terra. Pragmatismo. Dirigismo?
Penso sia una bella donna. Non sono un fine descrittore dell’aspetto. Una bella donna, accontentatevi di questo. Elegante vestito color verde, pantaloni e giacca. Sotto, una camicetta. Le maniche di quest’ultima escono, straboccano dalle maniche della giacca. Che sia di moda? Che siano di pizzo?
Arriva il treno. Resto fermo ad aspettarlo. Aspetto in realtà di accorgermi quale direzione prenda lei, quale entrata. Invano, entro. Alla mia destra c’è una panca color blu. Scelgo di sedermi nel mezzo mantenendo lo spazio simmetrico da entrambi i lati. Alla mia destra, di nuovo, si siede una donna che scorderò in un secondo. Sulla sponda opposta, dove batte il mio cuore, si siede lei. Che possa sentirlo? La guardo rapidamente, click! Fatto. Mi sembra ancora bella, anche da vicino. La sua immagine è riflessa nel vetro di fronte a noi, in alto sopra i finestrini. Io lo so, lei lo sa. Io la vedo, lei mi vede. Ci stiamo guardando, riflessi l’un l’altra. Lei si volta alla sua sinistra, io sono alla sua destra, io mi volto alla mia sinistra. I suoi capelli sono soffici, mi piace la linea. Lisci con qualche ondulatura. Sono come nere nuvole, leggere. Sta per rivoltarsi, io pure. Come danzatrici nell’acqua seguiamo all’unisono un balletto mai provato prima, dettato dalla voglia di scoprire senza mostrarsi.
Mi accorgo che negli ultimi, forse due minuti, forse tre, forse cinque, non ho fatto altro che pensare a lei. Non conosco la prossima destinazione della metropolitana. Quante fermate ci separino dall’abbandono. Controllo la mappa illuminata posta sulle portiere automatiche. Ho il cervello impegnato a fare altro, non riesco a fare il conto. Penso che debba muovermi. Mi rivolto verso di lei per guardarla meglio. Possibile che mi piaccia una negra? Mi sorprendo. Non faccio in tempo a metterla a fuoco che mi rendo conto di essere già stato identificato come da un killer esperto. Muove l’arma quanto basta fino a fare in modo che il mirino si trovi esattamente dove vuole, sul bersaglio, su di me. Così è lei a scoprirmi. Adesso sì, ci stiamo guardando negli occhi, non riflessi ma dal vero. I fili delle cuffie dell’iPod che dalle orecchie si tuffano sotto la giacca sembrano ancora più bianchi sulla sua pelle. Accenna un sorriso come può fare una donna gentile ad uno sconosciuto. Reagisco d’istinto, mi rintano. Freddo, di colpo, cerco di mantenere un distacco. Meglio guardarla riflessa. Passa qualche secondo di gelata indifferenza, di sguardi gettati altrove. Poi il ritorno. Ci stiamo ancora fissando attraverso il vetro, generatore di un doppione tanto impacciato quanto almeno uno dei due soggetti reali, ovvero io, ahimé. Cosa sto aspettando? “Questa è una donna”, mi dico. “Hai sempre sognato di avere una storia con una donna, una donna. Ora è lì. Ti guarda. Che fai? Ti caghi sotto eh? Ora sta in te. Basta la prima parola e se lei vuole è fatta. Una cosa qualsiasi”. Controllo il percorso, quattro fermate. “Buffone, prendi tempo, perdi tempo. Speri che scenda alla tua stessa promettendoti di rivolgerle la parola in una situazione migliore. C’è troppa gente nel vagone insieme a noi. Cosa penseranno nel vedermi attaccar bottone? Probabilità che scenda davvero alla mia fermata poche o nulle”. Alloggio nella zona privilegiata di Manhattan, lei è elegante non c’è dubbio. Due fermate. La guardo, ho capito che mi piace. Una fermata e poi il nulla. “Che faccio? Agisci!”, mi dico. Mi ammonisco con frasi retoriche e banali. “Alcune venticinquenni non mi considerano neppure, perché mai dovrei stuzzicare la fantasia di una donna sui quarant’anni?”. La voce automatica all’interno del treno sentenzia: “THE NEXT STOP IS 77 ST.”, è la mia fermata. Vorrei scendesse. Potrei portarla a bere qualcosa da qualche parte. Potremmo parlare, rilassati finalmente. Magari ridere continuando a guardarci negli occhi. Potrei invitarla a salire da me sperando non ci siano nessuno. “Il professore d’arte che mi ospita non c’è mai, perché proprio stasera?”. Vorrei baciarla e averla. “Che strano effetto mi fa pensare al contrasto cromatico tra le lenzuola. Giusto! Ho delle bellissime lenzuola rosso scuro, come sangue coagulato, liscie. I nostri corpi, il contrasto vincerebbe”.
Sono arrivato, è la mia fermata. Mi alzo sicuro sperando mi segua. Si aprono le porte, esco. Testa alta, cammino. Sarà dietro di me? Non ci spero già più. “È stata l’ennesima occasione perduta?”. Troppo pura la mia fantasia, troppa la voglia di …


Bologna, Londra e New York

ottobre 25th, 2008 by Roberto Giannella | 3 Comments

Bologna, Londra e New York

Scrivo da Bolognese, che ha avuto il privilegio di aver visitato abbastanza a lungo New York City (prima dell’11 settembre) e che ora -per motivi di studio- vive a Londra.
Qualcuno potrebbe pensare che sia insensato mettere sullo stesso piano anche solo il più famoso quartiere di New York – ovvero sia Manhattan – e il capoluogo emiliano. Certo, i numeri non aiutano: a Manhattan vivono oltre un milione e mezzo di persone; a Bologna, non arriviamo a 400.000. Ma al di là dell’aritmetica, ci sono tante differenze fondamentali.
Ne vorrei evidenziare solo due. Ahimè quella dei politici è una piaga nostrana. Negli States, come pure in Inghilterra, il tasso di partecipazione alle urne è molto più basso in paragone all’Italia, o ad altri paesi europei. Non è un caso che sia in America che nel Regno Unito si voti in un giorno feriale: dunque, chi davvero ci tiene ad esercitare il suo diritto di voto, deve rinunciare a mezza giornata di lavoro, almeno. Ecco perché, spesso nemmeno il 50% degli aventi diritto effettivamente vota. Da noi, il tasso di astensionismo alle consultazioni elettorali si ferma a circa il 20%. I nostri politici – ahimè non solo quelli locali – viaggiano in auto blu e sanno molto poco dei problemi quotidiani della cittadinanza. Proprio pochi giorni fa la Caritas ha stimato che siano circa 15 milioni gli italiani a rischio povertà. Nel frattempo, chi ci governa è stato impegnato nell’approvazione del lodo Alfano, notoriamente la più urgente priorità del Paese.
A Bologna l’amministrazione è di centro-sinistra, ma pare che la preoccupazione principale di sindaco e giunta comunale sia quella di installare il maggior numero di telecamere, in ogni angolo del centro e non solo, al solo scopo di far cassa. L’altro patema degli amministratori bolognesi pare essere la costruzione di una valanga di rotatorie, lautamente finanziate da Bruxelles, tanto è vero che attraversando Bologna in macchina  si ha l’impressione di fare un perenne girotondo. Ahimè chi vive a Bologna sa che le priorità sono ben altre: si va dal degrado di tante zone del centro, alla sicurezza nelle strade della città, dalla valorizzazione delle periferie, superficialmente abbandonate negli ultimi anni, alle iniziative culturali, ahimè miseramente dimenticate.

Il secondo punto che vorrei sottolineare è proprio la vita a New York, che davvero mi ricorda molto da vicino quella di Londra. Per quanto mi riguarda, è proprio vero quello che ha scritto Vincenzo nel suo interessante articolo: si respira aria di libertà. Si esce di casa la mattina, avendo mille progetti, ma ci si rende conto che ogni persona che ci cammina di fianco o proviene dalla direzione opposta è un potenziale amico.  Lo cantava anche Bono: a New York – come a Londra – è davvero facile trovare degli amici. E li si trovano con la stessa velocità con cui noi italiani, in generale – bolognesi, in particolare – giudichiamo gli altri. A Londra non ti senti osservato, scrutato, deriso. A Bologna, ahimè, vedo tanta diffidenza, troppo paura, molto timore. In Italia, in generale, purtroppo molto spesso c’è ancora la tendenza ad etichettare il prossimo: si fa molto uso di quella che io considero la “droga dei pregiudizi”.
A Londra, come a New York, ho notato una cosa che a Bologna non si fa più da un po’: per strada, si sorride. La gente vive, esce, conosce, è aperta, non ha pregiudizi, non giudica, o per lo meno non sembra emettere sentenze su chi gli sta attorno – forse perché come dice giustamente Vincenzo, non ha nemmeno il tempo per giudicare. O probabilmente, perché gliene importa poco, o forse nulla. A Bologna, vedo tanti – come direbbe qualcuno – che sarebbero disposti a pagare, pur di vendersi. Non sono ahimè pochi coloro i quali hanno come unico scopo quello di mettersi in mostra. Solo per apparire. E tanti sono ancora quelli che si occupano unicamente di dare i voti al prossimo. A Londra – mi sbaglierò – ma non mi pare proprio che sia così.
A New York – come a Londra – ho notato la compresenza di due fattori, all’apparenza antitetici: l’individualismo e la gentilezza. La gente per le strade di Downtown, come per quelle della City, cammina a passo spedito. A volte mi chiedo seriamente se non siano ex–maratoneti. Eppure se qualcuno ti sfiora, anche solo di un millimetro, si ferma per scusarsi. And they mean it.
Nella mia civilissima Bologna, ahimè, questo raramente succede. Sembra una cosa da poco, eppure riflettendoci, questo la dice lunga sulla civiltà di un Paese.

Qui a Londra, si respira aria di libertà, dunque. Certo il clima non è generoso, né con NYC – d’inverno si gela, nel vero senso della parola, né con Londra – dove ahimè si vede spesso il cielo piangere. Ciononostante, la gente ride, corre, scherza. E non perde mai l’entusiasmo: si arriva al venerdì con la forza di volontà di passare un weekend lungo 48 non-stop. Le luci di Times Square, come quelle di Piccadilly, si spengono all’alba: nel frattempo newyorkesi e londinesi sono già in piedi. Tra parentesi, è molto difficile trovare inglesi doc a Londra ed americani autentici a Mahnattan; ci sono, certo! Ma spesso ci si rende conto che sono una silenziosa minoranza. La stragrande maggioranza di chi vive a New York e a Londra non è nata in quelle città. Questo carattere di multiculturalità manca a Bologna, benché siano sempre di più gli immigrati. Il melting-pot anglosassone ha funzionato. Ha prodotto grandi risultati, che sono sotto gli occhi di tutti: integrazione, rispetto reciproco e convivenza.
Chiudersi in sé stessi e pensare che Bologna sia solo dei Bolognesi (ma questo vale per qualsiasi città) significa condannarla all’estinzione – non fosse altro perché a Bologna si fanno pochi figli e gli anziani sono tanto in costante, quanto incontrovertibile aumento. Bologna è – e dovrebbe essere sempre più – di chi la ama e la rispetta. Esattamente come New York e Londra. Ecco perché, nonostante io non sia nato qui in Inghilterra, mi sento a casa.


Take a picture Oliviero, take a picture

ottobre 9th, 2008 by Vincenzo Ruocco | 8 Comments

Eccomi qui, nella stanza di casa mia a Bologna, con le tende tirate giù nel tentativo invano di mascherare l’inevitabile, la pioggia, l’umidità che a poco a poco si fa padrona delle nostre strade, dei nostri parchi, dei muri dei palazzi, e poi, senza nemmeno chiederci il permesso, dei nostri corpi. WET. Respiriamo la pioggia. Bologna, una città umida. Odio l’inverno di Bologna perché non è un inverno normale. E’ freddo sì, ma non è il freddo del Trentino. L’estate, calda, troppo, non come Roma, calda ma vivibile o quanto meno piacevole, sì, godibile ancora. OH MY GOODNESS. Bologna, cosa ci faccio qui? Prendo tempo, perdo tempo. Devo avere coraggio, affrontare questo foglio bianco, ancora troppo bianco. Devo scrivere le mie sensazioni, “il diario emotivo”, che poi è diario soggettivo, ovviamente. Comunicare, sempre, questo è quello che devo a me stesso. Scrivere della mia esperienza di Manhattan oggi, oggi in questa umida giornata bolognese, non è facile. Forse è colpa di casa mia, troppo comoda, troppo silenziosa; che fastidio! Dov’è quella voce? Le sirene dei pompieri, delle ambulanze, i clacson delle macchine, vive, inferocite. La gente che si muove, che cammina, che corre anzi, dove? A volte ti ritrovi a correre anche tu, semplicemente così, segui l’orda di persone che vanno in una direzione e tu, se non hai studiato il percorso prima di uscire di casa, ti ritrovi gettato nella mischia, spaesato, AT THE BEGINNING, come potrebbe capitare a un ROOKIE di una squadra di football nel bel mezzo del SUPERBOWL. Manhattan parla, stride, graffia, respira a volte affannosa, altre col ritmo impostato regolare, lo stesso dei corridori di CENTRAL PARK (1856) la domenica mattina.
[smooth=id:8]
È sporca, non potrebbe essere altrimenti. È una metropoli in cui la moltiplicazione dei livelli ha concesso alloggio a un numero impressionante di figure umane che lì vivono e lavorano, o forse sarebbe meglio dire, cercano di sopravvivere, spaccandosi la schiena sei giorni a settimana, dodici ore al giorno, per pagare un affitto, magari nel Queens o a Brooklyn o nel New Jersey, comunque troppo alto. O magari l’affitto di una casa in una zona di Manhattan, AREA, certo non SoHO, ma perché non Harlem? “Dicono”, REPEAT dicono, che il mercato immobiliare dei prossimi anni si sposterà a nord, oltre com’è ovvio l’Upper Side, incontrando proprio le abitazioni di Harlem, edifici ancora belli esteticamente, funzionali nel prossimo futuro. D’altronde in una città in cui la metropolitana, SUBWAY (1904), è una realtà capace di offrire il servizio di trasporto al meglio, dove se perdi un treno sai che attenderai tre minuti di orologio e poi sarai libero di andare, viaggiare da sud a nord e il contrario, o uscire dal distretto, BURROW, dove potrai perderti da solo con te stesso per poi ritrovarti sempre e comunque solo, non senti il bisogno della macchina. Sei un viaggiatore tra milioni di altri viaggiatori. La tua mano bianca stretta al palo del vagone condivide quella piccola porzione di spazio che altre mani, di altri colori, le concedono. Sei aggrappato a un palo, sì, e ti viene in mente Oliviero Toscani, quale foto scatterebbe? TAKE A PICTURE OLIVIERO, TAKE A PICTURE. La foto di mani di colori diversi, tutte vicine aggrappate allo stesso palo. Mani di bianchi, di bianchi newyorkesi o europei, dei WESTERN come li chiamano, come ci chiamano, e mani di EASTERN, di ASIAN, mani di pakistani, di indiani, di japanese. Colori, profumi, fragranze, odori, anche cattivi, ma che ricchezza! Una comunità estesa che condivide, forse, ideali comuni, o comunque spazi comuni. Ecco allora che si impara il rispetto, il giusto rispetto, non la tolleranza che è un concetto sbagliato di cui in Italia troppo spesso si parla; bisogna cambiare prospettiva a volte per vedere la realtà nel modo migliore, LESSON ONE del Rinascimento (tra la metà del XV e la metà del XVI secolo), questo sì italiano, l’italiano di cui vai fiero nel mondo. Cos’è l’Italia oggi? Cosa vogliamo/possiamo imparare nel nostro Paese? Cosa ci insegna di buono? Eppure vendiamo. A Manhattan, lungo il FASHION DISTRICT ci siamo tutti noi italiani, tutti i nostri stilisti. Ci sentiamo rappresentati? Cosa unisce me e Cavalli, Prada, Armani, Benetton, Valentino, Ferragamo?
C’è “chi non se la tira”, potremmo dire, a Manhattan. Sei per strada e incontri il protagonista della tua serie tv preferita. Spazi comuni appunto. I nostri politici, anche locali, quali spazi condividono con noi? Quando esci la mattina in auto blu dalla tua villa sui colli di Bologna, inaccessibile a chiunque, controllata a vista, monitorata a cadenza oraria. Una villa col cancello che porta le iniziali del tuo nome, le stesse iniziali con cui hai griffato, “ma dai, pure tu uno stilista?”, le poltrone delle tue sale. Una villa che abbandoni appunto ogni mattina per recarti in ufficio in pieno centro, passarvi dieci ore al giorno per poi andare in Consiglio Comunale perché ti hanno votato come rappresentante del popolo, o di una parte di esso, ecco questo mi chiedo: ma tu cosa ne sai di quello che succede nella strada? Politici sempre più lontani da noi, in altri Stati, prendono decisioni che riguardano il nostro quotidiano e magari non saprebbero nemmeno indicarci la via che porta alla biblioteca pubblica. Cosa sono le distanze? Oggi bastano otto ore di volo per SKIPpare l’Oceano Atlantico, ormai una pozzanghera tra noi e il Nuovo Mondo eppure certe distanze sono e saranno incolmabili, sempre.
A Manhattan ho conosciuto la libertà, non solamente quella privata, ma il senso di libertà. L’energia che si percepisce nell’aria, la gente che fa continuamente qualcosa, più cose. Nessuno che ti giudica, forse perché non hanno il tempo per guardarti? Non so, potrebbe essere, ma non è questo l’importante. Non mi occupo della causa, subisco l’effetto, ed è piacevolissimo. Una persona libera, finalmente, una persona, una, uno, un numero che non porta compassione da parte della mamma o della zia, o del vicino di casa, o della cara vecchia amica. Sei un uno, cosciente di questa condizione che ti accorgerai non appena ritornato a casa tua, nella tua casa …



Ultimi commenti

Lista articoli per mese