Segnalazioni

Condividere… con Ego

marzo 12th, 2010 by Luisa de Bellis | No Comments

Condividere... con Ego

Che cos’hanno in comune egocentrismo e condivisione? Apparentemente nulla. Da che mondo è mondo, le persone concentrate su di sé, il proprio benessere e il proprio tornaconto non hanno nessuna attitudine alla condivisione. Al contrario, se qualcosa di bello dovesse incrociare la loro strada, spiccheranno un grande salto per accaparrarselo, e si guarderanno bene dal condividerlo con gli altri. E se ne parleranno con altre persone sarà solo per vantarsene.
Da qualche anno a Brescia, e da qualche mese a Milano, EGO è invece sinonimo di condivisione.
EGO sta per Ecologico Guardaroba Organizzato e si propone come alternativa al sistema consumistico dell’abbigliamento. Si tratta di un innovativo servizio di fornitura di abiti da giorno, che mette a disposizione delle iscritte 7 capi alla settimana all’interno di un guardaroba di 120 modelli che si rinnova ogni sei mesi. Il servizio ha un costo fisso mensile contenuto e permette alle donne lavoratrici (e non solo) di sperimentare nuovi look senza doversi preoccupare di acquistare sempre nuovi abiti o fare acquisti errati. E a lavare, igienizzare e stirare ci pensa EGO!
L’idea nacque da Vittoria, una modellista stufa delle mode e del loro carico di conformismo, stufa di dover cambiare il guardaroba ad ogni cambio di tendenza, di taglia e di stagione, e soprattutto stufa di lavare e stirare…e che, al tempo stesso, cercava un modo di contribuire nel suo settore alla nascita di una nuova economia, fondata sull’eco-sostenibilità.
Un giorno si mise a disegnare una propria linea di abiti e decise che ne avrebbe prodotto un numero ampio, ma comunque limitato, affinché altre donne potessero indossarli e condividerli. Da questo primo esperimento nacque il marchio EGO, che nel tempo è venuto a denotare non solo una linea di abbigliamento, quanto piuttosto un sistema di valori e uno stile di vita.
EGO è pensato per le donne della city che vivono una vita movimentata e hanno bisogno di essere sempre in ordine e di sfoggiare sempre nuovi look. Gli ambienti di lavoro in cui l’apparenza conta più della sostanza vanno per la maggiore e questo ha un costo economico e ambientale altissimo. Ci sono donne che spendono centinaia di euro al mese in abiti nuovi, con tutto ciò che questo implica in termini di produzione, consumi, sprechi, costi. Se è vero che la sfida più grande per la nostra società è l’abbandono dell’apparenza come parametro di giudizio, è anche vero che perché questo avvenga occorrono tempi lunghi. E intanto la produzione continua ad aumentare.
La sfida che EGO pone è quindi duplice: da un lato, ridurre la produzione, i consumi e gli sprechi, passando dalla logica del possesso a quella dell’utilizzo condiviso (degli abiti, ma anche dell’energia). Dall’altro, dare alle donne più tempo per se stesse, liberandole dall’impegno di lavare, cucire, stirare e mettendo a loro disposizione 365 abiti all’anno a un costo accessibile.
A dirla tutta, EGO costituisce una vera e propria sfida all’industria della moda, paladina di quelli che si sono ormai affermati come i valori dominanti della nostra carissima (nel senso di costosa) società urbana occidentale: conformismo,  consumismo, possesso.
La domanda sorge quindi spontanea: siamo pronte a mettere da parte il nostro ego e ad accettare l’idea di non possedere gli abiti che indossiamo? Siamo pronte a abbandonare veramente l’idea che comprare ci fa stare meglio? Siamo pronte ad indossare abiti di qualità, cuciti in Italia da donne italiane, che non ricalcano i modelli dettati dalla moda? Ardua risposta. L’innovazione incontra resistenze per definizione. EGO ha lanciato la sfida, vediamo se siamo pronti a coglierla.


«Più libri per tutti». Non uno slogan politico, è Alga

febbraio 26th, 2010 by Redazione | No Comments

«Più libri per tutti». Non uno slogan politico, è Alga

Pubblicazione dei manoscritti selezionati, vendita di questi libri ad un “prezzo equo” e giudizio diretto del lettore. Definirlo “Premio Letterario” forse è un po’ riduttivo.
L’idea nasce in una calda giornata dello scorso agosto durante una discussione sul fatto che sempre più difficilmente bravi scrittori riescono a pubblicare i propri libri, sul fatto che sempre meno si legge e sempre meno si ragiona, sui libri come su argomenti di attualità, di politica, etc. E sono proprio questi i problemi che Alga si è messa in testa di risolvere. L’idea del progetto è semplice, e la sua semplicità rende il progetto ancora più interessante.
Qualsiasi scrittore manda il proprio manoscritto ad Alga e una giuria ne seleziona cinque. E fino a qui nulla di nuovo. L’interessante inizia adesso. Questi cinque libri selezionati vengono pubblicati totalmente a spese di Alga. Pubblicati e distribuiti, senza che l’autore debba pagare alcuna quota, senza che si debba impegnare a riscattare le prime 2000 copie, etc. Saranno distribuiti a partire da giugno attraverso tre canali principali: stand in città italiane, sul sito internet e in negozi / partner del progetto. Tre canali di distribuzione innovativi per l’editoria, ma soprattutto senza significativi costi associati. Ed è proprio questa una delle chiavi del progetto, si punta a mantenere i costi della “catena del valore” del libro particolarmente bassi. Si vuole risparmiare, laddove non ci sia una reale contribuzione all’aumento del valore del testo, per fare in modo di vendere questi libri ad un “prezzo equo”. E per Alga “equo” vuol dire 3€ per le copie cartacee e 2€ per le copie virtuali (le copie che si leggono su Kindle o sul nuovo iPad), “equo” vuol dire creare le condizioni perché davvero chiunque possa permettersi di comprare un libro senza pensare alla variabile denaro. E a questo punto due dei tre macro problemi che Alga voleva risolvere sono stati “attaccati”, ovvero facilitare la pubblicazione di bravi scrittori e diffondere, davvero, la lettura. Per quanto riguarda il terzo obiettivo, lo stimolo della “coscienza critica” di tutti noi, la soluzione è ancora più semplice: si vota. Su ogni volume ci sarà un codice. Quando noi lettori avremo finito di leggere il libro, andremo sul sito di Alga o chiameremo, manderemo un sms o una mail, e voteremo. Diremo se il libro che abbiamo letto ci è piaciuto o meno. E a gennaio dell’anno prossimo questi voti decreteranno il primo vincitore del Premio Alga. Semplice.
Tutti noi appassionati lettori aspettiamo giugno per la pubblicazione dei libri, mentre gli scrittori stanno già mandando da un mese i propri scritti. Aspiranti romanzieri, avete tempo fino al 31 marzo per mandare i vostri scritti, in bocca al lupo!
 
Per maggiori informazioni: www.premioalga.it


Flatterlandia: tutte le dimensioni del 21° secolo

dicembre 23rd, 2009 by Antea Brugnoni | No Comments

 Flatterlandia: tutte le dimensioni del 21° secolo

Ispirato ad un classico del 19° secolo, l’ultimo romanzo del matematico Ian Stewart apre nuovi orizzonti ‘dimensionali’ agli appassionati e ai profani.
Massiccia ed elegante, la traduzione italiana di Flatterlandia (Aragno 2008), uno degli ultimi ‘romanzi scientifici’ di Ian Stewart, mette un po’ soggezione. Ultimo rampollo della famiglia dei Flat-books, Flatterlandia è un degno erede di Flatlandia, romanzo scientifico-politico scritto nel 1884 da Edwin A.Abbott, capostipite della famosa discendenza. Nel romanzo dello scrittore vittoriano letture molteplici si intrecciano su una semplice trama: il quadrato A.Square, abitante di Flatlandia, un pianeta a due dimensioni, riflette sulla possibilità di una terza dimensione e riceve persino la visita di Sfera, abitante dell’universo 3D. Considerato eretico per queste sue visioni sovversive, A.Square è imprigionato e deve affrontare il dissenso della società flatlandese. Se dal punto di vista scientifico l’opera di Abbott fu ritenuta antesignana nello studio della quarta dimensione (a quel punto sono gli scienziati del nostro mondo tridimensionale ad essere considerati eretici) e della sua possibile configurazione, dal punto di vista politico, invece, fu considerata una satira della rigida struttura della società vittoriana.
Negli anni si sono susseguiti molteplici saggi o libri ispirati a Flatlandia, come Sphereland di D.Burger o The Planiverse di Kee Dewdey, fino all’ultimo Flatterlandia di I.Stewart.
Ian Stewart, autore di varie opere di divulgazione scientifica che gli hanno permesso di aggiudicarsi nel 1995 la Medaglia Micheal Faraday della Royal Society per ‘eccezionali contributi alla pubblica comprensione della scienza’ si è lanciato nella sfida di ‘attualizzare’ Flatland, integrandolo con tutte le ulteriori dimensioni di cui fa uso la scienza moderna. Questa volta sarà la discendente del quadrato A.Square, la nipotina Vikki, a dovere fare i conti con la società ‘piatta’ di Flatlandia. Moderna e tecnologica oltre le aspettative di A.Abbott, la Flatlandia di I.Stewart conserva la complessa divisione in caste: le donne (le linee), gli uomini umili (triangoli molto isosceli), quadrati (cittadini normali) fino a raggiungere, aggiungendo man mano dei lati, il clero (cerchi). La giovane Vikki, furba e intraprendente, dopo avere scoperto in cantina un manoscritto dell’antenato reietto, parte per un lungo viaggo attraverso le più svariate dimensioni, incontrando esseri strampalati, tra cui la mucca Moobius, formata dal famoso nastro scoperto dallo scienziato tedesco Moebius, i frattali Fiocco-di-Neve e Mandelbroccolo, con riferimento a Benoit Mandelbrot che introdusse i frattali, e persino la sfera-non-sfera Alexander, gentile ospite del Continente Foglio-di-Gomma, panorama topologico.
Se, come fa notare lo stesso autore, il libro risente della mancanza della prosa vittoriana di A.Abbott, esso è invece ricco di giochi di parole, sottili umorismi e fantasie matematiche, superbamente rispettate dalla traduzione di Filippo Demonte-Barbera, la cui introduzione è di per se un interessante viaggio tra generazioni di letterati e scienziati, compreso quella dello stesso traduttore.


Dall’Everest alle Maldive

dicembre 17th, 2009 by Laura Zunica | No Comments

Dall'Everest alle Maldive

Questa settimana i leader mondiali si trovano a Copenaghen per confrontarsi finalmente sui gravi danni ambientali arrecati al pianeta dall’uomo e cercare di elaborare soluzioni ragionevoli ed efficaci per evitare la distruzione dell’intero ecosistema mondiale. (http://en.cop15.dk/)
Uno dei punti di maggiore rilievo riguarda le emissioni di carbonio (CO2) che supera le soglie entro le quali il pianeta ha ancora la possibilità di respirare, 350 ppm. A riguardo mesi fa ci furono movimenti e manifestazioni in tutto il mondo per richiamare l’attenzione sul problema (www.350.org/).
Altre campagne, come Hopenagen (www.hopenhagen.org), stanno cercando di richiamare l’attenzione dei partecipanti al summit per ricordare loro che in questi pochi giorni di dicembre saranno prese scelte decisive per evitare eco-disastri che sono ormai alle porte e rischiano di devastare il pianeta terra.
Due episodi interessanti sono avvenuti nelle scorse settimane, sempre con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sull’importanza di fare le scelte giuste durante il summit di Copenaghen, perché i rischi che sta correndo il nostro pianeta non sono qualcosa di lontano e immaginario ma sono una spada di Damocle che pende sulla testa del nostro pianeta.
Il primo avviene in Nepal: il Consiglio dei Ministri si è riunito per circa un’ora sulla cima del monte Everest a Kala Patthar (più di 5.200 metri di altitudine). Ventitré i ministri che hanno partecipato al consiglio presieduto dal premier Madhav Kumar. È all’ordine del giorno la sensibilizzazione riguardo ai danni ambientali arrecati dall’inquinamento globale, e l’importanza della tutela dell’ambiente, per il Nepal e per il mondo intero. Ed è cosi che viene approvata dal Consiglio dei Ministri la Dichiarazione dell’Everest contenente la richiesta del Nepal rivolta a tutte le nazioni più sviluppate di impegnarsi a ridurre urgentemente e a breve termine l’intensità delle emissioni di gas nocivi. Il consiglio ha inoltre deciso, come gesto simbolico d’impegno alla salvaguardia dell’ambiente, di aprire un terzo parco nazionale, Banke National Park, oltre ai due già esistenti.
Non solo dalle alture del Nepal si mandano appelli per il summit di Copenaghen: dalla cima dell’Everest si arriva fino al mare. Anzi, sotto il mare: anche il Consiglio dei Ministri delle Maldive presieduto da Mohamed Nasheed, si è riunito poco tempo dopo per lanciare un appello riguardo alle gravi minacce dei cambiamenti climatici, e la riunione è avvenuta sul fondale marino, nei pressi della capitale Malé. La scelta subacquea è dovuta al fatto che, se queste insane emissioni di CO2 non tornano sotto le soglie minime, sotto al mare è esattamente dove tutta la popolazione delle Maldive si troverà in pochi anni, e in tal caso sarà cosi che i Consigli dei Ministri dovranno avere luogo. Anche in fondo al mare è stata firmata una dichiarazione inoltrata alla conferenza di Copenaghen.


La nostra foglia più bella è volata via

novembre 30th, 2009 by Alex Cevenini | 1 Comment

La nostra foglia più bella è volata via

The difference between difficult and impossible is that impossible takes longer. Miracles just require faith.
Con questa frase si chiudono tutte le email che ho ricevuto negli ultimi mesi da Alex Cevenini. Sono entrato in contatto con Alex lo scorso maggio, dopo che una comune amica mi aveva proposto di utilizzare il Tamarindo per ospitare reportage di Alex, suo collega di università, come lei abile fotografo. I reportage che subito Alex ha accettato con entusiasmo di realizzare al più presto avrebbero riguardato una realtà purtroppo a lui nota: la lotta contro la leucemia mieloide acuta, malattia che scoprì di avere il 14 aprile 2007, giorno del suo ventiquattresimo compleanno. Una terribile prova che Alex ha saputo affrontare con l’eroico coraggio di chi, anche nella sofferenza più profonda, riesce a trovare la forza di dedicarsi agli altri. E lo fa talmente bene da diventare importante sostegno per malati ai quattro angoli del pianeta, punto di riferimento per le migliaia di membri del suo gruppo facebook e un importante esempio di utilizzo delle risorse multimediali nel campo del non profit.
Il nome di Alex è legato a “Beat Leukemia“, iniziativa internet da lui creata per diffondere informazioni su questa malattia purtroppo molto diffusa, raccogliere denaro per organizzazioni e istituzioni che la combattono e per mettere in contatto malati di ogni Paese. Alex, mostrandosi abilissimo manager delle telecomunicazioni, è riuscito a fare del sito dedicato, tradotto in ben dodici lingue, un vero e proprio luogo di approfondimento e dibattito su leucemia e malattie del sangue, grazie anche all’appoggio e la collaborazione di numerosi medici e dell’AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie-Linfomi e Mieloma). Mentre il sito presenta un approccio più scientifico, Alex ha scelto lo strumento del gruppo facebook per far pervenire agli oltre 4500 membri messaggi da un tono più personale, contenenti aggiornamenti sulla propria salute, le proprie speranze, parole di conforto per chi come lui stava soffrendo e spunti di riflessione. Ogni messaggio ricevuto è la prova dell’incredibile forza d’animo di Alex. Non ho avuto la fortuna di conoscerlo abbastanza per capire se questa forza l’avesse trovata in sé, nella fede, nella propria famiglia, negli amici o in tutto ciò insieme. La malattia è stata sempre vissuta da Alex molto semplicemente come “un pericoloso assassino ancora a piede libero” da combattere, non da cui cercare di sfuggire.
Ieri mattina noto nella casella di posta di Facebook un messaggio proveniente dal gruppo di Alex. Riporto il testo:
Ci ha regalato l’ultimo sorriso
Alessandro
ringraziamo il Signore di avercelo donato. Ha lottato contro la leucemia con fede, speranza, carità e amore.
Il tuo altruismo, coraggio ed ottimismo di fronte ad ogni difficoltà saranno sempre esemplari, ci hai dato troppo.
Ne danno l’annuncio la sua mamma Cristina, il papi Maurizio, il fratello Mikis con Chiarina.
Ringraziamo di cuore l’equipe del Prof. Giorgio Lambertenghi dell’Ospedale Policlinico di Milano, tutti i medici, gli infermieri ed il personale per l’amore e la competenza con cui hanno seguito Alessandro in questi anni.
I funerali si svolgeranno Martedì 1 Dicembre nella Chiesa di S. Eufemia Milano alle ore 11. Non fiori ma donazioni ad AIL Associazione Italiana Leucemie Milano, con clausola “Beat Leukemia”.
Persino nei momenti più duri Alex ci ha dimostrato la bellezza di una vita vissuta con impegno ed entusiasmo: questi valori che hanno accompagnato il coraggioso cammino di Alex li ripropongo ai nostri lettori, perché possano prendere esempio dal nostro “reporter” nei loro momenti più difficili e apparetemente privi di alcun senso.
Ciao Alex, mi mancherai. Inserisco qua sotto inserisco il profilo che avrebbe accompagnato i tuoi articoli.
Lorenzo


Teatro Dovizi: sei prelibatezze di stagione

novembre 24th, 2009 by Stefania Innocenti | No Comments

Teatro Dovizi: sei prelibatezze di stagione

Passeggiando per il centro storico di Bibbiena (AR) può capitare di imbattersi in una facciata dall’aspetto austero, tipica del tessuto urbano a cui appartiene, ma che in realtà è l’ingresso ad un mondo parallelo, magico e incantato: quello del teatro.
Il Teatro Dovizi fu realizzato nel 1842, per volontà dell’Accademia degli Operosi, su progetto dell’architetto Niccolò Matas.
La caratteristica forma ad U, il palcoscenico parallelo alla strada e i tre ordini di palchetti subirono profonde modifiche quando, nella seconda metà del ‘900, il teatro venne riadattato a sala cinematografica; i palchetti furono privati dei divisori (per dar maggior spazio a due piccole gallerie) e vennero eliminati definitivamente il palco e i tendaggi rossi di rivestimento.
Nel 1982, per carenze in materia di sicurezza, il teatro chiuse i battenti.
Circa un decennio dopo, per volere dell’amministrazione comunale e altri enti pubblici e privati, iniziarono i lavori di ristrutturazione che riportarono, alla fine del 1996, il Teatro Dovizi al suo splendore originario, dopo un consistente intervento di riprogettazione del suo arredo interno e un nuovo allestimento scenico. L’architetto Massimo Gasparon, autore del progetto, non dimenticò di riportare alla luce l’originaria copertura lignea, il soffitto decorato con un cielo ombreggiato da nuvole e il ballatoio, tenendo presente l’antico stile classico e barocco tipico dell’architettura teatrale del XVII e XVIII secolo, in omaggio ai Galli da Bibbiena.
Alla riapertura presenziarono personalità illustri: Carla Fracci, Gheorghe Iancu, Anna Caterina Antonacci, come testimonial, e Pier Luigi Pizzi, come coordinatore “ambientale”.
Inoltre, con “Minima Theatralia“, convegno sui piccoli teatri della Toscana, e, a seguire, una serie di progetti di formazione, vennero messe in primo piano le intenzioni e le ambizioni del Dovizi.
Dopo tredici anni di successi, sabato 7 novembre il sipario ha riaperto i suoi tendaggi purpurei con lo spettacolo inaugurale “Quel viaggio chiamato amore“, dove Piero Baracchi, attore e regista, uno dei componenti storici della compagnia NATA (e particolarmente apprezzato nel territorio casentinese) ha evocato le note d’amore e dolore di uno dei maggiori poeti del ‘900: Dino Campana.
La stagione di prosa 2009/2010 sarà caratterizzata da varietà e intrattenimento. Sei spettacoli estremamente diversi tra di loro ma altrettanto interessanti e affascinanti, lavori con firme importanti, capi saldi della storia teatrale (W. Shakespeare, T. M. Plauto, D. Campana) ed altri del teatro odierno (S. Benni, P. P. Pasolini, A. Angiolini, L. Savino), ma non per questo di minor spessore.
Sull’opera di Campana, Quinto Cappelli, corrispondente di Avvenire, ha scritto: “Non uno spettacolo, tanto meno una lettura, piuttosto una partitura musicale per voce sola“.
Un amore a cui Baracchi si è dedicato a più riprese con dedizione per quindici anni, da quando per la prima volta assistette di persona alla lettura che ne fece Carmelo Bene al Teatro di Montalcino nei primi anni ‘90 e definì lo stesso Campana “il mio personale sbigottimento”.
Un viaggio di sofferenza e solitudine in cerca di un riscatto, quello che Campana trovò nella scrittura e che Baracchi fa rivivere, dopo quasi un secolo dalla nascita, evidenziandone l’estrema attualità e appartenenza ad ogni tempo.
La stagione proseguirà quindi a dicembre con spettacoli per tutti i gusti, dai classici ai contemporanei, dal dolce all’amaro.
Ed in tema di gusti come non ricordare “I gusti a teatro“, dove in varie occasioni i ristoranti aderenti all’iniziativa offriranno al pubblico un piccolo aperitivo prima degli spettacoli.
A questo punto non mi rimane altro che augurarvi buon appetito… scusate, buon divertimento!
Per informazioni sulla stagione teatrale 2009/2010: www.comune.bibbiena.ar.it


Il nastro bianco e il chiaroscuro del male

novembre 18th, 2009 by Anna Caterina Dalmasso | No Comments

Il nastro bianco e il chiaroscuro del male

La quieta esistenza di un piccolo villaggio rurale della Germania protestante viene turbata da una serie di eventi delittuosi, che hanno l’inquietante marchio di una violenza gratuita e vendicativa. Siamo nell’anno che precede lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Haneke tratteggia con orrore la società tedesca che assisterà di lì a poco alla guerra e alla nascita del nazismo. L’occhio del regista si innesta in un microcosmo feudale per studiare da vicino la genesi della violenza e del male che porteranno il popolo tedesco ad abbracciare l’ideologia hitleriana.
Di fronte agli eventi sconvolgenti che si susseguono, gli abitanti del villaggio sembrano in qualche modo accondiscendere a questi atti vendicativi e crudeli – che arrivano quasi a confondersi e scomparire nella miriade di soprusi e violenze che costellano i rapporti quotidiani della piccola comunità protestante. Ma, mentre la piccola colpa o la vendetta del singolo è scoperta, punita e condannata, (il figlio del contadino che falcia i cavoli del barone viene preso, il bambino che ruba lo zufolo di Sigi viene punito), questa violenza nascosta che mira nel silenzio le proprie vittime, secondo una logica indecifrabile, è in qualche modo legittimata, seppur tacitamente, dalla comunità, tanto più quando si configura come l’azione di una volontà occulta, di un gruppo. La giustizia spietata, la punizione del colpevole, l’eliminazione del diverso e del debole, perpetrata da un insieme di singoli, è accettata e giustificata. L’unione dei singoli legittima la violenza agli occhi della collettività. Innocenza e colpa si invertono. È il principio di ogni dittatura.
Al seguito del giovane maestro di scuola – unica figura del film animata da un’etica vissuta e da un desiderio positivo – che tenta di dipanare la vicenda, l’apparente intrigo poliziesco, accompagna lo spettatore nella scoperta di una società ipocrita, basata su un sistema di valori formali assolutizzati fino alla distorsione, dove l’autorità non ha altro ruolo che ripartire arbitrariamente la violenza di cui dispone, ed innalza simboli morali destinati a restare vuoti ed esteriori (come il nastro bianco che, appuntato nei capelli o sui vestiti dei bambini, dovrebbe additare loro la via dell’innocenza e della purezza).
Sullo sfondo, una natura modellata dall’agricoltura e ritmata dalle stagioni, fa da silenzioso contrappunto ad una realtà violentata dall’azione dell’uomo. La regia è affascinante, ma dalla metafora un po’ facile (del tipo: partenza dei soldati per la guerra / distesa di spighe di grano che stanno per essere falciate). La visione del film è coinvolgente e faticosa, ma non catartica. Lo spettatore è sensorialmente ripagato da una splendida fotografia, che fa pensare a Bergman o a Dreyer, ma che molto ricorda – e non solo nella fotografia – Un roi sans divertissement di Jean Giono, solo che al posto di una pellicola a colori che emula il bianco e nero, Haneke sceglie un bianco e nero tanto sfumato e luminoso da far presagire il colore – il film infatti è stato ripreso a colori e poi desaturato in fase di produzione.
Il mondo passato, che emerge dal bianco e nero bergmaniano, ci appare irreale, terribile, crudele, a tratti caricaturale. È davvero il mondo in cui sono cresciuti i nostri avi? I personaggi che popolano il villaggio tedesco, sono troppo stilizzati per essere una fedele ricostruzione storica o sociologica, troppo problematici e deliberatamente nevrotici per appartenere ad un mondo che non ha ancora varcato le soglie del secolo breve (basti pensare al lungo monologo del dottore con la levatrice, che scade nel ridicolo).
Il nastro bianco non possiede quella forza della verità che avrebbe un’opera tratta da una vicenda realmente accaduta, nè la potenza simbolica di un Dogville nel raccontare una parabola dell’umano, capace di attingere all’Assoluto.
Se Haneke ha dichiarato di « non aver voluto fare un film sul nazismo e sulla Germania », non si capisce perchè ambienti il suo film in Germania, tra l’inverno del 1913 e il giugno 1914. Ma sappiamo bene che l’opera supera sempre le intenzioni.
Quest’occhio che ci immerge nel presunto passato della Germania nazista, ci circonda di un universo lontano, irreale, quasi mitico. Ma, in fondo, che senso ha chiedersi se questo passato è davvero stato un presente? Al di là di ogni ideale di verità storica, quello che Haneke ci mostra – che è il vero motivo per cui il film è interessante – è il passato della Germania, il passato cioè che il popolo tedesco vive come proprio passato o che ha innalzato per permettersi di elaborarlo, rifiutarlo, superarlo, condannarlo, e che forse – come testimoniano i sempre più frequenti lavori artistici, e soprattutto cinematografici, dedicati a questo tema – risulta ancora inelaborato ed inelaborabile.


Il respiro dell’attore secondo Gianluigi Tosto

novembre 10th, 2009 by Giacomo Marconi | No Comments

Il respiro dell’attore secondo Gianluigi Tosto

Perché per l’attore non si può parlare della respirazione soltanto come una funzione biologica?
Per l’attore non si può mai prendere in esame solamente l’aspetto biologico, fisico, ma è essenziale considerare in generale la complessità che deriva dal suo essere, prima di tutto, un uomo. In fase di training e di studio quindi bisogna tenere sempre conto di questa complessità, a livello fisico-energetico, ma anche emotivo, mentale e psichico. Questi livelli sono assolutamente interconnessi tra di loro e si influenzano vicendevolmente anche nella respirazione. Non a caso, quando vogliamo che una persona si rilassi, sia che si tratti di uno stress fisico che di uno stress emotivo, si invita a fare un bel respiro profondo: fa infatti parte dell’esperienza comune la consapevolezza che ad una certa condizione respiratoria ne corrisponda una emotiva e mentale.
Come si lega la respirazione all’attività di ascolto necessaria per l’attore?
La prima cosa, tra tutte le altre, che l’attività di ascolto influenza è la modalità respiratoria di un essere umano.
Alfred Tomatis sostiene, semplificando, che l’uomo sia un orecchio e che la sua funzione nell’universo sia fondamentalmente quella di ascoltare. Proprio da questo ascolto deriverebbe l’autocoscienza dell’uomo ed il suo percorso verso le dimensioni più spirituali della vita.
Dando quindi per assunto che l’attività principale dell’uomo sia ascoltare la vita, alla quale egli stesso appartiene, tutte le altre attività si dovranno porre al suo servizio. Di conseguenza, affinché la mente possa ascoltare in un certo modo, il cervello dovrà chiedere al corpo di predisporsi fisicamente perché quell’ascolto possa avvenire.
Nel momento in cui la mente percepisce una determinata dimensione, e decide di prestarle ascolto, avviene un primo incontro assolutamente intuitivo, una sorta di attrazione, fra la mente dell’ascoltatore e l’esperienza con la quale entra in contatto. Il cervello quindi chiede al corpo di indirizzarsi verso quell’esperienza ed il corpo, anche dal punto di vista muscolare, oltre che energetico e respiratorio, entra in risonanza con le tensioni presenti nell’esperienza ascoltata.
( … )
In che modo invece la respirazione influenza la percezione di un’esperienza?
Possiamo considerarla l’altra faccia della medaglia. Come un determinato ascolto modifica la respirazione, così una capacità o incapacità respiratoria può modificare la predisposizione all’ascolto e alla percezione di un’esperienza.
Un esempio concreto: se per una serie di motivi, fisici o emotivi, la muscolatura addominale fosse bloccata, magari semplicemente per un eccessivo esercizio in palestra, tutta una componente muscolare importante, quella addominale appunto, non parteciperebbe all’atto respiratorio.
Per chiarire, la muscolatura addominale è quella che permette maggiormente al diaframma di scendere verso il basso e quindi di avere una respirazione profonda e ampia. Se la muscolatura addominale fosse molto rigida e bloccata, l’attore non solo perderebbe una possibilità respiratoria, ma, al tempo stesso, tutta la componente esperienziale legata a quella respirazione.
Ci sono infatti tre grandi aree di respirazione: addominale, costale e clavicolare o apicale. Ad ognuna di queste corrisponde, semplificando (in realtà si mescolano tra loro), una categoria di esperienza e di relazione con l’esterno.
Il blocco muscolare di una capacità respiratoria può quindi influenzare proprio la possibilità di vivere un’esperienza, soprattutto se tale blocco non è momentaneo, ma dovuto a un fattore fisico o ad una condizione emotiva legata ad un periodo. Se poi il blocco diventasse addirittura uno status permanente, si cronicizzerebbe la incapacità di usare una parte dello strumento-corpo per vivere sul piano psichico l’esperienza della vita.
( … )

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Purtroppo non basta perché funzioni

novembre 3rd, 2009 by Anna Caterina Dalmasso | 4 Comments

Purtroppo non basta perché funzioni

Delle due l’una: o Woody Allen è ormai un anziano regista che non sa più dove sbattere la testa – troppo vecchio per recitare ancora la parte di se stesso, così si fa rimpiazzare, per quanto poco dignitosamente, da Larry David ed imbastisce un’imbarazzante rimessa in scena dei suoi anni Manhattan, in un eterno e noiosissimo ritorno dell’eguale destinato al fallimento – oppure il regista di Io ed Annie è un genio assoluto.
Un sesto senso strisciante mi suggerisce la prima opzione, ma un’inspiegabile e arroccata nostalgia per la politica degli autori di truffautiana memoria, mi spinge a credere irrazionalmente alla seconda. Immaginiamo per un istante che Woody estenuato da una lunga carriera cui non riesce ad imprimere una svolta, che dia vita a qualcosa che possa essere definito come “stile dell’opera tarda”, stufo di essere circondato da produttori e direttori di produzione, disgustato da un pubblico che evidentemente non capisce la differenza tra Provaci ancora Sam e Scoop – perché inspiegabilmente va a vedere entrambi ed esce soddisfatto -, immaginiamo che questo regista, ironico e attempato, decida di mettere in atto la burla cinematografica del secolo: fare un film in puro stile alleniano, talmente perfetto nella sua emulazione delle “commedie newyoreksi” da rendere impercettibile per un pubblico non autocosciente la differenza fra Manhattan e un film che sembra Manhattan ma che in realtà è una squallida commedia americana infarcita di luoghi comuni politically correct e buoni sentimenti.
Sembra facile, basta riunire un’accozzaglia di temi facilmente identificabili dal pubblico: intellettuale ebreo-paranoico-cinico-sarcastico-nevrotico-ossessivo-genialoide, dotato di un incredibile sense of humour, si innamora di minorenne che piomba improvvisamente nella sua vita sconvolgendo le sue abitudini e ne diventa il Pigmalione. Basta aggiungere qualche battuta che faccia ridere – ed il film effettivamente fa ridere – ed è fatta.
Ma Basta che funzioni assomiglia troppo ad una commedia a lieto fine – e non intendo le commedie alleniane di Broadway – per essere un suo vero film. Persino il nome del protagonista – Boris Yellnikoff – sembra uscito da una barzelletta antisemita. Purtroppo ogni scena, ogni battuta, ogni riferimento culturale, ognuno dei troppi colpi di scena del film è talmente caricato, grottesco e prevedibile che chi ama ed ha amato i film di Woody Allen non può crederci. Chi ritiene che Woody Allen sia un grande regista non crede ai suoi occhi, per cui si inventa che in realtà Allen ha fatto, apposta, un film idiota, che assomiglia molto ad un film di Woody Allen, ma che è un falso, e lo fa in modo tale che tutti coloro che non amano Woody Allen, o lo amano per i motivi sbagliati, non capiscano. Nel frattempo dissemina il film di piccoli indizi che solo alcuni – i suoi più affezionati sostenitori – siano in grado di leggere ed interpretare per smascherare il suo gioco e continuare a credere che in realtà lui resta il grande regista di sempre, si sta solo divertendo a prenderci in giro.
Insomma, in ogni caso, la proiezione di Basta che funzioni ha sullo spettatore degli effetti desolanti, che egli ne sia cosciente o meno. “Basta che funzioni” sembra più che altro la massima che – fatta eccezione forse per il controverso Match Point – guida le grandi produzioni alleniane degli ultimi anni: faccio un film, qualcuno mi paga per farlo, della gente va a vederlo, mi pagano per il film successivo, insomma, incredibilmente funziona ancora.


Protesta Sociale e Fuga dalla Città nelle Opere di Emilio Longoni

ottobre 31st, 2009 by Luigi Galimberti Faussone | No Comments

Protesta Sociale e Fuga dalla Città nelle Opere di Emilio Longoni

“Io sempre in lite sono con me stesso.
Che far dunque potrei?
Dell’opre da me fatte io son dolente.
Che far dunque potrei?
Penso che tu, Signor, perdonerai
con generosa voglia;
ma per l’onta che tu quello che ho fatto
vegga, che far dovrei?”
Omar Khayyam (Nishapur, Persia selgiuchide, 1048-1131), Quartine, trad. Italo Pizzi
Alla religione buddista, passando per la poesia di Khayyam e i Pensieri di Pascal, è giunto il percorso spirituale e artistico di Emilio Longoni (1859-1932), pittore e poeta lombardo di Barlassina, in Brianza. Tale percorso è abilmente ricostruito nella mostra 2 collezioni, ospitata alla Galleria d’Arte Moderna di Milano, che espone ventitré significative opere, otto appartenenti alla stessa GAM e quindici di proprietà della Banca di Credito Cooperativo di Barlassina, che ne ha finanziato il restauro e lo studio.
La produzione artistica di Longoni si concentra in principio sulle nature morte e sui ritratti, che lo porteranno a guadagnare una certa notorietà nell’ambito della committenza lombarda. Tuttavia, è del 1891 l’opera che segna una prima apparente frattura nella sua produzione: L’oratore dello sciopero. La tela, dipinta in occasione del primo anniversario dell’allora rivoluzionario sciopero del 1 maggio 1890 che si tenne a Milano per la Festa dei Lavoratori, ritrae un uomo che con una mano si regge a un’impalcatura di cantiere, mentre coll’altra mostra al cielo il pugno chiuso. Sullo sfondo, una folla in fermento, una carica delle guardie e una bandiera rossa col fiocco anarchico; in primo piano, più in basso, compagni lavoratori anch’essi col pugno chiuso. Le novità dell’opera non sono tanto nel soggetto – lo sciopero e la protesta sociale sono temi che interessano gli artisti di tutt’Europa in quegli anni – ma nella sua resa, caratterizzata da un taglio fotografico che rende l’opera simile a un manifesto.
Nonostante già nel 1894 Longoni compie i primi studi dal vero sull’Appennino e sull’Adamello, è solo nei primi anni del nuovo secolo che abbandona la città, che sempre più diventava il centro della vita politica, economica e sociale, e si rifugia in montagna. A segnare quell’epoca fu la feroce repressione dei moti milanesi del maggio 1898 condotta dal generale Fiorenzo Bava Beccaris, che ordinò di sparare coi cannoni sulla folla manifestante, causando la morte di numerose persone. Nei quadri di Longoni, alla protesta sociale si sostituisce la contemplazione della natura che, tuttavia, non è mero paesaggio ma luogo di ricerca spirituale e artistica. La rarefazione delle opere di Longoni, come in Ghiacciaio, è caratteristica della sua ricerca pittorica che ha portato il divisionismo ai limiti dell’astrattismo, senza tuttavia mai sorpassarne i confini.
Dalle nature morte e dai ritratti, ai temi sociali e politici, fino alla natura di alta montagna, il mutare dei soggetti non corrisponde di certo a una ricerca incoerente, bensì una profonda evoluzione artistica. Difatti, in una delle sue ultime note autobiografiche trascritte dalla moglie Fiorenza De Gaspari, Longoni afferma: “I miei quadri corrispondono alle vicende della mia vita e segnano le tappe dei dolori, dei piaceri da me provati nei diversi periodi della mia vita. Questa conclusione mi si presenta un giorno, nel quale, mettendo in ordine cronologico le fotografie dei miei quadri, avverto in essi una continuità di pensiero”.
Emilio Longoni: 2 collezioni, 22 ottobre 2009 – 31 gennaio 2010, Galleria d’Arte Moderna di Milano.
Il catalogo della mostra, a cura di Giovanna Ginex, è pubblicato da Skira (2009, 176 pp., €39). Oltre a un ampio e accurato saggio della curatrice, sono presenti nel catalogo le relazioni delle approfondite indagini scientifiche e di restauro condotte sulle opere di proprietà della Galleria d’Arte Moderna, che permettono di comprendere a fondo la tecnica pittorica e compositiva di Longoni e dare così nuovo e più pieno significato alle sue opere.
Galleria d’Arte Moderna (GAM)
Villa Reale, Via Palestro, 16 – 20121 – Milano
Tel. +39 02 76340809 – www.gam-milano.com
Orari: mar-dom, 9.00-13.00 e 14.00-17.30
Ingresso gratuito



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