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	<title>The Tamarind &#187; Politica</title>
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		<title>Ciarpame senza pudore</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 10:40:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[Un’ex calendarista diventata ministro della Famiglia, una diciottenne di Napoli che tiene compagnia al presidente del Consiglio, una soubrette che veniva scarrozzata in auto blu per i palazzi del potere romano.
Come al solito non ci resta che chiederci dove sia Pasolini. Non ci interessa se la diciottenne napoletana che chiama “papi” il Presidente del Consiglio si limiti ad ascoltarlo mentre canta. Non cambia nulla. Noi sappiamo. Non c’e’ bisogno di essere intellettuali. Noi sappiamo il degrado del Palazzo. Noi sappiamo l’umiliazione che si prova ad essere italiani, la conosciamo, la sentiamo sulla nostra pelle.
Ma lo spazio che era di Pasolini ora lo occupa Alberoni. “Gli uomini con il tempo cambiano, a volte in meglio a volte in peggio”. E quello stesso quotidiano oggi intervista la “bella Noemi”. Il coraggioso intervistatore, Angelo Agrippa, le chiede se sa chi sia Francesco Saverio Nitti. Come se fosse quello il problema. Poi le chiede “Noemi, quando la vedremo in politica, alle prossime regionali?”. Lei risponde che preferisce la Camera dei Deputati. E me lo immagino il sorriso divertito e ironico di Angelo Agrippa. Non si rende conto che è lui in errore a fare quelle domande, non la poveretta che cerca di rispondergli.
Ormai del resto facciamo tutti come Angelo Agrippa. Assistiamo al tracollo con un sorriso tra il cinico e l’ironico. Guardiamo le photogallery del Corriere. Non male la Barbara Matera, gran decolleté. E ogni tanto quasi ci prende un istinto sado maso. Godiamo nel vedere la Santanché che esce dal parlamento con gli occhiali da sole circondata da guardie del corpo alzando il dito medio agli studenti. L’arroganza del potere in fondo affascina. Berlusconi con l’harem nel parco della sua villa in Sardegna, il who’s who del potere italiano all’inaugurazione del Billionaire, il reggicalze della Brambilla, Sottile che si fa portare la Gregoraci in auto blu… Ostentiamo un sorriso ironico, di superiorità. In realtà vorremmo essere Sottile. Ancora di più.Vogliamo essere la Gregoraci. Sappiamo di essere la Gregoraci.
Ahi serva Italia di dolore ostello… non donna di provincie ma bordello.
Non solo sappiamo di essere la Gregoraci, ne proviamo un perverso godimento. Umiliateci. Non vergognatevi più di nulla. Non dovete nascondervi, anzi dovete farcelo sapere, in modo sempre più chiaro, sempre più arrogante. Vogliamo saperlo. Vogliamo vedere le foto.
Però, che decolleté la Barbara Matera!
E se qualcuno vi critica che sia la donna del capo, quella che lui ha trasformato da attrice di film di serie B a maîtresse à penser dell’intellighenzia italiana. Oppure che sia Gianfranco Fini, il suo secondo da 15 anni, quello che lui ha raccolto da un rigagnolo della storia sollevandolo non sulla cima di una spada ma alla terza carica dello Stato. Anche l’opposizione deve essere un esercizio di umiliazione. L’ennesima dimostrazione della vostra vittoria definitiva.
Avete vinto. Prendetevi tutto. Donne, televisioni, governo, opposizione. Il Quirinale.
Noi assisteremo al vostro trionfo.
Poi certo, qualcuno cercherà di fare opposizione politica. Sfigati. I franceschini. Dei perdenti. Ancora convinti che la questione sia il cuneo fiscale. Altri faranno opposizione morale. I travagli. Inconsapevoli strumenti del potere. Essi credono che la gente non sappia, che il potere voglia tenere nascosto, che se la gente sapesse non accetterebbe. E invece è il contrario. La gente sa e il potere ha interesse a far sapere. Il potere è l’afrodisiaco supremo diceva Kissinger. La gente ama il potere, il sopruso, l’impunità. Noi vogliamo sapere, vogliamo invidiarvi, vogliamo farci umiliare, vogliamo godere.
Il vostro potere ci umilia e ci piace ancora di più in quanto sappiamo che non ve lo meritate, e sappiamo che lo sapete anche voi. Sappiamo di esservi superiori e per questo godiamo ancora di più nel farci umiliare. Noi sappiamo chi era Francesco Saverio Nitti. Sappiamo inoltre che voi non lo sapete e sappiamo anche che voi sapete che noi lo sappiamo. E allora il gioco diventa ancora più perverso. Il complesso di inferiorità vi fa ancora più arroganti mentre la coscienza della nostra superiorità ci rende ancora più ansiosi di farci umiliare.
Quando qualcuno scriverà la storia d’Italia di questi anni si accorgerà  dell’inadeguatezza degli strumenti solitamente impiegati in questo genere di imprese. Dopo aver riempito centinaia di fogli di inutili analisi politiche, culturali e sociologiche abbandonerà la scrivania e girerà un film sado-maso. Come al solito Pasolini c’era già arrivato.


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2673" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2009/05/de-sade.png" alt="Marquis de Sade" width="232" height="235" />Un’ex calendarista diventata ministro della Famiglia, una diciottenne di Napoli che tiene compagnia al presidente del Consiglio, una soubrette che veniva scarrozzata in auto blu per i palazzi del potere romano.</p>
<p>Come al solito non ci resta che chiederci dove sia Pasolini. Non ci interessa se la diciottenne napoletana che chiama “papi” il Presidente del Consiglio si limiti ad ascoltarlo mentre canta. Non cambia nulla. Noi sappiamo. Non c’e’ bisogno di essere intellettuali. Noi sappiamo il degrado del Palazzo. Noi sappiamo l’umiliazione che si prova ad essere italiani, la conosciamo, la sentiamo sulla nostra pelle.</p>
<p>Ma lo spazio che era di Pasolini ora lo occupa Alberoni. “Gli uomini con il tempo cambiano, a volte in meglio a volte in peggio”. E quello stesso quotidiano oggi intervista la “bella Noemi”. Il coraggioso intervistatore, Angelo Agrippa, le chiede se sa chi sia Francesco Saverio Nitti. Come se fosse quello il problema. Poi le chiede “Noemi, quando la vedremo in politica, alle prossime regionali?”. Lei risponde che preferisce la Camera dei Deputati. E me lo immagino il sorriso divertito e ironico di Angelo Agrippa. Non si rende conto che è lui in errore a fare quelle domande, non la poveretta che cerca di rispondergli.<br />
Ormai del resto facciamo tutti come Angelo Agrippa. Assistiamo al tracollo con un sorriso tra il cinico e l’ironico. Guardiamo le photogallery del Corriere. Non male la Barbara Matera, gran decolleté. E ogni tanto quasi ci prende un istinto sado maso. Godiamo nel vedere la Santanché che esce dal parlamento con gli occhiali da sole circondata da guardie del corpo alzando il dito medio agli studenti. L’arroganza del potere in fondo affascina. Berlusconi con l’harem nel parco della sua villa in Sardegna, il who’s who del potere italiano all’inaugurazione del Billionaire, il reggicalze della Brambilla, Sottile che si fa portare la Gregoraci in auto blu… Ostentiamo un sorriso ironico, di superiorità. In realtà vorremmo essere Sottile. Ancora di più.Vogliamo essere la Gregoraci. Sappiamo di essere la Gregoraci.</p>
<p><em>Ahi serva Italia di dolore ostello… non donna di provincie ma bordello.</em></p>
<p>Non solo sappiamo di essere la Gregoraci, ne proviamo un perverso godimento. Umiliateci. Non vergognatevi più di nulla. Non dovete nascondervi, anzi dovete farcelo sapere, in modo sempre più chiaro, sempre più arrogante. Vogliamo saperlo. Vogliamo vedere le foto.</p>
<p>Però, che decolleté la Barbara Matera!</p>
<p>E se qualcuno vi critica che sia la donna del capo, quella che lui ha trasformato da attrice di film di serie B a <em>maîtresse à penser</em> dell’intellighenzia italiana. Oppure che sia Gianfranco Fini, il suo secondo da 15 anni, quello che lui ha raccolto da un rigagnolo della storia sollevandolo non sulla cima di una spada ma alla terza carica dello Stato. Anche l’opposizione deve essere un esercizio di umiliazione. L’ennesima dimostrazione della vostra vittoria definitiva.</p>
<p>Avete vinto. Prendetevi tutto. Donne, televisioni, governo, opposizione. Il Quirinale.</p>
<p>Noi assisteremo al vostro trionfo.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-2674" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2009/05/ppp-242x300.jpg" alt="PPP" width="242" height="300" />Poi certo, qualcuno cercherà di fare opposizione politica. Sfigati. I franceschini. Dei perdenti. Ancora convinti che la questione sia il cuneo fiscale. Altri faranno opposizione morale. I travagli. Inconsapevoli strumenti del potere. Essi credono che la gente non sappia, che il potere voglia tenere nascosto, che se la gente sapesse non accetterebbe. E invece è il contrario. La gente sa e il potere ha interesse a far sapere. Il potere è l’afrodisiaco supremo diceva Kissinger. La gente ama il potere, il sopruso, l’impunità. Noi vogliamo sapere, vogliamo invidiarvi, vogliamo farci umiliare, vogliamo godere.</p>
<p>Il vostro potere ci umilia e ci piace ancora di più in quanto sappiamo che non ve lo meritate, e sappiamo che lo sapete anche voi. Sappiamo di esservi superiori e per questo godiamo ancora di più nel farci umiliare. Noi sappiamo chi era Francesco Saverio Nitti. Sappiamo inoltre che voi non lo sapete e sappiamo anche che voi sapete che noi lo sappiamo. E allora il gioco diventa ancora più perverso. Il complesso di inferiorità vi fa ancora più arroganti mentre la coscienza della nostra superiorità ci rende ancora più ansiosi di farci umiliare.</p>
<p>Quando qualcuno scriverà la storia d’Italia di questi anni si accorgerà  dell’inadeguatezza degli strumenti solitamente impiegati in questo genere di imprese. Dopo aver riempito centinaia di fogli di inutili analisi politiche, culturali e sociologiche abbandonerà la scrivania e girerà un film sado-maso. Come al solito Pasolini c’era già arrivato.</p>


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		<title>Il Lupus e il Buon Selvaggio in Politica</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 22:51:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco dall'Olio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Siamo buoni o cattivi, noi esseri umani? Questa sembra essere una delle domande più popolari nel discorso filosofico occidentale. La tua personale risposta ha implicazioni profonde, che si ramificano verso insospettabili aree della tua stessa identità.
In generale, le risposte che emergono dal dialogo intellettuale occidentale sembrano ondeggiare costantemente tra i due estremi opposti del nostro spettro filosofico: Hobbes da un lato (siamo tutti intrinsecamente cattivi, e la società ci tiene a bada) e Rousseau dall&#8217;altro (siamo tutti intrinsecamente buoni, e la società ci corrompe). Chiunque prenda parte al teatro dell&#8217;interazione umana è in possesso di una posizione su questo spettro, cioè di un&#8217;idea implicita sulla nostra natura morale. Tutti, a prescindere dall&#8217;educazione. Dal professore universitario all&#8217;operaio, ognuno ha una credenza su bontà o malvagità dei propri simili. Ció che cambia con il livello culturale è la consapevolezza a riguardo, e conseguente verbosità. Ovviamente, questa working hypothesis sulla natura umana ha effetti drastici sul nostro comportamento, e ci rende più o meno fiduciosi verso il prossimo, più o meno disposti ad aiutare ed essere aiutati, sfruttare ed essere sfruttati.
Ma gli effetti delle nostre credenze morali non si fermano al comportamento. A quanto sostiene lo psicologo morale Jonathan Haidt, figura di spicco nel dibattito contemporaneo sulla moralità, la tua personale posizione sullo spettro gioca un ruolo fondamentale anche nell&#8217;evoluzione della tua identità politica. Dai suoi studi longitudinali, la fiducia nel prossimo risulta essere uno dei migliori predittori della futura posizione politica. Se fin dalla tenera età ti dimostri altruista e fiducioso, allora c&#8217;è un&#8217;ottima probabilità che il futuro ti veda pendere a sinistra. L&#8217;opposto se sei convinto che il mondo intero sia costantemente in agguato per approfittarsi di te. Questo interessante fenomeno potrebbe aiutarci a far luce sul perchè le posizioni politiche siano per molti &#8220;tradizioni di famiglia&#8221;. I figli plasmano le fondamenta delle proprie credenze morali sulla base del primo materiale culturale disponibile, fornito naturalmente dai genitori.
Purtroppo peró, quando si parla di cause e fattori determinanti nello sviluppo comportamentale, è quasi impossibile evadere l&#8217;odiosa domanda sul nature/nurture: le disposizioni morali individuali sono solo questione di trasmissione culturale, o è possibile individuarne una predisposizione innata? Sembra altamente controintuitivo, ma studi su gemelli separati alla nascita (studi che fanno parte della dibattutissima disciplina  Behavioral Genetics), e studi sull&#8217;ereditarietà di altre dimensioni della personalità fanno sospettare che ci sia qualcosa di più che semplice trasmissione culturale.
La nostra personale posizione tra homo homini lupus e buon selvaggio è dunque scritta nei nostri geni? E se è vero che la nostra idea sulla natura umana gioca un ruolo fondamentale nell&#8217;evoluzione della nostra identità politica, dobbiamo forse pensare che anche le nostre future affiliazioni siano in qualche modo scritte nel nostro dna?
Difficile a credersi, soprattutto se si prende in considerazione il terzo grande protagonista del dibattito occidentale sulla natura umana, il buon vecchio John Locke. Esattamente al centro dello spettro Hobbes/Rousseau, per Locke la natura umana è disposta sia al Bene che al Male, e a suo agio con entrambi i lati della medaglia etica. Una posizione molto più vicina alla realtà dei fatti, a mio modestissimo parere.
Inoltre, se al solo sentire parlare di ereditarietà, il timore del determinismo biologico vi fa rizzare i capelli, rassicuratevi. Nessuna condanna genetica ad essere buoni o cattivi. Come sosteniene la corrente di psicologia sociale e sociologia chiamata Situazionismo, le particolari situazioni e contesti sociali in cui ci troviamo modulano costantemente il nostro comportamento, ed hanno effetti ben più prorompenti sulle nostre azioni di un&#8217;eventuale predisposizione genetica. Un esempio su tutti, il famoso  Stanford Prison Experiment, oppure gli  studi di Milgram sull&#8217;obbedienza all&#8217;autorità. Dato il giusto contesto, gli esseri umani sono capaci delle azioni più eroiche, ma anche delle nefandezze più orrende, come la storia ci dimostra con crudele regolarità.
Dunque se l&#8217;inclinazione morale è &#8220;plastica&#8221; e flessibile, probabilmente anche i suoi attestati effetti sulle inclinazioni politiche non sono incisi nel marmo. Senza considerare il fatto che una miriade di altri fattori plasmano la nostra identità politica, come gli ambienti sociali con i quali veniamo in contatto, le nostre personalissime storie, evoluzioni e rivoluzioni di coscienza. Nessuna tessera di partito innata dunque. Forse con una lieve predisposizione, una leggera inclinazione a destra o a sinistra, ma non certo con una condanna inappellabile. I lettori che hanno votato PDL (se tale categoria esiste) ne saranno lieti.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2628" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2009/04/hobbes-vs-rousseau-300x199.jpg" alt="Hobbes vs Rousseau" width="300" height="199" />Siamo buoni o cattivi, noi esseri umani? Questa sembra essere una delle domande più popolari nel discorso filosofico occidentale. La tua personale risposta ha implicazioni profonde, che si ramificano verso insospettabili aree della tua stessa identità.</p>
<p>In generale, le risposte che emergono dal dialogo intellettuale occidentale sembrano ondeggiare costantemente tra i due estremi opposti del nostro spettro filosofico: Hobbes da un lato (siamo tutti intrinsecamente cattivi, e la società ci tiene a bada) e Rousseau dall&#8217;altro (siamo tutti intrinsecamente buoni, e la società ci corrompe). Chiunque prenda parte al teatro dell&#8217;interazione umana è in possesso di una posizione su questo spettro, cioè di un&#8217;idea implicita sulla nostra natura morale. Tutti, a prescindere dall&#8217;educazione. Dal professore universitario all&#8217;operaio, ognuno ha una credenza su bontà o malvagità dei propri simili. Ció che cambia con il livello culturale è la consapevolezza a riguardo, e conseguente verbosità. Ovviamente, questa <em>working hypothesis</em> sulla natura umana ha effetti drastici sul nostro comportamento, e ci rende più o meno fiduciosi verso il prossimo, più o meno disposti ad aiutare ed essere aiutati, sfruttare ed essere sfruttati.</p>
<p>Ma gli effetti delle nostre credenze morali non si fermano al comportamento. A quanto <a href="http://faculty.virginia.edu/haidtlab/mft/index.php?t=publications" target="_blank"><em>sostiene</em></a> lo psicologo morale Jonathan Haidt, figura di spicco nel dibattito contemporaneo sulla moralità, la tua personale posizione sullo spettro gioca un ruolo fondamentale anche nell&#8217;evoluzione della tua identità politica. Dai suoi studi longitudinali, la fiducia nel prossimo risulta essere uno dei migliori predittori della futura posizione politica. Se fin dalla tenera età ti dimostri altruista e fiducioso, allora c&#8217;è un&#8217;ottima probabilità che il futuro ti veda pendere a sinistra. L&#8217;opposto se sei convinto che il mondo intero sia costantemente in agguato per approfittarsi di te. Questo interessante fenomeno potrebbe aiutarci a far luce sul perchè le posizioni politiche siano per molti &#8220;tradizioni di famiglia&#8221;. I figli plasmano le fondamenta delle proprie credenze morali sulla base del primo materiale culturale disponibile, fornito naturalmente dai genitori.</p>
<p>Purtroppo peró, quando si parla di cause e fattori determinanti nello sviluppo comportamentale, è quasi impossibile evadere l&#8217;odiosa domanda sul <em>nature/nurture</em>: le disposizioni morali individuali sono solo questione di trasmissione culturale, o è possibile individuarne una predisposizione innata? Sembra altamente controintuitivo, ma studi su gemelli separati alla nascita (studi che fanno parte della dibattutissima disciplina  <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Behavioral_genetics">Behavioral Genetics</a></em>), e studi sull&#8217;ereditarietà di altre dimensioni della personalità fanno sospettare che ci sia qualcosa di più che semplice trasmissione culturale.</p>
<p>La nostra personale posizione tra <em>homo homini lupus</em> e buon selvaggio è dunque scritta nei nostri geni? E se è vero che la nostra idea sulla natura umana gioca un ruolo fondamentale nell&#8217;evoluzione della nostra identità politica, dobbiamo forse pensare che anche le nostre future affiliazioni siano in qualche modo scritte nel nostro dna?</p>
<p>Difficile a credersi, soprattutto se si prende in considerazione il terzo grande protagonista del dibattito occidentale sulla natura umana, il buon vecchio John Locke. Esattamente al centro dello spettro Hobbes/Rousseau, per Locke la natura umana è disposta sia al Bene che al Male, e a suo agio con entrambi i lati della medaglia etica. Una posizione molto più vicina alla realtà dei fatti, a mio modestissimo parere.<br />
Inoltre, se al solo sentire parlare di ereditarietà, il timore del determinismo biologico vi fa rizzare i capelli, rassicuratevi. Nessuna condanna genetica ad essere buoni o cattivi. Come sosteniene la corrente di psicologia sociale e sociologia chiamata Situazionismo, le particolari situazioni e contesti sociali in cui ci troviamo modulano costantemente il nostro comportamento, ed hanno effetti ben più prorompenti sulle nostre azioni di un&#8217;eventuale predisposizione genetica. Un esempio su tutti, il famoso <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Stanford_prison_experiment"> Stanford Prison Experiment</a></em>, oppure gli <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Milgram_experiment"> studi</a> di Milgram sull&#8217;obbedienza all&#8217;autorità. Dato il giusto contesto, gli esseri umani sono capaci delle azioni più eroiche, ma anche delle nefandezze più orrende, come la storia ci dimostra con crudele regolarità.</p>
<p>Dunque se l&#8217;inclinazione morale è &#8220;plastica&#8221; e flessibile, probabilmente anche i suoi attestati effetti sulle inclinazioni politiche non sono incisi nel marmo. Senza considerare il fatto che una miriade di altri fattori plasmano la nostra identità politica, come gli ambienti sociali con i quali veniamo in contatto, le nostre personalissime storie, evoluzioni e rivoluzioni di coscienza. Nessuna tessera di partito innata dunque. Forse con una lieve predisposizione, una leggera inclinazione a destra o a sinistra, ma non certo con una condanna inappellabile. I lettori che hanno votato PDL (se tale categoria esiste) ne saranno lieti.</p>


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		<title>L&#8217;Abituazione ed il Cavaliere Esistente</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2009 18:28:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco dall'Olio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Abituazione è un anglismo, da  &#8220;habituation&#8221; , dal gergo delle persone anglofone in camice bianco. Neuroscienziati e psicologi usano questa parola per riferirsi al cosiddetto fenomeno dell&#8217; &#8220;adattamento neurale&#8221;, quando la sovraesposizione ad uno stimolo causa una decrescita graduale nella reazione nervosa.
È un fenomeno universale in ogni specie dotata di sistema nervoso, dai molluschi ai mammiferi, dagli scarafaggi agli esseri umani.
Toccate una lumaca, e si ritrarrà. Continuate a toccarla e diventerà indifferente al vostro fastidioso dito. Allo stesso modo, la fauna di parchi e riserve si abitua gradualmente ai turisti, e gli animali si fanno sempre più coraggiosi nei confronti degli insediamenti umani.
Esistono diverse ipotesi sulle ragioni del fenomeno. Dal punto di vista evolutivo la funzione è chiara, se c&#8217;è qualcosa di neutro nell&#8217;ambiente circostante, meglio non sprecare tempo e risorse ad interagirci. Dal punto di vista fisiologico, le cause sono state scoperte da  Eric Kandel , premio Nobel per la medicina nel 2000, che ha dimostrato come le riserve di neurotrasmettitori in ogni neurone siano limitate, e si scarichino, se sovrautilizzate.
Tutti siamo familiari con il fenomeno, se non con la parola(ccia). Se ripeto una parola ad alta voce consecutivamente, un esempio a caso, &#8220;Cavaliere&#8221;, mi accorgo che il significato, e le reazioni psicosomatiche ad esso associate, svaniscono gradualmente. E qual è il modo migliore per rovinarsi il gusto di una canzone? Ascoltarla ossessivamente tutto il giorno. Le note che fino a qualche dozzina d&#8217;ascolti fa vi davano brividi lungo la schiena, ora passano inosservate.
Questo principio è universale, trascende le culture e fa parte della nostra natura fisiologica. Grazie ad esso siamo in grado di adattarci al più crudele degli ambienti, ed a ritrovare un senso di normalità anche nelle condizioni di vita più abbiette.
Dove sta dunque il collegamento tra abituazione e politica italiana?
Per introdurlo, lasciate che vi presenti Jack. Jack è un loquace studente di filosofia londinese, nonchè mio coinquilino. Avendo vissuto nel paese, conosce la politica italiana, ed è quantomeno turbato dalla figura di Silvio Berlusconi. Nelle nostre frequenti interazioni verbali, non ci è voluto molto perchè Jack s&#8217;accorgesse di quanto quel nome sia un &#8220;conversation closer&#8221; con il sottoscritto. Non importa quali strade la conversazione abbia preso fino a quel momento, lui ormai sa che gli basta sterzare in direzione Arcore per abbandonare all&#8217;istante qualsiasi altro argomento.
&#8220;Marco, it doesn&#8217;t matter how hard you try to explain, I still can&#8217;t understand how that&#8217;s possible&#8221;. Questa è la cantilena che mi devo sorbire settimanalmente. Ai suoi occhi, la sola esistenza di un tale personaggio nel bel mezzo dell&#8217;Europa democratica è incomprensibile e sconcertante.
Io ho provato a spiegarglielo, ho fatto del mio meglio. Nelle ore ed ore di autopsia verbale, abbiamo provato di tutto, abbiamo comparato le radici culturali delle nostre patrie, abbiamo analizzato l&#8217;evoluzione storica della politica italiana, la condizione dei media, le vicissitudini personali del Cavaliere, ma nulla, il turbamento di fronte alla sua esistenza non è calato affatto.
Ma questi scambi non sono stati vani. Non ho risolto la sua incredulità, ma grazie a lui ho capito che, dopo tanti mesi lontano dalla patria, anche io stavo incominciando a condividere il suo stupore ed a sentire una profonda dissonanza nei confronti dell&#8217;esistenza del Cavaliere. Non fraintendetemi, la sua esistenza ha sempre suscitato in me emozioni forti. Ma stupore mai. Ovvio che esiste! è sempre lì, con il suo sorriso odioso, ad intasare il discorso politico ed a condurre la sua personale battaglia contro l&#8217;invecchiamento. Ma la sua mera esistenza non mi aveva mai stupito. Non finché ho lasciato il paese. Ora, dopo quasi un anno, sono allibito, sconvolto. Come è possibile che nessuno si renda conto che siamo in una tirannia morbida? Stupore.
E questo stupore ci riporta all&#8217;abituazione. Essendomi sottratto al bombardamento mediatico della vita nazionale, i miei neuroni si sono disintossicati pian piano dal Cavaliere, ed hanno riaperto le porte alle reazioni emotive. Quelle frequentate strade neurali legate alla sua figura si sono spopolate. Risultato: il solo nominare il Cavaliere mi fa aumentare la pressione, mi chiude lo stomaco e mi da un principio di nausea.
Questa epifania sulle mie reazioni emotive mi ha mostrato un&#8217;ulteriore ragione dietro l&#8217;esistenza del Cavaliere. Non solo la sua storia personale, la corruzione ed i legami con l&#8217;establishment politico degli anni &#8216;80. Non solo le acrobazie finanziarie e la conquista dell&#8217;impero mediatico. Ma l&#8217;abitudine, il senso di disumana ordinarietà che oramai circonda la sua figura, l&#8217;anestesia neurale che attanaglia tutti.
Oramai nessuno è più sorpreso dalla sua esistenza. L&#8217;abituazione ha vinto, lo sconcerto è scomparso. Lo spettro emotivo che il Cavaliere suscita è ancora vasto, dalla simpatia all&#8217;odio, dall&#8217;ammirazione al disprezzo. Ma il senso dell&#8217;assurdo non più. La sovraesposizione ce lo ha normalizzato, ci ha costretti ad accettarlo.
Chiudo con un umile richiesta: idee per disabituarci?


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2527" src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2009/04/slug-300x225.jpg" alt="Lumaca" width="300" height="225" />Abituazione è un anglismo, da  &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Habituation">habituation</a>&#8221; , dal gergo delle persone anglofone in camice bianco. Neuroscienziati e psicologi usano questa parola per riferirsi al cosiddetto fenomeno dell&#8217; &#8220;adattamento neurale&#8221;, quando la sovraesposizione ad uno stimolo causa una decrescita graduale nella reazione nervosa.<br />
È un fenomeno universale in ogni specie dotata di sistema nervoso, dai molluschi ai mammiferi, dagli scarafaggi agli esseri umani.<br />
Toccate una lumaca, e si ritrarrà. Continuate a toccarla e diventerà indifferente al vostro fastidioso dito. Allo stesso modo, la fauna di parchi e riserve si abitua gradualmente ai turisti, e gli animali si fanno sempre più coraggiosi nei confronti degli insediamenti umani.</p>
<p>Esistono diverse ipotesi sulle ragioni del fenomeno. Dal punto di vista evolutivo la funzione è chiara, se c&#8217;è qualcosa di neutro nell&#8217;ambiente circostante, meglio non sprecare tempo e risorse ad interagirci. Dal punto di vista fisiologico, le cause sono state scoperte da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eric_Richard_Kandel"> Eric Kandel </a>, premio Nobel per la medicina nel 2000, che ha dimostrato come le riserve di neurotrasmettitori in ogni neurone siano limitate, e si scarichino, se sovrautilizzate.<br />
Tutti siamo familiari con il fenomeno, se non con la parola(ccia). Se ripeto una parola ad alta voce consecutivamente, un esempio a caso, &#8220;Cavaliere&#8221;, mi accorgo che il significato, e le reazioni psicosomatiche ad esso associate, svaniscono gradualmente. E qual è il modo migliore per rovinarsi il gusto di una canzone? Ascoltarla ossessivamente tutto il giorno. Le note che fino a qualche dozzina d&#8217;ascolti fa vi davano brividi lungo la schiena, ora passano inosservate.<br />
Questo principio è universale, trascende le culture e fa parte della nostra natura fisiologica. Grazie ad esso siamo in grado di adattarci al più crudele degli ambienti, ed a ritrovare un senso di normalità anche nelle condizioni di vita più abbiette.</p>
<p>Dove sta dunque il collegamento tra abituazione e politica italiana?<br />
Per introdurlo, lasciate che vi presenti Jack. Jack è un loquace studente di filosofia londinese, nonchè mio coinquilino. Avendo vissuto nel paese, conosce la politica italiana, ed è quantomeno turbato dalla figura di Silvio Berlusconi. Nelle nostre frequenti interazioni verbali, non ci è voluto molto perchè Jack s&#8217;accorgesse di quanto quel nome sia un &#8220;conversation closer&#8221; con il sottoscritto. Non importa quali strade la conversazione abbia preso fino a quel momento, lui ormai sa che gli basta sterzare in direzione Arcore per abbandonare all&#8217;istante qualsiasi altro argomento.<br />
&#8220;Marco, it doesn&#8217;t matter how hard you try to explain, I still can&#8217;t understand how that&#8217;s possible&#8221;. Questa è la cantilena che mi devo sorbire settimanalmente. Ai suoi occhi, la sola esistenza di un tale personaggio nel bel mezzo dell&#8217;Europa democratica è incomprensibile e sconcertante.<br />
Io ho provato a spiegarglielo, ho fatto del mio meglio. Nelle ore ed ore di autopsia verbale, abbiamo provato di tutto, abbiamo comparato le radici culturali delle nostre patrie, abbiamo analizzato l&#8217;evoluzione storica della politica italiana, la condizione dei media, le vicissitudini personali del Cavaliere, ma nulla, il turbamento di fronte alla sua esistenza non è calato affatto.<br />
Ma questi scambi non sono stati vani. Non ho risolto la sua incredulità, ma grazie a lui ho capito che, dopo tanti mesi lontano dalla patria, anche io stavo incominciando a condividere il suo stupore ed a sentire una profonda dissonanza nei confronti dell&#8217;esistenza del Cavaliere. Non fraintendetemi, la sua esistenza ha sempre suscitato in me emozioni forti. Ma stupore mai. Ovvio che esiste! è sempre lì, con il suo sorriso odioso, ad intasare il discorso politico ed a condurre la sua personale battaglia contro l&#8217;invecchiamento. Ma la sua mera esistenza non mi aveva mai stupito. Non finché ho lasciato il paese. Ora, dopo quasi un anno, sono allibito, sconvolto. Come è possibile che nessuno si renda conto che siamo in una tirannia morbida? Stupore.</p>
<p>E questo stupore ci riporta all&#8217;abituazione. Essendomi sottratto al bombardamento mediatico della vita nazionale, i miei neuroni si sono disintossicati pian piano dal Cavaliere, ed hanno riaperto le porte alle reazioni emotive. Quelle frequentate strade neurali legate alla sua figura si sono spopolate. Risultato: il solo nominare il Cavaliere mi fa aumentare la pressione, mi chiude lo stomaco e mi da un principio di nausea.<br />
Questa epifania sulle mie reazioni emotive mi ha mostrato un&#8217;ulteriore ragione dietro l&#8217;esistenza del Cavaliere. Non solo la sua storia personale, la corruzione ed i legami con l&#8217;establishment politico degli anni &#8216;80. Non solo le acrobazie finanziarie e la conquista dell&#8217;impero mediatico. Ma l&#8217;abitudine, il senso di disumana ordinarietà che oramai circonda la sua figura, l&#8217;anestesia neurale che attanaglia tutti.<br />
Oramai nessuno è più sorpreso dalla sua esistenza. L&#8217;abituazione ha vinto, lo sconcerto è scomparso. Lo spettro emotivo che il Cavaliere suscita è ancora vasto, dalla simpatia all&#8217;odio, dall&#8217;ammirazione al disprezzo. Ma il senso dell&#8217;assurdo non più. La sovraesposizione ce lo ha normalizzato, ci ha costretti ad accettarlo.</p>
<p>Chiudo con un umile richiesta: idee per disabituarci?</p>


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		<title>Candid Camera TV Show</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 20:33:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Ruocco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Congresso]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[Io non so cosa pensare di Barack Obama. Non sono in grado di dire se sia l’ennesimo mattatore visto alla TV, se sia il predicatore di quartiere ricco e potente dallo sguardo benevolo verso la “sua” gente o il talentoso uomo in grado di utilizzare la recitazione per ottenere consenso attraverso percorsi semantici dalle contaminazioni populiste.
Il discorso tenuto al Congresso solo pochi giorni fa sembra essere pervaso da un qualunquismo storicamente italiano, colmo di quelle banalità e delle verità già affermate che tutti sanno.
La strategia politica di Obama, la sua estetica propagandistica, la richiesta di credere, rendono questa nuova icona pop dalle previsioni messianiche l’unico paradigma morale attraverso cui declinare le varie forme dell’essere eticamente professionale e presentabile al popolo votante.
Quante persone, a livello planetario, sono state investite dal processo di persuasione mediatica che Obama ha saputo avviare? Dove poggiano le basi di questo rapporto fiduciario, spetta a voi il paragone con la gemella terminologia bancaria, intrecciato con l’avvocato di Chicago?
La risposta credo possa trovarsi nel pauperismo di capacità decisionale che abita il Palazzo, un edificio privo dei requisiti di agibilità al cui interno si muovono, come sciami di api impazzite, inetti strateghi privi del coraggio di liberarsi da quei legami di medievale consorteria che sono stati le basi delle nomine politiche e pubbliche. Ecco dunque paventarsi la corruzione di Sistema attraverso il posizionamento di precise pedine nello scacchiere.
L’immagine esteriore non corrisponde più alla realtà e, così come accadde a Roma nell&#8217;età tardo-imperiale, la grandezza dell’America appare come il simulacro di sé stessa, ombra lunga dell’american-dream assurto a simbolo di perfezione.
Obama asserisce di “modellare il nostro mondo”, parla di &#8220;un nuovo secolo Americano”, di una “nuova visione dell’America per il nostro futuro”. Chiudendo con “nella mia vita ho imparato che la speranza può essere trovata in posti improbabili; quella speranza che spesso giunge non dalle persone più famose e potenti, ma dai sogni e dalle aspirazioni degli americani, un popolo fuori dal comune”.
&#160;

-President Obama&#8217;s Address: &#8220;In our hands lies the ability to shape our world for good or for ill&#8221;.
I know that for many Americans watching right now, the state of our economy is a concern that rises above all others&#8230; The impact of this recession is real, and it is everywhere.
But while our economy may be weakened and our confidence shaken; though we are living through difficult and uncertain times, tonight I want every American to know this:
We will rebuild, we will recover, and the United States of America will emerge stronger than before.
&#8230;The fact is, our economy did not fall into decline overnight. Nor did all of our problems begin when the housing market collapsed or the stock market sank. We have known for decades that our survival depends on finding new sources of energy. Yet we import more oil today than ever before. The cost of health care eats up more and more of our savings each year, yet we keep delaying reform. Our children will compete for jobs in a global economy that too many of our schools do not prepare them for. And though all these challenges went unsolved, we still managed to spend more money and pile up more debt, both as individuals and through our government, than ever before.
In other words, we have lived through an era where too often, short-term gains were prized over long-term prosperity; where we failed to look beyond the next payment, the next quarter, or the next election. A surplus became an excuse to transfer wealth to the wealthy instead of an opportunity to invest in our future. Regulations were gutted for the sake of a quick profit at the expense of a healthy market. People bought homes they knew they couldn’t afford from banks and lenders who pushed those bad loans anyway. And all the while, critical debates and difficult decisions were put off for some other time on some other day.
Well that day of reckoning has arrived, and the time to take charge of our future is here.
Now is the time to act boldly and wisely – to not only revive this economy, but to build a new foundation for lasting prosperity.  Now is the time to jumpstart job creation, re-start lending, and invest in areas like energy, health care, and education that will grow our economy, even as we make hard choices to bring our deficit down.
&#8230;The recovery plan and the financial stability plan are the immediate steps we’re taking to revive our economy in the short-term. But the only way to fully restore America’s economic strength is to make the long-term investments that will lead to new jobs, new industries, and a renewed ability to compete with the rest of the world. The only way this century will be another American century is if we confront at last the price of our dependence on oil and the high cost of health care; the schools that aren’t preparing our children and the mountain of debt they stand to inherit. That is our responsibility.
In the next few days, I will submit a budget to Congress. So often, we have come to view these documents as simply numbers on a page or laundry lists of programs. I see this document differently. I see it as a vision for America – as a blueprint for our future.
&#8230;Those of us gathered here tonight have been called to govern in extraordinary times. It is a tremendous burden, but also a great privilege – one that has been entrusted to few generations of Americans. For in our hands lies the ability to shape our world for good or for ill.
I know that it is easy to lose sight of this truth – to become cynical and doubtful; consumed with the petty and the trivial.
But in my life, I have also learned that hope is found in unlikely places; that inspiration often comes not from those with the most power or celebrity, but from the dreams and aspirations of Americans who are anything but ordinary.


Related posts:Il difficile equilibrismo di Obama sull&#8217;Afghanistan
Inauguration Day sulla [...]


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<li><a href='http://thetamarind.eu/2009/01/23/inauguration-day-sulla-national-mall/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Inauguration Day sulla National Mall'>Inauguration Day sulla National Mall</a></li>
<li><a href='http://thetamarind.eu/2009/01/20/nazione-e-democrazia-l%e2%80%99importanza-dei-simboli/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Nazione e Democrazia: l’importanza dei simboli'>Nazione e Democrazia: l’importanza dei simboli</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2009/02/obama_thank_you-300x165.jpg" alt="obama_thank_you" title="obama_thank_you" width="300" height="165" class="alignleft size-medium wp-image-2193" />Io non so cosa pensare di Barack Obama. Non sono in grado di dire se sia l’ennesimo mattatore visto alla TV, se sia il predicatore di quartiere ricco e potente dallo sguardo benevolo verso la “sua” gente o il talentoso uomo in grado di utilizzare la recitazione per ottenere consenso attraverso percorsi semantici dalle contaminazioni populiste.</p>
<p>Il discorso tenuto al Congresso solo pochi giorni fa sembra essere pervaso da un qualunquismo storicamente italiano, colmo di quelle banalità e delle verità già affermate che tutti sanno.</p>
<p>La strategia politica di Obama, la sua estetica propagandistica, la richiesta di credere, rendono questa nuova icona pop dalle previsioni messianiche l’unico paradigma morale attraverso cui declinare le varie forme dell’essere eticamente professionale e presentabile al popolo votante.</p>
<p>Quante persone, a livello planetario, sono state investite dal processo di persuasione mediatica che Obama ha saputo avviare? Dove poggiano le basi di questo rapporto fiduciario, spetta a voi il paragone con la gemella terminologia bancaria, intrecciato con l’avvocato di Chicago?</p>
<p>La risposta credo possa trovarsi nel pauperismo di capacità decisionale che abita il Palazzo, un edificio privo dei requisiti di agibilità al cui interno si muovono, come sciami di api impazzite, inetti strateghi privi del coraggio di liberarsi da quei legami di medievale consorteria che sono stati le basi delle nomine politiche e pubbliche. Ecco dunque paventarsi la corruzione di Sistema attraverso il posizionamento di precise pedine nello scacchiere.</p>
<p><img src="http://thetamarind.eu/wp-content/files/2009/02/obama_poster-300x209.jpg" alt="obama_poster" title="obama_poster" width="300" height="209" class="alignright size-medium wp-image-2189" />L’immagine esteriore non corrisponde più alla realtà e, così come accadde a Roma nell&#8217;età tardo-imperiale, la grandezza dell’America appare come il simulacro di sé stessa, ombra lunga dell’american-dream assurto a simbolo di perfezione.</p>
<p>Obama asserisce di “modellare il nostro mondo”, parla di &#8220;un nuovo secolo Americano”, di una “nuova visione dell’America per il nostro futuro”. Chiudendo con “nella mia vita ho imparato che la speranza può essere trovata in posti improbabili; quella speranza che spesso giunge non dalle persone più famose e potenti, ma dai sogni e dalle aspirazioni degli americani, un popolo fuori dal comune”.<br />
&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/TBBKV3LL-QM&#038;rel=0&#038;color1=0xb1b1b1&#038;color2=0xcfcfcf&#038;hl=en&#038;feature=player_embedded&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/TBBKV3LL-QM&#038;rel=0&#038;color1=0xb1b1b1&#038;color2=0xcfcfcf&#038;hl=en&#038;feature=player_embedded&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<blockquote><p>-President Obama&#8217;s Address: &#8220;In our hands lies the ability to shape our world for good or for ill&#8221;.<br />
I know that for many Americans watching right now, the state of our economy is a concern that rises above all others&#8230; The impact of this recession is real, and it is everywhere.</p>
<p>But while our economy may be weakened and our confidence shaken; though we are living through difficult and uncertain times, tonight I want every American to know this:</p>
<p>We will rebuild, we will recover, and the United States of America will emerge stronger than before.<br />
&#8230;The fact is, our economy did not fall into decline overnight. Nor did all of our problems begin when the housing market collapsed or the stock market sank. We have known for decades that our survival depends on finding new sources of energy. Yet we import more oil today than ever before. The cost of health care eats up more and more of our savings each year, yet we keep delaying reform. Our children will compete for jobs in a global economy that too many of our schools do not prepare them for. And though all these challenges went unsolved, we still managed to spend more money and pile up more debt, both as individuals and through our government, than ever before.</p>
<p>In other words, we have lived through an era where too often, short-term gains were prized over long-term prosperity; where we failed to look beyond the next payment, the next quarter, or the next election. A surplus became an excuse to transfer wealth to the wealthy instead of an opportunity to invest in our future. Regulations were gutted for the sake of a quick profit at the expense of a healthy market. People bought homes they knew they couldn’t afford from banks and lenders who pushed those bad loans anyway. And all the while, critical debates and difficult decisions were put off for some other time on some other day.</p>
<p>Well that day of reckoning has arrived, and the time to take charge of our future is here.</p>
<p>Now is the time to act boldly and wisely – to not only revive this economy, but to build a new foundation for lasting prosperity.  Now is the time to jumpstart job creation, re-start lending, and invest in areas like energy, health care, and education that will grow our economy, even as we make hard choices to bring our deficit down.<br />
&#8230;The recovery plan and the financial stability plan are the immediate steps we’re taking to revive our economy in the short-term. But the only way to fully restore America’s economic strength is to make the long-term investments that will lead to new jobs, new industries, and a renewed ability to compete with the rest of the world. The only way this century will be another American century is if we confront at last the price of our dependence on oil and the high cost of health care; the schools that aren’t preparing our children and the mountain of debt they stand to inherit. That is our responsibility.</p>
<p>In the next few days, I will submit a budget to Congress. So often, we have come to view these documents as simply numbers on a page or laundry lists of programs. I see this document differently. I see it as a vision for America – as a blueprint for our future.<br />
&#8230;Those of us gathered here tonight have been called to govern in extraordinary times. It is a tremendous burden, but also a great privilege – one that has been entrusted to few generations of Americans. For in our hands lies the ability to shape our world for good or for ill.</p>
<p>I know that it is easy to lose sight of this truth – to become cynical and doubtful; consumed with the petty and the trivial.</p>
<p>But in my life, I have also learned that hope is found in unlikely places; that inspiration often comes not from those with the most power or celebrity, but from the dreams and aspirations of Americans who are anything but ordinary.</p></blockquote>


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