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	<title>The Tamarind &#187; Attualità</title>
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		<title>La “carovana culturale siriana” che attraversa l’Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jul 2014 06:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Kihlgren Grandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[artivismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>

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		<description><![CDATA[
Dallo scorso 12 luglio l’arte siriana viaggia per le strade d’Europa. La “carovana culturale siriana”, sale  iniziativa promossa da un gruppo di associazioni culturali europee e siriane, order  racconta la difficile realtà del Paese attraverso poesia, pittura, scultura, fotografia, cinema, musica e teatro. Il tutto con una logica partecipativa, basata sul coinvolgimento attivo delle istituzioni culturali, degli artisti e dagli abitanti delle città visitate.
Il progetto, intitolato “Libertà per il popolo siriano”, ha preso il via in Francia e arriverà oggi a Milano, per poi proseguire in Austria, Germania, Svizzera e Belgio, prima del suo ritorno a Parigi a fine agosto (qui l’itinerario completo). Un’iniziativa accolta con grande curiosità nelle piccole e grandi città finora toccate, spesso in concomitanza con importanti festival culturali quali quello di Avignone, dove la Carovana è stata protagonista di un dibattito sulla Siria.
“Il pubblico dei festival è disponibile e in generale profondamente consapevole del dolore dei popoli che vivono sotto le bombe. Gli spettatori ascoltano nel silenzio le testimonianze”, raccontano gli artisti sul loro blog, ospitato sul sito del quotidiano francese Le Monde.
Simbolo dell’iniziativa un vecchio camper ridipinto di fucsia, sulle cui fiancate campeggia il logo del progetto in francese, inglese e arabo. A bordo, gli artisti affrontano il viaggio con allegria, senza tuttavia venir meno al proprio compito di portavoce di una realtà tragica e complessa. Un’impresa romantica che ben si addice allo spirito poliedrico degli artisti coinvolti, capaci di improvvisarsi meccanici per risolvere i problemi al cambio del camper o di mettere in salvo le proprie opere &#8211; minacciate dal forte maestrale di Marsiglia &#8211; presso i locali del Museo delle Civiltà dell’Europa e del Mediterraneo (Mucem). La sincera simpatia suscitata dall’iniziativa ha infatti già permesso agli artisti di superare i tanti imprevisti del viaggio, anche grazie al generoso sostegno delle istituzioni partner e del pubblico.
Nello spirito delle vere carovane, potranno unirsi al cammino del camper fucsia tutti coloro che ne condividano la meta, ovvero esprimere la propria solidarietà al popolo siriano attraverso l’arte. Per maggiori informazioni si invita a contattare gli organizzatori all’indirizzo email caravanesyrienne2014@gmail.com
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6773" title="caravane1" src="/wp-content/files/2014/07/caravane1-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></p>
<p>Dallo scorso 12 luglio l’arte siriana viaggia per le strade d’Europa. La “carovana culturale siriana”, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sale</a>  iniziativa promossa da un gruppo di associazioni culturali europee e siriane, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">order</a>  racconta la difficile realtà del Paese attraverso poesia, pittura, scultura, fotografia, cinema, musica e teatro. Il tutto con una logica partecipativa, basata sul coinvolgimento attivo delle istituzioni culturali, degli artisti e dagli abitanti delle città visitate.</p>
<p>Il progetto, intitolato “Libertà per il popolo siriano”, ha preso il via in Francia e arriverà oggi a Milano, per poi proseguire in Austria, Germania, Svizzera e Belgio, prima del suo ritorno a Parigi a fine agosto (<a href="http://caravanesyrienne.blog.lemonde.fr/le-parcours/"><span style="text-decoration: underline;">qui</span></a> l’itinerario completo). Un’iniziativa accolta con grande curiosità nelle piccole e grandi città finora toccate, spesso in concomitanza con importanti festival culturali quali quello di Avignone, dove la Carovana è stata protagonista di un dibattito sulla Siria.</p>
<p>“Il pubblico dei festival è disponibile e in generale profondamente consapevole del dolore dei popoli che vivono sotto le bombe. Gli spettatori ascoltano nel silenzio le testimonianze”, raccontano gli artisti sul loro <a href="http://caravanesyrienne.blog.lemonde.fr/"><span style="text-decoration: underline;">blog</span></a>, ospitato sul sito del quotidiano francese <em>Le Monde</em>.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-6772" title="caravane" src="/wp-content/files/2014/07/caravane-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" />Simbolo dell’iniziativa un vecchio camper ridipinto di fucsia, sulle cui fiancate campeggia il logo del progetto in francese, inglese e arabo. A bordo, gli artisti affrontano il viaggio con allegria, senza tuttavia venir meno al proprio compito di portavoce di una realtà tragica e complessa. Un’impresa romantica che ben si addice allo spirito poliedrico degli artisti coinvolti, capaci di improvvisarsi meccanici per risolvere i problemi al cambio del camper o di mettere in salvo le proprie opere &#8211; minacciate dal forte maestrale di Marsiglia &#8211; presso i locali del Museo delle Civiltà dell’Europa e del Mediterraneo (<a href="http://www.mucem.org/"><span style="text-decoration: underline;">Mucem</span></a>). La sincera simpatia suscitata dall’iniziativa ha infatti già permesso agli artisti di superare i tanti imprevisti del viaggio, anche grazie al generoso sostegno delle istituzioni partner e del pubblico.</p>
<p>Nello spirito delle vere carovane, potranno unirsi al cammino del camper fucsia tutti coloro che ne condividano la meta, ovvero esprimere la propria solidarietà al popolo siriano attraverso l’arte. Per maggiori informazioni si invita a contattare gli organizzatori all’indirizzo email caravanesyrienne2014@gmail.com</p>
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		<title>Il corpo delle donne tra femminismo e diversità culturale</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Apr 2013 22:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Coco Scalisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[Femen]]></category>
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		<category><![CDATA[Tunisia]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa accade se coloro per i quali lottiamo ci vengono contro? Cosa succede quando ci rendiamo conto che combattiamo una battaglia che nessuno vuole combattere?
In Tunisia Femen, unhealthy  l’ormai famoso movimento femminista che rivendica la libertà delle donne di usare il proprio corpo contro ogni forma di sessismo, sovaldi  non sta ottenendo il successo sperato. E non sto parlando solo della storia di Amina, la ragazza che voleva avviare il movimento anche in Tunisia ma di cui purtroppo non si sa nulla da giorni, ma piuttosto della reazione di molte donne tunisine che accusano il movimento di negargli una voce. Un’accusa che ha del paradossale per le fondatrici di Femen il cui obiettivo è invece proprio quello di gridare al mondo gli abusi e le violenze di cui le donne continuano ad essere vittime.
Perché dunque in Tunisia succede l’inspiegabile per il movimento in topless che fa battaglia e proseliti a macchia d’olio? In realtà la reazione delle donne tunisine è piuttosto prevedibile e si inscrive nel più ampio alveo di cosa e come si intendono i diritti umani e civili, e di come si pensa debbano essere tutelati. Ed è qui che torna l’annosa questione del relativismo culturale, un termine un po’ oscuro e decisamente abusato negli ultimi anni, ma che pare proprio calarsi appieno nelle esempio delle donne tunisine. Qualche giorno fa, infatti, un gruppo di contestatrici di Femen si è riunito a Tunisi per dare vita a un movimento speculare, di donne che protestano solo vestite, e per pubblicare un documento in cui  si rimproverano le attiviste di Femen «Non dobbiamo uniformarci al vostro modo di protestare per essere emancipate. Lo fa già la nostra religione, grazie mille».
Chi ha ragione? La verità, come sempre, sta nel mezzo. Non c’è dubbio, infatti, che la volontà che anima il movimento Femen, anche in Tunisia, è nobile e che la causa per cui combattono è condivisibile da tutte le donne. È vero anche, però, che il modo che hanno scelto per attirare l’attenzione può funzionare solo nelle piazze occidentali (con le quali non intendo le piazze ad Ovest di una città ma ad Ovest del mondo) e non dappertutto. Femen pecca, insomma, di un peccato antico: quello di credere che quello che l’Occidente ritiene sia giusto rivendicare sia condiviso da tutti. Un peccato di superbia spesso, in questo caso però d’ingenuità: un seno nudo non è un’arma per una donna tunisina, ma semmai una violenza prima di tutto sul suo modo di vedere il mondo.
Le attiviste di Femen non devono terminare la loro battaglia, né rinunciare ad espandere il loro movimento anche laddove trovano delle resistenze. Devono semmai capire perché le donne che vogliono difendere le sono ostili e che, come diceva Sun Tzu, se si vuole vincere la guerra, bisogna sempre saper combattere con armi e mentalità nuove.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6677" title="Femenlogo" src="/wp-content/files/2013/04/Femenlogo-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Cosa accade se coloro per i quali lottiamo ci vengono contro? Cosa succede quando ci rendiamo conto che combattiamo una battaglia che nessuno vuole combattere?</p>
<p>In Tunisia Femen, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">unhealthy</a>  l’ormai famoso movimento femminista che rivendica la libertà delle donne di usare il proprio corpo contro ogni forma di sessismo, <a href="http://tadalafilforsale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sovaldi</a>  non sta ottenendo il successo sperato. E non sto parlando solo della storia di Amina, la ragazza che voleva avviare il movimento anche in Tunisia ma di cui purtroppo non si sa nulla da giorni, ma piuttosto della reazione di molte donne tunisine che accusano il movimento di negargli una voce. Un’accusa che ha del paradossale per le fondatrici di Femen il cui obiettivo è invece proprio quello di gridare al mondo gli abusi e le violenze di cui le donne continuano ad essere vittime.</p>
<p>Perché dunque in Tunisia succede l’inspiegabile per il movimento in topless che fa battaglia e proseliti a macchia d’olio? In realtà la reazione delle donne tunisine è piuttosto prevedibile e si inscrive nel più ampio alveo di cosa e come si intendono i diritti umani e civili, e di come si pensa debbano essere tutelati. Ed è qui che torna l’annosa questione del relativismo culturale, un termine un po’ oscuro e decisamente abusato negli ultimi anni, ma che pare proprio calarsi appieno nelle esempio delle donne tunisine. Qualche giorno fa, infatti, un gruppo di contestatrici di Femen si è riunito a Tunisi per dare vita a un movimento speculare, di donne che protestano solo vestite, e per pubblicare un documento in cui  si rimproverano le attiviste di Femen <em>«Non dobbiamo uniformarci al vostro modo di protestare per essere emancipate. Lo fa già la nostra religione, grazie mille».</em></p>
<p>Chi ha ragione? La verità, come sempre, sta nel mezzo. Non c’è dubbio, infatti, che la volontà che anima il movimento Femen, anche in Tunisia, è nobile e che la causa per cui combattono è condivisibile da tutte le donne. È vero anche, però, che il modo che hanno scelto per attirare l’attenzione può funzionare solo nelle piazze occidentali (con le quali non intendo le piazze ad Ovest di una città ma ad Ovest del mondo) e non dappertutto. Femen pecca, insomma, di un peccato antico: quello di credere che quello che l’Occidente ritiene sia giusto rivendicare sia condiviso da tutti. Un peccato di superbia spesso, in questo caso però d’ingenuità: un seno nudo non è un’arma per una donna tunisina, ma semmai una violenza prima di tutto sul suo modo di vedere il mondo.</p>
<p>Le attiviste di Femen non devono terminare la loro battaglia, né rinunciare ad espandere il loro movimento anche laddove trovano delle resistenze. Devono semmai capire perché le donne che vogliono difendere le sono ostili e che, come diceva Sun Tzu, se si vuole vincere la guerra, bisogna sempre saper combattere con armi e mentalità nuove.</p>
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		<title>Me U &amp; Syria</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2012/10/08/me-u-syria/</link>
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		<pubDate>Mon, 08 Oct 2012 20:58:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luna Brozzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Damasco]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>

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		<description><![CDATA[
Penso alla Siria, ed  alla sua gente e il mio cuore si riscalda.
La Siria occupa un posto speciale nel mio cuore, non solo perché sono per metà siriana ed è ancora il luogo che chiamo casa ma anche per le persone che ci vivono, per i Siriani.
Qualcosa che ha sempre contraddistinto questo paese è l’umiltà e la gentilezza della sua gente. Come saprete, negli ultimi 19 mesi molte di queste persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni o, peggio ancora, non sono più tra di noi.
Non sto scrivendo per discutere di politica o accusare qualcuno ma vorrei semplicemente condividere alcuni aspetti di una realtà tuttora esistente.
La scorsa estate sono tornata a Damasco e ho vissuto da vicino la guerra civile. Solo là ho capito cosa vuol dire vivere quotidianamente le difficoltà della guerra. A parte le esplosioni provocate dai bombardamenti e missili ed il rumore degli spari, raid di aerei ed elicotteri, ciò che rende il tutto così reale sono le vicende delle persone.
Il nostro venditore di spezie di 80 anni, che lavora al Souk Al-Bzuriyeh (il mercato delle spezie) e vive appena fuori Damasco, ci ha raccontato come un missile fosse caduto nei pressi della sua casa, come i suoi nipotini siano traumatizzati da questi fatti, come stia considerando di trasferirsi con tutta la famiglia in Egitto. Il nostro macellaio ci ha invece detto che la sua casa in uno dei sobborghi di Damasco non esiste più, essendo stata bombardata mentre gli autisti chiedono 15.000 lire siriane (invece delle solite 1.500) per trasportare la carne di agnello da Adra, alla periferia di Damasco, al centro città.
Il 24enne figlio di un amico si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato ed ha perso la vita.
Le suore, che gestiscono l’ospedale italiano, mi hanno detto che le scuole e le moschee sono piene di persone che hanno perso la casa, il lavoro, i parenti……
Considerando che la gente vive alla giornata, che si mangia carne una volta al mese se tutto va bene, il livello attuale di vita dei siriani continua a peggiorare e tutto ciò accade anche in questo momento, mentre stai leggendo queste mie parole.
Ciò che caratterizza i siriani è la loro capacità di sopportazione: non importa di quali storie, dolori, sacrifici si tratti. Ogni siriano conclude il suo racconto con le stesse parole: “Alhamdullilah, Alhmadullilah” che significa “Sia ringraziato Dio”. Ringraziando Dio che le cose non stiano andando peggio e sperando che migliorino nel futuro. E soprattutto, sono sempre pronti ad offrire il proprio aiuto a chi ne ha bisogno.
Vorrei aiutare queste persone e far loro sapere che, anche se i nostri governi non stanno intraprendendo alcuna azione diretta, la gente comune intende aiutarli e non farli sentire abbandonati. So bene che ci sono moltissimi altri gravi problemi nel mondo ma ciò di cui ho parlato riguarda casa mia e significa molto per me.
Ho una semplice idea ma affinché abbia successo ho bisogno del Tuo aiuto. Durante il mese di Ottobre rinuncia ad un aperitivo, ad una serata al cinema, ad un panino o al caffè…….in sostanza rinuncia ad UN piccolo piacere e dona la somma equivalente per aiutare una famiglia siriana. Ad esempio, se mille di Voi donassero 5 € ciascuno, con 5.000 € potremmo comprare 6.000 kg di riso e sfamare 3.000 famiglie con 2 kg ciascuna!
All’inizio di novembre trasferirò il denaro raccolto ai miei genitori, che hanno deciso di continuare a vivere in Siria e compreranno generi di prima necessità come riso, tè, zucchero, olio per destinarli alle famiglie sfollate di Damasco. Neppure un Euro verrà sprecato ma tutto quanto raccolto andrà alle famiglie siriane che si trovano in condizioni di necessità. Ciascuno di voi verrà informato su quanto è stato fatto (email con numeri e foto).
Come si può effettuare una donazione? Facile.
1. Copia &#38; incolla nel tuo browser il link: https://www.paypal.com/cgi-bin/webscr?cmd=_s-xclick&#38;hosted_button_id=R9LZFCKUZ9GMU
2. Inserisci quanto vuoi donare e clicca &#8220;Update Total&#8221;
3. Se non hai un conto PayPal, Infondo alla pagine c&#8217;è l&#8217;opzione:
Don&#8217;t have a PayPal account? 
Use your credit card or bank account (where available).
4. inserisci i dati della tua carta di credito ed ecco fatto, in meno di 5 minuti avrai dato il tuo contributo!
Forse ci siamo conosciuti o forse no ma alla fine della giornata non importa, un po come né io né te incontreremo le famiglie che verrano aiutate. Mi sto rivolgendo a te, lettore di Il Tamarindo, per fare una donazione e fare la differenza. Ovviamente, più siamo, meglio è!
Da ultimo, ma non per importanza, un milione di Thank You Grazie Shookran Merci!!!!

- Un Ringraziamento speciale per Il Tamarindo che sostiene MeU&#38;Syria –
Luna Bianca Maria Brozzi
Facebook: https://www.facebook.com/#!/MeUSyria?fref=ts
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6607" title="Abu Mahmood - Spice Vendor Damascus" src="/wp-content/files/2012/10/Damascus1-179x300.jpg" alt="" width="179" height="300" /></p>
<p>Penso alla Siria, <a href="http://sildenafil4sale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">ed</a>  alla sua gente e il mio cuore si riscalda.</p>
<p>La Siria occupa un posto speciale nel mio cuore, non solo perché sono per metà siriana ed è ancora il luogo che chiamo casa ma anche per le persone che ci vivono, per i Siriani.</p>
<p>Qualcosa che ha sempre contraddistinto questo paese è l’umiltà e la gentilezza della sua gente. Come saprete, negli ultimi 19 mesi molte di queste persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni o, peggio ancora, non sono più tra di noi.</p>
<p>Non sto scrivendo per discutere di politica o accusare qualcuno ma vorrei semplicemente condividere alcuni aspetti di una realtà tuttora esistente.</p>
<p>La scorsa estate sono tornata a Damasco e ho vissuto da vicino la guerra civile. Solo là ho capito cosa vuol dire vivere quotidianamente le difficoltà della guerra. A parte le esplosioni provocate dai bombardamenti e missili ed il rumore degli spari, raid di aerei ed elicotteri, ciò che rende il tutto così reale sono le vicende delle persone.</p>
<p>Il nostro venditore di spezie di 80 anni, che lavora al Souk Al-Bzuriyeh (il mercato delle spezie) e vive appena fuori Damasco, ci ha raccontato come un missile fosse caduto nei pressi della sua casa, come i suoi nipotini siano traumatizzati da questi fatti, come stia considerando di trasferirsi con tutta la famiglia in Egitto. Il nostro macellaio ci ha invece detto che la sua casa in uno dei sobborghi di Damasco non esiste più, essendo stata bombardata mentre gli autisti chiedono 15.000 lire siriane (invece delle solite 1.500) per trasportare la carne di agnello da Adra, alla periferia di Damasco, al centro città.</p>
<p>Il 24enne figlio di un amico si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato ed ha perso la vita.</p>
<p>Le suore, che gestiscono l’ospedale italiano, mi hanno detto che le scuole e le moschee sono piene di persone che hanno perso la casa, il lavoro, i parenti……</p>
<p>Considerando che la gente vive alla giornata, che si mangia carne una volta al mese se tutto va bene, il livello attuale di vita dei siriani continua a peggiorare e tutto ciò accade anche in questo momento, mentre stai leggendo queste mie parole.</p>
<p>Ciò che caratterizza i siriani è la loro capacità di sopportazione: non importa di quali storie, dolori, sacrifici si tratti. Ogni siriano conclude il suo racconto con le stesse parole: “Alhamdullilah, Alhmadullilah” che significa “Sia ringraziato Dio”. Ringraziando Dio che le cose non stiano andando peggio e sperando che migliorino nel futuro. E soprattutto, sono sempre pronti ad offrire il proprio aiuto a chi ne ha bisogno.</p>
<p>Vorrei aiutare queste persone e far loro sapere che, anche se i nostri governi non stanno intraprendendo alcuna azione diretta, la gente comune intende aiutarli e non farli sentire abbandonati. So bene che ci sono moltissimi altri gravi problemi nel mondo ma ciò di cui ho parlato riguarda casa mia e significa molto per me.</p>
<p>Ho una semplice idea ma affinché abbia successo ho bisogno del Tuo aiuto. Durante il mese di Ottobre rinuncia ad un aperitivo, ad una serata al cinema, ad un panino o al caffè…….in sostanza rinuncia ad UN piccolo piacere e dona la somma equivalente per aiutare una famiglia siriana. Ad esempio, se mille di Voi donassero 5 € ciascuno, con 5.000 € potremmo comprare 6.000 kg di riso e sfamare 3.000 famiglie con 2 kg ciascuna!</p>
<p>All’inizio di novembre trasferirò il denaro raccolto ai miei genitori, che hanno deciso di continuare a vivere in Siria e compreranno generi di prima necessità come riso, tè, zucchero, olio per destinarli alle famiglie sfollate di Damasco. Neppure un Euro verrà sprecato ma tutto quanto raccolto andrà alle famiglie siriane che si trovano in condizioni di necessità. Ciascuno di voi verrà informato su quanto è stato fatto (email con numeri e foto).</p>
<p>Come si può effettuare una donazione? Facile.</p>
<p>1. Copia &amp; incolla nel tuo browser il link: <a href="https://www.paypal.com/cgi-bin/webscr?cmd=_s-xclick&amp;hosted_button_id=R9LZFCKUZ9GMU">https://www.paypal.com/cgi-bin/webscr?cmd=_s-xclick&amp;hosted_button_id=R9LZFCKUZ9GMU</a></p>
<p>2. Inserisci quanto vuoi donare e clicca &#8220;Update Total&#8221;</p>
<p>3. Se non hai un conto PayPal, Infondo alla pagine c&#8217;è l&#8217;opzione:</p>
<p><strong>Don&#8217;t have a PayPal account? </strong><br />
Use your credit card or bank account (where available).</p>
<p>4. inserisci i dati della tua carta di credito ed ecco fatto, in meno di 5 minuti avrai dato il tuo contributo!</p>
<p>Forse ci siamo conosciuti o forse no ma alla fine della giornata non importa, un po come né io né te incontreremo le famiglie che verrano aiutate. Mi sto rivolgendo a te, lettore di <em>Il Tamarindo,</em> per fare una donazione e fare la differenza. Ovviamente, più siamo, meglio è!</p>
<p>Da ultimo, ma non per importanza, un milione di Thank You Grazie Shookran Merci!!!!</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-6609" title="donate" src="/wp-content/files/2012/10/donate-300x108.png" alt="" width="300" height="108" /></p>
<p>- Un Ringraziamento speciale per <em>Il Tamarindo</em> che sostiene MeU&amp;Syria –</p>
<p>Luna Bianca Maria Brozzi</p>
<p>Facebook: <a href="#%21/MeUSyria?fref=ts"><span style="text-decoration: underline;">https://www.facebook.com/#!/MeUSyria?fref=ts</span></a></p>
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		<title>Il Mediterraneo dei giovani si incontra a Istanbul</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2012/07/09/alfyouth/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Jul 2012 09:09:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Kihlgren Grandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Lindh]]></category>
		<category><![CDATA[EuroMed]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Istanbul]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[politiche giovanili]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[Unione per il Mediterraneo]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal 28 giugno al primo luglio si è svolto a Istanbul il primo degli incontri preparatori che la Fondazione Anna Lindh ha organizzato in vista del Forum sul dialogo che avrà luogo a Marsiglia nell&#8217;aprile dell&#8217;anno prossimo. Poco nota ai non addetti ai lavori, pharmacy  l&#8217;Anna Lindh, salve  fondata nel 2005 ad Alessandria d&#8217;Egitto su iniziativa dell&#8217;Unione Europea, ask  ha saputo rapidamente diventare uno dei principale motori della cooperazione culturale euro-mediterranea, forte di una rete di oltre 2000 organizzazioni partner, tra le quali Il Tamarindo.
L&#8217;incontro, ospitato nell&#8217;elegante quartiere di Beyoglu, ha visto la partecipazione di 45 rappresentanti delle organizzazioni giovanili euro-mediterranee maggiormente attive nei campi delle &#8220;4 D&#8221;: democracy, diversity, dialogue and development. In un periodo in cui le relazioni tra i Paesi sono fortemente influenzate dalla crisi economica globale, i partecipanti sono stati chiamati ad elaborare possibili soluzioni per arginare la sfiducia e la forte preoccupazione dei giovani verso un futuro dai contorni quantomeno incerti. Numerosi i progetti presentati nel corso di questa tre giorni di lavoro, tra i quali hanno ottenuto particolare attenzione la messa in rete dei centri culturali giovanili, la creazione di meccanismi di sostegno all&#8217;imprenditoria sociale, lo sviluppo di piattaforme per il crowdsourcing dei progetti culturali e creativi, il potenziamento dei mezzi di diffusione delle buone pratiche nel campo del dialogo interculturale.
L&#8217;incontro ha visto la partecipazione dell&#8217;ambasciatore francese Serge Telle, che al termine del proprio discorso ha saputo sottrarsi, tuttavia non senza un certo imbarazzo, alle domande sul coinvolgimento francese nei processi politici dei governi Bouteflika e Ben Ali. Il convegno si è concluso con una cena organizzata nella sede di rappresentanza del Ministero degli Affari Esteri turco, magnifico edificio in stile eclettico affacciato sul Bosforo.
La scelta di Istanbul quale sede di tale incontro è carica di significato. Forte il desiderio degli organizzatori locali di mostrare ai partecipanti il volto di una Istanbul giovane, moderna, cosmopolita e proiettata con ottimismo verso un futuro tanto europeo quanto mediterraneo e mediorientale.
La sfida di questa e di tante altre iniziative incentrate sul dialogo euro-mediterraneo appare ancora più attuale in un periodo in cui l’Europa affronta gravi difficoltà politiche ed economiche. Tra un&#8217;Europa in crisi di autorevolezza e un Mediterraneo tutto da costruire, la Turchia pare aver già fatto la sua scelta.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" title="ALF Youth Meeting" src="https://fbcdn-sphotos-a.akamaihd.net/hphotos-ak-snc6/252695_10151904920705118_1182704461_n.jpg" alt="" width="403" height="269" />Dal 28 giugno al primo luglio si è svolto a Istanbul il primo degli incontri preparatori che la Fondazione Anna Lindh ha organizzato in vista del Forum sul dialogo che avrà luogo a Marsiglia nell&#8217;aprile dell&#8217;anno prossimo. Poco nota ai non addetti ai lavori, <a href="http://sildenafil24.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pharmacy</a>  l&#8217;Anna Lindh, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">salve</a>  fondata nel 2005 ad Alessandria d&#8217;Egitto su iniziativa dell&#8217;Unione Europea, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">ask</a>  ha saputo rapidamente diventare uno dei principale motori della cooperazione culturale euro-mediterranea, forte di una rete di oltre 2000 organizzazioni partner, tra le quali Il Tamarindo.</p>
<p>L&#8217;incontro, ospitato nell&#8217;elegante quartiere di Beyoglu, ha visto la partecipazione di 45 rappresentanti delle organizzazioni giovanili euro-mediterranee maggiormente attive nei campi delle &#8220;4 D&#8221;: <em>democracy, diversity, dialogue and development</em>. In un periodo in cui le relazioni tra i Paesi sono fortemente influenzate dalla crisi economica globale, i partecipanti sono stati chiamati ad elaborare possibili soluzioni per arginare la sfiducia e la forte preoccupazione dei giovani verso un futuro dai contorni quantomeno incerti. Numerosi i progetti presentati nel corso di questa tre giorni di lavoro, tra i quali hanno ottenuto particolare attenzione la messa in rete dei centri culturali giovanili, la creazione di meccanismi di sostegno all&#8217;imprenditoria sociale, lo sviluppo di piattaforme per il crowdsourcing dei progetti culturali e creativi, il potenziamento dei mezzi di diffusione delle buone pratiche nel campo del dialogo interculturale.</p>
<p>L&#8217;incontro ha visto la partecipazione dell&#8217;ambasciatore francese Serge Telle, che al termine del proprio discorso ha saputo sottrarsi, tuttavia non senza un certo imbarazzo, alle domande sul coinvolgimento francese nei processi politici dei governi Bouteflika e Ben Ali. Il convegno si è concluso con una cena organizzata nella sede di rappresentanza del Ministero degli Affari Esteri turco, magnifico edificio in stile eclettico affacciato sul Bosforo.</p>
<p>La scelta di Istanbul quale sede di tale incontro è carica di significato. Forte il desiderio degli organizzatori locali di mostrare ai partecipanti il volto di una Istanbul giovane, moderna, cosmopolita e proiettata con ottimismo verso un futuro tanto europeo quanto mediterraneo e mediorientale.</p>
<p>La sfida di questa e di tante altre iniziative incentrate sul dialogo euro-mediterraneo appare ancora più attuale in un periodo in cui l’Europa affronta gravi difficoltà politiche ed economiche. Tra un&#8217;Europa in crisi di autorevolezza e un Mediterraneo tutto da costruire, la Turchia pare aver già fatto la sua scelta.</p>
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		<title>La crisi infinita del Delta del Niger</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/11/17/delta-del-niger/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 18:15:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Coco Scalisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

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		<description><![CDATA[Le Relazioni Internazionali da tempo studiano un particolare fenomeno noto come “maledizione delle risorse naturali”. I paesi ricchi di risorse, decease  e soprattutto di gas e petrolio, appaiono, infatti, affetti da cronica incapacità di crescita economica, da autoritarismo, corruzione e costante violazione dei diritti umani.
Le ragioni economiche e sociali di tale paradosso &#8211; dalla scarsa diversificazione economica (la cosiddetta “Dutch-disease”), alla corruzione endemica ma non denunciata dalla popolazione ammansita dal non dover pagare tasse, viste le alte rendite petrolifere &#8211; sono complesse e talmente radicate nel tessuto economico e sociale di questi Paesi da far temere che la catena di abusi non possa mai essere spezzata.
La Nigeria è un paese vittima di tale “maledizione”. Sulla carta ricco e produttivo, lo stato nigeriano, piuttosto che essere il principale produttore africano di petrolio, è oggi un paese dilaniato da conflitti etnici, povertà e inquinamento. L’area del Delta del Niger, dove si concentrano gli impianti delle compagnie multinazionali, tra cui spiccano la Royal Dutch Shell e la nostra ENI,  è la più colpita dalle conseguenze dei disastri ambientali e dagli attacchi dei gruppi di ribelli, tra cui spiccano i militanti del MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta1) particolarmente attivi dal 2006. Sabotaggi e scarsa attenzione agli standard di sicurezza minimi da parte delle compagnie petrolifere, hanno messo in ginocchio l’economia e la vita stessa delle popolazioni locali, che fanno della pesca e dell’agricoltura la principale fonte di sostentamento.
Secondo una recente stima dell’ONU, serve più di 1 miliardo di dollari per ripulire le acque avvelenata del Delta, mentre nel frattempo la gente muore per avvelenamento o per fame2. La violazione del diritto al cibo e all&#8217;acqua, insieme al non rispetto del diritto al lavoro e agli standard di vita adeguati, rappresenta dunque un attentato diretto alla dignità umana e un grave ostacolo al diritto alla vita stessa.
La situazione nel Delta del Niger è complessa. Se le colpe del governo e delle aziende sono chiare, non mancano le responsabilità dei ribelli e dei gruppi armati. La popolazione locale al momento è sprovvista di ogni forma di tutela dei propri diritti né il governo appare interessato a mettere in atto una reale azione di risarcimento nei confronti delle vittime.
Povertà, inquinamento, corruzione e malgoverno sono gli ingredienti per un mix esplosivo, che fa del Delta del Niger una bomba a orologeria che solo cambiando direzione si potrà disinnescare. Perché ciò accada serve uno sforzo congiunto del governo, delle imprese straniere e anche dei paesi un cui hanno sede le multinazionali operanti nel Delta, che devono sostenere senza indugi la necessità di bonificare.
Maggiore consapevolezza dei propri diritti, accesso alla giustizia e regole sono la sola strada da percorrere affinché il Delta del Niger possa finalmente trovare pace.
1http://www.jamestown.org/single/?no_cache=1&#38;tx_ttnews%5Btt_news%5D=4113
2 http://www.care2.com/causes/un-1-billion-to-clean-oil-polluted-niger-delta.html
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6308" title="NASA Space Shuttle Overflight photo of the Niger Delta. North is on the left." src="/wp-content/files/2011/11/delta-del-niger-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Le Relazioni Internazionali da tempo studiano un particolare fenomeno noto come “maledizione delle risorse naturali”. I paesi ricchi di risorse, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">decease</a>  e soprattutto di gas e petrolio, appaiono, infatti, affetti da cronica incapacità di crescita economica, da autoritarismo, corruzione e costante violazione dei diritti umani.</p>
<p>Le ragioni economiche e sociali di tale paradosso &#8211; dalla scarsa diversificazione economica (la cosiddetta “Dutch-disease”), alla corruzione endemica ma non denunciata dalla popolazione ammansita dal non dover pagare tasse, viste le alte rendite petrolifere &#8211; sono complesse e talmente radicate nel tessuto economico e sociale di questi Paesi da far temere che la catena di abusi non possa mai essere spezzata.</p>
<p>La Nigeria è un paese vittima di tale “maledizione”. Sulla carta ricco e produttivo, lo stato nigeriano, piuttosto che essere il principale produttore africano di petrolio, è oggi un paese dilaniato da conflitti etnici, povertà e inquinamento. L’area del Delta del Niger, dove si concentrano gli impianti delle compagnie multinazionali, tra cui spiccano la Royal Dutch Shell e la nostra ENI,  è la più colpita dalle conseguenze dei disastri ambientali e dagli attacchi dei gruppi di ribelli, tra cui spiccano i militanti del MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta<a href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a>) particolarmente attivi dal 2006. Sabotaggi e scarsa attenzione agli standard di sicurezza minimi da parte delle compagnie petrolifere, hanno messo in ginocchio l’economia e la vita stessa delle popolazioni locali, che fanno della pesca e dell’agricoltura la principale fonte di sostentamento.</p>
<p>Secondo una recente stima dell’ONU, serve più di 1 miliardo di dollari per ripulire le acque avvelenata del Delta, mentre nel frattempo la gente muore per avvelenamento o per fame<a href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a>. La violazione del diritto al cibo e all&#8217;acqua, insieme al non rispetto del diritto al lavoro e agli standard di vita adeguati, rappresenta dunque un attentato diretto alla dignità umana e un grave ostacolo al diritto alla vita stessa.</p>
<p>La situazione nel Delta del Niger è complessa. Se le colpe del governo e delle aziende sono chiare, non mancano le responsabilità dei ribelli e dei gruppi armati. La popolazione locale al momento è sprovvista di ogni forma di tutela dei propri diritti né il governo appare interessato a mettere in atto una reale azione di risarcimento nei confronti delle vittime.</p>
<p>Povertà, inquinamento, corruzione e malgoverno sono gli ingredienti per un mix esplosivo, che fa del Delta del Niger una bomba a orologeria che solo cambiando direzione si potrà disinnescare. Perché ciò accada serve uno sforzo congiunto del governo, delle imprese straniere e anche dei paesi un cui hanno sede le multinazionali operanti nel Delta, che devono sostenere senza indugi la necessità di bonificare.</p>
<p>Maggiore consapevolezza dei propri diritti, accesso alla giustizia e regole sono la sola strada da percorrere affinché il Delta del Niger possa finalmente trovare pace.</p>
<p><a href="#sdfootnote1anc">1</a><sup></sup>http://www.jamestown.org/single/?no_cache=1&amp;tx_ttnews%5Btt_news%5D=4113</p>
<p><a href="#sdfootnote2anc">2</a><sup></sup> http://www.care2.com/causes/un-1-billion-to-clean-oil-polluted-niger-delta.html</p>
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		<title>Estate, che passione…</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/08/31/estate-che-passione%e2%80%a6/</link>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 21:38:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta Cappiello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Si dice che l’estate sia quella breve parentesi dell’anno votata al riposo e alla pace dello animo; quella 2011 non è andata proprio così. Volenti o nolenti, cialis  lontani o vicini dal nostro paese, store  le notizie della crisi e dei tentativi &#8211; ahimé vani &#8211; di risolverla, ci hanno raggiunto non dandoci tregua. Le votazioni delle agenzie di rating, gli incontri dei potenti della finanza, le dichiarazioni dei capi di governo si sono succedute scadendo a passi di tip-tap isterico le nostre vacanze. È difficile capire cosa stia accadendo veramente e, quel che è più, è ingenuo pensare che la soluzione sia stata trovata.
Mi soffermerei a riflettere sui quei pochi fatti che sono oramai inconfutabili. La Grecia è stata salvata dagli altri paesi dell’Unione Europea. È stato difficile accordarsi sul modo, ma sembra ci siano riusciti. Vero è, d’altra parte, che proprio ieri è stata pubblicata la notizia della fusione di due principali banche greche. La neonata, che sarà la più grande del territorio, ha fatto ben sperare i mercati, che hanno risposto chiudendo in rialzo.
La crisi Greca, però, è isolata solo per quantità e non per sostanza. Infatti, spaventa anche la situazione di altri paesi europei tra questi l’Italia. Tralascio ciò che sta accendendo dalle nostre parti, dove i tentativi circensi del nostro governo di emanare una manovra sensata non ottengono altro che un richiamo formale da Bruxelles – proprio ora che, invece, dovremmo stare “schisci” e dimostrarci competenti e laboriosi. Ritorniamo dunque alla crisi ed alla reazione strabiliante che ha generato. L’asse franco-tedesco ha assunto, nuovamente, una posizione di leadership europea, scalzando qualsiasi altra forma di intromissione propositiva. Ciò non è nuovo: in passato, Mitterand e Schröder hanno creduto a tal punto nell’Europa da riuscire a “imporre” politiche volte ad allargarla, rafforzandola. Oggi, Merkel e Sarkozy, consci della forza trainante dei Paesi di cui sono alla guida, hanno delineato le politiche d’azione per uscire dalla crisi e salvare i paesi a rischio. Ciò significa, tra l’altro, Eurobond sì, ma assumendo precauzioni molto definite per evitare che i Paesi dall’economia forte si accollino, senza garanzie, i debiti di quelli più deboli. Ma allora, una domanda sorge spontanea: qual è, oggi, il ruolo delle Istituzioni europee, Banca Centrale compresa? Appare come fatto inevitabile che la soluzione per uscire dalla crisi economica non possa che arrivare dal mondo della politica, per di più dalla politica nazionale di solo alcuni paesi auto eletti alla guida. Appare, quindi, che a crisi economica si affianchi reazione politica. A parer mio, mi sembra che tutto ciò abbia un senso. Le ultime decadi hanno permesso che l’economia assumesse un ruolo talmente principale da imporsi addirittura come unico elemento su cui basare le scelte politiche. Ecco il risultato. Genio e sregolatezza è un binomio che funziona e ha regalato alla società grandi artisti. Economia (globalizzata) e sregolatezza, invece, non hanno funzionato.
Siamo dunque chiamati ad un grande atto di fiducia, perché la risposta a questa contingenza negativa – destinata comunque a perdurare ancora – arriverà proprio dal quel mondo, quello politico, che in parte è stato causa passiva della situazione. Noi tutti, invece, dovremmo assumere, nel nostro piccolo, un ruolo attivo e di compartecipazione. Quel che sarà del futuro assetto europeo, invece, non è dato sapere, per ora. Bisognerà aspettare la fine di questo periodo per capire se, e come, le Istituzioni europee riusciranno a guadagnarsi il primato nella guida dell’Europa, vecchia e nuova. Non bastano, infatti, i trattati (quello di Lisbona del 2009 ha previsto un rafforzamento del ruolo del Parlamento Europeo…già!) e i buoni propositi. Qualsiasi centro di potere esautorato del suo ruolo attivo non rimane che un vuoto, bel palazzo, che invece di incutere timore, lascia fuggire l’occhio dei passanti.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6256" title="corda" src="/wp-content/files/2011/08/corda-300x113.jpg" alt="" width="300" height="113" />Si dice che l’estate sia quella breve parentesi dell’anno votata al riposo e alla pace dello animo; quella 2011 non è andata proprio così. Volenti o nolenti, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" title="cialis" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis</a>  lontani o vicini dal nostro paese, <a href="http://buy-levitraonline.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">store</a>  le notizie della crisi e dei tentativi &#8211; ahimé vani &#8211; di risolverla, ci hanno raggiunto non dandoci tregua. Le votazioni delle agenzie di rating, gli incontri dei potenti della finanza, le dichiarazioni dei capi di governo si sono succedute scadendo a passi di tip-tap isterico le nostre vacanze. È difficile capire cosa stia accadendo veramente e, quel che è più, è ingenuo pensare che la soluzione sia stata trovata.</p>
<p>Mi soffermerei a riflettere sui quei pochi fatti che sono oramai inconfutabili. La Grecia è stata salvata dagli altri paesi dell’Unione Europea. È stato difficile accordarsi sul modo, ma sembra ci siano riusciti. Vero è, d’altra parte, che proprio ieri è stata pubblicata la notizia della fusione di due principali banche greche. La neonata, che sarà la più grande del territorio, ha fatto ben sperare i mercati, che hanno risposto chiudendo in rialzo.</p>
<p>La crisi Greca, però, è isolata solo per quantità e non per sostanza. Infatti, spaventa anche la situazione di altri paesi europei tra questi l’Italia. Tralascio ciò che sta accendendo dalle nostre parti, dove i tentativi circensi del nostro governo di emanare una manovra sensata non ottengono altro che un richiamo formale da Bruxelles – proprio ora che, invece, dovremmo stare “schisci” e dimostrarci competenti e laboriosi. Ritorniamo dunque alla crisi ed alla reazione strabiliante che ha generato. L’asse franco-tedesco ha assunto, nuovamente, una posizione di leadership europea, scalzando qualsiasi altra forma di intromissione propositiva. Ciò non è nuovo: in passato, Mitterand e Schröder hanno creduto a tal punto nell’Europa da riuscire a “imporre” politiche volte ad allargarla, rafforzandola. Oggi, Merkel e Sarkozy, consci della forza trainante dei Paesi di cui sono alla guida, hanno delineato le politiche d’azione per uscire dalla crisi e salvare i paesi a rischio. Ciò significa, tra l’altro, Eurobond sì, ma assumendo precauzioni molto definite per evitare che i Paesi dall’economia forte si accollino, senza garanzie, i debiti di quelli più deboli. Ma allora, una domanda sorge spontanea: qual è, oggi, il ruolo delle Istituzioni europee, Banca Centrale compresa? Appare come fatto inevitabile che la soluzione per uscire dalla crisi economica non possa che arrivare dal mondo della politica, per di più dalla politica nazionale di solo alcuni paesi auto eletti alla guida. Appare, quindi, che a crisi economica si affianchi reazione politica. A parer mio, mi sembra che tutto ciò abbia un senso. Le ultime decadi hanno permesso che l’economia assumesse un ruolo talmente principale da imporsi addirittura come unico elemento su cui basare le scelte politiche. Ecco il risultato. Genio e sregolatezza è un binomio che funziona e ha regalato alla società grandi artisti. Economia (globalizzata) e sregolatezza, invece, non hanno funzionato.</p>
<p>Siamo dunque chiamati ad un grande atto di fiducia, perché la risposta a questa contingenza negativa – destinata comunque a perdurare ancora – arriverà proprio dal quel mondo, quello politico, che in parte è stato causa passiva della situazione. Noi tutti, invece, dovremmo assumere, nel nostro piccolo, un ruolo attivo e di compartecipazione. Quel che sarà del futuro assetto europeo, invece, non è dato sapere, per ora. Bisognerà aspettare la fine di questo periodo per capire se, e come, le Istituzioni europee riusciranno a guadagnarsi il primato nella guida dell’Europa, vecchia e nuova. Non bastano, infatti, i trattati (quello di Lisbona del 2009 ha previsto un rafforzamento del ruolo del Parlamento Europeo…già!) e i buoni propositi. Qualsiasi centro di potere esautorato del suo ruolo attivo non rimane che un vuoto, bel palazzo, che invece di incutere timore, lascia fuggire l’occhio dei passanti.</p>
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		<title>È rosa l’ultima gaffe del TG1</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jul 2011 15:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Augusto Minzolini]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Rai]]></category>
		<category><![CDATA[Se non ora quando?]]></category>
		<category><![CDATA[Siena]]></category>
		<category><![CDATA[Tg1]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 9 e 10 luglio a Siena si è tenuto l’incontro nazionale promosso da Se non ora quando.
Scintilla che ha provocato la nascita del movimento e che il 13 febbraio scorso portò in piazza circa un milione di persone è stata l’indignazione popolare nata dal caso Ruby.
Durante il fine settimana scorso, find  nella città del Palio si sono riunite circa duemila donne per la nascita di un comitato nazionale del movimento.
L’incontro ha visto la presenza trasversale di donne diverse per età, cheap  appartenenza politica e provenienza geografica.
Il nuovo movimento, nato soprattutto dentro la società civile, deve essere visto come una nuova iniezione di energia per tutti coloro che credono che l’attuale sistema politico e informativo debba impegnarsi di più per non trascurare né offendere la dignità delle donne.
Per cominciare ad accogliere l’esigenza condivisa che l’Italia debba offrire a se stessa e ai mercati internazionali una nuova credibilità politica; per aggiungere gesti concreti alle parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dei giorni scorsi: Se siamo seri non dobbiamo temere nulla; è doveroso riconoscere che la nascita di questo comitato nazionale debba essere considerato un deciso passo in avanti per mettere fine alla breve ma indigente meteora di velinismo che sta attraversando l’attuale sistema politico italiano.
Naturalmente, non solo i partiti politici, ma anche l’informazione deve responsabilmente fare la propria parte.
Purtroppo non sembra essere di questa ragione il Tg1 di Augusto Minzolini che nei giorni della manifestazione senese non ha dedicato alcun servizio all’evento, ma addirittura nell’edizione di domenica 10 luglio delle 13h30 ha scelto di mandare in onda un servizio dedicato alla corsa delle donne sui tacchi a spillo.
Ad accorgersi della grave lacuna informativa, per prime sono state le giornaliste del Tg1 che hanno scritto una lettera aperta al direttore generale della RAI, Lorenza Lei, per esprimere « disagio » di fronte al « silenzio » del telegiornale sulla manifestazione delle donne di « se non ora quando » nella due giorni del movimento a Siena.
Insieme alla pubblicazione di quest’articolo, la nostra redazione s’impegna a garantire anche per il futuro la propria voce per un Paese che rispetti le donne a sostegno di un’informazione seria, educata e credibile.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6236" src="/wp-content/files/2011/07/se-non-ora-quando-siena-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" />Il 9 e 10 luglio a Siena si è tenuto l’incontro nazionale promosso da <em>Se non ora quando.</em></p>
<p>Scintilla che ha provocato la nascita del movimento e che il 13 febbraio scorso portò in piazza circa un milione di persone è stata l’indignazione popolare nata dal caso Ruby.</p>
<p>Durante il fine settimana scorso, <a href="http://hepatitis-genericsovaldion.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">find</a>  nella città del Palio si sono riunite circa duemila donne per la nascita di un comitato nazionale del movimento.</p>
<p>L’incontro ha visto la presenza trasversale di donne diverse per età, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cheap</a>  appartenenza politica e provenienza geografica.</p>
<p>Il nuovo movimento, nato soprattutto dentro la società civile, deve essere visto come una nuova iniezione di energia per tutti coloro che credono che l’attuale sistema politico e informativo debba impegnarsi di più per non trascurare né offendere la dignità delle donne.</p>
<p>Per cominciare ad accogliere l’esigenza condivisa che l’Italia debba offrire a se stessa e ai mercati internazionali una nuova credibilità politica; per aggiungere gesti concreti alle parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dei giorni scorsi: Se siamo seri non dobbiamo temere nulla; è doveroso riconoscere che la nascita di questo comitato nazionale debba essere considerato un deciso passo in avanti per mettere fine alla breve ma indigente meteora di velinismo che sta attraversando l’attuale sistema politico italiano.</p>
<p>Naturalmente, non solo i partiti politici, ma anche l’informazione deve responsabilmente fare la propria parte.</p>
<p>Purtroppo non sembra essere di questa ragione il Tg1 di Augusto Minzolini che nei giorni della manifestazione senese non ha dedicato alcun servizio all’evento, ma addirittura nell’edizione di domenica 10 luglio delle 13h30 ha scelto di mandare in onda un servizio dedicato alla corsa delle donne sui tacchi a spillo.</p>
<p>Ad accorgersi della grave lacuna informativa, per prime sono state le giornaliste del Tg1 che hanno scritto una lettera aperta al direttore generale della RAI, Lorenza Lei, per esprimere « disagio » di fronte al « silenzio » del telegiornale sulla manifestazione delle donne di « se non ora quando » nella due giorni del movimento a Siena.</p>
<p>Insieme alla pubblicazione di quest’articolo, la nostra redazione s’impegna a garantire anche per il futuro la propria voce per un Paese che rispetti le donne a sostegno di un’informazione seria, educata e credibile.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il mercato di contrabbando a Peshawar</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/05/11/il-mercato-di-contrabbando-a-peshawar/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 May 2011 11:02:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sarah Tulivu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Una cosa sempre rimasta impressa ai viaggiatori che passano per Peshawar, tadalafil  eccetto l’hashish che costa meno dell’acqua, è il mercato di contrabbando. Un luogo al confine con l&#8217;Afghanistan dove la polizia non ha accesso, ma dove se stranieri è possibile farci una passeggiata.
Peshawar è una città Pakistana lungo l’antico Silk Road Route che ospita il rinomato Sitara Market e le sue ‘irregolari’ bancarelle. Stand di diamanti, denaro fasullo, armi, bombe a mano, droghe, gambe finte, binocoli a visuale notturna, PC, libri, kit medicinali, pietre preziose, cibo in scatola e chewing gum – insomma tutto ciò che  illegale, qui lo si può trovare a buon mercato, e in vendita accanto a frutta e verdura.
È possibile acquistare vecchi fucili lasciati dai tempi della presenza Britannica in Afghanistan nel diciannovesimo secolo, e revolver e divise militari sovietiche dall’occupazione Russa negli anni ’80.
“La maggior parte è merce rubata da container militari USA e NATO. I camion di rifornimenti vengono attaccati regolarmente lungo il loro tragitto dal porto di Karachi, attraverso il Khyber Pass, fino in Afghanistan,“ mi racconta Malek, un amico mercante.
“Almeno guadagniamo due soldi anche noi dall’invasione Americana,” borbotta divertito il venditore esilarante urtando il vicino di chiosco. Scoppiamo tutti in risata e come sempre in queste parti di mondo, concludiamo la conversazione con una tazza di tè speziato al latte.
Prima di lasciare la bancarella il mio occhio cade su una piccola scatola metallica che risplende sotto il sole e chiedo al venditore cosa contiene, lui risponde con una risata, “Dubito che tu sappia guidare un carro armato!”.
A dispetto dell’impressione che può dare l’idea di un mercato illegale a cielo aperto, con il giusto approccio possiamo star sicuri di imbatterci in negozianti simpatici e ospitali, che ci offriranno intrattenuti le lettere private amorose dalle fidanzate dei soldati Americani per una ventina di Rupie.
“Ho sentito alcuni comandanti Talebani discutere sul prezzo della tenuta di un soldato Americano,” ha detto Yusufzai in un’intervista. Yusufzai ha avuto esclusivo accesso ai leader Talebani grazie alle sue intrinseche documentazioni nell’area. Tra vestiario, equipaggiamento e gadget vari, un soldato in combat supera il valore di mille dollari in Sitara market.
Per non parlare delle forniture elettroniche, computer, parti di motori, hardware contenenti informazioni militari confidenziali, ecc.. – questi container trasportano i meccanismi e la tecnologia più avanzata.
Tale ‘lacuna di salvaguardia’  dei supplementi americani sta aiutando sia dal punto di vista economico che tecnologico i Talebani e tutti i partecipanti.
“Quindi, mentre all’aeroporto ci tolgono le bottigliette di deodorante per questioni di sicurezza, in altre parti del mondo si accertano che il cosiddetto nemico rimanga buon socio di affari – procurandogli armi abbastanza valide da poter continuare a chiamarlo ‘pericolo’,” spiega uno studente tedesco in anno di scambio in Pakistan, intento a scrivere la sua tesi sull’economia di guerra presso l’università di Islamabad.
“Lungo i 44 km tra Peshawar e Torkham sul confine Afghano, esistono 11 check-point con 300 guardie di sicurezza provenienti dai territori tribali (il Khasadar Force – tribal security recruits)  immessi dal governo, per garantire un passaggio sicuro di persone e rifornimenti US e NATO,” Spiega Safeerullah Wazir, agente politico della regione tribale di Khyber.
“Ciò nonostante, il numero di persone implicate in questo “import-export” è talmente alto e vario che diventa quasi impossibile prevenire i saccheggi e il contrabbando dei beni. Le imboscate ai container coinvolgono militanti, locali dai territori tribali, uomini di affari, autisti di camion, e le stesse forze di sicurezza”. Dicono alcuni residenti Peshawari.
Dal punto di vista di un viaggiatore di passaggio, la città è incantevole e i cittadini espansivi e accoglienti. Ne vale sinceramente la pena, fare visita a un’altra parte dello stesso mondo, testimoniarne l’incredibile ospitalità,  e bere un’altra tazza di tè speziato al latte.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6140" title="Karakoram highway, <a href="http://viagracoupongeneric.net/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  Peshawar&#8221; src=&#8221;https://thetamarind.eu/wp-content/files/2011/05/peshawar-300&#215;224.jpg&#8221; alt=&#8221;" width=&#8221;300&#8243; height=&#8221;224&#8243; />Una cosa sempre rimasta impressa ai viaggiatori che passano per Peshawar, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net" style="text-decoration:none;color:#676c6c">tadalafil</a>  eccetto l’hashish che costa meno dell’acqua, è il mercato di contrabbando. Un luogo al confine con l&#8217;Afghanistan dove la polizia non ha accesso, ma dove se stranieri è possibile farci una passeggiata.</p>
<p>Peshawar è una città Pakistana lungo l’antico <em>Silk Road Route</em> che ospita il rinomato <em>Sitara Market</em> e le sue ‘irregolari’ bancarelle. Stand di diamanti, denaro fasullo, armi, bombe a mano, droghe, gambe finte, binocoli a visuale notturna, PC, libri, kit medicinali, pietre preziose, cibo in scatola e chewing gum – insomma tutto ciò che  illegale, qui lo si può trovare a buon mercato, e in vendita accanto a frutta e verdura.</p>
<p>È possibile acquistare vecchi fucili lasciati dai tempi della presenza Britannica in Afghanistan nel diciannovesimo secolo, e revolver e divise militari sovietiche dall’occupazione Russa negli anni ’80.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6141" title="Mercato di Peshawar" src="/wp-content/files/2011/05/peshawar2.jpg" alt="" width="300" height="225" />“La maggior parte è merce rubata da container militari USA e NATO. I camion di rifornimenti vengono attaccati regolarmente lungo il loro tragitto dal porto di Karachi, attraverso il Khyber Pass, fino in Afghanistan,“ mi racconta Malek, un amico mercante.</p>
<p>“Almeno guadagniamo due soldi anche noi dall’invasione Americana,” borbotta divertito il venditore esilarante urtando il vicino di chiosco. Scoppiamo tutti in risata e come sempre in queste parti di mondo, concludiamo la conversazione con una tazza di tè speziato al latte.</p>
<p>Prima di lasciare la bancarella il mio occhio cade su una piccola scatola metallica che risplende sotto il sole e chiedo al venditore cosa contiene, lui risponde con una risata, “Dubito che tu sappia guidare un carro armato!”.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-6142" title="Mercanti pakistani" src="/wp-content/files/2011/05/peshawar3.jpg" alt="" width="244" height="299" />A dispetto dell’impressione che può dare l’idea di un mercato illegale a cielo aperto, con il giusto approccio possiamo star sicuri di imbatterci in negozianti simpatici e ospitali, che ci offriranno intrattenuti le lettere private amorose dalle fidanzate dei soldati Americani per una ventina di Rupie.</p>
<p>“Ho sentito alcuni comandanti Talebani discutere sul prezzo della tenuta di un soldato Americano,” ha detto Yusufzai in un’intervista. Yusufzai ha avuto esclusivo accesso ai leader Talebani grazie alle sue intrinseche documentazioni nell’area. Tra vestiario, equipaggiamento e gadget vari, un soldato in combat supera il valore di mille dollari in Sitara market.</p>
<p>Per non parlare delle forniture elettroniche, computer, parti di motori, hardware contenenti informazioni militari confidenziali, ecc.. – questi container trasportano i meccanismi e la tecnologia più avanzata.</p>
<p>Tale ‘lacuna di salvaguardia’  dei supplementi americani sta aiutando sia dal punto di vista economico che tecnologico i Talebani e tutti i partecipanti.</p>
<p>“Quindi, mentre all’aeroporto ci tolgono le bottigliette di deodorante per questioni di sicurezza, in altre parti del mondo si accertano che il cosiddetto nemico rimanga buon socio di affari – procurandogli armi abbastanza valide da poter continuare a chiamarlo ‘pericolo’,” spiega uno studente tedesco in anno di scambio in Pakistan, intento a scrivere la sua tesi sull’economia di guerra presso l’università di Islamabad.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6143" title="Soldati pakistani" src="/wp-content/files/2011/05/peshawar4.jpg" alt="" width="300" height="225" />“Lungo i 44 km tra Peshawar e Torkham sul confine Afghano, esistono 11 check-point con 300 guardie di sicurezza provenienti dai territori tribali (il <em>Khasadar Force</em> – tribal security recruits)  immessi dal governo, per garantire un passaggio sicuro di persone e rifornimenti US e NATO,” Spiega Safeerullah Wazir, agente politico della regione tribale di Khyber.</p>
<p>“Ciò nonostante, il numero di persone implicate in questo “import-export” è talmente alto e vario che diventa quasi impossibile prevenire i saccheggi e il contrabbando dei beni. Le imboscate ai container coinvolgono militanti, locali dai territori tribali, uomini di affari, autisti di camion, e le stesse forze di sicurezza”. Dicono alcuni residenti Peshawari.</p>
<p>Dal punto di vista di un viaggiatore di passaggio, la città è incantevole e i cittadini espansivi e accoglienti. Ne vale sinceramente la pena, fare visita a un’altra parte dello stesso mondo, testimoniarne l’incredibile ospitalità,  e bere un’altra tazza di tè speziato al latte.</p>
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		<title>Stabilità e lingua: il Marocco del XXI secolo</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/04/13/il-marocco-del-xxi-secolo/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 23:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Maffioli Torriani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Maghreb]]></category>
		<category><![CDATA[Marocco]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Italia è certamente uno dei Paesi per cui l’uniformità linguistica è stata fonte di costruzione del senso di collettività, sovaldi sale  arrivando anche a quello di Stato. Non a caso uno scrittore, il Manzoni, è stato preso, certamente assieme ad altri, come icona di un’unità nazionale. Icona che affonda le sue radici nel lontano Dante, e che ha visto come erede nel XX secolo il servizio pubblico televisivo, la Rai.
Nella mia breve esperienza marocchina ho avuto modo di osservare le trasformazioni in atto sotto il regno di Mohammed VI, essendo stato a studiare a Rabat proprio nell’anniversario del decimo insediamento sul trono del sovrano. Il Regno sta attraversando enormi, e positivi, cambiamenti sul versante economico, politico, burocratico, religioso, e la società civile non è da meno. Ho potuto confrontarmi con dei miei coetanei e ascoltare le loro idee sull’Europa, sugli “occidentali” e sul loro futuro. Domande che quotidianamente ci poniamo anche noi.
I sociologi direbbero di aver riscontrato i tipici comportamenti adottati dai cosiddetti “immigrati di seconda e terza generazione”. Col dettaglio che questi giovani non sono degli immigrati, essendo nel loro Paese.
Forse, la prima questione da affrontare è se i Marocchini, al pari di molti altri popoli, si sentono veramente padroni della loro terra. Non vi è dubbio che il protezionismo e l’influenza francese prima, e la globalizzazione oggi, giocano un ruolo importante sulla percezione di appartenenza al  territorio, alla comunità (anche solo tribù, caso meno importante per il Marocco), allo Stato in senso moderno. Il passato e il presente stanno giocando un ruolo primario, ruolo che forse in nessun’altra epoca è stato così pesante.
Tralasciando questa osservazione, ho notato in molti giovani il desiderio di “revanche” (termine non casuale). Il desiderio di recuperare un passato più antico di quello del XX secolo, un passato in cui furono addirittura le dinastie marocchine a spingersi fin sotto le nevi dei Pirenei. Con ciò la volontà di recuperare, come preminente, la lingua araba. Darija (il dialetto) o arabo moderno che sia, il desiderio di poter, e dover, parlare la loro lingua, e non la lingua di un altro popolo. Tornando agli amici sociologi, se non erro, classificherebbero questo comportamento proprio come l’atteggiamento adottato dagli immigrati di terza generazione ora presenti in Europa, desiderosi del recupero delle loro origini. E spesso, anche, recupero degli aspetti sia positivi che negativi di un loro passato.
Ho inoltre incontrato molti giovani per cui, non solo gli usi e costumi (come abbigliamento, musica, film) che adottano sono quelli dell’Occidente, ma che addirittura arrivano a rinnegare la loro origine. Rinnegamento che arriva anche al non adottare la lingua del loro Paese, e ad adottare quella degli antichi, superiori, colonizzatori. Il rinnego, come per gli immigrati di seconda generazione, della propria identità. Immagino ciò dettato da un senso di vergogna e di frustrazione che porta, ovviamente, a tentar di dimenticare chi si è e dove si vive.
Fortunatamente tra questi due estremi c’è un Marocco che è capace di fare di questo passato, e di questo bilinguismo, una ricchezza. Una ricchezza utile per i contatti, per il turismo, per l’economia, per la comunicazione.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6115" title="Tin Mal Mosque - photo by Jerzy Strzelecki" src="/wp-content/files/2011/04/Tin_Mal_Mosque-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" />L’Italia è certamente uno dei Paesi per cui l’uniformità linguistica è stata fonte di costruzione del senso di collettività, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sovaldi sale</a>  arrivando anche a quello di Stato. Non a caso uno scrittore, il Manzoni, è stato preso, certamente assieme ad altri, come icona di un’unità nazionale. Icona che affonda le sue radici nel lontano Dante, e che ha visto come erede nel XX secolo il servizio pubblico televisivo, la Rai.</p>
<p>Nella mia breve esperienza marocchina ho avuto modo di osservare le trasformazioni in atto sotto il regno di Mohammed VI, essendo stato a studiare a Rabat proprio nell’anniversario del decimo insediamento sul trono del sovrano. Il Regno sta attraversando enormi, e positivi, cambiamenti sul versante economico, politico, burocratico, religioso, e la società civile non è da meno. Ho potuto confrontarmi con dei miei coetanei e ascoltare le loro idee sull’Europa, sugli “occidentali” e sul loro futuro. Domande che quotidianamente ci poniamo anche noi.</p>
<p>I sociologi direbbero di aver riscontrato i tipici comportamenti adottati dai cosiddetti “immigrati di seconda e terza generazione”. Col dettaglio che questi giovani non sono degli immigrati, essendo nel loro Paese.</p>
<p>Forse, la prima questione da affrontare è se i Marocchini, al pari di molti altri popoli, si sentono veramente padroni della loro terra. Non vi è dubbio che il protezionismo e l’influenza francese prima, e la globalizzazione oggi, giocano un ruolo importante sulla percezione di appartenenza al  territorio, alla comunità (anche solo tribù, caso meno importante per il Marocco), allo Stato in senso moderno. Il passato e il presente stanno giocando un ruolo primario, ruolo che forse in nessun’altra epoca è stato così pesante.</p>
<p>Tralasciando questa osservazione, ho notato in molti giovani il desiderio di “revanche” (termine non casuale). Il desiderio di recuperare un passato più antico di quello del XX secolo, un passato in cui furono addirittura le dinastie marocchine a spingersi fin sotto le nevi dei Pirenei. Con ciò la volontà di recuperare, come preminente, la lingua araba. Darija (il dialetto) o arabo moderno che sia, il desiderio di poter, e dover, parlare la loro lingua, e non la lingua di un altro popolo. Tornando agli amici sociologi, se non erro, classificherebbero questo comportamento proprio come l’atteggiamento adottato dagli immigrati di terza generazione ora presenti in Europa, desiderosi del recupero delle loro origini. E spesso, anche, recupero degli aspetti sia positivi che negativi di un loro passato.</p>
<p>Ho inoltre incontrato molti giovani per cui, non solo gli usi e costumi (come abbigliamento, musica, film) che adottano sono quelli dell’Occidente, ma che addirittura arrivano a rinnegare la loro origine. Rinnegamento che arriva anche al non adottare la lingua del loro Paese, e ad adottare quella degli antichi, superiori, colonizzatori. Il rinnego, come per gli immigrati di seconda generazione, della propria identità. Immagino ciò dettato da un senso di vergogna e di frustrazione che porta, ovviamente, a tentar di dimenticare chi si è e dove si vive.</p>
<p>Fortunatamente tra questi due estremi c’è un Marocco che è capace di fare di questo passato, e di questo bilinguismo, una ricchezza. Una ricchezza utile per i contatti, per il turismo, per l’economia, per la comunicazione.</p>
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		<title>La fine del mondo e il Paese delle squadriglie</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Mar 2011 10:04:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Coco Scalisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Gheddafi]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Nazioni Unite]]></category>
		<category><![CDATA[ONU]]></category>
		<category><![CDATA[Tunisia]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo una minacciosa profezia maya, see  la fine del mondo capiterebbe malauguratamente proprio il 21 dicembre del 2012.
A prescindere dalla veridicità o meno di tale teoria, see  è certo che se da un po’ di tempo a questa parte si dà una rapida occhiata ai titoli dei quotidiani, forse i sostenitori dell’occulto e del mistero potrebbero esultare, affermando con voce sempre più decisa: “Avevamo ragione noi!”
Hanno ragione? Da convinta volteriana quale sono non posso darla vinta a queste credenze pagane/popolari che ricordano tanto il furore dei millenaristi del Medioevo. Eppure, mio malgrado, inizio ad avere un po’ di paura anche io.
Senza bisogno di ricordare la gravità di quanto successo in Giappone, trovo ancora più inquietante quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Un Medio Oriente molto più vicino di quanto percepiamo dato che, di solito, quando si pensa a Paesi come la Libia, ed adesso anche la Siria e lo Yemen, li si colloca automaticamente in una non meglio definita zona del mappamondo di cui sappiamo solo che è distante da noi.
Purtroppo non è così. Non è necessario essere fini geografi per capirlo. Dai porti della Sicilia, in una giornata serena, si possono notare i contorni delle coste africane. Inoltre, poiché oggi la geopolitica del pianeta è molto cambiata, bisogna cambiare pure la prospettiva con cui si guarda a una carta geografica per rendersi conto che quella che fino a poco tempo fa chiamavamo periferia è adesso il centro del mondo.  La globalizzazione ha dilatato i confini al punto tale che oggi hanno un ruolo da protagonista dell’arena internazionale, Paesi che prima ne erano assolutamente esclusi.
Il caso della Libia è sicuramente il più complesso. Siamo in guerra, non è sbagliato definire in questo modo l’operazione, sulla carta umanitaria, “Odissea all’Alba” (ma chi è poi a scegliere questi nomi?!?). Le voci critiche sono ovviamente tante, e quasi tutte puntano alla delegittimazione della guerra come strumento di pace. Per quanto sembrerebbe esserci un conflitto in nuce in questa definizione, in realtà è proprio la risoluzione 1973 dell’Onu, adottata dopo una strenua battaglia in Consiglio di Sicurezza tra i Paesi favorevoli, con capofila una Francia ostinatamente revanscista nei confronti del nemico libico, e i contrari, tra cui la Cina e la Russia che in Libia hanno investito davvero tanti soldi, a permettere l’intervento. Nel momento in cui la risoluzione invita ad adottare “tutte le misure necessarie per proteggere i civili[1]” dà di fatto mano libera ai Paesi della coalizione anti Libia. Che ciò sia corretto o meno, è difficile da dire. Certo appare alquanto irritante che si scopra solo oggi che Gheddafi è un dittatore della peggiore specie, quelli folli e paranoici, mentre prima gli si baciavano le mani (noi!), o lo si lasciava libero di sparare boutade (gli altri) perfino in seno alle Nazioni Unite solo per il suo petrolio e il suo gas di cui tutti sembrano avere un disperato bisogno. Detto ciò, la guerra è giusta? Non lo so. Certo non credo che semplici sanzioni possano fermare un uomo che bombarda il suo stesso popolo e che si è servito e si serve ancora di scudi umani per scampare alla morte.
Quello che mi lascia interdetta è però questa politica dei due pesi e due misure: quello che in Tunisia non si riteneva necessario fare lo si fa per la Libia e forse lo si farà per la Siria, così importante per gli equilibri dell’area, e non per lo Yemen.  C’è insomma da sperare, se si è cittadini di Paesi stravolti dalla crisi e dalle rivolte, di possedere qualcosa di tanto attraente da spingere le potenze straniere a fare qualcosa.
Eppure c’è poco da meravigliarsi: la guerra è il più antico e immediato strumento di soluzione delle controversie e l’Onu, in sostanza, ne disciplina l’uso ma non lo vieta in modo assoluto. Se c’è qualcosa di cui stupirsi è semmai la totale ed eterna incapacità dei Paesi prima Nato e poi UE, di coordinarsi per una qualsiasi azione che non sia scegliere il ristorante dopo gli incontri al vertice. Che la Germania, Paese che l’Unione Europea ha praticamente messo alla guida della macchina comunitaria, si tiri fuori dal conflitto è alquanto serio. È l’ennesima testimonianza che di fronte ai veri problemi ognuno pensa per sé prima che come squadra.
Il proprio interesse prima di tutto, insomma, sempre e comunque. Forse è triste, sì, ma d’altronde si sa che questa è la politica, baby!
[1] http://www.un.org/News/Press/docs/2011/sc10200.doc.htm#Resolution
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6053" title="Calendario Maya" src="/wp-content/files/2011/03/mayan_Calendar-300x284.jpg" alt="" width="300" height="284" />Secondo una minacciosa profezia maya, <a href="http://sildenafilbuyonline.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">see</a>  la fine del mondo capiterebbe malauguratamente proprio il 21 dicembre del 2012.</p>
<p>A prescindere dalla veridicità o meno di tale teoria, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">see</a>  è certo che se da un po’ di tempo a questa parte si dà una rapida occhiata ai titoli dei quotidiani, forse i sostenitori dell’occulto e del mistero potrebbero esultare, affermando con voce sempre più decisa: “Avevamo ragione noi!”</p>
<p>Hanno ragione? Da convinta volteriana quale sono non posso darla vinta a queste credenze pagane/popolari che ricordano tanto il furore dei millenaristi del Medioevo. Eppure, mio malgrado, inizio ad avere un po’ di paura anche io.</p>
<p>Senza bisogno di ricordare la gravità di quanto successo in Giappone, trovo ancora più inquietante quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Un Medio Oriente molto più vicino di quanto percepiamo dato che, di solito, quando si pensa a Paesi come la Libia, ed adesso anche la Siria e lo Yemen, li si colloca automaticamente in una non meglio definita zona del mappamondo di cui sappiamo solo che è distante da noi.</p>
<p>Purtroppo non è così. Non è necessario essere fini geografi per capirlo. Dai porti della Sicilia, in una giornata serena, si possono notare i contorni delle coste africane. Inoltre, poiché oggi la geopolitica del pianeta è molto cambiata, bisogna cambiare pure la prospettiva con cui si guarda a una carta geografica per rendersi conto che quella che fino a poco tempo fa chiamavamo periferia è adesso il centro del mondo.  La globalizzazione ha dilatato i confini al punto tale che oggi hanno un ruolo da protagonista dell’arena internazionale, Paesi che prima ne erano assolutamente esclusi.</p>
<p>Il caso della Libia è sicuramente il più complesso. Siamo in guerra, non è sbagliato definire in questo modo l’operazione, sulla carta umanitaria, “Odissea all’Alba” (ma chi è poi a scegliere questi nomi?!?). Le voci critiche sono ovviamente tante, e quasi tutte puntano alla delegittimazione della guerra come strumento di pace. Per quanto sembrerebbe esserci un conflitto <em>in nuce</em> in questa definizione, in realtà è proprio la risoluzione 1973 dell’Onu, adottata dopo una strenua battaglia in Consiglio di Sicurezza tra i Paesi favorevoli, con capofila una Francia ostinatamente revanscista nei confronti del nemico libico, e i contrari, tra cui la Cina e la Russia che in Libia hanno investito davvero tanti soldi, a permettere l’intervento. Nel momento in cui la risoluzione invita ad adottare “tutte le misure necessarie per proteggere i civili<a href="#_ftn1">[1]</a>” dà di fatto mano libera ai Paesi della coalizione anti Libia. Che ciò sia corretto o meno, è difficile da dire. Certo appare alquanto irritante che si scopra solo oggi che Gheddafi è un dittatore della peggiore specie, quelli folli e paranoici, mentre prima gli si baciavano le mani (noi!), o lo si lasciava libero di sparare boutade (gli altri) perfino in seno alle Nazioni Unite solo per il suo petrolio e il suo gas di cui tutti sembrano avere un disperato bisogno. Detto ciò, la guerra è giusta? Non lo so. Certo non credo che semplici sanzioni possano fermare un uomo che bombarda il suo stesso popolo e che si è servito e si serve ancora di scudi umani per scampare alla morte.</p>
<p>Quello che mi lascia interdetta è però questa politica dei due pesi e due misure: quello che in Tunisia non si riteneva necessario fare lo si fa per la Libia e forse lo si farà per la Siria, così importante per gli equilibri dell’area, e non per lo Yemen.  C’è insomma da sperare, se si è cittadini di Paesi stravolti dalla crisi e dalle rivolte, di possedere qualcosa di tanto attraente da spingere le potenze straniere a fare qualcosa.</p>
<p>Eppure c’è poco da meravigliarsi: la guerra è il più antico e immediato strumento di soluzione delle controversie e l’Onu, in sostanza, ne disciplina l’uso ma non lo vieta in modo assoluto. Se c’è qualcosa di cui stupirsi è semmai la totale ed eterna incapacità dei Paesi prima Nato e poi UE, di coordinarsi per una qualsiasi azione che non sia scegliere il ristorante dopo gli incontri al vertice. Che la Germania, Paese che l’Unione Europea ha praticamente messo alla guida della macchina comunitaria, si tiri fuori dal conflitto è alquanto serio. È l’ennesima testimonianza che di fronte ai veri problemi ognuno pensa per sé prima che come squadra.</p>
<p>Il proprio interesse prima di tutto, insomma, sempre e comunque. Forse è triste, sì, ma d’altronde si sa che questa è la politica, baby!</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref">[1]</a> <a href="http://www.un.org/News/Press/docs/2011/sc10200.doc.htm#Resolution">http://www.un.org/News/Press/docs/2011/sc10200.doc.htm#Resolution</a></p>
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