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	<title>The Tamarind &#187; Chiara Francesca Albanesi</title>
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		<title>Libri da leggere #1: Cinquemila chilometri al secondo</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/05/26/cinquemila-chilometri-al-secondo/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 12:11:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Francesca Albanesi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[graphic novel]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Manuele Fior]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>

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		<description><![CDATA[“L’amore in tempi precari” trovato scritto in una recensione, doctor  “Premiato ad Angoulême” sulla fascetta attorno alla copertina. Prendi tra le mani Cinquemila chilomentri al secondo di Manuele Fior, healing  edito da Fandango-Coconino Press. Lo sfogli velocemente e decidi di far tue le sue sfumature di colore così delicate e intense, stuff  melodiche, più che intonate. Tornata a casa ti abbandoni a riposare sul divano e inizi a leggerlo, curiosa di conoscere gli sviluppi di questo amore che no, non ci sono. E l’amore ai tempi del precariato è proprio questo, grazie Manuel. Un sentimento ben più equilibrista degli scoiattoli che hai citato con mia somma devozione. È un amore che copre tutti quei chilometri in un attimo grazie a Skype, ma deve districarsi, per vivere e crescere, tra coordinate logistiche, progetti contrattati, affitti, sogni inscatolati. Spesso non lo fa, spesso semplicemente riesce a ritrovarsi, dopo fughe in mete esotiche e retribuite, siano l’Egitto, la Svezia o Berlino, per raccontarsi come si sta sopravvivendo.
-Vede, noi non apparteniamo veramente a questo posto, ma del resto non apparteniamo più a quello che lasciamo. Agli occhi di queste persone rimaniamo degli estranei. Col tempo finiamo per diventarlo anche per i nostri cari. E questo non vuol dire essere liberi. Persi semmai.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6175" title="Manuele-Fior-Cinquemila-chilometri-al-secondo-cover" src="/wp-content/files/2011/05/Manuele-Fior-Cinquemila-chilometri-al-secondo-cover-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" />“L’amore in tempi precari” trovato scritto in una recensione, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">doctor</a>  “Premiato ad Angoulême” sulla fascetta attorno alla copertina. Prendi tra le mani Cinquemila chilomentri al secondo di <a href="http://manuelefior.com/" target="_blank">Manuele Fior</a>, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">healing</a>  edito da Fandango-Coconino Press. Lo sfogli velocemente e decidi di far tue le sue sfumature di colore così delicate e intense, <a href="http://viagragenericedpills.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">stuff</a>  melodiche, più che intonate. Tornata a casa ti abbandoni a riposare sul divano e inizi a leggerlo, curiosa di conoscere gli sviluppi di questo amore che no, non ci sono. E l’amore ai tempi del precariato è proprio questo, grazie Manuel. Un sentimento ben più equilibrista degli scoiattoli che hai citato con mia somma devozione. È un amore che copre tutti quei chilometri in un attimo grazie a Skype, ma deve districarsi, per vivere e crescere, tra coordinate logistiche, progetti contrattati, affitti, sogni inscatolati. Spesso non lo fa, spesso semplicemente riesce a ritrovarsi, dopo fughe in mete esotiche e retribuite, siano l’Egitto, la Svezia o Berlino, per raccontarsi come si sta sopravvivendo.</p>
<p><em>-Vede, noi non apparteniamo veramente a questo posto, ma del resto non apparteniamo più a quello che lasciamo. Agli occhi di queste persone rimaniamo degli estranei. Col tempo finiamo per diventarlo anche per i nostri cari. E questo non vuol dire essere liberi. Persi semmai.</em></p>
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		<title>Slam X &#8211; Bombe di carta su Milano</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Dec 2010 10:48:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Francesca Albanesi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Sarà un week-end d&#8217;ossigeno per Milano quello del prossimo 18 e 19 dicembre. In programma una due giorni di cultura, cialis  quella aperta, sickness  viva, resistente. Musica, parole, immagini, un alternarsi sul palco di musicisti, scrittori, attori e disegnatori, dieci minuti a testa. Un fiume in piena chiamato Slam X, organizzato dalla case editrice Agenzia X  presso il Cox 18, fulcro storico dell&#8217;attivismo milanese.
“Per fare rivoluzione servono belle parole” era la frase con cui si presentava la scorsa e prima edizione. Sono passati dodici mesi, qualcosa sembra proprio iniziato: è più che calzante accompagnarlo con storie, suoni, voci, che siano armi non violente sì, ma mai pacifiche, delle vere “bombe di carta”, specie se lo sguardo è ancora sulla Roma della fiducia.
Produrre cultura in Italia è oggi inevitabilmente un atto politico di resistenza, che sia  consapevole o meno; se costruita in maniera indipendente, autoprodotta poi, lo è ancora di più. La resistenza di chi lavora con passione e qualità nonostante i tagli dei finanziamenti, nonostante il labirinto di speculazione burocratica della Siae, i contratti inesistenti che poi “se riesci a farmelo gratis è meglio, sai, con &#8217;sta crisi”. È opporre idee, novità e dibattito alle compravendite stagnanti dei palazzi, ai dirigenti politici che in nome della propria privacy e della democrazia tentano d&#8217;incarcerare l&#8217;informazione.
Slam X è la proposta di andare controcorrente in un Paese alla deriva e mettere la cultura prima di tutto, scopo finale e punto di partenza, per la molta strada da fare per salvare l&#8217;Italia. Il sabato dalle 21 fino a notte fonda, mentre la domenica dalle 14 con il mercatino dell&#8217;editoria indipendente e in conclusione una reading dedicata a Majakovskij, al 18 di via Conchetta passerà gente come Manuel Agnelli degli Afterhours e Giovanni Gulino di Marta sui tubi, Valerio Mastandrea, i disegnatori Elfo, Matteo Guarnaccia e Davide Toffolo, gli autori Aldo Nove, Gianni Biondillo, Alan D. Altieri, Piero Colaprico, Pap Khouma, Piersandro Pallavicini, Chiara Valerio, Fabio Viola e, si spera, voi.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/files/2010/12/slam.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5882" src="/wp-content/files/2010/12/slam-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a>Sarà un week-end d&#8217;ossigeno per Milano quello del prossimo 18 e 19 dicembre. In programma una due giorni di cultura, <a href="http://sildenafil24.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis</a>  quella aperta, <a href="http://buycheapviagras.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sickness</a>  viva, resistente. Musica, parole, immagini, un alternarsi sul palco di musicisti, scrittori, attori e disegnatori, dieci minuti a testa. Un fiume in piena chiamato <em>Slam X</em>, organizzato dalla case editrice Agenzia X  presso il Cox 18, fulcro storico dell&#8217;attivismo milanese.</p>
<p>“Per fare rivoluzione servono belle parole” era la frase con cui si presentava la scorsa e prima edizione. Sono passati dodici mesi, qualcosa sembra proprio iniziato: è più che calzante accompagnarlo con storie, suoni, voci, che siano armi non violente sì, ma mai pacifiche, delle vere “bombe di carta”, specie se lo sguardo è ancora sulla Roma della fiducia.</p>
<p>Produrre cultura in Italia è oggi inevitabilmente un atto politico di resistenza, che sia  consapevole o meno; se costruita in maniera indipendente, autoprodotta poi, lo è ancora di più. La resistenza di chi lavora con passione e qualità nonostante i tagli dei finanziamenti, nonostante il labirinto di speculazione burocratica della Siae, i contratti inesistenti che poi “se riesci a farmelo gratis è meglio, sai, con &#8217;sta crisi”. È opporre idee, novità e dibattito alle compravendite stagnanti dei palazzi, ai dirigenti politici che in nome della propria privacy e della democrazia tentano d&#8217;incarcerare l&#8217;informazione.</p>
<p>Slam X è la proposta di andare controcorrente in un Paese alla deriva e mettere la cultura prima di tutto, scopo finale e punto di partenza, per la molta strada da fare per salvare l&#8217;Italia. Il sabato dalle 21 fino a notte fonda, mentre la domenica dalle 14 con il mercatino dell&#8217;editoria indipendente e in conclusione una reading dedicata a Majakovskij, al 18 di via Conchetta passerà gente come Manuel Agnelli degli Afterhours e Giovanni Gulino di Marta sui tubi, Valerio Mastandrea, i disegnatori Elfo, Matteo Guarnaccia e Davide Toffolo, gli autori Aldo Nove, Gianni Biondillo, Alan D. Altieri, Piero Colaprico, Pap Khouma, Piersandro Pallavicini, Chiara Valerio, Fabio Viola e, si spera, voi.</p>
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		<title>Chiamatela pure felicità</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Nov 2010 23:54:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Francesca Albanesi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;avevo scoperto dal vivo, viagra  un paio di anni fa più o meno, prostate  nel circolo Arci periferico dei miei amici. Mi avevano consigliato di passare a sentire “quello che fa musica buona, ailment  e poi sai, la copertina gliel&#8217;ha fatta Gipi”. Il primo album, Canzoni da spiaggia deturpata, ha combattuto per mesi con l&#8217;interrogativo di chi non capiva che Le luci della centrale elettrica in realtà fossero uno solo. Vasco Brondi, chitarra e voce, il 9 novembre è uscito con il secondo capitolo delle sue parole musicate, Per ora noi la chiameremo felicità, in loop qui attorno a me da un&#8217;oretta.
Temevo un cambiamento, contando i giorni che mancavano all&#8217;uscita e sbirciando le voci di corridoio sul web, invece è tornato ed è sempre lui. La stessa chitarra con quelle frasi, sature di realtà, montate in modo da riuscire a graffiare anche nei luoghi più comuni. Così triste, così vero, l&#8217;amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici, del precariato, delle ombre color petrolio, “che a forza di ferirci siamo diventati consanguinei”.
Questa volta le collaborazioni sono tante e la qualità non si spreca: l&#8217;illustrazione di Andrea Bruno,  la partecipazione di Stefano Pilia, Rodrigo D&#8217;Erasmo ed Enrico Gabrielli. Il secondo video estratto dal disco, dopo Cara Catastrofe girato nel traffico della Tuscolana, è Quando tornerai dall&#8217;estero, disegni, animazione, regia e montaggio di Michele Bernardi: una delizia. “Pensavo che era come prepararsi per una manifestazione che non c&#8217;è, per affrontare una città silenziosa e deserta, e una giornata qualsiasi ma con una specie di armatura. Che è importante correre, avere freddo ogni tanto, dormire vestiti, saltare i pasti, per fare quello che volete”. Lo commenta così Vasco, presentandolo sul suo sito.
Non si può non affezionarsi all&#8217;istante ad ogni brano di questo nuovo lavoro ed eleggerlo a compagno di viaggio, sui mezzi pubblici o sui treni regionali, colonna sonora dei tanti paesaggi pendolari e precari che già sono stati attraversati con quello d&#8217;esordio. Un racconto di questi tempi, senza stare a chiamare in causa identificazioni generazionali, somiglianze accese o spente, De André e tutto il resto.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/files/2010/11/lelucicentraleletrica.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5783" src="/wp-content/files/2010/11/lelucicentraleletrica.jpg" alt="" width="251" height="251" /></a>L&#8217;avevo scoperto dal vivo, <a href="http://sildenafilbuyonline.net/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  un paio di anni fa più o meno, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">prostate</a>  nel circolo Arci periferico dei miei amici. Mi avevano consigliato di passare a sentire “quello che fa musica buona, <a href="http://viagracoupongeneric.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">ailment</a>  e poi sai, la copertina gliel&#8217;ha fatta Gipi”. Il primo album, <em>Canzoni da spiaggia deturpata,</em> ha combattuto per mesi con l&#8217;interrogativo di chi non capiva che <em>Le luci della centrale elettrica</em> in realtà fossero uno solo. Vasco Brondi, chitarra e voce, il 9 novembre è uscito con il secondo capitolo delle sue parole musicate, <em>Per ora noi la chiameremo felicità</em>, in loop qui attorno a me da un&#8217;oretta.</p>
<p>Temevo un cambiamento, contando i giorni che mancavano all&#8217;uscita e sbirciando le voci di corridoio sul web, invece è tornato ed è sempre lui. La stessa chitarra con quelle frasi, sature di realtà, montate in modo da riuscire a graffiare anche nei luoghi più comuni. Così triste, così vero, l&#8217;amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici, del precariato, delle ombre color petrolio, “che a forza di ferirci siamo diventati consanguinei”.</p>
<p>Questa volta le collaborazioni sono tante e la qualità non si spreca: l&#8217;illustrazione di Andrea Bruno,  la partecipazione di Stefano Pilia, Rodrigo D&#8217;Erasmo ed Enrico Gabrielli. Il secondo video estratto dal disco, dopo <em>Cara Catastrofe </em>girato nel traffico della Tuscolana<em>, </em>è <em>Quando tornerai dall&#8217;estero</em>, disegni, animazione, regia e montaggio di Michele Bernardi: una delizia. “Pensavo che era come prepararsi per una manifestazione che non c&#8217;è, per affrontare una città silenziosa e deserta, e una giornata qualsiasi ma con una specie di armatura. Che è importante correre, avere freddo ogni tanto, dormire vestiti, saltare i pasti, per fare quello che volete”. Lo commenta così Vasco, presentandolo sul suo sito.</p>
<p>Non si può non affezionarsi all&#8217;istante ad ogni brano di questo nuovo lavoro ed eleggerlo a compagno di viaggio, sui mezzi pubblici o sui treni regionali, colonna sonora dei tanti paesaggi pendolari e precari che già sono stati attraversati con quello d&#8217;esordio. Un racconto di questi tempi, senza stare a chiamare in causa identificazioni generazionali, somiglianze accese o spente, De André e tutto il resto.</p>
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		<title>Il Tamarindo ha incontrato: Amici Granievaghi a Milano</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Oct 2010 21:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Francesca Albanesi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Grani&#8221; e &#8220;vaghi&#8221; sono due sinonimi, remedy  usati un tempo per indicare le perle, sick  che erano moneta per i commerci. Ingrid e Mariella, patient  nella loro bottega di via Lomazzo 11 a Milano, scambiano le perle con la passione e le parole, in una confusione accogliente. Granievaghi è nato nel 1992 da un&#8217;idea di Silvia Corti, ed è stato rilevato pochi mesi fa da Ingrid Strain e Mariella Curci, entrambe già una presenza costante e creativa nella bottega di zona Sarpi, che adesso si chiama &#8220;Amici Granievaghi&#8221;.
Sono andata a trovarle di primo pomeriggio, con l&#8217;intenzione di conoscere meglio il trascorso di un&#8217;attività storica, ma con piacevole sorpresa mi sono ritrovata ad appuntare i loro progetti futuri, volti a una continua innovazione e ad un’incessante ricerca, nei materiali e nelle proposte (insieme a Mariella ed Ingrid c&#8217;è Doris Jung, stilista, con i suoi cappelli ed abiti per bambini fatti a mano), sempre nel segno della continuità con la qualità caratteristica del marchio.
Le donne di Amici Granievaghi sono la testimonianza di come la passione artigiana di qualità sappia coinvolgere e conquistare, fino a giurarle fedeltà. Un amore che naturalmente traspare dalla produzione: una varietà di modelli unici, inimitabili perché nati grazie a mani attente e vivaci, nello spazio fertile di una bottega in cui si incontrano la professionalità delle produttrici e l&#8217;esigenza delle clienti. Attorno a noi, sedute al tavolo da lavoro, i diversi tipi di perle e poi legno, fiori, fili e corde, in cotone e lino, di ogni colore e spessore. Cesti, cassetti, scatole e mensole di pietre, conchiglie, campanelli. Un&#8217;oasi di materiali e colori, un laboratorio in cui scegliere un gioiello significa, senza rendersene conto, entrare a far parte di un ambiente e di una comunità, provando una sensazione molto simile a quella di sentirsi a casa.
Consapevoli di questo clima che si crea nella bottega, Ingrid e Mariella sono decise a far del loro negozio uno spazio sociale, aperto, inclusivo, un luogo da frequentare e non un’anonima “boutique” in cui limitarsi a passare alla cassa. Il 14 ottobre un filo rosso legherà Amici Granievaghi ed Emergency in un aperitivo-benefit, mentre per le domeniche di novembre, che a Milano sanno così tanto di grigio e di porte chiuse, le proprietarie apriranno il loro spazio per un corso di lavoro a maglia, per riscoprire il chiacchiericcio colorato da sferruzzo, e viceversa.
I gioielli di Mariella ed Ingrid, così come i cappelli e gli abiti di Doris, possiedono un valore che non può essere rinchiuso nel cartellino del prezzo, (peraltro adatto, nei vari modelli, ad ogni tasca) ma che sta, per tornare alle parole “grani” e “vaghi”, nello scambio: di gusti, di storie di vita come della chiacchiera più banale. È il piacere d&#8217;indossare un oggetto che ha una significato e un piccolo vissuto, sia esso fatto di lustri d&#8217;esperienza o di semplici momenti d&#8217;incontro.
(Fotografia di Chiara Francesca Albanesi)
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/files/2010/10/grani-e-vaghi-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5627" src="/wp-content/files/2010/10/grani-e-vaghi-2-300x257.jpg" alt="" width="300" height="257" /></a>&#8220;Grani&#8221; e &#8220;vaghi&#8221; sono due sinonimi, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">remedy</a>  usati un tempo per indicare le perle, <a href="http://viagracoupongeneric.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sick</a>  che erano moneta per i commerci. Ingrid e Mariella, <a href="http://sildenafilbuyonline.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">patient</a>  nella loro bottega di via Lomazzo 11 a Milano, scambiano le perle con la passione e le parole, in una confusione accogliente. Granievaghi è nato nel 1992 da un&#8217;idea di Silvia Corti, ed è stato rilevato pochi mesi fa da Ingrid Strain e Mariella Curci, entrambe già una presenza costante e creativa nella bottega di zona Sarpi, che adesso si chiama &#8220;Amici Granievaghi&#8221;.</p>
<p>Sono andata a trovarle di primo pomeriggio, con l&#8217;intenzione di conoscere meglio il trascorso di un&#8217;attività storica, ma con piacevole sorpresa mi sono ritrovata ad appuntare i loro progetti futuri, volti a una continua innovazione e ad un’incessante ricerca, nei materiali e nelle proposte (insieme a Mariella ed Ingrid c&#8217;è Doris Jung, stilista, con i suoi cappelli ed abiti per bambini fatti a mano), sempre nel segno della continuità con la qualità caratteristica del marchio.</p>
<p>Le donne di Amici Granievaghi sono la testimonianza di come la passione artigiana di qualità sappia coinvolgere e conquistare, fino a giurarle fedeltà. Un amore che naturalmente traspare dalla produzione: una varietà di modelli unici, inimitabili perché nati grazie a mani attente e vivaci, nello spazio fertile di una bottega in cui si incontrano la professionalità delle produttrici e l&#8217;esigenza delle clienti. Attorno a noi, sedute al tavolo da lavoro, i diversi tipi di perle e poi legno, fiori, fili e corde, in cotone e lino, di ogni colore e spessore. Cesti, cassetti, scatole e mensole di pietre, conchiglie, campanelli. Un&#8217;oasi di materiali e colori, un laboratorio in cui scegliere un gioiello significa, senza rendersene conto, entrare a far parte di un ambiente e di una comunità, provando una sensazione molto simile a quella di sentirsi a casa.</p>
<p>Consapevoli di questo clima che si crea nella bottega, Ingrid e Mariella sono decise a far del loro negozio uno spazio sociale, aperto, inclusivo, un luogo da frequentare e non un’anonima “boutique” in cui limitarsi a passare alla cassa. Il 14 ottobre un filo rosso legherà Amici Granievaghi ed Emergency in un aperitivo-benefit, mentre per le domeniche di novembre, che a Milano sanno così tanto di grigio e di porte chiuse, le proprietarie apriranno il loro spazio per un corso di lavoro a maglia, per riscoprire il chiacchiericcio colorato da sferruzzo, e viceversa.</p>
<p>I gioielli di Mariella ed Ingrid, così come i cappelli e gli abiti di Doris, possiedono un valore che non può essere rinchiuso nel cartellino del prezzo, (peraltro adatto, nei vari modelli, ad ogni tasca) ma che sta, per tornare alle parole “grani” e “vaghi”, nello scambio: di gusti, di storie di vita come della chiacchiera più banale. È il piacere d&#8217;indossare un oggetto che ha una significato e un piccolo vissuto, sia esso fatto di lustri d&#8217;esperienza o di semplici momenti d&#8217;incontro.</p>
<p>(Fotografia di Chiara Francesca Albanesi)</p>
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		<title>Amaro come Cuba</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Sep 2010 21:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Francesca Albanesi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Politica internazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[È insieme un’opportunità unica e un motivo di disagio quella di poter osservare le avvisaglie di cambiamento comparse sopra il cielo di Cuba con persone che, here  pur vivendo da tempo in Italia, pharmacy  sono nate e cresciute nell&#8217;isola della Revolución. Attraverso le parole, gli sguardi e i gesti, si coglie e si comprende la rabbia di chi deve raccontare come nella propria amata terra viva un popolo ora disperato, obbligato a sopravvivere tra fame e corruzione. Al tempo stesso, però, si prova un immenso disagio, perché chi ti parla è il primo a chiederti di fingere di aver sentito e visto quelle parole e quei gesti da qualcun altro, per paura delle ritorsioni in patria: a Cuba hanno una famiglia, dei genitori anziani che possono essere puniti, una casa che può essere loro tolta. Perché anche se chi emigra in Italia, come in altri Paesi europei, non è considerato un traditore al pari dei tanti che fuggono via mare per gli Stati Uniti, criticare il governo ti rende automaticamente un nemico da punire, di cui poter abusare.
Colpisce ed è volto a colpire il giudizio negativo con cui Fidel Castro, nei panni dell&#8217;oppositore di se stesso, ha risposto alla domanda del giornalista dell&#8217;Atlantic, Jeffrey Goldberg: “I asked him if he believed the Cuban model was still something worth exporting. «The Cuban model doesn&#8217;t even work for us anymore» he said”. Una battuta scambiata in privato poi riveduta, corretta e smentita alla televisione cubana.
Fidel è ricomparso in camicia verde da un paio di mesi. È tornato invecchiato, indebolito dalla malattia, più riflessivo, attento alle relazioni e alle problematiche internazionali, e soprattutto a riprendervi posizione. Che il sistema cubano sia fallito, e la sua ipotetica esportazione un anacronismo, è evidente tanto quanto la necessità di un cambiamento (commenti, questi, che peraltro si addicono all&#8217;economia statunitense che ha portato alla crisi di due anni fa). Certamente Castro non sta apertamente ammettendo la sconfitta davanti al nemico storico, né soprattutto rinnega la rivoluzione. Eppure un tempo non si sarebbe mai lasciato andare a simili battute.
Chi discute con me della sua ricomparsa è appena tornato da una visita di qualche settimana all’Havana. L&#8217;amarezza è nell&#8217;aria, e non tanto per il caffè lunghissimo che accompagna la nostra discussione. È palpabile nella sensazione d&#8217;impotenza al sapere che la propria madre prende una pensione di quattro euro mensili, quando per una bottiglietta d&#8217;olio d&#8217;oliva ce ne vogliono sette, e si mescola alla tristezza di ammettere che l&#8217;unico modo per farcela è delinquere. Per questo, rivedere Fidel Castro nelle vesti di comandante riesce perfino a strappare dalla sua bocca una parola come speranza: quella, unita al ricordo della sua autorità, che possa restituire dignità al popolo di Cuba.
Durante la sua assenza le scelte politiche e sociali del fratello Raoul hanno accumulato povertà e logorato un consenso già fragile. Il Lìder Màximo, tornato ad affiancarlo al governo, appare oggi l’ombra di se stesso, aggrappato, da una parte, a ciò che del rivoluzionario è rimasto in lui e, dall&#8217;altra, alla ricerca di distensione e appoggio nei confronti delle potenze straniere. È una seconda rivoluzione quella che spetta a Cuba, che non ha i toni eclatanti del &#8216;59, ma è fatta di minimi cambiamenti, e di minime resistenze al sistema, che andranno protetti e sviluppati dal senso di responsabilità e democrazia del popolo, a prescindere dalle ammissioni velate di insuccesso e dai tentativi maldestri di quelle camicie verdi al potere.
(Illustrazione di Chiara Francesca Albanesi)
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/files/2010/09/cuba-illustrazione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5581" src="/wp-content/files/2010/09/cuba-illustrazione-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a>È insieme un’opportunità unica e un motivo di disagio quella di poter osservare le avvisaglie di cambiamento comparse sopra il cielo di Cuba con persone che, <a href="http://buy-levitraonline.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">here</a>  pur vivendo da tempo in Italia, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pharmacy</a>  sono nate e cresciute nell&#8217;isola della Revolución. Attraverso le parole, gli sguardi e i gesti, si coglie e si comprende la rabbia di chi deve raccontare come nella propria amata terra viva un popolo ora disperato, obbligato a sopravvivere tra fame e corruzione. Al tempo stesso, però, si prova un immenso disagio, perché chi ti parla è il primo a chiederti di fingere di aver sentito e visto quelle parole e quei gesti da qualcun altro, per paura delle ritorsioni in patria: a Cuba hanno una famiglia, dei genitori anziani che possono essere puniti, una casa che può essere loro tolta. Perché anche se chi emigra in Italia, come in altri Paesi europei, non è considerato un traditore al pari dei tanti che fuggono via mare per gli Stati Uniti, criticare il governo ti rende automaticamente un nemico da punire, di cui poter abusare.</p>
<p>Colpisce ed è volto a colpire il giudizio negativo con cui Fidel Castro, nei panni dell&#8217;oppositore di se stesso, ha risposto alla domanda del giornalista dell&#8217;Atlantic, Jeffrey Goldberg: <a href="http://www.theatlantic.com/international/archive/2010/09/fidel-cuban-model-doesnt-even-work-for-us-anymore/62602/" target="_blank"><em>“I asked him if he believed the Cuban model was still something worth exporting. </em><em>«</em><em>The Cuban model doesn&#8217;t even work for us anymore</em><em>»</em></a><em><a href="http://www.theatlantic.com/international/archive/2010/09/fidel-cuban-model-doesnt-even-work-for-us-anymore/62602/" target="_blank"> he said”</a>. </em>Una battuta scambiata in privato poi riveduta, corretta e smentita alla televisione cubana.</p>
<p>Fidel è ricomparso in camicia verde da un paio di mesi. È tornato invecchiato, indebolito dalla malattia, più riflessivo, attento alle relazioni e alle problematiche internazionali, e soprattutto a riprendervi posizione. Che il sistema cubano sia fallito, e la sua ipotetica esportazione un anacronismo, è evidente tanto quanto la necessità di un cambiamento (commenti, questi, che peraltro si addicono all&#8217;economia statunitense che ha portato alla crisi di due anni fa). Certamente Castro non sta apertamente ammettendo la sconfitta davanti al nemico storico, né soprattutto rinnega la rivoluzione. Eppure un tempo non si sarebbe mai lasciato andare a simili battute.</p>
<p>Chi discute con me della sua ricomparsa è appena tornato da una visita di qualche settimana all’Havana. L&#8217;amarezza è nell&#8217;aria, e non tanto per il caffè lunghissimo che accompagna la nostra discussione. È palpabile nella sensazione d&#8217;impotenza al sapere che la propria madre prende una pensione di quattro euro mensili, quando per una bottiglietta d&#8217;olio d&#8217;oliva ce ne vogliono sette, e si mescola alla tristezza di ammettere che l&#8217;unico modo per farcela è delinquere. Per questo, rivedere Fidel Castro nelle vesti di comandante riesce perfino a strappare dalla sua bocca una parola come <em>speranza</em>: quella, unita al ricordo della sua autorità, che possa restituire dignità al popolo di Cuba.</p>
<p>Durante la sua assenza le scelte politiche e sociali del fratello Raoul hanno accumulato povertà e logorato un consenso già fragile. Il Lìder Màximo, tornato ad affiancarlo al governo, appare oggi l’ombra di se stesso, aggrappato, da una parte, a ciò che del rivoluzionario è rimasto in lui e, dall&#8217;altra, alla ricerca di distensione e appoggio nei confronti delle potenze straniere. È una seconda rivoluzione quella che spetta a Cuba, che non ha i toni eclatanti del &#8216;59, ma è fatta di minimi cambiamenti, e di minime resistenze al sistema, che andranno protetti e sviluppati dal senso di responsabilità e democrazia del popolo, a prescindere dalle ammissioni velate di insuccesso e dai tentativi maldestri di quelle camicie verdi al potere.</p>
<p>(Illustrazione di Chiara Francesca Albanesi)</p>
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		<title>Il Tamarindo ha visto: ViaEmiliaDocFest</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Sep 2010 22:57:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Francesca Albanesi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[documentari]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Restano ancora pochi giorni per votare sul sito del ViaEmiliaDocFest. Dopodiché, cialis  dal 15 al 17 ottobre, order  a Reggio Emilia sarà scelto il vincitore tra i cinque video più votati. Da premiare fin d’ora, comunque, è la scelta dell&#8217;organizzazione di mettere a disposizione del pubblico, sul web, i trenta documentari italiani in gara: tutti in alta definizione, per essere valutati e votati dal pubblico di internet. L&#8217;invito è quello di perdere del tempo a guardarne almeno un paio: la qualità di ogni film è alta tanto quanto il valore dei contenuti. Si parla di mafia ed immigrazione, di impegno sul territorio e del valore della terra. Traspaiono le preoccupazioni e gli impegni di chi oggi ha voglia di capire e mostrare cosa non va attorno a sé, che si sia italiani o francesi, tunisini o iracheni, ed è proprio per l&#8217;importanza e il coraggio del racconto che va lodata la scelta di rendere fruibile a chiunque il materiale in concorso.
Il consiglio è di partire dalla delicatezza dei Diari del Novecento di Stefano Grossi, una selezione di testimonianze di personaggi chiave del secolo scorso, in un&#8217;alternanza tra immagini e recitazione. Attori ed attrici italiane prestano la propria voce alle riflessioni di Kurt Cobain (Elio Germano), Alda Merini (Patrizia Piccinini), Mira Markovic, vedova Milosevic (Tatiana Lepore) o della giovane palestinese Layla (Sabrina Impacciatore). Un montaggio essenziale e allo stesso tempo estremamente attento ai dettagli e alle pause, così come quello che rende straordinaria la descrizione dell&#8217;oasi tunisina di Chenini (Le acque di Chenini), l&#8217;unica oasi di mare del Mediterraneo, culla di colture e tradizioni che sta scomparendo. La perdita del legame con la terra impregna anche ogni inquadratura de Il suolo minacciato di Nicola Dall&#8217;Olio: una produzione WWF Parma, lucida denuncia di ciò che da tempo è sotto gli occhi di ogni cittadino del Nord Italia, ovvero la perdita di ettari su ettari di terreno fertile, inglobati da un&#8217;edilizia inutile e sregolata.
Molte le storie sociali d&#8217;integrazione, lotta e resistenza.  C&#8217;è quella di Ladyfilmine di Giulia Vallicelli, a seguire la novità  di Lorenzo Scurati, che con Fandango ha presentato un ottimo spaccato della quotidianità in Via Volonté numero 9, consigliato a chi quando sente parlare di occupazioni risponde per sentito dire. Ne La Guerra di Mario c’è la lotta alla mafia, con la vicenda di Mario Congiusta , padre di Gianluca, assassinato dalla &#8216;ndrangheta per non aver pagato il pizzo. E poi il vuoto della Strage di Bologna con le dichiarazioni delle vittime (L&#8217;estate spezzata), e infine le storie di quotidiana immigrazione in Jamal va in Europa, Ritratto di famiglia con badante, e in Famille, di François Farellacci.
Il consiglio del Tamarindo è quindi di godervi lo sguardo acuto e mai banale della produzione documentaria italiana di oggi, approfittando del ViaEmiliaDocFest. Un&#8217;occasione preziosa, quella offerta dall&#8217;organizzazione al pubblico di internet, anche per rendervi conto in prima persona di come la libertà di circolazione di immagini e contenuti, più che un ostacolo, risulti in realtà uno stimolo ed un toccasana per la produzione, lo scambio creativo e culturale e l&#8217;informazione.
(Illustrazione di Chiara Francesca Albanesi)
http://www.viaemiliadocfest.tv/film-DIARI-DEL-NOVECENTO-hd-2.html
http://www.viaemiliadocfest.tv/film-LE-ACQUE-DI-CHENINI-hd-31.html
http://www.viaemiliadocfest.tv/film-IL-SUOLO-MINACCIATO-hd-10.html
http://www.viaemiliadocfest.tv/film-VIA-VOLONTE&#8217;-NUMERO-9-hd-28.html
http://www.viaemiliadocfest.tv/film-LADYFILMINE-hd-16.html
http://www.viaemiliadocfest.tv/film-LA-GUERRA-DI-MARIO-hd-15.html
http://www.viaemiliadocfest.tv/film-L&#8217;ESTATE-SPEZZATA-A-30-anni-dalla-strage-del-2-agosto-1980-hd-14.html
http://www.viaemiliadocfest.tv/film-JAMAL-VA-IN-EUROPA-hd-13.html
http://www.viaemiliadocfest.tv/film-RITRATTO-DI-FAMIGLIA-CON-BADANTE-hd-23.html
http://www.viaemiliadocfest.tv/film-FAMILLE-hd-3.html
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/files/2010/09/viaemiliadoc.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5571" src="/wp-content/files/2010/09/viaemiliadoc-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Restano ancora pochi giorni per votare sul sito del ViaEmiliaDocFest. Dopodiché, <a href="http://cialis24online.net/" title="cialis" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis</a>  dal 15 al 17 ottobre, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">order</a>  a Reggio Emilia sarà scelto il vincitore tra i cinque video più votati. Da premiare fin d’ora, comunque, è la scelta dell&#8217;organizzazione di mettere a disposizione del pubblico, sul web, i trenta documentari italiani in gara: tutti in alta definizione, per essere valutati e votati dal pubblico di internet. L&#8217;invito è quello di perdere del tempo a guardarne almeno un paio: la qualità di ogni film è alta tanto quanto il valore dei contenuti. Si parla di mafia ed immigrazione, di impegno sul territorio e del valore della terra. Traspaiono le preoccupazioni e gli impegni di chi oggi ha voglia di capire e mostrare cosa non va attorno a sé, che si sia italiani o francesi, tunisini o iracheni, ed è proprio per l&#8217;importanza e il coraggio del racconto che va lodata la scelta di rendere fruibile a chiunque il materiale in concorso.</p>
<p>Il consiglio è di partire dalla delicatezza dei <em>Diari del Novecento</em> di Stefano Grossi, una selezione di testimonianze di personaggi chiave del secolo scorso, in un&#8217;alternanza tra immagini e recitazione. Attori ed attrici italiane prestano la propria voce alle riflessioni di Kurt Cobain (Elio Germano), Alda Merini (Patrizia Piccinini), Mira Markovic, vedova Milosevic (Tatiana Lepore) o della giovane palestinese Layla (Sabrina Impacciatore). Un montaggio essenziale e allo stesso tempo estremamente attento ai dettagli e alle pause, così come quello che rende straordinaria la descrizione dell&#8217;oasi tunisina di Chenini (<em>Le acque di Chenini</em>), l&#8217;unica oasi di mare del Mediterraneo, culla di colture e tradizioni che sta scomparendo. La perdita del legame con la terra impregna anche ogni inquadratura de <em>Il suolo minacciato</em> di Nicola Dall&#8217;Olio: una produzione WWF Parma, lucida denuncia di ciò che da tempo è sotto gli occhi di ogni cittadino del Nord Italia, ovvero la perdita di ettari su ettari di terreno fertile, inglobati da un&#8217;edilizia inutile e sregolata.</p>
<p>Molte le storie sociali d&#8217;integrazione, lotta e resistenza.  C&#8217;è quella d<em>i Ladyfilmine</em> di Giulia Vallicelli, a seguire la novità  di Lorenzo Scurati, che con Fandango ha presentato un ottimo spaccato della quotidianità in <em>Via Volonté numero 9</em>, consigliato a chi quando sente parlare di occupazioni risponde per sentito dire. Ne <em>La Guerra di Mario</em> c’è la lotta alla mafia, con la vicenda di Mario Congiusta , padre di Gianluca, assassinato dalla &#8216;ndrangheta per non aver pagato il pizzo. E poi il vuoto della Strage di Bologna con le dichiarazioni delle vittime (<em>L&#8217;estate spezzata)</em>, e infine le storie di quotidiana immigrazione in <em>Jamal va in Europa</em>, <em>Ritratto di famiglia con badante,</em> e in <em>Famille</em>, di François Farellacci.</p>
<p>Il consiglio del Tamarindo è quindi di godervi lo sguardo acuto e mai banale della produzione documentaria italiana di oggi, approfittando del ViaEmiliaDocFest. Un&#8217;occasione preziosa, quella offerta dall&#8217;organizzazione al pubblico di internet, anche per rendervi conto in prima persona di come la libertà di circolazione di immagini e contenuti, più che un ostacolo, risulti in realtà uno stimolo ed un toccasana per la produzione, lo scambio creativo e culturale e l&#8217;informazione.</p>
<p>(Illustrazione di Chiara Francesca Albanesi)</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://www.viaemiliadocfest.tv/film-DIARI-DEL-NOVECENTO-hd-2.html" target="_blank">http://www.viaemiliadocfest.tv/film-DIARI-DEL-NOVECENTO-hd-2.html</a></p>
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<p><a rel="nofollow" href="http://www.viaemiliadocfest.tv/film-LADYFILMINE-hd-16.html" target="_blank">http://www.viaemiliadocfest.tv/film-LADYFILMINE-hd-16.html</a></p>
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<p><a rel="nofollow" href="http://www.viaemiliadocfest.tv/film-FAMILLE-hd-3.html" target="_blank">http://www.viaemiliadocfest.tv/film-FAMILLE-hd-3.html</a></p>
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		<title>Italia-Cile: quando l&#8217;acqua è un affare privato</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2010/09/08/italia-cile-quando-lacqua-e-un-affare-privato/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 14:57:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Francesca Albanesi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Grazie all&#8217;acquisizione della società locale Endesa, buy viagra  il gruppo Enel si occuperà della costruzione di cinque dighe nella Patagonia cilena: HydroAysèn, pharmacy  il nome dell&#8217;opera, treat  dalla regione dell&#8217;Aysén che se ne vedrà invasa. I costi, quantificati inizialmente in circa 3 miliardi di dollari (ma stime più recenti li danno raddoppiati), sembra siano direttamente proporzionali alla gravità dell&#8217;impatto ambientale che gli impianti avranno sulla regione. Il progetto, presentato nel 2006 dopo una serie di studi da Endesa, insieme alla compagnia cilena Colbùn S.A, è in attesa dell&#8217;approvazione del governo. Endesa spera di iniziare già nel 2012, ma i nodi da sciogliere sono proprio quelli legati alle conseguenze sull&#8217;ambiente.
Per spiegare quello che sta accadendo in Patagonia occorre ripercorrere delle tappe e tornare indietro nel tempo. Precisamente si deve risalire all’ultimo anno della dittatura militare di Pinochet, il 1989, quando il regime privatizzò l’azienda pubblica di produzione dell’energia, la Enersis. L’operazione, però, prevedeva non solo la privatizzazione degli impianti di produzione e distribuzione dell’energia, ma anche la cessione dei “derechos de aguas”, ovvero i diritti di sfruttamento dei corsi d’acqua. Nel 1997 Enersis venne a sua volta venduta alla spagnola Endesa, che comprò anche i derechos de aguas. Nel 2009, infine, l’italiana Enel divenne azionista maggioritario di Endesa, attraverso l’acquisto della quasi totalità delle azioni Endesa. In questo modo, Enel-Endesa può presentare e sviluppare il progetto in virtù del possesso dei derechos de aguas. L’unica competenza del governo cileno riguarda l’eventuale approvazione del progetto.
Un&#8217;opera, HidroAysèn, dai costi ma soprattutto dai guadagni monumentali, oggetto di continue proteste da parte delle associazioni locali, che nell&#8217;aprile e maggio scorsi, con la visita in Europa delle loro rappresentanze, hanno ribadito le proprie posizioni in un incontro con la dirigenza Enel, rivolgendosi anche a Bruxelles ed al Tribunale Permanente dei Popoli di Madrid. Il comitato cileno ¡Patagonia sin represas! (Patagonia senza dighe) si sta infatti battendo contro la devastazione dell&#8217;ecosistema di una delle terre più preziose del pianeta, denunciando la non necessità e le finalità speculative del progetto. Una battaglia che vede l&#8217;appoggio dell&#8217;ong italiana Mani Tese, dell&#8217;associazione S.C.I. (Servizio Civile Internazionale), insieme a Greenpeace, A sud, Omal, contro un “Made in Italy” di cui non andare fieri, supportata invece da un nostro “prodotto” particolarmente apprezzato e diffuso all&#8217;estero: due ricercatrici italiane. Elisabetta Natale e Flavia Tauro del MIT, insieme ad un gruppo di colleghi, hanno infatti condotto indagini a conferma della pericolosità delle dighe tanto per il sistema fluviale della regione, quanto per la popolazione, mostrando anche possibili soluzioni alternative, come l&#8217;ottimizzazione delle dighe già esistenti.
L’impatto ambientale causato dalla realizzazione dell’enorme progetto (dovrebbero venire inondati circa 6000 ettari di terreno) risulterebbe estremamente dannoso non solo per la Patagonia cilena, ma anche per il riscaldamento globale, data la quantità di CO2 emessa per quella che sarà la linea di trasmissione più lunga al mondo: l’elettricità prodotta in Patagonia, infatti, non sarà utilizzata in loco, ma dovrà essere trasportata a 2200 km di distanza, per servire Santiago e le miniere nel nord del paes. È difficile da comprendere, in effetti, la ragione di produrre energia in una regione così lontana dall&#8217;area di consumo. La questione è stata sollevata dal senatore cileno Juan Pablo Letelier, nell&#8217;ambito del dibattito politico in corso riguardo all&#8217;approvazione del progetto di Endesa, così come da Juan Pablo Orrego (vincitore nel 1998 del Right Livelihood Award, uno dei leader del Consiglio di difesa della Patagonia) in un&#8217;intervista per PeaceReporter, durante la sua visita in Europa. Orrego ha ottolineare che l&#8217;energia prodotta non servirà gli abitanti delle aree designate, ma verrà ritrasformata solo migliaia di chilometri più in là, a Santiago appunto, destinata per quasi metà al fabbisogno industriale.
Una condizione fragile quella dell&#8217;ecosistema cileno, data l&#8217;assenza di leggi che regolamentino e subordinino lo sviluppo industriale ai danni all&#8217;ambiente e alla tutela di quest&#8217;ultimo. Inoltre, la gestione  privatizzata delle acque nazionali, per una legge promulgata nel 1980 in piena dittatura (quella grazie alla quale vennero ceduti anche i derechos de aguas), oggi ancora in vigore sebbene dibattuta, rende i cittadini di questo Paese con l&#8217;economia più solida dell&#8217;America Latina, privi di qualsiasi tutela dalla speculazione straniera. In questo caso, la speculazione sarebbe tutta di Enel (di cui l&#8217;azionista di riferimento, ricordo, è lo Stato Italiano, al 31.6%), che tramite Endesa ha acquisito il controllo dell&#8217;80% delle acque del Cile, arrivando al 96% nella regione dell&#8217;Aysen. Una proprietà che stride con ciò che un&#8217;altra nazione sudamericana, la Bolivia, ha ottenuto finalmente dall&#8217;ONU, ovvero la proclamazione dell&#8217;acqua  “diritto umano fondamentale”: diritto, non merce.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/files/2010/09/patagonia-sin-represas.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5565" src="/wp-content/files/2010/09/patagonia-sin-represas-179x300.jpg" alt="" width="179" height="300" /></a>Grazie all&#8217;acquisizione della società locale Endesa, <a href="http://viagragenericedpills.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">buy viagra</a>  il gruppo Enel si occuperà della costruzione di cinque dighe nella Patagonia cilena: HydroAysèn, <a href="http://viagracoupongeneric.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pharmacy</a>  il nome dell&#8217;opera, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">treat</a>  dalla regione dell&#8217;Aysén che se ne vedrà invasa. I costi, quantificati inizialmente in circa 3 miliardi di dollari (ma stime più recenti li danno raddoppiati), sembra siano direttamente proporzionali alla gravità dell&#8217;impatto ambientale che gli impianti avranno sulla regione. Il progetto, presentato nel 2006 dopo una serie di studi da Endesa, insieme alla compagnia cilena Colbùn S.A, è in attesa dell&#8217;approvazione del governo. Endesa spera di iniziare già nel 2012, ma i nodi da sciogliere sono proprio quelli legati alle conseguenze sull&#8217;ambiente.</p>
<p>Per spiegare quello che sta accadendo in Patagonia occorre ripercorrere delle tappe e tornare indietro nel tempo. Precisamente si deve risalire all’ultimo anno della dittatura militare di Pinochet, il 1989, quando il regime privatizzò l’azienda pubblica di produzione dell’energia, la Enersis. L’operazione, però, prevedeva non solo la privatizzazione degli impianti di produzione e distribuzione dell’energia, ma anche la cessione dei “derechos de aguas”, ovvero i diritti di sfruttamento dei corsi d’acqua. Nel 1997 Enersis venne a sua volta venduta alla spagnola Endesa, che comprò anche i derechos de aguas. Nel 2009, infine, l’italiana Enel divenne azionista maggioritario di Endesa, attraverso l’acquisto della quasi totalità delle azioni Endesa. In questo modo, Enel-Endesa può presentare e sviluppare il progetto in virtù del possesso dei derechos de aguas. L’unica competenza del governo cileno riguarda l’eventuale approvazione del progetto.</p>
<p>Un&#8217;opera, HidroAysèn, dai costi ma soprattutto dai guadagni monumentali, oggetto di continue proteste da parte delle associazioni locali, che nell&#8217;aprile e maggio scorsi, con la visita in Europa delle loro rappresentanze, hanno ribadito le proprie posizioni in un incontro con la dirigenza Enel, rivolgendosi anche a Bruxelles ed al Tribunale Permanente dei Popoli di Madrid. Il comitato cileno ¡Patagonia sin represas! (Patagonia senza dighe) si sta infatti battendo contro la devastazione dell&#8217;ecosistema di una delle terre più preziose del pianeta, denunciando la non necessità e le finalità speculative del progetto. Una battaglia che vede l&#8217;appoggio dell&#8217;ong italiana Mani Tese, dell&#8217;associazione S.C.I. (Servizio Civile Internazionale), insieme a Greenpeace, A sud, Omal, contro un “Made in Italy” di cui non andare fieri, supportata invece da un nostro “prodotto” particolarmente apprezzato e diffuso all&#8217;estero: due ricercatrici italiane. Elisabetta Natale e Flavia Tauro del MIT, insieme ad un gruppo di colleghi, hanno infatti condotto indagini a conferma della pericolosità delle dighe tanto per il sistema fluviale della regione, quanto per la popolazione, mostrando anche possibili soluzioni alternative, come l&#8217;ottimizzazione delle dighe già esistenti.</p>
<p>L’impatto ambientale causato dalla realizzazione dell’enorme progetto (dovrebbero venire inondati circa 6000 ettari di terreno) risulterebbe estremamente dannoso non solo per la Patagonia cilena, ma anche per il riscaldamento globale, data la quantità di CO2 emessa per quella che sarà la linea di trasmissione più lunga al mondo: l’elettricità prodotta in Patagonia, infatti, non sarà utilizzata in loco, ma dovrà essere trasportata a 2200 km di distanza, per servire Santiago e le miniere nel nord del paes. È difficile da comprendere, in effetti, la ragione di produrre energia in una regione così lontana dall&#8217;area di consumo. La questione è stata sollevata dal senatore cileno Juan Pablo Letelier, nell&#8217;ambito del dibattito politico in corso riguardo all&#8217;approvazione del progetto di Endesa, così come da Juan Pablo Orrego (vincitore nel 1998 del Right Livelihood Award, uno dei leader del Consiglio di difesa della Patagonia) in un&#8217;intervista per PeaceReporter, durante la sua visita in Europa. Orrego ha ottolineare che l&#8217;energia prodotta non servirà gli abitanti delle aree designate, ma verrà ritrasformata solo migliaia di chilometri più in là, a Santiago appunto, destinata per quasi metà al fabbisogno industriale.</p>
<p>Una condizione fragile quella dell&#8217;ecosistema cileno, data l&#8217;assenza di leggi che regolamentino e subordinino lo sviluppo industriale ai danni all&#8217;ambiente e alla tutela di quest&#8217;ultimo. Inoltre, la gestione  privatizzata delle acque nazionali, per una legge promulgata nel 1980 in piena dittatura (quella grazie alla quale vennero ceduti anche i derechos de aguas), oggi ancora in vigore sebbene dibattuta, rende i cittadini di questo Paese con l&#8217;economia più solida dell&#8217;America Latina, privi di qualsiasi tutela dalla speculazione straniera. In questo caso, la speculazione sarebbe tutta di Enel (di cui l&#8217;azionista di riferimento, ricordo, è lo Stato Italiano, al 31.6%), che tramite Endesa ha acquisito il controllo dell&#8217;80% delle acque del Cile, arrivando al 96% nella regione dell&#8217;Aysen. Una proprietà che stride con ciò che un&#8217;altra nazione sudamericana, la Bolivia, ha ottenuto finalmente dall&#8217;ONU, ovvero la proclamazione dell&#8217;acqua  “diritto umano fondamentale”: diritto, non merce.</p>
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