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	<title>The Tamarind &#187; Luca Ammirati</title>
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		<title>Dove sta di casa la Rive Gauche nell&#8217;anno 2012?</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2012/12/10/la-rive-gauche/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2012/12/10/la-rive-gauche/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2012 20:12:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Ammirati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Hemingway]]></category>
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		<description><![CDATA[ “Quella fu la fine della vita a Parigi. Parigi non sarebbe mai più stata la stessa anche se era sempre Parigi e tu cambiavi mentre cambiava lei. […] Per Parigi non ci sarà mai fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri. Si finiva sempre per tornarci, case  a Parigi, cialis  chiunque fossimo, viagra  comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o la facilità con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici.”
Ernest Hemingway 
 
Vale senz&#8217;altro la pena di citare testualmente la sublime chiusura di “Festa Mobile” per contestualizzare i tòpoi per antonomasia della cultura (letteraria e non solo) del Primo Novecento: Parigi e la sua Rive Gauche. La porzione della capitale a sud della Senna fu teatro e palcoscenico delle memorabili gesta compiute dagli scrittori, poeti, pittori, scultori, mecenati e artisti più significativi della cosiddetta Era Moderna.
Un impareggiabile meltin&#8217; pot di differenti nazionalità, erudizione e intellettualità senza frontiere e per tutti i palati. Anzi, molto di più. Una sorta di epoca d&#8217;oro, capace di ergersi a vero e proprio immaginario collettivo, come da ultimo testimoniato in “Midnight in Paris”, opera del più freudiano dei registi, al secolo il Maestro Woody Allen. Un consiglio sempre attuale per chi desidera godersi una pellicola deliziosa, un riferimento cinematografico puntuale e preciso che omaggia i luoghi di tali nobili e mitologici misfatti nonché, con tutta probabilità, il sogno bagnato di chi ha girato il film (così come di chi vi scrive queste futili parole e di chiunque ambisca a forgiare, anche all&#8217;infuori di se stesso, un autore). Pensate un po&#8217; quale indescrivibile bisboccia bersi un bicchiere col buon Ernest, che frattanto vi concede la grazia di dispensare qualche preziosa imbeccata sullo stile; o entrare in un locale e adocchiare gli spocchiosissimi (e ingestibili) coniugi Fitzgerald, mentre al pianoforte si esibisce l&#8217;eleganza arguta e sottile di Cole Porter; oppure ancora, in alternativa, non sarebbe magnifico andare a prendere un tè nell&#8217;ameno salotto di Gertrude Stein, avvalersi di costei nella veste di editor qualificato cui affidare il vostro ingarbugliato manoscritto e, nel bel mezzo della conversazione, essere interrotti dall&#8217;arrivo di un nuovo, gradito, interlocutore del calibro di Pablo Picasso?
Sfido io, dopo tutto questo entusiasmante ben di Dio, a non essere investiti dal sacro fuoco dell&#8217;ispirazione e a trarre in men che non si dica un romanzo di enfasi inusitata!
Tuttavia e come sempre, la verità ama farsi scudo con la più scintillante apparenza, e a nessuna consolazione valgono le infiltrazioni che tentano di squarciare le maglie di quest&#8217;ultima, per quanto patinate. Dietro i soliti monologhi nevrotici e i collaudati siparietti psicoanalitici di Mastro Woody, dietro la hit parade delle rimembranze e delle nostalgie da rivangare di “Festa Mobile”, dietro buona parte del disincanto generazionale sollevato dall&#8217;intera produzione fitzgeraldiana (in particolar modo nelle short stories), c&#8217;è un magone struggente, un SOS lanciato nell&#8217;oscurità del mare aperto, un richiamo della foresta non raccolto da anima viva. C&#8217;è quello che potremmo comunemente definire “il fascino irresistibile della malinconia”. Una malinconia quasi fisica verso anni irripetibili che se ne vanno, pur con le loro avversità sostanziali e con tutte le loro brave frustrazioni, e che non torneranno indietro. Mai più.
Riconsideriamo per un attimo lo spicciolo vademecum dell&#8217;intellettuale, comparando la Eldorado di allora con la Waste Land odierna. Oggigiorno, l&#8217;aggregazione degli scrittori e dei liberi pensatori avviene in prevalenza virtualmente, sui blog letterari o, peggio ancora, nell&#8217;indisciplinata e sovente stucchevole “sezione commenti” di un qualunque sito d&#8217;informazione, disinformazione o social network. Con annessi tutti i “se” e i “ma” del caso.
Ieri, gli amici Ernest e Francis Scott mangiavano ostriche e trangugiavano fiumi di vino insieme, litigavano e si prendevano a male parole, discutevano animatamente di donne, dissertavano con ardore (e ardire) indomito sull&#8217;utopia di una perfetta pulizia stilistica e circa la ricerca di una prosa che fosse simultaneamente fluida e onesta. Oggi, lo scambio di cibo nutriente per la mente appare svilito perché inflazionato mediante una banale connessione a internet, senza che nessuno più si preoccupi o faccia piuttosto caso alle connessioni concettuali, imprigionate tra le quattro mura di casa perché tanto è sufficiente un click o la pressione del tasto “Invio”.
Ieri, Ernest e Francis Scott stuzzicavano il loro intelletto risvegliando i sensi in pranzi che diventavano tardi pomeriggi, che si trasformavano in serate, che sfociavano infine in notti interminabili.
Dov&#8217;è oggi tutto questo? Dove sono gli Ernest, i Francis Scott e la Rive Gauche del 2012? Dov&#8217;è quel vagabondare meditabondo per le città percepito come esperienza che innalza lo spirito, dov&#8217;è quell&#8217;aria da perdenti cronici che fa a pugni ferocemente con la smania inarrestabile di perseguire le proprie aspirazioni e assecondare le proprie inclinazioni?
Forse questo è il costo da pagare per le semplificazioni estreme della tecnologia. Forse è la reticenza a crescere con le sole nostre forze, il nostro ostinato voler essere sempre come bambini che saltano sul lettone di mamma e papà finché il fiato sostiene l&#8217;azione. Forse, a ben vedere, è la condanna a vivere con la consapevolezza congenita che niente è più delicato e difficile del pieno apprezzamento del proprio presente e della propria Storia contemporanea. Specialmente a fronte di un passato nel quale ogni cosa era cultura e si riusciva persino ad essere “molto poveri e molto felici”.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong><em>“Quella fu la fine della vita a Parigi. Parigi non sarebbe mai più stata la stessa anche se era sempre Parigi e tu cambiavi mentre cambiava lei. </em>[…] <em>Per Parigi non ci sarà mai fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri. Si finiva sempre per tornarci, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">case</a>  a Parigi, <a href="http://cialis-for-sale-safe.com/" title="cialis" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis</a>  chiunque fossimo, <a href="http://viagragenericedpills.net/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o la facilità con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici.”</em></p>
<p>Ernest Hemingway<em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6634" title="Un fotogramma di Midnight In Paris" src="/wp-content/files/2012/12/17-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Vale senz&#8217;altro la pena di citare testualmente la sublime chiusura di “Festa Mobile” per contestualizzare i <em>tòpoi</em> per antonomasia della cultura (letteraria e non solo) del Primo Novecento: Parigi e la sua Rive Gauche. La porzione della capitale a sud della Senna fu teatro e palcoscenico delle memorabili gesta compiute dagli scrittori, poeti, pittori, scultori, mecenati e artisti più significativi della cosiddetta Era Moderna.</p>
<p>Un impareggiabile <em>meltin&#8217; pot</em> di differenti nazionalità, erudizione e intellettualità senza frontiere e per tutti i palati. Anzi, molto di più. Una sorta di epoca d&#8217;oro, capace di ergersi a vero e proprio immaginario collettivo, come da ultimo testimoniato in “Midnight in Paris”, opera del più freudiano dei registi, al secolo il Maestro Woody Allen. Un consiglio sempre attuale per chi desidera godersi una pellicola deliziosa, un riferimento cinematografico puntuale e preciso che omaggia i luoghi di tali nobili e mitologici misfatti nonché, con tutta probabilità, il sogno bagnato di chi ha girato il film (così come di chi vi scrive queste futili parole e di chiunque ambisca a forgiare, anche all&#8217;infuori di se stesso, un autore). Pensate un po&#8217; quale indescrivibile bisboccia bersi un bicchiere col buon Ernest, che frattanto vi concede la grazia di dispensare qualche preziosa imbeccata sullo stile; o entrare in un locale e adocchiare gli spocchiosissimi (e ingestibili) coniugi Fitzgerald, mentre al pianoforte si esibisce l&#8217;eleganza arguta e sottile di Cole Porter; oppure ancora, in alternativa, non sarebbe magnifico andare a prendere un tè nell&#8217;ameno salotto di Gertrude Stein, avvalersi di costei nella veste di editor qualificato cui affidare il vostro ingarbugliato manoscritto e, nel bel mezzo della conversazione, essere interrotti dall&#8217;arrivo di un nuovo, gradito, interlocutore del calibro di Pablo Picasso?</p>
<p>Sfido io, dopo tutto questo entusiasmante ben di Dio, a non essere investiti dal sacro fuoco dell&#8217;ispirazione e a trarre in men che non si dica un romanzo di enfasi inusitata!</p>
<p>Tuttavia e come sempre, la verità ama farsi scudo con la più scintillante apparenza, e a nessuna consolazione valgono le infiltrazioni che tentano di squarciare le maglie di quest&#8217;ultima, per quanto patinate. Dietro i soliti monologhi nevrotici e i collaudati siparietti psicoanalitici di Mastro Woody, dietro la hit parade delle rimembranze e delle nostalgie da rivangare di “Festa Mobile”, dietro buona parte del disincanto generazionale sollevato dall&#8217;intera produzione fitzgeraldiana (in particolar modo nelle <em>short stories</em>), c&#8217;è un magone struggente, un SOS lanciato nell&#8217;oscurità del mare aperto, un richiamo della foresta non raccolto da anima viva. C&#8217;è quello che potremmo comunemente definire “il fascino irresistibile della malinconia”. Una malinconia quasi fisica verso anni irripetibili che se ne vanno, pur con le loro avversità sostanziali e con tutte le loro brave frustrazioni, e che non torneranno indietro. Mai più.</p>
<p>Riconsideriamo per un attimo lo spicciolo vademecum dell&#8217;intellettuale, comparando la Eldorado di allora con la Waste Land odierna. Oggigiorno, l&#8217;aggregazione degli scrittori e dei liberi pensatori avviene in prevalenza virtualmente, sui blog letterari o, peggio ancora, nell&#8217;indisciplinata e sovente stucchevole “sezione commenti” di un qualunque sito d&#8217;informazione, disinformazione o social network. Con annessi tutti i “se” e i “ma” del caso.</p>
<p>Ieri, gli amici Ernest e Francis Scott mangiavano ostriche e trangugiavano fiumi di vino insieme, litigavano e si prendevano a male parole, discutevano animatamente di donne, dissertavano con ardore (e ardire) indomito sull&#8217;utopia di una perfetta pulizia stilistica e circa la ricerca di una prosa che fosse simultaneamente fluida e onesta. Oggi, lo scambio di cibo nutriente per la mente appare svilito perché inflazionato mediante una banale connessione a internet, senza che nessuno più si preoccupi o faccia piuttosto caso alle connessioni concettuali, imprigionate tra le quattro mura di casa perché tanto è sufficiente un click o la pressione del tasto “Invio”.</p>
<p>Ieri, Ernest e Francis Scott stuzzicavano il loro intelletto risvegliando i sensi in pranzi che diventavano tardi pomeriggi, che si trasformavano in serate, che sfociavano infine in notti interminabili.</p>
<p>Dov&#8217;è oggi tutto questo? Dove sono gli Ernest, i Francis Scott e la Rive Gauche del 2012? Dov&#8217;è quel vagabondare meditabondo per le città percepito come esperienza che innalza lo spirito, dov&#8217;è quell&#8217;aria da perdenti cronici che fa a pugni ferocemente con la smania inarrestabile di perseguire le proprie aspirazioni e assecondare le proprie inclinazioni?</p>
<p>Forse questo è il costo da pagare per le semplificazioni estreme della tecnologia. Forse è la reticenza a crescere con le sole nostre forze, il nostro ostinato voler essere sempre come bambini che saltano sul lettone di mamma e papà finché il fiato sostiene l&#8217;azione. Forse, a ben vedere, è la condanna a vivere con la consapevolezza congenita che niente è più delicato e difficile del pieno apprezzamento del proprio presente e della propria Storia contemporanea. Specialmente a fronte di un passato nel quale ogni cosa era cultura e si riusciva persino ad essere “molto poveri e molto felici”.</p>
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