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	<title>The Tamarind &#187; Anna Bulzomi</title>
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		<title>Luci cinesi</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 11:56:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Bulzomi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Shanghai, healing   1981. La luce dell’alba accarezza le giunche dalle vele rosse, rx  le  accompagna nel loro dondolio verso il porto e lì si fonde con le acque  placide dello Huangpu.
Intorno, search  i palazzi sul Bund ricordano una New York senza tempo: un po’ anni 30, un po’ immaginaria.
Fast-forward di trent’anni.
Shanghai,  2011. Enrico Rondoni torna su quello stesso lungofiume, e prova ad immortalare, con la stessa macchina e in pellicola, gli stessi luoghi.
“Lo  stupore è stato superiore alle aspettative – racconta il  giornalista/fotografo &#8211; provavo a riconoscere gli spazi attorno a me, ma l’orizzonte di grattacieli che avevo davanti era lo skyline di un’altra  Shanghai: quella del futuro”.
Due  viaggi nella Repubblica Popolare Cinese, uno compiuto all’inizio degli anni 80 e l’altro nel biennio 2010-2011, costituiscono il punto di partenza della mostra Luci Cinesi, realizzata e curata da Rondoni e allestita dall’architetto Donata Tchou a Roma, presso il Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano (fino al 26 febbraio 2012).
Un  percorso fotografico di oltre 100 scatti &#8211; a colori e in bianco e nero &#8211;  documenta il carattere straordinario e contraddittorio del progresso cinese.
Attraverso  gli sguardi dei bambini della comune contadina, i sorrisi degli anziani della comune del popolo, le centinaia di migliaia di biciclette di Pechino (qualcuno ne ha contate ben 9 milioni!), le camicie di cotone blu e i fazzoletti rossi, Rondoni cattura la bellezza cruda e semplice  della Cina dei primi anni 80.
Un omaggio particolare viene reso alla campagna cinese, la nongcun, dove le stagioni si ripetono sempre uguali e scandiscono i ritmi della vita contadina.
Le vecchie case in legno, le fabbriche per la lavorazione della seta, i campi che vanno incontro all’orizzonte…
Tutte  declinazioni di un immobilismo che non ha eguali nelle città e che incanta lo spettatore, avvicinandolo alle radici profonde e antichissime della Cina rurale.
In una giustapposizione delicata ma eloquente, Rondoni affianca a queste immagini i suoi scatti più recenti.
E così scopriamo le immense metropoli che superano i 20 milioni di abitanti, dove le targhe per le  macchine sono messe all’asta e dove tutto diventa record, dalla  gigantesca diga delle Tre Gole al treno più veloce del mondo.
Il risultato è un collage di istanti sospesi nel tempo.
I  primi reportage fotografici e giornalistici di Rondoni narrano l’epoca più travagliata della storia cinese contemporanea: orfana del grande timoniere Mao e libera dalle prepotenze della Banda dei Quattro, la Cina  dei primi anni 80 iniziava la grande corsa modernizzatrice e adottava  una politica di libero mercato controllata dal partito unico.
Tre  decenni dopo, i risultati di questa scelta sono ben visibili ovunque, anche nelle provincie più remote della Repubblica Popolare.
Il balzo in avanti dell’economia ha raggiunto persino lo Yunnan, territorio incastonato tra Cina e Birmania dove, tra riserve naturali e montagne sacre ai buddisti, lo Shangri-la apre i suoi imperscrutabili confini.
Lo  stesso accade a Xi’an, antica capitale crocevia di commerci e culture, estremo orientale della Via delle Seta, dove il suggestivo suk che circonda la moschea è ormai un mercato globale.
Tutto il reportage si gioca sul confronto tra l’oggi e un mondo che non c’è più.
Senza  la pretesa di esprimere giudizi universali, la mostra riesce  perfettamente nell’intento di avviare una riflessione sulla vita quotidiana del popolo cinese.
“Ho  ancora vivo il ricordo dell’accoglienza di un tempo e la serenità nella modestia, ma ovunque il ritmo frenetico cambia anche le espressioni nei  volti” &#8211; dice Rondoni a conclusione del suo percorso.
Chiunque abbia trascorso una parte della propria vita in Cina sa quanto quest’affermazione sia vera.
Le Luci Cinesi continuano a splendere, ma a volte trasmettono una sensazione di smarrimento, illuminando volutamente il volto illogico del cambiamento.
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			<content:encoded><![CDATA[<p id="internal-source-marker_0.5066068336262228" dir="ltr"><img class="alignleft size-medium wp-image-6395" title="Luci_Cinesi_1" src="/wp-content/files/2012/02/Luci_Cinesi_1-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" />Shanghai, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">healing</a>   1981. La luce dell’alba accarezza le giunche dalle vele rosse, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">rx</a>  le  accompagna nel loro dondolio verso il porto e lì si fonde con le acque  placide dello Huangpu.</p>
<p dir="ltr">Intorno, <a href="http://hepatitis-genericsovaldion.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">search</a>  i palazzi sul Bund ricordano una New York senza tempo: un po’ anni 30, un po’ immaginaria.</p>
<p dir="ltr">Fast-forward di trent’anni.</p>
<p dir="ltr">Shanghai,  2011. Enrico Rondoni torna su quello stesso lungofiume, e prova ad immortalare, con la stessa macchina e in pellicola, gli stessi luoghi.</p>
<p dir="ltr">“Lo  stupore è stato superiore alle aspettative – racconta il  giornalista/fotografo &#8211; provavo a riconoscere gli spazi attorno a me, ma l’orizzonte di grattacieli che avevo davanti era lo skyline di un’altra  Shanghai: quella del futuro”.</p>
<p dir="ltr">Due  viaggi nella Repubblica Popolare Cinese, uno compiuto all’inizio degli anni 80 e l’altro nel biennio 2010-2011, costituiscono il punto di partenza della mostra Luci Cinesi, realizzata e curata da Rondoni e allestita dall’architetto Donata Tchou a Roma, presso il Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano (fino al 26 febbraio 2012).</p>
<p dir="ltr">Un  percorso fotografico di oltre 100 scatti &#8211; a colori e in bianco e nero &#8211;  documenta il carattere straordinario e contraddittorio del progresso cinese.</p>
<p dir="ltr">Attraverso  gli sguardi dei bambini della comune contadina, i sorrisi degli anziani della comune del popolo, le centinaia di migliaia di biciclette di Pechino (qualcuno ne ha contate ben 9 milioni!), le camicie di cotone blu e i fazzoletti rossi, Rondoni cattura la bellezza cruda e semplice  della Cina dei primi anni 80.</p>
<p dir="ltr">Un omaggio particolare viene reso alla campagna cinese, la nongcun, dove le stagioni si ripetono sempre uguali e scandiscono i ritmi della vita contadina.</p>
<p dir="ltr">Le vecchie case in legno, le fabbriche per la lavorazione della seta, i campi che vanno incontro all’orizzonte…</p>
<p dir="ltr">Tutte  declinazioni di un immobilismo che non ha eguali nelle città e che incanta lo spettatore, avvicinandolo alle radici profonde e antichissime della Cina rurale.</p>
<p dir="ltr"><img class="alignright size-medium wp-image-6397" title="Luci_Cinesi_2" src="/wp-content/files/2012/02/Luci_Cinesi_2-300x216.jpg" alt="" width="300" height="216" />In una giustapposizione delicata ma eloquente, Rondoni affianca a queste immagini i suoi scatti più recenti.</p>
<p dir="ltr">E così scopriamo le immense metropoli che superano i 20 milioni di abitanti, dove le targhe per le  macchine sono messe all’asta e dove tutto diventa record, dalla  gigantesca diga delle Tre Gole al treno più veloce del mondo.</p>
<p dir="ltr">Il risultato è un collage di istanti sospesi nel tempo.</p>
<p dir="ltr">I  primi reportage fotografici e giornalistici di Rondoni narrano l’epoca più travagliata della storia cinese contemporanea: orfana del grande timoniere Mao e libera dalle prepotenze della Banda dei Quattro, la Cina  dei primi anni 80 iniziava la grande corsa modernizzatrice e adottava  una politica di libero mercato controllata dal partito unico.</p>
<p dir="ltr">Tre  decenni dopo, i risultati di questa scelta sono ben visibili ovunque, anche nelle provincie più remote della Repubblica Popolare.</p>
<p dir="ltr">Il balzo in avanti dell’economia ha raggiunto persino lo Yunnan, territorio incastonato tra Cina e Birmania dove, tra riserve naturali e montagne sacre ai buddisti, lo Shangri-la apre i suoi imperscrutabili confini.</p>
<p dir="ltr">Lo  stesso accade a Xi’an, antica capitale crocevia di commerci e culture, estremo orientale della Via delle Seta, dove il suggestivo suk che circonda la moschea è ormai un mercato globale.</p>
<p dir="ltr">Tutto il reportage si gioca sul confronto tra l’oggi e un mondo che non c’è più.</p>
<p dir="ltr">Senza  la pretesa di esprimere giudizi universali, la mostra riesce  perfettamente nell’intento di avviare una riflessione sulla vita quotidiana del popolo cinese.</p>
<p dir="ltr">“Ho  ancora vivo il ricordo dell’accoglienza di un tempo e la serenità nella modestia, ma ovunque il ritmo frenetico cambia anche le espressioni nei  volti” &#8211; dice Rondoni a conclusione del suo percorso.</p>
<p dir="ltr">Chiunque abbia trascorso una parte della propria vita in Cina sa quanto quest’affermazione sia vera.</p>
<p dir="ltr">Le Luci Cinesi continuano a splendere, ma a volte trasmettono una sensazione di smarrimento, illuminando volutamente il volto illogico del cambiamento.</p>
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		<title>La scuola che verrà</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/12/03/la-scuola-che-verra/</link>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2011 11:02:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Bulzomi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Ho  scritto questo libro perché sono stanco dei toni ansiogeni con cui  viene raccontata la scuola multiculturale in Italia” –ci spiega Vinicio  Ongini, cialis  autore di “Noi Domani”,  ed esperto di intercultura presso l’Ufficio “Integrazione alunni  stranieri” del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.
Sono  750.000 gli alunni con cittadinanza non italiana seduti sui banchi di  scuola nell’anno scolastico 2011/2012. Sono l’8,5% sul totale della  popolazione scolastica. Tanti? Pochi? Non è questo il punto.
Per  quanto utili, questi numeri non ci rivelano granché, e anzi tendono a  confonderci le idee, ad appiccicare su migliaia di alunni diversi una  sola etichetta: ‘stranieri’.
Senza  curarsi delle differenze tra i bambini appena arrivati, magari non  italofoni, e  i ragazzi di seconda generazione, i cosiddetti G2, che non  sono mai “arrivati” in Italia, perché loro a Roma, Torino o Milano ci  sono nati, e magari il Pakistan, la Romania o il Marocco non l’hanno mai  visti.
Quando  si parla di scuola multiculturale, distinguere diventa un esercizio  fondamentale, e Ongini ce lo mostra chiaramente nel suo  racconto-inchiesta che fa parlare maestre, genitori e alunni che vivono  quotidianamente l’esperienza della scuola “di frontiera”, in aule che  sono un crocevia di culture diverse ma prima di tutto di persone  diverse, ciascuna con la sua storia e la sua voce.
E  così, prese le distanze dalle statistiche ansiogene e forte della sua  ventennale esperienza di insegnante, Ongini documenta le difficoltà e i  successi di quel laboratorio di integrazione/interazione che è la scuola  italiana.
Con una domanda che lo accompagna dalle Alpi alla Sicilia, come un leitmotiv del viaggio stesso: quali sono, se ci sono, i vantaggi della scuola multiculturale?
Subito scopriamo che di vantaggi ce ne sono moltissimi.
Nelle  scuole della Val Maira, i figli degli immigrati ivoriani parlano  perfettamente italiano e francese, e stanno contribuendo alla rinascita  dell’occitano, lingua di minoranza delle valli piemontesi. Sono abituati  a muoversi tra più lingue, un equilibrismo impensabile per molti  italiani doc, che spesso arrivano nel mondo del lavoro parlando a  malapena l’inglese.
Nei  piccoli paesi della Val Padana, tra il Po e l’Oglio, i bambini indiani  sikh insegnano ai nostri bambini una parola che forse in Italia vale  poco, ma altrove è preziosa: “meritocrazia”. Prendono voti alti,  studiano molto e non è assurdo pensare che il loro impegno costante e la  loro attitudine alla scuola potrebbero portare nuova linfa ad un  sistema corrotto e clientelare come quello italiano.
Lo  stesso a Palermo, dove sono i figli degli immigrati a rispettare di più  le regole della scuola, a lasciare le aule in ordine, ad avere maggiore  cura per il materiale didattico comune. Con nostra sorpresa, le maestre  ammettono che sono i siciliani  i più difficili da gestire.
Sull’Appennino  calabrese, alcune scuole semideserte da anni, in procinto di chiudere i  battenti, hanno ricevuto nuovi stimoli dagli alunni curdi e afghani,  giunti in Italia come rifugiati e accolti da queste piccole comunità  montane che gli italiani hanno lasciato tempo fa, emigrando al Nord o  all’estero.
E  poi c’è la Toscana, dove qualcuno invece di imporre un “tetto” agli  iscritti stranieri nelle classi, ha lavorato per costruire un “ponte”  tra Italia e Cina.
Il  cinese Pan Shili, pedagogista e maestro di matematica, ha avuto l’idea  di mettere in contatto le scuole cinesi d’origine con le scuole italiane  d’arrivo, unendo così due universi educativi ed affettivi profondamente  diversi. Un progetto accolto con entusiasmo da entrambe le parti e che  oggi, con l’aiuto della sinologa Maria Omodeo, è diventato una sorta di  relazione diplomatico-didattica tra il Comune di Firenze e la provincia  dello Zhejiang.
Infine,  nel quartiere Esquilino di Roma, la dedizione e la sensibilità di  un’associazione di genitori italiani e stranieri ha innescato un circolo  virtuoso che ha portato alla riqualificazione dell’istituto comprensivo  “Manin”. Una qualità fatta di cose concrete, come la gestione degli  spazi comuni, la cura della scuola e del territorio che la circonda e  gli incontri tra genitori, per conoscere le esigenze e le aspettative di  ciascuno, al di là di generalizzazioni basate sulle provenienze.
Anziché sciorinare statistiche, ipotizzare rischi di invasioni straniere e auspicare la costruzione di tetti e barriere,  “Noi Domani” ci fa scoprire una scuola ricca, colorata, carica di belle opportunità.
Gli  alunni stranieri ci esortano a ripensare il nostro modello di ‘fare  scuola’, ed è per questo che bisognerebbe guardare con maggiore  curiosità e meno pregiudizi alla scuola multiculturale.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><img class="alignleft size-medium wp-image-6343" title="Foto copertina" src="/wp-content/files/2011/12/Foto-copertina-300x185.jpg" alt="" width="300" height="185" />“Ho  scritto questo libro perché sono stanco dei toni ansiogeni con cui  viene raccontata la scuola multiculturale in Italia” –ci spiega Vinicio  Ongini, <a href="http://tadalafilforsale.net/" title="cialis" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis</a>  autore di “<a href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788842097143&amp;Itemid=97" target="_blank">Noi Domani</a>”,  ed esperto di intercultura presso l’Ufficio “Integrazione alunni  stranieri” del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.</p>
<p dir="ltr">Sono  750.000 gli alunni con cittadinanza non italiana seduti sui banchi di  scuola nell’anno scolastico 2011/2012. Sono l’8,5% sul totale della  popolazione scolastica. Tanti? Pochi? Non è questo il punto.</p>
<p dir="ltr">Per  quanto utili, questi numeri non ci rivelano granché, e anzi tendono a  confonderci le idee, ad appiccicare su migliaia di alunni diversi una  sola etichetta: ‘stranieri’.</p>
<p dir="ltr">Senza  curarsi delle differenze tra i bambini appena arrivati, magari non  italofoni, e  i ragazzi di seconda generazione, i cosiddetti G2, che non  sono mai “arrivati” in Italia, perché loro a Roma, Torino o Milano ci  sono nati, e magari il Pakistan, la Romania o il Marocco non l’hanno mai  visti.</p>
<p dir="ltr">Quando  si parla di scuola multiculturale, distinguere diventa un esercizio  fondamentale, e Ongini ce lo mostra chiaramente nel suo  racconto-inchiesta che fa parlare maestre, genitori e alunni che vivono  quotidianamente l’esperienza della scuola “di frontiera”, in aule che  sono un crocevia di culture diverse ma prima di tutto di persone  diverse, ciascuna con la sua storia e la sua voce.</p>
<p dir="ltr">E  così, prese le distanze dalle statistiche ansiogene e forte della sua  ventennale esperienza di insegnante, Ongini documenta le difficoltà e i  successi di quel laboratorio di integrazione/interazione che è la scuola  italiana.</p>
<p dir="ltr">Con una domanda che lo accompagna dalle Alpi alla Sicilia, come un leitmotiv del viaggio stesso: quali sono, se ci sono, i vantaggi della scuola multiculturale?</p>
<p dir="ltr">Subito scopriamo che di vantaggi ce ne sono moltissimi.</p>
<p dir="ltr">Nelle  scuole della Val Maira, i figli degli immigrati ivoriani parlano  perfettamente italiano e francese, e stanno contribuendo alla rinascita  dell’occitano, lingua di minoranza delle valli piemontesi. Sono abituati  a muoversi tra più lingue, un equilibrismo impensabile per molti  italiani doc, che spesso arrivano nel mondo del lavoro parlando a  malapena l’inglese.</p>
<p dir="ltr">Nei  piccoli paesi della Val Padana, tra il Po e l’Oglio, i bambini indiani  sikh insegnano ai nostri bambini una parola che forse in Italia vale  poco, ma altrove è preziosa: “meritocrazia”. Prendono voti alti,  studiano molto e non è assurdo pensare che il loro impegno costante e la  loro attitudine alla scuola potrebbero portare nuova linfa ad un  sistema corrotto e clientelare come quello italiano.</p>
<p dir="ltr">Lo  stesso a Palermo, dove sono i figli degli immigrati a rispettare di più  le regole della scuola, a lasciare le aule in ordine, ad avere maggiore  cura per il materiale didattico comune. Con nostra sorpresa, le maestre  ammettono che sono i siciliani  i più difficili da gestire.</p>
<p dir="ltr">Sull’Appennino  calabrese, alcune scuole semideserte da anni, in procinto di chiudere i  battenti, hanno ricevuto nuovi stimoli dagli alunni curdi e afghani,  giunti in Italia come rifugiati e accolti da queste piccole comunità  montane che gli italiani hanno lasciato tempo fa, emigrando al Nord o  all’estero.</p>
<p dir="ltr">E  poi c’è la Toscana, dove qualcuno invece di imporre un “tetto” agli  iscritti stranieri nelle classi, ha lavorato per costruire un “ponte”  tra Italia e Cina.</p>
<p dir="ltr">Il  cinese Pan Shili, pedagogista e maestro di matematica, ha avuto l’idea  di mettere in contatto le scuole cinesi d’origine con le scuole italiane  d’arrivo, unendo così due universi educativi ed affettivi profondamente  diversi. Un progetto accolto con entusiasmo da entrambe le parti e che  oggi, con l’aiuto della sinologa Maria Omodeo, è diventato una sorta di  relazione diplomatico-didattica tra il Comune di Firenze e la provincia  dello Zhejiang.</p>
<p dir="ltr">Infine,  nel quartiere Esquilino di Roma, la dedizione e la sensibilità di  un’associazione di genitori italiani e stranieri ha innescato un circolo  virtuoso che ha portato alla riqualificazione dell’istituto comprensivo  “Manin”. Una qualità fatta di cose concrete, come la gestione degli  spazi comuni, la cura della scuola e del territorio che la circonda e  gli incontri tra genitori, per conoscere le esigenze e le aspettative di  ciascuno, al di là di generalizzazioni basate sulle provenienze.</p>
<p dir="ltr">Anziché sciorinare statistiche, ipotizzare rischi di invasioni straniere e auspicare la costruzione di tetti e barriere,  “Noi Domani” ci fa scoprire una scuola ricca, colorata, carica di belle opportunità.</p>
<p dir="ltr">Gli  alunni stranieri ci esortano a ripensare il nostro modello di ‘fare  scuola’, ed è per questo che bisognerebbe guardare con maggiore  curiosità e meno pregiudizi alla scuola multiculturale.</p>
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		<title>Internazionale@Roma: il cinema racconta i diritti umani</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/11/06/internazionale-a-roma/</link>
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		<pubDate>Sun, 06 Nov 2011 16:36:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Bulzomi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Un viaggio attorno al mondo, healing  da compiersi in una settimana, see  rigorosamente attaccati alle poltrone della Sala Cinema del Palazzo delle Esposizioni.
Si parte dalla Colombia, per poi ritrovarsi in Austria, e di lì scivolare verso Ghana, Stati Uniti, Nicaragua, Egitto…
E’ la settimana del cinema di Internazionale, inizialmente pensata come corollario al festival di giornalismo di Ferrara e ormai divenuta un piccolo grande evento a sé stante, una rassegna itinerante che parte da Roma (19-23 ottobre) e tocca undici città italiane.

Al centro dell’evento ci sono i grandi temi di attualità internazionale e diritti umani, raccontati attraverso i migliori documentari dell’ultima stagione.
Otto primizie ci mostrano il volto allegro, disperato, triste, furioso e speranzoso delle grandi battaglie del nostro tempo, compiute da uomini e donne come noi, in un costante sovrapporsi di passato, presente e futuro.
L’incontro tra cinema per il grande pubblico e diritti umani è di per sé un fenomeno emozionante, testimonianza del fatto che l’universo human rights non è esclusivo appannaggio di chi parla la lingua del diritto internazionale, ma appassiona tutti indistintamente, in quanto ispira una visione del mondo, avvicina culture lontanissime e diventa terra fertile per crescere insieme e scoprirci, appunto, più ‘umani’.

Davanti agli occhi dello spettatore, sprofondato in poltrona e coccolato dagli insights dei giornalisti di Internazionale, appaiono fantasmi intrappolati nel passato, visionari del futuro e coraggiosi sfidanti del presente.
Il primo incontro è con la società civile colombiana, schiacciata tra le FARC e i paramilitari dell’AUC, lacerata da più di vent’anni di guerra civile eppure non per questo sconfitta o rassegnata a rivivere gli orrori del passato. In Impunity, i registi raccontano la storia di una transizione difficile, attraverso le udienze della “Commissione Giustizia e Pace”, le rotte del narcotraffico e i loschi intrecci tra l’AUC e i potenti impresarios delle multinazionali Dole e Chiquita.

Dal passato emerge anche il giornalista svedese Peter Torbiornsson, miracolosamente scampato ad un attentato avvenuto nel 1984 in Nicaragua, e ora sulle tracce di mandanti ed esecutori di quell’orribile delitto. In Goodbye Nicaragua, la macchina da presa segue Peter fin dentro il dedalo intricato delle vie del potere di Managua, tra i lussi sfrenati degli ex sandinisti che un tempo gridavano alla rivoluzione, e la miseria di quelli che la rivoluzione l’hanno fatta davvero, credendoci, e ritrovandosi più poveri di prima.

Ma anche il presente può essere un’amara trappola, come mostra You don’t like the truth, la storia del venticinquenne Omar Khadr, cittadino canadese detenuto a Guantanamo da quando aveva sedici anni. Prigioniero fino a data da definirsi, Omar esprime tutta la sua disperazione in quattro giorni di interrogatori, filmati dalle telecamere di sicurezza e resi pubblici su ordine della Corte Suprema del Canada.
Sempre nel tempo presente si collocano le vicende di altri giovani, coetanei di Omar eppure distanti anni luce dalla sua esperienza. In The Edukators 2.0, un film collettivo, centinaia di studenti precursori del movimento degli indignados occupano l’aula magna dell’ Università di Vienna. Siamo nell’inverno 2009, e i messaggi #Unibrennet (l’università sta bruciando) e #Unseruni (di chi è l’università) vengono twittati alla velocità della luce, tanto da innescare una spirale di proteste studentesche in tutta Europa.
Dura lotta del presente, infine, è quella combattuta dal New York Times.
La Gray Lady rischia l’assottigliamento della sua edizione cartacea o addirittura il fallimento e la chiusura, come già accaduto a molti quotidiani nel corso del 2010.  Stritolato tra social media e WikiLeaks, costretto ad ipotecare la sua storica sede (lo splendido grattacielo progettato da Renzo Piano), il NYT decide di lottare davvero, sfoderando il suo giornalismo migliore, quello dei professionisti sul campo, dell’approfondimento a tutti i costi, della critica al giornalismo “mordi e fuggi” delle tv e di internet. One year inside the NYT è l’appassionante diario di un anno dentro il più prestigioso quotidiano d’America.

Guardano al futuro, invece, gli elettori protagonisti di An African Election, eccezionale cronaca delle elezioni del 2008 in Ghana. In una chiacchierata post-film, il regista Jarreth Merz e la sceneggiatrice Erika Tasini ci raccontano come le centinaia di ore di girato accumulate in un Ghana in ebollizione elettorale siano prima di tutto la testimonianza di un’Africa positiva.
“Il Ghana è una democrazia faticosa e partecipata, è il volto di un’Africa ottimista” ci dicono, e mi viene in mente che quest’ Africa avrebbe molto da insegnare alle vecchie e sfiduciate democrazie occidentali.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6276" title="An African Election" src="/wp-content/files/2011/11/Image1-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" /></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } -->Un viaggio attorno al mondo, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">healing</a>  da compiersi in una settimana, <a href="http://buycheapviagras.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">see</a>  rigorosamente attaccati alle poltrone della Sala Cinema del Palazzo delle Esposizioni.</p>
<p>Si parte dalla Colombia, per poi ritrovarsi in Austria, e di lì scivolare verso Ghana, Stati Uniti, Nicaragua, Egitto…</p>
<p>E’ la settimana del cinema di Internazionale, inizialmente pensata come corollario al festival di giornalismo di Ferrara e ormai divenuta un piccolo grande evento a sé stante, una rassegna itinerante che parte da Roma (19-23 ottobre) e tocca undici città italiane.</p>
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<p>Al centro dell’evento ci sono i grandi temi di attualità internazionale e diritti umani, raccontati attraverso i migliori documentari dell’ultima stagione.</p>
<p>Otto primizie ci mostrano il volto allegro, disperato, triste, furioso e speranzoso delle grandi battaglie del nostro tempo, compiute da uomini e donne come noi, in un costante sovrapporsi di passato, presente e futuro.</p>
<p>L’incontro tra cinema per il grande pubblico e diritti umani è di per sé un fenomeno emozionante, testimonianza del fatto che l’universo <em>human rights</em> non è esclusivo appannaggio di chi parla la lingua del diritto internazionale, ma appassiona tutti indistintamente, in quanto ispira una visione del mondo, avvicina culture lontanissime e diventa terra fertile per crescere insieme e scoprirci, appunto, più ‘umani’.</p>
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<p>Davanti agli occhi dello spettatore, sprofondato in poltrona e coccolato dagli <em>insights</em> dei giornalisti di Internazionale, appaiono fantasmi intrappolati nel passato, visionari del futuro e coraggiosi sfidanti del presente.</p>
<p>Il primo incontro è con la società civile colombiana, schiacciata tra le FARC e i paramilitari dell’AUC, lacerata da più di vent’anni di guerra civile eppure non per questo sconfitta o rassegnata a rivivere gli orrori del passato. In <em>Impunity</em>, i registi raccontano la storia di una transizione difficile, attraverso le udienze della “Commissione Giustizia e Pace”, le rotte del narcotraffico e i loschi intrecci tra l’AUC e i potenti <em>impresarios</em> delle multinazionali Dole e Chiquita.</p>
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<p>Dal passato emerge anche il giornalista svedese Peter Torbiornsson, miracolosamente scampato ad un attentato avvenuto nel 1984 in Nicaragua, e ora sulle tracce di mandanti ed esecutori di quell’orribile delitto. In <em>Goodbye Nicaragua</em>, la macchina da presa segue Peter fin dentro il dedalo intricato delle vie del potere di Managua, tra i lussi sfrenati degli ex sandinisti che un tempo gridavano alla rivoluzione, e la miseria di quelli che la rivoluzione l’hanno fatta davvero, credendoci, e ritrovandosi più poveri di prima.</p>
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<p>Ma anche il presente può essere un’amara trappola, come mostra <em>You don’t like the truth,</em> la storia del venticinquenne Omar Khadr, cittadino canadese detenuto a Guantanamo da quando aveva sedici anni. Prigioniero fino a data da definirsi, Omar esprime tutta la sua disperazione in quattro giorni di interrogatori, filmati dalle telecamere di sicurezza e resi pubblici su ordine della Corte Suprema del Canada.</p>
<p>Sempre nel tempo presente si collocano le vicende di altri giovani, coetanei di Omar eppure distanti anni luce dalla sua esperienza. In <em>The Edukators 2.0</em>, un film collettivo, centinaia di studenti precursori del movimento degli <em>indignados</em> occupano l’aula magna dell’ Università di Vienna. Siamo nell’inverno 2009, e i messaggi #Unibrennet (l’università sta bruciando) e #Unseruni (di chi è l’università) vengono twittati alla velocità della luce, tanto da innescare una spirale di proteste studentesche in tutta Europa.</p>
<p>Dura lotta del presente, infine, è quella combattuta dal New York Times.</p>
<p>La Gray Lady rischia l’assottigliamento della sua edizione cartacea o addirittura il fallimento e la chiusura, come già accaduto a molti quotidiani nel corso del 2010.  Stritolato tra social media e WikiLeaks, costretto ad ipotecare la sua storica sede (lo splendido grattacielo progettato da Renzo Piano), il NYT decide di lottare davvero, sfoderando il suo giornalismo migliore, quello dei professionisti sul campo, dell’approfondimento a tutti i costi, della critica al giornalismo “mordi e fuggi” delle tv e di internet. <em>One year inside the NYT</em> è l’appassionante diario di un anno dentro il più prestigioso quotidiano d’America.</p>
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<p>Guardano al futuro, invece, gli elettori protagonisti di <em>An African Election</em>, eccezionale cronaca delle elezioni del 2008 in Ghana. In una chiacchierata post-film, il regista Jarreth Merz e la sceneggiatrice Erika Tasini ci raccontano come le centinaia di ore di girato accumulate in un Ghana in ebollizione elettorale siano prima di tutto la testimonianza di un’Africa positiva.</p>
<p>“Il Ghana è una democrazia faticosa e partecipata, è il volto di un’Africa ottimista” ci dicono, e mi viene in mente che quest’ Africa avrebbe molto da insegnare alle vecchie e sfiduciate democrazie occidentali.</p>
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