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	<title>The Tamarind &#187; Benedetta Cappiello</title>
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		<title>Estate, che passione…</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 21:38:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta Cappiello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[banche]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Si dice che l’estate sia quella breve parentesi dell’anno votata al riposo e alla pace dello animo; quella 2011 non è andata proprio così. Volenti o nolenti, cialis  lontani o vicini dal nostro paese, store  le notizie della crisi e dei tentativi &#8211; ahimé vani &#8211; di risolverla, ci hanno raggiunto non dandoci tregua. Le votazioni delle agenzie di rating, gli incontri dei potenti della finanza, le dichiarazioni dei capi di governo si sono succedute scadendo a passi di tip-tap isterico le nostre vacanze. È difficile capire cosa stia accadendo veramente e, quel che è più, è ingenuo pensare che la soluzione sia stata trovata.
Mi soffermerei a riflettere sui quei pochi fatti che sono oramai inconfutabili. La Grecia è stata salvata dagli altri paesi dell’Unione Europea. È stato difficile accordarsi sul modo, ma sembra ci siano riusciti. Vero è, d’altra parte, che proprio ieri è stata pubblicata la notizia della fusione di due principali banche greche. La neonata, che sarà la più grande del territorio, ha fatto ben sperare i mercati, che hanno risposto chiudendo in rialzo.
La crisi Greca, però, è isolata solo per quantità e non per sostanza. Infatti, spaventa anche la situazione di altri paesi europei tra questi l’Italia. Tralascio ciò che sta accendendo dalle nostre parti, dove i tentativi circensi del nostro governo di emanare una manovra sensata non ottengono altro che un richiamo formale da Bruxelles – proprio ora che, invece, dovremmo stare “schisci” e dimostrarci competenti e laboriosi. Ritorniamo dunque alla crisi ed alla reazione strabiliante che ha generato. L’asse franco-tedesco ha assunto, nuovamente, una posizione di leadership europea, scalzando qualsiasi altra forma di intromissione propositiva. Ciò non è nuovo: in passato, Mitterand e Schröder hanno creduto a tal punto nell’Europa da riuscire a “imporre” politiche volte ad allargarla, rafforzandola. Oggi, Merkel e Sarkozy, consci della forza trainante dei Paesi di cui sono alla guida, hanno delineato le politiche d’azione per uscire dalla crisi e salvare i paesi a rischio. Ciò significa, tra l’altro, Eurobond sì, ma assumendo precauzioni molto definite per evitare che i Paesi dall’economia forte si accollino, senza garanzie, i debiti di quelli più deboli. Ma allora, una domanda sorge spontanea: qual è, oggi, il ruolo delle Istituzioni europee, Banca Centrale compresa? Appare come fatto inevitabile che la soluzione per uscire dalla crisi economica non possa che arrivare dal mondo della politica, per di più dalla politica nazionale di solo alcuni paesi auto eletti alla guida. Appare, quindi, che a crisi economica si affianchi reazione politica. A parer mio, mi sembra che tutto ciò abbia un senso. Le ultime decadi hanno permesso che l’economia assumesse un ruolo talmente principale da imporsi addirittura come unico elemento su cui basare le scelte politiche. Ecco il risultato. Genio e sregolatezza è un binomio che funziona e ha regalato alla società grandi artisti. Economia (globalizzata) e sregolatezza, invece, non hanno funzionato.
Siamo dunque chiamati ad un grande atto di fiducia, perché la risposta a questa contingenza negativa – destinata comunque a perdurare ancora – arriverà proprio dal quel mondo, quello politico, che in parte è stato causa passiva della situazione. Noi tutti, invece, dovremmo assumere, nel nostro piccolo, un ruolo attivo e di compartecipazione. Quel che sarà del futuro assetto europeo, invece, non è dato sapere, per ora. Bisognerà aspettare la fine di questo periodo per capire se, e come, le Istituzioni europee riusciranno a guadagnarsi il primato nella guida dell’Europa, vecchia e nuova. Non bastano, infatti, i trattati (quello di Lisbona del 2009 ha previsto un rafforzamento del ruolo del Parlamento Europeo…già!) e i buoni propositi. Qualsiasi centro di potere esautorato del suo ruolo attivo non rimane che un vuoto, bel palazzo, che invece di incutere timore, lascia fuggire l’occhio dei passanti.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6256" title="corda" src="/wp-content/files/2011/08/corda-300x113.jpg" alt="" width="300" height="113" />Si dice che l’estate sia quella breve parentesi dell’anno votata al riposo e alla pace dello animo; quella 2011 non è andata proprio così. Volenti o nolenti, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" title="cialis" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis</a>  lontani o vicini dal nostro paese, <a href="http://buy-levitraonline.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">store</a>  le notizie della crisi e dei tentativi &#8211; ahimé vani &#8211; di risolverla, ci hanno raggiunto non dandoci tregua. Le votazioni delle agenzie di rating, gli incontri dei potenti della finanza, le dichiarazioni dei capi di governo si sono succedute scadendo a passi di tip-tap isterico le nostre vacanze. È difficile capire cosa stia accadendo veramente e, quel che è più, è ingenuo pensare che la soluzione sia stata trovata.</p>
<p>Mi soffermerei a riflettere sui quei pochi fatti che sono oramai inconfutabili. La Grecia è stata salvata dagli altri paesi dell’Unione Europea. È stato difficile accordarsi sul modo, ma sembra ci siano riusciti. Vero è, d’altra parte, che proprio ieri è stata pubblicata la notizia della fusione di due principali banche greche. La neonata, che sarà la più grande del territorio, ha fatto ben sperare i mercati, che hanno risposto chiudendo in rialzo.</p>
<p>La crisi Greca, però, è isolata solo per quantità e non per sostanza. Infatti, spaventa anche la situazione di altri paesi europei tra questi l’Italia. Tralascio ciò che sta accendendo dalle nostre parti, dove i tentativi circensi del nostro governo di emanare una manovra sensata non ottengono altro che un richiamo formale da Bruxelles – proprio ora che, invece, dovremmo stare “schisci” e dimostrarci competenti e laboriosi. Ritorniamo dunque alla crisi ed alla reazione strabiliante che ha generato. L’asse franco-tedesco ha assunto, nuovamente, una posizione di leadership europea, scalzando qualsiasi altra forma di intromissione propositiva. Ciò non è nuovo: in passato, Mitterand e Schröder hanno creduto a tal punto nell’Europa da riuscire a “imporre” politiche volte ad allargarla, rafforzandola. Oggi, Merkel e Sarkozy, consci della forza trainante dei Paesi di cui sono alla guida, hanno delineato le politiche d’azione per uscire dalla crisi e salvare i paesi a rischio. Ciò significa, tra l’altro, Eurobond sì, ma assumendo precauzioni molto definite per evitare che i Paesi dall’economia forte si accollino, senza garanzie, i debiti di quelli più deboli. Ma allora, una domanda sorge spontanea: qual è, oggi, il ruolo delle Istituzioni europee, Banca Centrale compresa? Appare come fatto inevitabile che la soluzione per uscire dalla crisi economica non possa che arrivare dal mondo della politica, per di più dalla politica nazionale di solo alcuni paesi auto eletti alla guida. Appare, quindi, che a crisi economica si affianchi reazione politica. A parer mio, mi sembra che tutto ciò abbia un senso. Le ultime decadi hanno permesso che l’economia assumesse un ruolo talmente principale da imporsi addirittura come unico elemento su cui basare le scelte politiche. Ecco il risultato. Genio e sregolatezza è un binomio che funziona e ha regalato alla società grandi artisti. Economia (globalizzata) e sregolatezza, invece, non hanno funzionato.</p>
<p>Siamo dunque chiamati ad un grande atto di fiducia, perché la risposta a questa contingenza negativa – destinata comunque a perdurare ancora – arriverà proprio dal quel mondo, quello politico, che in parte è stato causa passiva della situazione. Noi tutti, invece, dovremmo assumere, nel nostro piccolo, un ruolo attivo e di compartecipazione. Quel che sarà del futuro assetto europeo, invece, non è dato sapere, per ora. Bisognerà aspettare la fine di questo periodo per capire se, e come, le Istituzioni europee riusciranno a guadagnarsi il primato nella guida dell’Europa, vecchia e nuova. Non bastano, infatti, i trattati (quello di Lisbona del 2009 ha previsto un rafforzamento del ruolo del Parlamento Europeo…già!) e i buoni propositi. Qualsiasi centro di potere esautorato del suo ruolo attivo non rimane che un vuoto, bel palazzo, che invece di incutere timore, lascia fuggire l’occhio dei passanti.</p>
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		<title>Cosa indosso oggi…?</title>
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		<pubDate>Wed, 11 May 2011 22:55:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta Cappiello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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		<category><![CDATA[documentari]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
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		<description><![CDATA[“Sguardo da un granello di sabbia” di Meena Nanji (2006) è un documentario che racconta la storia di tre donne e tre famiglie afghane rifugiatesi nei campi profughi in Pakistan durante l’invasione americana. Con grande dolcezza infrange il tetto della profonda ignoranza e cambia le prospettive sulle vicissitudini di quella terra.
La visione del film invita a porsi due insolite domande. Quid dei campi profughi in Pakistan dall’invasione americana popolati di Afghani? quid della questione delle donne? Nell’immaginario collettivo i profughi sono solo palestinesi e le donne afghane devono portare il burqa – pochi ricordano di aver visto, generic  o letto, che negli anni ’70 Kabul era un’isola felice per chi vi abitava e per chi la visitava. Insomma, grande confusione e pericolosa inconsapevolezza! E se non fosse proprio così?
Il film dimostra che, per chi governa, il problema dei profughi è irrilevante; ma se aspettiamo che siano loro, a riprendersi una vita normale, sbagliamo. Non è un caso che delle tre famiglie protagoniste solo una, alla fine, torna e rimane nella sua vecchia casa – confidando di aver presto elettricità ed acqua corrente. Come dare torto, invece, alle altre due che, dopo un breve ritorno in città, si rifugiano nuovamente nel campo? Mettiamoci nei loro panni, immaginiamo i timori di due genitori. Normalmente il termine campo riconduce la memoria di un Occidentale verso l’orrore perpetrato durante la Shoah, facendogli cosi assumere un’accezione odiosa. Cambiamo prospettiva, consideriamo i campi profughi come un’isola protetta, difficilmente obiettivo di attacchi nemici. Se viviamo in tal luogo per un periodo prolungato e poi riconduciamo le nostre famiglie in città, a quel punto sottoponiamo i nostri occhi, e quelli dei nostri figli, alla visione dei lasciti della guerra. Proveremmo, dunque, invincibile ansia e disperazione di fronte a quelle immagini di perdizione e forse, cercheremmo di evitarle. Certo, per noi Occidentali questa è una realtà lontana; il nostro problema, quando traslochiamo, è rimanere nella stessa zona della città. Lì ci sono i nostri amici, le nostre scuole, i nostri ricordi. Quello è il nostro luogo protetto.

Rimane, poi, il problema delle donne. Il film lascia intendere la complessità di questo tema, da noi spesso trattato con ignoranza mista a supponenza. Nel nostro immaginario il copricapo ed il burqa rappresentano odiose imposizioni sulle donne – pochi ricordano che avere il capo coperto era, e da qualche parte rimane, una forma di rispetto (e di eleganza) per il luogo in cui si è. Nell’Afghanistan del post regime talebano, invero, non permane l’obbligo di vestire il burqa. Eppure, le donne della Kabul di oggi hanno paura a lasciarlo a casa. Perché? Per trovare una risposta dovremmo calarci nella mente di chi vede questa veste diabolica non come imposizione del governo, ma come scelta razionale per passare inosservate in una realtà che non rispetta le donne ed, anzi, disprezzante le calpesta. Il burqa, per alcune, è diventato una forma di difesa e di lotta in loco. Porrei allora la situazione sotto un’altra prospettiva. Il problema non è abolire, ex lege, il burqa. Il vero traguardo è far si che la scelta iniziale di indossarlo sia personale e non subdolamente imposta da condizioni esterne. Sono queste a dover essere cambiate. Il modo di vestire sarà una conseguenza. In fondo, se queste donne non sentissero il bisogno di proteggersi forse non lo sceglierebbero. E se anche allora qualcuna lo indosserà, cosi avrà liberamente voluto – noi, invece, useremo sempre la veletta nera di fronte al Papa. Nella Kabul anni ’70 le studentesse frequentavano in gonna l’Università e combattevano per migliorare la condizione delle donne nelle campagne. Per raggiungere il traguardo nel 1977 Martyred Meena fondò RAWA. Oggi il lavoro di questa associazione, divenuta segreta, ha dovuto fare un passo indietro assumendo così la tutela di tutte le donne del paese. Anche in Italia qualcuno si sta dedicando al problema: sono le donne del CISDA che, da volontarie, si occupano di donne afghane. Il loro impegno non sventola le bandiere del femminismo, di quel becero femminismo che, portato agli eccessi che raggiunse, permise di ottenere ben poco. La loro lotta vuole il riconoscimento di una base di partenza comune ed eguale – si tratta pur sempre di un’eguaglianza formale, non sostanziale – tra uomini e donne. Questa è l’espressione del femminismo: lasciare la femminilità esprimersi, rispettandola in quanto tale.
Vero è che in Afghanistan i problemi sono innumerevoli, riassumibili in una lista senza fine. Ma almeno è per noi doveroso avere consapevolezza sullo stato della giustizia, dei diritti umani e delle donne. L’ammissione di ignoranza e la curiosità di sapere potrebbero essere due passaggi fondamentali, e sufficienti, da parte di chi prende decisioni e di chi le subisce. L’arte dell’immedesimazione è quella che più di ogni altra aiuta a capire e, magari, a risolvere.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6161" title="grain" src="/wp-content/files/2011/05/grain-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" />“Sguardo da un granello di sabbia” di Meena Nanji (2006) è un documentario che racconta la storia di tre donne e tre famiglie afghane rifugiatesi nei campi profughi in Pakistan durante l’invasione americana. Con grande dolcezza infrange il tetto della profonda ignoranza e cambia le prospettive sulle vicissitudini di quella terra.</p>
<p>La visione del film invita a porsi due insolite domande. <em>Quid</em> dei campi profughi in Pakistan dall’invasione americana popolati di Afghani? <em>quid</em> della questione delle donne? Nell’immaginario collettivo i profughi sono solo palestinesi e le donne afghane devono portare il burqa – pochi ricordano di aver visto, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">generic</a>  o letto, che negli anni ’70 Kabul era un’isola felice per chi vi abitava e per chi la visitava. Insomma, grande confusione e pericolosa inconsapevolezza! E se non fosse proprio così?</p>
<p>Il film dimostra che, per chi governa, il problema dei profughi è irrilevante; ma se aspettiamo che siano loro, a riprendersi una vita normale, sbagliamo. Non è un caso che delle tre famiglie protagoniste solo una, alla fine, torna e rimane nella sua vecchia casa – confidando di aver presto elettricità ed acqua corrente. Come dare torto, invece, alle altre due che, dopo un breve ritorno in città, si rifugiano nuovamente nel campo? Mettiamoci nei loro panni, immaginiamo i timori di due genitori. Normalmente il termine campo riconduce la memoria di un Occidentale verso l’orrore perpetrato durante la Shoah, facendogli cosi assumere un’accezione odiosa. Cambiamo prospettiva, consideriamo i campi profughi come un’isola protetta, difficilmente obiettivo di attacchi nemici. Se viviamo in tal luogo per un periodo prolungato e poi riconduciamo le nostre famiglie in città, a quel punto sottoponiamo i nostri occhi, e quelli dei nostri figli, alla visione dei lasciti della guerra. Proveremmo, dunque, invincibile ansia e disperazione di fronte a quelle immagini di perdizione e forse, cercheremmo di evitarle. Certo, per noi Occidentali questa è una realtà lontana; il nostro problema, quando traslochiamo, è rimanere nella stessa zona della città. Lì ci sono i nostri amici, le nostre scuole, i nostri ricordi. Quello è il nostro luogo protetto.</p>
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<p>Rimane, poi, il problema delle donne. Il film lascia intendere la complessità di questo tema, da noi spesso trattato con ignoranza mista a supponenza. Nel nostro immaginario il copricapo ed il burqa rappresentano odiose imposizioni sulle donne – pochi ricordano che avere il capo coperto era, e da qualche parte rimane, una forma di rispetto (e di eleganza) per il luogo in cui si è. Nell’Afghanistan del post regime talebano, invero, non permane l’obbligo di vestire il burqa. Eppure, le donne della Kabul di oggi hanno paura a lasciarlo a casa. Perché? Per trovare una risposta dovremmo calarci nella mente di chi vede questa veste diabolica non come imposizione del governo, ma come scelta razionale per passare inosservate in una realtà che non rispetta le donne ed, anzi, disprezzante le calpesta. Il burqa, per alcune, è diventato una forma di difesa e di lotta in loco. Porrei allora la situazione sotto un’altra prospettiva. Il problema non è abolire, <em>ex lege</em>, il burqa. Il vero traguardo è far si che la scelta iniziale di indossarlo sia personale e non subdolamente imposta da condizioni esterne. Sono queste a dover essere cambiate. Il modo di vestire sarà una conseguenza. In fondo, se queste donne non sentissero il bisogno di proteggersi forse non lo sceglierebbero. E se anche allora qualcuna lo indosserà, cosi avrà liberamente voluto – noi, invece, useremo sempre la veletta nera di fronte al Papa. Nella Kabul anni ’70 le studentesse frequentavano in gonna l’Università e combattevano per migliorare la condizione delle donne nelle campagne. Per raggiungere il traguardo nel 1977 Martyred Meena fondò <a href="http://www.ecn.org/reds/donne/coordinamentoRAWA.html" target="_blank">RAWA</a>. Oggi il lavoro di questa associazione, divenuta segreta, ha dovuto fare un passo indietro assumendo così la tutela di tutte le donne del paese. Anche in Italia qualcuno si sta dedicando al problema: sono le donne del <a href="http://www.ecn.org/reds/donne/coordrawa/coordrawa412cisdachisiamo.html" target="_blank">CISDA</a> che, da volontarie, si occupano di donne afghane. Il loro impegno non sventola le bandiere del femminismo, di quel becero femminismo che, portato agli eccessi che raggiunse, permise di ottenere ben poco. La loro lotta vuole il riconoscimento di una base di partenza comune ed eguale – si tratta pur sempre di un’eguaglianza formale, non sostanziale – tra uomini e donne. Questa è l’espressione del femminismo: lasciare la femminilità esprimersi, rispettandola in quanto tale.</p>
<p>Vero è che in Afghanistan i problemi sono innumerevoli, riassumibili in una lista senza fine. Ma almeno è per noi doveroso avere consapevolezza sullo stato della giustizia, dei diritti umani e delle donne. L’ammissione di ignoranza e la curiosità di sapere potrebbero essere due passaggi fondamentali, e sufficienti, da parte di chi prende decisioni e di chi le subisce. L’arte dell’immedesimazione è quella che più di ogni altra aiuta a capire e, magari, a risolvere.</p>
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		<title>STL: un esperimento di giustizia internazionale</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 15:21:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta Cappiello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
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		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Benvenuti in Libano, viagra  o meglio, in un piccolo angolo delle terra dei cedri, volutamente trasferito in un paese neutrale e stabile. L’Aja, infatti, non solo è la capitale amministrativa dell’Olanda ma ospita inoltre tutti i Tribunali internazionale. Insomma, se un presunto criminale vuole preservare il suo incognito, è bene che stia lontano da questo paese e dal suo sistema  di “giustizia oltre frontiera”.
A cosa si deve la nascita di un nuovo, piccolo e ancora sconosciuto Tribunale? Bene, nel giugno del 2007 la Risoluzione ONU n.1757 (2007) e l’Accordo tra le Nazioni Unite Libano – si badi bene non ratificato dal Parlamento libanese – hanno istituito il Tribunale Speciale per il Libano (Special Tribunal for Lebanon, in breve “STL”). Questo ultimo traguardo della giustizia internazionale nasce con peculiarità significative che ben lo contraddistinguono dai precedenti del settore: la giurisdizione ratione personea et materiae è circoscritta; sono ammessi – primo esperimento per la giustizia internazionale – i procedimenti in absentia, con applicazione del diritto libanese e , in caso di necessità, rinvio ai principi di diritto internazionale e consuetudinario.
Ma non sono queste le uniche eccezionalità di questo Tribunale. Basti pensare al fatto che è stato istituito per indagare solo sulla uccisione di Rafik Hariri, allora primo ministro, e di altre 23 persone. Nulla in confronto  ai due genocidi che portarono alla  creazione tanto del Tribunale Internazionale per i Crimini in ex-Jugoslavia (ICTY)[1] quanto del Tribunale Internazionale per il Rwanda (ICTR)[2]. Ne deriva, quindi, che il Tribunale nasce per ragioni anche, e soprattutto, politiche: assicurare, con la giustizia, un clima più rilassato, o meglio meno conflittuale, tra i confini libico siriani ed anche israeliani e più stabilità in un paese, il Libano, centrale per le dinamiche dell’intera area.
Da qui si può intuire anche perché tali crimini non siano stati perseguiti dalla Corte Penale Internazione, magari emendando lo Statuto di Roma che la istituisce, e sia stato invece preferito un Tribunale ad hoc, con tutti i limiti che da ciò possono derivare. Non possiamo pretendere una risposta chiara ed universalmente accettata. Su questo punto ancora si discute, così come sulla legittimità di questo Tribunale. Tralasciando le questioni di fondo, però, è giusto ammettere che il Tribunale Speciale per il Libano esiste, ha veste istituzionale, è attivo e persegue un crimine, quello del terrorismo, dai contorni ancora piuttosto oscuri. Il reato di terrorismo, forse il più contemporaneo tra i crimini internazionali, merita di essere definito e studiato poiché ad oggi non conosce una definizione autonoma, unitaria e riconosciuta ovunque, come dovrebbe essere a motivo della sua estensione transnazionale. Probabilmente, oltre che per la delicatezza politica del crimine stesso, prima di poter essere assunto nella rosa dei reati perseguiti dalla Corte penale internazionale, quello del terrorismo deve trovare una sua legittimazione e l’esistenza di un’unica giurisdizione, con la creazione di un Tribunale ad hoc, ha il sicuro pregio di unificare ed uniformare una fattispecie criminosa, quantomeno sotto il profilo sanzionatorio.
Dal lato pratico è lecito domandarsi cosa abbia fatto il Tribunale dal 2007 ad oggi. Il percorso temporale è così limitato da non consentire bilanci ma solo una prima significativa riflessione. E bene, si è dato una forma e si è «costruito» rispettando e preservando le sue peculiarità. Benché ad oggi l’attività strettamente giurisdizionale del Tribunale risulti ancora in fieri – il giudice delle indagini preliminari e il suo team stanno vagliando la validità del mandato di arresto sottoposto, forse con ritardo, dall’accusa il 21 gennaio 2011 – un primo importante traguardo è già stato raggiunto. Il 16 febbraio scorso la Camera d’Appello del tribunale, presieduta dal giudice Antonio Cassese, ha reso una decisione interlocutoria, definendo alcuni questioni preliminari e pregiudiziali prima del merito, oggetto del vero e proprio giudizio. Sono stati, così, risolti molti dubbi interpretativi e, soprattutto, si è segnata una tappa fondamentale nella ricerca della definizione del crimine di terrorismo. Sembra che la decisione possa essere indicata come un primum da cui la dottrina e la giurisprudenza potranno trarre argomenti per accogliere un definitivo concetto di terrorismo internazionale.  Nella decisione emergono infatti, alcuni elementi che costituirebbero il nucleo centrale di tale crimine e che si verificherebbe qualora e se ci trovassimo dinanzi:
1. [P]erpetration of a criminal act (such as murder, kidnapping, hostage-taking, arson, and so on), or threatening such an act&#8217;
2. [I]ntent to spread fear among the population (which would generally entail the creation of public danger) or directly or indirectly coerce a national or international authority to take some action, or to refrain from taking it&#8217;
3.     [T]he act involves a transnational element.&#8216;
Pochi sanno dell’esistenza di questo Tribunale e molti ne ignorano le origini e il lavoro. Quello che non può accadere è sottovalutarne l’importanza.  Quando e se il Tribunale Speciale per il Libano decollerà, il suo punto di arrivo sarà non solo il riconoscimento ma anche l’applicazione in sede giurisprudenziale del crimine di terrorismo, definito in modo univoco. Non bisogna dimenticare che questo esperimento conta molti nemici. Addirittura l’STL, e il suo potenziale operato, è stato individuato come una delle cause principali che hanno portato, poco più di un mese fa, al rimpasto del governo libanese  con una nuova maggioranza che tende verso Hezbollah . C’è però un sottile limite tra il riconoscere la sensibilità di questa Istituzione e servirsi dei media per influenzare, o peggio, manipolare l`opinione pubblica e per parte sua l’STL può difendersi contando quasi esclusivamente sulle sue forze, visto poi che non è nemmeno propriamente un Tribunale delle Nazioni Unite.
Il Tribunale Speciale per Il Libano rappresenta dunque una sfida. Non solo una sfida politica, data l`estrema vulnerabilità degli equilibri mediorientali che il Tribunale mette in discussione con il suo operato.  Ma rappresenta anche una sfida giuridica, perché mai prima di adesso si era ritenuto possibile parlare di terrorismo nelle aule di un Tribunale. Dal lontano giugno 2007 le cose sembrano di poco evolute ma, come sempre, l’ottimismo non manca. D’altra parte, se si vuole risolvere le complicate questioni geopolitiche con il Diritto bisogna avere molta pazienza. Ma se lo sforzo di chi ha costruito, e oggi alimenta, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6034" title="STL" src="/wp-content/files/2011/03/STL2-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" />Benvenuti in Libano, <a href="http://viagragenericedpills.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  o meglio, in un piccolo angolo delle terra dei cedri, volutamente trasferito in un paese neutrale e stabile. L’Aja, infatti, non solo è la capitale amministrativa dell’Olanda ma ospita inoltre tutti i Tribunali internazionale. Insomma, se un presunto criminale vuole preservare il suo incognito, è bene che stia lontano da questo paese e dal suo sistema  di “giustizia oltre frontiera”.</p>
<p>A cosa si deve la nascita di un nuovo, piccolo e ancora sconosciuto Tribunale? Bene, nel giugno del 2007 la Risoluzione ONU n.1757 (2007) e l’Accordo tra le Nazioni Unite Libano – si badi bene non ratificato dal Parlamento libanese – hanno istituito il Tribunale Speciale per il Libano (<em>Special Tribunal for Lebanon</em>, in breve “STL”). Questo ultimo traguardo della giustizia internazionale nasce con peculiarità significative che ben lo contraddistinguono dai precedenti del settore: la giurisdizione <em>ratione personea</em> et <em>materiae</em> è circoscritta; sono ammessi – primo esperimento per la giustizia internazionale – i procedimenti <em>in absentia,</em> con applicazione del diritto libanese e , in caso di necessità, rinvio ai principi di diritto internazionale e consuetudinario.</p>
<p>Ma non sono queste le uniche eccezionalità di questo Tribunale. Basti pensare al fatto che è stato istituito per indagare solo sulla uccisione di Rafik Hariri, allora primo ministro, e di altre 23 persone. Nulla in confronto  ai due genocidi che portarono alla  creazione tanto del Tribunale Internazionale per i Crimini in ex-Jugoslavia (ICTY)<a href="#_ftn1">[1]</a> quanto del Tribunale Internazionale per il Rwanda (ICTR)<a href="#_ftn2">[2]</a>. Ne deriva, quindi, che il Tribunale nasce per ragioni anche, e soprattutto, politiche: assicurare, con la giustizia, un clima più rilassato, o meglio meno conflittuale, tra i confini libico siriani ed anche israeliani e più stabilità in un paese, il Libano, centrale per le dinamiche dell’intera area.</p>
<p>Da qui si può intuire anche perché tali crimini non siano stati perseguiti dalla Corte Penale Internazione, magari emendando lo Statuto di Roma che la istituisce, e sia stato invece preferito un Tribunale <em>ad hoc</em>, con tutti i limiti che da ciò possono derivare. Non possiamo pretendere una risposta chiara ed universalmente accettata. Su questo punto ancora si discute, così come sulla legittimità di questo Tribunale. Tralasciando le questioni di fondo, però, è giusto ammettere che il Tribunale Speciale per il Libano esiste, ha veste istituzionale, è attivo e persegue un crimine, quello del terrorismo, dai contorni ancora piuttosto oscuri. Il reato di terrorismo, forse il più contemporaneo tra i crimini internazionali, merita di essere definito e studiato poiché ad oggi non conosce una definizione autonoma, unitaria e riconosciuta ovunque, come dovrebbe essere a motivo della sua estensione transnazionale. Probabilmente, oltre che per la delicatezza politica del crimine stesso, prima di poter essere assunto nella rosa dei reati perseguiti dalla Corte penale internazionale, quello del terrorismo deve trovare una sua legittimazione e l’esistenza di un’unica giurisdizione, con la creazione di un Tribunale ad hoc, ha il sicuro pregio di unificare ed uniformare una fattispecie criminosa, quantomeno sotto il profilo sanzionatorio.</p>
<p>Dal lato pratico è lecito domandarsi cosa abbia fatto il Tribunale dal 2007 ad oggi. Il percorso temporale è così limitato da non consentire bilanci ma solo una prima significativa riflessione. E bene, si è dato una forma e si è «costruito» rispettando e preservando le sue peculiarità. Benché ad oggi l’attività strettamente giurisdizionale del Tribunale risulti ancora <em>in fieri</em> – il giudice delle indagini preliminari e il suo team stanno vagliando la validità del mandato di arresto sottoposto, forse con ritardo, dall’accusa il 21 gennaio 2011 – un primo importante traguardo è già stato raggiunto. Il 16 febbraio scorso la Camera d’Appello del tribunale, presieduta dal giudice Antonio Cassese, ha reso una decisione interlocutoria, definendo alcuni questioni preliminari e pregiudiziali prima del merito, oggetto del vero e proprio giudizio. Sono stati, così, risolti molti dubbi interpretativi e, soprattutto, si è segnata una tappa fondamentale nella ricerca della definizione del crimine di terrorismo. Sembra che la decisione possa essere indicata come un <em>primum</em> da cui la dottrina e la giurisprudenza potranno trarre argomenti per accogliere un definitivo concetto di terrorismo internazionale.  Nella decisione emergono infatti, alcuni elementi che costituirebbero il nucleo centrale di tale crimine e che si verificherebbe qualora e se ci trovassimo dinanzi:</p>
<p><em>1. </em><em>[P]erpetration of a criminal act (such as murder, kidnapping, hostage-taking, arson, and so on), or threatening such an act&#8217;</em></p>
<p><em>2. </em><em>[I]ntent to spread fear among the population (which would generally entail the creation of public danger) or directly or indirectly coerce a national or international authority to take some action, or to refrain from taking it&#8217;</em></p>
<p>3.     <em>[T]he act involves a transnational element.</em>&#8216;</p>
<p>Pochi sanno dell’esistenza di questo Tribunale e molti ne ignorano le origini e il lavoro. Quello che non può accadere è sottovalutarne l’importanza.  Quando e se il Tribunale Speciale per il Libano decollerà, il suo punto di arrivo sarà non solo il riconoscimento ma anche l’applicazione in sede giurisprudenziale del crimine di terrorismo, definito in modo univoco. Non bisogna dimenticare che questo esperimento conta molti nemici. Addirittura l’STL, e il suo potenziale operato, è stato individuato come una delle cause principali che hanno portato, poco più di un mese fa, al rimpasto del governo libanese  con una nuova maggioranza che tende verso Hezbollah . C’è però un sottile limite tra il riconoscere la sensibilità di questa Istituzione e servirsi dei media per influenzare, o peggio, manipolare l`opinione pubblica e per parte sua l’STL può difendersi contando quasi esclusivamente sulle sue forze, visto poi che non è nemmeno propriamente un Tribunale delle Nazioni Unite.</p>
<p>Il Tribunale Speciale per Il Libano rappresenta dunque una sfida. Non solo una sfida politica, data l`estrema vulnerabilità degli equilibri mediorientali che il Tribunale mette in discussione con il suo operato.  Ma rappresenta anche una sfida giuridica, perché mai prima di adesso si era ritenuto possibile parlare di terrorismo nelle aule di un Tribunale. Dal lontano giugno 2007 le cose sembrano di poco evolute ma, come sempre, l’ottimismo non manca. D’altra parte, se si vuole risolvere le complicate questioni geopolitiche con il Diritto bisogna avere molta pazienza. Ma se lo sforzo di chi ha costruito, e oggi alimenta, il Tribunale sarà un giorno riconosciuto, allora i benefici saranno per tutta la Comunità Internazionale, poiché il terrorismo è un crimine senza confini che solo una sanzione uniforme può tentare di reprimere.</p>
<p>L’Aja, 11/3/2011</p>
<p>Benedetta Cappiello</p>
<p>«Le opinioni espresse nell’articolo sono quelle personali dell’autrice e in alcun modo riflettono quelle del Tribunale Speciale per il Libano».</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref">[1]</a> Per maggiori informazioni consultare il sito <a href="http://www.icty.org/">http://www.icty.org/</a></p>
<p><a href="#_ftnref">[2]</a> Per maggiori informazioni consultare il sito <a href="http://www.unictr.org/">http://www.unictr.org/</a></p>
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