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	<title>The Tamarind &#187; Stefania Coco Scalisi</title>
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		<title>Il corpo delle donne tra femminismo e diversità culturale</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2013/04/07/femen-tunisia/</link>
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		<pubDate>Sun, 07 Apr 2013 22:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Coco Scalisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
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		<description><![CDATA[Cosa accade se coloro per i quali lottiamo ci vengono contro? Cosa succede quando ci rendiamo conto che combattiamo una battaglia che nessuno vuole combattere?
In Tunisia Femen, unhealthy  l’ormai famoso movimento femminista che rivendica la libertà delle donne di usare il proprio corpo contro ogni forma di sessismo, sovaldi  non sta ottenendo il successo sperato. E non sto parlando solo della storia di Amina, la ragazza che voleva avviare il movimento anche in Tunisia ma di cui purtroppo non si sa nulla da giorni, ma piuttosto della reazione di molte donne tunisine che accusano il movimento di negargli una voce. Un’accusa che ha del paradossale per le fondatrici di Femen il cui obiettivo è invece proprio quello di gridare al mondo gli abusi e le violenze di cui le donne continuano ad essere vittime.
Perché dunque in Tunisia succede l’inspiegabile per il movimento in topless che fa battaglia e proseliti a macchia d’olio? In realtà la reazione delle donne tunisine è piuttosto prevedibile e si inscrive nel più ampio alveo di cosa e come si intendono i diritti umani e civili, e di come si pensa debbano essere tutelati. Ed è qui che torna l’annosa questione del relativismo culturale, un termine un po’ oscuro e decisamente abusato negli ultimi anni, ma che pare proprio calarsi appieno nelle esempio delle donne tunisine. Qualche giorno fa, infatti, un gruppo di contestatrici di Femen si è riunito a Tunisi per dare vita a un movimento speculare, di donne che protestano solo vestite, e per pubblicare un documento in cui  si rimproverano le attiviste di Femen «Non dobbiamo uniformarci al vostro modo di protestare per essere emancipate. Lo fa già la nostra religione, grazie mille».
Chi ha ragione? La verità, come sempre, sta nel mezzo. Non c’è dubbio, infatti, che la volontà che anima il movimento Femen, anche in Tunisia, è nobile e che la causa per cui combattono è condivisibile da tutte le donne. È vero anche, però, che il modo che hanno scelto per attirare l’attenzione può funzionare solo nelle piazze occidentali (con le quali non intendo le piazze ad Ovest di una città ma ad Ovest del mondo) e non dappertutto. Femen pecca, insomma, di un peccato antico: quello di credere che quello che l’Occidente ritiene sia giusto rivendicare sia condiviso da tutti. Un peccato di superbia spesso, in questo caso però d’ingenuità: un seno nudo non è un’arma per una donna tunisina, ma semmai una violenza prima di tutto sul suo modo di vedere il mondo.
Le attiviste di Femen non devono terminare la loro battaglia, né rinunciare ad espandere il loro movimento anche laddove trovano delle resistenze. Devono semmai capire perché le donne che vogliono difendere le sono ostili e che, come diceva Sun Tzu, se si vuole vincere la guerra, bisogna sempre saper combattere con armi e mentalità nuove.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6677" title="Femenlogo" src="/wp-content/files/2013/04/Femenlogo-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Cosa accade se coloro per i quali lottiamo ci vengono contro? Cosa succede quando ci rendiamo conto che combattiamo una battaglia che nessuno vuole combattere?</p>
<p>In Tunisia Femen, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">unhealthy</a>  l’ormai famoso movimento femminista che rivendica la libertà delle donne di usare il proprio corpo contro ogni forma di sessismo, <a href="http://tadalafilforsale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sovaldi</a>  non sta ottenendo il successo sperato. E non sto parlando solo della storia di Amina, la ragazza che voleva avviare il movimento anche in Tunisia ma di cui purtroppo non si sa nulla da giorni, ma piuttosto della reazione di molte donne tunisine che accusano il movimento di negargli una voce. Un’accusa che ha del paradossale per le fondatrici di Femen il cui obiettivo è invece proprio quello di gridare al mondo gli abusi e le violenze di cui le donne continuano ad essere vittime.</p>
<p>Perché dunque in Tunisia succede l’inspiegabile per il movimento in topless che fa battaglia e proseliti a macchia d’olio? In realtà la reazione delle donne tunisine è piuttosto prevedibile e si inscrive nel più ampio alveo di cosa e come si intendono i diritti umani e civili, e di come si pensa debbano essere tutelati. Ed è qui che torna l’annosa questione del relativismo culturale, un termine un po’ oscuro e decisamente abusato negli ultimi anni, ma che pare proprio calarsi appieno nelle esempio delle donne tunisine. Qualche giorno fa, infatti, un gruppo di contestatrici di Femen si è riunito a Tunisi per dare vita a un movimento speculare, di donne che protestano solo vestite, e per pubblicare un documento in cui  si rimproverano le attiviste di Femen <em>«Non dobbiamo uniformarci al vostro modo di protestare per essere emancipate. Lo fa già la nostra religione, grazie mille».</em></p>
<p>Chi ha ragione? La verità, come sempre, sta nel mezzo. Non c’è dubbio, infatti, che la volontà che anima il movimento Femen, anche in Tunisia, è nobile e che la causa per cui combattono è condivisibile da tutte le donne. È vero anche, però, che il modo che hanno scelto per attirare l’attenzione può funzionare solo nelle piazze occidentali (con le quali non intendo le piazze ad Ovest di una città ma ad Ovest del mondo) e non dappertutto. Femen pecca, insomma, di un peccato antico: quello di credere che quello che l’Occidente ritiene sia giusto rivendicare sia condiviso da tutti. Un peccato di superbia spesso, in questo caso però d’ingenuità: un seno nudo non è un’arma per una donna tunisina, ma semmai una violenza prima di tutto sul suo modo di vedere il mondo.</p>
<p>Le attiviste di Femen non devono terminare la loro battaglia, né rinunciare ad espandere il loro movimento anche laddove trovano delle resistenze. Devono semmai capire perché le donne che vogliono difendere le sono ostili e che, come diceva Sun Tzu, se si vuole vincere la guerra, bisogna sempre saper combattere con armi e mentalità nuove.</p>
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		<title>La crisi infinita del Delta del Niger</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/11/17/delta-del-niger/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 18:15:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Coco Scalisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

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		<description><![CDATA[Le Relazioni Internazionali da tempo studiano un particolare fenomeno noto come “maledizione delle risorse naturali”. I paesi ricchi di risorse, decease  e soprattutto di gas e petrolio, appaiono, infatti, affetti da cronica incapacità di crescita economica, da autoritarismo, corruzione e costante violazione dei diritti umani.
Le ragioni economiche e sociali di tale paradosso &#8211; dalla scarsa diversificazione economica (la cosiddetta “Dutch-disease”), alla corruzione endemica ma non denunciata dalla popolazione ammansita dal non dover pagare tasse, viste le alte rendite petrolifere &#8211; sono complesse e talmente radicate nel tessuto economico e sociale di questi Paesi da far temere che la catena di abusi non possa mai essere spezzata.
La Nigeria è un paese vittima di tale “maledizione”. Sulla carta ricco e produttivo, lo stato nigeriano, piuttosto che essere il principale produttore africano di petrolio, è oggi un paese dilaniato da conflitti etnici, povertà e inquinamento. L’area del Delta del Niger, dove si concentrano gli impianti delle compagnie multinazionali, tra cui spiccano la Royal Dutch Shell e la nostra ENI,  è la più colpita dalle conseguenze dei disastri ambientali e dagli attacchi dei gruppi di ribelli, tra cui spiccano i militanti del MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta1) particolarmente attivi dal 2006. Sabotaggi e scarsa attenzione agli standard di sicurezza minimi da parte delle compagnie petrolifere, hanno messo in ginocchio l’economia e la vita stessa delle popolazioni locali, che fanno della pesca e dell’agricoltura la principale fonte di sostentamento.
Secondo una recente stima dell’ONU, serve più di 1 miliardo di dollari per ripulire le acque avvelenata del Delta, mentre nel frattempo la gente muore per avvelenamento o per fame2. La violazione del diritto al cibo e all&#8217;acqua, insieme al non rispetto del diritto al lavoro e agli standard di vita adeguati, rappresenta dunque un attentato diretto alla dignità umana e un grave ostacolo al diritto alla vita stessa.
La situazione nel Delta del Niger è complessa. Se le colpe del governo e delle aziende sono chiare, non mancano le responsabilità dei ribelli e dei gruppi armati. La popolazione locale al momento è sprovvista di ogni forma di tutela dei propri diritti né il governo appare interessato a mettere in atto una reale azione di risarcimento nei confronti delle vittime.
Povertà, inquinamento, corruzione e malgoverno sono gli ingredienti per un mix esplosivo, che fa del Delta del Niger una bomba a orologeria che solo cambiando direzione si potrà disinnescare. Perché ciò accada serve uno sforzo congiunto del governo, delle imprese straniere e anche dei paesi un cui hanno sede le multinazionali operanti nel Delta, che devono sostenere senza indugi la necessità di bonificare.
Maggiore consapevolezza dei propri diritti, accesso alla giustizia e regole sono la sola strada da percorrere affinché il Delta del Niger possa finalmente trovare pace.
1http://www.jamestown.org/single/?no_cache=1&#38;tx_ttnews%5Btt_news%5D=4113
2 http://www.care2.com/causes/un-1-billion-to-clean-oil-polluted-niger-delta.html
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6308" title="NASA Space Shuttle Overflight photo of the Niger Delta. North is on the left." src="/wp-content/files/2011/11/delta-del-niger-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Le Relazioni Internazionali da tempo studiano un particolare fenomeno noto come “maledizione delle risorse naturali”. I paesi ricchi di risorse, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">decease</a>  e soprattutto di gas e petrolio, appaiono, infatti, affetti da cronica incapacità di crescita economica, da autoritarismo, corruzione e costante violazione dei diritti umani.</p>
<p>Le ragioni economiche e sociali di tale paradosso &#8211; dalla scarsa diversificazione economica (la cosiddetta “Dutch-disease”), alla corruzione endemica ma non denunciata dalla popolazione ammansita dal non dover pagare tasse, viste le alte rendite petrolifere &#8211; sono complesse e talmente radicate nel tessuto economico e sociale di questi Paesi da far temere che la catena di abusi non possa mai essere spezzata.</p>
<p>La Nigeria è un paese vittima di tale “maledizione”. Sulla carta ricco e produttivo, lo stato nigeriano, piuttosto che essere il principale produttore africano di petrolio, è oggi un paese dilaniato da conflitti etnici, povertà e inquinamento. L’area del Delta del Niger, dove si concentrano gli impianti delle compagnie multinazionali, tra cui spiccano la Royal Dutch Shell e la nostra ENI,  è la più colpita dalle conseguenze dei disastri ambientali e dagli attacchi dei gruppi di ribelli, tra cui spiccano i militanti del MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta<a href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a>) particolarmente attivi dal 2006. Sabotaggi e scarsa attenzione agli standard di sicurezza minimi da parte delle compagnie petrolifere, hanno messo in ginocchio l’economia e la vita stessa delle popolazioni locali, che fanno della pesca e dell’agricoltura la principale fonte di sostentamento.</p>
<p>Secondo una recente stima dell’ONU, serve più di 1 miliardo di dollari per ripulire le acque avvelenata del Delta, mentre nel frattempo la gente muore per avvelenamento o per fame<a href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a>. La violazione del diritto al cibo e all&#8217;acqua, insieme al non rispetto del diritto al lavoro e agli standard di vita adeguati, rappresenta dunque un attentato diretto alla dignità umana e un grave ostacolo al diritto alla vita stessa.</p>
<p>La situazione nel Delta del Niger è complessa. Se le colpe del governo e delle aziende sono chiare, non mancano le responsabilità dei ribelli e dei gruppi armati. La popolazione locale al momento è sprovvista di ogni forma di tutela dei propri diritti né il governo appare interessato a mettere in atto una reale azione di risarcimento nei confronti delle vittime.</p>
<p>Povertà, inquinamento, corruzione e malgoverno sono gli ingredienti per un mix esplosivo, che fa del Delta del Niger una bomba a orologeria che solo cambiando direzione si potrà disinnescare. Perché ciò accada serve uno sforzo congiunto del governo, delle imprese straniere e anche dei paesi un cui hanno sede le multinazionali operanti nel Delta, che devono sostenere senza indugi la necessità di bonificare.</p>
<p>Maggiore consapevolezza dei propri diritti, accesso alla giustizia e regole sono la sola strada da percorrere affinché il Delta del Niger possa finalmente trovare pace.</p>
<p><a href="#sdfootnote1anc">1</a><sup></sup>http://www.jamestown.org/single/?no_cache=1&amp;tx_ttnews%5Btt_news%5D=4113</p>
<p><a href="#sdfootnote2anc">2</a><sup></sup> http://www.care2.com/causes/un-1-billion-to-clean-oil-polluted-niger-delta.html</p>
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		<title>La fine del mondo e il Paese delle squadriglie</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/03/27/la-fine-del-mondo-e-il-paese-delle-squadriglie/</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Mar 2011 10:04:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Coco Scalisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Gheddafi]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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		<category><![CDATA[ONU]]></category>
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		<description><![CDATA[Secondo una minacciosa profezia maya, see  la fine del mondo capiterebbe malauguratamente proprio il 21 dicembre del 2012.
A prescindere dalla veridicità o meno di tale teoria, see  è certo che se da un po’ di tempo a questa parte si dà una rapida occhiata ai titoli dei quotidiani, forse i sostenitori dell’occulto e del mistero potrebbero esultare, affermando con voce sempre più decisa: “Avevamo ragione noi!”
Hanno ragione? Da convinta volteriana quale sono non posso darla vinta a queste credenze pagane/popolari che ricordano tanto il furore dei millenaristi del Medioevo. Eppure, mio malgrado, inizio ad avere un po’ di paura anche io.
Senza bisogno di ricordare la gravità di quanto successo in Giappone, trovo ancora più inquietante quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Un Medio Oriente molto più vicino di quanto percepiamo dato che, di solito, quando si pensa a Paesi come la Libia, ed adesso anche la Siria e lo Yemen, li si colloca automaticamente in una non meglio definita zona del mappamondo di cui sappiamo solo che è distante da noi.
Purtroppo non è così. Non è necessario essere fini geografi per capirlo. Dai porti della Sicilia, in una giornata serena, si possono notare i contorni delle coste africane. Inoltre, poiché oggi la geopolitica del pianeta è molto cambiata, bisogna cambiare pure la prospettiva con cui si guarda a una carta geografica per rendersi conto che quella che fino a poco tempo fa chiamavamo periferia è adesso il centro del mondo.  La globalizzazione ha dilatato i confini al punto tale che oggi hanno un ruolo da protagonista dell’arena internazionale, Paesi che prima ne erano assolutamente esclusi.
Il caso della Libia è sicuramente il più complesso. Siamo in guerra, non è sbagliato definire in questo modo l’operazione, sulla carta umanitaria, “Odissea all’Alba” (ma chi è poi a scegliere questi nomi?!?). Le voci critiche sono ovviamente tante, e quasi tutte puntano alla delegittimazione della guerra come strumento di pace. Per quanto sembrerebbe esserci un conflitto in nuce in questa definizione, in realtà è proprio la risoluzione 1973 dell’Onu, adottata dopo una strenua battaglia in Consiglio di Sicurezza tra i Paesi favorevoli, con capofila una Francia ostinatamente revanscista nei confronti del nemico libico, e i contrari, tra cui la Cina e la Russia che in Libia hanno investito davvero tanti soldi, a permettere l’intervento. Nel momento in cui la risoluzione invita ad adottare “tutte le misure necessarie per proteggere i civili[1]” dà di fatto mano libera ai Paesi della coalizione anti Libia. Che ciò sia corretto o meno, è difficile da dire. Certo appare alquanto irritante che si scopra solo oggi che Gheddafi è un dittatore della peggiore specie, quelli folli e paranoici, mentre prima gli si baciavano le mani (noi!), o lo si lasciava libero di sparare boutade (gli altri) perfino in seno alle Nazioni Unite solo per il suo petrolio e il suo gas di cui tutti sembrano avere un disperato bisogno. Detto ciò, la guerra è giusta? Non lo so. Certo non credo che semplici sanzioni possano fermare un uomo che bombarda il suo stesso popolo e che si è servito e si serve ancora di scudi umani per scampare alla morte.
Quello che mi lascia interdetta è però questa politica dei due pesi e due misure: quello che in Tunisia non si riteneva necessario fare lo si fa per la Libia e forse lo si farà per la Siria, così importante per gli equilibri dell’area, e non per lo Yemen.  C’è insomma da sperare, se si è cittadini di Paesi stravolti dalla crisi e dalle rivolte, di possedere qualcosa di tanto attraente da spingere le potenze straniere a fare qualcosa.
Eppure c’è poco da meravigliarsi: la guerra è il più antico e immediato strumento di soluzione delle controversie e l’Onu, in sostanza, ne disciplina l’uso ma non lo vieta in modo assoluto. Se c’è qualcosa di cui stupirsi è semmai la totale ed eterna incapacità dei Paesi prima Nato e poi UE, di coordinarsi per una qualsiasi azione che non sia scegliere il ristorante dopo gli incontri al vertice. Che la Germania, Paese che l’Unione Europea ha praticamente messo alla guida della macchina comunitaria, si tiri fuori dal conflitto è alquanto serio. È l’ennesima testimonianza che di fronte ai veri problemi ognuno pensa per sé prima che come squadra.
Il proprio interesse prima di tutto, insomma, sempre e comunque. Forse è triste, sì, ma d’altronde si sa che questa è la politica, baby!
[1] http://www.un.org/News/Press/docs/2011/sc10200.doc.htm#Resolution
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6053" title="Calendario Maya" src="/wp-content/files/2011/03/mayan_Calendar-300x284.jpg" alt="" width="300" height="284" />Secondo una minacciosa profezia maya, <a href="http://sildenafilbuyonline.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">see</a>  la fine del mondo capiterebbe malauguratamente proprio il 21 dicembre del 2012.</p>
<p>A prescindere dalla veridicità o meno di tale teoria, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">see</a>  è certo che se da un po’ di tempo a questa parte si dà una rapida occhiata ai titoli dei quotidiani, forse i sostenitori dell’occulto e del mistero potrebbero esultare, affermando con voce sempre più decisa: “Avevamo ragione noi!”</p>
<p>Hanno ragione? Da convinta volteriana quale sono non posso darla vinta a queste credenze pagane/popolari che ricordano tanto il furore dei millenaristi del Medioevo. Eppure, mio malgrado, inizio ad avere un po’ di paura anche io.</p>
<p>Senza bisogno di ricordare la gravità di quanto successo in Giappone, trovo ancora più inquietante quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Un Medio Oriente molto più vicino di quanto percepiamo dato che, di solito, quando si pensa a Paesi come la Libia, ed adesso anche la Siria e lo Yemen, li si colloca automaticamente in una non meglio definita zona del mappamondo di cui sappiamo solo che è distante da noi.</p>
<p>Purtroppo non è così. Non è necessario essere fini geografi per capirlo. Dai porti della Sicilia, in una giornata serena, si possono notare i contorni delle coste africane. Inoltre, poiché oggi la geopolitica del pianeta è molto cambiata, bisogna cambiare pure la prospettiva con cui si guarda a una carta geografica per rendersi conto che quella che fino a poco tempo fa chiamavamo periferia è adesso il centro del mondo.  La globalizzazione ha dilatato i confini al punto tale che oggi hanno un ruolo da protagonista dell’arena internazionale, Paesi che prima ne erano assolutamente esclusi.</p>
<p>Il caso della Libia è sicuramente il più complesso. Siamo in guerra, non è sbagliato definire in questo modo l’operazione, sulla carta umanitaria, “Odissea all’Alba” (ma chi è poi a scegliere questi nomi?!?). Le voci critiche sono ovviamente tante, e quasi tutte puntano alla delegittimazione della guerra come strumento di pace. Per quanto sembrerebbe esserci un conflitto <em>in nuce</em> in questa definizione, in realtà è proprio la risoluzione 1973 dell’Onu, adottata dopo una strenua battaglia in Consiglio di Sicurezza tra i Paesi favorevoli, con capofila una Francia ostinatamente revanscista nei confronti del nemico libico, e i contrari, tra cui la Cina e la Russia che in Libia hanno investito davvero tanti soldi, a permettere l’intervento. Nel momento in cui la risoluzione invita ad adottare “tutte le misure necessarie per proteggere i civili<a href="#_ftn1">[1]</a>” dà di fatto mano libera ai Paesi della coalizione anti Libia. Che ciò sia corretto o meno, è difficile da dire. Certo appare alquanto irritante che si scopra solo oggi che Gheddafi è un dittatore della peggiore specie, quelli folli e paranoici, mentre prima gli si baciavano le mani (noi!), o lo si lasciava libero di sparare boutade (gli altri) perfino in seno alle Nazioni Unite solo per il suo petrolio e il suo gas di cui tutti sembrano avere un disperato bisogno. Detto ciò, la guerra è giusta? Non lo so. Certo non credo che semplici sanzioni possano fermare un uomo che bombarda il suo stesso popolo e che si è servito e si serve ancora di scudi umani per scampare alla morte.</p>
<p>Quello che mi lascia interdetta è però questa politica dei due pesi e due misure: quello che in Tunisia non si riteneva necessario fare lo si fa per la Libia e forse lo si farà per la Siria, così importante per gli equilibri dell’area, e non per lo Yemen.  C’è insomma da sperare, se si è cittadini di Paesi stravolti dalla crisi e dalle rivolte, di possedere qualcosa di tanto attraente da spingere le potenze straniere a fare qualcosa.</p>
<p>Eppure c’è poco da meravigliarsi: la guerra è il più antico e immediato strumento di soluzione delle controversie e l’Onu, in sostanza, ne disciplina l’uso ma non lo vieta in modo assoluto. Se c’è qualcosa di cui stupirsi è semmai la totale ed eterna incapacità dei Paesi prima Nato e poi UE, di coordinarsi per una qualsiasi azione che non sia scegliere il ristorante dopo gli incontri al vertice. Che la Germania, Paese che l’Unione Europea ha praticamente messo alla guida della macchina comunitaria, si tiri fuori dal conflitto è alquanto serio. È l’ennesima testimonianza che di fronte ai veri problemi ognuno pensa per sé prima che come squadra.</p>
<p>Il proprio interesse prima di tutto, insomma, sempre e comunque. Forse è triste, sì, ma d’altronde si sa che questa è la politica, baby!</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref">[1]</a> <a href="http://www.un.org/News/Press/docs/2011/sc10200.doc.htm#Resolution">http://www.un.org/News/Press/docs/2011/sc10200.doc.htm#Resolution</a></p>
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		<title>L&#8217;incredibile storia dell&#8217;Araba Fenice</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/02/04/lincredibile-storia-dellaraba-fenice/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2011/02/04/lincredibile-storia-dellaraba-fenice/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 11:05:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Coco Scalisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Tunisia]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutto è iniziato con la Tunisia.
È stato nel paese di Bourghiba che le prime scintille rivoluzionarie sono scoccate. Eppure, finché i moti di protesta non hanno investito anche il vicino Egitto, nessuno dava così tanta importanza agli avvenimenti nella regione.
Questo perchè l&#8217;Egitto, storicamente e per dimensioni, riveste un ruolo più che centrale in quell’area e ogni suo sconvolgimento ha delle inevitabili ripercussioni sui Paesi vicini e sulle dinamiche dell&#8217;intero Medio Oriente.
Ma cosa sta davvero succedendo ?
Innanzitutto credo sia doveroso premettere che, a mio avviso, la contemporaneità delle proteste tanto in Algeria, quanto in Tunisia e Egitto, sia solo una coincidenza: non esiste insomma alcun progetto panarabo che possa alterare la geografia della regione. L&#8217;idea fallì quando vi erano le possibilità di renderla concreta e non potrebbe avere alcuna speranza di successo oggi.
Fatta questa doverosa premessa cerchiamo allora di capire come mai, dopo trent&#8217;anni di regime, gli egiziani siano improvvisamente scesi in piazza per tentare di rovesciare l`uomo che li ha governati per tutto questo tempo. La risposta potrebbe già essere in re ipsa, per usare un espressione cara ai giuristi. Dopo trent`anni, chiunque avrebbe voglia di voltare pagina e iniziare un nuovo capitolo.
Ma vi sono ragioni più complesse ed articolate che fanno luce sul perché gli egiziani hanno improvvisamente detto no a Hosni Mubarak. In particolar modo, vi sono almeno quattro buoni motivi per cui l&#8217;Egitto si è ritrovato di colpo sull`orlo della guerra civile :
i.         Innanzitutto, Mubarak ha fallito nel dare agli egiziani le riforme promesse. Al contrario, la ricchezza del paese continua ad essere mal distribuita, la fiducia nelle istituzioni è sempre meno forte e la corruzione dilaga. Per ottenere qualsiasi cosa è infatti necessario pagare un piccola tangente (la ben nota baksheesh) o avere delle conoscenze (wasta).
ii.         Un altro motivo è stata poi l`insistenza di Mubarak nell&#8217;imporre il figlio Gamal agli egiziani, i quali in diverse occasioni avevano mostrato la loro ostilità verso l`ipotesi di un passaggio di consegne da padre a figlio.
iii.         Ed ancora, Mubarak ha sottovalutato la portata delle proteste. In Egitto i manifestanti hanno dimostrato di essere ben organizzati, di conoscere e utilizzare al meglio le potenzialità di strumenti come Facebook e Twitter. Di contro, invece, il governo si è avvalso della cara vecchia “politica del manganello” e ha inviato la polizia fin dentro le case e i negozi per intimidire la popolazione.
iv.         Infine, e forse è questa la più grave ragione degli scontri, a Mubarak è sempre mancato un ‘progetto’ per l`Egitto. Si può dire di tutto su Gamal Abdel Nasser e Anwar Sadat, ma entrambi sapevano dove volevano portare il paese e avevano un piano per arrivarci. Nasser ha voluto provare a realizzare il sogno di un unione panaraba sotto la bandiera del socialismo e del non-allineamento, mentre Sadat ha cercato di rinsaldare l&#8217;orgoglio militare egiziano prima di stipulare la pace con Israele e avvicinarsi alla politica dell&#8217;Occidente. E Mubarak cosa ha offerto gli egiziani? Infrastrutture fatiscenti, decadenti condizioni socio-economiche, e fedeltà assoluta verso gli Stati Uniti.
E adesso, quale scenario si apre dopo le proteste? Con un pizzico di pessimismo di troppo, mi duole ammettere che credo nulla cambierà in Egitto. La strategia di Mubarak era evidente sin dall&#8217;inizio: cercare di guadagnare tempo fino a quando la febbre della protesta si fosse placata facendo promesse vaghe e prive di reale valore politico; cercando di dividere l&#8217;opposizione; giocando sulla paura occidentale di derive fondamentaliste; alimentando risentimenti nazionalisti contro le interferenze straniere; e proteggendo con cura le sue relazioni con la leadership militare.
Non a caso ha nominato come suo vice il generale Omar Suleiman in vista di un suo ritiro dalle scene, previsto per settembre. Ma a quali garanzie? Nessuno infatti garantirà che Mubarak mantenga la sua parola, nè le proteste hanno portato ad un vero e proprio cambio ai vertici.
Con buona probabilità saranno i militari adesso a gestire la transizione. La crisi infatti non li ha sfiorati ma anzi, una volta eliminato l`unico possibile candidato ‘civile’ alla successione, Gamal Mubarak, ha dato loro l`occasione di porre al comando del paese un loro membro, il generale Suleiman, per l`appunto.
Sono vicina a chi in questi giorni sta scendendo in piazza a protestare e ammiro profondamente la battaglia democratica che sta portando avanti. Ma da sola, la gente, non ce la potrà fare : è necessario che un volto nuovo, serio e credibile si ponga come alternativa al dominio granitico di Mubarak. Potrebbe essere El Baradei purché sappia conquistare la fiducia della genta e offrire quella sicurezza in nome della quale oggi la determinazione di alcuni protestanti inizia a vacillare. È necessario altresì che la comunità internazionale non abbandoni l’Egitto, soprattutto gli Stati Uniti, storicamente legati al paese, che devono pretendere di più di una semplice rassicurazione da chi dopo trent’anni di potere assoluto ha per la prima volta nominato un vice-presidente la settimana scorsa.
Se ciò non avvenisse, il rischio che l’Egitto potrebbe correre è quello di essere un Paese che ha provato a sognare ma che si è bruscamente risvegliato poco prima del lieto fine.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5950" title="Caricatura di Mubarak, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">there</a>  dal sito dell&#8217;agenzia di stampa iraniana Taqrib&#8221; src=&#8221;https://thetamarind.eu/wp-content/files/2011/02/taqrib-252&#215;300.jpg&#8221; alt=&#8221;" width=&#8221;252&#8243; height=&#8221;300&#8243; />Tutto è iniziato con la Tunisia.</p>
<p>È stato nel paese di Bourghiba che le prime scintille rivoluzionarie sono scoccate. Eppure, finché i moti di protesta non hanno investito anche il vicino Egitto, nessuno dava così tanta importanza agli avvenimenti nella regione.</p>
<p>Questo perchè l&#8217;Egitto, storicamente e per dimensioni, riveste un ruolo più che centrale in quell’area e ogni suo sconvolgimento ha delle inevitabili ripercussioni sui Paesi vicini e sulle dinamiche dell&#8217;intero Medio Oriente.</p>
<p>Ma cosa sta davvero succedendo ?</p>
<p>Innanzitutto credo sia doveroso premettere che, a mio avviso, la contemporaneità delle proteste tanto in Algeria, quanto in Tunisia e Egitto, sia solo una coincidenza: non esiste insomma alcun progetto panarabo che possa alterare la geografia della regione. L&#8217;idea fallì quando vi erano le possibilità di renderla concreta e non potrebbe avere alcuna speranza di successo oggi.</p>
<p>Fatta questa doverosa premessa cerchiamo allora di capire come mai, dopo trent&#8217;anni di regime, gli egiziani siano improvvisamente scesi in piazza per tentare di rovesciare l`uomo che li ha governati per tutto questo tempo. La risposta potrebbe già essere <em>in re ipsa</em>, per usare un espressione cara ai giuristi. Dopo trent`anni, chiunque avrebbe voglia di voltare pagina e iniziare un nuovo capitolo.</p>
<p>Ma vi sono ragioni più complesse ed articolate che fanno luce sul perché gli egiziani hanno improvvisamente detto no a Hosni Mubarak. In particolar modo, vi sono almeno quattro buoni motivi per cui l&#8217;Egitto si è ritrovato di colpo sull`orlo della guerra civile :</p>
<p>i.         Innanzitutto, Mubarak ha fallito nel dare agli egiziani le riforme promesse. Al contrario, la ricchezza del paese continua ad essere mal distribuita, la fiducia nelle istituzioni è sempre meno forte e la corruzione dilaga. Per ottenere qualsiasi cosa è infatti necessario pagare un piccola tangente (la ben nota <strong>baksheesh</strong>) o avere delle conoscenze (<strong>wasta</strong>).</p>
<p>ii.         Un altro motivo è stata poi l`insistenza di Mubarak nell&#8217;imporre il figlio Gamal agli egiziani, i quali in diverse occasioni avevano mostrato la loro ostilità verso l`ipotesi di un passaggio di consegne da padre a figlio.</p>
<p>iii.         Ed ancora, Mubarak ha sottovalutato la portata delle proteste. In Egitto i manifestanti hanno dimostrato di essere ben organizzati, di conoscere e utilizzare al meglio le potenzialità di strumenti come Facebook e Twitter. Di contro, invece, il governo si è avvalso della cara vecchia “politica del manganello” e ha inviato la polizia fin dentro le case e i negozi per intimidire la popolazione.</p>
<p>iv.         Infine, e forse è questa la più grave ragione degli scontri, a Mubarak è sempre mancato un ‘progetto’ per l`Egitto. Si può dire di tutto su Gamal Abdel Nasser e Anwar Sadat, ma entrambi sapevano dove volevano portare il paese e avevano un piano per arrivarci. Nasser ha voluto provare a realizzare il sogno di un unione panaraba sotto la bandiera del socialismo e del non-allineamento, mentre Sadat ha cercato di rinsaldare l&#8217;orgoglio militare egiziano prima di stipulare la pace con Israele e avvicinarsi alla politica dell&#8217;Occidente. E Mubarak cosa ha offerto gli egiziani? Infrastrutture fatiscenti, decadenti condizioni socio-economiche, e fedeltà assoluta verso gli Stati Uniti.</p>
<p>E adesso, quale scenario si apre dopo le proteste? Con un pizzico di pessimismo di troppo, mi duole ammettere che credo nulla cambierà in Egitto. La strategia di Mubarak era evidente sin dall&#8217;inizio: cercare di guadagnare tempo fino a quando la febbre della protesta si fosse placata facendo promesse vaghe e prive di reale valore politico; cercando di dividere l&#8217;opposizione; giocando sulla paura occidentale di derive fondamentaliste; alimentando risentimenti nazionalisti contro le interferenze straniere; e proteggendo con cura le sue relazioni con la leadership militare.</p>
<p>Non a caso ha nominato come suo vice il generale Omar Suleiman in vista di un suo ritiro dalle scene, previsto per settembre. Ma a quali garanzie? Nessuno infatti garantirà che Mubarak mantenga la sua parola, nè le proteste hanno portato ad un vero e proprio cambio ai vertici.</p>
<p>Con buona probabilità saranno i militari adesso a gestire la transizione. La crisi infatti non li ha sfiorati ma anzi, una volta eliminato l`unico possibile candidato ‘civile’ alla successione, Gamal Mubarak, ha dato loro l`occasione di porre al comando del paese un loro membro, il generale Suleiman, per l`appunto.</p>
<p>Sono vicina a chi in questi giorni sta scendendo in piazza a protestare e ammiro profondamente la battaglia democratica che sta portando avanti. Ma da sola, la gente, non ce la potrà fare : è necessario che un volto nuovo, serio e credibile si ponga come alternativa al dominio granitico di Mubarak. Potrebbe essere El Baradei purché sappia conquistare la fiducia della genta e offrire quella sicurezza in nome della quale oggi la determinazione di alcuni protestanti inizia a vacillare. È necessario altresì che la comunità internazionale non abbandoni l’Egitto, soprattutto gli Stati Uniti, storicamente legati al paese, che devono pretendere di più di una semplice rassicurazione da chi dopo trent’anni di potere assoluto ha per la prima volta nominato un vice-presidente la settimana scorsa.</p>
<p>Se ciò non avvenisse, il rischio che l’Egitto potrebbe correre è quello di essere un Paese che ha provato a sognare ma che si è bruscamente risvegliato poco prima del lieto fine.</p>
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		<title>Ci salverà Khaled</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2010/11/18/ci-salvera-khaled/</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Nov 2010 15:40:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Coco Scalisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[demografia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre sfogliavo una rivista qualsiasi, treat  in un pomeriggio qualunque, l’occhio mi è caduto su di un articolo con un’incredibile dichiarazione: la Russia, il grande paese che nessuno mai è riuscito a conquistare, rischia di scomparire perché nessuno fa più figli.
Sebbene la notizia possa apparire più simile alla trama di uno di quei film di fantascienza che talvolta ci propinano in televisione, c’è del vero in questa minaccia: la Russia si sta scoprendo sempre più vecchia, fragile e povera da un punto di vista demografico.
Le previsioni per il 2050 sono addirittura catastrofiche, tanto che al Cremlino dovranno rispolverare il vecchio slogan pacifista “Fate i figli, non la guerra” per dare sostanza, ma soprattutto corpo, ai sogni di potenza nel mondo.
Ma, come ci insegnano i classici, “se Atene piange, Sparta non ride”.  Anche in Europa, infatti, il tasso di natalità rasenta livelli minimi che si sono attestati nel 2008 al 1,6 figli per donna[1], con la produttiva Germania fanalino di coda per i nuovi nati e i giovani membri dell’Est che poco hanno contribuito a migliorare le statistiche, a causa dell’incertezza economica che  ha frenato notevolmente il livello delle nascite.
Per tale motivo, è da ritenere assolutamente poco rilevante il fatto che al primo gennaio di quest’anno la popolazione dell’Unione europea abbia superato la soglia simbolica del mezzo miliardo fermandosi a quota 501,1 milioni, 1,4 milioni in più rispetto all’inizio del 2009 (499,7 milioni), pari a un più 2,7 per mille. Il «saltino» è assolutamente debole e nemmeno sufficiente per scansare l’etichetta che l’Europa ha appiccicato addosso di Continente in perenne declino demografico, al quale rischia in questo momento di accompagnarsi la perdita di peso e influenza politica sullo scacchiere internazionale.
Eppure una soluzione a questo problema, che appare sempre più globale, c’è ed è di fronte agli occhi di tutti: gli immigrati.
Il Parlamento Europeo saggiamente rileva che il ricorso all&#8217;immigrazione «è, e continuerà ad essere», uno degli elementi della demografia dell&#8217;Unione europea e potrebbe fornire un apporto positivo dal punto di vista economico, sociale e culturale».  Eppure parlare d’immigrazione oggi è un tasto più che dolente, e in modo pressoché unanime, si assisterà ad una levata di scudi contro “l’orda “ di stranieri che invadono le nostre coste. Senza soffermarci sulla reale minaccia dei numeri, perché ciò richiederebbe un articolo a sé, è piuttosto evidente che oggi solo gli immigrati fanno figli, e lo fanno a beneficio proprio di quei paesi che li bloccano e bistrattano e che nulla fanno per favorire questo trend positivo che ci permette di trarre un sospiro e assistere in futuro anche a qualche matrimonio oltreché ai soliti funerali.
Nonostante questa evidenza, la maggior parte dei paesi occidentali fa orecchie da mercante sulla questione. A conferma di ciò basterebbe dare una generica occhiata alla loro posizione sui migranti. A poco serve, dunque, la richiesta del Parlamento dell’UE «di sviluppare un approccio sereno e ragionato» dell&#8217;immigrazione in modo da contrastare le opinioni e gli atteggiamenti xenofobi e razzisti e promuovere la completa ed effettiva integrazione dei migranti nella società. Anche i russi, terrorizzati dall’idea di vivere un paese senza figli, preferiscono il declino demografico ad una massiccia immigrazione nelle loro lande disabitate.
A questo punto il quadro è chiaro: da una parte abbiamo un problema grave, gravissimo, che rischia di mettere in ginocchio paesi grandi e potenti addirittura come la Russia. Dall’altra abbiamo una soluzione semplice, semplicissima, con la quale si otterrebbero due importanti risultati: più bambini nei nostri paesi e più speranza per chi migra da paesi dove ce n’è poca.
L’unica cosa che resta da fare, allora, è semplice: smettere di lamentarsi per un po’, e provare a metterla in pratica.
[1] Dati tratti dal portale dell’Unione Europea, www.europa.eu
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5811" title="matrioska" src="/wp-content/files/2010/11/matrioska.jpg" alt="" width="250" height="179" />Mentre sfogliavo una rivista qualsiasi, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">treat</a>  in un pomeriggio qualunque, l’occhio mi è caduto su di un articolo con un’incredibile dichiarazione: la Russia, il grande paese che nessuno mai è riuscito a conquistare, rischia di scomparire perché nessuno fa più figli.</p>
<p>Sebbene la notizia possa apparire più simile alla trama di uno di quei film di fantascienza che talvolta ci propinano in televisione, c’è del vero in questa minaccia: la Russia si sta scoprendo sempre più vecchia, fragile e povera da un punto di vista demografico.</p>
<p>Le previsioni per il 2050 sono addirittura catastrofiche, tanto che al Cremlino dovranno rispolverare il vecchio slogan pacifista “Fate i figli, non la guerra” per dare sostanza, ma soprattutto corpo, ai sogni di potenza nel mondo.</p>
<p>Ma, come ci insegnano i classici, “se Atene piange, Sparta non ride”.  Anche in Europa, infatti, il tasso di natalità rasenta livelli minimi che si sono attestati nel 2008 al 1,6 figli per donna<a href="#_ftn1">[1]</a>, con la produttiva Germania fanalino di coda per i nuovi nati e i giovani membri dell’Est che poco hanno contribuito a migliorare le statistiche, a causa dell’incertezza economica che  ha frenato notevolmente il livello delle nascite.</p>
<p>Per tale motivo, è da ritenere assolutamente poco rilevante il fatto che al primo gennaio di quest’anno la popolazione dell’Unione europea abbia superato la soglia simbolica del mezzo miliardo fermandosi a quota 501,1 milioni, 1,4 milioni in più rispetto all’inizio del 2009 (499,7 milioni), pari a un più 2,7 per mille. Il «saltino» è assolutamente debole e nemmeno sufficiente per scansare l’etichetta che l’Europa ha appiccicato addosso di Continente in perenne declino demografico, al quale rischia in questo momento di accompagnarsi la perdita di peso e influenza politica sullo scacchiere internazionale.</p>
<p>Eppure una soluzione a questo problema, che appare sempre più globale, c’è ed è di fronte agli occhi di tutti: gli immigrati.</p>
<p>Il Parlamento Europeo saggiamente rileva che il ricorso all&#8217;immigrazione «è, e continuerà ad essere», uno degli elementi della demografia dell&#8217;Unione europea e potrebbe fornire un apporto positivo dal punto di vista economico, sociale e culturale».  Eppure parlare d’immigrazione oggi è un tasto più che dolente, e in modo pressoché unanime, si assisterà ad una levata di scudi contro “l’orda “ di stranieri che invadono le nostre coste. Senza soffermarci sulla reale minaccia dei numeri, perché ciò richiederebbe un articolo a sé, è piuttosto evidente che oggi solo gli immigrati fanno figli, e lo fanno a beneficio proprio di quei paesi che li bloccano e bistrattano e che nulla fanno per favorire questo trend positivo che ci permette di trarre un sospiro e assistere in futuro anche a qualche matrimonio oltreché ai soliti funerali.</p>
<p>Nonostante questa evidenza, la maggior parte dei paesi occidentali fa orecchie da mercante sulla questione. A conferma di ciò basterebbe dare una generica occhiata alla loro posizione sui migranti. A poco serve, dunque, la richiesta del Parlamento dell’UE «di sviluppare un approccio sereno e ragionato» dell&#8217;immigrazione in modo da contrastare le opinioni e gli atteggiamenti xenofobi e razzisti e promuovere la completa ed effettiva integrazione dei migranti nella società. Anche i russi, terrorizzati dall’idea di vivere un paese senza figli, preferiscono il declino demografico ad una massiccia immigrazione nelle loro lande disabitate.</p>
<p>A questo punto il quadro è chiaro: da una parte abbiamo un problema grave, gravissimo, che rischia di mettere in ginocchio paesi grandi e potenti addirittura come la Russia. Dall’altra abbiamo una soluzione semplice, semplicissima, con la quale si otterrebbero due importanti risultati: più bambini nei nostri paesi e più speranza per chi migra da paesi dove ce n’è poca.</p>
<p>L’unica cosa che resta da fare, allora, è semplice: smettere di lamentarsi per un po’, e provare a metterla in pratica.</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref">[1]</a> Dati tratti dal portale dell’Unione Europea, www.europa.eu</p>
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		<title>Turchia: al bando sigarette e tradizioni</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/08/12/turchia-al-bando-sigarette-e-tradizioni/</link>
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		<pubDate>Wed, 12 Aug 2009 01:15:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Coco Scalisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[fumo]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Se chiedessi di alzare la mano a chi almeno una volta nella vita si è rivolto a un amico affetto da tabagismo con l’espressione “certo che fumi proprio come un turco!”, thumb  sono certa che troverei di fronte a me un letto di mani svettanti e di teste annuenti.
L’associazione fumo-Turchia, no rx  è tanto scontata che è divenuta oramai di uso comune. Mia nonna, ad esempio, era solita utilizzare questo epiteto verso chiunque fumasse più di quello che lei, da donna morigerata, riteneva un limite invalicabile, vale a dire circa cinque sigarette al giorno.
Eppure, anche questo mito è destinato a crollare.
Il premier Recep Tayyip Erdogan infatti, il cui obiettivo è quello di adeguare sempre più il paese alla normativa dell’Unione Europea, categorica in tal senso, ha fatto della battaglia contro il fumo uno dei suoi cavalli di battaglia, arrivando a definire le sigarette pericolose tanto quanto il terrorismo.
Dunque, dal 19 luglio, è stato applicato il divieto di fumo anche nei bar e nei ristoranti, ultime isole felici dei fumatori incalliti, ai quali già dall’anno scorso era stato impedito di accendersi una sigaretta nei luoghi pubblici, come gli uffici statali, gli ospedali, i cinema, gli aeroporti, i mezzi di trasporto pubblici e addirittura gli spazi in comune degli edifici privati.
Finisce insomma un’era, iniziata nel lontano 1600 per opera inconsapevole del sultano Muradiv, che fu il primo a proibire con la decapitazione il vizio di fumare, talmente radicato nella società del tempo che lo status di una persona corrispondeva in maniera direttamente proporzionale alla lunghezza della sua pipa.  Quando però il divieto e la relativa pena terminarono, l’abitudine del fumo per reazione crebbe tantissimo e dall’Impero Ottomano si diffuse in tutta Europa.
E proprio per adeguarsi a quell’Europa spesso ostile all’ingresso della Turchia nel suo club, che la normativa antifumo è entrata in vigore con tanta fermezza, prevedendo multe pari a 25 euro per i trasgressori, e persino una multa di 10 euro per chi verrà sorpreso a gettare semplicemente dei mozziconi per strada. Per punire la vendita di tabacco ai minorenni c’è invece il carcere, da uno a sei anni di detenzione.
Tanta severità non è stata ben accolta dai cittadini turchi per i quali le sigarette più che un semplice vizio, sono un vero e proprio simbolo nazionale se si pensa che il padre della patria, Kemal Atatürk,  ne fumava ben 80 al giorno.
La politica antifumo del premier Erdogan si inserisce in un più ampio quadro di  riforme che mirano ad adeguare la legislazione turca all’acquis communautaire, così da rendere più semplice un futuro ingresso del paese nell’UE e mettere a tacere le critiche dei suoi più strenui oppositori.
Nello stesso senso vanno interpretati, dunque, alcuni emendamenti agli articoli del Codice di Procedura Penale, in modo particolare l’articolo 3 e l’articolo 250. Il primo stabilisce che, d’ora in poi, nessun civile può essere processato dalle corti militari. Nell’emendamento all’articolo 250 si stabilisce invece l’opposto, ossia che d’ora in avanti i militari accusati di crimini contro la Corte Costituzionale, la Difesa Nazionale e i segreti di Stato, vengano giudicati da tribunali civili e non più da corti militari. Si tratta di due cambiamenti epocali per la storia della Turchia e per i rapporti tra militari e politica, che da sempre caratterizzano il Paese e per cui l’Unione Europea ha sempre criticato Ankara.
Il premier turco insomma sta impegnandosi con forza per rendere il paese sempre più europeo, stravolgendone spesso usi e costumi.
A questo punto bisogna capire se per i turchi questo non sia un prezzo troppo alto da pagare.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3799" title="Un portasigarette da vero turco" src="/wp-content/files/2009/08/ataturk.jpg" alt="Un portasigarette da vero turco" width="250" height="250" />Se chiedessi di alzare la mano a chi almeno una volta nella vita si è rivolto a un amico affetto da tabagismo con l’espressione “certo che fumi proprio come un turco!”, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">thumb</a>  sono certa che troverei di fronte a me un letto di mani svettanti e di teste annuenti.<br />
L’associazione fumo-Turchia, <a href="http://sildenafilbuyonline.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">no rx</a>  è tanto scontata che è divenuta oramai di uso comune. Mia nonna, ad esempio, era solita utilizzare questo epiteto verso chiunque fumasse più di quello che lei, da donna morigerata, riteneva un limite invalicabile, vale a dire circa cinque sigarette al giorno.<br />
Eppure, anche questo mito è destinato a crollare.</p>
<p>Il premier Recep Tayyip Erdogan infatti, il cui obiettivo è quello di adeguare sempre più il paese alla normativa dell’Unione Europea, categorica in tal senso, ha fatto della battaglia contro il fumo uno dei suoi cavalli di battaglia, arrivando a definire le sigarette pericolose tanto quanto il terrorismo.<br />
Dunque, dal 19 luglio, è stato applicato il divieto di fumo anche nei bar e nei ristoranti, ultime isole felici dei fumatori incalliti, ai quali già dall’anno scorso era stato impedito di accendersi una sigaretta nei luoghi pubblici, come gli uffici statali, gli ospedali, i cinema, gli aeroporti, i mezzi di trasporto pubblici e addirittura gli spazi in comune degli edifici privati.<br />
Finisce insomma un’era, iniziata nel lontano 1600 per opera inconsapevole del sultano Muradiv, che fu il primo a proibire con la decapitazione il vizio di fumare, talmente radicato nella società del tempo che lo status di una persona corrispondeva in maniera direttamente proporzionale alla lunghezza della sua pipa.  Quando però il divieto e la relativa pena terminarono, l’abitudine del fumo per reazione crebbe tantissimo e dall’Impero Ottomano si diffuse in tutta Europa.<br />
E proprio per adeguarsi a quell’Europa spesso ostile all’ingresso della Turchia nel suo club, che la normativa antifumo è entrata in vigore con tanta fermezza, prevedendo multe pari a 25 euro per i trasgressori, e persino una multa di 10 euro per chi verrà sorpreso a gettare semplicemente dei mozziconi per strada. Per punire la vendita di tabacco ai minorenni c’è invece il carcere, da uno a sei anni di detenzione.<br />
Tanta severità non è stata ben accolta dai cittadini turchi per i quali le sigarette più che un semplice vizio, sono un vero e proprio simbolo nazionale se si pensa che il padre della patria, Kemal Atatürk,  ne fumava ben 80 al giorno.</p>
<p>La politica antifumo del premier Erdogan si inserisce in un più ampio quadro di  riforme che mirano ad adeguare la legislazione turca all’acquis communautaire, così da rendere più semplice un futuro ingresso del paese nell’UE e mettere a tacere le critiche dei suoi più strenui oppositori.<br />
Nello stesso senso vanno interpretati, dunque, alcuni emendamenti agli articoli del Codice di Procedura Penale, in modo particolare l’articolo 3 e l’articolo 250. Il primo stabilisce che, d’ora in poi, nessun civile può essere processato dalle corti militari. Nell’emendamento all’articolo 250 si stabilisce invece l’opposto, ossia che d’ora in avanti i militari accusati di crimini contro la Corte Costituzionale, la Difesa Nazionale e i segreti di Stato, vengano giudicati da tribunali civili e non più da corti militari. Si tratta di due cambiamenti epocali per la storia della Turchia e per i rapporti tra militari e politica, che da sempre caratterizzano il Paese e per cui l’Unione Europea ha sempre criticato Ankara.<br />
Il premier turco insomma sta impegnandosi con forza per rendere il paese sempre più europeo, stravolgendone spesso usi e costumi.<br />
A questo punto bisogna capire se per i turchi questo non sia un prezzo troppo alto da pagare.</p>
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