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	<title>The Tamarind &#187; Eleonora Corsini</title>
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		<title>Un solo secondo, per un intero viaggio</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 12:02:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Corsini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[avventura]]></category>
		<category><![CDATA[paracadutismo]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è un secondo nella vita in cui non sai se sei un genio od il più grande deficiente della terra. C&#8217;è un secondo nella vita in cui non sai se ti stai gasando o cagando sotto. C&#8217;è un secondo nella vita in cui ti senti folle, sovaldi sale  pazzo, incosciente e ne sei troppo fiero&#8230;

C&#8217;è un secondo nella vita che è il secondo più incredibile ed assurdo che potessi immaginare, un secondo in cui non sai bene cosa pensare, o meglio, se pensare… un secondo in cui, no, non puoi pensare, sei sospeso tra il niente ed il tutto, un secondo in cui non sai se stai volando o precipitando&#8230;. un secondo in cui  TI SEI LANCIATO DA UN AEREO, idiota!!!!!

13.000 piedi di vento sotto di te, che forte forte ti soffia addosso e ti sostiene nell&#8217;aria.
Orizzontale al terreno, braccia allargate e fluttuanti come le ali di un uccello:
stai volando!!!
Quaranta secondi di caduta libera, poi a 6.000 piedi “puff”, tiri il paracadute e&#8230; un freno a mano nell&#8217;aria! Qualcosa di molto meglio di un&#8217;inversione ad U&#8230; una brusca frenata ed il tuo corpo ora si ritrova verticale, il momento del volo è finito. Ora, semplicemente, plani lentamente fino a terra, 5 minuti ancora di giri, e poi è fatta!

È successo tutto sabato 17 settembre 2005 a San Francisco, California.
L&#8217;attesa è stata lunga, quasi tutto il giorno.
Mentre aspettavamo, Olga ed io ci siamo messe a fare capriole, spaccate, verticali e ponti, così tanto per far passare il tempo, oppure, inconsciamente, così, per enfatizzare il rischio: se devi morire tanto vale farlo con qualcosa di rotto che fai più bella figura!!!!
Ci hanno chiesto di firmare un foglio in cui davamo il permesso agli istruttori di ammazzarci. Qualunque cosa succedesse, che fosse errore nostro o ubriacatura loro, noi firmavamo che era comunque colpa nostra: quasi rassicurante!
 
Poi gli istruttori ci hanno spiegato che fare ed io non ho capito nulla, però ho chiesto di poter aprire io il paracadute e così è stato. Siamo dunque saliti su un trabiccolo rosso e giallo poco rassicurante, ma molto buffo. Io ho paura anche degli aerei&#8230; si cominciava bene. Lì è stato davvero comico, io mi rendevo conto lentamente di dove mi ero andata ad infilare (per mia e solo mia volontà!) e la paura cresceva a livelli esponenziali e rapidità cosmiche, ma non potevo tornare indietro.
Eravamo in 8 sull&#8217;aereo, Olga ed io e rispettivi istruttori, più 4 paracadutisti. Quattro paracadutisti si sono lanciati, poi toccava a me.
 
Ho visto questi 4 pazzi darmi la mano, augurarmi in bocca al lupo, un paio di linguacce e poi “hop!”, nel nulla&#8230;.. la mia reazione? Mi sono aggrappata all&#8217;aereo con tutta la forza che avevo!
Ma l&#8217;istruttore, con una gentilezza quasi cavalleresca, mi ha lentamente staccato la mani che afferravano le barre dell&#8217;aereo e, senza chiedere ulteriori mie conferme, mi ha portato a bordo finestra&#8230; gambe fuori, ci siamo dondolati. Uno, due&#8230; VOLO!!!!!
 
 
Nonostante la presenza di un professore attaccato interamente a te, sembra di stare da soli, perché la forza dell’aria è talmente grande che elimina il peso della persona incollata dietro di te. Così io, che mi ero presa l’impegno di aprire il paracadute arrivati a 6.000 piedi di altitudine, lo avevo totalmente dimenticato. Troppo impegnata a ripetermi: “Sto volando!” e contemporaneamente chiedermi: “Volo o precipito?”
 
Per fortuna a 5.000 una botta in testa mi ha ricordato non solo che non ero sola, ma anche la storia della levina che dovevo tirare, e così ho sfidato la buona sorte e per mia fortuna il paracadute si è aperto! Un colpo secco e l’adrenalina rallenta insieme con la velocità.
Il paracadute aperto ti permette di risponderti: “Non stavo precipitando, volavo!” E questa conferma, tutto sommato, fa piacere.
 
Comincia il momento della discesa lenta e all’arrivo la terra appare un luogo, una dimensione, estranea. Mi sentivo come appartenente ad un’altra atmosfera, con altra gravità, con altre leggi fisiche. Sentivo nei miei passi la stessa goffaggine dei primi passi sulla luna. Credo che fosse la scarica di adrenalina, energia e emozione che mi rendesse così estranea al mio corpo. Sta di fatto che in questo stato di rimbambimento sono rimasta fino al giorno seguente. Quando alle 6 del mattino sono schizzata giù dal letto e, sì!, ero finalmente ritornata sul pianeta Terra. Sono andata da Olga e svegliandola le ho detto,“Ieri abbiamo volato! Ti rendi conto? Abbiamo volato!” e lei, nel sonno: “Sì Ele, che ore sono?”
“Presto Olga, magari torno a dormire!”
 
Se viaggiamo per scoprire noi stessi, per vivere emozioni, per trovarci in situazioni che mai avremmo immaginato, per avere ricordi che a distanza di anni rimangono vividi in testa con un’energia unica. Se viaggiamo per raccontare un’avventura che abbia un inizio ed una fine e nel mezzo qualcosa di inaspettato anche per noi stessi. Se viaggiamo per partire e tornare. Se viaggiamo perché ci piace viaggiare, io vi consiglio di cercare il viaggio di “un solo secondo”. È un secondo speciale nella vita! È il viaggio più breve, ma intenso, che si possa immaginare!

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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-4211" title="Il paracadutismo" src="/wp-content/files/2009/10/paracadutismo-300x199.jpg" alt="Il paracadutismo" width="300" height="199" />C&#8217;è un secondo nella vita in cui non sai se sei un genio od il più grande deficiente della terra. C&#8217;è un secondo nella vita in cui non sai se ti stai gasando o cagando sotto. C&#8217;è un secondo nella vita in cui ti senti folle, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sovaldi sale</a>  pazzo, incosciente e ne sei troppo fiero&#8230;</p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">C&#8217;è un secondo nella vita che è il secondo più incredibile ed assurdo che potessi immaginare, un secondo in cui non sai bene cosa pensare, o meglio, se pensare… un secondo in cui, no, non puoi pensare, sei sospeso tra il niente ed il tutto, un secondo in cui non sai se stai volando o precipitando&#8230;. un secondo in cui  TI SEI LANCIATO DA UN AEREO, idiota!!!!!</p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">13.000 piedi di vento sotto di te, che forte forte ti soffia addosso e ti sostiene nell&#8217;aria.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Orizzontale al terreno, braccia allargate e fluttuanti come le ali di un uccello:</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">stai volando!!!</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Quaranta secondi di caduta libera, poi a 6.000 piedi “puff”, tiri il paracadute e&#8230; un freno a mano nell&#8217;aria! Qualcosa di molto meglio di un&#8217;inversione ad U&#8230; una brusca frenata ed il tuo corpo ora si ritrova verticale, il momento del volo è finito. Ora, semplicemente, plani lentamente fino a terra, 5 minuti ancora di giri, e poi è fatta!</p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">È successo tutto sabato 17 settembre 2005 a San Francisco, California.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">L&#8217;attesa è stata lunga, quasi tutto il giorno.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Mentre aspettavamo, Olga ed io ci siamo messe a fare capriole, spaccate, verticali e ponti, così tanto per far passare il tempo, oppure, inconsciamente, così, per enfatizzare il rischio: se devi morire tanto vale farlo con qualcosa di rotto che fai più bella figura!!!!</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Ci hanno chiesto di firmare un foglio in cui davamo il permesso agli istruttori di ammazzarci. Qualunque cosa succedesse, che fosse errore nostro o ubriacatura loro, noi firmavamo che era comunque colpa nostra: quasi rassicurante!</p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Poi gli istruttori ci hanno spiegato che fare ed io non ho capito nulla, però ho chiesto di<span> </span>poter aprire io il paracadute e così è stato. Siamo dunque saliti su un trabiccolo rosso e giallo poco rassicurante, ma molto buffo. Io ho paura anche degli aerei&#8230; si cominciava bene. Lì è stato davvero comico, io mi rendevo conto lentamente di dove mi ero andata ad infilare (per mia e solo mia volontà!) e la paura cresceva a livelli esponenziali e rapidità cosmiche, ma non potevo tornare indietro.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Eravamo in 8 sull&#8217;aereo, Olga ed io e rispettivi istruttori, più 4 paracadutisti. Quattro paracadutisti si sono lanciati, poi toccava a me.</p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il paracadute aperto ti permette di risponderti: “Non stavo precipitando, volavo!” E questa conferma, tutto sommato, fa piacere.</p>
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<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Comincia il momento della discesa lenta e all’arrivo la terra appare un luogo, una dimensione, estranea. Mi sentivo come appartenente ad un’altra atmosfera, con altra gravità, con altre leggi fisiche. Sentivo nei miei passi la stessa goffaggine dei primi passi sulla luna. Credo che fosse la scarica di adrenalina, energia e emozione che mi rendesse così estranea al mio corpo. Sta di fatto che in questo stato di rimbambimento sono rimasta fino al giorno seguente. Quando alle 6 del mattino sono schizzata giù dal letto e, sì!, ero finalmente ritornata sul pianeta Terra. Sono andata da Olga e svegliandola le ho detto,“Ieri abbiamo volato! Ti rendi conto? Abbiamo volato!” e lei, nel sonno: “Sì Ele, che ore sono?”</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">“Presto Olga, magari torno a dormire!”</p>
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		<title>Lo studio all&#8217;estero, dalla A alla Z</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/06/24/lo-studio-allestero-dalla-a-alla-z/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 09:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Corsini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Erasmus]]></category>
		<category><![CDATA[studiare]]></category>
		<category><![CDATA[Studio all'estero]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3432" title="Studenti all'estero, <a href="http://sildenafil24.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">here</a>  disegno di Enrica de Natale&#8221; src=&#8221;https://thetamarind.eu/wp-content/files/2009/06/stdenti-estero-2-leggera1-300&#215;150.jpg&#8221; alt=&#8221;Studenti all&#8217;estero, disegno di Enrica de Natale&#8221; width=&#8221;300&#8243; height=&#8221;150&#8243; />La scelta per il futuro dello studente – questa grande sconosciuta! – spesso mette in crisi molti giovani. Le mille ed una porte che si aprono post-liceo o post- laurea breve si presentano come piccoli o grandi passaggi di un insidioso labirinto, il quale, pensate, può addirittura portarti  in paesi stranieri, vicini o lontani!<br />
Personalmente ritengo che questa infinita varietà di scelte sia favolosa. Il lusso di potersi sedere di fronte ad un PC e, con l’ausilio del web, fantasticare tra le varie possibilità mi appare prezioso. Tanto più che ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutte le tasche!</p>
<p>Questo incipit molto ottimistico era necessario, perché ora dovrò scendere nei dettagli ed allora è importante sapere che il percorso da seguire per partire per l’estero può effettivamente risultare ostico.<br />
L’enorme varietà spesso sembra più un disincentivo che un incentivo, dato che è facile perdersi tra le proposte e le idee suggerite. Le procedure per essere ammessi qui o là passano da varie tappe, uffici, burocrazie, applications  e chi più né ha più ne metta, che spesso mietono vittime lungo la strada: giovani volenterosi che si sono lasciati vincere dalle mille scartoffie e dagli uffici tipicamente italiani.<br />
Pertanto vale la regola d’oro:  bisogna prenderla con filosofia (non saprei consigliare esattamente quale, ma sicuramente con filosofia) e sviluppare una notevole dose di pazienza, se – da italiano – si decide di andare a studiare all’estero.<br />
Il che detto fra noi è una fortuna, dopo tutto, perché la pazienza, si sa, è la virtù dei forti! Quindi coraggio!<br />
Dove vuoi andare? Inghilterra, Francia, Spagna, Germania….o addirittura al di là dell’oceano?<br />
Andiamo con ordine.</p>
<p>Per i liceali esiste il programma di anno di studio all’estero, il quarto. Recentemente si è anche ampliata la possibilità di ricevere borse di studio, per maggiori informazioni: <a href="http://www.intercultura.it" target="_blank">www.intercultura.it</a> .</p>
<p>Per lo studente universitario esistono due programmi che permettono l’espatrio accademico: l’Erasmus ed il Free Mover . Il primo si rivolge a scambi intereuropei, copre gli eventuali costi dell’università dove farai il tuo scambio, e aggiunge una piccola borsa per un po’ di pocket money – meglio di niente. Il secondo si rivolge a scambi intercontinentali, e non offre nessun rimborso: si limita a consegnarti i fogli necessari per il riconoscimento crediti quando tornerai nel tuo paese.<br />
Attenzione però… l’uno non esclude l’altro! Si può scegliere di farli entrambi!</p>
<p>Se invece si è prossimi alla fine del corso di studi e ci si vuole laureare all’estero, oppure se si è un futuro dottore (spesso è sufficiente la laurea breve) interessato a qualche master straniero, le possibilità abbondano e sarebbe impossibile – ed oltremodo inutile -  elencarle tutte, ma esiste un link capace di rispondere a molte domande: <a href="http://europa.eu/youth/studying/at_university/index_eu_it.html" target="_blank">http://europa.eu/youth/studying/at_university/index_eu_it.html</a>.<br />
La prima cosa da fare tuttavia è capire come funziona il sistema universitario straniero.<br />
La seconda è quella di selezionare una manciata, o poco più, di scelte.<br />
La terza è quella di cominciare la procedura per l’ammissione.</p>
<p>Onde evitare spiacevoli sorprese, tipo quella di non essere ammessi, è  assolutamente indispensabile muoversi per l’iscrizione con largo anticipo. Almeno un anno.<br />
Infatti molte università e master americani, inglesi, francesi e via dicendo hanno un sistema di iscrizione  diverso dal nostro, che passa attraverso selezioni e scadenze le cui deadlines  si pongono tra dicembre e marzo dell’anno precedente. Inoltre è necessario dimostrare di aver raggiunto un livello di conoscenza della lingua straniera tale da rendere possibile la frequenza e la comprensione dei corsi. Questo passa attraverso esami che riconoscono il tuo livello. Non valgono autocertificazioni, non vale nemmeno se si è madrelingua. Bisogna presentare il documento dell’esame, per maggiori informazioni: <a href="http://formazione.tipiace.it/corsi-lingue/esami-lingua.htm" target="_blank">http://formazione.tipiace.it/corsi-lingue/esami-lingua.htm</a></p>
<p>Tutto ciò che riguarda il riconoscimento crediti, le equipollenze e i trasferimenti da questo o quell’istituto varia notevolmente non solo da paese a paese, ma anche – e soprattutto -  dallo studente.<br />
Quindi bisogna rassegnarsi! Non troverai mai un sito che ti garantisce al 100%  di essere adatto a quel programma, o ammissibile in quello scambio, e che risponderà a tutte le tue domande.</p>
<p>A questo punto vale la seconda regola d’oro: insisti!<br />
Dopo esserti imparato a memoria le “FAQ” (frequently asked questions)  del sito dell’università che ti interessa, non farti ulteriori scrupoli: domanda, chiedi, ritenta, richiedi, ma sempre con molta cortesia! Metti alla prova la tua capacità di scrivere a questo o quel <em>Sir</em>, <em>Madam</em>, <em>Monsieur</em>, <em>Señor</em> che sia e ricamare con gran sfoggio di buona educazione ogni tua richiesta.<br />
Attento, però! Se chiedi qualcosa di cui esisteva la risposta nelle suddette  FAQ, passi per imbecille!</p>
<p>Ogni richiesta d’ammissione domanda generalmente: CV, o simile, certificato di lingua, 2 o 3 lettere di presentazione derivanti dal mondo accademico e positive (leggi: sii il pupillo di qualche professore!), una motivazione personale (per i master di ricerca anche un progetto di ricerca) ed i transcript dei voti.<br />
Per quanto riguarda la motivazione, vale la regola di mostrarsi entusiasti e di spiegare oltre ai motivi per cui vuoi partire ed arricchirti culturalmente, i motivi per cui loro hanno pieno interesse ad ammetterti. Ovvero devi far capire loro che valore aggiunto porterai al loro istituto.<br />
I transcript sono i voti ottenuti al liceo o all’università e per essere considerati validi necessitano di una traduzione giurata. Ovvero un traduttore ufficiale che fronte al giudice in tribunale giura che la traduzione è veritiera (esistono uffici appositamente predisposti, la procedura richiede da 15 giorni ad un mese).  Per maggiori informazioni: <a href="http://www.traduzioni-giurate.it/ " target="_blank">http://www.traduzioni-giurate.it/</a></p>
<p>Infine se il tuo intento è quello di prenderti un anno sabbatico, molti spunti al riguardo li puoi trovare su <a href="http://www.ef.com" target="_blank">www.ef.com</a>.  Libero poi di seguire l’associazione o meno, puoi divertirti a scoprire in quanti modi può essere speso il tuo anno di libertà!</p>
<p>Per ogni altra informazione e spunto, ti consiglio di leggere gli articoli e le testimonianze presenti in questo dossier, di chi prima di te è partito all’avventura!<br />
Non mi resta che augurarti  in bocca al lupo, e ripeterti: filosofia, pazienza, perseveranza… ne vale la pena!</p>
<p>Disegno di Enrica de Natale</p>
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		<title>Un dubbio: che cos&#8217;è il Brasile?</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/05/30/un-dubbio-che-cose-il-brasile/</link>
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		<pubDate>Sat, 30 May 2009 10:29:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Corsini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Brasile]]></category>
		<category><![CDATA[reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Il Brasile rimane un mistero. Un mistero che tutti tentano ancora di capire, pilule  molti vorrebbero insegnare, purchase  ma ancora nessuno sa realmente spiegare&#8221;;  ed ancora &#8220;La verità &#8211; sospetto &#8211; è che gli stessi abitanti del Brasile non sappiano rispondere alla domanda &#8216;che cos&#8217;è il Brasile&#8217; ed oramai abbiano anche smesso di porsela. Loro lo vivono questo paese [...]. Loro vivono, capsule  ballano, ridono e talvolta mangiano&#8221;.
Scadono i ricordi di un viaggio?
Queste parole, pubblicate nel mio primo articolo, erano il frutto della mia primissima impressione del paese, ed oggi quasi mi congratulo constatando quanto fossero corrette ed esaustive.
Cinque anni fa sono partita per tre mesi in Brasile, in qualità di volontaria e giornalista: è tardi per rispolverare tra i meandri delle immagini che mi sono rimaste? Posso ancora parlare del Brasile? Sinceramente, credo di sì. Almeno in parte.
Quel primo momento magico che si crea nel vivere lo scontro con una nuova cultura, quello rimane piuttosto intatto anche nel tempo.
Confrontandomi con brasiliani incontrati lungo strada negli ultimi anni, ogni volta abbiamo raggiunto questa conclusione: il Brasile è un mistero.
La stessa storia, quando racconta l&#8217;intera colonizzazione dell&#8217;America Latina, tanto è ricca di dettagli per paesi quali il Messico o il Perù, altrettanto è povera di spiegazioni sull&#8217;ex-colonia portoghese. Gli esploratori ancora non hanno finito di setacciare l&#8217;intera foresta amazzonica. Inutile dire che le specie animali e vegetali ivi racchiuse sono ancora fonti di scoperte entusiasmanti.
Il Brasile è innanzitutto immenso.
Immenso geograficamente, immenso culturalmente, socialmente. E questa immensità è la prima caratteristica che invade il viaggiatore che vi approda per la prima volta, e suppongo anche per le successive.
E&#8217; un&#8217;immensità che si scinde in un unico contesto dal sapore acre e dolciastro che ti si appiccica sulla pelle. Miriade di frutti di ogni forma, colore e sapore emanano profumi saporiti, e la vegetazione, altrettanto variegata, né è la loro cornice di foglie verdi brillante e fiori dalle tinte calde.
Un&#8217;immensità che si ascolta nel ritmo dirompente delle percussioni e degli arpeggi sottili dei suonatori di strada.  Sembra che il respiro stesso si coordini alla musica, dalla samba al forrò, dalla bossanova al reggae,  dal country all&#8217;hip-pop, fino all&#8217;elettronica.
Un&#8217;immensità che si osserva nelle danze cadenzate della gente per strada. Perché lì prima di camminare, ballano. E&#8217; una forma di espressione  sensuale, quando si articola nel movimento del bacino, e l&#8217;eco di una lunga lotta durata anni, quando si esprime nelle acrobazie della capoeira &#8211; la danza degli schiavi.
E&#8217; una vampata di aria nuova e fresca che si concretizza in volti neri, meticci e bianchi, che sorridendo, sempre e sinceri, ti accolgono nella loro festa. Quale? La vita di tutti i giorni, dall&#8217;alba al tramonto.
Non mi riferisco alla leggenda del brasiliano che balla samba e vive per il carnevale, bensì alla realtà del brasiliano che abbraccia la filosofia del vivere alla giornata.  Rivalutando, in una scala di valori da noi ormai dimenticata, quelle piccole gioie quotidiane come i principali scopi del vivere umano, nonché la fonte della forza per sopravvivere, se necessario.
Il Brasile è spesso incredibile.
Un giro in autobus per una delle sue città, in questo caso citerò Salvador Bahia,  può essere un buon esempio di ciò che voglio dire. Per prendere un autobus, lì, dopo esserti improvvisato acrobata, devi, correndo e gesticolando, richiamare l&#8217;attenzione dell&#8217;autista perché si fermi a raccattarti, poi, per scendere, devi patteggiare con lo stesso una via di mezzo tra dove vorresti scendere tu e dove vuole fermarsi lui.  Il percorso del bus, districandosi tra le via a serpentina, permette di avere una visione quasi completa dei Barrios &#8211; quartieri &#8211; della città. L&#8217;impressione: aver visto città diverse. La realtà: è un tutt&#8217;uno. Difficile a credersi, ma l&#8217;enorme centro commerciale Iguatemi, quelle villette splendide ed ordinate ed i grattacieli colorati del barro Pituba, fanno parte della stessa città dove nel barro Capelinha infinite casupole fatte di nulla si accartocciano l&#8217;una sull&#8217;altra dando luogo ad una favela, dove le persone convivono con le fogne a cielo aperto.
Il Brasile è ricco.
Ricco di terre coltivabili, ricco di risorse energetiche, ricco di cultura e storia. E&#8217; tra le prime colonie che si è resa indipendente. Eppure è ancora un Paese in via di sviluppo.
Recentemente, nelle sue acque territoriali, sono stati scoperti 8 miliardi di barili di petrolio, che renderebbero il Brasile un esportatore petrolifero alla stregua dei Paesi arabi o del Venezuela.
Sarà questo a cambiare il paese e la sua filosofia di vita? Difficile a dirsi, c&#8217;è solo da sperare che lo sviluppo economico e sociale ne tragga giovamento. Contemporaneamente si teme il puntuale arrivo di nuove &#8220;colonizzazioni&#8221; e l&#8217;esasperarsi dei già presenti giochi di potere e divari sociali.
Temo che questo possa comportare un cambiamento drastico, da qui a qualche anno, che renderà obsoleti i miei ricordi di un paese magico e affascinante. E questo, egoisticamente lo ammetto, mi rattrista.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2969" title="Pescatori" src="/wp-content/files/2009/05/pescatori-233x300.jpg" alt="Pescatori" width="233" height="300" />&#8220;Il Brasile rimane un mistero. Un mistero che tutti tentano ancora di capire, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pilule</a>  molti vorrebbero insegnare, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">purchase</a>  ma ancora nessuno sa realmente spiegare&#8221;;  ed ancora &#8220;La verità &#8211; sospetto &#8211; è che gli stessi abitanti del Brasile non sappiano rispondere alla domanda &#8216;che cos&#8217;è il Brasile&#8217; ed oramai abbiano anche smesso di porsela. Loro lo vivono questo paese [...]. Loro vivono, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">capsule</a>  ballano, ridono e talvolta mangiano&#8221;.</p>
<p>Scadono i ricordi di un viaggio?<br />
Queste parole, pubblicate nel mio primo articolo, erano il frutto della mia primissima impressione del paese, ed oggi quasi mi congratulo constatando quanto fossero corrette ed esaustive.<br />
Cinque anni fa sono partita per tre mesi in Brasile, in qualità di volontaria e giornalista: è tardi per rispolverare tra i meandri delle immagini che mi sono rimaste? Posso ancora parlare del Brasile? Sinceramente, credo di sì. Almeno in parte.<br />
Quel primo momento magico che si crea nel vivere lo scontro con una nuova cultura, quello rimane piuttosto intatto anche nel tempo.<br />
Confrontandomi con brasiliani incontrati lungo strada negli ultimi anni, ogni volta abbiamo raggiunto questa conclusione: il Brasile è un mistero.<br />
La stessa storia, quando racconta l&#8217;intera colonizzazione dell&#8217;America Latina, tanto è ricca di dettagli per paesi quali il Messico o il Perù, altrettanto è povera di spiegazioni sull&#8217;ex-colonia portoghese. Gli esploratori ancora non hanno finito di setacciare l&#8217;intera foresta amazzonica. Inutile dire che le specie animali e vegetali ivi racchiuse sono ancora fonti di scoperte entusiasmanti.</p>
<p>Il Brasile è innanzitutto immenso.<br />
Immenso geograficamente, immenso culturalmente, socialmente. E questa immensità è la prima caratteristica che invade il viaggiatore che vi approda per la prima volta, e suppongo anche per le successive.<br />
E&#8217; un&#8217;immensità che si scinde in un unico contesto dal sapore acre e dolciastro che ti si appiccica sulla pelle. Miriade di frutti di ogni forma, colore e sapore emanano profumi saporiti, e la vegetazione, altrettanto variegata, né è la loro cornice di foglie verdi brillante e fiori dalle tinte calde.<br />
Un&#8217;immensità che si ascolta nel ritmo dirompente delle percussioni e degli arpeggi sottili dei suonatori di strada.  Sembra che il respiro stesso si coordini alla musica, dalla samba al <em>forrò</em>, dalla bossanova al reggae,  dal country all&#8217;hip-pop, fino all&#8217;elettronica.<br />
Un&#8217;immensità che si osserva nelle danze cadenzate della gente per strada. Perché lì prima di camminare, ballano. E&#8217; una forma di espressione  sensuale, quando si articola nel movimento del bacino, e l&#8217;eco di una lunga lotta durata anni, quando si esprime nelle acrobazie della <em>capoeira</em> &#8211; la danza degli schiavi.<br />
E&#8217; una vampata di aria nuova e fresca che si concretizza in volti neri, meticci e bianchi, che sorridendo, sempre e sinceri, ti accolgono nella loro festa. Quale? La vita di tutti i giorni, dall&#8217;alba al tramonto.<br />
Non mi riferisco alla leggenda del brasiliano che balla samba e vive per il carnevale, bensì alla realtà del brasiliano che abbraccia la filosofia del vivere alla giornata.  Rivalutando, in una scala di valori da noi ormai dimenticata, quelle piccole gioie quotidiane come i principali scopi del vivere umano, nonché la fonte della forza per sopravvivere, se necessario.</p>
<p>Il Brasile è spesso incredibile.<br />
Un giro in autobus per una delle sue città, in questo caso citerò Salvador Bahia,  può essere un buon esempio di ciò che voglio dire. Per prendere un autobus, lì, dopo esserti improvvisato acrobata, devi, correndo e gesticolando, richiamare l&#8217;attenzione dell&#8217;autista perché si fermi a raccattarti, poi, per scendere, devi patteggiare con lo stesso una via di mezzo tra dove vorresti scendere tu e dove vuole fermarsi lui.  Il percorso del bus, districandosi tra le via a serpentina, permette di avere una visione quasi completa dei Barrios &#8211; quartieri &#8211; della città. L&#8217;impressione: aver visto città diverse. La realtà: è un tutt&#8217;uno. Difficile a credersi, ma l&#8217;enorme centro commerciale Iguatemi, quelle villette splendide ed ordinate ed i grattacieli colorati del barro Pituba, fanno parte della stessa città dove nel barro Capelinha infinite casupole fatte di nulla si accartocciano l&#8217;una sull&#8217;altra dando luogo ad una favela, dove le persone convivono con le fogne a cielo aperto.</p>
<p>Il Brasile è ricco.<br />
Ricco di terre coltivabili, ricco di risorse energetiche, ricco di cultura e storia. E&#8217; tra le prime colonie che si è resa indipendente. Eppure è ancora un Paese in via di sviluppo.<br />
Recentemente, nelle sue acque territoriali, sono stati scoperti 8 miliardi di barili di petrolio, che renderebbero il Brasile un esportatore petrolifero alla stregua dei Paesi arabi o del Venezuela.<br />
Sarà questo a cambiare il paese e la sua filosofia di vita? Difficile a dirsi, c&#8217;è solo da sperare che lo sviluppo economico e sociale ne tragga giovamento. Contemporaneamente si teme il puntuale arrivo di nuove &#8220;colonizzazioni&#8221; e l&#8217;esasperarsi dei già presenti giochi di potere e divari sociali.<br />
Temo che questo possa comportare un cambiamento drastico, da qui a qualche anno, che renderà obsoleti i miei ricordi di un paese magico e affascinante. E questo, egoisticamente lo ammetto, mi rattrista.</p>
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		<title>Outsiders</title>
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		<pubDate>Fri, 29 May 2009 20:10:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Corsini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[Outsiders – estranei – è la condizioni di molti ragazzi italiani oggi: gli immigrati di seconda generazione. Ragazzi nati e cresciuti in Italia, pharm  ma privati dal lusso di avere un’identità italiana. Outsiders è anche uno spettacolo, pharm  dal 6 giugno in scena al teatro dell’angelo di Roma, che colpisce nel profondo della nuova realtà multietnica italiana. Scritto, diretto ed interpretato da under 30, è un’opera intrisa della forza e del coraggio proprio dei giovani.  Francesco Malarico e Jessica Costa Moreno, gli autori, si sono conosciuto all’ambasciata brasiliana, seguendo un corso di portoghese. La passione per il teatro, la voglia di raccontare realtà ancora troppo sconosciute, li unisce nella realizzazione di quest’opera che si sviluppa tutta in una sala d’attesa. Quale sala d’attesa? Quella nella quale crescono gli immigrati di seconda generazione. Bambini, poi ragazzi, che, oltre ai consueti problemi adolescenziali, si trovano a dover far fronte tutta la vita con la problematica dell’integrazione culturale. Il bisogno di sentirsi accettati in un paese che, nonostante sentano come il loro, gli relega puntualmente di aspettare ore ed ore nella sala d’attesa di qualche ufficio statale per rinnovare documenti, senza i quali sarebbero privati della loro stessa identità. Una storia che conquista Antonello Avallone, direttore del teatro dell’Angelo, che non solo la mette in programma, ma si unisce al cast con la sua partecipazione straordinaria.
Outsiders è un progetto di Tabanka onlus, finanziato dall’Unione Europea tramite Gioventù in azione e vede il patrocinio dell’ambasciata di Capo Verde.
Scritto da Francesco Malarico &#38; Jessica Costa Moreno,
Regia di Walter do Rosario.
Cast: Benny Hopferr Almada, Linda Evore, Alice Giaciopini, Biniam Johannes, Jenifer Monteiro, corrado Ruffini, Oriana Sena, Catenine Hopffer Almada e con la partecipazione straordinaria di Antonello Avallone.
Lo spettacolo andrà in scena il
6-7-8-9- Giugno 2009 al Teatro dell’Angelo
Ore 21.00
Biglietto intero 16 euro
(under 26) 13 euro
Per info e prenotazioni: 06 37513571 – 0637514258
www.teatrodellangelo.it
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3007" title="outsiders" src="/wp-content/files/2009/05/outsiders-300x167.jpg" alt="outsiders" width="300" height="167" />Outsiders – estranei – è la condizioni di molti ragazzi italiani oggi: gli immigrati di seconda generazione. Ragazzi nati e cresciuti in Italia, <a href="http://viagragenericedpills.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pharm</a>  ma privati dal lusso di avere un’identità italiana. Outsiders è anche uno spettacolo, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pharm</a>  dal 6 giugno in scena al teatro dell’angelo di Roma, che colpisce nel profondo della nuova realtà multietnica italiana. Scritto, diretto ed interpretato da under 30, è un’opera intrisa della forza e del coraggio proprio dei giovani.  Francesco Malarico e Jessica Costa Moreno, gli autori, si sono conosciuto all’ambasciata brasiliana, seguendo un corso di portoghese. La passione per il teatro, la voglia di raccontare realtà ancora troppo sconosciute, li unisce nella realizzazione di quest’opera che si sviluppa tutta in una sala d’attesa. Quale sala d’attesa? Quella nella quale crescono gli immigrati di seconda generazione. Bambini, poi ragazzi, che, oltre ai consueti problemi adolescenziali, si trovano a dover far fronte tutta la vita con la problematica dell’integrazione culturale. Il bisogno di sentirsi accettati in un paese che, nonostante sentano come il loro, gli relega puntualmente di aspettare ore ed ore nella sala d’attesa di qualche ufficio statale per rinnovare documenti, senza i quali sarebbero privati della loro stessa identità. Una storia che conquista Antonello Avallone, direttore del teatro dell’Angelo, che non solo la mette in programma, ma si unisce al cast con la sua partecipazione straordinaria.</p>
<p>Outsiders è un progetto di <a href="http://www.tabanka.it/">Tabanka onlus</a>, finanziato dall’Unione Europea tramite Gioventù in azione e vede il patrocinio dell’ambasciata di Capo Verde.</p>
<p>Scritto da Francesco Malarico &amp; Jessica Costa Moreno,<br />
Regia di Walter do Rosario.<br />
Cast: Benny Hopferr Almada, Linda Evore, Alice Giaciopini, Biniam Johannes, Jenifer Monteiro, corrado Ruffini, Oriana Sena, Catenine Hopffer Almada e con la partecipazione straordinaria di Antonello Avallone.</p>
<p>Lo spettacolo andrà in scena il<br />
6-7-8-9- Giugno 2009 al Teatro dell’Angelo<br />
Ore 21.00<br />
Biglietto intero 16 euro<br />
(under 26) 13 euro<br />
Per info e prenotazioni: 06 37513571 – 0637514258<br />
<a href="http://www.teatrodellangelo.it" target="_blank">www.teatrodellangelo.it</a></p>
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		<title>La notte nel deserto</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 00:27:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Corsini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Avevo ansia di vederlo questo deserto: il Sahara! Ne avevo sentito parlare fin da quando ero bambina e volevo ardentemente che i miei piedi toccassero la sua sabbia, cheap  volevo camminare in cima ad una duna, volevo lasciarmi invadere dal suo silenzio.
Avevo così tanta fretta che mi sono catapultata nel deserto al secondo giorno di viaggio, per una sola notte. Accontentandomi di un assaggio, un’idea fugace.  Un’esperienza rubata al prezzo del turista.
Perché è così che mi sono sentita in quei due giorni: una piccola ladra venuta a rubare un’avventura da inserire nel “curriculum viaggi”, a quei popoli che hanno saputo fare dell’aridità una casa, della sabbia una terra e del silenzio uno stile di vita.
Alla partenza, una manciata di uomini con il turbante, seduti attorno ad un tavolo a bere un tè che mi è stato offerto.  Io avevo fretta, volevo arrivare all’accampamento prima del tramonto. Volevo sentirmi contornata di solo dune.
Lì mi sono accorta della verità: non puoi vivere il deserto se hai fretta! E così, con un po’ di fatica ho tentato di abbandonarmi ai loro ritmi, ed ho scoperto che non è facile quando due giorni prima eri nel pieno della tua vita quotidiana italiana!
Gli uomini continuavano a sorseggiare con calma il loro tè, e poi con calma, uno di loro, Mouloud, ci ha portati dai dromedari. Questi erano accovacciati in terra ad attenderci, al nostro arrivo si sono voltati verso di noi con un espressione che sembrava dire “ Altri turisti!”: gli abitanti del deserto si servono di loro solo per trasportare i viveri e le bevande. Ma questi buffi animali, dai movimenti un po’ goffi e dagli occhi che paiono addormentati, stanno al gioco e dall’alto della loro millenaria esperienza nella sabbia del Sahara accolgono il nuovo arrivato sul dorso.  Il risultato: mi sentivo una bambina seduta sulla schiena di un saggio.
Arrivati all’accampamento c’attendeva Nagy pronto a servirci un altro tè, preso su un tavolo tondo e basso, seduti su tappeti e cuscini, a lume di candela all’interno di una tenda  costruita con bambù intrecciati ed ancora tappeti.
Poi  è calata la notte, lentamente,  la luna col suo alone occupava buona parte del cielo, ma le stelle riuscivano comunque a splendere con un chiarore a me sconosciuto. Abbiamo cenato e poi abbiamo preparato il nostro bivacco attorno ad un fuoco: “ la tv del deserto  &#8211; ci hanno detto- dove ognuno la sera si riunisce a raccontare la sua storia del giorno” .
Mouloud parlava Francese, Nagy no. Pertanto ho comunicato molto più con Mouloud , che si occupava di fare da interprete per Nagy. Abbiamo giocato alla dama del deserto, un gioco composto di sabbia come tavolo da gioco e bastoncini come pedine: chi perdeva sarebbe dovuto andare a caccia di un Fennec… abbiamo pareggiato! Abbiamo scritto i nostri nomi in Arabo, io per l’occasione sono stata ribattezzata Nora, perché è un nome comune nella tribù dei nomadi Saharawi a cui appartenevano sia Mouloud che Nagy.
Mouloud, 40 anni, mi ha raccontato di quando parte nel deserto, per svariati giorni, in direzione sud-ovest, per andare a trovare la sua famiglia.  Nagy, 22 anni, guardiano dell’accampamento,  della sua solitudine nel deserto e di come attende ogni mese i due o tre giorni in cui anche lui raggiunge la famiglia in mezzo al deserto.
Spento il fuoco del bivacco ci siamo coricati, lasciando Mouloud e Nagy alle loro chiacchere serali ed al  loro tè della buonanotte. La notte l’abbiamo trascorsa in un’altra tenda con le grosse coperte ed i tappeti  ad isolarci dal ghiaccio della sabbia del deserto nelle notti d’inverno.
Il giorno dopo sveglia all’alba per osservare come il primo  sole  del giorno dipinge le dune, che da grigie divengono arancioni, rosse e poi dorate.  Il sole sorgeva da est, dove  era ancora possibile vedere la fine della catena del anti atlante,  e ricordarsi che eravamo solo alle bocche del deserto.
Eppure volgendo lo sguardo verso sud- ovest, lì dalla cima di quella duna, non c’era niente all’orizzonte. Nient’altro che sabbia, e riverbero di luce. Sabbia e silenzio assordante. Sabbia dalla quale udivi il rimbombo dell’immensità che si apre all’orizzonte. Sabbia di un deserto la cui superficie abbraccia intere nazioni ben più grandi del piccolo Marocco.  Sabbia, solo sabbia.
Al ritorno ho camminato, scalza, ed il dromedario portava il mio zaino. Mouloud mi aveva creato un turbante con la mia sciarpa di tutti i giorni, e parlavamo: “ Hai mai avuto paura del deserto?” gli ho chiesto. E la mia domanda deve essergli apparsa strana, perché si è voltato con un’espressione dubbiosa nel volto e mi ha risposto “no” con convinzione. Poi dopo un po’ di silenzio ha aggiunto: “ Quando ero piccolino, e dovevo tenere i dromedari nel deserto, la notte, solo, avevo paura.  Perché la notte il deserto cambia, diventa tutto uguale e perdi i tuoi punti di riferimento, e fa paura”.
C’è stato ancora silenzio e poi sorridendomi mi ha detto che quando sarei tornata avremmo fatto una corsa in dromedario  e se avessi vinto me ne avrebbe regalato uno.  Se perdo invece la mia penitenza… è ancora da stabilire!
[smooth=id:30]
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2017" title="marocco" src="/wp-content/files/2009/02/marocco-083-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" />Avevo ansia di vederlo questo deserto: il Sahara! Ne avevo sentito parlare fin da quando ero bambina e volevo ardentemente che i miei piedi toccassero la sua sabbia, <a href="http://tadalafilforsale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cheap</a>  volevo camminare in cima ad una duna, volevo lasciarmi invadere dal suo silenzio.</p>
<p>Avevo così tanta fretta che mi sono catapultata nel deserto al secondo giorno di viaggio, per una sola notte. Accontentandomi di un assaggio, un’idea fugace.  Un’esperienza rubata al prezzo del turista.</p>
<p>Perché è così che mi sono sentita in quei due giorni: una piccola ladra venuta a rubare un’avventura da inserire nel “curriculum viaggi”, a quei popoli che hanno saputo fare dell’aridità una casa, della sabbia una terra e del silenzio uno stile di vita.</p>
<p>Alla partenza, una manciata di uomini con il turbante, seduti attorno ad un tavolo a bere un tè che mi è stato offerto.  Io avevo fretta, volevo arrivare all’accampamento prima del tramonto. Volevo sentirmi contornata di solo dune.</p>
<p>Lì mi sono accorta della verità: non puoi vivere il deserto se hai fretta! E così, con un po’ di fatica ho tentato di abbandonarmi ai loro ritmi, ed ho scoperto che non è facile quando due giorni prima eri nel pieno della tua vita quotidiana italiana!</p>
<p>Gli uomini continuavano a sorseggiare con calma il loro tè, e poi con calma, uno di loro, Mouloud, ci ha portati dai dromedari. Questi erano accovacciati in terra ad attenderci, al nostro arrivo si sono voltati verso di noi con un espressione che sembrava dire “ Altri turisti!”: gli abitanti del deserto si servono di loro solo per trasportare i viveri e le bevande. Ma questi buffi animali, dai movimenti un po’ goffi e dagli occhi che paiono addormentati, stanno al gioco e dall’alto della loro millenaria esperienza nella sabbia del Sahara accolgono il nuovo arrivato sul dorso.  Il risultato: mi sentivo una bambina seduta sulla schiena di un saggio.</p>
<p>Arrivati all’accampamento c’attendeva Nagy pronto a servirci un altro tè, preso su un tavolo tondo e basso, seduti su tappeti e cuscini, a lume di candela all’interno di una tenda  costruita con bambù intrecciati ed ancora tappeti.</p>
<p>Poi  è calata la notte, lentamente,  la luna col suo alone occupava buona parte del cielo, ma le stelle riuscivano comunque a splendere con un chiarore a me sconosciuto. Abbiamo cenato e poi abbiamo preparato il nostro bivacco attorno ad un fuoco: “ la tv del deserto  &#8211; ci hanno detto- dove ognuno la sera si riunisce a raccontare la sua storia del giorno” .</p>
<p>Mouloud parlava Francese, Nagy no. Pertanto ho comunicato molto più con Mouloud , che si occupava di fare da interprete per Nagy. Abbiamo giocato alla dama del deserto, un gioco composto di sabbia come tavolo da gioco e bastoncini come pedine: chi perdeva sarebbe dovuto andare a caccia di un Fennec… abbiamo pareggiato! Abbiamo scritto i nostri nomi in Arabo, io per l’occasione sono stata ribattezzata Nora, perché è un nome comune nella tribù dei nomadi Saharawi a cui appartenevano sia Mouloud che Nagy.</p>
<p>Mouloud, 40 anni, mi ha raccontato di quando parte nel deserto, per svariati giorni, in direzione sud-ovest, per andare a trovare la sua famiglia.  Nagy, 22 anni, guardiano dell’accampamento,  della sua solitudine nel deserto e di come attende ogni mese i due o tre giorni in cui anche lui raggiunge la famiglia in mezzo al deserto.</p>
<p>Spento il fuoco del bivacco ci siamo coricati, lasciando Mouloud e Nagy alle loro chiacchere serali ed al  loro tè della buonanotte. La notte l’abbiamo trascorsa in un’altra tenda con le grosse coperte ed i tappeti  ad isolarci dal ghiaccio della sabbia del deserto nelle notti d’inverno.</p>
<p>Il giorno dopo sveglia all’alba per osservare come il primo  sole  del giorno dipinge le dune, che da grigie divengono arancioni, rosse e poi dorate.  Il sole sorgeva da est, dove  era ancora possibile vedere la fine della catena del anti atlante,  e ricordarsi che eravamo solo alle bocche del deserto.</p>
<p>Eppure volgendo lo sguardo verso sud- ovest, lì dalla cima di quella duna, non c’era niente all’orizzonte. Nient’altro che sabbia, e riverbero di luce. Sabbia e silenzio assordante. Sabbia dalla quale udivi il rimbombo dell’immensità che si apre all’orizzonte. Sabbia di un deserto la cui superficie abbraccia intere nazioni ben più grandi del piccolo Marocco.  Sabbia, solo sabbia.</p>
<p>Al ritorno ho camminato, scalza, ed il dromedario portava il mio zaino. Mouloud mi aveva creato un turbante con la mia sciarpa di tutti i giorni, e parlavamo: “ Hai mai avuto paura del deserto?” gli ho chiesto. E la mia domanda deve essergli apparsa strana, perché si è voltato con un’espressione dubbiosa nel volto e mi ha risposto “no” con convinzione. Poi dopo un po’ di silenzio ha aggiunto: “ Quando ero piccolino, e dovevo tenere i dromedari nel deserto, la notte, solo, avevo paura.  Perché la notte il deserto cambia, diventa tutto uguale e perdi i tuoi punti di riferimento, e fa paura”.</p>
<p>C’è stato ancora silenzio e poi sorridendomi mi ha detto che quando sarei tornata avremmo fatto una corsa in dromedario  e se avessi vinto me ne avrebbe regalato uno.  Se perdo invece la mia penitenza… è ancora da stabilire!</p>
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		<title>Un viaggio nel tempo</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 23:05:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Corsini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
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		<description><![CDATA[È strano come messa di fronte all’idea di scrivere qualche parola sul viaggio mi senta muta nei pensieri. Se chiudo gli occhi incessabili immagini meravigliose scorrono tra i miei ricordi. Quasi a pensare che non ho viaggiato in un solo paese, nurse  ma in molti luoghi diversi.
Il Marocco è una terra sorprendentemente varia. Benchè buona parte della sua natura sia caratterizzata dal paesaggio brullo dell’hammada, ailment  il deserto roccioso, cialis  viaggiando attraverso le piccole strade dissestate che collegano il paese si incontrerà la natura verde e rigogliosa della provincia di Ouarzazate, le vallate di palme da dattero della valle del Draà, le montagne innevate della catena dell’Alto Atlante,  i canyon maestosi delle gole del Todra e del Dades, la foresta di cedri ad Azrou.  Ed ancora i vigneti di Meknès, le arganie nella regione di Essauira, la costa frastagliata e rocciosa di Sidi Ifni e le meravigliose spiagge nel tratto di costa che da Agadir giunge ad Essauira.  Senza dimenticare il profondo sud  dove si aprono le porte al grande deserto del Sahara.
Il tutto contornato da mandorli già in fiore, da grandi eucalipti, ed  intervallato qua e là da mille e più kasbah – villaggi in pietra fortificati – che si mimetizzano nel paesaggio.
Mi avevano detto prima che partissi che “ la natura è la parte più bella” e che “ti innamorerai delle sue montagne” .  Non avevano torto,  la natura è incredibile. Ognuno dei paesaggi elencati  presenta forme  e colori così puri e forti che coinvolgerebbero anche l’osservatore più distratto.  La stagione invernale poi permette di vedere i colori vivificati dal freddo notturno, ma illuminati da un sole quasi sempre presente, e capace di insinuarsi in ogni angolo remoto della terra ed in ogni ramo spoglio degli alberi, regalando un riverbero dorato come solo la luce del sole invernale sa fare!
E non mi dilungherò in ulteriori descrizioni, lasciandovi viaggiare, liberamente,  attraverso le immagini di quanto solo accennato, con la consapevolezza che esse sapranno raccontarvi della natura meglio di qualunque mia parola.
[smooth=id:32]
Perché c’è qualcos’altro che invece merita di essere raccontato…
Ogni dove le strade statali tagliano a metà piccoli paesini di poche case e molti volti. Ogni volto una storia di vita:  uomini che indossano la jellaba (una lunga tunica dotata di cappuccio),  pastori con il copricapo bianco, donne vestite di nero, donne col turbante ed un bambino legato sulla pancia, donne che pascolano le greggi, bambini in divisa scolastica, bambini in jeans, bambine col turbante, autostoppisti, commercianti, osservatori seduti su rocce a contemplare il nulla, uomini o donne al riposo…
Persone che spendono la loro giornata in un continuo viavai di volti ed espressioni di quelli che, agli occhi del turista che ero, non appaiono come un popolo che vive il suo quotidiano, ma come personaggi curiosi ed affascinanti. Abitanti di una realtà distante troppi mondi paralleli  per pensare di poterla capire.
Mi sono accontentata di spiarla nel tempo delle tre settimane che avevo, colla speranza di saperla poi almeno descrivere.
Arrivata nelle medine – città fortificate-  di Meknès e Fès sono rimasta quasi disorientata. Il primo impatto è nella ville nouvelle, città moderne prive di grandi attrattive, ma superata la bab &#8211; porta &#8211; d’ingresso,  ti trovi catapultato in un labirinto di cunicoli stretti in cui si viaggia a piedi.  Meandri di una città dove ogni metro quadro che da sulla strada è buono per una bottega. Di nuovo uomini e donne con tuniche o turbanti e babbucce ai piedi: a lavorare come artigiani, a barattare i loro prodotti con quelli del fruttivendolo, a passeggiare nel mercato ed essere pronti a spostarsi al grido balek! (attenzione) di colui che trasporta la merce a dorso d’asino.
[smooth=id:31]
Sembrava di camminare tra i personaggi animati di un presepe ambientato nel medioevo, in cui solo la presenza sporadica di qualche orologio, o di un cellulare che esce da sotto la tunica, od il suono di un clacson distante al di là delle mura, ricorda l’epoca in cui viviamo.
Poi  si leva il richiamo del muezzin dai minareti sparsi, una cantilena familiare e ripetitiva echeggia per le strade che silenziosamente si svuotano, le persone si spostano a  pregare: con costanza, con riservatezza, nelle moschee in cui al cristiano non è dato il permesso di entrare.
Non avevo mai viaggiato in un paese musulmano, non avevo mai viaggiato in Africa. Mi avevano detto “le donne non ti rispondono e se sei donna non ti parlano” mi avevano  detto“ il Marocco non è Africa”.  Ebbene, le donne sono cordiali e meno approfittatrici dell’uomo. Quanto agli uomini, magari non mi avessero parlato, alcuni almeno: mi sarei evitata qualche seccatura! Quanto a cosa sia il Marocco, sfido io chiunque a sostenere che possa essere Europa, America, Oceania o, perché no, Asia! Per quel che ho potuto vedere il Marocco è un ponte tanto piccolo quanto ricco. Un incrocio di culture dove la storia dei nomadi del deserto si è intrecciata a quella degli arabi, dei berberi, ed a quella degli spagnoli. Un  piccolo paese che dal suo estremo occidente  comunica con il mediterraneo e con l’oceano e rappresenta, ora come prima, il ristoro che segue o anticipa l’attraversamento  di quell’immenso nulla che è il deserto del Sahara: la grande porta dell’Africa nera.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1970" title="Marocco" src="/wp-content/files/2009/02/dscn3939-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" />È strano come messa di fronte all’idea di scrivere qualche parola sul viaggio mi senta muta nei pensieri. Se chiudo gli occhi incessabili immagini meravigliose scorrono tra i miei ricordi. Quasi a pensare che non ho viaggiato in un solo paese, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">nurse</a>  ma in molti luoghi diversi.</p>
<p>Il Marocco è una terra sorprendentemente varia. Benchè buona parte della sua natura sia caratterizzata dal paesaggio brullo dell’<em>hammada</em>, <a href="http://buycheapviagras.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">ailment</a>  il deserto roccioso, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" title="cialis" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis</a>  viaggiando attraverso le piccole strade dissestate che collegano il paese si incontrerà la natura verde e rigogliosa della provincia di Ouarzazate, le vallate di palme da dattero della valle del Draà, le montagne innevate della catena dell’Alto Atlante,  i canyon maestosi delle gole del Todra e del Dades, la foresta di cedri ad Azrou.  Ed ancora i vigneti di Meknès, le arganie nella regione di Essauira, la costa frastagliata e rocciosa di Sidi Ifni e le meravigliose spiagge nel tratto di costa che da Agadir giunge ad Essauira.  Senza dimenticare il profondo sud  dove si aprono le porte al grande deserto del Sahara.</p>
<p>Il tutto contornato da mandorli già in fiore, da grandi eucalipti, ed  intervallato qua e là da mille e più <em>kasbah</em> – villaggi in pietra fortificati – che si mimetizzano nel paesaggio.</p>
<p>Mi avevano detto prima che partissi che “ la natura è la parte più bella” e che “ti innamorerai delle sue montagne” .  Non avevano torto,  la natura è incredibile. Ognuno dei paesaggi elencati  presenta forme  e colori così puri e forti che coinvolgerebbero anche l’osservatore più distratto.  La stagione invernale poi permette di vedere i colori vivificati dal freddo notturno, ma illuminati da un sole quasi sempre presente, e capace di insinuarsi in ogni angolo remoto della terra ed in ogni ramo spoglio degli alberi, regalando un riverbero dorato come solo la luce del sole invernale sa fare!</p>
<p>E non mi dilungherò in ulteriori descrizioni, lasciandovi viaggiare, liberamente,  attraverso le immagini di quanto solo accennato, con la consapevolezza che esse sapranno raccontarvi della natura meglio di qualunque mia parola.</p>
<p style="text-align: center;">[smooth=id:32]</p>
<p>Perché c’è qualcos’altro che invece merita di essere raccontato…</p>
<p>Ogni dove le strade statali tagliano a metà piccoli paesini di poche case e molti volti. Ogni volto una storia di vita:  uomini che indossano la <em>jellaba</em> (una lunga tunica dotata di cappuccio),  pastori con il copricapo bianco, donne vestite di nero, donne col turbante ed un bambino legato sulla pancia, donne che pascolano le greggi, bambini in divisa scolastica, bambini in jeans, bambine col turbante, autostoppisti, commercianti, osservatori seduti su rocce a contemplare il nulla, uomini o donne al riposo…</p>
<p>Persone che spendono la loro giornata in un continuo viavai di volti ed espressioni di quelli che, agli occhi del turista che ero, non appaiono come un popolo che vive il suo quotidiano, ma come personaggi curiosi ed affascinanti. Abitanti di una realtà distante troppi mondi paralleli  per pensare di poterla capire.</p>
<p>Mi sono accontentata di spiarla nel tempo delle tre settimane che avevo, colla speranza di saperla poi almeno descrivere.</p>
<p>Arrivata nelle <em>medine</em> – città fortificate-  di Meknès e Fès sono rimasta quasi disorientata. Il primo impatto è nella ville nouvelle, città moderne prive di grandi attrattive, ma superata la <em>bab</em> &#8211; porta &#8211; d’ingresso,  ti trovi catapultato in un labirinto di cunicoli stretti in cui si viaggia a piedi.  Meandri di una città dove ogni metro quadro che da sulla strada è buono per una bottega. Di nuovo uomini e donne con tuniche o turbanti e babbucce ai piedi: a lavorare come artigiani, a barattare i loro prodotti con quelli del fruttivendolo, a passeggiare nel mercato ed essere pronti a spostarsi al grido <em>balek!</em> (attenzione) di colui che trasporta la merce a dorso d’asino.</p>
<p style="text-align: center;">[smooth=id:31]</p>
<p>Sembrava di camminare tra i personaggi animati di un presepe ambientato nel medioevo, in cui solo la presenza sporadica di qualche orologio, o di un cellulare che esce da sotto la tunica, od il suono di un clacson distante al di là delle mura, ricorda l’epoca in cui viviamo.</p>
<p>Poi  si leva il richiamo del muezzin dai minareti sparsi, una cantilena familiare e ripetitiva echeggia per le strade che silenziosamente si svuotano, le persone si spostano a  pregare: con costanza, con riservatezza, nelle moschee in cui al cristiano non è dato il permesso di entrare.</p>
<p>Non avevo mai viaggiato in un paese musulmano, non avevo mai viaggiato in Africa. Mi avevano detto “le donne non ti rispondono e se sei donna non ti parlano” mi avevano  detto“ il Marocco non è Africa”.  Ebbene, le donne sono cordiali e meno approfittatrici dell’uomo. Quanto agli uomini, magari non mi avessero parlato, alcuni almeno: mi sarei evitata qualche seccatura! Quanto a cosa sia il Marocco, sfido io chiunque a sostenere che possa essere Europa, America, Oceania o, perché no, Asia! Per quel che ho potuto vedere il Marocco è un ponte tanto piccolo quanto ricco. Un incrocio di culture dove la storia dei nomadi del deserto si è intrecciata a quella degli arabi, dei berberi, ed a quella degli spagnoli. Un  piccolo paese che dal suo estremo occidente  comunica con il mediterraneo e con l’oceano e rappresenta, ora come prima, il ristoro che segue o anticipa l’attraversamento  di quell’immenso nulla che è il deserto del Sahara: la grande porta dell’Africa nera.</p>
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		<title>Il gioco dell’arte</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/12/14/il-gioco-dell%e2%80%99arte/</link>
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		<pubDate>Sat, 13 Dec 2008 23:01:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Corsini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Munari]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[invenzioni]]></category>

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Come è bello quando attraverso la cultura si torna ad essere bambini per un istante. Riscoprendo la poesia di tutto ciò che supera i confini del reale.
È successo tutto per puro caso, unhealthy  e come ogni fatto casuale che ti permette di sorridere è stata una gran bella scoperta. Passeggiavo con un’amica per Roma, sovaldi sale  in una delle rare domeniche di sole di qualche settimana fa, quand’ecco che siamo inciampate in un negozio di giochi e libri per bambini.  In questo c’era un’intera sezione dedicata alle pubblicazioni di “tale” Bruno Munari.  Né io, né lei sapevamo chi fosse, ma ne siamo immediatamente rimaste affascinate.
Mi sono subito comprata un libro dal titolo “Fantasia” e l’ho letto. Sapreste dire la differenza tra fantasia, invenzione, creatività ed immaginazione, così in due parole? Munari la spiega semplicemente: la fantasia è la facoltà più libera tra queste e pensa ciò che prima non c’era, anche se irrealizzabile; l’invenzione ciò che prima non c&#8217;era ma è esclusivamente pratico e senza problemi estetici; la creatività tutto ciò che prima non c’era ma è realizzabile in modo essenziale e globale; l’immaginazione invece è l’atto del vedere ciò che le prime tre solo pensano.
Da allora mi sono interessata all’autore  ed ho avuto l’ennesima conferma della mia ignoranza.  Perché ovviamente Bruno Munari è famosissimo, “Come non sai chi è?” mi sono sentita chiedere più volte. Ora se qualcuno di voi, come me, non conoscesse l’artista, consolatevi:  a quanto risulta egli stesso in vita non ha mai fatto molto per attirarsi notorietà e così è passato piuttosto inosservato al pubblico non specializzato.
A Roma attualmente vi sono ben 5 mostre per festeggiare il centenario dalla nascita di colui che, da molti, è considerato il Leonardo del Novecento . Un paio di domeniche fa sono dunque stata all’Ara Pacisa per vedere la mostra – aperta fino al 22 febbraio prossimo – che più delle altre a Roma introduce il personaggio e la sua opera.  È ben presentata e accompagna passo passo il visitatore nel mondo delle creazioni dell’artista milanese.





L’esposizione è all’insegna del divertimento. E permette attraverso un incontro tra ironia e provocazione ed uno scontro di colori ed idee di avere per un momento una visione totalmente capovolta del mondo e degli oggetti che lo popolano. “Gli artisti devono interessarsi delle macchine per comprendere l’anatomia e la natura e poi distrarle facendole funzionare in modo irregolare” ( Munari, 1938).
Avete mai sentito parlare della sedia per brevi visite? Beh, se avete qualche parente o vicino di casa un po’ pedante vi consiglio di procurarvela: è funzionale! Si tratta di una semplice sedia di legno, con quattro gambe e schienale, solo che la base è inclinata. Di modo che la persona che vi ci siede non abbia dubbi sul fatto che vi rimarrà seduta solo per un breve momento! E avete mai pensato di far suonare la vostra porta di casa invece del campanello, progettando tipo un “pizzigoni filofilo”, una porta- violoncello?
Ma non è finita, nel viaggio degli oggetti improbabili troverete anche loquaci forchette parlanti;     utilissime &#8211; !-  sculture da viaggio, ovvero sculture pieghevoli; un orologio che non dice l’ora: è l’orologio del tempo libero; i libri illeggibili; oppure i progetti a fili per vedere l’aria diversamente.
E molti altre opere che tra un sorriso ed una risata trascinano alla frontiera tra l’arte, il gioco e lo scherzo, dove regna libera la fantasia.
Le mie preferite si trovano nel libro “Le macchine di Munari”, dove accurate spiegazioni accompagnano dettagliatissimi disegni-progetto di meravigliose invenzioni quali: la macchina per addomesticare le sveglie, l’agitatore di code per cani pigri, il motore a lucertola per tartarughe stanche o il meccanismo per annusare fiori finti.
Ciò che però mi ha stupito più di tutto è la capacità dell’artista di coinvolgere e stimolare. È la spiegazione che segue ed accompagna ogni creazione. È la sensazione, uscendo dalla mostra, o finendo di leggere un suo libro, che la creatività non è affatto un predominio di pochi.  Questa capacità di condivisione del suo estro artistico è forse il più grande merito che gli viene riconosciuto. Dice di se stesso: “Ho cercato di comunicare quello che gli altri non vedono, ad esempio un arcobaleno di profilo”.
Bruno Munari è nato nel 1907 a Milano e morto nel 1998. Non si può dire bene dove, come, in cosa abbia esercitato la sua arte. A 18 anni si è unito al gruppo dei futuristi milanesi, e da allora ha dato libero sfogo alla sua voglia di giocare, sperimentare, inventare, creare. Sicuramente ha dato un notevole contributo al design, ma la sua caratteristica principale è quella di essere un personaggio poliedrico e curioso. Che nel corso della sua vita si è dedicato tanto alla scrittura, pubblicando più di 180 libri, quanto alla pittura, quanto al design, ed ancora al cinema ed alla fotografia. Per concludere con un notevole apporto nel mondo dell’educazione, come professore universitario e come ideatore di un metodo educativo per stimolare la creatività nei bambini.
Consiglio vivamente a chiunque, intorpidito dalla routine e alla ricerca di stimoli, di venire a farsi una passeggiata casuale per Roma, per imbattersi casualmente nella sua mostra, magari durante una piacevole domenica di sole!
&#160;
(Foto di Damiano Minozzi)
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<dl id="attachment_1421" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-1421" title="Munari 1" src="/wp-content/files/2008/12/prima-foto-munari-200x300.jpg" alt="Foto di Damiano Minozzi" width="200" height="300" /></dt>
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<p>Come è bello quando attraverso la cultura si torna ad essere bambini per un istante. Riscoprendo la poesia di tutto ciò che supera i confini del reale.</p>
<p>È successo tutto per puro caso, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">unhealthy</a>  e come ogni fatto casuale che ti permette di sorridere è stata una gran bella scoperta. Passeggiavo con un’amica per Roma, <a href="http://buy-levitraonline.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sovaldi sale</a>  in una delle rare domeniche di sole di qualche settimana fa, quand’ecco che siamo inciampate in un negozio di giochi e libri per bambini.  In questo c’era un’intera sezione dedicata alle pubblicazioni di “tale” Bruno Munari.  Né io, né lei sapevamo chi fosse, ma ne siamo immediatamente rimaste affascinate.</p>
<p>Mi sono subito comprata un libro dal titolo “Fantasia” e l’ho letto. Sapreste dire la differenza tra fantasia, invenzione, creatività ed immaginazione, così in due parole? Munari la spiega semplicemente: la fantasia è la facoltà più libera tra queste e pensa ciò che prima non c’era, anche se irrealizzabile; l’invenzione ciò che prima non c&#8217;era ma è esclusivamente pratico e senza problemi estetici; la creatività tutto ciò che prima non c’era ma è realizzabile in modo essenziale e globale; l’immaginazione invece è l’atto del vedere ciò che le prime tre solo pensano.</p>
<p>Da allora mi sono interessata all’autore  ed ho avuto l’ennesima conferma della mia ignoranza.  Perché ovviamente Bruno Munari è famosissimo, “Come non sai chi è?” mi sono sentita chiedere più volte. Ora se qualcuno di voi, come me, non conoscesse l’artista, consolatevi:  a quanto risulta egli stesso in vita non ha mai fatto molto per attirarsi notorietà e così è passato piuttosto inosservato al pubblico non specializzato.</p>
<p>A Roma attualmente vi sono ben 5 mostre per festeggiare il centenario dalla nascita di colui che, da molti, è considerato il Leonardo del Novecento . Un paio di domeniche fa sono dunque stata all’Ara Pacisa per vedere la mostra – aperta fino al 22 febbraio prossimo – che più delle altre a Roma introduce il personaggio e la sua opera.  È ben presentata e accompagna passo passo il visitatore nel mondo delle creazioni dell’artista milanese.</p>
<div class="mceTemp">
<dl id="attachment_1422" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-1422" title="Munari 2" src="/wp-content/files/2008/12/seconda-foto-munari-300x200.jpg" alt="Foto di Damiano Minozzi" width="300" height="200" /></dt>
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<p>L’esposizione è all’insegna del divertimento. E permette attraverso un incontro tra ironia e provocazione ed uno scontro di colori ed idee di avere per un momento una visione totalmente capovolta del mondo e degli oggetti che lo popolano. <em>“Gli artisti devono interessarsi delle macchine per comprendere l’anatomia e la natura e poi distrarle facendole funzionare in modo irregolare”</em> ( Munari, 1938).</p>
<p>Avete mai sentito parlare della sedia per brevi visite? Beh, se avete qualche parente o vicino di casa un po’ pedante vi consiglio di procurarvela: è funzionale! Si tratta di una semplice sedia di legno, con quattro gambe e schienale, solo che la base è inclinata. Di modo che la persona che vi ci siede non abbia dubbi sul fatto che vi rimarrà seduta solo per un breve momento! E avete mai pensato di far suonare la vostra porta di casa invece del campanello, progettando tipo un “pizzigoni filofilo”, una porta- violoncello?</p>
<p>Ma non è finita, nel viaggio degli oggetti improbabili troverete anche loquaci forchette parlanti;     utilissime &#8211; !-  sculture da viaggio, ovvero sculture pieghevoli; un orologio che non dice l’ora: è l’orologio del tempo libero; i libri illeggibili; oppure i progetti a fili per vedere l’aria diversamente.</p>
<p>E molti altre opere che tra un sorriso ed una risata trascinano alla frontiera tra l’arte, il gioco e lo scherzo, dove regna libera la fantasia.</p>
<p>Le mie preferite si trovano nel libro “Le macchine di Munari”, dove accurate spiegazioni accompagnano dettagliatissimi disegni-progetto di meravigliose invenzioni quali: la macchina per addomesticare le sveglie, l’agitatore di code per cani pigri, il motore a lucertola per tartarughe stanche o il meccanismo per annusare fiori finti.</p>
<p>Ciò che però mi ha stupito più di tutto è la capacità dell’artista di coinvolgere e stimolare. È la spiegazione che segue ed accompagna ogni creazione. È la sensazione, uscendo dalla mostra, o finendo di leggere un suo libro, che la creatività non è affatto un predominio di pochi.  Questa capacità di condivisione del suo estro artistico è forse il più grande merito che gli viene riconosciuto. Dice di se stesso: <em>“Ho cercato di comunicare quello che gli altri non vedono, ad esempio un arcobaleno di profilo”</em>.</p>
<p>Bruno Munari è nato nel 1907 a Milano e morto nel 1998. Non si può dire bene dove, come, in cosa abbia esercitato la sua arte. A 18 anni si è unito al gruppo dei futuristi milanesi, e da allora ha dato libero sfogo alla sua voglia di giocare, sperimentare, inventare, creare. Sicuramente ha dato un notevole contributo al design, ma la sua caratteristica principale è quella di essere un personaggio poliedrico e curioso. Che nel corso della sua vita si è dedicato tanto alla scrittura, pubblicando più di 180 libri, quanto alla pittura, quanto al design, ed ancora al cinema ed alla fotografia. Per concludere con un notevole apporto nel mondo dell’educazione, come professore universitario e come ideatore di un metodo educativo per stimolare la creatività nei bambini.</p>
<p>Consiglio vivamente a chiunque, intorpidito dalla routine e alla ricerca di stimoli, di venire a farsi una passeggiata casuale per Roma, per imbattersi casualmente nella sua mostra, magari durante una piacevole domenica di sole!</p>
<p>&nbsp;<br />
(Foto di Damiano Minozzi)</p>
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		<title>Homophily o Esterofilia?</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/11/29/homophily-o-esterofila/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 23:35:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Corsini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
		<category><![CDATA[viaggiatori]]></category>

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		<description><![CDATA[Benares, viagra  città sacra indiana, viene chiamata dagli indù tirtha, che significa attraversamento, quasi a dire che le città care alla nostra anima non sono fatte per essere abitate bensì per segnare un passaggio iniziatico.
I grandi poemi epici sono popolati dalle figura di eroi viaggiatori; le conquiste militari storicamente più spettacolari hanno richiesto eserciti mobili e grandi viaggiatori condottieri a guidarli; ed, ovviamente, le più importanti scoperte geografiche sono state intraprese da viaggiatori. La lista potrebbe continuare, spaziando nel campo dell’arte, della letteratura e delle innovazioni, per scoprire che ovunque il cambiamento è intrinsecamente legato con la mobilità. La vita stessa di ognuno di noi è vissuta come un viaggio personale che dall’infanzia ci porta verso la maturità.
In altri tempi, quando viaggiare era un’attività rara ed eroica, i grandi viaggiatori hanno contribuito a cambiare le sorti di intere società. Dai loro viaggi tornavano ricchi di novità, talvolta inimmaginabili, in grado di piegare la rotta della storia. Oggi, invece, la mobilità è imperante, l’esotico è il nostro vicino di casa, i tempi si sono accorciati e gli spazi di percorrenza si sono affollati, con il risultato di renderci tutti potenziali viaggiatori e di trasformare il viaggio ad un prodotto del moderno.
La domanda sorge allora spontanea: esiste ancora la curiosità che ha determinato i viaggi del passato?
In un’interessante articolo di Ethan Zucherman, pubblicato sull’internazionale di maggio 2008, dal titolo “ tanti cervelli una sola opinione”, l’autore richiama il concetto del homophily. Il termine, già protagonista di altri dibattiti giornalistici, fu coniato negli Stati Uniti per indicare la tendenza degli uomini a legarsi con persone che avessero le stesse caratteristiche sociali e la pensassero nello stesso modo.
L’autore, che scrive con l’intento di promuovere l’atteggiamento opposto all’homophily, ovvero l’esterofilia, ritiene che lo schermo e l’informazione continua cui siamo sottoposti comportano due conseguenze drammatiche: la prima quella di renderci finti conoscitori del mondo esterno, la seconda quella di addormentare la curiosità verso l’altro.
La stessa opinione si riscontra in Aaron Retica, sul New York Times.
È strano pensare che proprio oggi, in cui l’incontro con l’altro dovrebbe essere facilitato dalla modernità, l’opinione comune sembri convergere nel ritenere che l’ampliarsi delle possibilità abbia avuto come esito quello di soffocare la curiosità piuttosto che di stimolarla.
Una spiegazione a questo è quella che richiamano sia Retica che Zuckman nei loro articoli: la mancanza di serendipità.
Un’antica fiaba persiana “ I tre principi di Serendippo” racconta di tre protagonisti che lungo il loro cammino trovarono, per caso e grazie ad un acuto spirito di osservazione, una serie di indizi che li salvarono in varie occasioni.
Ispirandosi a questa favole nel 1754 lo scrittore Walpole coniò il termine serendipity per indicare l’atto dello scoprire una cosa non cercata. Più scherzosamente dice Comroe: “ La serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino”.
Questa scoperta casuale è in forte diminuzione data l’abitudine di programmare tutto, di organizzare le nostre attività in dimensioni spazio-temporali ben scandite, di viaggiare nei pacchetti “all-inclusive”. E il calo di serendipità rende sterile la curiosità verso l’altro.
Sembrerebbe che il “nuovo” sia stato soppiantato dallo “scontato”.
Viaggiare può dunque servire a spezzare questa catena di homophily-mancanza di serendipità-homophily, risvegliando quella curiosità affogata dall’informazione smisurata di cui godiamo?
Sicuramente è proprio nel viaggio e sul cammino che si stabilisce il campo più favorevole per godere di quella serendipità che la nostra vita organizzata ha eliminato e che comporta stupore e meraviglia.
Ma come la mettiamo con il movente? Quella curiosità che ha spinto i primi viaggiatori?
Tutto ciò che è possibile apprendere in viaggio a livello nozionistico e teorico, lo si può scaricare da una pagina elettronica di internet. E’ addirittura possibile sperimentare alcune tradizioni culturali e culinarie dal vicino di casa o dal ristorante etnico sotto casa.
Tuttavia, personalmente ritengo che sia molto diverso apprendere queste stesse cose in un viaggio!
Viaggiando è possibile anteporre la nostra identità e le nostre emozioni al bagaglio nozionistico che ci viene proposto. Renderci protagonisti delle nostre conoscenze dovrebbe aiutare a stimolare quell’interesse sincero verso l’altro, così tanto in pericolo nel mondo informatizzato, e permettere alla curiosità di tornare come padrona indiscussa dei nostri spostamenti.
In altre parole il viaggio oltre a renderci maggiormente consapevoli della realtà in cui viviamo, può rivelarsi lo strumento utile  per recuperare quell’esterofilia in via d’estinzione e salvaguardare le nostre care identità dal triste esodo di diventare tutte specchio di altre, nostre “homophily”.
&#160;
Foto di Damiano Minozzi
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1287" title="Fermi tutti, <a href="http://cialis-for-sale-safe.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">malady</a>  dove siamo!&#8221; src=&#8221;https://thetamarind.eu/wp-content/files/2008/11/fermi-tutti-dove-siamo-300&#215;200.jpg&#8221; alt=&#8221;" width=&#8221;300&#8243; height=&#8221;200&#8243; />Benares, <a href="http://sildenafil24.net/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  città sacra indiana, viene chiamata dagli indù <em>tirtha</em>, che significa attraversamento, quasi a dire che le città care alla nostra anima non sono fatte per essere abitate bensì per segnare un passaggio iniziatico.<br />
I grandi poemi epici sono popolati dalle figura di eroi viaggiatori; le conquiste militari storicamente più spettacolari hanno richiesto eserciti mobili e grandi viaggiatori condottieri a guidarli; ed, ovviamente, le più importanti scoperte geografiche sono state intraprese da viaggiatori. La lista potrebbe continuare, spaziando nel campo dell’arte, della letteratura e delle innovazioni, per scoprire che ovunque il cambiamento è intrinsecamente legato con la mobilità. La vita stessa di ognuno di noi è vissuta come un viaggio personale che dall’infanzia ci porta verso la maturità.</p>
<p>In altri tempi, quando viaggiare era un’attività rara ed eroica, i grandi viaggiatori hanno contribuito a cambiare le sorti di intere società. Dai loro viaggi tornavano ricchi di novità, talvolta inimmaginabili, in grado di piegare la rotta della storia. Oggi, invece, la mobilità è imperante, l’esotico è il nostro vicino di casa, i tempi si sono accorciati e gli spazi di percorrenza si sono affollati, con il risultato di renderci tutti potenziali viaggiatori e di trasformare il viaggio ad un prodotto del moderno.</p>
<p>La domanda sorge allora spontanea: esiste ancora la curiosità che ha determinato i viaggi del passato?</p>
<p>In un’interessante articolo di Ethan Zucherman, pubblicato sull’internazionale di maggio 2008, dal titolo <em>“ tanti cervelli una sola opinione”</em>, l’autore richiama il concetto del <em>homophily</em>. Il termine, già protagonista di altri dibattiti giornalistici, fu coniato negli Stati Uniti per indicare la tendenza degli uomini a legarsi con persone che avessero le stesse caratteristiche sociali e la pensassero nello stesso modo.<br />
L’autore, che scrive con l’intento di promuovere l’atteggiamento opposto all’homophily, ovvero l’esterofilia, ritiene che lo schermo e l’informazione continua cui siamo sottoposti comportano due conseguenze drammatiche: la prima quella di renderci finti conoscitori del mondo esterno, la seconda quella di addormentare la curiosità verso l’altro.<br />
La stessa opinione si riscontra in Aaron Retica, sul New York Times.</p>
<p>È strano pensare che proprio oggi, in cui l’incontro con l’altro dovrebbe essere facilitato dalla modernità, l’opinione comune sembri convergere nel ritenere che l’ampliarsi delle possibilità abbia avuto come esito quello di soffocare la curiosità piuttosto che di stimolarla.<br />
Una spiegazione a questo è quella che richiamano sia Retica che Zuckman nei loro articoli: la mancanza di serendipità.<br />
Un’antica fiaba persiana “ I tre principi di Serendippo” racconta di tre protagonisti che lungo il loro cammino trovarono, per caso e grazie ad un acuto spirito di osservazione, una serie di indizi che li salvarono in varie occasioni.<br />
Ispirandosi a questa favole nel 1754 lo scrittore Walpole coniò il termine <em>serendipity </em>per indicare l’atto dello scoprire una cosa non cercata. Più scherzosamente dice Comroe: “ La serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino”.</p>
<p>Questa scoperta casuale è in forte diminuzione data l’abitudine di programmare tutto, di organizzare le nostre attività in dimensioni spazio-temporali ben scandite, di viaggiare nei pacchetti <em>“all-inclusive”</em>. E il calo di serendipità rende sterile la curiosità verso l’altro.<br />
Sembrerebbe che il “nuovo” sia stato soppiantato dallo “scontato”.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-1288" title="Guarda!" src="/wp-content/files/2008/11/guarda-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Viaggiare può dunque servire a spezzare questa catena di <em>homophily</em>-mancanza di serendipità-<em>homophily</em>, risvegliando quella curiosità affogata dall’informazione smisurata di cui godiamo?<br />
Sicuramente è proprio nel viaggio e sul cammino che si stabilisce il campo più favorevole per godere di quella serendipità che la nostra vita organizzata ha eliminato e che comporta stupore e meraviglia.</p>
<p>Ma come la mettiamo con il movente? Quella curiosità che ha spinto i primi viaggiatori?<br />
Tutto ciò che è possibile apprendere in viaggio a livello nozionistico e teorico, lo si può scaricare da una pagina elettronica di internet. E’ addirittura possibile sperimentare alcune tradizioni culturali e culinarie dal vicino di casa o dal ristorante etnico sotto casa.</p>
<p>Tuttavia, personalmente ritengo che sia molto diverso apprendere queste stesse cose in un viaggio!<br />
Viaggiando è possibile anteporre la nostra identità e le nostre emozioni al bagaglio nozionistico che ci viene proposto. Renderci protagonisti delle nostre conoscenze dovrebbe aiutare a stimolare quell’interesse sincero verso l’altro, così tanto in pericolo nel mondo informatizzato, e permettere alla curiosità di tornare come padrona indiscussa dei nostri spostamenti.<br />
In altre parole il viaggio oltre a renderci maggiormente consapevoli della realtà in cui viviamo, può rivelarsi lo strumento utile  per recuperare quell’esterofilia in via d’estinzione e salvaguardare le nostre care identità dal triste esodo di diventare tutte specchio di altre, nostre “homophily”.</p>
<p>&nbsp;<br />
<em>Foto di Damiano Minozzi</em></p>
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