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	<title>The Tamarind &#187; Luisa de Bellis</title>
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		<title>L&#8217;Italia in Eritrea</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2011 17:56:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luisa de Bellis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Asmara]]></category>
		<category><![CDATA[Eritrea]]></category>

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		<description><![CDATA[Stupore. Incredulità. Imbarazzo. Queste le sensazioni predominanti, diagnosis  a qualche giorno dal mio arrivo in Eritrea.
Stupore nel trovarmi circondata da edifici, parole, abitudini tipici del nostro Belpaese. Quasi tutto, infatti, in questo piccolo angolo d&#8217;Africa, riporta all&#8217;Italia.
Incredulità nel realizzare di aver percorso migliaia di chilometri e ritrovarmi in un luogo, per molti aspetti, così familiare. “Che sia capitata sul set cinematografico di un film sull&#8217; Italia del dopoguerra?” il mio primo pensiero. No no, sembra impossibile, ma qui è tutto reale.
L&#8217;imbarazzo è la naturale conseguenza di quanto descritto finora. Quel piccolo Paese faceva parte della nostra “grande” Nazione. E&#8217; storia d&#8217;Italia, e dovremmo conoscerla.
Asmara è la capitale di uno Stato africano. Eppure, con i suoi viali alberati, il quartiere dei villini, i tavolini all&#8217;aperto dei suoi mille caffè, ricorda tanto la città eterna. Non a caso è stata soprannominata “la Roma d&#8217;Africa”.
Qui la cultura italiana è viva e vegeta, avendo resistito alla breve parentesi britannica. Gli Italiani andarono in Eritrea spinti dalla fame e dal desiderio di gloria. Là costruirono le proprie case, le chiese, le strade, con la cura e l&#8217;attitudine di chi ha l&#8217;intenzione di restare. Gli inglesi, viceversa, non nutrivano interesse per quell&#8217;arido pezzo di terra, presero ciò che c&#8217;era da prendere e salutarono.
Passeggio nel cimitero degli italiani, e mi scopro a provare nostalgia per un&#8217;epoca che non ho mai vissuto.
Gli asmarini amano stare fuori e al mattino si incontrano ai tavolini all&#8217;aperto di uno dei tanti caffè per fare colazione con cappuccino e brioche. Per svagarsi vanno al cinema Roma o al cinema Dante. Per tagliarsi i capelli vanno da Gina, per ripararsi gli occhiali all&#8217;ottica Bini. Andando al lavoro passano di fronte all&#8217;ex stabilimento Alfa Romeo o al palazzo della Fiat Tagliero. Si fermano a mangiare al ristorante Milano, o al bar L&#8217;Aquila.
Poco prima del tramonto, giovani e meno giovani si incontrano ai tavolini del cinema  Impero o sui gradini della chiesa francescana di Nostra Signora del Rosario per guardare “lo struscio”, la passeggiata, lungo la Harnet Road, già Corso Italia.  All&#8217;interno della cattedrale cattolica, una lapide rende omaggio ai suoi benefattori (Mussolini in primis).
Ormai la lingua italiana è parlata -e con gran diletto – solo dai signori più anziani, che mi raccontano quella storia di cui sono ignara. I ragazzi economicamente più fortunati (cioè coloro che hanno un parente in Italia che li mantiene) vanno alla scuola italiana, portata avanti da una manciata di insegnanti pagati profumatamente dal ministero degli Esteri. Ma di fatto l&#8217;italiano lo parlano, inconsapevolmente, tutti, quando pronunciano le parole entrate nel vocabolario tigrino: sacchetto, macchina, ferramenta, arrotino,&#8230;
Le poche auto in circolazione sono tutte della Fiat, gli scooter della Piaggio. Fiat sono anche gli enormi camion che si incontrano sulla strada per Massawa, così come la Littorina. L&#8217;eredità architettonica più grande è forse proprio la strada ferrata che attraverso 20 gallerie (la più lunga di 372 metri) collega Asmara (2412 metri slm) a Massawa (sul Mar Rosso).  Costruita a fasi alterne fra il 1885 e il 1911, costò la vita a migliaia di uomini, italiani ed eritrei. L&#8217;antica littorina Ansaldo trainata dalla locomotiva a carbone, su cui un giorno viaggiò Vittorio Emanuele in persona, è stata rimessa in funzione per i turisti. Utilizzarla per scendere al mare nel fine settimana, come si faceva allora, significa fare un vero viaggio nel tempo.
A Dogali, un piccolo cimitero, custodito da un fiero eritreo, ricorda gli italiani caduti in battaglia. Uno più grande, presso Keren, conserva le spoglie di centinaia di ascari, gli eritrei fedeli ai generali italiani.
E poi ci sono la Banca d&#8217;Italia, la birra Melotti, lo stabilimento delle Saline&#8230;l&#8217;elenco è pressoché infinito. Potrei andare avanti, ma forse è inutile, perché l&#8217;interrogativo più grande rimane: come è possibile che non ne sapessi nulla?
Gli anziani conservano una memoria positiva dell&#8217;epoca in cui gli italiani governavano l&#8217;Eritrea; i giovani dimostrano interesse ed entusiasmo per tutto ciò che succede in Italia.
Più volte, durante il mio soggiorno, ho cercato di eludere una domanda, la domanda che sempre mi veniva posta quando si parlava di storia comune: “Che cosa dicono di noi i fratelli italiani?”
Che cosa potevo rispondere? Che la maggior parte degli italiani non sa neanche dov&#8217;è, l&#8217;Eritrea? Che la mia generazione è totalmente all&#8217;oscuro del fatto che in Africa esiste una piccola Italia? Che sentiamo nominare gli eritrei solo in questura e al telegiornale, quando si parla di rifugiati?
Un enorme imbarazzo mi invade. Sorrido, cercando di eludere la domanda.
E mi vergogno a nome di tutti gli Italiani.
Created with flickr slideshow from softsea.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5917" title="DSCI0004 (2)" src="/wp-content/files/2010/12/DSCI0004-2-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" />Stupore. Incredulità. Imbarazzo. Queste le sensazioni predominanti, <a href="http://sildenafil24.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">diagnosis</a>  a qualche giorno dal mio arrivo in Eritrea.</p>
<p>Stupore nel trovarmi circondata da edifici, parole, abitudini tipici del nostro Belpaese. Quasi tutto, infatti, in questo piccolo angolo d&#8217;Africa, riporta all&#8217;Italia.</p>
<p>Incredulità nel realizzare di aver percorso migliaia di chilometri e ritrovarmi in un luogo, per molti aspetti, così familiare. “Che sia capitata sul set cinematografico di un film sull&#8217; Italia del dopoguerra?” il mio primo pensiero. No no, sembra impossibile, ma qui è tutto reale.</p>
<p>L&#8217;imbarazzo è la naturale conseguenza di quanto descritto finora. Quel piccolo Paese faceva parte della nostra “grande” Nazione. E&#8217; storia d&#8217;Italia, e dovremmo conoscerla.</p>
<p>Asmara è la capitale di uno Stato africano. Eppure, con i suoi viali alberati, il quartiere dei villini, i tavolini all&#8217;aperto dei suoi mille caffè, ricorda tanto la città eterna. Non a caso è stata soprannominata “la Roma d&#8217;Africa”.</p>
<p>Qui la cultura italiana è viva e vegeta, avendo resistito alla breve parentesi britannica. Gli Italiani andarono in Eritrea spinti dalla fame e dal desiderio di gloria. Là costruirono le proprie case, le chiese, le strade, con la cura e l&#8217;attitudine di chi ha l&#8217;intenzione di restare. Gli inglesi, viceversa, non nutrivano interesse per quell&#8217;arido pezzo di terra, presero ciò che c&#8217;era da prendere e salutarono.</p>
<p>Passeggio nel cimitero degli italiani, e mi scopro a provare nostalgia per un&#8217;epoca che non ho mai vissuto.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-5918" title="DSCI0002 (2)" src="/wp-content/files/2010/12/DSCI0002-2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Gli asmarini amano stare fuori e al mattino si incontrano ai tavolini all&#8217;aperto di uno dei tanti caffè per fare colazione con cappuccino e brioche. Per svagarsi vanno al cinema <em>Roma</em> o al cinema <em>Dante</em>. Per tagliarsi i capelli vanno da <em>Gina</em>, per ripararsi gli occhiali all&#8217;ottica <em>Bini</em>. Andando al lavoro passano di fronte all&#8217;ex stabilimento <em>Alfa Romeo</em> o al palazzo della <em>Fiat Tagliero</em>. Si fermano a mangiare al ristorante <em>Milano</em>, o al bar <em>L&#8217;Aquila</em>.</p>
<p>Poco prima del tramonto, giovani e meno giovani si incontrano ai tavolini del cinema  <em>Impero</em> o sui gradini della chiesa francescana di <em>Nostra Signora del Rosario</em> per guardare “lo struscio”, la passeggiata, lungo la Harnet Road, già Corso Italia.  All&#8217;interno della cattedrale cattolica, una lapide rende omaggio ai suoi benefattori (Mussolini in primis).</p>
<p>Ormai la lingua italiana è parlata -e con gran diletto – solo dai signori più anziani, che mi raccontano quella storia di cui sono ignara. I ragazzi economicamente più fortunati (cioè coloro che hanno un parente in Italia che li mantiene) vanno alla scuola italiana, portata avanti da una manciata di insegnanti pagati profumatamente dal ministero degli Esteri. Ma di fatto l&#8217;italiano lo parlano, inconsapevolmente, tutti, quando pronunciano le parole entrate nel vocabolario tigrino: sacchetto, macchina, ferramenta, arrotino,&#8230;</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5919" title="DSCI0006" src="/wp-content/files/2010/12/DSCI0006-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" />Le poche auto in circolazione sono tutte della Fiat, gli scooter della Piaggio. Fiat sono anche gli enormi camion che si incontrano sulla strada per Massawa, così come la Littorina. L&#8217;eredità architettonica più grande è forse proprio la strada ferrata che attraverso 20 gallerie (la più lunga di 372 metri) collega Asmara (2412 metri slm) a Massawa (sul Mar Rosso).  Costruita a fasi alterne fra il 1885 e il 1911, costò la vita a migliaia di uomini, italiani ed eritrei. L&#8217;antica littorina <em>Ansaldo</em> trainata dalla locomotiva a carbone, su cui un giorno viaggiò Vittorio Emanuele in persona, è stata rimessa in funzione per i turisti. Utilizzarla per scendere al mare nel fine settimana, come si faceva allora, significa fare un vero viaggio nel tempo.</p>
<p>A Dogali, un piccolo cimitero, custodito da un fiero eritreo, ricorda gli italiani caduti in battaglia. Uno più grande, presso Keren, conserva le spoglie di centinaia di <em>ascari</em>, gli eritrei fedeli ai generali italiani.</p>
<p>E poi ci sono la Banca d&#8217;Italia, la birra Melotti, lo stabilimento delle Saline&#8230;l&#8217;elenco è pressoché infinito. Potrei andare avanti, ma forse è inutile, perché l&#8217;interrogativo più grande rimane: come è possibile che non ne sapessi nulla?</p>
<p>Gli anziani conservano una memoria positiva dell&#8217;epoca in cui gli italiani governavano l&#8217;Eritrea; i giovani dimostrano interesse ed entusiasmo per tutto ciò che succede in Italia.</p>
<p>Più volte, durante il mio soggiorno, ho cercato di eludere una domanda, la domanda che sempre mi veniva posta quando si parlava di storia comune: “Che cosa dicono di noi i fratelli italiani?”</p>
<p>Che cosa potevo rispondere? Che la maggior parte degli italiani non sa neanche dov&#8217;è, l&#8217;Eritrea? Che la mia generazione è totalmente all&#8217;oscuro del fatto che in Africa esiste una piccola Italia? Che sentiamo nominare gli eritrei solo in questura e al telegiornale, quando si parla di rifugiati?</p>
<p>Un enorme imbarazzo mi invade. Sorrido, cercando di eludere la domanda.</p>
<p>E mi vergogno a nome di tutti gli Italiani.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe align="center" src="http://www.flickr.com/slideShow/index.gne?set_id=72157625776035064&#038;text=L'Italia in Eritrea" width="500" height="500" frameBorder="0" scrolling="no"></iframe><br /><center><small>Created with <a href="http://www.flickrslideshow.com">flickr slideshow</a> from <a href="http://www.softsea.com">softsea</a>.</small></center></p>
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		<title>Condividere&#8230; con Ego</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 15:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luisa de Bellis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che cos’hanno in comune egocentrismo e condivisione? Apparentemente nulla. Da che mondo è mondo, treatment  le persone concentrate su di sé, here  il proprio benessere e il proprio tornaconto non hanno nessuna attitudine alla condivisione. Al contrario, pilule  se qualcosa di bello dovesse incrociare la loro strada, spiccheranno un grande salto per accaparrarselo, e si guarderanno bene dal condividerlo con gli altri. E se ne parleranno con altre persone sarà solo per vantarsene.
Da qualche anno a Brescia, e da qualche mese a Milano, EGO è invece sinonimo di condivisione.
EGO sta per Ecologico Guardaroba Organizzato e si propone come alternativa al sistema consumistico dell’abbigliamento. Si tratta di un innovativo servizio di fornitura di abiti da giorno, che mette a disposizione delle iscritte 7 capi alla settimana all’interno di un guardaroba di 120 modelli che si rinnova ogni sei mesi. Il servizio ha un costo fisso mensile contenuto e permette alle donne lavoratrici (e non solo) di sperimentare nuovi look senza doversi preoccupare di acquistare sempre nuovi abiti o fare acquisti errati. E a lavare, igienizzare e stirare ci pensa EGO!
L’idea nacque da Vittoria, una modellista stufa delle mode e del loro carico di conformismo, stufa di dover cambiare il guardaroba ad ogni cambio di tendenza, di taglia e di stagione, e soprattutto stufa di lavare e stirare&#8230;e che, al tempo stesso, cercava un modo di contribuire nel suo settore alla nascita di una nuova economia, fondata sull’eco-sostenibilità.
Un giorno si mise a disegnare una propria linea di abiti e decise che ne avrebbe prodotto un numero ampio, ma comunque limitato, affinché altre donne potessero indossarli e condividerli. Da questo primo esperimento nacque il marchio EGO, che nel tempo è venuto a denotare non solo una linea di abbigliamento, quanto piuttosto un sistema di valori e uno stile di vita.
EGO è pensato per le donne della city che vivono una vita movimentata e hanno bisogno di essere sempre in ordine e di sfoggiare sempre nuovi look. Gli ambienti di lavoro in cui l’apparenza conta più della sostanza vanno per la maggiore e questo ha un costo economico e ambientale altissimo. Ci sono donne che spendono centinaia di euro al mese in abiti nuovi, con tutto ciò che questo implica in termini di produzione, consumi, sprechi, costi. Se è vero che la sfida più grande per la nostra società è l’abbandono dell’apparenza come parametro di giudizio, è anche vero che perché questo avvenga occorrono tempi lunghi. E intanto la produzione continua ad aumentare.
La sfida che EGO pone è quindi duplice: da un lato, ridurre la produzione, i consumi e gli sprechi, passando dalla logica del possesso a quella dell’utilizzo condiviso (degli abiti, ma anche dell’energia). Dall&#8217;altro, dare alle donne più tempo per se stesse, liberandole dall&#8217;impegno di lavare, cucire, stirare e mettendo a loro disposizione 365 abiti all&#8217;anno a un costo accessibile.
A dirla tutta, EGO costituisce una vera e propria sfida all’industria della moda, paladina di quelli che si sono ormai affermati come i valori dominanti della nostra carissima (nel senso di costosa) società urbana occidentale: conformismo,  consumismo, possesso.
La domanda sorge quindi spontanea: siamo pronte a mettere da parte il nostro ego e ad accettare l’idea di non possedere gli abiti che indossiamo? Siamo pronte a abbandonare veramente l’idea che comprare ci fa stare meglio? Siamo pronte ad indossare abiti di qualità, cuciti in Italia da donne italiane, che non ricalcano i modelli dettati dalla moda? Ardua risposta. L’innovazione incontra resistenze per definizione. EGO ha lanciato la sfida, vediamo se siamo pronti a coglierla.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><img class="alignleft size-medium wp-image-4992" title="foto ego 1" src="/wp-content/files/2010/03/foto-ego-1-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" />Che cos’hanno in comune egocentrismo e condivisione? Apparentemente nulla. Da che mondo è mondo, <a href="http://buy-levitraonline.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">treatment</a>  le persone concentrate su di sé, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">here</a>  il proprio benessere e il proprio tornaconto non hanno nessuna attitudine alla condivisione. Al contrario, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pilule</a>  se qualcosa di bello dovesse incrociare la loro strada, spiccheranno un grande salto per accaparrarselo, e si guarderanno bene dal condividerlo con gli altri. E se ne parleranno con altre persone sarà solo per vantarsene.</p>
<p>Da qualche anno a Brescia, e da qualche mese a Milano, EGO è invece sinonimo di condivisione.</p>
<p>EGO sta per Ecologico Guardaroba Organizzato e si propone come alternativa al sistema consumistico dell’abbigliamento. Si tratta di un innovativo servizio di fornitura di abiti da giorno, che mette a disposizione delle iscritte 7 capi alla settimana all’interno di un guardaroba di 120 modelli che si rinnova ogni sei mesi. Il servizio ha un costo fisso mensile contenuto e permette alle donne lavoratrici (e non solo) di sperimentare nuovi look senza doversi preoccupare di acquistare sempre nuovi abiti o fare acquisti errati. E a lavare, igienizzare e stirare ci pensa EGO!</p>
<p>L’idea nacque da Vittoria, una modellista stufa delle mode e del loro carico di conformismo, stufa di dover cambiare il guardaroba ad ogni cambio di tendenza, di taglia e di stagione, e soprattutto stufa di lavare e stirare&#8230;e che, al tempo stesso, cercava un modo di contribuire nel suo settore alla nascita di una nuova economia, fondata sull’eco-sostenibilità.</p>
<p>Un giorno si mise a disegnare una propria linea di abiti e decise che ne avrebbe prodotto un numero ampio, ma comunque limitato, affinché altre donne potessero indossarli e condividerli. Da questo primo esperimento nacque il marchio EGO, che nel tempo è venuto a denotare non solo una linea di abbigliamento, quanto piuttosto un sistema di valori e uno stile di vita.</p>
<p>EGO è pensato per le donne della city che vivono una vita movimentata e hanno bisogno di essere sempre in ordine e di sfoggiare sempre nuovi look. Gli ambienti di lavoro in cui l’apparenza conta più della sostanza vanno per la maggiore e questo ha un costo economico e ambientale altissimo. Ci sono donne che spendono centinaia di euro al mese in abiti nuovi, con tutto ciò che questo implica in termini di produzione, consumi, sprechi, costi. Se è vero che la sfida più grande per la nostra società è l’abbandono dell’apparenza come parametro di giudizio, è anche vero che perché questo avvenga occorrono tempi lunghi. E intanto la produzione continua ad aumentare.</p>
<p>La sfida che EGO pone è quindi duplice: da un lato, <em>ridurre</em> la produzione, i consumi e gli sprechi, passando dalla <em>logica del possesso</em> a quella dell’<em>utilizzo condiviso</em> (degli abiti, ma anche dell’energia). Dall&#8217;altro, dare alle donne più tempo per se stesse, liberandole dall&#8217;impegno di lavare, cucire, stirare e mettendo a loro disposizione 365 abiti all&#8217;anno a un costo accessibile.</p>
<p>A dirla tutta, EGO costituisce una vera e propria sfida all’industria della moda, paladina di quelli che si sono ormai affermati come i valori dominanti della nostra carissima (nel senso di costosa) società urbana occidentale: conformismo,  consumismo, possesso.</p>
<p>La domanda sorge quindi spontanea: siamo pronte a mettere da parte il nostro ego e ad accettare l’idea di <em>non possedere</em> gli abiti che indossiamo? Siamo pronte a abbandonare <em>veramente</em> l’idea che comprare ci fa stare meglio? Siamo pronte ad indossare abiti di qualità, cuciti in Italia da donne italiane, che non ricalcano i modelli dettati dalla moda? Ardua risposta. L’innovazione incontra resistenze per definizione. EGO ha lanciato la sfida, vediamo se siamo pronti a coglierla.</p>
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