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	<title>The Tamarind &#187; Michelangela Di Giacomo</title>
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		<title>La gabbia (l’apparire uccide l’essere)</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 14:55:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangela Di Giacomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[compagnia teatrale]]></category>
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		<description><![CDATA[Forza. Impatto. Irruenza. Violenza. Empatia. Tutto questo è La gabbia (l’apparire uccide l’essere), sales  spettacolo di teatro-danza debuttato ieri a Roma. “Nasciamo liberi…. il problema è difendere la nostra libertà”. “Ognuno danzi con il suo demone”… Con queste parole Giuliana Maglia, pilule  coreografa e danzatrice emergente sulla scena romana, porta in scena il suo secondo spettacolo dopo il successo de L’asse d’equilibrio, replicato per l’ultima volta solo poche settimane fa dopo più di un anno di date nella capitale e fuori.
Un progetto ambizioso e coraggioso quello della Compagnia Echoes da lei allestita, un gruppo eterogeneo di giovani che trovano nella danza contemporanea e nel teatro-danza la propria forma espressiva congeniale. E riescono. Riescono nell’intento di trasmettere le emozioni che ogni giorno tutti noi affrontiamo nella società e che rimarrebbero senza voce.
L’ansia da perfezione, la bellezza esteriore, i soldi ed il potere, l’ossessione sessuale, la religione, la sessualità soffocata sono i sei quadri composti dai corpi di questi danzatori, in un percorso che segue l’esperienza dell’uomo contemporaneo dalla nascita &#8211; in uno stato di inconsapevole libertà – attraverso tutte le imposizioni di un sistema delle apparenze e da una società codificata. Fino ad accorgersi di essere “in gabbia”, arrivati ad un punto di non ritorno da cui solo educandosi alla consapevolezza di sé si può avere la speranza di ritorno.
Lo spettacolo merita davvero d’esser visto. Lo spettatore rimane scosso, travolto e costretto a riflettere su se stesso, a collocarsi in una o un’altra gabbia, a tentare di uscirne all’uscita dal teatro, quando è ora di tornare ciascuno alla propria vita e ricollocarla nel mondo. Un mondo fuori che la Compagnia Echoes porta completamente sulla sua scena.
Lo spettacolo, come detto, merita. Per quel che ha da dire e per come lo dice. Forma e contenuto sono immediatamente leggibili anche per lo spettatore meno addentro alla danza contemporanea.
Ma soprattutto lo spettacolo merita perché è il prodotto dell’entusiasmo e della passione di una generazione di danzatori che sta producendo sempre più lavori di altissima qualità nelle condizioni più difficili. Niente fondi, niente supporto, niente attenzione dalle istituzioni, un pubblico decimato dalla crisi, teatri che chiudono, costi fissi crescenti.
Come fa una generazione di artisti a pensare di poter costruire da zero un progetto, una compagnia, in queste condizioni? Eppure la tenacia di Giuliana Maglia e di tutti i danzatori della Compagnia è la dimostrazione che si può. E che c’è ancora chi ci crede nel futuro di questo Paese.
Una generazione tutt’altro che distratta: è una generazione che si guarda intorno, che riflette su se stessa in questa società e che cerca risposte e vie alternative per prospettare un futuro. Con consapevolezza e perizia. Perciò, grazie alla Compagnia Echoes per la loro energia.
Di: Giuliana Maglia (idea e coreografie) e Nicola Ragone (regia)
Con: Elettra Carangio, Matteo D’Alessio, Carim Di Castro, Giulia Fabrocile, Giuliana Maglia, Mariantonietta Palazzo.
Prossime date: 21/04 Teatro delle Emozioni, via di Tor Caldara, 23 (Roma), 21h; 05/05 Fonderia delle Arti, Via Assisi, 31 (Roma), 21h; 28-29/06 Casa delle Culture, Via di San Crisogono, 45 (Roma), 20:30h.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><img class="alignleft size-medium wp-image-6467" title="echoes" src="/wp-content/files/2012/04/echoes-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" />Forza. Impatto. Irruenza. Violenza. Empatia. Tutto questo è <em>La gabbia (l’apparire uccide l’essere), <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sales</a>  </em>spettacolo di teatro-danza debuttato ieri a Roma. “Nasciamo liberi…. il problema è difendere la nostra libertà”. “Ognuno danzi con il suo demone”… Con queste parole Giuliana Maglia, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pilule</a>  coreografa e danzatrice emergente sulla scena romana, porta in scena il suo secondo spettacolo dopo il successo de <em>L’asse d’equilibrio, </em>replicato per l’ultima volta solo poche settimane fa dopo più di un anno di date nella capitale e fuori.</p>
<p>Un progetto ambizioso e coraggioso quello della Compagnia Echoes da lei allestita, un gruppo eterogeneo di giovani che trovano nella danza contemporanea e nel teatro-danza la propria forma espressiva congeniale. E riescono. Riescono nell’intento di trasmettere le emozioni che ogni giorno tutti noi affrontiamo nella società e che rimarrebbero senza voce.</p>
<p>L’ansia da perfezione, la bellezza esteriore, i soldi ed il potere, l’ossessione sessuale, la religione, la sessualità soffocata sono i sei quadri composti dai corpi di questi danzatori, in un percorso che segue l’esperienza dell’uomo contemporaneo dalla nascita &#8211; in uno stato di inconsapevole libertà – attraverso tutte le imposizioni di un sistema delle apparenze e da una società codificata. Fino ad accorgersi di essere “in gabbia”, arrivati ad un punto di non ritorno da cui solo educandosi alla consapevolezza di sé si può avere la speranza di ritorno.</p>
<p>Lo spettacolo merita davvero d’esser visto. Lo spettatore rimane scosso, travolto e costretto a riflettere su se stesso, a collocarsi in una o un’altra gabbia, a tentare di uscirne all’uscita dal teatro, quando è ora di tornare ciascuno alla propria vita e ricollocarla nel mondo. Un mondo fuori che la Compagnia Echoes porta completamente sulla sua scena.</p>
<p>Lo spettacolo, come detto, merita. Per quel che ha da dire e per come lo dice. Forma e contenuto sono immediatamente leggibili anche per lo spettatore meno addentro alla danza contemporanea.</p>
<p>Ma soprattutto lo spettacolo merita perché è il prodotto dell’entusiasmo e della passione di una generazione di danzatori che sta producendo sempre più lavori di altissima qualità nelle condizioni più difficili. Niente fondi, niente supporto, niente attenzione dalle istituzioni, un pubblico decimato dalla crisi, teatri che chiudono, costi fissi crescenti.</p>
<p>Come fa una generazione di artisti a pensare di poter costruire da zero un progetto, una compagnia, in queste condizioni? Eppure la tenacia di Giuliana Maglia e di tutti i danzatori della Compagnia è la dimostrazione che si può. E che c’è ancora chi ci crede nel futuro di questo Paese.</p>
<p>Una generazione tutt’altro che distratta: è una generazione che si guarda intorno, che riflette su se stessa in questa società e che cerca risposte e vie alternative per prospettare un futuro. Con consapevolezza e perizia. Perciò, grazie alla Compagnia Echoes per la loro energia.</p>
<p>Di: Giuliana Maglia (idea e coreografie) e Nicola Ragone (regia)</p>
<p>Con: Elettra Carangio, Matteo D’Alessio, Carim Di Castro, Giulia Fabrocile, Giuliana Maglia, Mariantonietta Palazzo.</p>
<p>Prossime date: 21/04 Teatro delle Emozioni, via di Tor Caldara, 23 (Roma), 21h; 05/05 Fonderia delle Arti, Via Assisi, 31 (Roma), 21h; 28-29/06 Casa delle Culture, Via di San Crisogono, 45 (Roma), 20:30h.</p>
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		<title>Servizio Civile Nazionale: una riflessione</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 08:24:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangela Di Giacomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[cittadini]]></category>
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		<description><![CDATA[Sto tentando di capirci qualcosa di questo Servizio Civile. E più me la studio più escono dubbi. Si prendano le seguenti come abbozzi di una riflessione ancora tutta da suffragare. Andiamo con ordine. Non sono contraria ovviamente al principio che vi sta dietro che la difesa della patria non si estrinsechi solo nella difesa dei suoi confini e che l’esercizio della cittadinanza non possa risolversi esclusivamente nell’ubbidienza cieca ad ordini superiori. La patria come ambiente, pills  territorio, look  popolazione, rx  cultura, storia e istituzioni è senza ombra di dubbio un concetto cui non ci si può non dire d’accordo. E la difesa dell’idea che uccidere un presunto nemico – per lo più peraltro fuori del nostro territorio nazionale, vista la palese assenza di guerre d’invasione dal ’45 ad oggi – non sia certo una forma per affermare l’interesse del proprio Paese. Detto ciò, mi chiedo quali poi siano le derive pratiche di un’istituzione che pure aveva dei presupposti largamente positivi. Come quasi tutte le istituzioni con un forte connotato ideale, teorizzate per lo più nel dopoguerra da uomini con una profonda visione del futuro e con scarso realismo, anche il servizio civile credo che abbia preso in Italia una piega tutt’altro che edificante.
Dai pochi dati che ho avuto modo di vedere, il panorama è già chiarissimo. L’Ente nazionale si vanta di una progressiva crescita delle domande per questo tipo di volontariato patriottico, ma non nota la relazione di proporzionalità inversa tra la diminuzione del senso di appartenenza nazionale e il boom delle richieste. Mentre sempre più si metteva in dubbio (fine anni ’70 e tutti gli anni ’80) il senso di collettività nazionale, dilagava la corruzione e si radicava un marcato individualismo, tanto più aumentavano le richieste per sfuggire a quel servizio militare progressivamente più inviso. Quanti obiettori di coscienza manifestavano realmente una forte propensione alla non violenza e quanti invece si limitavano a voler scansare un impegno troppo gravoso da prestare per uno Stato che sempre più si percepiva lontano e indifendibile? In un mondo in cui sempre più si affermava l’idea che l’espressione della personalità di ciascuno e di qualsiasi inclinazione individuale fosse superiore a qualsiasi forma di coercizione &#8211; e tanto più a fronte di fortissime distorsioni nel mondo militare con le diffusissime forme di nonnismo e di esasperata violenza molecolare &#8211; l’obiezione di coscienza non diventava in qualche modo una scappatoia per non sanare le seconde e per non educare all’idea che qualsiasi organizzazione sociale implichi una qualche forma di rinuncia al sé come valore assoluto?
Se poi l’apice delle richieste si è avuto negli anni ’90, parallelamente cioè al diffondersi dei segnali di stagnazione del nostro sistema economico, non dobbiamo chiederci quanto il SCN non sia diventato un metodo come un altro per sopravvivere un anno, una specie di sussidio di disoccupazione o di parcheggio (per lo più non a caso svolto da neo-diplomati) in attesa di tempi meno duri? Non è dunque un segnale di crisi dell’organizzazione di un mercato del lavoro che rende sempre minori le possibilità di accesso per le fasce anagrafiche più basse? E il fatto che le più alte percentuali di partecipazione si abbiano in Sicilia, Calabria, Campania e Lazio, non dovrebbe farci pensare che il SCN contribuisce a segnalare quelle distorsioni del modello economico e sociale che l’Italia non ha mai saputo sanare e che tendono invece ad aggravarsi? Senza voler gridare per forza al rigonfiamento del terziario e del settore pubblico nelle regioni centro-meridionali e all’uso clientelare di queste forme di assistenza mascherate da lavoro, il dato è comunque emblematico della percezione del lavoro diffusa in una leva giovanile che non vede possibilità di sbocco professionale nel primi due settori – spesso trovandosi di fronte alla antica scelta emigrazione/sussistenza.
E che siano in larghissima maggioranza donne le volontarie del SCN non è indice di un’impossibilità per il genere femminile di entrare per altre vie nel mercato del lavoro e di collocarvisi in forme non marginali, dovendo viceversa ricorrere a ogni tipo di escamotage per garantirsi delle forme di indipendenza economica e sociale? E che oltre a doversi accontentare di situazioni lavorative scarsamente remunerative, esse siano sostanzialmente emarginate nei settori del sociale, del culturale, del volontariato al pari di quanto teorizzato dall’immagine della donna di due secoli di egemonia culturale di una borghesia profondamente vittoriana il cui permanere nel XXI secolo dovrebbe farci soffermare a riflettere?
Se poi la difesa del patrimonio culturale, artistico, ambientale e sociale del Paese è considerato un’attività patriottica di tale portata da necessitare una nazionalizzazione e una mobilitazione delle masse imponente, perché lo Stato non investe risorse adeguate a garantire agli enti che di tale patrimonio si prendono cura di poter assumere stabilmente il personale necessario a tale tutela remunerandolo al pari del valore della prestazione fornita? Ossia: se davvero lo Stato ha necessità di guardiaboschi, di archivisti, di assistenti sociali, perché non assumerli – magari in numero minore ma per un monte ore e per un salario degni del compito che essi svolgono per la collettività? Non assume dunque il SCN, in un sistema economico bloccato e stagnante, la funzione di una distribuzione a pioggia di esigue risorse – un “attendamento cosacco” del nuovo millennio per dirla alla De Felice –, di un ennesimo tentativo di tamponare come possibile le evidenti ragioni di conflittualità sociale (sospetto aggravato dall’istituzione di bandi speciali per Napoli e per le aree colpite dal terremoto dell’Aquila) e, infine, di una forma di sfruttamento organizzato dallo Stato nel quadro di quelle politiche volte ad abituare le future leve lavorative alla rassegnazione e alla sottomissione a forme di lavoro precarie che vengono fatte percepire quasi come un privilegio per il quale essere riconoscenti piuttosto che come un diritto. Il crescendo di progetti ad opera di Enti non governativi ed amministrazioni locali, infatti, non sembra tanto emblema di una volontà sociale di quelle stesse istituzioni ma un grido di aiuto di chi si vede arrivare risorse decrescenti ad aumentate spese per svolgere adeguatamente il proprio ruolo. Emblema cioè di un sistema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6454" title="SCN" src="/wp-content/files/2012/04/SCN-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />Sto tentando di capirci qualcosa di questo Servizio Civile. E più me la studio più escono dubbi. Si prendano le seguenti come abbozzi di una riflessione ancora tutta da suffragare. Andiamo con ordine. Non sono contraria ovviamente al principio che vi sta dietro che la difesa della patria non si estrinsechi solo nella difesa dei suoi confini e che l’esercizio della cittadinanza non possa risolversi esclusivamente nell’ubbidienza cieca ad ordini superiori. La patria come ambiente, <a href="http://sildenafil24.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pills</a>  territorio, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">look</a>  popolazione, <a href="http://buycheapviagras.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">rx</a>  cultura, storia e istituzioni è senza ombra di dubbio un concetto cui non ci si può non dire d’accordo. E la difesa dell’idea che uccidere un presunto nemico – per lo più peraltro fuori del nostro territorio nazionale, vista la palese assenza di guerre d’invasione dal ’45 ad oggi – non sia certo una forma per affermare l’interesse del proprio Paese. Detto ciò, mi chiedo quali poi siano le derive pratiche di un’istituzione che pure aveva dei presupposti largamente positivi. Come quasi tutte le istituzioni con un forte connotato ideale, teorizzate per lo più nel dopoguerra da uomini con una profonda visione del futuro e con scarso realismo, anche il servizio civile credo che abbia preso in Italia una piega tutt’altro che edificante.</p>
<p>Dai pochi dati che ho avuto modo di vedere, il panorama è già chiarissimo. L’Ente nazionale si vanta di una progressiva crescita delle domande per questo tipo di volontariato patriottico, ma non nota la relazione di proporzionalità inversa tra la diminuzione del senso di appartenenza nazionale e il boom delle richieste. Mentre sempre più si metteva in dubbio (fine anni ’70 e tutti gli anni ’80) il senso di collettività nazionale, dilagava la corruzione e si radicava un marcato individualismo, tanto più aumentavano le richieste per sfuggire a quel servizio militare progressivamente più inviso. Quanti obiettori di coscienza manifestavano realmente una forte propensione alla non violenza e quanti invece si limitavano a voler scansare un impegno troppo gravoso da prestare per uno Stato che sempre più si percepiva lontano e indifendibile? In un mondo in cui sempre più si affermava l’idea che l’espressione della personalità di ciascuno e di qualsiasi inclinazione individuale fosse superiore a qualsiasi forma di coercizione &#8211; e tanto più a fronte di fortissime distorsioni nel mondo militare con le diffusissime forme di nonnismo e di esasperata violenza molecolare &#8211; l’obiezione di coscienza non diventava in qualche modo una scappatoia per non sanare le seconde e per non educare all’idea che qualsiasi organizzazione sociale implichi una qualche forma di rinuncia al sé come valore assoluto?</p>
<p>Se poi l’apice delle richieste si è avuto negli anni ’90, parallelamente cioè al diffondersi dei segnali di stagnazione del nostro sistema economico, non dobbiamo chiederci quanto il SCN non sia diventato un metodo come un altro per sopravvivere un anno, una specie di sussidio di disoccupazione o di parcheggio (per lo più non a caso svolto da neo-diplomati) in attesa di tempi meno duri? Non è dunque un segnale di crisi dell’organizzazione di un mercato del lavoro che rende sempre minori le possibilità di accesso per le fasce anagrafiche più basse? E il fatto che le più alte percentuali di partecipazione si abbiano in Sicilia, Calabria, Campania e Lazio, non dovrebbe farci pensare che il SCN contribuisce a segnalare quelle distorsioni del modello economico e sociale che l’Italia non ha mai saputo sanare e che tendono invece ad aggravarsi? Senza voler gridare per forza al rigonfiamento del terziario e del settore pubblico nelle regioni centro-meridionali e all’uso clientelare di queste forme di assistenza mascherate da lavoro, il dato è comunque emblematico della percezione del lavoro diffusa in una leva giovanile che non vede possibilità di sbocco professionale nel primi due settori – spesso trovandosi di fronte alla antica scelta emigrazione/sussistenza.</p>
<p>E che siano in larghissima maggioranza donne le volontarie del SCN non è indice di un’impossibilità per il genere femminile di entrare per altre vie nel mercato del lavoro e di collocarvisi in forme non marginali, dovendo viceversa ricorrere a ogni tipo di <em>escamotage </em>per garantirsi delle forme di indipendenza economica e sociale? E che oltre a doversi accontentare di situazioni lavorative scarsamente remunerative, esse siano sostanzialmente emarginate nei settori del sociale, del culturale, del volontariato al pari di quanto teorizzato dall’immagine della donna di due secoli di egemonia culturale di una borghesia profondamente vittoriana il cui permanere nel XXI secolo dovrebbe farci soffermare a riflettere?</p>
<p>Se poi la difesa del patrimonio culturale, artistico, ambientale e sociale del Paese è considerato un’attività patriottica di tale portata da necessitare una nazionalizzazione e una mobilitazione delle masse imponente, perché lo Stato non investe risorse adeguate a garantire agli enti che di tale patrimonio si prendono cura di poter assumere stabilmente il personale necessario a tale tutela remunerandolo al pari del valore della prestazione fornita? Ossia: se davvero lo Stato ha necessità di guardiaboschi, di archivisti, di assistenti sociali, perché non assumerli – magari in numero minore ma per un monte ore e per un salario degni del compito che essi svolgono per la collettività? Non assume dunque il SCN, in un sistema economico bloccato e stagnante, la funzione di una distribuzione a pioggia di esigue risorse – un “attendamento cosacco” del nuovo millennio per dirla alla De Felice –, di un ennesimo tentativo di tamponare come possibile le evidenti ragioni di conflittualità sociale (sospetto aggravato dall’istituzione di bandi speciali per Napoli e per le aree colpite dal terremoto dell’Aquila) e, infine, di una forma di sfruttamento organizzato dallo Stato nel quadro di quelle politiche volte ad abituare le future leve lavorative alla rassegnazione e alla sottomissione a forme di lavoro precarie che vengono fatte percepire quasi come un privilegio per il quale essere riconoscenti piuttosto che come un diritto. Il crescendo di progetti ad opera di Enti non governativi ed amministrazioni locali, infatti, non sembra tanto emblema di una volontà sociale di quelle stesse istituzioni ma un grido di aiuto di chi si vede arrivare risorse decrescenti ad aumentate spese per svolgere adeguatamente il proprio ruolo. Emblema cioè di un sistema paese che non ce la fa a sopravvivere senza ricorrere al volontariato – nobile tradizione italiana ma da sempre suppletivo di una cronica assenza di capillarità delle istituzioni.</p>
<p>Viene infine da chiedersi perché, se il servizio civile è uno strumento indispensabile per educare i giovani all’esercizio del principio costituzionale della solidarietà sociale, esso non sia reso obbligatorio e viceversa si basi sulla volontà di quanti, evidentemente, già sono pienamente consapevoli di quel principio – a voler considerare appunto in buona fede i giovani che fanno richiesta per tale servizio. Ossia, se il SCN non è solo un modo come un altro per guadagnarsi qualche lira con il minimo sforzo, ma davvero sottende un forte spirito di solidarietà sociale in quanti vi si prestano, i volontari evidentemente non hanno bisogno di un’ulteriore educazione a quella cittadinanza attiva di cui già son consapevoli. Se, viceversa, tale buona fede non v’è, questa assenza sarebbe una ragione in più per imporre un periodo di formazione a tutta una generazione che di senso dello Stato sembra averne sempre meno e sempre più cerca le forme di sfruttare quello Stato e le sue risorse per la propria individuale sopravvivenza.</p>
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		<title>Riflessioni sul sistema cultura italiano</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2010/09/01/riflessioni-sul-sistema-cultura-italiano/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 12:48:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangela Di Giacomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[L’Italia, nurse  come recita lo spot del ministero del turismo, cialis sale  è la terra della cultura e dell’arte. Un patrimonio sterminato di opere letterarie, filosofiche, storiche e artistiche è la prima e principale risorsa di un territorio di per sé carente di materie prime e di capacità imprenditoriali. Eppure è anche il paese in cui occuparsi di cultura risulta più difficile, triviale passatempo ostacolato dal sentire comune mass-mediatico e dall’agire politico-amministrativo.
Non voglio cadere qui in banalità e chiacchiere da bar, ma mi limito solo aggiungere a questo triste panorama la mia esperienza e l’indignazione emersa dallo scambio di opinioni e racconti con miei coetanei o consimili che navigano nelle stesse infide acque.
Iniziamo da un sistema scolastico che, a dispetto del continuo parlare di riforme, è potenzialmente uno dei migliori del mondo in quanto a capacità di formazione. Mancano le risorse per migliorarne le strutture e per motivare i docenti, ai quali dovrebbe essere riconosciuto, in termini economici e di prestigio sociale, il loro delicatissimo compito di fondare la nostra futura società. Figlia di due ex-professori per passione diventati presidi, dai racconti che sento in casa da sempre credo di poter dire che manca soprattutto il rispetto e qualcosa che, suona male, lo so, possa chiamarsi disciplina. Si è progressivamente scivolati verso l’idea che la scuola debba essere divertente, che occorra rincorrere sul piano educativo altri mezzi di comunicazione, che sia tutto da “svecchiare”. Si è scivolati verso l’idea – nei suoi termini generali assolutamente sacrosanta – che si debba anzitutto recuperare chi rimane indietro, il che ha portato negli anni a dimenticare e spesso a frustrare chi per propria indole manifestasse interesse per l’approfondimento. Soprattutto, si è scivolati verso un lassismo, un garantismo e un giustificazionismo che permette ai genitori di arrogarsi il diritto di sindacare sui metodi educativi e sui contenuti inculcati a quegli eterni bambini che costituiscono la loro prole. Prole cui insegnano che se il professore ti mette un quattro, è perchè lui non comprende le esigenze della tua crescita, non perché tu avresti potuto studiare di più. Genitori che corrono a spada tratta per far cambiare i rampolli di sezione, di indirizzo, di scuola o per far spostare il professore “incapace”, “crudele”, “inumano”. Non voglio difendere tutta una categoria che spesso a sua volta, per frustrazione o disincanto, non riesce a trasfondere passione nel proprio lavoro. Si comprende però anche come risulti faticoso insegnare, se si vede il proprio ruolo di docente continuamente discusso.
Il viaggio continua nell’università “a punti”. Tre anni a rincorrere cfu e moduli, a cucire piani di studio con la dovizia di un ragioniere e senza il benché minimo anelito umanistico. Tre anni soprattutto, per chi volesse laurearsi senza un semestre fuori corso, a spron battuto dando anche sette, otto, nove esami per sessione. Sacrificando qualsivoglia velleità di approfondimento e sentendosi per lo più repressi per aver scelto magari una facoltà seguendo la proprie passioni, a scapito di una professionalizzante. Per poi fare l’amara scoperta che uscendo di lì non solo non si avrà un mestiere, ma neanche una cultura. Tre anni, tra l’altro, in cui si è incontrata per lo più disorganizzazione generalizzata: nessuna informazione, nessun supporto, tutor latitanti o ignoranti, professori stressati in studi sovraffollati e scrivanie in multiproprietà. Per non parlare di biblioteche strapiene, con centinaia di volumi scomparsi e testi d’esame irreperibili. Un’agonia.
Che si sperava potesse essere finita nei due anni di specialistica. Mai speranza peggio riposta. La specialistica si rivela ben presto più generica della triennale, o per lo meno una mera riproposizione dello stesso trito per altri due anni – addirittura a volte con gli stessi manuali da studiare, alla faccia della specializzazione! Si arriva al traguardo della stesura della tesi con l’impressione di essere diventati un automa, un mostro abilissimo a fotocopiare testi, impararli a memoria, ripeterli e dimenticarli nel minor tempo possibile. E assolutamente incapace di analisi critica o di qualsivoglia multidisciplinarietà. Mi sentivo sinceramente molto più colta uscendo dal liceo che dopo cinque anni a 29-30-110 e lodi varie.
Ma il peggio, come si sa, non muore mai. Decido caparbiamente che finché il vento soffia, tanto vale assecondarlo. Inizio un dottorato. Almeno qui, mi dico, imparerò qualcosa di metodologico e non solo nozionistico. Mi ha detto bene, vinco un posto con borsa al primo tentativo. Ma la maggior parte delle persone che conosco hanno provato un numero x di concorsi per rimediare un posto magari gratis o addirittura pagando delle tasse universitarie e magari dall’altro capo della penisola. I posti sono pochi e i finanziamenti ancor meno, chi vuol continuare deve essere disposto a sacrificare la stabilità per passione accademica. Le risorse, soprattutto, sono minime. La borsa del ministero, senza ambizioni di risparmio, consente un’esistenza dignitosa, ma come quasi tutto ciò che concerne la remunerazione del lavoro intellettuale, è ben al di sotto delle medie europee. Potenzialmente fantastica, la vita del dottorando dipende molto dalla buona volontà dei professori che organizzano i corsi, sfruttando in primo luogo i contatti personali per fornire un alto livello di lezioni seminariali, il tutto sempre a costi forfettari. Laddove mancasse tale buona volontà, il dottorato si riduce ad un insieme scomposto e casuale di lezioni, disorganiche anche rispetto ai progetti di ricerca sviluppati dai dottorandi. Progetti di ricerca che per lo più incontrano ostacoli di ogni tipo: tutor assegnati a metà percorso, relazioni di avanzamento accatastate e mai prese in considerazione, tutti che mettono bocca e nessuno che aiuta. Ci si sente dire spesso: “lei sembra saper lavorare anche da sola, continui pure così”. Per non parlare della diffusa frustrazione di qualsiasi progetto de-provincializzante e tendente a un panorama non diciamo mondiale ma almeno europeo. Per lo più per evitare complicazioni burocratiche, oltre che il pagamento di una maggiorazione delle borse per i soggiorni all’estero, i pareri dei docenti sconsigliano o impediscono progetti internazionali, dottorati europei, scambi, eccetera. Salvo poi mandarti a spese tue a fare una ricerca in un’altra città italiana, come se gli affitti si pagassero solo all’estero… “Non ci sono risorse” è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/files/2010/09/sistema-cultura.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5547" src="/wp-content/files/2010/09/sistema-cultura-220x300.jpg" alt="" width="220" height="300" /></a>L’Italia, <a href="http://sildenafil4sale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">nurse</a>  come recita lo spot del ministero del turismo, <a href="http://viagracoupongeneric.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis sale</a>  è la terra della cultura e dell’arte. Un patrimonio sterminato di opere letterarie, filosofiche, storiche e artistiche è la prima e principale risorsa di un territorio di per sé carente di materie prime e di capacità imprenditoriali. Eppure è anche il paese in cui occuparsi di cultura risulta più difficile, triviale passatempo ostacolato dal sentire comune mass-mediatico e dall’agire politico-amministrativo.</p>
<p>Non voglio cadere qui in banalità e chiacchiere da bar, ma mi limito solo aggiungere a questo triste panorama la mia esperienza e l’indignazione emersa dallo scambio di opinioni e racconti con miei coetanei o consimili che navigano nelle stesse infide acque.</p>
<p>Iniziamo da un sistema scolastico che, a dispetto del continuo parlare di riforme, è potenzialmente uno dei migliori del mondo in quanto a capacità di formazione. Mancano le risorse per migliorarne le strutture e per motivare i docenti, ai quali dovrebbe essere riconosciuto, in termini economici e di prestigio sociale, il loro delicatissimo compito di fondare la nostra futura società. Figlia di due ex-professori per passione diventati presidi, dai racconti che sento in casa da sempre credo di poter dire che manca soprattutto il rispetto e qualcosa che, suona male, lo so, possa chiamarsi disciplina. Si è progressivamente scivolati verso l’idea che la scuola debba essere divertente, che occorra rincorrere sul piano educativo altri mezzi di comunicazione, che sia tutto da “svecchiare”. Si è scivolati verso l’idea – nei suoi termini generali assolutamente sacrosanta – che si debba anzitutto recuperare chi rimane indietro, il che ha portato negli anni a dimenticare e spesso a frustrare chi per propria indole manifestasse interesse per l’approfondimento. Soprattutto, si è scivolati verso un lassismo, un garantismo e un giustificazionismo che permette ai genitori di arrogarsi il diritto di sindacare sui metodi educativi e sui contenuti inculcati a quegli eterni bambini che costituiscono la loro prole. Prole cui insegnano che se il professore ti mette un quattro, è perchè lui non comprende le esigenze della tua crescita, non perché tu avresti potuto studiare di più. Genitori che corrono a spada tratta per far cambiare i rampolli di sezione, di indirizzo, di scuola o per far spostare il professore “incapace”, “crudele”, “inumano”. Non voglio difendere tutta una categoria che spesso a sua volta, per frustrazione o disincanto, non riesce a trasfondere passione nel proprio lavoro. Si comprende però anche come risulti faticoso insegnare, se si vede il proprio ruolo di docente continuamente discusso.</p>
<p>Il viaggio continua nell’università “a punti”. Tre anni a rincorrere cfu e moduli, a cucire piani di studio con la dovizia di un ragioniere e senza il benché minimo anelito umanistico. Tre anni soprattutto, per chi volesse laurearsi senza un semestre fuori corso, a spron battuto dando anche sette, otto, nove esami per sessione. Sacrificando qualsivoglia velleità di approfondimento e sentendosi per lo più repressi per aver scelto magari una facoltà seguendo la proprie passioni, a scapito di una professionalizzante. Per poi fare l’amara scoperta che uscendo di lì non solo non si avrà un mestiere, ma neanche una cultura. Tre anni, tra l’altro, in cui si è incontrata per lo più disorganizzazione generalizzata: nessuna informazione, nessun supporto, tutor latitanti o ignoranti, professori stressati in studi sovraffollati e scrivanie in multiproprietà. Per non parlare di biblioteche strapiene, con centinaia di volumi scomparsi e testi d’esame irreperibili. Un’agonia.</p>
<p>Che si sperava potesse essere finita nei due anni di specialistica. Mai speranza peggio riposta. La specialistica si rivela ben presto più generica della triennale, o per lo meno una mera riproposizione dello stesso trito per altri due anni – addirittura a volte con gli stessi manuali da studiare, alla faccia della specializzazione! Si arriva al traguardo della stesura della tesi con l’impressione di essere diventati un automa, un mostro abilissimo a fotocopiare testi, impararli a memoria, ripeterli e dimenticarli nel minor tempo possibile. E assolutamente incapace di analisi critica o di qualsivoglia multidisciplinarietà. Mi sentivo sinceramente molto più colta uscendo dal liceo che dopo cinque anni a 29-30-110 e lodi varie.</p>
<p>Ma il peggio, come si sa, non muore mai. Decido caparbiamente che finché il vento soffia, tanto vale assecondarlo. Inizio un dottorato. Almeno qui, mi dico, imparerò qualcosa di metodologico e non solo nozionistico. Mi ha detto bene, vinco un posto con borsa al primo tentativo. Ma la maggior parte delle persone che conosco hanno provato un numero x di concorsi per rimediare un posto magari gratis o addirittura pagando delle tasse universitarie e magari dall’altro capo della penisola. I posti sono pochi e i finanziamenti ancor meno, chi vuol continuare deve essere disposto a sacrificare la stabilità per passione accademica. Le risorse, soprattutto, sono minime. La borsa del ministero, senza ambizioni di risparmio, consente un’esistenza dignitosa, ma come quasi tutto ciò che concerne la remunerazione del lavoro intellettuale, è ben al di sotto delle medie europee. Potenzialmente fantastica, la vita del dottorando dipende molto dalla buona volontà dei professori che organizzano i corsi, sfruttando in primo luogo i contatti personali per fornire un alto livello di lezioni seminariali, il tutto sempre a costi forfettari. Laddove mancasse tale buona volontà, il dottorato si riduce ad un insieme scomposto e casuale di lezioni, disorganiche anche rispetto ai progetti di ricerca sviluppati dai dottorandi. Progetti di ricerca che per lo più incontrano ostacoli di ogni tipo: tutor assegnati a metà percorso, relazioni di avanzamento accatastate e mai prese in considerazione, tutti che mettono bocca e nessuno che aiuta. Ci si sente dire spesso: “lei sembra saper lavorare anche da sola, continui pure così”. Per non parlare della diffusa frustrazione di qualsiasi progetto de-provincializzante e tendente a un panorama non diciamo mondiale ma almeno europeo. Per lo più per evitare complicazioni burocratiche, oltre che il pagamento di una maggiorazione delle borse per i soggiorni all’estero, i pareri dei docenti sconsigliano o impediscono progetti internazionali, dottorati europei, scambi, eccetera. Salvo poi mandarti a spese tue a fare una ricerca in un’altra città italiana, come se gli affitti si pagassero solo all’estero… “Non ci sono risorse” è la risposta valida per giustificare qualsiasi inefficienza. Come sempre, non è così dappertutto e non tutto va male, però più si va avanti, più le cose peggiorano.</p>
<p>Crescendo ci si inserisce in un sistema di produzione della cultura interamente basato su rapporti di gratuità e di pressappochismo. Nel mio settore, ci si aggira – ovunque, da Campione a Marzamemi &#8211; per biblioteche fatiscenti, archivi chiusi, servizi di prestito soppressi, riproduzioni a prezzi esosissimi, cataloghi on-line non integrati, digitalizzazioni di documenti allo stadio embrionale. Spesso niente prese elettriche per i computer, mai connessioni internet. Le fondazioni progressivamente stritolate dai tagli di spesa (vedi le recenti ultime polemiche quando la premiata ditta Bondi-Tremonti ha rischiato di far chiudere in un colpo solo tutti gli istituti di cultura che conservano archivi storici), costrette a stare in strutture inadeguate, poco più grandi di appartamenti privati, obbligate a tagliare il personale e dunque il numero e la frequenza delle distribuzioni del materiale oltre agli orari stessi di apertura al pubblico. Fondazioni che conservano interi archivi dei partiti dell’Italia repubblicana aperti sì e no quattro ore al giorno, con due distribuzioni. Per non parlare degli enti nazionali. L’archivio centrale dello stato di Roma o le biblioteche nazionali sono ridotti al lumicino. A Firenze per la prima volta in se-co-li la biblioteca nazionale sarà chiusa nel pomeriggio. E un numero esorbitante di volumi non sono consultabili né rintracciabili nei cataloghi informatizzati per mancanza di personale addetto. Un delirio. Si corre su e giù per la penisola cercando di ammortizzare con la propria abnegazione il tempo che il sistema archivistico-bibliotecario fa perdere nella raccolta del materiale necessario per pubblicare articoli e libri.</p>
<p>Articoli e libri che si scopre ben presto essere pubblicati tutti sempre senza un compenso per l’autore, se non un qualche riconoscimento di merito con calorosi complimenti, e addirittura in molte occasioni a spese dello stesso autore. Al ché ci si chiede perché se l’idraulico lavora lo si paga, ma se l’intellettuale lavora no. D’altronde le riviste non hanno soldi e le case editrici sono tutte sull’orlo del baratro. I libri non si vendono, i periodici ancor meno. Nessun finanziamento pubblico sufficiente, e i privati si guardan bene dal sovvenzionare la cultura. Così, sebbene la casa editrice un rientro dalla vendita di un libro ce l’ha, l’autore (fatti salvi alcuni casi rari ed emblematici) si presume vivere d’aria e cultura.</p>
<p>Non è vero che la scolarizzazione e l’università di massa hanno creato un sistema culturale non elitario, perché di fatto solo chi ha le spalle coperte può permettersi di lavorare in questo mercato. Con la speranza di riuscire a ritagliarsi degli spazi nella selva delle raccomandazioni (e non è qualunquismo, purtroppo) e riuscire così a realizzare quel <em>cursus honorum</em> universitario che, sempre sottopagato fino alla pensione, prevede ancora: un post-doc a 800 euro, qualche corso assegnato per 400 euro l’anno, magari qualche borsa di ricerca, un paio di contratti a termine da ricercatore con cui arrivare intorno ai 40 anni ancora precari e lì, o essere definitivamente espulsi dal sistema, o rimediare un posto da associato e infine, a un paio d’anni dalla pensione, da ordinario.</p>
<p>Il tutto sempre con l’impressione di essere considerati dalla “gente” dei derelitti, dei mentecatti, degli sfigati e assolutamente senza alcun riconoscimento e valorizzazione di un lavoro culturale che è l’unico appiglio per salvare il nostro paese e ridargli prospettive.</p>
<p>E poi ci si lamenta se i cervelli fuggono o restano a casa con mamma e papà…</p>
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		<title>Siamo seri. Note sulla violenza di genere</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2010/08/31/siamo-seri-note-sulla-violenza-di-genere/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 11:42:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangela Di Giacomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo gli ultimi dati Istat, ed  circa 9 milioni e 860 mila donne tra i 14 e i 59 anni in Italia hanno subito almeno una volta una molestia a sfondo sessuale. Ossia il 55,2% delle donne in età riproduttiva, per così dire. Le “molestie” tenute in considerazione dall’inchiesta, in una scala di diffusione e di “gravità” – sempre che sia possibile classificare tali comportamenti secondo una qualche scala di disvalore -, considerano come “minimo” le molestie verbali e le telefonate oscene (il 25,8% e il 24,8% dello stesso campione ne è stata interessata).
Ma la violenza non è solo fatta di gesti eclatanti socialmente riconosciuti come usurpazione – eppure anch’essi spesso taciuti. Che dire di un modo di comportarsi, ancora molecolarmente diffuso nella nostra società, che porta molti uomini a ritenere di potersi permettere abbordaggi di vario tipo e genere nella quotidianità come se niente fosse? E che al tempo stesso le donne fanno passare sulla loro pelle spesso con indifferenza o con un lieve fastidio, considerandone gli autori al massimo dei “deficienti”? A chi non è mai successo di avere le attenzioni di quello che passa in macchina e &#8220;ti suona&#8221; – accompagnando la clacsonata spesso con qualche smorfia poco consona, non solo all’approccio col “gentil sesso”, ma alle stesse relazioni con altri esseri umani? A chi non è mai successo di ricevere fischi e commenti, magari uscendo dal portone di casa e sotto gli occhi, a volte increduli, a volte anche orgogliosi, del fidanzato di turno?
“Il corpo delle donne”, il bel documentario diffuso ormai da anni e diventato anche un libro, si è recentemente concentrato sul tema della mercificazione, nel senso non solo e non tanto di vendita, quanto di &#8220;riduzione a oggetto&#8221; del corpo femminile da parte dei mass media e del sistema a-culturale che essi, e decenni di politica retrograda, hanno operato negli ultimi venti anni.
“Care ragazze”, libro recentemente uscito per la Donzelli, ci mette in guardia, spiegando come le conquiste dei diritti delle donne, nel multiforme senso che il concetto di libertà e cittadinanza può assumere, siano state un fenomeno storico, e come tutti i fenomeni storici possano essere sradicati da altre congiunture, quando chi ne è più diretta interessata si lascia distrarre ed abbagliare.
Uno degli ultimi “Venerdì” di Repubblica dava ampio spazio ad un’inchiesta sul “femminicidio”, osservando come la recrudescenza di fenomeni di violenza sulle donne fino all’estremo limite dell’assassinio è per lo più il riflesso di un genere maschile impaurito dalla perdita del proprio ruolo dovuto alla presunta maggiore indipendenza e forza acquisita dalle donne nelle relazioni di genere e nella struttura sociale.
Ora. Dimentichiamoci per un istante del fatto che, secondo tutte le statistiche, le donne in posizioni di prestigio siano un numero infinitesimale rispetto agli uomini, che siano ancora in molti campi pagate meno dei loro colleghi maschi pur svolgendo le stesse mansioni, che non si vedano supportate da uno stato sociale che consenta loro di gestire un’attività fuori casa con lo sviluppo di una famiglia, che non ci siano asili nido, sussidi, permessi, che non ci sia neanche un riconoscimento per i lavori domestici che, pure, continuano ad essere occupazione puramente femminile. Dimentichiamoci del fatto che siamo negli anni – o meglio, le nostre mamme siano – riuscite, in aree molto limitate del paese per composizione sociologica e per zona geografica, ad educare gli uomini al rispetto e alla collaborazione nel nucleo familiare. Dimentichiamoci che in quelle stesse ristrette aree sia maturato un senso del sé che consente di mettere in primo piano le proprie esigenze, di pianificare la propria storia di compagna e di madre adattandola ai tempi delle proprie ambizioni (sempre precariato e ristrettezze economiche permettendo).
Siamo serie. Non è la Tv che crea la subordinazione, non sono le gonne corte che creano gli insulti, non è la paura che genera violenza. È la mentalità che non è mai stata cambiata, è l&#8217;educazione che manca, è la cultura del rispetto per il diverso che rimane sconosciuta. Una specie di xenofobia inter-genere che fa ancora credere a molti che rivolgerci &#8220;complimenti&#8221; non richiesti sia segno di apprezzamento, invece che di sopruso.
E allora, non so voi, ma io, appena uscirà, scaricherò “Hey baby”, il videogioco ideato da una ragazza americana stufa di essere infastidita sul metrò, per strada, al supermercato, insomma un po’ ovunque. E finalmente potrò sfogare, anche solo virtualmente, tutta l’ira che la continua sopraffazione impunita provoca in me.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/files/2010/08/violence-against-women.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5542" src="/wp-content/files/2010/08/violence-against-women-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>Secondo gli ultimi dati Istat, <a href="http://buy-levitraonline.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">ed</a>  circa 9 milioni e 860 mila donne tra i 14 e i 59 anni in Italia hanno subito almeno una volta una molestia a sfondo sessuale. Ossia il 55,2% delle donne in età riproduttiva, per così dire. Le “molestie” tenute in considerazione dall’inchiesta, in una scala di diffusione e di “gravità” – sempre che sia possibile classificare tali comportamenti secondo una qualche scala di disvalore -, considerano come “minimo” le molestie verbali e le telefonate oscene (il 25,8% e il 24,8% dello stesso campione ne è stata interessata).</p>
<p>Ma la violenza non è solo fatta di gesti eclatanti socialmente riconosciuti come usurpazione – eppure anch’essi spesso taciuti. Che dire di un modo di comportarsi, ancora molecolarmente diffuso nella nostra società, che porta molti uomini a ritenere di potersi permettere abbordaggi di vario tipo e genere nella quotidianità come se niente fosse? E che al tempo stesso le donne fanno passare sulla loro pelle spesso con indifferenza o con un lieve fastidio, considerandone gli autori al massimo dei “deficienti”? A chi non è mai successo di avere le attenzioni di quello che passa in macchina e &#8220;ti suona&#8221; – accompagnando la clacsonata spesso con qualche smorfia poco consona, non solo all’approccio col “gentil sesso”, ma alle stesse relazioni con altri esseri umani? A chi non è mai successo di ricevere fischi e commenti, magari uscendo dal portone di casa e sotto gli occhi, a volte increduli, a volte anche orgogliosi, del fidanzato di turno?</p>
<p>“Il corpo delle donne”, il bel documentario diffuso ormai da anni e diventato anche un libro, si è recentemente concentrato sul tema della mercificazione, nel senso non solo e non tanto di vendita, quanto di &#8220;riduzione a oggetto&#8221; del corpo femminile da parte dei <em>mass media</em> e del sistema a-culturale che essi, e decenni di politica retrograda, hanno operato negli ultimi venti anni.</p>
<p>“Care ragazze”, libro recentemente uscito per la Donzelli, ci mette in guardia, spiegando come le conquiste dei diritti delle donne, nel multiforme senso che il concetto di libertà e cittadinanza può assumere, siano state un fenomeno storico, e come tutti i fenomeni storici possano essere sradicati da altre congiunture, quando chi ne è più diretta interessata si lascia distrarre ed abbagliare.</p>
<p>Uno degli ultimi “Venerdì” di Repubblica dava ampio spazio ad un’inchiesta sul “femminicidio”, osservando come la recrudescenza di fenomeni di violenza sulle donne fino all’estremo limite dell’assassinio è per lo più il riflesso di un genere maschile impaurito dalla perdita del proprio ruolo dovuto alla presunta maggiore indipendenza e forza acquisita dalle donne nelle relazioni di genere e nella struttura sociale.</p>
<p>Ora. Dimentichiamoci per un istante del fatto che, secondo tutte le statistiche, le donne in posizioni di prestigio siano un numero infinitesimale rispetto agli uomini, che siano ancora in molti campi pagate meno dei loro colleghi maschi pur svolgendo le stesse mansioni, che non si vedano supportate da uno stato sociale che consenta loro di gestire un’attività fuori casa con lo sviluppo di una famiglia, che non ci siano asili nido, sussidi, permessi, che non ci sia neanche un riconoscimento per i lavori domestici che, pure, continuano ad essere occupazione puramente femminile. Dimentichiamoci del fatto che siamo negli anni – o meglio, le nostre mamme siano – riuscite, in aree molto limitate del paese per composizione sociologica e per zona geografica, ad educare gli uomini al rispetto e alla collaborazione nel nucleo familiare. Dimentichiamoci che in quelle stesse ristrette aree sia maturato un senso del sé che consente di mettere in primo piano le proprie esigenze, di pianificare la propria storia di compagna e di madre adattandola ai tempi delle proprie ambizioni (sempre precariato e ristrettezze economiche permettendo).</p>
<p>Siamo serie. Non è la Tv che crea la subordinazione, non sono le gonne corte che creano gli insulti, non è la paura che genera violenza. È la mentalità che non è mai stata cambiata, è l&#8217;educazione che manca, è la cultura del rispetto per il diverso che rimane sconosciuta. Una specie di xenofobia inter-genere che fa ancora credere a molti che rivolgerci &#8220;complimenti&#8221; non richiesti sia segno di apprezzamento, invece che di sopruso.</p>
<p>E allora, non so voi, ma io, appena uscirà, scaricherò “Hey baby”, il videogioco ideato da una ragazza americana stufa di essere infastidita sul metrò, per strada, al supermercato, insomma un po’ ovunque. E finalmente potrò sfogare, anche solo virtualmente, tutta l’ira che la continua sopraffazione impunita provoca in me.</p>
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		<title>Trittico in biblioteca</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 11:01:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangela Di Giacomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Biblioteca Vallicelliana]]></category>
		<category><![CDATA[esposizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[Per chi conosce Roma e ne apprezza le bellezze, search  uno degli infiniti vantaggi che questa città sembra offrire è la possibilità di godere di continue piccole personali “scoperte”. Così per me è stato entrare per la prima volta nella splendida sede della Biblioteca Vallicelliana, cialis sale  attratta dalla curiosità per una piccola ma completa mostra di tre artisti a me ben noti, Adriano Di Giacomo, Wilma Lok e Franco Troiani.
In Trittico in biblioteca, i tre presentano libri ed opere pittoriche che ne ripercorrono a passi rapidi ma esaustivamente il percorso artistico, testimoniandone al contempo la maturazione e l’evoluzione di percorsi affini ma emblematici di diversi linguaggi espressivi.
Quello presentato da Di Giacomo è un percorso nel tempo che ricostruisce gli sviluppi del suo interesse, maturato fin dai primi anni ’70, all’analisi degli spazi, intesi come luogo in cui interagiscono vari e complessi sistemi, nella patente assenza dell’uomo dalla scena. Nella sua produzione, costruitasi nel giro di decenni lungo la serie “barriere/passaggi/flash-back/fragmenta urbana”, egli comunica una metafora della storia fondata sullo straniamento fra la discrepanza di uno scenario “normale” apparentemente possibile e i modi della sua rappresentazione con prospettive forzate al limite.
Opere dense di suggestioni sono quelle prodotte dall’attività artistica di Wilma Lok, olandese di origine, ma trasferitasi da oltre trent’anni a Perugia. Si presenta qui il frutto della sua più recente riflessione, in cui, attraverso il tema dell’“Oltre le Colonne d’Ercole”, l’artista racconta la condizione dell’attraversamento e della narrazione della costante tensione umana verso il limite. La carta – nella sua fisicità, materia ed estensione &#8211; è al tempo stesso «“il luogo” e “il mezzo”, spazio da percorrere e strumento per la percorrenza su cui la percezione e il sentimento dello spazio tracciano le linee di una visione mobile lungo il filo di fuga di un orizzonte basso e apertissimo» (come si legge nella nota critica di Anna Cochetti).
Scenografo ed artista spoletino particolarmente interessato anche nella pittura agli effetti tridimensionali è Franco Troiani, che nella sua produzione è riuscito a sintetizzare le diverse anime dei suoi interessi espressivi, dalla concettualità all’astrazione lirica, dalla formulazione dinamica alla costruzione geometrica, dalla bidimensionalità alla proiezione illimitata dello spazio. Nelle tempere su carta o su tavola, nei libri d’artista qui presentati il biblico “tema della Torre di Babele”, nella citazione da Agostino si configura, attraversando i più vari temi e modalità della narrazione, come metafora attuale della rottura di ogni relazione che ‘divide l’uomo dall’uomo’, punto di partenza di una ricostruzione fatta di recupero della memoria e dello spazio.
L’avvicinamento di tematiche artistiche scaturite da eterogenee fonti di ispirazione è la ragione d’interesse di questa specie di cammeo espositivo, che in ultima istanza spinge il visitatore a riflettere sull’esperienza umana di continua appropriazione e perdita dello spazio e del tempo circostante e delle relazioni con l’ambiente e con i propri simili.
dal lunedì al sabato ore 10.00-13.00
Ingresso gratuito
Biblioteca Vallicelliana
Piazza della Chiesa Nuova 18 – 2° piano
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5310" title="vallicelliana" src="/wp-content/files/2010/05/vallicelliana-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" />Per chi conosce Roma e ne apprezza le bellezze, <a href="http://buycheapviagras.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">search</a>  uno degli infiniti vantaggi che questa città sembra offrire è la possibilità di godere di continue piccole personali “scoperte”. Così per me è stato entrare per la prima volta nella splendida sede della Biblioteca Vallicelliana, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis sale</a>  attratta dalla curiosità per una piccola ma completa mostra di tre artisti a me ben noti, Adriano Di Giacomo, Wilma Lok e Franco Troiani.</p>
<p>In <em>Trittico in biblioteca, </em>i tre presentano libri ed opere pittoriche che ne ripercorrono a passi rapidi ma esaustivamente il percorso artistico, testimoniandone al contempo la maturazione e l’evoluzione di percorsi affini ma emblematici di diversi linguaggi espressivi.</p>
<p>Quello presentato da Di Giacomo è un percorso nel tempo che ricostruisce gli sviluppi del suo interesse, maturato fin dai primi anni ’70, all’analisi degli spazi, intesi come luogo in cui interagiscono vari e complessi sistemi, nella patente assenza dell’uomo dalla scena. Nella sua produzione, costruitasi nel giro di decenni lungo la serie “barriere/passaggi/flash-back/<em>fragmenta urbana”,</em><em> </em>egli comunica una metafora della storia fondata sullo straniamento fra la discrepanza di uno scenario “normale” apparentemente possibile e i modi della sua rappresentazione con prospettive forzate al limite.</p>
<p>Opere dense di suggestioni sono quelle prodotte dall’attività artistica di Wilma Lok, olandese di origine, ma trasferitasi da oltre trent’anni a Perugia. Si presenta qui il frutto della sua più recente riflessione, in cui, attraverso il tema dell’“Oltre le Colonne d’Ercole”, l’artista racconta la condizione dell’attraversamento e della narrazione della costante tensione umana verso il limite. La carta<em> </em>– nella sua fisicità, materia ed estensione &#8211; è al tempo stesso «“il luogo” e “il mezzo”, spazio da percorrere e strumento per la percorrenza su cui la percezione e il sentimento dello spazio tracciano le linee di una visione mobile lungo il filo di fuga di un orizzonte basso e apertissimo» (come si legge nella nota critica di Anna Cochetti).</p>
<p>Scenografo ed artista spoletino particolarmente interessato anche nella pittura agli effetti tridimensionali è Franco Troiani, che nella sua produzione è riuscito a sintetizzare le diverse anime dei suoi interessi espressivi, dalla concettualità all’astrazione lirica, dalla formulazione dinamica alla costruzione geometrica, dalla bidimensionalità alla proiezione illimitata dello spazio. Nelle tempere su carta o su tavola, nei libri d’artista qui presentati il biblico “tema della Torre di Babele”, nella citazione da Agostino si configura, attraversando i più vari temi e modalità della narrazione, come metafora attuale della rottura di ogni relazione che ‘divide l’uomo dall’uomo’, punto di partenza di una ricostruzione fatta di recupero della memoria e dello spazio.</p>
<p>L’avvicinamento di tematiche artistiche scaturite da eterogenee fonti di ispirazione è la ragione d’interesse di questa specie di cammeo espositivo, che in ultima istanza spinge il visitatore a riflettere sull’esperienza umana di continua appropriazione e perdita dello spazio e del tempo circostante e delle relazioni con l’ambiente e con i propri simili.</p>
<p>dal lunedì al sabato ore 10.00-13.00</p>
<p>Ingresso gratuito</p>
<p>Biblioteca Vallicelliana</p>
<p>Piazza della Chiesa Nuova 18 – 2° piano</p>
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		<title>Di elezioni, di retorica e di malcontento. Ma non solo.</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 10:03:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangela Di Giacomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Destra]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Lega]]></category>
		<category><![CDATA[politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[politici]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>

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		<description><![CDATA[SCENA: in un autobus di Roma prima delle elezioni, recipe  zona EUR. Una coppia sui cinquanta.
LEI (vedendo un manifesto elettorale dal finestrino): “Aho, shop  ma che se vota pure a Roma?”
LUI: “E certo, no? Sempre Lazio è…”
LEI: “E te che voti?”
LUI: “Bho, o la Bonino o la Polverini”
 
L’apparizione di Bersani ai cancelli della FIAT, mediatica o politica che intendesse essere, non è bastata ad assicurare al centrosinistra il mantenimento della regione Piemonte. E neanche l’esclusione delle liste del PdL dalle schede del Lazio ha potuto garantire alla compagine anti-berlusconiana la riconquista della regione della Capitale. Che la Lombardia, o il Veneto, fossero feudi ormai quasi inespugnabili, pur non ammettendolo nessuno, nessuno lo ha mai negato. E che Bassolino in Campania avesse fatto più danni di uno tsunami rientra anch’esso nella categoria del “dato di fatto”. Nulla ha potuto neanche il pastrocchio della CEI sull’aborto e gli insulti del capo del governo alla Bresso per smuovere in corner il disilluso elettorato laico e femminista. Che cos’è mancato in questa campagna elettorale, la più brutta della storia della seconda repubblica, perché potesse ri-affermarsi la cultura della sinistra? O meglio, che cos’è mancato in questi ultimi anni?
Due, si dice, sono ancora una volta – come alle ultime politiche e alle ultime europee – i fattori da considerare per una prima analisi del voto. L’astensionismo e l’affermazione della Lega. A sfavore di entrambe le coalizioni che ambiscono a stabilirsi come fulcro dell’agognato bipolarismo perfetto.
Un italiano su tre non è andato a votare, e alcuni, tra il non voto e l’espressione sdegnata del proprio diritto/dovere hanno preferito indirizzare le proprie preferenze ai partiti dell’“antipolitica”: per la sinistra è stato Grillo in primo luogo (cui sono andati molti dei voti dell’insoddisfazione della sinistra piemontese, privando la Bresso di quel quid necessario alla vittoria in una partita che si giocava sul terreno dell’1%), ma anche lo stesso dipietrismo galoppante.
Per la destra, più che per la sinistra (lo slittamento di voti presuntamente ex-comunisti verso il regionalismo, pur destando maggior scalpore, è stato tuttavia minimo anche nelle passate politiche) è stata la Lega. Pur conquistando regioni importanti come il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e il Lazio, il centrodestra impersonificato da Berlusconi ha perso un 6% rispetto alle ultime consultazioni e se di personalizzazione della politica si può parlare, il vincitore non è stato tanto il Cavaliere (che pure sul suo carisma ha costruito l’intera campagna, chiamando ad una nuova cruzada un popolo di fanatici più che di fedeli) quanto il risorto Bossi.
In un Piemonte terra di immigrazioni sovrapposte e continue, terra della classe operaia, ma anche terra di un’inteligentia liberale, anche quando conservatrice, la vittoria di uno dei più tracotanti esponenti della Lega (per quanto di pochi punti) ha un significato ben oltre il calcolo dei punti. Neppure il MARP negli anni ’60, cavalcando l’onda del risentimento antimeridionale, potette dividere quella che era una regione compattamente schierata a difesa di ideali in primo luogo antifascisti, e in secondo luogo “nazionali” – foss’anche che sabaudicamente potesse intendersi l’idea di un’Italia colonia piemontese…
Fa bene Bersani, a plaudire del risultato del 28% circa raccolto dal suo partito (e della risalita della sinistra radicale, sommando i voti della Federazione della Sinistra e di SEL, aggiungo io…) come un segnale di qualcosa che si sta muovendo. E fa bene anche a dire che sempre 7 a 6 sono finite queste regionali – esattamente come egli auspicava. Tuttavia, com’è evidente, le regioni non sono meri numeri, e purtroppo il peso relativo di ognuna rende la somma ben diversa da una semplice analisi aritmetica. Ne emerge un’Italia spaccata in tre, e meno male che il centro regge a sinistra – trauma serio sarebbe stato se si fosse persa anche la regione dello stesso leader del PD!
Ma i democratico-cristian-riformatori forse dovrebbero fermarsi ad osservare che in nessuna regione sono stati in grado, tranne forse proprio in Piemonte, di schierare credibilità.
Nel Lazio e in Puglia, poi, s’è sfiorato il ridicolo. Possibile che non avessero un programma e delle persone da cui farsi rappresentare senza andare a farsi belli di nomi provenienti da altre tradizioni? Qual’era la speranza? Far confluire nel PD post-comunisti e radicali (talmente altalenanti che meglio perderli che trovarli, con tutto il rispetto per l’unico partito che ancora dignitosamente sopravvive dalla prima repubblica e la simpatia per la Bonino)? Chissà non sia stata come sempre una manovra di “berlusconismo di ritorno”, in cui ancora una volta ha contato il candidato più del programma.
L’elettorato di sinistra, a mia opinione, ha bisogno più di parlare di politica ed ideali che di personaggi. Ha bisogno di politiche sociali, di difesa dell’occupazione, di ammortizzatori per la disoccupazione, di istruzione, sanità, ricerca, cultura… Ha bisogno di partecipazione, di illusione anche, ma soprattutto di futuro. Tutte cose che i governi di centrosinistra hanno sacrificato (sacrificio di cui l’elettorato non si scorda, ma anzi aiuta a mescolare tutti i politici in un unico calderone). Tutte cose che Vendola, modernizzatore quanto si vuole ma pur sempre di una certa mai disconosciuta provenienza, sa fare benissimo con un entusiasmo che l’ha premiato. E che mancava completamente nella grande “piazza viola” in cui un triste Bersani ha voluto concludere la campagna elettorale, sfociando ancora una volta nella retorica populista del primato della “società civile”, pur accennando risposte politiche alla crisi economica e sociale.
E allora, vien da dire, avevano ragione quei cinque o sei operai FIAT fermatisi pietosamente alle 5 del mattino a parlare col segretario del PD, per fargli presente che troppo tardi si sono ricordati del lavoro, che nessuno se li è filati negli ultimi 10 anni, tra cessioni, cassintegrazioni, riduzioni d’orario, precarietà e quant’altro. E che è ovvio che il voto si sposti verso chi per lo meno offre l’illusione di un facile tornaconto.
Contraria all’idea di una sinistra depressa, le mie solo in apparenza sono riflessioni amare. Penso invece che siano da concludersi con una speranza. Anzitutto per quel 30% di elettori circa che ha espresso il suo voto nello spettro della sinistra, e non è poco. In secondo luogo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>SCENA: in un autobus di Roma prima delle elezioni, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">recipe</a>  zona EUR. Una coppia sui cinquanta.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>LEI (vedendo un manifesto elettorale dal finestrino): “Aho, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">shop</a>  ma che se vota pure a Roma?”</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>LUI: “E certo, no? Sempre Lazio è…”</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>LEI: “E te che voti?”</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>LUI: “Bho, o la Bonino o la Polverini”</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-5145" title="elezioni" src="/wp-content/files/2010/03/elezioni.jpg" alt="" width="300" height="300" />L’apparizione di Bersani ai cancelli della FIAT, mediatica o politica che intendesse essere, non è bastata ad assicurare al centrosinistra il mantenimento della regione Piemonte. E neanche l’esclusione delle liste del PdL dalle schede del Lazio ha potuto garantire alla compagine anti-berlusconiana la riconquista della regione della Capitale. Che la Lombardia, o il Veneto, fossero feudi ormai quasi inespugnabili, pur non ammettendolo nessuno, nessuno lo ha mai negato. E che Bassolino in Campania avesse fatto più danni di uno tsunami rientra anch’esso nella categoria del “dato di fatto”. Nulla ha potuto neanche il pastrocchio della CEI sull’aborto e gli insulti del capo del governo alla Bresso per smuovere <em>in corner</em> il disilluso elettorato laico e femminista. Che cos’è mancato in questa campagna elettorale, la più brutta della storia della seconda repubblica, perché potesse ri-affermarsi la cultura della sinistra? O meglio, che cos’è mancato in questi ultimi anni?</p>
<p>Due, si dice, sono ancora una volta – come alle ultime politiche e alle ultime europee – i fattori da considerare per una prima analisi del voto. L’astensionismo e l’affermazione della Lega. A sfavore di entrambe le coalizioni che ambiscono a stabilirsi come fulcro dell’agognato bipolarismo perfetto.</p>
<p>Un italiano su tre non è andato a votare, e alcuni, tra il non voto e l’espressione sdegnata del proprio diritto/dovere hanno preferito indirizzare le proprie preferenze ai partiti dell’“antipolitica”: per la sinistra è stato Grillo in primo luogo (cui sono andati molti dei voti dell’insoddisfazione della sinistra piemontese, privando la Bresso di quel <em>quid</em> necessario alla vittoria in una partita che si giocava sul terreno dell’1%), ma anche lo stesso dipietrismo galoppante.</p>
<p>Per la destra, più che per la sinistra (lo slittamento di voti presuntamente ex-comunisti verso il regionalismo, pur destando maggior scalpore, è stato tuttavia minimo anche nelle passate politiche) è stata la Lega. Pur conquistando regioni importanti come il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e il Lazio, il centrodestra impersonificato da Berlusconi ha perso un 6% rispetto alle ultime consultazioni e se di personalizzazione della politica si può parlare, il vincitore non è stato tanto il Cavaliere (che pure sul suo carisma ha costruito l’intera campagna, chiamando ad una nuova <em>cruzada</em> un popolo di fanatici più che di fedeli) quanto il risorto Bossi.</p>
<p>In un Piemonte terra di immigrazioni sovrapposte e continue, terra della classe operaia, ma anche terra di un’<em>inteligentia</em> liberale, anche quando conservatrice, la vittoria di uno dei più tracotanti esponenti della Lega (per quanto di pochi punti) ha un significato ben oltre il calcolo dei punti. Neppure il MARP negli anni ’60, cavalcando l’onda del risentimento antimeridionale, potette dividere quella che era una regione compattamente schierata a difesa di ideali in primo luogo antifascisti, e in secondo luogo “nazionali” – foss’anche che sabaudicamente potesse intendersi l’idea di un’Italia colonia piemontese…</p>
<p>Fa bene Bersani, a plaudire del risultato del 28% circa raccolto dal suo partito (e della risalita della sinistra radicale, sommando i voti della Federazione della Sinistra e di SEL, aggiungo io…) come un segnale di qualcosa che si sta muovendo. E fa bene anche a dire che sempre 7 a 6 sono finite queste regionali – esattamente come egli auspicava. Tuttavia, com’è evidente, le regioni non sono meri numeri, e purtroppo il peso relativo di ognuna rende la somma ben diversa da una semplice analisi aritmetica. Ne emerge un’Italia spaccata in tre, e meno male che il centro regge a sinistra – trauma serio sarebbe stato se si fosse persa anche la regione dello stesso leader del PD!</p>
<p>Ma i democratico-cristian-riformatori forse dovrebbero fermarsi ad osservare che in nessuna regione sono stati in grado, tranne forse proprio in Piemonte, di schierare credibilità.</p>
<p>Nel Lazio e in Puglia, poi, s’è sfiorato il ridicolo. Possibile che non avessero un programma e delle persone da cui farsi rappresentare senza andare a farsi belli di nomi provenienti da altre tradizioni? Qual’era la speranza? Far confluire nel PD post-comunisti e radicali (talmente altalenanti che meglio perderli che trovarli, con tutto il rispetto per l’unico partito che ancora dignitosamente sopravvive dalla prima repubblica e la simpatia per la Bonino)? Chissà non sia stata come sempre una manovra di “berlusconismo di ritorno”, in cui ancora una volta ha contato il candidato più del programma.</p>
<p>L’elettorato di sinistra, a mia opinione, ha bisogno più di parlare di politica ed ideali che di personaggi. Ha bisogno di politiche sociali, di difesa dell’occupazione, di ammortizzatori per la disoccupazione, di istruzione, sanità, ricerca, cultura… Ha bisogno di partecipazione, di illusione anche, ma soprattutto di futuro. Tutte cose che i governi di centrosinistra hanno sacrificato (sacrificio di cui l’elettorato non si scorda, ma anzi aiuta a mescolare tutti i politici in un unico calderone). Tutte cose che Vendola, modernizzatore quanto si vuole ma pur sempre di una certa mai disconosciuta provenienza, sa fare benissimo con un entusiasmo che l’ha premiato. E che mancava completamente nella grande “piazza viola” in cui un triste Bersani ha voluto concludere la campagna elettorale, sfociando ancora una volta nella retorica populista del primato della “società civile”, pur accennando risposte politiche alla crisi economica e sociale.</p>
<p>E allora, vien da dire, avevano ragione quei cinque o sei operai FIAT fermatisi pietosamente alle 5 del mattino a parlare col segretario del PD, per fargli presente che troppo tardi si sono ricordati del lavoro, che nessuno se li è filati negli ultimi 10 anni, tra cessioni, cassintegrazioni, riduzioni d’orario, precarietà e quant’altro. E che è ovvio che il voto si sposti verso chi per lo meno offre l’illusione di un facile tornaconto.</p>
<p>Contraria all’idea di una sinistra depressa, le mie solo in apparenza sono riflessioni amare. Penso invece che siano da concludersi con una speranza. Anzitutto per quel 30% di elettori circa che ha espresso il suo voto nello spettro della sinistra, e non è poco. In secondo luogo perché quel Bersani alla FIAT sarà arrivato tardi, quella Bonino laica non sarà abbastanza simpatica e quel solo Vendola non farà primavera, ma magari tutti insieme potranno portare a tornare a parlare di politiche, lasciando da parte tanto l’antiberlusconismo fine a se stesso o giustizialista, quanto l’antipolitica antiparlamentare o propagandista. E infine, ma qui si fa per ridere, perché la Francia è vicina…</p>
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		<title>Mescolati non agitati?</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/09/16/mescolati-non-agitati/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 19:15:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangela Di Giacomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Se “Mescolati non agitati” ha voluto essere l’ammiccante slogan della festa nazionale del PD di quest’anno, there  lo slittamento dal paradigma del “l’Unità”, cure  attraverso un generico populismo del “ciao, bella!” fino al gioco semantico intorno al fortunato cocktail di un invincibile James Bond sembra essere molto più che una semplice trovata di qualche inventivo pubblicitario.
E se nella politica conta spesso più il non-detto del rivelato, potremmo forse leggere nella formuletta una malcelata scomoda verità. A pochi mesi dalle dimissioni di Veltroni, e ad altrettanti pochi mesi dal prossimo congresso del partito, col peso della prova elettorale europea dal contraddittorio bilancio, le velleità unitarie del PD sembrano essere ben lungi dall’essersi trasformate in realtà, e il partito sembra essere tutt’altro che invincibile.
Le varie anime del partito – popolar-cristiane e post-comuniste innanzitutto – sono a prima vista tutt’altro che mescolate, e la direzione fatica a non far trapelare una certa agitazione. Lasciando anche da parte l’affaire Grillo, una questione a sé che ha più del rapporto tra politica e antipolitica che di strategie di partito/realpolitik, i problemi del PD si coagulano intorno a ben più profonde divergenze. Che riguardano anzitutto l’idea stessa del partito.
Che cos’è il PD? Questo il nodo che, al di là della campagna elettorale europea – nella quale sembra aver tenuto una certa base pur con la prevista erosione a sinistra e dipietrina -, ancora evidentemente non è risolta. E che trova chiara espressione di visioni opposte nei personaggi candidatisi alla guida del partito.
Che ha a che fare l’ex-DC, ex-Margherita Francheschini con l’ex-PCI, ex-PDS Bersani? E in che punto si colloca l’ex chirurgo, senatore Ignazio Marino?
Basta la vocazione riformista, l’ambizione socialdemocratica apparentemente condivisa da tutti a dare forma ad un partito che evidentemente porta anime inconciliabili al suo interno? Per quanto si sia pensata come innovativa e chissà anche lungimirante – ma qua entriamo nel campo dei giudizi di valore che in questo momento non ci riguarda – il dialogo delle anime riformiste social-ex comuniste e cattoliche, queste due vocazioni inamovibili dalla temperie italiana, che sono sembrate dover trovare un’occasione di dialogo e anche di collaborazione, possono davvero coesistere all’interno di un partito?
E soprattutto: dato che a votare devono andarci dei militanti si suppone “di base”, che cosa ha capito questa base delle manovre interne ad una direzione confusa e disorientata? Io, se fossi un elettore delle primarie del PD e se dovessi dire da che parte vorrei che andasse il partito, ora come ora non sarei in grado di esprimere preferenze se non di serracchiana memoria perché un candidato è “tanto più simpatico” dell’altro (criterio umano validissimo, qualche dubbio in più sulla legittimità politica di una scelta del genere).
Ho pensato dunque che nel mondo del personalismo, in cui non conta più tanto il progetto politico ma le doti umane, non si potesse far altro che ripartire dall’uomo. E andare a vedere chi sono i tre principali sfidanti alla premiership del PD.
Ignazio Marino si presenta nel suo sito istituzionale con mascherina in sala operatoria o sfoggiando un iMac fiammante in bucolico contesto. Pone al primo posto l’essere un chirurgo specializzato in trapianti d’organo, nato a Genova nel 1955. Segue breve curriculum professionale, sviluppatosi anzitutto nei più prestigiosi istituti sanitari religiosi della Capitale. Studi in Gran Bretagna e a Pittsburgh, si fregia di aver “partecipato ai primi ed unici due trapianti di fegato da babbuino ad uomo della storia”. Tornato in Italia armato di buone intenzioni per risollevare la stagnante medicina nostrana,  avvia a Palermo i programmi di trapianto di fegato e di rene da cadavere e da donatore vivente, e si è spinto tanto in là nell’accessibilità ed equità delle cure mediche da eseguire il primo trapianto italiano su un paziente sieropositivo. Nel 2003, esaurita (?) la sua missione nella madrepatria, riprende la via degli Stati Uniti dove, si specifica, “mantengo tuttora l&#8217;incarico di Professore di chirurgia”. Il che, oltre a dimostrarsi meritorio sgravio sulle finanze della sanità italiana, non gli ha però impedito di seguire la politica del Belpaese, collaborando con ItalianiEuropei, la Repubblica e l’Espresso, pubblicando tra l’altro “una interessante ed approfondita conversazione sui temi etici assieme al Cardinale Carlo Maria Martini”.
In biblico tra solidarismo e politica, nel 2006 ha deciso di tornare in Italia per essere eletto come senatore indipendente con i DS.
Rimarchevole assenza del cursus honorum politico, chissà per assenza del medesimo. Società civile che entra in politica, politica che si fonde con la società civile. Potrebbe essere l’homo novus di cui il PD ha tanto bisogno? Saranno la solidarietà in politica e la meritocrazia carrieristica i valori unificanti nell’era dei Bertolaso e dei Brunetta? Se la politica non è ormai più terreno di esperti politologi e le relazioni umane non sorgono più da un vincolo di cittadinanza politico-ideologica intorno a delle ideologie piuttosto che a dei valori, allora forse è meglio avere un ottimo medico preparato e solidale a far da modello al militante e alla società invece di nani ballerine e saltimbanchi.
Pier Luigi Bersani esibisce invece un curriculum ricchissimo di informazioni biografiche minute, che chissà perché ha ritenuto essere indispensabili per comprendere il suo excursus politico sicché si legge: “nasce il 29 settembre del 1951 a Bettola, comune montano della valle del Nure in provincia di Piacenza. La sua è una famiglia di artigiani. Suo padre Giuseppe era meccanico e benzinaio. Dopo aver frequentato il liceo a Piacenza, Bersani si iscrive all&#8217;università di Bologna dove si laurea in Filosofia, con una tesi su San Gregorio Magno. Sposato con Daniela dal 1980, ha due figlie Elisa e Margherita. Dopo una breve esperienza da insegnante, si dedica completamente alla attività amministrativa e politica. Viene eletto consigliere regionale dell&#8217;Emilia-Romagna”. Verrebbe da chiedersi quando, in che anno e perché tanta vergogna nel dire con che partito all’epoca iniziò a farsi spazio nella politica italiana. Nel maggio del 1996 il salto: da Presidente di Provincia Ministro dell&#8217;Industria nel Governo Prodi, poi Ministro dei Trasporti. Nel frattempo anche all’interno dei vari partiti post-PCI, Bersani è riuscito a ricavarsi un posto, come membro della Segreteria nazionale e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3983" title="James Bond" src="/wp-content/files/2009/09/jb-300x240.jpg" alt="James Bond" width="300" height="240" />Se “Mescolati non agitati” ha voluto essere l’ammiccante slogan della festa nazionale del PD di quest’anno, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">there</a>  lo slittamento dal paradigma del “l’Unità”, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cure</a>  attraverso un generico populismo del “ciao, bella!” fino al gioco semantico intorno al fortunato cocktail di un invincibile James Bond sembra essere molto più che una semplice trovata di qualche inventivo pubblicitario.</p>
<p>E se nella politica conta spesso più il non-detto del rivelato, potremmo forse leggere nella formuletta una malcelata scomoda verità. A pochi mesi dalle dimissioni di Veltroni, e ad altrettanti pochi mesi dal prossimo congresso del partito, col peso della prova elettorale europea dal contraddittorio bilancio, le velleità unitarie del PD sembrano essere ben lungi dall’essersi trasformate in realtà, e il partito sembra essere tutt’altro che invincibile.</p>
<p>Le varie anime del partito – popolar-cristiane e post-comuniste innanzitutto – sono a prima vista tutt’altro che mescolate, e la direzione fatica a non far trapelare una certa agitazione. Lasciando anche da parte l’<em>affaire</em> Grillo, una questione a sé che ha più del rapporto tra politica e antipolitica che di strategie di partito/realpolitik, i problemi del PD si coagulano intorno a ben più profonde divergenze. Che riguardano anzitutto l’idea stessa del partito.</p>
<p>Che cos’è il PD? Questo il nodo che, al di là della campagna elettorale europea – nella quale sembra aver tenuto una certa base pur con la prevista erosione a sinistra e dipietrina -, ancora evidentemente non è risolta. E che trova chiara espressione di visioni opposte nei personaggi candidatisi alla guida del partito.</p>
<p>Che ha a che fare l’ex-DC, ex-Margherita Francheschini con l’ex-PCI, ex-PDS Bersani? E in che punto si colloca l’ex chirurgo, senatore Ignazio Marino?</p>
<p>Basta la vocazione riformista, l’ambizione socialdemocratica apparentemente condivisa da tutti a dare forma ad un partito che evidentemente porta anime inconciliabili al suo interno? Per quanto si sia pensata come innovativa e chissà anche lungimirante – ma qua entriamo nel campo dei giudizi di valore che in questo momento non ci riguarda – il dialogo delle anime riformiste social-ex comuniste e cattoliche, queste due vocazioni inamovibili dalla temperie italiana, che sono sembrate dover trovare un’occasione di dialogo e anche di collaborazione, possono davvero coesistere all’interno di un partito?</p>
<p>E soprattutto: dato che a votare devono andarci dei militanti si suppone “di base”, che cosa ha capito questa base delle manovre interne ad una direzione confusa e disorientata? Io, se fossi un elettore delle primarie del PD e se dovessi dire da che parte vorrei che andasse il partito, ora come ora non sarei in grado di esprimere preferenze se non di serracchiana memoria perché un candidato è “tanto più simpatico” dell’altro (criterio umano validissimo, qualche dubbio in più sulla legittimità politica di una scelta del genere).</p>
<p>Ho pensato dunque che nel mondo del personalismo, in cui non conta più tanto il progetto politico ma le doti umane, non si potesse far altro che ripartire dall’uomo. E andare a vedere chi sono i tre principali sfidanti alla <em>premiership</em> del PD.</p>
<p>Ignazio Marino si presenta nel suo <a href="http://www.ignaziomarino.it/?cat=1&amp;pag=9" target="_blank">sito istituzionale</a> con mascherina in sala operatoria o sfoggiando un iMac fiammante in bucolico contesto. Pone al primo posto l’essere un chirurgo specializzato in trapianti d’organo, nato a Genova nel 1955. Segue breve curriculum professionale, sviluppatosi anzitutto nei più prestigiosi istituti sanitari religiosi della Capitale. Studi in Gran Bretagna e a Pittsburgh, si fregia di aver “partecipato ai primi ed unici due trapianti di fegato da babbuino ad uomo della storia”. Tornato in Italia armato di buone intenzioni per risollevare la stagnante medicina nostrana,  avvia a Palermo i programmi di trapianto di fegato e di rene da cadavere e da donatore vivente, e si è spinto tanto in là nell’accessibilità ed equità delle cure mediche da eseguire il primo trapianto italiano su un paziente sieropositivo. Nel 2003, esaurita (?) la sua missione nella madrepatria, riprende la via degli Stati Uniti dove, si specifica, “mantengo tuttora l&#8217;incarico di Professore di chirurgia”. Il che, oltre a dimostrarsi meritorio sgravio sulle finanze della sanità italiana, non gli ha però impedito di seguire la politica del Belpaese, collaborando con <em>ItalianiEuropei</em>, <em>la Repubblica</em> e l’<em>Espresso</em>, pubblicando tra l’altro “una interessante ed approfondita conversazione sui temi etici assieme al Cardinale Carlo Maria Martini”.</p>
<p>In biblico tra solidarismo e politica, nel 2006 ha deciso di tornare in Italia per essere eletto come senatore indipendente con i DS.</p>
<p>Rimarchevole assenza del <em>cursus honorum</em> politico, chissà per assenza del medesimo. Società civile che entra in politica, politica che si fonde con la società civile. Potrebbe essere l’<em>homo novus</em> di cui il PD ha tanto bisogno? Saranno la solidarietà in politica e la meritocrazia carrieristica i valori unificanti nell’era dei Bertolaso e dei Brunetta? Se la politica non è ormai più terreno di esperti politologi e le relazioni umane non sorgono più da un vincolo di cittadinanza politico-ideologica intorno a delle ideologie piuttosto che a dei valori, allora forse è meglio avere un ottimo medico preparato e solidale a far da modello al militante e alla società invece di nani ballerine e saltimbanchi.</p>
<p>Pier Luigi Bersani esibisce invece un <a href="http://www.pierluigibersani.it" target="_blank">curriculum</a> ricchissimo di informazioni biografiche minute, che chissà perché ha ritenuto essere indispensabili per comprendere il suo <em>excursus</em> politico sicché si legge: “nasce il 29 settembre del 1951 a Bettola, comune montano della valle del Nure in provincia di Piacenza. La sua è una famiglia di artigiani. Suo padre Giuseppe era meccanico e benzinaio. Dopo aver frequentato il liceo a Piacenza, Bersani si iscrive all&#8217;università di Bologna dove si laurea in Filosofia, con una tesi su San Gregorio Magno. Sposato con Daniela dal 1980, ha due figlie Elisa e Margherita. Dopo una breve esperienza da insegnante, si dedica completamente alla attività amministrativa e politica. Viene eletto consigliere regionale dell&#8217;Emilia-Romagna”. Verrebbe da chiedersi quando, in che anno e perché tanta vergogna nel dire con che partito all’epoca iniziò a farsi spazio nella politica italiana. Nel maggio del 1996 il salto: da Presidente di Provincia Ministro dell&#8217;Industria nel Governo Prodi, poi Ministro dei Trasporti. Nel frattempo anche all’interno dei vari partiti post-PCI, Bersani è riuscito a ricavarsi un posto, come membro della Segreteria nazionale e responsabile economico degli allora DS. Parlamentare europeo, poi ancora Ministro, dello Sviluppo economico questa volta. Nel 2007 si lancia con entusiasmo nel progetto del PD, di cui anche è responsabile economico.</p>
<p>Sinceramente? Confusa ero e confusa rimango. Un uomo con la faccia sobria, so che piace a molti, “per lo meno è dei DS”, “tanto una persona per bene”, “e poi come ministro non s’è comportato male” (ma perché, qualcuno sa esattamente in che consistono Decreti che portano il suo nome, rispettivamente del 1999, sulla liberalizzazione del mercato elettrico, e del 2007, sulle liberalizzazioni?). Chissà che la sobrietà della sua vita familiare, evidentemente esibita in tempi di questione morale come principale virtù, non sia davvero la chiave di volta di una riabilitazione del PD in nome di valori che sembrano andati perduti – tra la sobrietà del modello del militante comunista e la morigeratezza cristiana – e che potrebbero chissà interrompere il circolo del “tanto sono tutti uguali” che tanti danni ha fatto alla partecipazione politica italiana. E comunque dalla sua ha una carriera politica decennale, forse il più “novecentesco” dei tre candidati, portatore di una visione politica che nella prassi sembra chiaramente non accettare “balle” e compromessi all’ora del confronto con l’avversario.</p>
<p>Resta infine Dario Franceschini, attuale Segretario-traghettatore del PD che dovrebbe condurre il partito dalla <em>débâcle</em> alla rinascita. Sul sito <a href="http://www.dariofranceschini.it" target="_blank">dariofranceschini.it</a> non trovo una sua biografia, sono costretta a rivolgermi a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dario_Franceschini" target="_blank">Wikipedia</a>, nella quale leggo che è nato a Ferrara nel 1958, da padre deputato per la DC negli anni Cinquanta. Laureato in giurisprudenza all&#8217;Università degli Studi di Ferrara con una tesi in Storia delle Dottrine e delle Istituzioni politiche, ha pubblicato alcuni studi sul Partito Popolare e alcuni romanzi. Dato che il privato al solito interessa più del politico, si nota che è sposato dal 1986 e ha due figlie. La sua biografia politica è ben più dettagliata, il che ovviamente non significa che di per sé sia migliore. La sua attività inizia a livello studentesco, con un’ispirazione cattolica e centrista, iscrivendosi alla DC dopo l&#8217;elezione di Zaccagnini e diventandone delegato provinciale giovanile. Nel 1980 diventa consigliere comunale. Dalla fase di trasformazione della DC in Partito Popolare Italiano si schiera per  la via dell’alleanza tra centro e sinistra. Dopo le scissioni interne al PPI e l&#8217;adesione dello stesso all&#8217;Ulivo, rientra nel partito e, dal 1997 al 1999, ne è vicesegretario nazionale. Entra nel secondo Governo D&#8217;Alema e poi con Amato come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Tra i fondatori della Margherita, rieletto deputato alle elezioni politiche del 2006, è divenuto presidente del gruppo parlamentare dell&#8217;Ulivo alla Camera dei Deputati. Con la nascita del Partito Democratico e l&#8217;ascesa alla segreteria di Veltroni, ne è divenuto vicesegretario.</p>
<p>Sicuramente una biografia coerente, un personaggio pulito che anche come Segretario, in un momento tutt’altro che facile, sembra essere in grado di mantenere un certo carisma pacato, una tranquillità riformatrice che forse rispecchia proprio la vocazione del partito. Certo, vista la carriera, se il PD è Francheschini converrebbe chissà aggiungerci una C e sancire definitivamente quel sospetto che di un revival di democrazia cristiana si tratti, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, le sue spinte riformatrici-popolari e le sue correnti interne litigiose ed in eterno precario equilibrio, la sua sfida sostanzialmente al centro con venature di moderata socialdemocrazia.</p>
<p>Ma insomma, sarà il partito, base e congresso, a produrre una nuova forma del PD, e immagino ben consapevole che solo una definizione chiara ed efficace ne eviterà il tracollo e lo sottrarrà al rischio delle spinte centrifughe cui da sempre è esposto.</p>
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		<title>Enrico Berlinguer, 25 anni dopo</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 18:55:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangela Di Giacomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Berlinguer]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Torno a casa, advice  dopo 5 ore in biblioteca a revisionare un saggio sull&#8217;&#8221;eurocomunismo&#8221; e apro il giornale a scopo di svago. Nella cronaca di Roma leggo &#8220;Alemanno commemora Enrico Berlinguer&#8221;, sovaldi  e strabuzzo. Avrò letto male, sales  brutti scherzi della stanchezza.
Approfondisco: &#8220;&#8221;Enrico Berlinguer fu un grande leader popolare e, quando morì, non a caso, venne onorato dall&#8217;allora leader del Msi Giorgio Almirante&#8221;. Con queste parole il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha ricordato Enrico Berlinguer nel giorno del 25/o della sua morte. In particolare, Alemanno, ha sottolineato &#8220;il suo richiamo alla sobrietà, all&#8217;austerità come stile di vita contro il consumismo, un modo diverso di stare insieme e di mantenere la coesione sociale&#8221;".
Evidentemente non ho letto male, evidentemente sono io che non capisco più nulla della società in cui vivo, o che passo troppo tempo frequentando il passato da non comprendere il presente. Non voglio parlare di lotta di classe, non voglio parlare di rivoluzione. Ma qui siamo all&#8217;annichilimento del conflitto, strategia condivisa da destra e da sinistra per appiattire le coscienze e stremare le identità politiche, costrette a rifugiarsi nel giustizialismo come ultima sponda del senso delle istituzioni. E non lo dico solo per i risultati delle europee, che hanno mostrato un&#8217;Italia con uno spirito europeista mortificato da un ripiegamento protezionista, legalista e finanche xenofobo. Dov&#8217;è finito il sogno di Berlinguer di un&#8217;Europa antimonopolista, pacifista e socialista che portasse ad un progresso reale delle condizioni di vita di tutti i suoi cittadini e che interloquisse alla pari con le superpotenze? Se gli europei sembrano assolutamente disinteressati a rafforzarne le istituzioni, quando diventerà davvero una protagonista autonoma dello scenario mondiale?
Ricordiamolo Enrico, ma non perché era un uomo giusto, un uomo saggio, un uomo retto. Non sono queste doti che si presume siano richieste a chiunque voglia prendersi in carico la gestione della res publica? Non è forse paradossale che si ritengano doti eccezionali e che sia vista come prassi e ovvietà la totale assenza di tali doti nel nostro corpo politico? E&#8217; il trionfo del grillismo, del &#8220;castismo&#8221;, dell&#8217;antipolitica pastrocchiona che attacca tutto e tutti senza accorgersi che proprio tali generalizzazioni uccidono quei residui di statalità e dignità che ancora restano alla nostra repubblica&#8230; che proprio gli uomini come Berlinguer hanno fondato.
Ho sentito ieri sera Veltroni, intervistato per il programma di Minoli a lui dedicato, dire che la difesa della presunta diversità morale dei comunisti è stato ciò che li ha isolati e distrutti. Sono convinta però che non l&#8217;abbiano difesa abbastanza, che si siano lasciati andare ad un lassismo che ha tentato, invano, di concorrere con craxiani prima e berlusconiani poi per attrarre i nuovi ceti medi di yuppismo, discoteche e protagonismo. Enrico era un capo carismatico, non un leader; era un Segretario generale, non un premier. E &#8211; non lo dico per rimpianto di tempi che non ho vissuto &#8211; magari ce ne fossero ancora.
Ricordiamolo Enrico, perché era un comunista italiano. Perché credeva profondamente nella possibilità di poter cambiare il mondo, perché sapeva sognare, essere utopico ma anche radicato alla realtà del mondo in cui viveva, perché aveva un ideale e lo seguiva, perché non voleva limitarsi ad amministrare lo stato di cose ma correggerne le ingiustizie. Perché era europeista ma non atlantista, perché era solidarista ma non internazionalista, perché era comunista ma non sovietico. Ricordiamolo per la complessità del suo pensiero, per la sua lungimiranza, perché aveva capito che la classe operaia non stava scomparendo ma solo trasformandosi e che dietro il brilluccichío dei nuovi lavori si sarebbe mostrato prima o poi solo qualche altro sfruttamento. Perché aveva capito che serve la politica per difendere gli oppressi. Ricordiamolo perché sapeva difendere le proprie idee, perché conosceva la propria identità ed era in grado di declinarla nel contesto del mondo occidentale senza doverla per questo snaturare o abdicare ai suoi presupposti.
Vorrei tornare a casa un pomeriggio, dopo 5 ore passate a studiare Berlinguer e il suo pensiero, e non trovare la città invasa da manifesti delle più varie forze politiche che se ne arrogano l&#8217;eredità morale. Non era socialdemocratico, non era democristiano, non era progressista. Berlinguer era comunista. E questo non era un difetto ma un pregio. Gli eredi, noi, possiamo credere di seguirne il tracciato come meglio ci sembra opportuno per le congiunture in cui viviamo, ma nessuno può distorcere la storia per giustificare il proprio presente, nessuno può ricordare un grande uomo per legittimare le proprie piccolezze. E io vorrei che oggi Berlinguer fosse ricordato perché ha dato tutta la sua vita alla creazione della nostra Repubblica, alla costruzione di uno stato sociale e alla garanzia di tutti i nostri diritti in un&#8217;Italia e in un&#8217;Europa pluralista e democratica.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3312" title="Enrico Berlinguer" src="/wp-content/files/2009/06/enricoberlinguer-214x300.jpg" alt="Enrico Berlinguer" width="214" height="300" />Torno a casa, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">advice</a>  dopo 5 ore in biblioteca a revisionare un saggio sull&#8217;&#8221;eurocomunismo&#8221; e apro il giornale a scopo di svago. Nella cronaca di Roma leggo &#8220;Alemanno commemora Enrico Berlinguer&#8221;, <a href="http://sildenafil4sale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sovaldi</a>  e strabuzzo. Avrò letto male, <a href="http://sildenafil4sale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sales</a>  brutti scherzi della stanchezza.<br />
Approfondisco: &#8220;&#8221;Enrico Berlinguer fu un grande leader popolare e, quando morì, non a caso, venne onorato dall&#8217;allora leader del Msi Giorgio Almirante&#8221;. Con queste parole il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha ricordato Enrico Berlinguer nel giorno del 25/o della sua morte. In particolare, Alemanno, ha sottolineato &#8220;il suo richiamo alla sobrietà, all&#8217;austerità come stile di vita contro il consumismo, un modo diverso di stare insieme e di mantenere la coesione sociale&#8221;".</p>
<p>Evidentemente non ho letto male, evidentemente sono io che non capisco più nulla della società in cui vivo, o che passo troppo tempo frequentando il passato da non comprendere il presente. Non voglio parlare di lotta di classe, non voglio parlare di rivoluzione. Ma qui siamo all&#8217;annichilimento del conflitto, strategia condivisa da destra e da sinistra per appiattire le coscienze e stremare le identità politiche, costrette a rifugiarsi nel giustizialismo come ultima sponda del senso delle istituzioni. E non lo dico solo per i risultati delle europee, che hanno mostrato un&#8217;Italia con uno spirito europeista mortificato da un ripiegamento protezionista, legalista e finanche xenofobo. Dov&#8217;è finito il sogno di Berlinguer di un&#8217;Europa antimonopolista, pacifista e socialista che portasse ad un progresso reale delle condizioni di vita di tutti i suoi cittadini e che interloquisse alla pari con le superpotenze? Se gli europei sembrano assolutamente disinteressati a rafforzarne le istituzioni, quando diventerà davvero una protagonista autonoma dello scenario mondiale?</p>
<p>Ricordiamolo Enrico, ma non perché era un uomo giusto, un uomo saggio, un uomo retto. Non sono queste doti che si presume siano richieste a chiunque voglia prendersi in carico la gestione della <em>res publica</em>? Non è forse paradossale che si ritengano doti eccezionali e che sia vista come prassi e ovvietà la totale assenza di tali doti nel nostro corpo politico? E&#8217; il trionfo del grillismo, del &#8220;castismo&#8221;, dell&#8217;antipolitica pastrocchiona che attacca tutto e tutti senza accorgersi che proprio tali generalizzazioni uccidono quei residui di statalità e dignità che ancora restano alla nostra repubblica&#8230; che proprio gli uomini come Berlinguer hanno fondato.</p>
<p>Ho sentito ieri sera Veltroni, intervistato per il programma di Minoli a lui dedicato, dire che la difesa della presunta diversità morale dei comunisti è stato ciò che li ha isolati e distrutti. Sono convinta però che non l&#8217;abbiano difesa abbastanza, che si siano lasciati andare ad un lassismo che ha tentato, invano, di concorrere con craxiani prima e berlusconiani poi per attrarre i nuovi ceti medi di yuppismo, discoteche e protagonismo. Enrico era un capo carismatico, non un leader; era un Segretario generale, non un <em>premier</em>. E &#8211; non lo dico per rimpianto di tempi che non ho vissuto &#8211; magari ce ne fossero ancora.</p>
<p>Ricordiamolo Enrico, perché era un comunista italiano. Perché credeva profondamente nella possibilità di poter cambiare il mondo, perché sapeva sognare, essere utopico ma anche radicato alla realtà del mondo in cui viveva, perché aveva un ideale e lo seguiva, perché non voleva limitarsi ad amministrare lo stato di cose ma correggerne le ingiustizie. Perché era europeista ma non atlantista, perché era solidarista ma non internazionalista, perché era comunista ma non sovietico. Ricordiamolo per la complessità del suo pensiero, per la sua lungimiranza, perché aveva capito che la classe operaia non stava scomparendo ma solo trasformandosi e che dietro il brilluccichío dei nuovi lavori si sarebbe mostrato prima o poi solo qualche altro sfruttamento. Perché aveva capito che serve la politica per difendere gli oppressi. Ricordiamolo perché sapeva difendere le proprie idee, perché conosceva la propria identità ed era in grado di declinarla nel contesto del mondo occidentale senza doverla per questo snaturare o abdicare ai suoi presupposti.</p>
<p>Vorrei tornare a casa un pomeriggio, dopo 5 ore passate a studiare Berlinguer e il suo pensiero, e non trovare la città invasa da manifesti delle più varie forze politiche che se ne arrogano l&#8217;eredità morale. Non era socialdemocratico, non era democristiano, non era progressista. Berlinguer era comunista. E questo non era un difetto ma un pregio. Gli eredi, noi, possiamo credere di seguirne il tracciato come meglio ci sembra opportuno per le congiunture in cui viviamo, ma nessuno può distorcere la storia per giustificare il proprio presente, nessuno può ricordare un grande uomo per legittimare le proprie piccolezze. E io vorrei che oggi Berlinguer fosse ricordato perché ha dato tutta la sua vita alla creazione della nostra Repubblica, alla costruzione di uno stato sociale e alla garanzia di tutti i nostri diritti in un&#8217;Italia e in un&#8217;Europa pluralista e democratica.</p>
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		<title>Dall’eurocomunismo alla socialdemocrazia, il percorso ideale auspicato dal PD…</title>
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		<pubDate>Sun, 31 May 2009 17:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangela Di Giacomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[I valori dei partiti]]></category>
		<category><![CDATA[partiti]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>

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		<description><![CDATA[Ad aprile si è tenuto presso il Centro di cultura europea di Villa Vigoni un seminario internazionale dal titolo “Dall’eurocomunismo alla socialdemocrazia”, buy cialis  frutto della collaborazione tra la Friedrich Ebert Stiftung e la Fondazione Istituto Gramsci, cialis  ossia le fondazioni facenti riferimento alla SPD tedesca e al nostro PD.
L’intento della tavola rotonda era la comprensione del processo di avvicinamento dell’ex comunismo italiano e della socialdemocrazia tedesca, attraverso un dialogo in cui si fondesse la definizione del ruolo storico e di quello odierno della sinistra europea e in cui si leggesse la storia recente per suggerire gli indirizzi futuri della politica.
Mi sembra dunque che riportare alcune delle osservazioni lì proposte possa essere un tema interessante per capire la cultura politica e l’idea sottesa al progetto del Partito Democratico anche in vista delle imminenti elezioni europee. Il che non significa soffermarsi sui temi della campagna elettorale, ma andare anzi oltre le contingenze alla ricerca di quell’orizzonte del fare politica come ideologia e come fonte di identificazione culturale e di ambizione al miglioramento dell’essere umano in quanto animale sociale – tutte qualità della politica perdutesi purtroppo con la trasformazione dei partiti in meri gestori del consenso elettorale, cinici pigliatutto che non forniscono più al militante un’identità e un traguardo basato su un condiviso universo valoriale, ma si limitano alla gestione e alla riproduzione neanche del quotidiano, che già qualcosa sarebbe, ma della struttura del potere esistente.
C’è da dire che ogni partito, e i partiti comunisti erano in ciò mirabili esperti, tende alla creazione di un discorso narrativo e memoriale unitario, inserendo in un unico tragitto un passato e un presente che non necessariamente coincidono in una reale linea evolutiva. Così anche a Villa Vigoni, la tendenziale omogeneità dei partecipanti nella valutazione della convergenza dell’ultimo PCI e di alcuni partiti da esso derivati dopo l’89 con la tradizione socialdemocratica ereditata dalla SPD ha condotto forse alla narrazione di un tutto “organico” nel quale ogni accadimento sembra trovare una collocazione razionale e in cui le ragioni dell’oggi trovano legittimità nelle scelte di ieri.
La questione nodale dell’esperienza del PD è la formulazione di un serio ed organico progetto di partito socialdemocratico, e dare a tale progetto un backgroundstorico, anche nel superamento delle differenze intrinseche alle differenti anime confluite nel partito, sembra essere dunque un compito primario e ineludibile per poter anche solo immaginare un futuro per il partito stesso, tale da garantirgli una credibilità agli occhi degli elettori che esuli dall’urgenza e dalla sua percezione.
In tal senso, il rapporto desiderato e ricercato con le esperienze delle socialdemocrazie europee sembra essere cruciale, e non può non declinarsi in tre principali direzioni, soprattutto per soddisfare la sensibilità dell’ala ex-PCI interna al partito stesso: la valutazione della politica e del lascito di Berlinguer come input alla (social)democratizzazione del PCI, il ruolo di Brandt nell’apertura delle socialdemocrazie all’attenzione per il comunismo e per la sua riformabilità, il peso dei contatti con la socialdemocrazia per la definitiva scelta democratica ed europeista in direzione della quale il PCI – nella scia di Togliatti – s’era da tempo avviato. Questi sono dunque i temi nodali del progetto politico del PD, che, riuscendo o non riuscendo, vorrebbe comunque assimilarsi- accodarsi alle esperienze delle socialdemocrazie europee.
La valutazione (bifronte svalutazione e rivalutazione) di Berlinguer è dunque protagonista di tali riflessioni, in quanto il giudizio ampiamente condiviso sulle capacità carismatiche del segretario del PCI non esclude differenze di valutazione nell’analizzarne l’operato.
Silvio Pons, direttore della Fondazione Istituto Gramsci, ha proposto un’interpretazione dell’operato di Berlinguer imperniata su due punti, in linea con il suo ultimo, discutibilissimo per quanto accurato volume (Torino, 2006). In primo luogo, a suo parere l’eurocomunismo fu un’invenzione dei comunisti italiani, duplice tentativo di legittimare il proprio partito e di riformare il comunismo, non solo occidentale. Tale movimento ebbe un vasto impatto nell’opinione internazionale, positivo – quando letto come spinta reale alla modernizzazione – e negativo – in quanto causa di mutamento degli equilibri della Guerra Fredda – ma non si trasformò mai in un’alleanza politica. In secondo luogo, esso non fu un’“autostrada” verso il socialismo, ma costituì una transizione contraddittoria che, presupponendo un’autoriforma del comunismo, non ne metteva in dubbio – ed anzi ne accentuava – il quadro identitario. L’insistere su una lettura della situazione internazionale pure affine all’Ostpolitik non fu sufficiente a superare i vincoli con Mosca e la “fede” nella lealtà sovietica alla causa della distensione. Il rapporto con la socialdemocrazia avrebbe dovuto fare da sponda all’impostazione europeista, ma esso non ne costituì il principale obiettivo e si sviluppò perciò con molta lentezza, limitandosi a “simpatia” e “benevolenza”. Sebbene Segre rilevasse la necessità di una Westpolitik del PCI, il ruolo che il partito rivendicò, e su cui concordava con la SPD, fu rivolto ad una propria Ostpolitik, i cui principali interlocutori erano i comunisti europei, Tito e Kádár. Per tutti gli anni ’70 l’interesse della SPD verso l’eurocomunismo fu ispirato dal ruolo che il PCI poteva svolgere di ponte verso l’Est e da un interesse particolare di Brandt verso gli esperimenti di auto-riforma del comunismo. Negli anni ’80 i rapporti sembrarono stringersi, ma comunque in chiave culturale piuttosto che politica, attorno ad una comune visione della distensione quale sistema internazionale in crisi. Alla morte del segretario, in conclusione, la costruzione di un rapporto politico e di un’integrazione del PCI nella sinistra europea era ancora da costruire, mentre il sistema di riferimento tradizionale nel cui alveo era rimasto l’eurocomunismo si andava sgretolando, per l’ostilità di Mosca e Washington nei confronti di qualsiasi elemento di disturbo dell’assetto bipolare e per la mancanza di visione comune tra i principali partner eurocomunisti su alcuni gangli tematici quali la CEE, l’URSS e le socialdemocrazie.
Nel corso della discussione, Giuseppe Vacca, pur condividendo l’impianto dell’analisi di Pons, ha proposto un correttivo rilevante su quale si debba considerare l’effettiva debolezza della politica di Berlinguer. Essa può identificarsi con il fattore identitario non preso in sé, ma solo declinato nel senso di continuità con una lettura della crisi economica, tradizionale e catastrofista, inadeguata a comprendere gli eventi e a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3057" title="Eduard Bernstein" src="/wp-content/files/2009/05/eduard_bernstein-229x300.jpg" alt="Eduard Bernstein" width="229" height="300" />Ad aprile si è tenuto presso il Centro di cultura europea di Villa Vigoni un seminario internazionale dal titolo “Dall’eurocomunismo alla socialdemocrazia”, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">buy cialis</a>  frutto della collaborazione tra la Friedrich Ebert Stiftung e la Fondazione Istituto Gramsci, <a href="http://cialis-for-sale-safe.com/" title="cialis" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis</a>  ossia le fondazioni facenti riferimento alla SPD tedesca e al nostro PD.<br />
L’intento della tavola rotonda era la comprensione del processo di avvicinamento dell’ex comunismo italiano e della socialdemocrazia tedesca, attraverso un dialogo in cui si fondesse la definizione del ruolo storico e di quello odierno della sinistra europea e in cui si leggesse la storia recente per suggerire gli indirizzi futuri della politica.<br />
Mi sembra dunque che riportare alcune delle osservazioni lì proposte possa essere un tema interessante per capire la cultura politica e l’idea sottesa al progetto del Partito Democratico anche in vista delle imminenti elezioni europee. Il che non significa soffermarsi sui temi della campagna elettorale, ma andare anzi oltre le contingenze alla ricerca di quell’orizzonte del fare politica come ideologia e come fonte di identificazione culturale e di ambizione al miglioramento dell’essere umano in quanto animale sociale – tutte qualità della politica perdutesi purtroppo con la trasformazione dei partiti in meri gestori del consenso elettorale, cinici pigliatutto che non forniscono più al militante un’identità e un traguardo basato su un condiviso universo valoriale, ma si limitano alla gestione e alla riproduzione neanche del quotidiano, che già qualcosa sarebbe, ma della struttura del potere esistente.<br />
C’è da dire che ogni partito, e i partiti comunisti erano in ciò mirabili esperti, tende alla creazione di un discorso narrativo e memoriale unitario, inserendo in un unico tragitto un passato e un presente che non necessariamente coincidono in una reale linea evolutiva. Così anche a Villa Vigoni, la tendenziale omogeneità dei partecipanti nella valutazione della convergenza dell’ultimo PCI e di alcuni partiti da esso derivati dopo l’89 con la tradizione socialdemocratica ereditata dalla SPD ha condotto forse alla narrazione di un tutto “organico” nel quale ogni accadimento sembra trovare una collocazione razionale e in cui le ragioni dell’oggi trovano legittimità nelle scelte di ieri.</p>
<p>La questione nodale dell’esperienza del PD è la formulazione di un serio ed organico progetto di partito socialdemocratico, e dare a tale progetto un <em>background</em>storico, anche nel superamento delle differenze intrinseche alle differenti anime confluite nel partito, sembra essere dunque un compito primario e ineludibile per poter anche solo immaginare un futuro per il partito stesso, tale da garantirgli una credibilità agli occhi degli elettori che esuli dall’urgenza e dalla sua percezione.</p>
<p>In tal senso, il rapporto desiderato e ricercato con le esperienze delle socialdemocrazie europee sembra essere cruciale, e non può non declinarsi in tre principali direzioni, soprattutto per soddisfare la sensibilità dell’ala ex-PCI interna al partito stesso: la valutazione della politica e del lascito di Berlinguer come <em>input</em> alla (social)democratizzazione del PCI, il ruolo di Brandt nell’apertura delle socialdemocrazie all’attenzione per il comunismo e per la sua riformabilità, il peso dei contatti con la socialdemocrazia per la definitiva scelta democratica ed europeista in direzione della quale il PCI – nella scia di Togliatti – s’era da tempo avviato. Questi sono dunque i temi nodali del progetto politico del PD, che, riuscendo o non riuscendo, vorrebbe comunque assimilarsi- accodarsi alle esperienze delle socialdemocrazie europee.</p>
<p>La valutazione (bifronte svalutazione e rivalutazione) di Berlinguer è dunque protagonista di tali riflessioni, in quanto il giudizio ampiamente condiviso sulle capacità carismatiche del segretario del PCI non esclude differenze di valutazione nell’analizzarne l’operato.<br />
Silvio Pons, direttore della Fondazione Istituto Gramsci, ha proposto un’interpretazione dell’operato di Berlinguer imperniata su due punti, in linea con il suo ultimo, discutibilissimo per quanto accurato volume (Torino, 2006). In primo luogo, a suo parere l’eurocomunismo fu un’invenzione dei comunisti italiani, duplice tentativo di legittimare il proprio partito e di riformare il comunismo, non solo occidentale. Tale movimento ebbe un vasto impatto nell’opinione internazionale, positivo – quando letto come spinta reale alla modernizzazione – e negativo – in quanto causa di mutamento degli equilibri della Guerra Fredda – ma non si trasformò mai in un’alleanza politica. In secondo luogo, esso non fu un’“autostrada” verso il socialismo, ma costituì una transizione contraddittoria che, presupponendo un’autoriforma del comunismo, non ne metteva in dubbio – ed anzi ne accentuava – il quadro identitario. L’insistere su una lettura della situazione internazionale pure affine all’Ostpolitik non fu sufficiente a superare i vincoli con Mosca e la “fede” nella lealtà sovietica alla causa della distensione. Il rapporto con la socialdemocrazia avrebbe dovuto fare da sponda all’impostazione europeista, ma esso non ne costituì il principale obiettivo e si sviluppò perciò con molta lentezza, limitandosi a “simpatia” e “benevolenza”. Sebbene Segre rilevasse la necessità di una <em>Westpolitik</em> del PCI, il ruolo che il partito rivendicò, e su cui concordava con la SPD, fu rivolto ad una propria <em>Ostpolitik</em>, i cui principali interlocutori erano i comunisti europei, Tito e Kádár. Per tutti gli anni ’70 l’interesse della SPD verso l’eurocomunismo fu ispirato dal ruolo che il PCI poteva svolgere di ponte verso l’Est e da un interesse particolare di Brandt verso gli esperimenti di auto-riforma del comunismo. Negli anni ’80 i rapporti sembrarono stringersi, ma comunque in chiave culturale piuttosto che politica, attorno ad una comune visione della distensione quale sistema internazionale in crisi. Alla morte del segretario, in conclusione, la costruzione di un rapporto politico e di un’integrazione del PCI nella sinistra europea era ancora da costruire, mentre il sistema di riferimento tradizionale nel cui alveo era rimasto l’eurocomunismo si andava sgretolando, per l’ostilità di Mosca e Washington nei confronti di qualsiasi elemento di disturbo dell’assetto bipolare e per la mancanza di visione comune tra i principali partner eurocomunisti su alcuni gangli tematici quali la CEE, l’URSS e le socialdemocrazie.<br />
Nel corso della discussione, Giuseppe Vacca, pur condividendo l’impianto dell’analisi di Pons, ha proposto un correttivo rilevante su quale si debba considerare l’effettiva debolezza della politica di Berlinguer. Essa può identificarsi con il fattore identitario non preso in sé, ma solo declinato nel senso di continuità con una lettura della crisi economica, tradizionale e catastrofista, inadeguata a comprendere gli eventi e a superare i termini meramente nazionali delle risposte ad essa. In tal senso l’identità-continuità costituì un vincolo per il PCI, facendo sì che esso non avesse davvero una “proposta” per superare l’emergenza. Personalmente, ritengo che bollare il fattore identitario come frutto dell’incapacità realista di Berlinguer e ritenerlo implicito campione della socialdemocratizzazione del PCI possa essere un assunto ancora da discutere, nel PD invece troppo facilmente eletto a categoria fondante. Che cosa ci dice che non fosse infatti proprio quell’“orgoglio comunista” un punto visionario ma a lungo periodo potenzialmente interessante, al momento di rispondere alla crisi, reale, pretesa o voluta delle ideologie?<br />
Sottovalutare l’eurocomunismo e la sua carica innovativa, inoltre, non mi sembra un capitolo ancora chiuso, ma anzi un ambito tutto da studiare. L’importanza del comunismo riformista sembra esser stata più colta dalla socialdemocrazia, o almeno per una parte influente di essa, che dal PD, e l’accordo sul suo giudizio si limita al suo riconoscimento come parte di quella volontà di riformare i sistemi comunisti che ebbe il suo apice proprio con l’Ostpolitik, non a caso considerata sovversiva dagli Stati Uniti e reazionaria o aggressiva dall’URSS e dai suoi satelliti.<br />
Bernd Faulenbach, presidente della commissione storica della SPD, ha messo in risalto che la questione non era la stabilizzazione o destabilizzazione di tali sistemi, quanto piuttosto la consapevolezza della necessità di riforme in entrambi i blocchi per tendere al socialismo democratico. L’eurocomunismo rientrava così nel quadro di un interesse vivo ma tentennante rispetto a tutto ciò che fosse indice di riformabilità, così come il variegato mondo della dissidenza nei paesi del socialismo realizzato, ma non significò mai superamento dello scetticismo generale con il quale i socialdemocratici continuavano a guardare ai comunisti.<br />
Intorno al tema del dissenso e dell’attenzione di SPD e PCI a tali manifestazioni si è tornati più volte durante la discussione, a partire dall’osservazione di Faulenbach secondo cui i comunisti italiani furono più “rilassati” nell’affrontare tale problema. La questione implica anche il parallelo tema della percezione dell’Urss e dei sistemi di “socialismo reale”.<br />
Taviani, dell’Università di Catania, ha fatto notare che nel PCI, almeno fino alla seconda Solidarnosc, convivevano due spinte opposte: era attento alle tematiche del dissenso, ma rifiutava di fatto qualsiasi “legittimazione” delle sue organizzazioni; esprimeva un negazione netta delle società del comunismo, ma le descriveva nella propria pubblicistica secondo schemi di valorizzazione tradizionali.<br />
Analogamente Vacca ha fatto notare che i militanti del PCI ritenevano diffusamente che la DDR fosse lo Stato dell’est più capace di modernizzazione industriale, dunque più “auto-riformante”. Berlinguer aveva coniato la definizione “sistemi socialisti con una sovrastruttura illiberale” per definire il comunismo di matrice sovietica, come supporto alle caratteristiche stesse dell’eurocomunismo. In tale linea non era possibile riconoscere apertamente il dissenso. L’auto-censura dei comunisti nell’andare più a fondo non nella critica del sistema ma nella conoscenza del pensiero dei dissidenti, che poi trovò espressione anche nella politica di Gorbacëv, fu dunque la ragione delle difficoltà del PCI nell’affrontare la sfida lanciatagli da Craxi su questo terreno. Michael Braun, direttore dell’Ufficio romano della Ebert, ha fatto notare come già allora si osservasse nel discorso del PCI e dei suoi militanti una certa doppiezza: si era a conoscenza che nella DDR non andava tutto così bene come lo si descriveva, ma si rimaneva legati al “fattore antifascismo”, per cui la DDR veniva mitizzata, resa oggetto di ammirazione, viaggi e scambi culturali in quanto “Germania antifascista”.</p>
<p>Il compito di tracciare il percorso che condusse il PCI da questo “stallo” degli anni ’70 ad una ridefinizione della propria identità e della propria collocazione internazionale, traghettando il discorso dal piano storico al piano politico, è stato affidato a Piero Fassino ed a Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci.<br />
La relazione di Vacca ha fornito una descrizione rapida degli eventi, ma al tempo stesso analiticamente densa e fitta di riferimenti. La sua premessa è che si danno in Italia alcune necessità storiche: costruire una formazione politica che fondi le principali tradizioni del riformismo italiano, “incapsulate” ciascuna in partiti non caratterizzati per tale connotato; realizzare una compiuta democrazia dell’alternanza congruente al sistema maggioritario e basata sul riconoscimento della legittimità degli avversari a governare; riconoscere l’inevitabile influenza del Vaticano e del cattolicesimo in Italia, dunque l’impossibilità di dar vita ad un partito “anticlericale”; creare una nuova cultura politica – nel senso di egemonia culturale – che chiarisca la necessità di un partito progressivo a vocazione maggioritaria in uno Stato in cui è sempre in gioco la questione della nazione. Per far ciò appare inevitabile elaborare tra tali culture riformiste confluite nel PD una visione comune della storia dell’Italia repubblicana, dell’europeismo, della questione cattolica, dell’insediamento sociale, della collocazione nelle famiglie politiche europee, del partito come struttura di iscritti ed elettori. La questione centrale, che si pone al PD è, dunque, come si legge nel <em>paper</em> da lui distribuito, “promuovere la ricostruzione di una democrazia dei partiti”, a fronte di una situazione “caratterizzata da una democrazia oligarchica, nella quale i partiti non sono uno strumento efficace di partecipazione democratica”. Il PD deve inoltre “decidere cosa può sostituire l’economia mista, ormai smantellata, per favorire anche in Italia il rafforzamento della regolazione politica dello sviluppo e le istituzioni dell’economia sociale di mercato”.<br />
La “questione socialdemocratica”, intesa come difficoltà a giungere ad una struttura politica analoga a quella diffusa in buona parte dell’Europa, è stata affrontata da Paolo Borioni, dell’Istituto Gramsci. Egli ha interpretato la difficoltà di dar vita ad una socialdemocrazia come la conseguenza della separazione delle sue peculiarità – radicamento e movimento – in due partiti diversi e finanche ostili. I “mali” della cultura progressista sono stati dunque un’ossessione sovrastrutturale continua, che, da Nenni a Craxi, induceva a tentare di supplire al mancato radicamento con i discorsi e le manovre della politica, e una valutazione troppo superficiale del riformismo realizzato in passato cosicché, da Lombardi in poi, si è cercato continuamente un “nuovismo” che, anziché approfondire e radicare le riforme del 1957-’76, tagliasse i ponti con esse, nella scelta di un “riformismo radicale” anziché di una “socialdemocrazia modernizzata”. Il compito del PD è dunque anzitutto proporre un altro futuro di sicurezze sociali, di un nuovo welfare, superando i residui dell’essere un paese <em>new comer</em> (quali l’economia sommersa e il sottosviluppo) e dare all’Italia un pieno <em>status</em> di paese sviluppato, nella struttura politica, economica e sociale.<br />
In analoga direzione si era rivolto anche il breve intervento di apertura dei lavori di Roberto Gualtieri, direttore della Fondazione Gramsci e membro della Direzione del PD. Egli ha collocato nelle vicende degli anni ’70, ossia nell’incapacità del sistema politico della Prima Repubblica di  avviarsi verso una moderna democrazia dell’alternanza, le ragioni della crisi che ha investito l’intero sistema dei partiti italiano, provocandone il crollo. Per valutare l’“originalità” del progetto del PD occorre dunque ricollegarsi alle specificità della storia precedente, poiché si tratta del primo tentativo di riunire in un unico partito le tradizioni del riformismo italiano, storicamente divise in compagini politiche eterogenee.</p>
<p>SPD e PD, dunque, si trovano a dover ragionare sul proprio passato per dare nuova linfa a culture politiche quasi “esaurite”, che li hanno portati, indeboliti e sulla difensiva, a non essere capaci di approfittare della fine della stagione lunga dell’egemonia culturale e politica neoconservatrice. L’ambizione di fondare o rifondare la socialdemocrazia, dunque, deve ruotare intorno alla capacità di avanzare risposte sociali ed europee alla crisi, poiché proprio l’assenza del radicamento sociale e la ri-nazionalizzazione come risposta alle sfide internazionali sono state le cause della sconfitta della sinistra negli ultimi venti anni. Klaus-Jürgen Scherer, direttore del Forum Culturale della SPD, ha messo in evidenza come per la socialdemocrazia tedesca il ritorno al passato debba servire a ritrovare il suo nucleo centrale di tipo sociale, laddove per sociale si intenda non già il nesso investimenti-produzione-occupazione ma creazione di una “buona” occupazione, re-distribuzione dei redditi, accesso all’istruzione, solidarietà sociale, politica della civilizzazione in senso di democrazia mondiale e sostenibilità dello sviluppo.<br />
Tutte scelte politicamente forti, che il PD anela a condividere e che tuttavia non sempre sembra essere in grado, o che raramente sembra avere la volontà, di sobbarcarsi e gestire. Nella scissione tra idea, aspirazione chissà non molto chiara neanche ai suoi sostenitori, e sua realizzazione vi è la prima nota dolente, a mio parere, del progetto di una via italiana alla socialdemocrazia.</p>
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		<title>Cabina-elettorale</title>
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		<pubDate>Sun, 31 May 2009 12:25:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangela Di Giacomo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[I valori dei partiti]]></category>
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		<description><![CDATA[In vista delle elezioni per i rappresentanti italiani al Parlamento Europeo del 6 e 7 Giugno 2009 l&#8217;Associazione di Promozione Sociale “Politica è Partecipazione”, physician  il Dipartimento di Studi Politici dell&#8217;Università Sapienza di Roma e l&#8217;Institut für neue Kulturtechnologien di Vienna hanno elaborato un rapido ma accurato test on-line delle preferenze politiche.
Molti elettori, prescription  infatti, hanno già un’opinione consolidata sui vari argomenti politici, ma spesso non sanno quali posizioni assumono in merito i vari partiti, e in quale misura gli intenti delle forze politiche in campo coincidono con le proprie aspirazioni personali.
Cabina-elettorale.it presenta quindi una serie di quesiti sulle tematiche europee più rilevanti, confrontando le risposte fornite dagli utenti con le posizioni ufficiali dei vari partiti in lizza. In questo modo, ciascun utente può vedere con maggiore chiarezza a quale forza politica si avvicinano di più le proprie opinioni.
L’utente alla fine del test si vede dunque fornito un “suggerimento di voto” o, per meglio dire, una serie di percentuali di similitudine con i principali partiti in lizza, con al primo posto ovviamente il partito a lui programmaticamente più vicino. Lo scopo primario di tale è quello di promuovere la partecipazione politica attiva e consapevole a livello europeo, tentando di contrastare, con un metodo divertente ed un linguaggio di facile comprensione e in meno di 10 minuti, le deviazioni personalistiche e legate al culto dell’immagine che sembrano attanagliare la nostra politica, tornando invece a focalizzare l’attenzione sui contenuti della competizione elettorale.
vuole contribuire al dibattito sull&#8217;importanza delle elezioni in una società democratica.
Progetto apprezzabile e interessante, a me ha dato anche un suggerimento chissà utile per chiarirmi le idee in un momento di personale crisi di certezze, ed è anche una fonte per lo meno seria nel mare magnum di informazioni devianti di cui tutti siamo inevitabilmente oggetto…tuttavia non è un po’ triste che l’attenzione al quid politicum sia ormai così blanda da aver bisogno di un “tutore” per la formazione di preferenze?
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3045" title="voto" src="/wp-content/files/2009/05/vote1-300x187.jpg" alt="voto" width="300" height="187" />In vista delle elezioni per i rappresentanti italiani al Parlamento Europeo del 6 e 7 Giugno 2009 l&#8217;Associazione di Promozione Sociale “Politica è Partecipazione”, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">physician</a>  il Dipartimento di Studi Politici dell&#8217;Università Sapienza di Roma e l&#8217;Institut für neue Kulturtechnologien di Vienna hanno elaborato un rapido ma accurato test on-line delle preferenze politiche.<br />
Molti elettori, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">prescription</a>  infatti, hanno già un’opinione consolidata sui vari argomenti politici, ma spesso non sanno quali posizioni assumono in merito i vari partiti, e in quale misura gli intenti delle forze politiche in campo coincidono con le proprie aspirazioni personali.</p>
<p><a href="http://cabina-elettorale.it/" target="_blank">Cabina-elettorale.it</a> presenta quindi una serie di quesiti sulle tematiche europee più rilevanti, confrontando le risposte fornite dagli utenti con le posizioni ufficiali dei vari partiti in lizza. In questo modo, ciascun utente può vedere con maggiore chiarezza a quale forza politica si avvicinano di più le proprie opinioni.</p>
<p>L’utente alla fine del test si vede dunque fornito un “suggerimento di voto” o, per meglio dire, una serie di percentuali di similitudine con i principali partiti in lizza, con al primo posto ovviamente il partito a lui programmaticamente più vicino. Lo scopo primario di tale è quello di promuovere la partecipazione politica attiva e consapevole a livello europeo, tentando di contrastare, con un metodo divertente ed un linguaggio di facile comprensione e in meno di 10 minuti, le deviazioni personalistiche e legate al culto dell’immagine che sembrano attanagliare la nostra politica, tornando invece a focalizzare l’attenzione sui contenuti della competizione elettorale.<br />
vuole contribuire al dibattito sull&#8217;importanza delle elezioni in una società democratica.</p>
<p>Progetto apprezzabile e interessante, a me ha dato anche un suggerimento chissà utile per chiarirmi le idee in un momento di personale crisi di certezze, ed è anche una fonte per lo meno seria nel <em>mare magnum</em> di informazioni devianti di cui tutti siamo inevitabilmente oggetto…tuttavia non è un po’ triste che l’attenzione al <em>quid politicum</em> sia ormai così blanda da aver bisogno di un “tutore” per la formazione di preferenze?</p>
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