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	<title>The Tamarind &#187; Anna Gallo Selva</title>
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		<title>Euridice vs Antigone: rileggere la classicità</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 14:14:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>
		<category><![CDATA[Valeria Parrella]]></category>

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		<description><![CDATA[Non un inedito scontro fra mito e tragedia, hospital  ma un confronto fra due classici riletti con sapiente arguzia da due noti autori della letteratura contemporanea: Claudio Magris e Valeria Parrella.
Il primo approda al Teatro Gobetti di Torino con “Lei dunque capirà”, cialis sale  una commovente ed appassionante trasposizione del celebre mito greco all’interno di una casa di cura, seek  metafora dell’Ade, affidata all’impeccabile regia di Antonio Calenda ed alla straordinaria interpretazione di Daniela Giovanetti.
Un’occasione per riflettere sui temi universali dell’amore e della morte in modo profondo ed impietoso, mai retorico, con quegli slanci di altissima poesia a cui sono avvezzi gli affezionati lettori di Magris, sottolineati da un impianto scenico pulito, asciutto ed evocativo.
Segue, a breve distanza temporale e spaziale, sul palco del Teatro Astra, sempre a Torino, l’intensa Antigone della giovane autrice napoletana, di cui avevamo già avuto modo di apprezzare “Lo spazio bianco” nella versione cinematografica della Comencini, con un’immensa Margherita Buy.
L’Antigone diretta da Luca De Fusco, impreziosita da splendidi costumi e da un magistrale disegno luci, si apre (e si chiude) con una scena di forte impatto visivo e tocca temi di scottante attualità e drammaticità come l’accanimento terapeutico, la carcerazione, il suicidio, forse con qualche eccesso multimediale, che comunque non sminuisce la bellezza e la potenza di quest’opera complessa ed armonica.
Entrambi i lavori escono da questo confronto forti di un’altissima dignità, riconfermando che le opere classiche non si attualizzano: esse sono già attuali.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6711" title="Antigone - foto Francesco Squeglia" src="/wp-content/files/2013/05/antigone-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" />Non un inedito scontro fra mito e tragedia, <a href="http://hepatitis-genericsovaldion.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">hospital</a>  ma un confronto fra due classici riletti con sapiente arguzia da due noti autori della letteratura contemporanea: Claudio Magris e Valeria Parrella.</p>
<p>Il primo approda al Teatro Gobetti di Torino con “Lei dunque capirà”, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis sale</a>  una commovente ed appassionante trasposizione del celebre mito greco all’interno di una casa di cura, <a href="http://viagragenericedpills.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">seek</a>  metafora dell’Ade, affidata all’impeccabile regia di Antonio Calenda ed alla straordinaria interpretazione di Daniela Giovanetti.</p>
<p>Un’occasione per riflettere sui temi universali dell’amore e della morte in modo profondo ed impietoso, mai retorico, con quegli slanci di altissima poesia a cui sono avvezzi gli affezionati lettori di Magris, sottolineati da un impianto scenico pulito, asciutto ed evocativo.</p>
<p>Segue, a breve distanza temporale e spaziale, sul palco del Teatro Astra, sempre a Torino, l’intensa Antigone della giovane autrice napoletana, di cui avevamo già avuto modo di apprezzare “Lo spazio bianco” nella versione cinematografica della Comencini, con un’immensa Margherita Buy.</p>
<p>L’Antigone diretta da Luca De Fusco, impreziosita da splendidi costumi e da un magistrale disegno luci, si apre (e si chiude) con una scena di forte impatto visivo e tocca temi di scottante attualità e drammaticità come l’accanimento terapeutico, la carcerazione, il suicidio, forse con qualche eccesso multimediale, che comunque non sminuisce la bellezza e la potenza di quest’opera complessa ed armonica.</p>
<p>Entrambi i lavori escono da questo confronto forti di un’altissima dignità, riconfermando che le opere classiche non si attualizzano: esse sono già attuali.</p>
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		<title>“Delirio a due” debutta a Torino</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2013/04/25/delirio-a-due/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2013/04/25/delirio-a-due/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2013 00:33:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Eugène Ionesco]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Astra]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>

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		<description><![CDATA[Le Belle Bandiere tornano sulla scena torinese con “Delirio a due” di Ionesco, cheap  presentato in prima nazionale al Teatro Astra con la definizione di anticommedia, perfetta per questa pièce più amara di una tragedia e più esilarante di un film comico.
Ottima la scelta di allestirlo nella nuova Sala Prove del teatro, creando così un continuum non solo ideale ma anche fisico fra attori e pubblico, risucchiando quest’ultimo nel vortice crescente di nonsense che sprigiona impetuoso dalla scena.
Impeccabili, come sempre, Elena Bucci e Marco Sgrosso, con la loro energia, la loro inventiva, il loro saper rileggere tra le righe dei classici per restituirceli più vivi che mai.
Chi di noi potrebbe negare di essersi rivisto, almeno per un istante, nei caustici litigi di questa coppia parossistica, tanto caricaturale quanto paradigmatica delle nevrasteniche relazioni contemporanee?
Il microcosmo prende il sopravvento sul macrocosmo, rispecchiando in maniera più che attuale il nostro imperante nichilismo autoreferenziale, che trascende il senso di responsabilità collettivo verso i malanni della società per ripiegarsi su un ego eccessivo, disarmonico ed immaturo, che non vede (o rifiuta di vedere) ciò da cui è circondato per crogiolarsi nella vacuità di un dolore artefatto.
C’è tutta la cifra stilistica di Ionesco in questa sua opera minore e c’è, in questo spettacolo, la poetica che ha reso celebri e ci fa amare Le Belle Bandiere.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6684" title="Delirio a due - foto di Patrizia Piccino" src="/wp-content/files/2013/04/Delirioadue-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />Le Belle Bandiere tornano sulla scena torinese con “Delirio a due” di Ionesco, <a href="http://buy-levitraonline.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cheap</a>  presentato in prima nazionale al Teatro Astra con la definizione di <em>anticommedia</em>, perfetta per questa pièce più amara di una tragedia e più esilarante di un film comico.</p>
<p>Ottima la scelta di allestirlo nella nuova Sala Prove del teatro, creando così un continuum non solo ideale ma anche fisico fra attori e pubblico, risucchiando quest’ultimo nel vortice crescente di nonsense che sprigiona impetuoso dalla scena.</p>
<p>Impeccabili, come sempre, Elena Bucci e Marco Sgrosso, con la loro energia, la loro inventiva, il loro saper rileggere tra le righe dei classici per restituirceli più vivi che mai.</p>
<p>Chi di noi potrebbe negare di essersi rivisto, almeno per un istante, nei caustici litigi di questa coppia parossistica, tanto caricaturale quanto paradigmatica delle nevrasteniche relazioni contemporanee?</p>
<p>Il microcosmo prende il sopravvento sul macrocosmo, rispecchiando in maniera più che attuale il nostro imperante nichilismo autoreferenziale, che trascende il senso di responsabilità collettivo verso i malanni della società per ripiegarsi su un ego eccessivo, disarmonico ed immaturo, che non vede (o rifiuta di vedere) ciò da cui è circondato per crogiolarsi nella vacuità di un dolore artefatto.</p>
<p>C’è tutta la cifra stilistica di Ionesco in questa sua opera minore e c’è, in questo spettacolo, la poetica che ha reso celebri e ci fa amare Le Belle Bandiere.</p>
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		<title>Viva la vida! Frida Kahlo torna a Torino</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2013/03/26/viva-la-vida-frida-kahlo-torna-a-torino/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2013 21:04:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Assemblea Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Frida Kahlo]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
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		<description><![CDATA[È una Frida toccante, levitra  commovente, advice  dolente e fiera quella che Assemblea Teatro porta ancora una volta in scena a Torino dopo il recente tour sudamericano.
Un titolo che suona ironicamente agghiacciante per questa Frida che gioca con la sua Pelona, see  con la sua Morte, dal primo all’ultimo istante: le parla, la interroga, la maledice, la invoca…
E lei, la Pelona, sta al gioco, le dà corda, abbastanza da farle vivere la storia d’amore appassionata e controversa con Diego Rivera, il suo Panzon, abbastanza da farle soffrire le pene atroci della sua condizione e delle maternità interrotte, abbastanza da impregnare la tela del suo tormento e della sua passione per lasciarci in eredità la sua anima fattasi forma e colore.
Il testo di Pino Cacucci, che sgorga generoso dalle viscere di un’eccezionale Annapaola Bardeloni, arriva dritto e pulsante al cuore dello spettatore, si imprime nella carne e nella mente, non lascia tregua.
Viva la vida! ci rammenta, con impietosa evidenza, che l’arte non è mai pura estetica, semmai la ricerca di un’estetica del dolore, attraversata da quel gusto di vivere che si nutre di tormenti e passioni forti e che conduce, mai docilmente, alla fine di un’esistenza ed alla sua imperitura prosecuzione nell’opera che, sola, la può raccontare.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6670" title="Viva la vida!" src="/wp-content/files/2013/03/Viva-la-vida-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />È una Frida toccante, <a href="http://buy-levitraonline.com/" title="levitra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">levitra</a>  commovente, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">advice</a>  dolente e fiera quella che <a href="http://www.assembleateatro.com/" target="_blank"><strong>Assemblea Teatro</strong></a> porta ancora una volta in scena a Torino dopo il recente tour sudamericano.</p>
<p>Un titolo che suona ironicamente agghiacciante per questa Frida che gioca con la sua <em>Pelona</em>, <a href="http://tadalafilforsale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">see</a>  con la sua Morte, dal primo all’ultimo istante: le parla, la interroga, la maledice, la invoca…</p>
<p>E lei, la Pelona, sta al gioco, le dà corda, abbastanza da farle vivere la storia d’amore appassionata e controversa con Diego Rivera, il suo <em>Panzon</em>, abbastanza da farle soffrire le pene atroci della sua condizione e delle maternità interrotte, abbastanza da impregnare la tela del suo tormento e della sua passione per lasciarci in eredità la sua anima fattasi forma e colore.</p>
<p>Il testo di <strong>Pino Cacucci</strong>, che sgorga generoso dalle viscere di un’eccezionale <strong>Annapaola Bardeloni</strong>, arriva dritto e pulsante al cuore dello spettatore, si imprime nella carne e nella mente, non lascia tregua.</p>
<p><em>Viva la vida!</em> ci rammenta, con impietosa evidenza, che l’arte non è mai pura estetica, semmai la ricerca di un’estetica del dolore, attraversata da quel gusto di vivere che si nutre di tormenti e passioni forti e che conduce, mai docilmente, alla fine di un’esistenza ed alla sua imperitura prosecuzione nell’opera che, sola, la può raccontare.</p>
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		<title>Mater &amp; Bellum: la scommessa della vita, l’accettazione della morte</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2013/03/07/materbellum/</link>
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		<pubDate>Thu, 07 Mar 2013 10:16:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Associazione Baretti]]></category>
		<category><![CDATA[Cineteatro Baretti]]></category>
		<category><![CDATA[Rossy de Palma]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci vuole del coraggio per accostare due temi apparentemente distanti anni luce fra loro, sick  come la maternità e la morte, mind  riuscendo a costruire un testo poetico, malady  potente ed implacabilmente sincero.
Ci prova, e senz’alcun dubbio coglie nel segno, Rossy de Palma, celeberrima musa almodovariana, ospite straordinaria del cuore pulsante della Torino interculturale, il CineTeatro Baretti di S. Salvario, grazie alla felice intuizione del suo direttore artistico Davide Livermore, qui anche in veste di regista.
Nell’edizione torinese intervengono, ad esaltare la forza intrinseca delle parole scritte ed interpretate dall’istrionica artista spagnola, le splendide scene create da Massimo Arbarello con il suo gruppo AlTREtracce, da anni attivo nella ricerca di un teatro d’ombre non convenzionale (si ricordino, fra le altre, le collaborazioni con Antonio Latella), qui coadiuvato da Controluce Teatro d’Ombre.
La scelta di non utilizzare sopratitoli (previa consegna all’ingresso in forma cartacea a ciascuno spettatore della traduzione integrale) fa forse perdere qualcosa del profondo percorso introspettivo che permea l’intero testo, ma restituisce in cambio il vigore e l’emozione della lingua madre della De Palma, che la fa sgorgare viva e calda direttamente dalla propria carne.
Perché è di carne che si parla, di carne che nasce e che muore, di cuori che pulsano e poi smettono di battere, di scelte non facili e, soprattutto, non sempre scelte.
La vita cantata da un femminile spigoloso che si sorprende materno nell’attesa e nel dolore, la morte rappresentata dalla diafana apparizione di un maschile apparentemente inerme ed insolitamente pietoso, che sbuca da un taglio verticale di chiara allusione.
Ma nulla è mai solo quel che sembra ed anche il pubblico viene ad un certo punto “catturato” (letteralmente!) all’interno della scena, immerso in una placenta che accoglie e protegge, ma potrebbe anche soffocare… Geniale trovata per poter liberamente spostare sulla scena elementi che richiedono, per suscitare l’emozione attesa nel pubblico, ottima manualità e minuziosa precisione.
Il tutto dura meno di un’ora, per cui usciamo dalla sala nutriti ma non satolli, grati a queste piccole realtà troppo poco conosciute, che continuano a proporre cultura “vera” in tempi così difficili.
Cogliamo l’occasione per comunicare ai nostri lettori che il CineTeatro Baretti ha avviato l’iniziativa “Aiutaci a tenere le luci accese”, un processo collaborativo di crowdfunding che si rivolge alla liberalità dei cittadini per non soccombere sotto il peso dei tagli istituzionali.
Per saperne di più, è possibile visitare la pagina dedicata sul sito www.cineteatrobaretti.it
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6650" title="m&amp;b" src="/wp-content/files/2013/03/mb-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" />Ci vuole del coraggio per accostare due temi apparentemente distanti anni luce fra loro, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sick</a>  come la maternità e la morte, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">mind</a>  riuscendo a costruire un testo poetico, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">malady</a>  potente ed implacabilmente sincero.</p>
<p>Ci prova, e senz’alcun dubbio coglie nel segno, Rossy de Palma, celeberrima musa almodovariana, ospite straordinaria del cuore pulsante della Torino interculturale, il CineTeatro Baretti di S. Salvario, grazie alla felice intuizione del suo direttore artistico Davide Livermore, qui anche in veste di regista.</p>
<p>Nell’edizione torinese intervengono, ad esaltare la forza intrinseca delle parole scritte ed interpretate dall’istrionica artista spagnola, le splendide scene create da Massimo Arbarello con il suo gruppo AlTREtracce, da anni attivo nella ricerca di un teatro d’ombre non convenzionale (si ricordino, fra le altre, le collaborazioni con Antonio Latella), qui coadiuvato da Controluce Teatro d’Ombre.</p>
<p>La scelta di non utilizzare sopratitoli (previa consegna all’ingresso in forma cartacea a ciascuno spettatore della traduzione integrale) fa forse perdere qualcosa del profondo percorso introspettivo che permea l’intero testo, ma restituisce in cambio il vigore e l’emozione della lingua madre della De Palma, che la fa sgorgare viva e calda direttamente dalla propria carne.</p>
<p>Perché è di carne che si parla, di carne che nasce e che muore, di cuori che pulsano e poi smettono di battere, di scelte non facili e, soprattutto, non sempre scelte.</p>
<p>La vita cantata da un femminile spigoloso che si sorprende materno nell’attesa e nel dolore, la morte rappresentata dalla diafana apparizione di un maschile apparentemente inerme ed insolitamente pietoso, che sbuca da un taglio verticale di chiara allusione.</p>
<p>Ma nulla è mai solo quel che sembra ed anche il pubblico viene ad un certo punto “catturato” (letteralmente!) all’interno della scena, immerso in una placenta che accoglie e protegge, ma potrebbe anche soffocare… Geniale trovata per poter liberamente spostare sulla scena elementi che richiedono, per suscitare l’emozione attesa nel pubblico, ottima manualità e minuziosa precisione.</p>
<p>Il tutto dura meno di un’ora, per cui usciamo dalla sala nutriti ma non satolli, grati a queste piccole realtà troppo poco conosciute, che continuano a proporre cultura “vera” in tempi così difficili.</p>
<p>Cogliamo l’occasione per comunicare ai nostri lettori che il CineTeatro Baretti ha avviato l’iniziativa “Aiutaci a tenere le luci accese”, un processo collaborativo di crowdfunding che si rivolge alla liberalità dei cittadini per non soccombere sotto il peso dei tagli istituzionali.</p>
<p>Per saperne di più, è possibile visitare la pagina dedicata sul sito <a href="http://www.cineteatrobaretti.it">www.cineteatrobaretti.it</a></p>
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		<title>Buon Compleanno, Torino Film Festival!</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2013/02/16/tff/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Feb 2013 00:07:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>
		<category><![CDATA[Torino Film Festival]]></category>

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		<description><![CDATA[A pochi giorni dall’insediamento del nuovo Direttore, diagnosis  Paolo Virzì, e mentre si stanno avvicendando nelle sale alcuni fra i tanti film che hanno saputo incantarci nel corso della 30° edizione del Torino Film Festival, ripercorriamone le tappe a nostro avviso più salienti, a partire dal poetico Wadjda, uscito i Italia col titolo “La bicicletta verde”, esordio al lungometraggio di Haifaa Al Mansour e primo film interamente girato in Arabia Saudita, con il quale la regista ci offre un coraggioso spaccato sulla condizione delle donne nel proprio Paese, aprendo una finestra di speranza sull’emancipazione delle giovani dotate di grandi potenzialità e di una buona dose d’audacia.
Per continuare con il surreale Ruby Sparks, che conferma il talento onirico della coppia cinematografica Dayton-Faris, già creatori del pluripremiato Little Miss Sunshine, che per l’occasione tirano fuori dal cilindro la commedia dolce-amara di una creatura immaginaria a cui viene offerta l’opportunità di una vita reale… con tutti gli alti e bassi che la realtà le potrà offrire.
Mentre aspettiamo impazienti l’uscita dell’indimenticabile Le fils de l’autre, della francese Lorraine Levy, che dà vita ad un profondissimo confronto interculturale attraverso l’escamotage narrativo di uno scambio di neonati fra due famiglie, rispettivamente israeliana e palestinese, scoperto solo quando i due figli hanno ormai raggiunto l’età adolescenziale ed hanno la propria visione del conflitto tra le due culture, maturata in seno al proprio ambiente di vita, ben sintetizzata nella dolorosa battuta di uno dei due ragazzi: “Io sono il mio peggior nemico, ma devo amarmi lo stesso”, volgiamo la nostra attenzione a quei film che più difficilmente vedremo all’interno delle programmazioni ufficiali.
Come il geniale Final Cut &#8211; Ladies and Gentlemen, dell’ungherese Gyorgy Palfi, ovvero la dimostrazione di come si possa realizzare un buon prodotto anche in tempi di severa recessione, se si hanno buone idee e raffinate capacità tecniche.
Come fare un film in un Paese che ha smesso di finanziare la cultura? Palfi non si rassegna e riunisce un cast d’eccezione, il più corposo della storia del cinema, chiamando a raccolta i più grandi interpreti cinematografici di tutti i tempi.
Nasce così Final Cut, che non è solo un giocoso puzzle di scene (molte indimenticabili) di film che hanno segnato la storia del cinema, ottimo spunto per una serata ad “indovina chi” fra amici, ma una vera e propria storia, che si nutre di frammenti di altre storie arrivando ad una sintesi originale.
Una nuova sceneggiatura, dunque, che dopo un po’ riesce a catturare lo spettatore fino al punto da fargli a tratti dimenticare che tutto quanto sta vedendo è, in realtà, un déjà vu.
Un’idea senza dubbio interessante, sostenuta da un lavoro capillare e maniacale di conoscenza, visione, analisi e montaggio di un numero incredibile di film di ogni epoca e genere.
Se Ken Loach, pur punendo un Festival che senza dubbio non lo meritava e che è tra i pochi ad investire ancora realmente sui giovani, ha avuto il coraggio di un gesto di coerenza estrema con le sue tematiche di sempre, rinunciando ad un prestigioso e meritatissimo riconoscimento per solidarietà con la drammatica condizione dei lavoratori precari del settore cultura (e non solo) in Italia, quella di Palfi è un’altra forma di denuncia allo stesso problema, giocata con grande senso di ironia ma non con minor consapevolezza.
O il peculiarissimo The Pervert’s Guide to Ideology, dell’eclettica Sophie Fiennes, un prezioso documento in cui il filosofo sloveno Slavoj Zizek ci mostra, in modo graffiante ed ironicamente impietoso, come la massificazione creata dai media condizioni fino a schiacciarla la mente dell’uomo contemporaneo.
Poetico ed intimista, Abigail Harm, di Lee Isaac Chung, trae spunto da un’antica leggenda coreana per narrare la storia di una donna matura che “osserva la vita senza viverla”, che si ritira dal mondo reale per addentrarsi in quello dell’immaginazione, dove finalmente può innamorarsi.
Ispirandosi al realismo di Cassavetes ed al suo lavoro sull’improvvisazione, Chung scrive una sceneggiatura che lascia poi scorrere tra le pieghe della sensibilità artistica della protagonista, l’intensa Amanda Plummer: ne nasce un’opera delicata, carica di immagini evocative e di un’atmosfera malinconica, sognante e rarefatta.
La giovanissima videoartista argentina Jazmin Lopez, classe 1984, sceglie un tema complesso per il suo esordio al lungometraggio.
Leones è una riflessione sulla morte, tanto più dolorosa in quanto riferita ad un’età in cui essa non dovrebbe essere presente.
La regista, operando la non convenzionale e non facile scelta di girare quasi in un unico piano sequenza, costruisce intorno ai suoi protagonisti un alone di sospensione spazio-temporale, facendo sì che lo spettatore sia proiettato in prima persona nella vicenda, co-protagonista inconsapevole fino al tragico momento di un’agnizione che non lascia scampo.
Delicato e al tempo stesso durissimo, Couleur de peau: miel narra la storia del suo regista e sceneggiatore, il coreano d’adozione belga Jung, a partire dall’omonima graphic novel da lui stesso scritta. Una pregevole opera prima sulla ricerca delle radici e sulla costruzione dell’identità, realizzata con la collaborazione di Laurent Boileau.
Probabilmente lo vedremo presto nelle nostre sale e sicuramente non mancherà di suscitare polemiche l’imperdibile The sessions di Ben Lewin, che ha il merito di affrontare senza fastidiose pruderie un argomento molto delicato e spesso considerato un vero e proprio tabù -i disabili e il sesso- regalandoci momenti leggeri e godibili e coinvolgendoci al tempo stesso in una riflessione intensa e profonda sulla necessità di essere protagonisti della propria vita a qualunque costo.
Ancora sulla fragilità e la caducità del genere umano, ma giocato in chiave leggera e giocosa,  Robot &#38; Frank, di Jake Schreier (sorprendentemente al suo esordio nel lungometraggio!), ci parla in modo gustoso ed originale di resilienza, ovvero della capacità dell’essere umano di far fronte in maniera positiva alle circostanze avverse, riorganizzando la propria vita e dandole nuovi slanci ed opportunità.
Ci spiace non abbia avuto i riscontri che a nostro avviso avrebbe meritato Terrados, amara ed attualissima opera prima dello spagnolo Demian Sabini (anche interprete) sulla difficile situazione dei tanti giovani (e meno giovani) precari e disoccupati in Spagna, coerentemente girata low budget e con l’apporto amichevole di attori e musicisti.
Riuscire a mantenere un tono complessivamente leggero, pur non risparmiando i retroscena di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6641" title="TFF" src="/wp-content/files/2013/02/TFF-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />A pochi giorni dall’insediamento del nuovo Direttore, <a href="http://viagragenericedpills.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">diagnosis</a>  Paolo Virzì, e mentre si stanno avvicendando nelle sale alcuni fra i tanti film che hanno saputo incantarci nel corso della 30° edizione del Torino Film Festival, ripercorriamone le tappe a nostro avviso più salienti, a partire dal poetico <strong>Wadjda</strong>, uscito i Italia col titolo “La bicicletta verde”, esordio al lungometraggio di <em>Haifaa Al Mansour</em> e primo film interamente girato in Arabia Saudita, con il quale la regista ci offre un coraggioso spaccato sulla condizione delle donne nel proprio Paese, aprendo una finestra di speranza sull’emancipazione delle giovani dotate di grandi potenzialità e di una buona dose d’audacia.</p>
<p>Per continuare con il surreale <strong>Ruby Sparks</strong>, che conferma il talento onirico della coppia cinematografica <em>Dayton-Faris</em>, già creatori del pluripremiato Little Miss Sunshine, che per l’occasione tirano fuori dal cilindro la commedia dolce-amara di una creatura immaginaria a cui viene offerta l’opportunità di una vita reale… con tutti gli alti e bassi che la realtà le potrà offrire.</p>
<p>Mentre aspettiamo impazienti l’uscita dell’indimenticabile <strong>Le fils de l’autre</strong>, della francese <em>Lorraine Levy</em>, che dà vita ad un profondissimo confronto interculturale attraverso l’escamotage narrativo di uno scambio di neonati fra due famiglie, rispettivamente israeliana e palestinese, scoperto solo quando i due figli hanno ormai raggiunto l’età adolescenziale ed hanno la propria visione del conflitto tra le due culture, maturata in seno al proprio ambiente di vita, ben sintetizzata nella dolorosa battuta di uno dei due ragazzi: “Io sono il mio peggior nemico, ma devo amarmi lo stesso”, volgiamo la nostra attenzione a quei film che più difficilmente vedremo all’interno delle programmazioni ufficiali.</p>
<p>Come il geniale <strong>Final Cut &#8211; Ladies and Gentlemen</strong>, dell’ungherese <em>Gyorgy Palfi</em>, ovvero la dimostrazione di come si possa realizzare un buon prodotto anche in tempi di severa recessione, se si hanno buone idee e raffinate capacità tecniche.</p>
<p>Come fare un film in un Paese che ha smesso di finanziare la cultura? Palfi non si rassegna e riunisce un cast d’eccezione, il più corposo della storia del cinema, chiamando a raccolta i più grandi interpreti cinematografici di tutti i tempi.</p>
<p>Nasce così Final Cut, che non è solo un giocoso puzzle di scene (molte indimenticabili) di film che hanno segnato la storia del cinema, ottimo spunto per una serata ad “indovina chi” fra amici, ma una vera e propria storia, che si nutre di frammenti di altre storie arrivando ad una sintesi originale.</p>
<p>Una nuova sceneggiatura, dunque, che dopo un po’ riesce a catturare lo spettatore fino al punto da fargli a tratti dimenticare che tutto quanto sta vedendo è, in realtà, un déjà vu.</p>
<p>Un’idea senza dubbio interessante, sostenuta da un lavoro capillare e maniacale di conoscenza, visione, analisi e montaggio di un numero incredibile di film di ogni epoca e genere.</p>
<p>Se Ken Loach, pur punendo un Festival che senza dubbio non lo meritava e che è tra i pochi ad investire ancora realmente sui giovani, ha avuto il coraggio di un gesto di coerenza estrema con le sue tematiche di sempre, rinunciando ad un prestigioso e meritatissimo riconoscimento per solidarietà con la drammatica condizione dei lavoratori precari del settore cultura (e non solo) in Italia, quella di Palfi è un’altra forma di denuncia allo stesso problema, giocata con grande senso di ironia ma non con minor consapevolezza.</p>
<p>O il peculiarissimo <strong>The Pervert’s Guide to Ideology</strong>, dell’eclettica <em>Sophie Fiennes</em>, un prezioso documento in cui il filosofo sloveno Slavoj Zizek ci mostra, in modo graffiante ed ironicamente impietoso, come la massificazione creata dai media condizioni fino a schiacciarla la mente dell’uomo contemporaneo.</p>
<p>Poetico ed intimista, <strong>Abigail Harm</strong>, di <em>Lee Isaac Chung</em>, trae spunto da un’antica leggenda coreana per narrare la storia di una donna matura che “osserva la vita senza viverla”, che si ritira dal mondo reale per addentrarsi in quello dell’immaginazione, dove finalmente può innamorarsi.</p>
<p>Ispirandosi al realismo di Cassavetes ed al suo lavoro sull’improvvisazione, Chung scrive una sceneggiatura che lascia poi scorrere tra le pieghe della sensibilità artistica della protagonista, l’intensa Amanda Plummer: ne nasce un’opera delicata, carica di immagini evocative e di un’atmosfera malinconica, sognante e rarefatta.</p>
<p>La giovanissima videoartista argentina <em>Jazmin Lopez</em>, classe 1984, sceglie un tema complesso per il suo esordio al lungometraggio.</p>
<p><strong>Leones </strong>è una riflessione sulla morte, tanto più dolorosa in quanto riferita ad un’età in cui essa non dovrebbe essere presente.</p>
<p>La regista, operando la non convenzionale e non facile scelta di girare quasi in un unico piano sequenza, costruisce intorno ai suoi protagonisti un alone di sospensione spazio-temporale, facendo sì che lo spettatore sia proiettato in prima persona nella vicenda, co-protagonista inconsapevole fino al tragico momento di un’agnizione che non lascia scampo.</p>
<p>Delicato e al tempo stesso durissimo, <strong>Couleur de peau: miel</strong> narra la storia del suo regista e sceneggiatore, il coreano d’adozione belga <em>Jung</em>, a partire dall’omonima graphic novel da lui stesso scritta. Una pregevole opera prima sulla ricerca delle radici e sulla costruzione dell’identità, realizzata con la collaborazione di <em>Laurent Boileau</em>.</p>
<p>Probabilmente lo vedremo presto nelle nostre sale e sicuramente non mancherà di suscitare polemiche l’imperdibile <strong>The sessions </strong>di <em>Ben Lewin</em>, che ha il merito di affrontare senza fastidiose pruderie un argomento molto delicato e spesso considerato un vero e proprio tabù -i disabili e il sesso- regalandoci momenti leggeri e godibili e coinvolgendoci al tempo stesso in una riflessione intensa e profonda sulla necessità di essere protagonisti della propria vita a qualunque costo.</p>
<p>Ancora sulla fragilità e la caducità del genere umano, ma giocato in chiave leggera e giocosa,  <strong>Robot &amp; Frank</strong>, di <em>Jake Schreier </em>(sorprendentemente al suo esordio nel lungometraggio!), ci parla in modo gustoso ed originale di resilienza, ovvero della capacità dell’essere umano di far fronte in maniera positiva alle circostanze avverse, riorganizzando la propria vita e dandole nuovi slanci ed opportunità.</p>
<p>Ci spiace non abbia avuto i riscontri che a nostro avviso avrebbe meritato <strong>Terrados</strong>, amara ed attualissima opera prima dello spagnolo <em>Demian Sabini</em> (anche interprete) sulla difficile situazione dei tanti giovani (e meno giovani) precari e disoccupati in Spagna, coerentemente girata low budget e con l’apporto amichevole di attori e musicisti.</p>
<p>Riuscire a mantenere un tono complessivamente leggero, pur non risparmiando i retroscena di una condizione in cui atrocemente possono rispecchiarsi intere generazioni di tutta l’Europa, ci pare operazione degna di risalto morale ed artistico.</p>
<p>Sul versante documentaristico, impossibile non citare il giapponese <strong>The Cat that lived a million times</strong>, di <em>Tadasuke Kotani</em>, delicata e toccante storia sulla vita, sulla morte e sul senso di appartenenza, narrata a partire dalle pagine dell’omonimo libro di Yoko Sano, autrice ed illustratrice per l’infanzia molto poco convenzionale.</p>
<p>Immenso il rapporto estremo fra uomo e ambiente narrato da <strong>Leviathan</strong>, girato con sguardo etnoantropologico da <em>Lucien Castaing-Taylor</em>, docente presso l’Università di Harvard, che si è imbarcato sui pescherecci del Massachusetts, sopportandone i disagi per settimane, per calarsi nei panni non solo dei pescatori, ma anche degli animali d’acqua e d’aria e di tutti gli elementi naturali che rendono questo documentario vero, spietato ed affascinante al tempo stesso.</p>
<p>Chi abitualmente scrive di teatro non poteva infine tralasciare due “giganti” della scena di sempre e di quella contemporanea, eccezionalmente portati sul grande schermo.</p>
<p>In <strong>Concerto per attore solo</strong>, <em>Ferruccio Marotti</em>, docente ad autore di numerosi saggi e documentari di storia del teatro, ci offre uno sguardo dietro le quinte su un intenso lavoro di Carmelo Bene, qui eccezionalmente ripreso nell’inedita veste di regista.</p>
<p>Una vera e propria lezione di “anti-recitazione”, in cui il gesto e il suono si compongono su una partitura fisica e vocale mai data a priori, ma strenuamente cercata e trovata nel corpo dell’attore.</p>
<p>È un Macbeth grottesco, eccessivo, dissacrante ed impietoso, quello costruito da Carmelo Bene, regista rigoroso ed implacabile, che si propone di “evitare il pelo mentale attraverso l’osceno”, offrendoci “il terribile e, contemporaneamente, la parodia del terribile”.</p>
<p>È un geniale ed irriverente <strong>Amleto</strong> quello che l’amatissimo Filippo Timi ci regala in versione cinematografica 3D grazie all’innovativa regia di <em>Felice Cappa</em>: un’operazione che riesce a superare gli scetticismi e a restituire amplificata un’opera già di per sé di grande potenza, trasfigurandola e porgendola, intatta nel suo valore intrinseco, ad un pubblico non solo teatrale. Provare per credere!</p>
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		<title>Il Sesto Continente di Pennac</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Nov 2012 15:52:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Le 6ème continent. Una riflessione onirica e surreale sulla stoltezza dell’uomo contemporaneo
&#160;
Il Teatro Stabile di Torino ha aperto la nuova stagione con una scelta di grande attualità e di indubbio coraggio, store  portando in scena al Carignano l’ultimo testo nato dalla penna di un Pennac in gran forma in seguito all’incontro con la sagace regista Lilo Baur, online  già collaboratrice di Peter Brook.
Senza retorica, senza buonismi e con la leggerezza mista alla feroce ironia che gli sono proprie, Pennac fa propria la ricerca della Baur sulla pulizia, per avvertirci che nessuno è immune dal rischio di sporcarsi: anche gli intenti più nobili, come la pulizia, finiscono per perdersi nel rovescio della loro stessa medaglia, se giocati all’interno di dinamiche di potere e di profitto autoreferenziali.
Il carosello che sostiene Le 6° continent funziona alla perfezione: l’immagine della famigliola zuccherosa tutta dedita al bene dell’umanità, che accoglie come figli propri gli orfani trovati tra i rifiuti, ci incanta al punto da farci quasi dimenticare la scena d’apertura, tutt’altro che rassicurante.
Irresistibile il test d’eccellenza al party di fine anno: questi rampolli di buona famiglia, a cui pare non mancare proprio nulla, ci fanno sorridere ed insieme ci infastidiscono un po’.
Inaspettatamente, saranno proprio loro la chiave di volta che ci riporterà al dramma che si sta consumando sotto i nostri occhi annebbiati.
“Dopo che hai fatto il bagno in mare, tu ti lavi. Ma lui, il mare, chi lo lava?”: come ciò che poteva apparire pura poesia diviene ben presto puro pretesto commerciale, così la pulizia libera la giovane Apèmanta dalla dannazione della miseria per poi sprofondarla nell’abisso dell’infelicità.
C’è qualcosa che non va: la pulizia non è affare di chi pecchi di eccessivo senso etico, la pulizia sta sporcando… anzi, sta uccidendo.
E allora, come restare puliti?
Un impianto scenografico semplice ma di grandissimo effetto e di straordinario potere evocativo, già apprezzato fin dalle scene iniziali, ci porta questa volta sotto il mare, complici involontari di quel turismo d’élite che potrebbe diventare il nuovo business della famiglia allargata…
Ma il giovane Teo non ci sta: sacrificherà la propria vita pur di restare pulito e di eliminare tutti coloro che stanno sporcando il mondo.
Alla fine resterà solo lei, Apèmanta, versione femminile del cinico filosofo del Timone shakespeariano, che causticamente concluderà: “Non serve suicidare l’umanità… ci riesce già benissimo da sola”.
Un cast di splendidi attori fa da corollario imprescindibile ad un lavoro emozionante, drammaturgicamente riuscito, formalmente ineccepibile e civicamente necessario.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6626" title="Pennac" src="/wp-content/files/2012/11/pennac1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p><strong>Le 6ème continent. Una riflessione onirica e surreale sulla stoltezza dell’uomo contemporaneo</strong><br />
&nbsp;<br />
Il Teatro Stabile di Torino ha aperto la nuova stagione con una scelta di grande attualità e di indubbio coraggio, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">store</a>  portando in scena al Carignano l’ultimo testo nato dalla penna di un Pennac in gran forma in seguito all’incontro con la sagace regista Lilo Baur, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">online</a>  già collaboratrice di Peter Brook.</p>
<p>Senza retorica, senza buonismi e con la leggerezza mista alla feroce ironia che gli sono proprie, Pennac fa propria la ricerca della Baur sulla pulizia, per avvertirci che nessuno è immune dal rischio di sporcarsi: anche gli intenti più nobili, come la pulizia, finiscono per perdersi nel rovescio della loro stessa medaglia, se giocati all’interno di dinamiche di potere e di profitto autoreferenziali.</p>
<p>Il carosello che sostiene <em>Le 6° continent</em> funziona alla perfezione: l’immagine della famigliola zuccherosa tutta dedita al bene dell’umanità, che accoglie come figli propri gli orfani trovati tra i rifiuti, ci incanta al punto da farci quasi dimenticare la scena d’apertura, tutt’altro che rassicurante.</p>
<p>Irresistibile il test d’eccellenza al party di fine anno: questi rampolli di buona famiglia, a cui pare non mancare proprio nulla, ci fanno sorridere ed insieme ci infastidiscono un po’.</p>
<p>Inaspettatamente, saranno proprio loro la chiave di volta che ci riporterà al dramma che si sta consumando sotto i nostri occhi annebbiati.</p>
<p>“Dopo che hai fatto il bagno in mare, tu ti lavi. Ma lui, il mare, chi lo lava?”: come ciò che poteva apparire pura poesia diviene ben presto puro pretesto commerciale, così la pulizia libera la giovane Apèmanta dalla dannazione della miseria per poi sprofondarla nell’abisso dell’infelicità.</p>
<p>C’è qualcosa che non va: la pulizia non è affare di chi pecchi di eccessivo senso etico, la pulizia sta sporcando… anzi, sta uccidendo.</p>
<p>E allora, come restare puliti?</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-6627" title="LE 6e CONTINENT (Lilo BAUR) 2012" src="/wp-content/files/2012/11/6eme-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" />Un impianto scenografico semplice ma di grandissimo effetto e di straordinario potere evocativo, già apprezzato fin dalle scene iniziali, ci porta questa volta sotto il mare, complici involontari di quel turismo d’élite che potrebbe diventare il nuovo business della famiglia allargata…</p>
<p>Ma il giovane Teo non ci sta: sacrificherà la propria vita pur di restare pulito e di eliminare tutti coloro che stanno sporcando il mondo.</p>
<p>Alla fine resterà solo lei, Apèmanta, versione femminile del cinico filosofo del Timone shakespeariano, che causticamente concluderà: “Non serve suicidare l’umanità… ci riesce già benissimo da sola”.</p>
<p>Un cast di splendidi attori fa da corollario imprescindibile ad un lavoro emozionante, drammaturgicamente riuscito, formalmente ineccepibile e civicamente necessario.</p>
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		<title>Incanti, il teatro di figura a Torino</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2012/11/03/incanti-torino/</link>
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		<pubDate>Sat, 03 Nov 2012 11:10:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è appena conclusa l’edizione 2012 della rassegna Incanti, see  che anche quest’anno ha saputo regalarci momenti di intensa emozione e di grande valore artistico.
Parliamo in primis di Wonderland, health  del Teatro de Marionetas do Porto, cialis  che rilegge la celebre fiaba di Carroll in una chiave inedita, capace di sottolinearne la componente onirica e di portarne la dimensione della follia ad una sintesi estetica e poetica di raro valore.
La scelta di una base anglofona su cui innestare interventi in portoghese rende ancora più struggente ed intimistica questa lingua musicale e malinconica, avvicinando lo spettatore ad Alice in un riuscito pas de deux.
Le bellissime musiche di Neulichedl, storico componente del piacentino Teatro Gioco Vita, e le singolari marionette di Vanzeler fanno da cornice ad una scena formalmente impeccabile, senza alcuna sbavatura nella pulizia delle scene, nei costumi, nelle scelte registiche, nella bravura indiscussa degli attori.
Ma quello che più ci ha affascinati, in uno spettacolo così sfaccettato, poliedrico e ricco di stimoli, è la coraggiosa scelta drammaturgica che, senza toni altisonanti e senza concessioni a una facile retorica, chiude la narrazione raccontandoci un’altra storia, meno nota al grande pubblico: Alice non è solo la protagonista di una fiaba, ma una bambina in carne ed ossa, segreta ossessione dell’autore, un uomo di chiesa in odore di pedofilia: un tema di agghiacciante attualità, reso con un tocco magistrale e quasi impalpabile, che ne rende meno trasparente la decodifica e al tempo stesso ne esalta la drammaticità.
E così, mentre ancora gli occhi si riempiono sognanti delle immagini fantastiche di conigli frettolosi, bruchi allucinati, gatti stregati, regine iraconde, fenicotteri ballerini e cappellai matti, quello schiocco di dita ci costringe a risvegliare le nostre menti su una realtà talora ancor più grottesca.
Un viaggio ancestrale nella memoria individuale e collettiva dell’essere umano è invece Stonebelly, dell’austriaca Rebekah Wild.
L’autrice, sostenuta da musiche e luci in grado di creare un’atmosfera suggestiva e rarefatta, quasi impalpabile, costruisce un silente dialogo con materiali naturali, raccolti sulle spiagge della Nuova Zelanda, ed oggetti “poveri” della tradizione contadina, assemblandoli e maneggiandoli in maniera altamente evocativa, fino a comporre una danza in cui è spesso lei stessa a sparire, per lasciare che siano i suoi personaggi a riempire completamente lo spazio fisico del palcoscenico e quello immaginativo dello spettatore.
Sul versante italiano, sono mancate analoghe proposte radicalmente innovative.
Abbiamo tuttavia apprezzato il genuino richiamo alla tradizione e l’accuratezza dei pupazzi realizzati da Oltreilponte Teatro con la loro godibile rilettura della Gatta Cenerentola di Basile, già vincitore del Premio Miglior Spettacolo Giocateatro Torino 2012, e la “scatola magica” di Donatella Pau, che ogni sera ci ha accompagnati con uno dei suoi Doni, piccole storie che strappano un sorriso e scaldano il cuore.
Se Controluce ha destato in noi non poche perplessità con lo spettacolo scelto per rappresentarsi all’interno della rassegna, lo stesso merita invece senz’altro un plauso quale ente promotore ed organizzatore.
In particolare vanno segnalate l’introduzione, da quest’anno, del progetto Cantiere, iniziativa a sostegno dei giovani autori, e la scelta felice di affidare la conduzione del workshop formativo ad un artista del calibro di Massimo Arbarello, eclettico fondatore della Compagnia AlTREtracce, che ha saputo fondere Danza e Teatro d’Ombre costruendo un linguaggio capace di affascinare registi come Antonio Latella, con cui ha realizzato, fra gli altri, l’indimenticabile Le lacrime amare di Petra Von Kant.
Arbarello si è infatti confermato un competente formatore, capace di condurre in sole due giornate un gruppo eterogeneo di giovani estranei al linguaggio delle ombre ad una presa di coscienza della complessità e bellezza di questo mondo magico.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6614" title="Wonderland" src="/wp-content/files/2012/11/incanti2012.jpg" alt="" width="250" height="196" />Si è appena conclusa l’edizione 2012 della rassegna Incanti, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">see</a>  che anche quest’anno ha saputo regalarci momenti di intensa emozione e di grande valore artistico.</p>
<p>Parliamo in primis di <strong>Wonderland</strong>, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">health</a>  del<strong> Teatro de Marionetas do Porto</strong>, <a href="http://tadalafilforsale.net/" title="cialis" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis</a>  che rilegge la celebre fiaba di Carroll in una chiave inedita, capace di sottolinearne la componente onirica e di portarne la dimensione della follia ad una sintesi estetica e poetica di raro valore.</p>
<p>La scelta di una base anglofona su cui innestare interventi in portoghese rende ancora più struggente ed intimistica questa lingua musicale e malinconica, avvicinando lo spettatore ad Alice in un riuscito pas de deux.</p>
<p>Le bellissime musiche di Neulichedl, storico componente del piacentino Teatro Gioco Vita, e le singolari marionette di Vanzeler fanno da cornice ad una scena formalmente impeccabile, senza alcuna sbavatura nella pulizia delle scene, nei costumi, nelle scelte registiche, nella bravura indiscussa degli attori.</p>
<p>Ma quello che più ci ha affascinati, in uno spettacolo così sfaccettato, poliedrico e ricco di stimoli, è la coraggiosa scelta drammaturgica che, senza toni altisonanti e senza concessioni a una facile retorica, chiude la narrazione raccontandoci un’altra storia, meno nota al grande pubblico: Alice non è solo la protagonista di una fiaba, ma una bambina in carne ed ossa, segreta ossessione dell’autore, un uomo di chiesa in odore di pedofilia: un tema di agghiacciante attualità, reso con un tocco magistrale e quasi impalpabile, che ne rende meno trasparente la decodifica e al tempo stesso ne esalta la drammaticità.</p>
<p>E così, mentre ancora gli occhi si riempiono sognanti delle immagini fantastiche di conigli frettolosi, bruchi allucinati, gatti stregati, regine iraconde, fenicotteri ballerini e cappellai matti, quello schiocco di dita ci costringe a risvegliare le nostre menti su una realtà talora ancor più grottesca.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-6615" title="STONEBELLY" src="/wp-content/files/2012/11/STONEBELLY-300x192.jpg" alt="" width="300" height="192" />Un viaggio ancestrale nella memoria individuale e collettiva dell’essere umano è invece <strong>Stonebelly</strong>, dell’austriaca <strong>Rebekah Wild</strong>.</p>
<p>L’autrice, sostenuta da musiche e luci in grado di creare un’atmosfera suggestiva e rarefatta, quasi impalpabile, costruisce un silente dialogo con materiali naturali, raccolti sulle spiagge della Nuova Zelanda, ed oggetti “poveri” della tradizione contadina, assemblandoli e maneggiandoli in maniera altamente evocativa, fino a comporre una danza in cui è spesso lei stessa a sparire, per lasciare che siano i suoi personaggi a riempire completamente lo spazio fisico del palcoscenico e quello immaginativo dello spettatore.</p>
<p>Sul versante italiano, sono mancate analoghe proposte radicalmente innovative.</p>
<p>Abbiamo tuttavia apprezzato il genuino richiamo alla tradizione e l’accuratezza dei pupazzi realizzati da <strong>Oltreilponte Teatro</strong> con la loro godibile rilettura della <strong>Gatta Cenerentola</strong> di Basile, già vincitore del Premio Miglior Spettacolo Giocateatro Torino 2012, e la “scatola magica” di <strong>Donatella Pau</strong>, che ogni sera ci ha accompagnati con uno dei suoi <strong>Doni</strong>, piccole storie che strappano un sorriso e scaldano il cuore.</p>
<p>Se <strong>Controluce</strong> ha destato in noi non poche perplessità con lo spettacolo scelto per rappresentarsi all’interno della rassegna, lo stesso merita invece senz’altro un plauso quale ente promotore ed organizzatore.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6616" title="Massimo Arbarello - workshop" src="/wp-content/files/2012/11/Massimo_Arbarello_-_workshop_pic-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" />In particolare vanno segnalate l’introduzione, da quest’anno, del progetto <strong>Cantiere</strong>, iniziativa a sostegno dei giovani autori, e la scelta felice di affidare la conduzione del workshop formativo ad un artista del calibro di <strong>Massimo Arbarello</strong>, eclettico fondatore della Compagnia <strong>AlTREtracce</strong>, che ha saputo fondere Danza e Teatro d’Ombre costruendo un linguaggio capace di affascinare registi come Antonio Latella, con cui ha realizzato, fra gli altri, l’indimenticabile <em>Le lacrime amare di Petra Von Kant</em>.</p>
<p>Arbarello si è infatti confermato un competente formatore, capace di condurre in sole due giornate un gruppo eterogeneo di giovani estranei al linguaggio delle ombre ad una presa di coscienza della complessità e bellezza di questo mondo magico.</p>
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		<title>XVII Festival delle Colline Torinesi &#8211; Diario di bordo</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2012/07/10/festival-delle-colline-torinesi/</link>
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		<pubDate>Tue, 10 Jul 2012 00:23:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Festival delle Colline Torinesi]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è rivelata straordinariamente eclettica quest’edizione 2012 del Festival delle Colline Torinesi, remedy  di cui siamo da anni affezionati spettatori, health  nel suo spaziare tra generi e stili che coprono pressoché l’intero spettro di ciò che si possa oggi riunire sotto la definizione di teatro contemporaneo, nel suo aprirsi all’espressione multiculturale, plurilinguistica ed intergenerazionale, nell’affrontante con generosa eterogeneità un ricco ventaglio di tematiche, spesso scomode, nel coraggio di volgere lo sguardo a nomi nuovi, come si addice a un vero Festival.
Sforzi notevoli in tempo di crisi, giustamente ricompensati con una presenza di oltre 8000 spettatori.
Si parte con “La seconda Neanderthal”, della Societas Raffaello Sanzio, un affresco di indiscutibile bellezza estetica e formale che s’incunea magistralmente nella location essenziale delle Fonderie Limone.
Splendidi i costumi della Castellucci ed il loro scenografico imporsi sulla scena, efficace la costruzione dell’ambiente sonoro, non sempre all’altezza l’apparato coreografico, che perde di spessore narrativo nella seconda parte dello spettacolo.
Si esce dalla sala con la sensazione agrodolce dell’attesa, di qualcosa che sarebbe potuto accadere ma che la scelta drammaturgica decide di non concederci.
Coinvolge, indigna ed emoziona fin dal provocatorio impianto scenografico “Giù”, dei sempre incisivi Scimone e Sframeli, che scena dopo scena ci fa sentire vittime e carnefici, scomodi nell’ignava comodità dei nostri compromessi quotidiani.
Un J’accuse che non risparmia niente e nessuno, che riesce con la consueta cifra stilistica della leggerezza, propria di questi autori a noi cari, a insinuarsi tagliente nelle nostre apparenti innocenze.
Un due terzi ineccepibile che ci rende più indulgenti nei confronti della discesa finale, del tutto inattesa, verso una retorica prosaicamente scontata, che strizza l’occhio a troppo facili consensi permettendo allo spettatore di divincolarsi dalla morsa della propria responsabilità per scivolare nel più rassicurante indice accusatorio puntato verso un nemico comune.
Non discutiamo la scelta tematica, senza dubbio di per sé necessaria; ma a chi ci ha abituati a gioielli drammaturgici come Bar, La festa, La busta e altri, ci sentiamo in diritto di chiedere di più.
Assemblea Teatro, storico caposaldo del teatro di narrazione torinese, ci regala con “La bambina che raccontava i films” una suggestiva e poetica fiaba d’altri tempi, che non tradisce la fedeltà di sempre all’impegno sociale e civile, pur non raggiungendo le vette drammaturgiche di altri loro lavori, come il recente indimenticabile “Viva la Vida!”.
Raffinato e coinvolgente “Mal Bianco”, secondo capitolo della Trilogia della Visione, dedicato da Zaches Teatro al maestro Hokusai, il celebre creatore dei Manga: magistralmente curato nella forma, efficacemente evocativa dell’universo minimalista e figurativo giapponese, non tralascia mai l’equilibrio fra ricerca estetica e comunicazione emotiva.
Lo spettatore è preso per mano e guidato in un universo poetico ed evanescente, fatto di figure leggere ma di grande potenza espressiva, dove non sempre tutto è ciò che appare, dove le suggestioni ci spingono a un livello simbolico che ci tocca e ci mette in gioco profondamente.
Nell’accurata armonia di gesti, suoni e immagini, è forse discutibile la scelta di introdurre il canto: poiché in quell’atmosfera rarefatta ed ovattata il suono si amplifica nella percezione dello spettatore, sarebbe necessario trattarlo con maggiore cura, sviluppandolo nella direzione del canto armonico.
Difficile ridurre “This is the end” alla definizione di circo-teatro: riuscire ad accontentare un pubblico esigente sul piano narrativo e al tempo stesso gli amanti delle esibizioni adrenaliniche non è impresa da poco.
La regia di David Bobée riesce mirabilmente nel delicato connubio, fondendo poesia e tensione drammaturgica con numeri circensi di grande destrezza.
Sono molti gli accostamenti che si potrebbero citare, ma nessuno spettacolo di circo-teatro ha a nostro avviso raggiunto una così piena sintonia d’immagini e di testo: ciascun numero non viene sottolineato da un testo appropriato, o viceversa, ma ognuno è l’esatta espressione dell’altro.
Non vi è pretesto, non vi è spazio per il puro godimento fine a se stesso, ma tutto induce lo spettatore a interrogarsi sul senso ultimo della vita, propria e del mondo in cui abita, ponendosi in una relazione con l’altro resa concreta e inevitabile dal pluriculturalismo che caratterizza la formazione.
Il tutto amplificato da sonorità appropriate (anche e forse soprattutto quando vi è il più completo silenzio) e da un palcoscenico rotante suggestivo ma mai autoreferenziale, in cui tutto si costruisce collettivamente di volta in volta, ma mai una volta per tutte.
Sarà che ci siamo avvicinati a “Duramadre”, dei pluripremiati Fibre Parallele, con aspettative elevate, ma la delusione di fronte ad un lavoro ben congeniato ma fondamentalmente non riuscito è pungente.
Eppure l’impianto scenografico promette bene: basta guardarlo per quei 10-15 minuti in attesa dell’inizio e si è già in viaggio.
Un viaggio onirico e poetico che continua nel magnetismo della voce fuori campo, nello svolgersi di quei corpi nudi dai loro cordoni ombelicali di cellophane… Le aspettative crescono.
Fino a infrangersi miseramente dopo appena pochi minuti di recitazione.
Uso volutamente un termine che non mi appartiene, perché di questo si tratta: l’incanto si rompe e lo spettatore non è più parte di un rito collettivo che poteva divenire inquisitorio, accusatorio o catartico, ma assiste semplicemente a una rappresentazione a cui, di scena in scena, crede sempre meno.
Ogni tanto la voce fuori campo lo riporta per un attimo lì; ma è, appunto, solo un attimo, poi torna quella sensazione di scetticismo con cui si esce, amaramente, dalla sala.
Da tanto non ci concedevamo il lusso di vedere Ferdinando Bruni sulla scena ed è sempre un piacere constatare che il nostro indimenticabile Puck invecchia generosamente come il buon vino.
“Rosso” del Teatro dell’Elfo ci conquista, ci avvolge e ci coinvolge, ci interroga, ci fa irrequieti e frementi sulle nostre sedie troppo anguste, divisi tra la seduzione suscitata dall’arroganza geniale di Rothko e la lucida razionalità del suo giovane assistente.
Una lezione di teatro che è al tempo stesso una lezione d’arte e di umanità, che fa riflettere attraverso l’azione senza alcuna indulgenza retorica, che fa entrare lo spettatore nella materia fino a farlo sentire parte di essa.
Uno spettacolo di teatro-teatro che ci ricorda che, se il teatro è vivo, non ha bisogno di alcuna etichetta.
Sopra le righe. Questa, in sintesi, la critica che muoviamo a “Pinter’s anatomy”.
Ottimo nella premessa, segnata dall’efficacissimo contrasto tra la scena natalizia stucchevole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6526" title="CL" src="/wp-content/files/2012/07/CL.jpg" alt="" width="126" height="125" />Si è rivelata straordinariamente eclettica quest’edizione 2012 del Festival delle Colline Torinesi, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">remedy</a>  di cui siamo da anni affezionati spettatori, <a href="http://cialis-for-sale-safe.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">health</a>  nel suo spaziare tra generi e stili che coprono pressoché l’intero spettro di ciò che si possa oggi riunire sotto la definizione di teatro contemporaneo, nel suo aprirsi all’espressione multiculturale, plurilinguistica ed intergenerazionale, nell’affrontante con generosa eterogeneità un ricco ventaglio di tematiche, spesso scomode, nel coraggio di volgere lo sguardo a nomi nuovi, come si addice a un vero Festival.</p>
<p>Sforzi notevoli in tempo di crisi, giustamente ricompensati con una presenza di oltre 8000 spettatori.</p>
<p><img class="alignleft" title="La seconda Neanderthal" src="http://www.festivaldellecolline.it/files/show/photo/la_seconda_neanderthal.jpg" alt="" width="265" height="176" />Si parte con <strong>“La seconda Neanderthal”</strong>, della <strong>Societas Raffaello Sanzio,</strong> un affresco di indiscutibile bellezza estetica e formale che s’incunea magistralmente nella location essenziale delle Fonderie Limone.</p>
<p>Splendidi i costumi della Castellucci ed il loro scenografico imporsi sulla scena, efficace la costruzione dell’ambiente sonoro, non sempre all’altezza l’apparato coreografico, che perde di spessore narrativo nella seconda parte dello spettacolo.</p>
<p>Si esce dalla sala con la sensazione agrodolce dell’attesa, di qualcosa che sarebbe potuto accadere ma che la scelta drammaturgica decide di non concederci.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6531" title="Giù" src="/wp-content/files/2012/07/2.jpg" alt="" width="267" height="189" />Coinvolge, indigna ed emoziona fin dal provocatorio impianto scenografico <strong>“Giù”</strong>, dei sempre incisivi <strong>Scimone e Sframeli</strong>, che scena dopo scena ci fa sentire vittime e carnefici, scomodi nell’ignava comodità dei nostri compromessi quotidiani.</p>
<p>Un <em>J’accuse</em> che non risparmia niente e nessuno, che riesce con la consueta cifra stilistica della leggerezza, propria di questi autori a noi cari, a insinuarsi tagliente nelle nostre apparenti innocenze.</p>
<p>Un due terzi ineccepibile che ci rende più indulgenti nei confronti della discesa finale, del tutto inattesa, verso una retorica prosaicamente scontata, che strizza l’occhio a troppo facili consensi permettendo allo spettatore di divincolarsi dalla morsa della propria responsabilità per scivolare nel più rassicurante indice accusatorio puntato verso un nemico comune.</p>
<p>Non discutiamo la scelta tematica, senza dubbio di per sé necessaria; ma a chi ci ha abituati a gioielli drammaturgici come Bar, La festa, La busta e altri, ci sentiamo in diritto di chiedere di più.</p>
<p><strong>Assemblea Teatro</strong>, storico caposaldo del teatro di narrazione torinese, ci regala con <strong>“La bambina che raccontava i films”</strong> una suggestiva e poetica fiaba d’altri tempi, che non tradisce la fedeltà di sempre all’impegno sociale e civile, pur non raggiungendo le vette drammaturgiche di altri loro lavori, come il recente indimenticabile “Viva la Vida!”.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-6528" title="Malbianco" src="/wp-content/files/2012/07/3.jpg" alt="" width="283" height="178" />Raffinato e coinvolgente <strong>“Mal Bianco”</strong>, secondo capitolo della Trilogia della Visione, dedicato da <strong>Zaches Teatro</strong> al maestro Hokusai, il celebre creatore dei Manga: magistralmente curato nella forma, efficacemente evocativa dell’universo minimalista e figurativo giapponese, non tralascia mai l’equilibrio fra ricerca estetica e comunicazione emotiva.</p>
<p>Lo spettatore è preso per mano e guidato in un universo poetico ed evanescente, fatto di figure leggere ma di grande potenza espressiva, dove non sempre tutto è ciò che appare, dove le suggestioni ci spingono a un livello simbolico che ci tocca e ci mette in gioco profondamente.</p>
<p>Nell’accurata armonia di gesti, suoni e immagini, è forse discutibile la scelta di introdurre il canto: poiché in quell’atmosfera rarefatta ed ovattata il suono si amplifica nella percezione dello spettatore, sarebbe necessario trattarlo con maggiore cura, sviluppandolo nella direzione del canto armonico.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-6530" title="This is the end" src="/wp-content/files/2012/07/cnac2012-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Difficile ridurre <strong>“This is the end”</strong> alla definizione di circo-teatro: riuscire ad accontentare un pubblico esigente sul piano narrativo e al tempo stesso gli amanti delle esibizioni adrenaliniche non è impresa da poco.</p>
<p>La regia di <strong>David Bobée</strong> riesce mirabilmente nel delicato connubio, fondendo poesia e tensione drammaturgica con numeri circensi di grande destrezza.</p>
<p>Sono molti gli accostamenti che si potrebbero citare, ma nessuno spettacolo di circo-teatro ha a nostro avviso raggiunto una così piena sintonia d’immagini e di testo: ciascun numero non viene sottolineato da un testo appropriato, o viceversa, ma ognuno è l’esatta espressione dell’altro.</p>
<p>Non vi è pretesto, non vi è spazio per il puro godimento fine a se stesso, ma tutto induce lo spettatore a interrogarsi sul senso ultimo della vita, propria e del mondo in cui abita, ponendosi in una relazione con l’altro resa concreta e inevitabile dal pluriculturalismo che caratterizza la formazione.</p>
<p>Il tutto amplificato da sonorità appropriate (anche e forse soprattutto quando vi è il più completo silenzio) e da un palcoscenico rotante suggestivo ma mai autoreferenziale, in cui tutto si costruisce collettivamente di volta in volta, ma mai una volta per tutte.</p>
<p>Sarà che ci siamo avvicinati a <strong>“Duramadre”</strong>, dei pluripremiati <strong>Fibre Parallele</strong>, con aspettative elevate, ma la delusione di fronte ad un lavoro ben congeniato ma fondamentalmente non riuscito è pungente.</p>
<p>Eppure l’impianto scenografico promette bene: basta guardarlo per quei 10-15 minuti in attesa dell’inizio e si è già in viaggio.</p>
<p>Un viaggio onirico e poetico che continua nel magnetismo della voce fuori campo, nello svolgersi di quei corpi nudi dai loro cordoni ombelicali di cellophane… Le aspettative crescono.</p>
<p>Fino a infrangersi miseramente dopo appena pochi minuti di recitazione.</p>
<p>Uso volutamente un termine che non mi appartiene, perché di questo si tratta: l’incanto si rompe e lo spettatore non è più parte di un rito collettivo che poteva divenire inquisitorio, accusatorio o catartico, ma assiste semplicemente a una rappresentazione a cui, di scena in scena, crede sempre meno.</p>
<p>Ogni tanto la voce fuori campo lo riporta per un attimo lì; ma è, appunto, solo un attimo, poi torna quella sensazione di scetticismo con cui si esce, amaramente, dalla sala.</p>
<p>Da tanto non ci concedevamo il lusso di vedere Ferdinando Bruni sulla scena ed è sempre un piacere constatare che il nostro indimenticabile Puck invecchia generosamente come il buon vino.</p>
<p><strong><img class="size-full wp-image-6529 alignleft" title="Rosso" src="/wp-content/files/2012/07/elforosso.jpg" alt="" width="290" height="290" />“Rosso”</strong> del <strong>Teatro dell’Elfo</strong> ci conquista, ci avvolge e ci coinvolge, ci interroga, ci fa irrequieti e frementi sulle nostre sedie troppo anguste, divisi tra la seduzione suscitata dall’arroganza geniale di Rothko e la lucida razionalità del suo giovane assistente.</p>
<p>Una lezione di teatro che è al tempo stesso una lezione d’arte e di umanità, che fa riflettere attraverso l’azione senza alcuna indulgenza retorica, che fa entrare lo spettatore nella materia fino a farlo sentire parte di essa.</p>
<p>Uno spettacolo di teatro-teatro che ci ricorda che, se il teatro è vivo, non ha bisogno di alcuna etichetta.</p>
<p>Sopra le righe. Questa, in sintesi, la critica che muoviamo a <strong>“Pinter’s anatomy”</strong>.</p>
<p>Ottimo nella premessa, segnata dall’efficacissimo contrasto tra la scena natalizia stucchevole in stile <em>Tutti insieme appassionatamente </em>e il gelido tavolo da obitorio da cui sale una voce freddamente sinistra, e coerente nella conclusione, che arriva alla morte passando da un gioco ormai riconoscibilmente grottesco (la macabra corsa nei sacchi di corpi nudi e martoriati), questo lavoro di <strong>Ricci/Forte</strong> ci lascia la sensazione di aver esondato dai margini del necessario, perdendo progressivamente il senso di fastidio che avrebbe potuto utilmente indurre nello spettatore per diventare una celebrazione gratuita e a tratti scontata della violenza, quasi mostrata con autocompiacimento.</p>
<p>Il bisogno di toccare fisicamente e in modo sgradevole lo spettatore per provocarne una reazione sa di vecchio e, a nostro avviso, dichiara fra le righe un’incapacità di raggiungere emotivamente il proprio interlocutore con più fini mezzi drammaturgici.</p>
<p>“Permesso?”</p>
<p>Ti senti quasi in imbarazzo nell’entrare nella location scelta per <strong>“Roberta torna a casa”</strong> di <strong>Cuocolo-Bosetti</strong>.</p>
<p>E’ vero che sapevi che si trattava di una casa privata; ma forse te l’aspettavi diversa, un po’ meno casa forse… O forse un po’ di più.</p>
<p>La sensazione è straniante fin dall’ingresso: è tutto così reale da risultare finto, quella casa è talmente casa da non poter sembrare davvero una casa.</p>
<p>L’iperrealtà suggerisce una costruzione scenica raffinata, come quando giri un video all’aperto e vuoi dei suoni naturali.</p>
<p>Tutto appare così vero che non può che essere finzione: te lo dici e te lo ridici, ma per tutta la sera non fai che entrare e uscire fra le trame che separano finzione e realtà.</p>
<p>Ti scopri a raccontare a questa donna, a Roberta, la tua vita, mentre lei ti racconta la sua e non solo, in una vertigine al confine fra lucidità e follia.</p>
<p>Spostandoti tra le varie parti della casa, incontri un albero che dal piano di sotto buca il pavimento e irrompe nella stanza, a ricordarti che sì, è tutto vero… ma è anche finzione.</p>
<p>E quando, prima di congedarti, scendi con loro al pianterreno, di nuovo non sai se stai semplicemente condividendo un momento conviviale, o se sei parte di un copione.</p>
<p>Infine esci.</p>
<p>Ma in auto sei ancora lì a chiederti se sia semplicemente finito uno spettacolo o se la tua vita non si sia intrecciata indissolubilmente con quella di altre persone altrimenti sconosciute.</p>
<p>È possibile fare teatro senza che nessuna presenza umana attraversi mai la scena, per tutta la durata dello spettacolo?</p>
<p><strong>“33 tours et quelques secondes”</strong>, dei libanesi <strong>Rabih Mroué e Lina Saneh</strong>,<strong> </strong>fa rispondere affermativamente e senza esitazioni al nostro quesito: uno spettacolo che non cala mai di ritmo, che “aggancia” e coinvolge lo spettatore dal primo all’ultimo secondo, ponendolo di fronte ad un inevitabile interrogarsi su domande dure, difficili, controverse, talora imbarazzanti.</p>
<p>Non c’è mai interazione esplicita, eppure ci si sente co-protagonisti della vicenda, martellati ossessivamente dai moderni mezzi di comunicazione che non tacciono neppure davanti all’evento ultimo della vita.</p>
<p>Da appassionata studiosa della cultura teatrale libanese contemporanea (si veda la mia intervista al regista-icona Roger Hassaf sulla rivista Stratagemmi del settembre 2011), confermo ancora una volta che là dove il teatro nasce da una necessità concreta di sopravvivenza, per dar voce all’inascoltato, quel teatro, in qualunque forma scaturisca, è un Teatro con la T maiuscola.</p>
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		<title>Un’emozione Infinita al Teatro Astra di Torino</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Mar 2012 09:50:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Astra]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno spettacolo della Familie Flöz è un’esperienza inversamente proporzionale alla lettura di un buon libro: se è vero che, try  dove le parole funzionano, esse riescono ad immergere il lettore in un’atmosfera visionaria al punto da fargli vedere ciò che sta leggendo, così è impossibile uscire da uno spettacolo come Infinita senza avere nelle orecchie l’eco di frasi che non c’erano, ma che tutti giureremmo di aver sentito.
Si assiste all’incanto &#8211; raro ma non utopico, come il recente successo cinematografico di The Artist ci ha ben saputo dimostrare &#8211; per cui corpo, gesto e immagini divengono testo dello spettacolo, fino a farsi udibili.
Assistere non è peraltro il termine esatto, per Infinita, perché ad uno spettacolo così non si assiste: si partecipa.
Lo spettatore è continuamente chiamato a confrontarsi con le proprie emozioni, è coinvolto in un rito collettivo che si accende con la mestizia di una processione funebre sommessa, esplode nella giocosa vitalità di una scomposta partita a pallone, si chiude con l’irresistibile nonsense ritmico di tre anziani seduti su una panchina.
Il teatro della Familie Flöz &#8211; di una pulizia e di una precisione formale non frequenti nel teatro occidentale &#8211; non è incasellabile all’interno di alcun genere: danza, musica, mimo e teatro di figura si fondono poeticamente con una raffinata drammaturgia, trovando nel lavoro sul personaggio la chiave di volta di una comunicazione totale.
La cura con cui gli attori della Familie Flöz costruiscono, si approcciano, indossano ed infine diventano le proprie maschere ha un che di sacro o, forse meglio, di profanamente devozionale: chi ha avuto il privilegio di frequentare un loro laboratorio non può dimenticare la sensazione di legame indissolubile che si crea con esse.
È nell’intimità di questa relazione che sta il segreto per conquistare lo spettatore, per riuscire a toccarne le corde del pianto e del riso, insieme.
Infinita parla di vecchi e di bambini, le categorie improduttive per eccellenza: un messaggio forte in un società alla deriva, che arriva al cuore senza bisogno di enfasi retoriche, nel sussurro gentile di uno sguardo poetico.
Per approfondimenti: http://fondazionetpe.it/; http://www.floez.net/floez/
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6442" title="Familie Floz Infinita" src="/wp-content/files/2012/03/FamilieFlozInfinita.jpg" alt="" width="275" height="184" />Uno spettacolo della Familie Flöz è un’esperienza inversamente proporzionale alla lettura di un buon libro: se è vero che, <a href="http://viagragenericedpills.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">try</a>  dove le parole funzionano, esse riescono ad immergere il lettore in un’atmosfera visionaria al punto da fargli <em>vedere</em> ciò che sta leggendo, così è impossibile uscire da uno spettacolo come <em>Infinita</em> senza avere nelle orecchie l’eco di frasi che <em>non c’erano</em>, ma che tutti giureremmo di aver sentito.</p>
<p>Si assiste all’incanto &#8211; raro ma non utopico, come il recente successo cinematografico di The Artist ci ha ben saputo dimostrare &#8211; per cui corpo, gesto e immagini divengono testo dello spettacolo, fino a farsi udibili.</p>
<p>Assistere non è peraltro il termine esatto, per <em>Infinita</em>, perché ad uno spettacolo così non si assiste: <em>si partecipa</em>.</p>
<p>Lo spettatore è continuamente chiamato a confrontarsi con le proprie emozioni, è coinvolto in un rito collettivo che si accende con la mestizia di una processione funebre sommessa, esplode nella giocosa vitalità di una scomposta partita a pallone, si chiude con l’irresistibile nonsense ritmico di tre anziani seduti su una panchina.</p>
<p>Il teatro della Familie Flöz &#8211; di una pulizia e di una precisione formale non frequenti nel teatro occidentale &#8211; non è incasellabile all’interno di alcun genere: danza, musica, mimo e teatro di figura si fondono poeticamente con una raffinata drammaturgia, trovando nel lavoro sul personaggio la chiave di volta di una comunicazione totale.</p>
<p>La cura con cui gli attori della Familie Flöz costruiscono, si approcciano, indossano ed infine diventano le proprie maschere ha un che di sacro o, forse meglio, di profanamente devozionale: chi ha avuto il privilegio di frequentare un loro laboratorio non può dimenticare la sensazione di legame indissolubile che si crea con esse.</p>
<p>È nell’intimità di questa relazione che sta il segreto per conquistare lo spettatore, per riuscire a toccarne le corde del pianto e del riso, insieme.</p>
<p><em>Infinita</em> parla di vecchi e di bambini, le categorie <em>improduttive</em> per eccellenza: un messaggio forte in un società alla deriva, che arriva al cuore senza bisogno di enfasi retoriche, nel sussurro gentile di uno sguardo poetico.</p>
<p><em><strong>Per approfondimenti: </strong></em><a href="http://fondazionetpe.it/">http://fondazionetpe.it/</a>; <a href="http://www.floez.net/floez/">http://www.floez.net/floez/</a></p>
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		<title>Avevo un bel pallone rosso</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 14:50:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[1975]]></category>
		<category><![CDATA[2009]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Castelli]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Demattè]]></category>
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		<description><![CDATA[Angela Demattè, site  astro nascente della drammaturgia contemporanea.
Non sorprende che si sia aggiudicata uno dei massimi riconoscimenti per la drammaturgia contemporanea.
Premio Riccione per il Teatro nel 2009, shop  la Demattè dipinge a tinte forti l’affresco di una tensione idealistica fra il bene e il male, pharmacy  che finisce per sfumare i contorni del primo nel secondo, per deformare se stessa nel suo opposto, per distruggere ciò che aveva lucidamente intuito e coraggiosamente costruito.
“Avevo un bel pallone rosso” narra le vicende umane e ideologiche di Mara Cagol, nata Margherita, moglie di Renato Curcio e con lui fondatrice delle Brigate Rosse, uccisa in uno scontro armato con le Forze dell’ordine nel 1975, a soli trent’anni.
E lo fa in chiave intimistica, percorrendo lo sgretolarsi negli anni di un rapporto padre-figlia nato complice in un contesto piccolo borghese e risoltosi in una totale incomunicabilità.
È molto difficile restare neutrali di fronte a tante sollecitazioni, tale è la tensione ad alzare la voce insieme a quella che appare come un’eroina, di gridare a quel padre ormai disilluso che occorre la forza di cambiare lo status quo, non giacere nell’inerzia di adattarvisi.
Eppure…
Con l’incalzare del ritmo, che trasfigura la scenografia naturalistica conferendole un impianto sempre più simbolico, dei dubbi si insinuano sottilmente nello spettatore: quel padre non ci pare poi così vinto, la sua semplicità non così reazionaria.
Il ripetere alla figlia che “non può essere giusto ciò che crea un perenne senso di infelicità” rimbomba in maniera sempre più assordante, creando un vortice di sensazioni contrastanti, sospese tra l’attrazione e la repulsione.
Un testo che scuote e non perdona, quello della Demattè, anche protagonista sulla scena accanto a un validissimo Andrea Castelli, nei panni del padre.
Una voce giovane, figlia degli anni ’80, che risuona di un’attualità sconcertante nel panorama desolante della nostra Italia di oggi.
Che induce ad interrogarsi sul confine tra etico ed immorale, tra legittimo ed illegale, tra giusto ed opportuno.
Senza offrire risposte definitive, solo squarci di drammatica insolubilità.
 
Avevo un bel pallone rosso
di Angela Demattè
Regia Carmelo Rifici
con Andrea Castelli e  Angela Demattè
Teatro Stabile di Bolzano
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="/wp-content/files/2011/02/pallone-rosso1.jpg"></a><a href="/wp-content/files/2011/02/pallone_man.jpg"></a>Angela Demattè, <a href="http://buysovaldionusa.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">site</a>  astro nascente della drammaturgia contemporanea.</em></strong></p>
<p><a href="/wp-content/files/2011/02/pallone_man.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5941" src="/wp-content/files/2011/02/pallone_man.jpg" alt="" width="150" height="149" /></a>Non sorprende che si sia aggiudicata uno dei massimi riconoscimenti per la drammaturgia contemporanea.</p>
<p>Premio Riccione per il Teatro nel 2009, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">shop</a>  la Demattè dipinge a tinte forti l’affresco di una tensione idealistica fra il bene e il male, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pharmacy</a>  che finisce per sfumare i contorni del primo nel secondo, per deformare se stessa nel suo opposto, per distruggere ciò che aveva lucidamente intuito e coraggiosamente costruito.</p>
<p>“Avevo un bel pallone rosso” narra le vicende umane e ideologiche di Mara Cagol, nata Margherita, moglie di Renato Curcio e con lui fondatrice delle Brigate Rosse, uccisa in uno scontro armato con le Forze dell’ordine nel 1975, a soli trent’anni.</p>
<p>E lo fa in chiave intimistica, percorrendo lo sgretolarsi negli anni di un rapporto padre-figlia nato complice in un contesto piccolo borghese e risoltosi in una totale incomunicabilità.</p>
<p>È molto difficile restare neutrali di fronte a tante sollecitazioni, tale è la tensione ad alzare la voce insieme a quella che appare come un’eroina, di gridare a quel padre ormai disilluso che occorre la forza di cambiare lo <em>status quo</em>, non giacere nell’inerzia di adattarvisi.</p>
<p>Eppure…</p>
<p>Con l’incalzare del ritmo, che trasfigura la scenografia naturalistica conferendole un impianto sempre più simbolico, dei dubbi si insinuano sottilmente nello spettatore: quel padre non ci pare poi così vinto, la sua semplicità non così reazionaria.</p>
<p>Il ripetere alla figlia che “non può essere giusto ciò che crea un perenne senso di infelicità” rimbomba in maniera sempre più assordante, creando un vortice di sensazioni contrastanti, sospese tra l’attrazione e la repulsione.</p>
<p>Un testo che scuote e non perdona, quello della Demattè, anche protagonista sulla scena accanto a un validissimo Andrea Castelli, nei panni del padre.</p>
<p>Una voce giovane, figlia degli anni ’80, che risuona di un’attualità sconcertante nel panorama desolante della nostra Italia di oggi.</p>
<p>Che induce ad interrogarsi sul confine tra etico ed immorale, tra legittimo ed illegale, tra giusto ed opportuno.</p>
<p>Senza offrire risposte definitive, solo squarci di drammatica insolubilità.</p>
<p><a href="/wp-content/files/2011/02/pallone-rosso1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5940" src="/wp-content/files/2011/02/pallone-rosso1.jpg" alt="" width="293" height="172" /></a> </p>
<p><strong><em>Avevo un bel pallone rosso<a href="/wp-content/files/2011/02/pallone-rosso1.jpg"></a><a href="/wp-content/files/2011/02/pallone_man.jpg"></a></em></strong></p>
<p>di Angela Demattè</p>
<p>Regia Carmelo Rifici</p>
<p>con Andrea Castelli e  Angela Demattè</p>
<p>Teatro Stabile di Bolzano<a href="/wp-content/files/2011/02/pallone_man.jpg"></a></p>
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