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	<title>The Tamarind &#187; Giuseppe Matteo Vaccaro Incisa</title>
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		<title>Quando i maiali volano. Male.</title>
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		<pubDate>Sun, 16 May 2010 16:17:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Matteo Vaccaro Incisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
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		<category><![CDATA[Irlanda]]></category>
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		<description><![CDATA[I PIGS non volano più.
Che fosse una favola, sovaldi sale  in fin dei conti, lo si sapeva fin dall’inizio.
Un’analisi per sommi capi di alcuni protagonisti dello sfortunato acronimo mostra come gli eventi di questi giorni non abbisognavano dell’indovino per essere anticipati.
Come non iniziare dalla Grecia. Travolta da duemila anni di disgraziato destino, l’Ellade, conscia della bruttezza che oggi circonda l’Acropoli (in restauro dal tempo dei colonnelli o quasi), ha maturato una sindrome del brutto anatroccolo che non ha precedenti. Se i greci all’estero, per limitare i complessi, tendono ad elevarsi (battendo sulla consunta trimurti filosofia-repubblica-Atene prima del barbaro resto del mondo), così le loro istituzioni, non sapendo più dove sbattere la testa tra piazza in rivolta e Germania che con poca eleganza discetta di ‘fare i compiti’, invece che ammettere i passati strafalcioni (da mascherare per anni lo stato dei propri conti fino a rifiutare con sdegno, fino a pochi giorni orsono, l’ipotesi di ricevere aiuti dai vicini europei), passa ad uno sterile contrattacco sull’Italia e, per bocca del vice primo ministro, non si capacita di come mai questa non sia oggi al posto suo. La puerilità di simili argomenti, svolti però ai massimi livelli, rende poco utile approfondire l’analisi su un paese le cui modeste dimensioni (economiche, geografiche e geopolitiche) in ogni caso fanno sì che anche l’ipotesi peggiore non sia una colpo mortale per nessuno.
Passerò, quindi, alla Spagna. Già in tempi non sospetti avevo mostrato perplessità circa l’effettiva esistenza del ‘miracolo’ Iberico. Drogato di finanziamenti europei per due decadi e sommerso di facili investimenti stranieri per oltre un decennio, il cittadino medio spagnolo ha visto, dalla fine della dittatura (trent’anni orsono), più che raddoppiare il suo tenore di vita. Una sorta di piano Marshall degli anni ’90 dove, però, l’unico scopo di chi investiva era far quattrini. Lo sviluppo incontrollato &#8211; in un paese storicamente povero e senza una banca &#8211; ha provocato danni ben più gravi di qualche svista. Così, accanto ad alcune meraviglie architettoniche, sono spuntate città nel deserto &#8211; le più, disabitate o non finite -, autostrade dove pendenze da montagne russe generano d’estate code di tir in panne, costosissimi treni ad alta velocità con aria condizionata a singhiozzo, metrò senza bocchette per l’aria dove la gente collassa a go-go per la canicola.
La disoccupazione, scesa all’11% grazie all’overdose finanziaria, è riesplosa non appena i flussi monetari europei e quelli internazionali sono svaniti, tornando al 19%. Non solo. Gli spagnoli, come gli italiani, sono vecchi (e non fanno bambini). A differenza di questi ultimi, però, i primi non hanno mai avuto la possibilità di imparare a risparmiare. Ergo, arricchitisi all’americana, all’americana tornano poveri. Molto in fretta (e tra i debiti).
Portogallo e Irlanda (perché è chiaro, la ‘i’ di PIGS, nel contesto della crisi d&#8217;oggi, sta  per Irlanda) sono fenomeni su cui, parafrasando le recenti parole della Banca Centrale Cinese, si può glissare.
Alla domanda su come sia possibile che quelle economie &#8211; che i soliti autolesionisti in salsa pomarola si erano affrettati a proclamare ‘modelli’ per il Belpaese &#8211; si siano ridotte in questo stato, la risposta è, forse, logica prima ancora che economica.
Imbottireste un bambino di vitamine perché cresca più in fretta?
L’interrogativo, in fondo, tanto banale non è, specie se traslato in campo economico ed in tempi in cui la speculazione finanziaria regna incontrastata – con buona pace degli occasionali anatemi di questo o quel capo di stato.
Ciò che è banale nello sviluppo umano, infatti, per lungo tempo (fino alla concezione &#8211; per tutt&#8217;altri motivi &#8211; dell’espressione ‘sviluppo sostenibile’) è stato considerato un’aberrazione a livello economico (‘sostenibile’ implica ‘controllato’, concetto imbevibile per il genio capitalista e globalizzato). Eppure, sembra che la ricetta sia sempre quella: perché una crescita sia armonica deve avvenire in modo graduale e coinvolgere tutti gli elementi di un organismo.
Tradotto in termini geo-economici, saltano subito all’occhio due falle che hanno caratterizzato la recente crescita dei PIGS.
La prima, è che investimenti di proporzioni immani – i mostruosi flussi monetari dell’economia globalizzata (e speculativa) – si sono concentrati in pochissimi punti: per la Grecia, Atene (e briciole per Salonicco); in Portogallo a Lisbona (con rimasugli a Porto); in Irlanda, tutto è iniziato e finito a Dublino. La Spagna, in virtù del suo diverso peso geografico, demografico e culturale (e quindi economico), è riuscita a spalmare il flusso di denaro in modo appena più organico – tuttavia limitato ai 3-4 centri urbani maggiori (e con gli strafalcioni ricordati).
Questo tipo di sviluppo – che vede gli investimenti concentrati soltanto nel centro urbano principale, tagliando fuori il resto del paese (che rimane culturalmente ed economicamente al palo) – è considerato ‘crescita da secondo mondo’.
I Paesi in questione, storiche Cenerentole d’Europa, nel momento in cui l’eterodirezione finanziaria si è data alle gambe si sono ritrovati d’amblé la zucca al posto della carrozza, registrando dissesti di bilancio che si è soliti associare alle economie sudamericane. Secondo mondo, appunto.
La seconda falla è che la crescita, così concentrata, è stata sostenuta in modo eccessivo da eccessivi investimenti esteri, attraverso marchingegni finanziari degni del miglior alchimista. Le economie dei PIGS erano dopate – a botte di steroidi. Paesi il cui reddito pro-capite era neanche due terzi di quello italiano si sono ritrovati in pochi anni a dichiarare &#8211; con malcelata soddisfazione &#8211; il ‘sorpasso’ sullo Stivale, ignari di aver raggiunto, però, il limite. Una situazione del genere non regge se non continuando con overdose dopanti – e comunque alla fine il gioco non vale la candela (vedi le conseguenze della crescita artificiale made in USA del secondo evo Bush).
La combinazione di questi due elementi è prodotta dall’inversione di un principio logico prima ancora che economico: invece che tramutare ricchezza reale in finanziaria, la ricchezza finanziaria – volatile e incerta per natura – ha fatto da sostituto (e non da sostegno) di quella reale. Il sintagma non regge, ché l’alchimia non è una scienza e due più due alla fine non fa cinque, alla faccia del principio della moltiplicazione monetaria.
In questo modo, la muscolatura orgogliosamente mostrata dai PIGS si è rivelata di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5337" title="3 porcellini" src="/wp-content/files/2010/05/3_porcellini-300x258.png" alt="" width="300" height="258" />I PIGS non volano più.<br />
Che fosse una favola, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sovaldi sale</a>  in fin dei conti, lo si sapeva fin dall’inizio.<br />
Un’analisi per sommi capi di alcuni protagonisti dello sfortunato acronimo mostra come gli eventi di questi giorni non abbisognavano dell’indovino per essere anticipati.</p>
<p>Come non iniziare dalla Grecia. Travolta da duemila anni di disgraziato destino, l’Ellade, conscia della bruttezza che oggi circonda l’Acropoli (in restauro dal tempo dei colonnelli o quasi), ha maturato una sindrome del brutto anatroccolo che non ha precedenti. Se i greci all’estero, per limitare i complessi, tendono ad elevarsi (battendo sulla consunta trimurti filosofia-repubblica-Atene prima del barbaro resto del mondo), così le loro istituzioni, non sapendo più dove sbattere la testa tra piazza in rivolta e Germania che con poca eleganza discetta di ‘fare i compiti’, invece che ammettere i passati strafalcioni (da mascherare per anni lo stato dei propri conti fino a rifiutare con sdegno, fino a pochi giorni orsono, l’ipotesi di ricevere aiuti dai vicini europei), passa ad uno sterile contrattacco sull’Italia e, per bocca del vice primo ministro, non si capacita di come mai questa non sia oggi al posto suo. La puerilità di simili argomenti, svolti però ai massimi livelli, rende poco utile approfondire l’analisi su un paese le cui modeste dimensioni (economiche, geografiche e geopolitiche) in ogni caso fanno sì che anche l’ipotesi peggiore non sia una colpo mortale per nessuno.</p>
<p>Passerò, quindi, alla Spagna. Già in tempi non sospetti avevo mostrato perplessità circa l’effettiva esistenza del ‘miracolo’ Iberico. Drogato di finanziamenti europei per due decadi e sommerso di facili investimenti stranieri per oltre un decennio, il cittadino medio spagnolo ha visto, dalla fine della dittatura (trent’anni orsono), più che raddoppiare il suo tenore di vita. Una sorta di piano Marshall degli anni ’90 dove, però, l’unico scopo di chi investiva era far quattrini. Lo sviluppo incontrollato &#8211; in un paese storicamente povero e senza una banca &#8211; ha provocato danni ben più gravi di qualche svista. Così, accanto ad alcune meraviglie architettoniche, sono spuntate città nel deserto &#8211; le più, disabitate o non finite -, autostrade dove pendenze da montagne russe generano d’estate code di tir in panne, costosissimi treni ad alta velocità con aria condizionata a singhiozzo, metrò senza bocchette per l’aria dove la gente collassa a go-go per la canicola.<br />
La disoccupazione, scesa all’11% grazie all’overdose finanziaria, è riesplosa non appena i flussi monetari europei e quelli internazionali sono svaniti, tornando al 19%. Non solo. Gli spagnoli, come gli italiani, sono vecchi (e non fanno bambini). A differenza di questi ultimi, però, i primi non hanno mai avuto la possibilità di imparare a risparmiare. Ergo, arricchitisi all’americana, all’americana tornano poveri. Molto in fretta (e tra i debiti).</p>
<p>Portogallo e Irlanda (perché è chiaro, la ‘i’ di PIGS, nel contesto della crisi d&#8217;oggi, sta  per Irlanda) sono fenomeni su cui, parafrasando le recenti parole della Banca Centrale Cinese, si può glissare.</p>
<p>Alla domanda su come sia possibile che quelle economie &#8211; che i soliti autolesionisti in salsa pomarola si erano affrettati a proclamare ‘modelli’ per il Belpaese &#8211; si siano ridotte in questo stato, la risposta è, forse, logica prima ancora che economica.<br />
Imbottireste un bambino di vitamine perché cresca più in fretta?<br />
L’interrogativo, in fondo, tanto banale non è, specie se traslato in campo economico ed in tempi in cui la speculazione finanziaria regna incontrastata – con buona pace degli occasionali anatemi di questo o quel capo di stato.<br />
Ciò che è banale nello sviluppo umano, infatti, per lungo tempo (fino alla concezione &#8211; per tutt&#8217;altri motivi &#8211; dell’espressione ‘sviluppo sostenibile’) è stato considerato un’aberrazione a livello economico (‘sostenibile’ implica ‘controllato’, concetto imbevibile per il genio capitalista e globalizzato). Eppure, sembra che la ricetta sia sempre quella: perché una crescita sia armonica deve avvenire in modo graduale e coinvolgere tutti gli elementi di un organismo.</p>
<p>Tradotto in termini geo-economici, saltano subito all’occhio due falle che hanno caratterizzato la recente crescita dei PIGS.</p>
<p>La prima, è che investimenti di proporzioni immani – i mostruosi flussi monetari dell’economia globalizzata (e speculativa) – si sono concentrati in pochissimi punti: per la Grecia, Atene (e briciole per Salonicco); in Portogallo a Lisbona (con rimasugli a Porto); in Irlanda, tutto è iniziato e finito a Dublino. La Spagna, in virtù del suo diverso peso geografico, demografico e culturale (e quindi economico), è riuscita a spalmare il flusso di denaro in modo appena più organico – tuttavia limitato ai 3-4 centri urbani maggiori (e con gli strafalcioni ricordati).<br />
Questo tipo di sviluppo – che vede gli investimenti concentrati soltanto nel centro urbano principale, tagliando fuori il resto del paese (che rimane culturalmente ed economicamente al palo) – è considerato ‘crescita da secondo mondo’.<br />
I Paesi in questione, storiche Cenerentole d’Europa, nel momento in cui l’eterodirezione finanziaria si è data alle gambe si sono ritrovati d’amblé la zucca al posto della carrozza, registrando dissesti di bilancio che si è soliti associare alle economie sudamericane. Secondo mondo, appunto.</p>
<p>La seconda falla è che la crescita, così concentrata, è stata sostenuta in modo eccessivo da eccessivi investimenti esteri, attraverso marchingegni finanziari degni del miglior alchimista. Le economie dei PIGS erano dopate – a botte di steroidi. Paesi il cui reddito pro-capite era neanche due terzi di quello italiano si sono ritrovati in pochi anni a dichiarare &#8211; con malcelata soddisfazione &#8211; il ‘sorpasso’ sullo Stivale, ignari di aver raggiunto, però, il limite. Una situazione del genere non regge se non continuando con overdose dopanti – e comunque alla fine il gioco non vale la candela (vedi le conseguenze della crescita artificiale made in USA del secondo evo Bush).</p>
<p>La combinazione di questi due elementi è prodotta dall’inversione di un principio logico prima ancora che economico: invece che tramutare ricchezza reale in finanziaria, la ricchezza finanziaria – volatile e incerta per natura – ha fatto da sostituto (e non da sostegno) di quella reale. Il sintagma non regge, ché l’alchimia non è una scienza e due più due alla fine non fa cinque, alla faccia del principio della moltiplicazione monetaria.<br />
In questo modo, la muscolatura orgogliosamente mostrata dai PIGS si è rivelata di botto per ciò che era, ovvero il frutto di una concimazione dopata, sospesa la quale i suini ritornano &#8211; in preda ai crampi &#8211; al loro peso naturale.</p>
<p>L’Italia, è evidente, poco ha a che spartire con questa ridda. Certo, l’idea che burocrazia farraginosa e sistema bancario primordiale, tenendo alla larga perfino la più bieca speculazione finanziaria e condannandoci al limbo della crescita zero virgola, siano stati una salvezza, è un po’ ringraziare di non essere trapassati mentre si è in coma.<br />
Eppure, al di là dell’abisso economico e geopolitico che divide il Belpaese dai PIGS, a questo forse si deve buona parte della relativa stabilità che il sistema italiano è riuscito a mostrare nel periodo. Oltre che all’euro, si capisce. Senza di esso, la speculazione avrebbe preso di mira – di nuovo – la lira. A quel punto, chi oggi richiama – a vanvera – scenari argentini, sarebbe, probabilmente, già nel giusto.</p>
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		<title>Jus sanguinis e jus curriculi: la confusa rendita del giornalismo nostrano d’oggi</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2010/03/15/jus-sanguinis/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 15:03:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Matteo Vaccaro Incisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[
All’inizio avevo pensato ad un titolo del tipo: “Il giornalismo nostrano d’oggi: mediocre onanismo autoreferenziale di gente di mezza età che si sente aristocrazia”. Poi ho pensato che, sildenafil  forse, purchase  un titolo così all’inglese – ovvero nello stile di quel paese che a molti della categoria piace tanto per la sua incredibile libertà d’espressione – avrebbe potuto offendere, thumb  anzitutto, proprio loro.
Lorsignori i giornalisti, s’intende.
Eppure, cosa altro si può pensare quando uno dei principali quotidiani del Paese ti rifila 7 paragrafetti infarciti di qualcosa come 15 espressioni comuni (o modeste varianti), 8 citazioni di veri o presunti ‘grandi pensatori’, di cui 7 vivi (!), di cui 6 giornalisti (?!), di cui 5 cinquantenni (…) ed un ultraottantenne?
Cosa pensereste, poi, se proprio quei 7 paragrafetti componessero un accorato appello al vostro senso civico, richiamandovi a reagire all’atarassia ignorante e zotica che appanna il Paese e propinandovi intanto quell’orrido ribollito per il quale siamo tutti vittime di un declino generalizzato che nemmeno l’autore di tale componimento (il quale, candido, si pone fra gli ‘intellettuali’ del Paese) ha idea di come invertire?
Vi dico quello che ho pensato io.
Ho pensato che, dopotutto, l’ultima fatica di Ilvo Diamanti su Repubblica (http://www.repubblica.it/politica/2010/02/14/news/diamanti_14_febbraio-2291160) è di una tale bruttezza che trovo tutt’ora difficile non cadere nella tentazione (comunque illecita) di pensare che, se questo è il frutto di ciò che oggi si considera egregia coniugazione di libertà e bontà d’espressione, un periodo di vera austerity intellettuale forse varrebbe la pena provarlo. Tanto più per uno che chiama le sue rubriche ‘Mappe’ e ‘Bussole’. Se non altro, si potrebbe salvare qualche albero.
O un po’ di corrente.
O un po’ di tempo.
Intendiamoci: niente di personale tra me ed il signor Diamanti. La mia, in effetti, non vuole essere (solo) una censura di quella che già la mia professoressa di lettere al liceo avrebbe bollato come ‘nozionismo sequenziale’ affastellato a chiacchiere da domestica a ore e intriso di un pessimismo che di cosmico ha solo il nome, senza alcuna rielaborazione personale.
La mia vorrebbe essere una critica, sintetica ma ragionata, ad un sistema che ha perso il senso del proprio ruolo, né sembra avere quello della sua dimensione. Una critica al giornalismo nostrano d’oggi: così impegnato a puntare il dito contro ‘l’anomalia italiana’ del giorno da non rendersi conto di rappresentare un’anomalia in sé.
Diamanti, cinquantottenne, a sostegno dei suoi argomenti chiama in causa, cita o si riferisce a Berselli (59), Stella e Rizzo (57 e 54 anni), Bernard Manin (59), Ezio Mauro (62), Boffo (58). Forse intuendo lo strale che verrà, mette le mani avanti con Sartori (86) e Banfield (deceduto nel ‘99, oggi di anni ne avrebbe 93).
Al di là del discutibile ricorso ad una tale mole di ‘affidamenti’ in un singolo pezzo, sono il solo a percepire qualcosa che non va, in questa messe di nomi e numeri?
Giusto. Tutti cinquantenni.
Ovvero tutti formati in quella Italia anni ’70 sfacciatamente ricca, sfacciatamente facile e ancora più sfacciatamente post-sessantottina che rappresenta, oggi (guarda caso!), l’eldorado di cui molti di questi signori vagheggiano il ritorno (terrorismo a parte). Quell’Italia dove, nella bilancia, il piatto dei doveri iniziava a traballare (per saltar per aria del tutto nella decade successiva), lasciando a terra, ancora oggi tra noi, la percezione girondina per cui il diritto anticipa il dovere (che del primo è solo funzione sgradita ma necessaria).
Poiché ‘a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca’, siamo cinici: quando un diploma era ancora un mezzo miraggio, per questi primi figli borghesi di una Repubblica ancora molto rurale e operaia è stato facile far passare una laurea, un modesto francese e quattro parole di inglese per delle atout insuperabili.
Probabilmente, in alcuni casi lo erano.
Meno chiaro è, però, se tali figli del Belpaese che fu riuscirebbero a cavarsela ab initio e con altrettanta versatilità nell’Italia del nuovo millennio.
Intanto, possiamo star certi che tutti i giorni questa messe di cinquantenni si riunirà, su qualsiasi spazio (giornali, televisione, internet, teatro, tribune, convegni, etc.) e non per fare domande a chi, magari, la riunenda causa la rappresenta per davvero. Piuttosto, per scambiarsi personali opinioni sul punto. Che decidono loro, direttori, conduttori e ospiti delle manifestazioni a cui partecipano.
Eccoli lì, in reggimento: Santoro (59), Mentana (55), Gruber (57), Lerner (54), Ferrara (58), Belpietro (52). Un po’ sostenuti, i più in sovrappeso, brizzolati o alopecici, queste ed altre gaudenti penne hanno imparato ad usare, soprattutto, la televisione. Ad uscirne (in genere, verso le elezioni) ed a rientrarvi (poco dopo) &#8211; alla faccia della personalizzazione del servizio. Ogni giorno si invitano, si lodano e si imbrodano, discutono e litigano, si accusano, si diffamano e si querelano, poi fanno pace in diretta e tutto ricomincia da capo. Quando riescono a non interrompersi a vicenda, portano avanti il solito processo al Paese e le conclusioni sono sempre tre: 1) ciò che accade da noi non si è mai visto altrove; 2) ciò che accade da noi è fatto molto meglio altrove e 3) il nostro declino non è riscontrabile altrove.
Viene da chiedersi se lorsignori altrove ci siano mai stati.
In questo reality di giornalisti di mezza età, in cui ci viene ricordato in continuum cosa è la libertà e come fare per difenderla, mi sia concesso di dubitare che titoli ed anagrafica di codesta brizzolata assemblea siano compatibili con l’auto-investitura a ‘guardiani del sistema’ a cui quotidianamente assistiamo.
In effetti, appurata un&#8217;educazione mediamente modesta rispetto ai severi standard di oggi, fa un certo effetto notare quanto piaccia a Lorsignori discettare sul tema – mentre le nuove leve del giornalismo si scannano per un posto di stagista a tempo indeterminato.
A ben vedere, il rapporto degli odierni principi del calamo con le nuove generazioni in genere non è tra i migliori. Per quelli di loro che non hanno figli, i giovani sono incapaci o, al più, mammoni. Quelli che i figli ce li hanno, consigliano loro di emigrare.
Così facendo, però, non fanno altro che confermare la pochezza della loro preparazione, l’incompetenza con cui valutano il presente e, in fondo, alimentare il sospetto che il loro successo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/files/2010/03/giornalismo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5003" title="giornali" src="/wp-content/files/2010/03/giornalismo-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>All’inizio avevo pensato ad un titolo del tipo: “Il giornalismo nostrano d’oggi: mediocre onanismo autoreferenziale di gente di mezza età che si sente aristocrazia”. Poi ho pensato che, <a href="http://viagragenericedpills.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sildenafil</a>  forse, <a href="http://sildenafilbuyonline.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">purchase</a>  un titolo così all’inglese – ovvero nello stile di quel paese che a molti della categoria piace tanto per la sua incredibile libertà d’espressione – avrebbe potuto offendere, <a href="http://cialis-for-sale-safe.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">thumb</a>  anzitutto, proprio loro.<br />
Lorsignori i giornalisti, s’intende.</p>
<p>Eppure, cosa altro si può pensare quando uno dei principali quotidiani del Paese ti rifila 7 paragrafetti infarciti di qualcosa come 15 espressioni comuni (o modeste varianti), 8 citazioni di veri o presunti ‘grandi pensatori’, di cui 7 vivi (!), di cui 6 giornalisti (?!), di cui 5 cinquantenni (…) ed un ultraottantenne?<br />
Cosa pensereste, poi, se proprio quei 7 paragrafetti componessero un accorato appello al vostro senso civico, richiamandovi a reagire all’atarassia ignorante e zotica che appanna il Paese e propinandovi intanto quell’orrido ribollito per il quale siamo tutti vittime di un declino generalizzato che nemmeno l’autore di tale componimento (il quale, candido, si pone fra gli ‘intellettuali’ del Paese) ha idea di come invertire?</p>
<p>Vi dico quello che ho pensato io.<br />
Ho pensato che, dopotutto, l’ultima fatica di Ilvo Diamanti su Repubblica (<a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/02/14/news/diamanti_14_febbraio-2291160" target="_blank">http://www.repubblica.it/politica/2010/02/14/news/diamanti_14_febbraio-2291160</a>) è di una tale bruttezza che trovo tutt’ora difficile non cadere nella tentazione (comunque illecita) di pensare che, se questo è il frutto di ciò che oggi si considera egregia coniugazione di libertà e bontà d’espressione, un periodo di vera austerity intellettuale forse varrebbe la pena provarlo. Tanto più per uno che chiama le sue rubriche ‘Mappe’ e ‘Bussole’. Se non altro, si potrebbe salvare qualche albero.<br />
O un po’ di corrente.<br />
O un po’ di tempo.</p>
<p>Intendiamoci: niente di personale tra me ed il signor Diamanti. La mia, in effetti, non vuole essere (solo) una censura di quella che già la mia professoressa di lettere al liceo avrebbe bollato come ‘nozionismo sequenziale’ affastellato a chiacchiere da domestica a ore e intriso di un pessimismo che di cosmico ha solo il nome, senza alcuna rielaborazione personale.<br />
La mia vorrebbe essere una critica, sintetica ma ragionata, ad un sistema che ha perso il senso del proprio ruolo, né sembra avere quello della sua dimensione. Una critica al giornalismo nostrano d’oggi: così impegnato a puntare il dito contro ‘l’anomalia italiana’ del giorno da non rendersi conto di rappresentare un’anomalia in sé.</p>
<p>Diamanti, cinquantottenne, a sostegno dei suoi argomenti chiama in causa, cita o si riferisce a Berselli (59), Stella e Rizzo (57 e 54 anni), Bernard Manin (59), Ezio Mauro (62), Boffo (58). Forse intuendo lo strale che verrà, mette le mani avanti con Sartori (86) e Banfield (deceduto nel ‘99, oggi di anni ne avrebbe 93).<br />
Al di là del discutibile ricorso ad una tale mole di ‘affidamenti’ in un singolo pezzo, sono il solo a percepire qualcosa che non va, in questa messe di nomi e numeri?</p>
<p>Giusto. Tutti cinquantenni.<br />
Ovvero tutti formati in quella Italia anni ’70 sfacciatamente ricca, sfacciatamente facile e ancora più sfacciatamente post-sessantottina che rappresenta, oggi (guarda caso!), l’eldorado di cui molti di questi signori vagheggiano il ritorno (terrorismo a parte). Quell’Italia dove, nella bilancia, il piatto dei doveri iniziava a traballare (per saltar per aria del tutto nella decade successiva), lasciando a terra, ancora oggi tra noi, la percezione girondina per cui il diritto anticipa il dovere (che del primo è solo funzione sgradita ma necessaria).</p>
<p>Poiché ‘a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca’, siamo cinici: quando un diploma era ancora un mezzo miraggio, per questi primi figli borghesi di una Repubblica ancora molto rurale e operaia è stato facile far passare una laurea, un modesto francese e quattro parole di inglese per delle atout insuperabili.<br />
Probabilmente, in alcuni casi lo erano.<br />
Meno chiaro è, però, se tali figli del Belpaese che fu riuscirebbero a cavarsela <em>ab initio </em>e con altrettanta versatilità nell’Italia del nuovo millennio.</p>
<p>Intanto, possiamo star certi che tutti i giorni questa messe di cinquantenni si riunirà, su qualsiasi spazio (giornali, televisione, internet, teatro, tribune, convegni, etc.) e non per fare domande a chi, magari, la <em>riunenda causa </em>la rappresenta per davvero. Piuttosto, per scambiarsi personali opinioni sul punto. Che decidono loro, direttori, conduttori e ospiti delle manifestazioni a cui partecipano.<br />
Eccoli lì, in reggimento: Santoro (59), Mentana (55), Gruber (57), Lerner (54), Ferrara (58), Belpietro (52). Un po’ sostenuti, i più in sovrappeso, brizzolati o alopecici, queste ed altre gaudenti penne hanno imparato ad usare, soprattutto, la televisione. Ad uscirne (in genere, verso le elezioni) ed a rientrarvi (poco dopo) &#8211; alla faccia della personalizzazione del servizio. Ogni giorno si invitano, si lodano e si imbrodano, discutono e litigano, si accusano, si diffamano e si querelano, poi fanno pace in diretta e tutto ricomincia da capo. Quando riescono a non interrompersi a vicenda, portano avanti il solito processo al Paese e le conclusioni sono sempre tre: 1) ciò che accade da noi non si è mai visto altrove; 2) ciò che accade da noi è fatto molto meglio altrove e 3) il nostro declino non è riscontrabile altrove.<br />
Viene da chiedersi se lorsignori altrove ci siano mai stati.</p>
<p>In questo reality di giornalisti di mezza età, in cui ci viene ricordato <em>in continuum </em>cosa è la libertà e come fare per difenderla, mi sia concesso di dubitare che titoli ed anagrafica di codesta brizzolata assemblea siano compatibili con l’auto-investitura a ‘guardiani del sistema’ a cui quotidianamente assistiamo.</p>
<p>In effetti, appurata un&#8217;educazione mediamente modesta rispetto ai severi standard di oggi, fa un certo effetto notare quanto piaccia a Lorsignori discettare sul tema – mentre le nuove leve del giornalismo si scannano per un posto di stagista a tempo indeterminato.<br />
A ben vedere, il rapporto degli odierni principi del calamo con le nuove generazioni in genere non è tra i migliori. Per quelli di loro che non hanno figli, i giovani sono incapaci o, al più, mammoni. Quelli che i figli ce li hanno, consigliano loro di emigrare.</p>
<p>Così facendo, però, non fanno altro che confermare la pochezza della loro preparazione, l’incompetenza con cui valutano il presente e, in fondo, alimentare il sospetto che il loro successo sia dovuto più a circostanze fortuite che non ad effettive capacità.</p>
<p>Anche il requisito dell’età manca (necessariamente, direi). Persi nella credenza che esserne stati &#8211; magari &#8211; allievi per un certo tempo conferisca un qualche diritto ad esprimersi in egual modo, Lorsignori sembrano non rendersi conto che per essere dei Montanelli o dei Biagi – o perlomeno degli Scalfari &#8211; l&#8217;età conta eccome. Il disordine (reale e concettuale) nel quale si sono formati ed hanno vissuto sembra non permettere loro di capire che, cinquantenni, le penne d’oro della Repubblica non si dimenavano, non si scomponevano, non si sovresponevano.<br />
Compostamente, scrivevano (e bene).</p>
<p>In sintesi, ciò che poteva Montanelli era direttamente proporzionale all’eccellenza della persona, della sua storia e della sua carriera. Non era privilegio (né, tantomeno, diritto) della categoria in sé.<br />
Lorsignori, novelli aristocratici, sembrano credere invece che i privilegi conquistati nella vita da altri si siano trasmessi, <em>jus sanguinis</em>, a loro.<br />
Nulla di più sbagliato.</p>
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		<title>Se il Cespuglio fosse stato nero</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 18:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Matteo Vaccaro Incisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[George Bush]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[Ad azzardare l&#8217;incauto paragone, hospital  sembra di rivedere l&#8217;Italia degli anni &#8216;80. Ormai a suo agio nel ruolo di potenza regionale, help  ben prona a quella &#8216;politica della sedia&#8217; inaugurata cent&#8217;anni prima dal Benso, il Bel Paese s&#8217;indebitava e si svalutava spensieratamente, illudendosi che le cose prima o poi sarebbero andate meglio. Magari, aggiustandosi da sole. Soliti italiani, verrebbe da dire.
Alcuni di loro, però, avrebbero un&#8217;idea piuttosto precisa oggi di come ringraziare quella passata classe politica, scellerata e incompetente, che altri ora vorrebbero riabilitare.
Questa, però, è un&#8217;altra storia.
Piuttosto, in una sorta di (analoga?) sindrome di Peter Pan permanente, gli Stati Uniti, col solito fare da ragazzone cresciuto troppo in fretta che caratterizza il loro agire politico, sembrano aver deciso di credere &#8211; passatemi la metafora &#8211; che per affrontare un abnorme problema di &#8216;dipendenza&#8217; sia più efficace &#8216;raddoppiare la dose&#8217; piuttosto che, dico per dire, cercare di astenersi.
E giù tutti ad applaudire.
Mi spiego.
L&#8217;immagine internazionale irrimediabilmente compromessa, travolta dai debiti e da una crisi che ha prodotto la fine di quell&#8217;unipolarismo &#8211; che, quand&#8217;anche tutto ipotetico o solo psicologico, ha permesso alle generazioni occidentali degli anni &#8216;80 e &#8216;90 di percepire il mondo come invariabilmente sicuro -, conscia che dall&#8217;Europa non sarebbe arrivato alcun sostegno consono a soddisfare la filosofia nazionale &#8216;I want it here, I want it now&#8217;, la SuperPotenza si è allora lanciata tra le braccia del suo &#8217;spacciatore&#8217;, assai lieta di proseguire quella &#8216;terapia&#8217; che la ha già portata sull&#8217;orlo del tracollo economico e industriale.
E così, occhi increduli e vagamente offesi (quelli europei) hanno visto celebrare, poche settimane orsono, l&#8217;anomalo sodalizio tra ciò che resta del Bastione d&#8217;Occidente e il neo-Impero Celeste (sempre in salsa comunista) &#8211; che del Bastione tiene ben saldi i cordoni della borsa.
Oltre alla sindrome di Peter Pan, quindi, pure quella di Stoccolma. Attenuata, forse, dalla convinzione che la supremazia militare americana sia ancora vergine di concorrenza e permetta ampi spazi di manovra, si necessest.
Ai posteri.
L&#8217;autore di cotanto capolavoro di geopolitica economica è Mr. Obama, nuova rivoluzionaria (?) guida dell&#8217;adolescente sindromico di cui sopra, la cui insana passione per la Repubblica Popolare ed il suo ufficiale riconoscimento di &#8216;unica altra potenza&#8217; nel globo è stato cortesemente ricambiato con l&#8217;oscuramento del suo bel discorsetto all&#8217;Università di Shanghai (ma anche di un po&#8217; tutta la sua visita).
E giù applausi.
Agli attoniti leader europei &#8211; specie, sia pur per ragioni tra loro diverse, di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito &#8211; resta il bucolico ricordo della scampagnata pre-elettorale allestita dall&#8217;allora candidato democratico &#8211; cosa mai vista prima &#8211; e degli abbaglianti sorrisi ricevuti in cambio dell&#8217;unzione del Gotha d&#8217;Europa &#8211; anch&#8217;essa senza precedenti e, col senno di poi, piuttosto ridicola.
Tutti d&#8217;accordo: del signor Cespuglio, nessuno ne poteva più. Vero è anche, però, che da quando è sul trono, Obama non fa che prendere l&#8217;Europa a sberle.
D&#8217;altra parte, nessuno osa protestare: qualunque politico facesse trapelare scetticismo nei confronti di Mr. President oggi andrebbe incontro alla gogna mediatica planetaria.
Per ora.
Per il resto, la politica estera made in USA verso i partner occidentali si fa notare più per le gaffes della presidenziale moglie &#8211; una robusta signora che ha frainteso in modo strepitoso il suo ruolo, tra pacche alla Regina Elisabetta, rifiuto dei tradizionali riti delle mogli dei capi di stato ai vertici internazionali, saluti palesemente differenziati a leader stranieri, mises stravaganti a go-go, etc. &#8211; che non per la chiarezza delle idee del marito, il cui unico segno finora stampato nella memoria collettiva è la splendida dentatura, invariabilmente esposta in ogni occasione.
Intanto, tutti continuano a &#8217;sperare&#8217;.
Lungi dal voler prender le difese del predecessore, vale forse la pena sottolineare come, per quanto poco attribuibile al suo &#8216;genio creativo&#8217; (innegabilmente modesto), Giorgio Cespuglio un&#8217;idea abbastanza chiara, in politica estera, ce la aveva. Il poveretto credeva nell&#8217;Occidente con la O maiuscola, unito da valori fondanti quella &#8216;civiltà&#8217; tutto sommato comune tra Europa e America. Idea opinabile, forse. Assurda, no. Non solo, una siffatta nozione di mondo faceva comodo a molti.
Che poi, meschino, abbia veramente creduto che quei supposti valori comuni potessero rendere l&#8217;Occidente unito (o unibile) contro certe situazioni è, di nuovo, tutta un&#8217;altra storia.
L&#8221;idea di mondo&#8217; di Barack Hussein, piuttosto, forse anche in conseguenza del portato storico che lo contraddistingue, non solo è al momento scarsamente comprensibile ma, per quel poco che se ne comprende, assai poco condivisibile.
L&#8217;inizio è ecumenico: viva la pace, l&#8217;ambiente e il multilateralismo. Pare che a Washington si sia insediato il Papa. Poi arriva l&#8217;idea della diarchia mondiale sino-americana: un frisbee in testa agli europei (e un prevedibile boomerang per gli stessi americani); nel mentre, la perdurante politica del sorriso di plastica lascia il tempo che trova, mostrando forse più l&#8217;imbarazzo di una persona conscia che il potere che gli viene attribuito è, in buona parte, già scivolato dalle sue mani; infine, l&#8217;ennesimo surge di truppe americane in Iraq e Afganistan si fatica a considerarlo un segnale di discontinuità rispetto a chi c&#8217;era prima.
Intanto, giù un nobel (condito con la filastrocca &#8216;per avere la pace ci vuole la guerra&#8217;, un azzardo che grida vendetta).
Da ultimo, si potrebbe notare come, nel bene e nel male, religioso salvatore per oltre novanta milioni o parafulmine degli accidenti di altri sei miliardi, ad animare scena e dibattito interno ed internazionale dell&#8217;epoca sia sempre stata la figura del Cespuglio e nessun&#8217;altra.
Ad un anno dall&#8217;insediamento, il messia politico di inizio millennio, sorrisi a parte, è già stato scavalcato in popolarità, in sequenza, dalla moglie e dal segretario di stato.
Sia come sia &#8211; e sia brutale -, la tentazione di credere che se Mr. Bush fosse stato nero oggi mi sentirei meno in imbarazzo ad usare la parola &#8216;Occidente&#8217;, è forte assai.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4682" title="obama_smiling" src="/wp-content/files/2010/01/obama_smiling.jpg" alt="obama_smiling" width="299" height="225" />Ad azzardare l&#8217;incauto paragone, <a href="http://buycheapviagras.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">hospital</a>  sembra di rivedere l&#8217;Italia degli anni &#8216;80. Ormai a suo agio nel ruolo di potenza regionale, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">help</a>  ben prona a quella &#8216;politica della sedia&#8217; inaugurata cent&#8217;anni prima dal Benso, il Bel Paese s&#8217;indebitava e si svalutava spensieratamente, illudendosi che le cose prima o poi sarebbero andate meglio. Magari, aggiustandosi da sole. Soliti italiani, verrebbe da dire.</p>
<p>Alcuni di loro, però, avrebbero un&#8217;idea piuttosto precisa oggi di come ringraziare quella passata classe politica, scellerata e incompetente, che altri ora vorrebbero riabilitare.</p>
<p>Questa, però, è un&#8217;altra storia.</p>
<p>Piuttosto, in una sorta di (analoga?) sindrome di Peter Pan permanente, gli Stati Uniti, col solito fare da ragazzone cresciuto troppo in fretta che caratterizza il loro agire politico, sembrano aver deciso di credere &#8211; passatemi la metafora &#8211; che per affrontare un abnorme problema di &#8216;dipendenza&#8217; sia più efficace &#8216;raddoppiare la dose&#8217; piuttosto che, dico per dire, cercare di astenersi.</p>
<p>E giù tutti ad applaudire.</p>
<p>Mi spiego.</p>
<p>L&#8217;immagine internazionale irrimediabilmente compromessa, travolta dai debiti e da una crisi che ha prodotto la fine di quell&#8217;unipolarismo &#8211; che, quand&#8217;anche tutto ipotetico o solo psicologico, ha permesso alle generazioni occidentali degli anni &#8216;80 e &#8216;90 di percepire il mondo come <em>invariabilmente</em> sicuro -, conscia che dall&#8217;Europa non sarebbe arrivato alcun sostegno consono a soddisfare la filosofia nazionale &#8216;I want it here, I want it now&#8217;, la SuperPotenza si è allora lanciata tra le braccia del suo &#8217;spacciatore&#8217;, assai lieta di proseguire quella &#8216;terapia&#8217; che la ha già portata sull&#8217;orlo del tracollo economico e industriale.</p>
<p>E così, occhi increduli e vagamente offesi (quelli europei) hanno visto celebrare, poche settimane orsono, l&#8217;anomalo sodalizio tra ciò che resta del Bastione d&#8217;Occidente e il neo-Impero Celeste (sempre in salsa comunista) &#8211; che del Bastione tiene ben saldi i cordoni della borsa.</p>
<p>Oltre alla sindrome di Peter Pan, quindi, pure quella di Stoccolma. Attenuata, forse, dalla convinzione che la supremazia militare americana sia ancora vergine di concorrenza e permetta ampi spazi di manovra, <em>si necessest</em>.</p>
<p>Ai posteri.</p>
<p>L&#8217;autore di cotanto capolavoro di geopolitica economica è Mr. Obama, nuova rivoluzionaria (?) guida dell&#8217;adolescente sindromico di cui sopra, la cui insana passione per la Repubblica Popolare ed il suo ufficiale riconoscimento di &#8216;unica altra potenza&#8217; nel globo è stato cortesemente ricambiato con l&#8217;oscuramento del suo bel discorsetto all&#8217;Università di Shanghai (ma anche di un po&#8217; tutta la sua visita).</p>
<p>E giù applausi.</p>
<p>Agli attoniti leader europei &#8211; specie, sia pur per ragioni tra loro diverse, di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito &#8211; resta il bucolico ricordo della scampagnata pre-elettorale allestita dall&#8217;allora candidato democratico &#8211; cosa mai vista prima &#8211; e degli abbaglianti sorrisi ricevuti in cambio dell&#8217;unzione del Gotha d&#8217;Europa &#8211; anch&#8217;essa senza precedenti e, col senno di poi, piuttosto ridicola.</p>
<p>Tutti d&#8217;accordo: del signor Cespuglio, nessuno ne poteva più. Vero è anche, però, che da quando è sul trono, Obama non fa che prendere l&#8217;Europa a sberle.</p>
<p>D&#8217;altra parte, nessuno osa protestare: qualunque politico facesse trapelare scetticismo nei confronti di <em>Mr.</em> <em>President</em> oggi andrebbe incontro alla gogna mediatica planetaria.</p>
<p>Per ora.</p>
<p>Per il resto, la politica estera made in USA verso i partner occidentali si fa notare più per le gaffes della presidenziale moglie &#8211; una robusta signora che ha frainteso in modo strepitoso il suo ruolo, tra pacche alla Regina Elisabetta, rifiuto dei tradizionali riti delle mogli dei capi di stato ai vertici internazionali, saluti palesemente differenziati a leader stranieri, mises stravaganti a go-go, etc. &#8211; che non per la chiarezza delle idee del marito, il cui unico segno finora stampato nella memoria collettiva è la splendida dentatura, invariabilmente esposta in ogni occasione.</p>
<p>Intanto, tutti continuano a &#8217;sperare&#8217;.</p>
<p>Lungi dal voler prender le difese del predecessore, vale forse la pena sottolineare come, per quanto poco attribuibile al suo &#8216;genio creativo&#8217; (innegabilmente modesto), Giorgio Cespuglio un&#8217;idea abbastanza chiara, in politica estera, ce la aveva. Il poveretto credeva nell&#8217;Occidente con la O maiuscola, unito da valori fondanti quella &#8216;civiltà&#8217; tutto sommato comune tra Europa e America. Idea opinabile, forse. Assurda, no. Non solo, una siffatta nozione di mondo faceva comodo a molti.</p>
<p>Che poi, meschino, abbia veramente creduto che quei supposti valori comuni potessero rendere l&#8217;Occidente unito (o unibile) <em>contro</em> certe situazioni è, di nuovo, tutta un&#8217;altra storia.</p>
<p>L&#8221;idea di mondo&#8217; di Barack Hussein, piuttosto, forse anche in conseguenza del portato storico che lo contraddistingue, non solo è al momento scarsamente comprensibile ma, per quel poco che se ne comprende, assai poco condivisibile.</p>
<p>L&#8217;inizio è ecumenico: viva la pace, l&#8217;ambiente e il multilateralismo. Pare che a Washington si sia insediato il Papa. Poi arriva l&#8217;idea della diarchia mondiale sino-americana: un frisbee in testa agli europei (e un prevedibile boomerang per gli stessi americani); nel mentre, la perdurante politica del sorriso di plastica lascia il tempo che trova, mostrando forse più l&#8217;imbarazzo di una persona conscia che il potere che gli viene attribuito è, in buona parte, già scivolato dalle sue mani; infine, l&#8217;ennesimo <em>surge</em> di truppe americane in Iraq e Afganistan si fatica a considerarlo un segnale di discontinuità rispetto a chi c&#8217;era prima.</p>
<p>Intanto, giù un nobel (condito con la filastrocca &#8216;per avere la pace ci vuole la guerra&#8217;, un azzardo che grida vendetta).</p>
<p>Da ultimo, si potrebbe notare come, nel bene e nel male, religioso salvatore per oltre novanta milioni o parafulmine degli accidenti di altri sei miliardi, ad animare scena e dibattito interno ed internazionale dell&#8217;epoca sia sempre stata la figura del Cespuglio e nessun&#8217;altra.</p>
<p>Ad un anno dall&#8217;insediamento, il messia politico di inizio millennio, sorrisi a parte, è già stato scavalcato in popolarità, in sequenza, dalla moglie e dal segretario di stato.</p>
<p>Sia come sia &#8211; e sia brutale -, la tentazione di credere che se Mr. Bush fosse stato nero oggi mi sentirei meno in imbarazzo ad usare la parola &#8216;Occidente&#8217;, è forte assai.</p>
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		<title>Erroneous synecdoche</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/06/02/erroneous-synecdoche/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2009/06/02/erroneous-synecdoche/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2009 14:33:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Matteo Vaccaro Incisa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[politici]]></category>

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		<description><![CDATA[How much do you like to be harassed by superficial conversations, recipe  based on stereotypes or – probably worse – journalistic trumpetings?
How many times have you been genuinely surprised that even your friends – even those close friends – not only could associate to clichés, medical  hearsays and idiotic speculations but also tried to sell them to you as perfectly logical arguments, based on the evidence that this person or that journal ‘said that’?
How often have you tried to smooth those sins against logic, proposing different and ‘normalizing’ perspectives? And how often have you been accused of spatial-arrogance, because you can’t know more than this person or that journal?
Let’s go to the point. I already had occasion to express my personal distance from Mr. Berlusconi. I had also expressed, though, my ‘necessary vicinity’ to figure of the Prime Minister of Italy. The scission between the two things is as crucial as basic, for anyone interested in filling his own mouth with big words such as ‘democracy’ (in western sauce).
That is why I can certainly understand any critic over the person (indeed, sometimes clownish), yet I become way more rigid when the critic-virus extends to the Institution he represents, the Government of Italy in general and, by further syncopated extension, to ‘the Italians’. Because, in the end, ‘they are like him’ or, invariably, ‘they elected him’.
The former account is not true; the latter, a failed syllogism.
As Italian, at some point I got a little sick of this constant light (when not heavy indeed) international press reprimanding from our glorious international neighbors. Sickness becomes real annoyance, then, when even supposedly professional figures seem to base their analyses on extemporaneous mixes of third-hand hearsays and prejudices more than on coherent set of information and some proper research on the subject.
Instead of receiving some journalism I’m often left with the impression I’m reading a smattering of CIA’s world factbook seasoned with some villain’s protesting for anything – as if it is hard to find villains protesting for something convenient to any thesis (or simply eager to hit the news).
Ever more often, reading international news on Italy (or having dinner with friends from abroad), looks like a trial, as an Italian, because of what my PM does or says – or, worse, for how he does or says anything.
Here is, then, the erroneous synecdoche: since my PM is a debatable person then, by extension, so are Italy and the Italians, in a vicious circle that sees the person phenomenally contaminating the whole country, people and institutions.
Way worse, if you do not associate to the reprimanding chorus then you’re automatically disqualified, classified as a ‘Belusconian’, your word losing weight because tolerating the ‘elsewhere’ intolerable.
It is that &#8216;elsewhere intolerable&#8217;, though, that does not convince me, at all.
The vicious circle, in fact, might be also somewhere else.
I believe such an unpleasant confusion of terms and concepts derived by ignorance, and creating more. A soft-crime, the most evident sign of the loss of the conceptual divide between information and (superficial) opinion, perpetrated by nowadays media for the sake of filling columns or air-time.
The latest international remarks on Italy &#8211; and their effect on the international crowds &#8211; appear to go exactly in this direction.
Probably, the time for an answer has come.
The Italian Government ridiculous? Fine.
Before attacking a PM of any country, though, you might want to drop a glimpse at that one of your own – and those who came some time before.
Let’s not talk about politics, democracy, western values or other big paraphernalia. Let’s just remain on more cosmetic and immediate considerations.
Thus, instead of providing for justifications (which, anyway, I wouldn’t have many) to counter the alleged deficiencies of the Italian PM, his unfitness to drive the country, or reply to the idiotic consideration that he might set a dangerous precedent for any other government in Europe, let’s have a look to a few neighboring excellent Heads.
In the try to remind, to everyone, that after all we’re all on the same boat.
And to offer a different perspective, for once.
How not to start with the almighty France. Their hyper-president, half-Hungarian and half Greek (not that this would imply anything, were we not to be talking about France), at the age of 54 has three marriages on his shoulders &#8211; the ‘making of’ of the last of which (with an Italian singer) has been one of the two main subjects of his electoral campaign. So much for talking about being scared of foreigners. His agenda of ‘rupture’ – the other main subject – two years after the hyper-government started, lays probably somewhere off in a forgotten drawer, stopped by cab-drivers in riots, Parisian suburbs in riot (and fire), students in riot, professors in riots, public employees in riot, and I don’t continue because I got a word-limit here. The Mr. Attali ‘Commission for the French Growth’, prompted as the battering ram of the new French economical revolution, is listened less than the Cuma’s Sybil, any of its proposals now looked with more apprehension than expectation by both the French people and its Government.
To wrap up: he’s not ‘French’, he’s far from being a family-model, he’s certainly not a model for discretion and understatement (CBS interview-case docet), he’s not really pushing the French growth at the supersonic level he promised.
Anyway, no one thinks France today might ‘weight less’ or its institutions less valuable because of Mr. Sarkozy. Nor anyone would associate Sarkò’s pathetic Napoleonic stance (political, stance) and debatable public behaviors to the French people.
The rive gauche may still snobbishly refer to him as the ‘Hungarian-dwarf’, yet you’re left wondering how much the majority of the French may have detested the idea to have a woman at the Élysée to prefer this in lieu of her. So much for talking about a modern country, the ‘driving civilization of Europe’. Going with this reasoning, the only way to imagine Mrs. Royal winning the past election is for her to have had a gay opponent.
In fact, today Sarkò may appear losing [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3112" title="European Leader looking for the solution to the financial crisis by de_coder (from Flickr)" src="/wp-content/files/2009/06/europeanleaders-300x175.jpg" alt="European Leader looking for the solution to the financial crisis by de_coder (from Flickr)" width="300" height="175" />How much do you like to be harassed by superficial conversations, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">recipe</a>  based on stereotypes or – probably worse – journalistic trumpetings?<br />
How many times have you been genuinely surprised that even your friends – even those close friends – not only could associate to clichés, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">medical</a>  hearsays and idiotic speculations but also tried to sell them to you as perfectly logical arguments, based on the evidence that this person or that journal ‘said that’?<br />
How often have you tried to smooth those sins against logic, proposing different and ‘normalizing’ perspectives? And how often have you been accused of spatial-arrogance, because you can’t know more than this person or that journal?</p>
<p>Let’s go to the point. I already had occasion to express my personal distance from Mr. Berlusconi. I had also expressed, though, my ‘necessary vicinity’ to figure of the <a href="/en/2008/04/20/italy%E2%80%99s-general-election-among-unforgivable-mismatches-necessary-hopes-and-normalizing-views-on-the-winner-too/" target="_self">Prime Minister of Italy</a>. The scission between the two things is as crucial as basic, for anyone interested in filling his own mouth with big words such as ‘democracy’ (in western sauce).<br />
That is why I can certainly understand any critic over the person (indeed, sometimes clownish), yet I become way more rigid when the critic-virus extends to the Institution he represents, the Government of Italy in general and, by further syncopated extension, to ‘the Italians’. Because, in the end, ‘they are like him’ or, invariably, ‘they elected him’.<br />
The former account is not true; the latter, a failed syllogism.</p>
<p>As Italian, at some point I got a little sick of this constant light (when not heavy indeed) international press reprimanding from our glorious international neighbors. Sickness becomes real annoyance, then, when even supposedly professional figures seem to base their analyses on extemporaneous mixes of third-hand hearsays and prejudices more than on coherent set of information and some proper research on the subject.<br />
Instead of receiving some journalism I’m often left with the impression I’m reading a smattering of CIA’s world factbook seasoned with some villain’s protesting for anything – as if it is hard to find villains protesting for something convenient to any thesis (or simply eager to hit the news).</p>
<p>Ever more often, reading international news on Italy (or having dinner with friends from abroad), looks like a trial, as an Italian, because of what my PM does or says – or, worse, for <em>how </em>he does or says anything.<br />
Here is, then, the erroneous synecdoche: since my PM is a debatable person then, by extension, so are Italy and the Italians, in a vicious circle that sees the person phenomenally contaminating the whole country, people and institutions.<br />
Way worse, if you do not associate to the reprimanding chorus then you’re automatically disqualified, classified as a ‘Belusconian’, your word losing weight because tolerating the ‘elsewhere’ intolerable.<br />
It is that &#8216;elsewhere intolerable&#8217;, though, that does not convince me, at all.<br />
The vicious circle, in fact, might be also somewhere else.<br />
I believe such an unpleasant confusion of terms and concepts derived by ignorance, and creating more. A soft-crime, the most evident sign of the loss of the conceptual divide between information and (superficial) opinion, perpetrated by nowadays media for the sake of filling columns or air-time.</p>
<p>The latest international remarks on Italy &#8211; and their effect on the international crowds &#8211; appear to go exactly in this direction.<br />
Probably, the time for an answer has come.<br />
The Italian Government ridiculous? Fine.<br />
Before attacking a PM of any country, though, you might want to drop a glimpse at that one of your own – and those who came some time before.<br />
Let’s not talk about politics, democracy, western values or other big paraphernalia. Let’s just remain on more cosmetic and immediate considerations.<br />
Thus, instead of providing for justifications (which, anyway, I wouldn’t have many) to counter the alleged deficiencies of the Italian PM, his unfitness to drive the country, or reply to the idiotic consideration that he might set a dangerous precedent for any other government in Europe, let’s have a look to a few neighboring excellent Heads.<br />
In the try to remind, to everyone, that after all we’re all on the same boat.<br />
And to offer a different perspective, for once.</p>
<p>How not to start with the almighty France. Their <em>hyper-president</em>, half-Hungarian and half Greek (not that this would imply anything, were we not to be talking about France), at the age of 54 has three marriages on his shoulders &#8211; the ‘making of’ of the last of which (with an Italian singer) has been one of the two main subjects of his electoral campaign. So much for talking about being scared of foreigners. His agenda of ‘rupture’ – the other main subject – two years after the <em>hyper-government </em>started, lays probably somewhere off in a forgotten drawer, stopped by cab-drivers in riots, Parisian suburbs in riot (and fire), students in riot, professors in riots, public employees in riot, and I don’t continue because I got a word-limit here. The Mr. Attali ‘Commission for the French Growth’, prompted as the battering ram of the new French economical revolution, is listened less than the Cuma’s Sybil, any of its proposals now looked with more apprehension than expectation by both the French people and its Government.<br />
To wrap up: he’s not ‘French’, he’s far from being a family-model, he’s certainly not a model for discretion and understatement (CBS interview-case <em>docet</em>), he’s not really pushing the French growth at the supersonic level he promised.<br />
Anyway, no one thinks France today might ‘weight less’ or its institutions less valuable because of Mr. Sarkozy. Nor anyone would associate Sarkò’s pathetic Napoleonic stance (political, stance) and debatable public behaviors to the French people.<br />
The <em>rive gauche </em>may still snobbishly refer to him as the ‘Hungarian-dwarf’, yet you’re left wondering how much the majority of the French may have detested the idea to have a woman at the Élysée to prefer <em>this </em>in lieu of her. So much for talking about a modern country, the ‘driving civilization of Europe’. Going with this reasoning, the only way to imagine Mrs. Royal winning the past election is for her to have had a gay opponent.<br />
In fact, today Sarkò may appear losing some consensus, yet the Parisians (hence, the French) are over-bending for his conservative party, whose advantage over the socialists is calculated in more than 10 points.</p>
<p>Let’s move to a more ironic case, Spain. This baby has been breast-fed for two decades with floods of cash by the three main contributors of the Union (i.e., Germany, France and Italy). As a thank you note, its current Prime Minister, a little boyishly, declared some day last year that Spain had overreached Italy on per-capita GDP, with France being next target. Some days after, he had to admit the loss of over 70.000 jobs in a week. Today, the unemployment rate of this country has soared back to 18% &#8211; a figure which, in Europe, is comparable only to post-bombing Serbia. Perhaps time has come, for Mr. Zapatero, to focus a little less on childish ‘who has it harder’ among European colleagues, stop trying to propose its social legislation as a model for the entire Union – being that <em>de facto </em>annulled by the mayors of two-thirds of the Country, conveniently Catholic and dreadfully corrupted – and start realizing that, given the new alleged wealth, no more money is coming from Europe to let him keep living the dream of a richer Spain.<br />
In any case, no one thinks that having a preposterous Prime Minister apparently overwhelmed by complexes and whose economical failure is the most consistent and endangering of the continent has diminished the credibility of the Spanish institutions. Nor anyone would associate Mr. Zapatero to a typical Spaniard.</p>
<p>Next: the United Kingdom. The situation here is actually so bleak one is tempted not to stitch the knife on its Government. Yet, it may be worth recalling that Mr. Brown’s consensus is already the ‘longest lowest’ of the whole Western hemisphere since tracking of consensus started, ranking worldwide just next to Mr. Olmert and Mr. Koizumi. He governs since June 2007 without actually having been elected and he postponed the next poll up to June 2010, in order to ‘show his vision for change’. No matter how the British elections mechanism works, from this standpoint it looks debatable enough – and the real reasons behind the poll’s delay, debatable even more. However, no one would ever think Mr. Brown as an unelected dictator, his try to postpone the elections year after year as an attempt to the British democracy.</p>
<p>Of course, one could spend also a couple of words on Bulgary, republican-ly governed by the pretender to its throne; Greece, whose politicians have lied for almost a decade on the economical figures of the country in order to accede to the Euro-zone; Austria, whose disastrous results of year 2000 elections were to bring a neo-Nazi to Vienna’s Chancellory (if it wasn’t for an unusually bald ostracism of the European partners); or the Czech’s President, the current diplomatic disgrace at the rudder of the European Presidency.</p>
<p>However unfit they might appear, these leaders are not automatically considered to represent projections of all their citizens, or an <em>ideal image</em> of them. They simply represent their countries, and their populations, as a natural consequence of the democratic system in which they live and that allowed their election. Everyone feels free to criticize them, right because the critic goes to the person, not to the institution they represent.<br />
No one would ever think to accuse, because of the behavior of their political leaders, the Greeks to be all liars, the Austrians neo-Nazis, the Spanish full of complexes or the French retrogrades to the unimaginable.</p>
<p>Unfortunately, for Italy, the attitude of the international press shows remarkably stricter (and syncopated) standards, the gestures of Mr. Berlusconi not only – and rightfully – severely stigmatized, but – very wrongly – considered as ‘typically Italian’, improperly creating an association which at best is only very partially true.</p>
<p>Shall I say that sometimes is best to have a look at the mirror first?</p>
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