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	<title>The Tamarind &#187; Sarah Tulivu</title>
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		<title>Kathmandu, ultima fermata dell&#8217;hippy trail</title>
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		<pubDate>Wed, 11 May 2011 11:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sarah Tulivu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[hippy trail]]></category>
		<category><![CDATA[Kathmandu]]></category>
		<category><![CDATA[Nepal]]></category>

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		<description><![CDATA[C’era un tempo in cui gli unici stranieri visti in Nepal erano quei viaggiatori con il coraggio di attraversare il mondo via terra.
Quando i voli avevano prezzi improponibili e il tragitto ignoto e azzardato, salve  i primi turisti in Nepal erano anime in viaggio.
Stanchi del materialismo, conformismo e consumismo occidentale, hanno raccolto le sacche, quattro soldi e via, verso un viaggio di scoperta di un altro sé in una terra straniera.
Questa “missione” via terra dall’Europa all’Asia, generalmente terminava qui a Kathmandu, precisamente a Jhochhen Tole. Una zona nota per il suo ritmo shanti, tollerante e tranquillo e per i numerosi negozi di marijuana, i quali hanno continuato a vendere legalmente fino al 1972 (e una decina di anni a seguire senza permessi). Freak Street è diventata, e rimane ancor oggi, una meta popolare per molte menti aperte, libere, provocanti e in ricerca, i così chiamati  Freaks.
Prima di arrivare a Kathmandu tutto ciò che sapevo erano queste storie dagli anni ’60-‘70, potendomi facilmente rispecchiare nei loro racconti, ho cominciato anche io a muovermi via terra, in autostop.
E dopo cinque anni di viaggio e di vita nei paesi dell’Est Africa, Medio Oriente, Balcani, Caucaso, Europa e Asia – sono arrivata in Nepal, dove, come è successo a molti altri negli anni dei fiori, mi sono sentita a casa e presto stabilita in un pacifico villaggio tra le cime dell’Himalaya.
Di recente mi sono trovata seduta di fronte a un piatto di momo (ravioli tibetani) lungo Freak Street, in compagnia di un nostalgico, stravagante pensionato veneto.
“Trent’anni fa questa strada era piena di giovani barbuti!” sbraitava, “eravamo contemplatori di esistenza, peregrinavamo filosofeggiando dall’Eden café allo Snow Man con una tazza di chai in una mano e una canna nell’altra. Nessun comportamento assurdo o stravagante poteva sorprendere la gente in questa strada, ci sentivamo liberi di essere”.
“Senza tutti questi voli a basso costo, gli unici giovani che riuscivano arrivare fin qui erano quelli con l’audacia di passare attraverso la Turchia, il Kurdistan, l’Iran, l’Afghanistan, il Baluchistan, il Pakistan, e cosi via&#8230; Li vedi ora questi turisti? Indossano i pantaloni più tecnologici per l’escursione più tecnologica, perdiana!”
Ad intervalli interrompevamo il discorso per un morso ai momo ormai intiepiditi. Annuivo al sapiente meditato, e con la mente indaffarata cercavo parole.
“Il teletrasporto esiste già!” continuava l’Italiano bofonchiante, “possiamo attraversare l’intero globo in una giornata. Tutti si intrattengono con grandi parlate di modernizzazione e sviluppo, ma a me pare che lo sviluppo ci stia arrivando al collo.”
Riconosco ciò di cui parlava, con il quietarsi della situazione maoista il Nepal sta diventando una rinomata destinazione turistica, con tutti i cambiamenti che ne implica.
In Freak Street, i negozi di marijuana sono stati sostituiti da internet point e ordinari ristoranti e il principale centro turistico si è spostato all’area di Thamel. Soprannominata “il lunapark per turisti”, è una zona costruita appositamente per questa nuova ondata di stranieri. Con hotel costosi, pubblicità, ristoranti di lusso, musica dal vivo e stuzzicante vita notturna.
Ma lo spirito dei primi viaggiatori venuti via terra non è morto.
Viaggiando nel nuovo millennio ho incontrato incredibili giramondo di ogni età e sfondo culturale, che hanno intrapreso i viaggi più spettacolari e stimolanti.
Seimila miglia di deserti, alte montagne e strade sterrate, in auto, motocicletta, bici, a piedi, in autostop, su asini, in deltaplano o anche in monociclo.
La loro testimonianza mi ispira e incoraggia a sognare più forte e più grande, a mettere i sogni in vita attraverso scelte e averne fiducia.
Queste vecchie anime seguono un sentiero più semplice, preferendo il viaggio coi piedi al suolo e la mente al cielo. Lasciando che lo spazio li muova organicamente e il tempo passi a sé con naturalezza come concezione.
Di tanto in tanto incontro viaggiatori che dopo aver attraversato l’hippy trail (il tragitto in direzione dell’India negli anni ‘60), fino a Kathmandu, non lasciarono più il Paese.
Il make-up di Freak Street e Kathmandu si sta commercializzando, ma lo spirito dei ‘primi turisti’ in Nepal continua a vivere luccicante, lo si può ripescare negli ostelli meno costosi di Freak Street, nelle note di musica rock versate dalle finestre della città, e in quelli che continuano a versarle.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6151" title="Deserto iraniano" src="/wp-content/files/2011/05/kathmandu4.jpg" alt="" width="300" height="225" />C’era un tempo in cui gli unici stranieri visti in Nepal erano quei viaggiatori con il coraggio di attraversare il mondo via terra.</p>
<p>Quando i voli avevano prezzi improponibili e il tragitto ignoto e azzardato, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">salve</a>  i primi turisti in Nepal erano anime in viaggio.</p>
<p>Stanchi del materialismo, conformismo e consumismo occidentale, hanno raccolto le sacche, quattro soldi e via, verso un viaggio di scoperta di un altro sé in una terra straniera.</p>
<p>Questa “missione” via terra dall’Europa all’Asia, generalmente terminava qui a Kathmandu, precisamente a Jhochhen Tole. Una zona nota per il suo ritmo shanti, tollerante e tranquillo e per i numerosi negozi di marijuana, i quali hanno continuato a vendere legalmente fino al 1972 (e una decina di anni a seguire senza permessi). Freak Street è diventata, e rimane ancor oggi, una meta popolare per molte menti aperte, libere, provocanti e in ricerca, i così chiamati  Freaks.</p>
<p>Prima di arrivare a Kathmandu tutto ciò che sapevo erano queste storie dagli anni ’60-‘70, potendomi facilmente rispecchiare nei loro racconti, ho cominciato anche io a muovermi via terra, in autostop.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6152" title="Autostop in Iran" src="/wp-content/files/2011/05/kathmandu.jpg" alt="" width="300" height="225" />E dopo cinque anni di viaggio e di vita nei paesi dell’Est Africa, Medio Oriente, Balcani, Caucaso, Europa e Asia – sono arrivata in Nepal, dove, come è successo a molti altri negli anni dei fiori, mi sono sentita a casa e presto stabilita in un pacifico villaggio tra le cime dell’Himalaya.</p>
<p>Di recente mi sono trovata seduta di fronte a un piatto di momo (ravioli tibetani) lungo Freak Street, in compagnia di un nostalgico, stravagante pensionato veneto.</p>
<p>“Trent’anni fa questa strada era piena di giovani barbuti!” sbraitava, “eravamo contemplatori di esistenza, peregrinavamo filosofeggiando dall’Eden café allo Snow Man con una tazza di chai in una mano e una canna nell’altra. Nessun comportamento assurdo o stravagante poteva sorprendere la gente in questa strada, ci sentivamo liberi di essere”.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-6153" title="Eden Hashish Center" src="/wp-content/files/2011/05/kathmandu3.jpg" alt="" width="206" height="299" />“Senza tutti questi voli a basso costo, gli unici giovani che riuscivano arrivare fin qui erano quelli con l’audacia di passare attraverso la Turchia, il Kurdistan, l’Iran, l’Afghanistan, il Baluchistan, il Pakistan, e cosi via&#8230; Li vedi ora questi turisti? Indossano i pantaloni più tecnologici per l’escursione più tecnologica, perdiana!”</p>
<p>Ad intervalli interrompevamo il discorso per un morso ai momo ormai intiepiditi. Annuivo al sapiente meditato, e con la mente indaffarata cercavo parole.</p>
<p>“Il teletrasporto esiste già!” continuava l’Italiano bofonchiante, “possiamo attraversare l’intero globo in una giornata. Tutti si intrattengono con grandi parlate di modernizzazione e sviluppo, ma a me pare che lo sviluppo ci stia arrivando al collo.”</p>
<p>Riconosco ciò di cui parlava, con il quietarsi della situazione maoista il Nepal sta diventando una rinomata destinazione turistica, con tutti i cambiamenti che ne implica.</p>
<p>In Freak Street, i negozi di marijuana sono stati sostituiti da internet point e ordinari ristoranti e il principale centro turistico si è spostato all’area di Thamel. Soprannominata “il lunapark per turisti”, è una zona costruita appositamente per questa nuova ondata di stranieri. Con hotel costosi, pubblicità, ristoranti di lusso, musica dal vivo e stuzzicante vita notturna.</p>
<p>Ma lo spirito dei primi viaggiatori venuti via terra non è morto.</p>
<p><img class="size-full wp-image-6155 alignright" title="Kirtipur, Nepal" src="/wp-content/files/2011/05/kathmandu2.jpg" alt="" width="300" height="200" />Viaggiando nel nuovo millennio ho incontrato incredibili giramondo di ogni età e sfondo culturale, che hanno intrapreso i viaggi più spettacolari e stimolanti.<br />
Seimila miglia di deserti, alte montagne e strade sterrate, in auto, motocicletta, bici, a piedi, in autostop, su asini, in deltaplano o anche in monociclo.</p>
<p>La loro testimonianza mi ispira e incoraggia a sognare più forte e più grande, a mettere i sogni in vita attraverso scelte e averne fiducia.</p>
<p>Queste vecchie anime seguono un sentiero più semplice, preferendo il viaggio coi piedi al suolo e la mente al cielo. Lasciando che lo spazio li muova organicamente e il tempo passi a sé con naturalezza come concezione.</p>
<p>Di tanto in tanto incontro viaggiatori che dopo aver attraversato l’<em>hippy trail</em> (il tragitto in direzione dell’India negli anni ‘60), fino a Kathmandu, non lasciarono più il Paese.</p>
<p>Il make-up di Freak Street e Kathmandu si sta commercializzando, ma lo spirito dei ‘primi turisti’ in Nepal continua a vivere luccicante, lo si può ripescare negli ostelli meno costosi di Freak Street, nelle note di musica rock versate dalle finestre della città, e in quelli che continuano a versarle.</p>
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		<title>Il mercato di contrabbando a Peshawar</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/05/11/il-mercato-di-contrabbando-a-peshawar/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 May 2011 11:02:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sarah Tulivu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Una cosa sempre rimasta impressa ai viaggiatori che passano per Peshawar, tadalafil  eccetto l’hashish che costa meno dell’acqua, è il mercato di contrabbando. Un luogo al confine con l&#8217;Afghanistan dove la polizia non ha accesso, ma dove se stranieri è possibile farci una passeggiata.
Peshawar è una città Pakistana lungo l’antico Silk Road Route che ospita il rinomato Sitara Market e le sue ‘irregolari’ bancarelle. Stand di diamanti, denaro fasullo, armi, bombe a mano, droghe, gambe finte, binocoli a visuale notturna, PC, libri, kit medicinali, pietre preziose, cibo in scatola e chewing gum – insomma tutto ciò che  illegale, qui lo si può trovare a buon mercato, e in vendita accanto a frutta e verdura.
È possibile acquistare vecchi fucili lasciati dai tempi della presenza Britannica in Afghanistan nel diciannovesimo secolo, e revolver e divise militari sovietiche dall’occupazione Russa negli anni ’80.
“La maggior parte è merce rubata da container militari USA e NATO. I camion di rifornimenti vengono attaccati regolarmente lungo il loro tragitto dal porto di Karachi, attraverso il Khyber Pass, fino in Afghanistan,“ mi racconta Malek, un amico mercante.
“Almeno guadagniamo due soldi anche noi dall’invasione Americana,” borbotta divertito il venditore esilarante urtando il vicino di chiosco. Scoppiamo tutti in risata e come sempre in queste parti di mondo, concludiamo la conversazione con una tazza di tè speziato al latte.
Prima di lasciare la bancarella il mio occhio cade su una piccola scatola metallica che risplende sotto il sole e chiedo al venditore cosa contiene, lui risponde con una risata, “Dubito che tu sappia guidare un carro armato!”.
A dispetto dell’impressione che può dare l’idea di un mercato illegale a cielo aperto, con il giusto approccio possiamo star sicuri di imbatterci in negozianti simpatici e ospitali, che ci offriranno intrattenuti le lettere private amorose dalle fidanzate dei soldati Americani per una ventina di Rupie.
“Ho sentito alcuni comandanti Talebani discutere sul prezzo della tenuta di un soldato Americano,” ha detto Yusufzai in un’intervista. Yusufzai ha avuto esclusivo accesso ai leader Talebani grazie alle sue intrinseche documentazioni nell’area. Tra vestiario, equipaggiamento e gadget vari, un soldato in combat supera il valore di mille dollari in Sitara market.
Per non parlare delle forniture elettroniche, computer, parti di motori, hardware contenenti informazioni militari confidenziali, ecc.. – questi container trasportano i meccanismi e la tecnologia più avanzata.
Tale ‘lacuna di salvaguardia’  dei supplementi americani sta aiutando sia dal punto di vista economico che tecnologico i Talebani e tutti i partecipanti.
“Quindi, mentre all’aeroporto ci tolgono le bottigliette di deodorante per questioni di sicurezza, in altre parti del mondo si accertano che il cosiddetto nemico rimanga buon socio di affari – procurandogli armi abbastanza valide da poter continuare a chiamarlo ‘pericolo’,” spiega uno studente tedesco in anno di scambio in Pakistan, intento a scrivere la sua tesi sull’economia di guerra presso l’università di Islamabad.
“Lungo i 44 km tra Peshawar e Torkham sul confine Afghano, esistono 11 check-point con 300 guardie di sicurezza provenienti dai territori tribali (il Khasadar Force – tribal security recruits)  immessi dal governo, per garantire un passaggio sicuro di persone e rifornimenti US e NATO,” Spiega Safeerullah Wazir, agente politico della regione tribale di Khyber.
“Ciò nonostante, il numero di persone implicate in questo “import-export” è talmente alto e vario che diventa quasi impossibile prevenire i saccheggi e il contrabbando dei beni. Le imboscate ai container coinvolgono militanti, locali dai territori tribali, uomini di affari, autisti di camion, e le stesse forze di sicurezza”. Dicono alcuni residenti Peshawari.
Dal punto di vista di un viaggiatore di passaggio, la città è incantevole e i cittadini espansivi e accoglienti. Ne vale sinceramente la pena, fare visita a un’altra parte dello stesso mondo, testimoniarne l’incredibile ospitalità,  e bere un’altra tazza di tè speziato al latte.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6140" title="Karakoram highway, <a href="http://viagracoupongeneric.net/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  Peshawar&#8221; src=&#8221;https://thetamarind.eu/wp-content/files/2011/05/peshawar-300&#215;224.jpg&#8221; alt=&#8221;" width=&#8221;300&#8243; height=&#8221;224&#8243; />Una cosa sempre rimasta impressa ai viaggiatori che passano per Peshawar, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net" style="text-decoration:none;color:#676c6c">tadalafil</a>  eccetto l’hashish che costa meno dell’acqua, è il mercato di contrabbando. Un luogo al confine con l&#8217;Afghanistan dove la polizia non ha accesso, ma dove se stranieri è possibile farci una passeggiata.</p>
<p>Peshawar è una città Pakistana lungo l’antico <em>Silk Road Route</em> che ospita il rinomato <em>Sitara Market</em> e le sue ‘irregolari’ bancarelle. Stand di diamanti, denaro fasullo, armi, bombe a mano, droghe, gambe finte, binocoli a visuale notturna, PC, libri, kit medicinali, pietre preziose, cibo in scatola e chewing gum – insomma tutto ciò che  illegale, qui lo si può trovare a buon mercato, e in vendita accanto a frutta e verdura.</p>
<p>È possibile acquistare vecchi fucili lasciati dai tempi della presenza Britannica in Afghanistan nel diciannovesimo secolo, e revolver e divise militari sovietiche dall’occupazione Russa negli anni ’80.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6141" title="Mercato di Peshawar" src="/wp-content/files/2011/05/peshawar2.jpg" alt="" width="300" height="225" />“La maggior parte è merce rubata da container militari USA e NATO. I camion di rifornimenti vengono attaccati regolarmente lungo il loro tragitto dal porto di Karachi, attraverso il Khyber Pass, fino in Afghanistan,“ mi racconta Malek, un amico mercante.</p>
<p>“Almeno guadagniamo due soldi anche noi dall’invasione Americana,” borbotta divertito il venditore esilarante urtando il vicino di chiosco. Scoppiamo tutti in risata e come sempre in queste parti di mondo, concludiamo la conversazione con una tazza di tè speziato al latte.</p>
<p>Prima di lasciare la bancarella il mio occhio cade su una piccola scatola metallica che risplende sotto il sole e chiedo al venditore cosa contiene, lui risponde con una risata, “Dubito che tu sappia guidare un carro armato!”.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-6142" title="Mercanti pakistani" src="/wp-content/files/2011/05/peshawar3.jpg" alt="" width="244" height="299" />A dispetto dell’impressione che può dare l’idea di un mercato illegale a cielo aperto, con il giusto approccio possiamo star sicuri di imbatterci in negozianti simpatici e ospitali, che ci offriranno intrattenuti le lettere private amorose dalle fidanzate dei soldati Americani per una ventina di Rupie.</p>
<p>“Ho sentito alcuni comandanti Talebani discutere sul prezzo della tenuta di un soldato Americano,” ha detto Yusufzai in un’intervista. Yusufzai ha avuto esclusivo accesso ai leader Talebani grazie alle sue intrinseche documentazioni nell’area. Tra vestiario, equipaggiamento e gadget vari, un soldato in combat supera il valore di mille dollari in Sitara market.</p>
<p>Per non parlare delle forniture elettroniche, computer, parti di motori, hardware contenenti informazioni militari confidenziali, ecc.. – questi container trasportano i meccanismi e la tecnologia più avanzata.</p>
<p>Tale ‘lacuna di salvaguardia’  dei supplementi americani sta aiutando sia dal punto di vista economico che tecnologico i Talebani e tutti i partecipanti.</p>
<p>“Quindi, mentre all’aeroporto ci tolgono le bottigliette di deodorante per questioni di sicurezza, in altre parti del mondo si accertano che il cosiddetto nemico rimanga buon socio di affari – procurandogli armi abbastanza valide da poter continuare a chiamarlo ‘pericolo’,” spiega uno studente tedesco in anno di scambio in Pakistan, intento a scrivere la sua tesi sull’economia di guerra presso l’università di Islamabad.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6143" title="Soldati pakistani" src="/wp-content/files/2011/05/peshawar4.jpg" alt="" width="300" height="225" />“Lungo i 44 km tra Peshawar e Torkham sul confine Afghano, esistono 11 check-point con 300 guardie di sicurezza provenienti dai territori tribali (il <em>Khasadar Force</em> – tribal security recruits)  immessi dal governo, per garantire un passaggio sicuro di persone e rifornimenti US e NATO,” Spiega Safeerullah Wazir, agente politico della regione tribale di Khyber.</p>
<p>“Ciò nonostante, il numero di persone implicate in questo “import-export” è talmente alto e vario che diventa quasi impossibile prevenire i saccheggi e il contrabbando dei beni. Le imboscate ai container coinvolgono militanti, locali dai territori tribali, uomini di affari, autisti di camion, e le stesse forze di sicurezza”. Dicono alcuni residenti Peshawari.</p>
<p>Dal punto di vista di un viaggiatore di passaggio, la città è incantevole e i cittadini espansivi e accoglienti. Ne vale sinceramente la pena, fare visita a un’altra parte dello stesso mondo, testimoniarne l’incredibile ospitalità,  e bere un’altra tazza di tè speziato al latte.</p>
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		<title>L&#8217;International Tattoo Convention del Nepal</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/05/08/linternational-tattoo-convention-di-kathmandu/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2011 15:38:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sarah Tulivu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Kathmandu]]></category>
		<category><![CDATA[Nepal]]></category>
		<category><![CDATA[tatuaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 2011 è l’anno del turista in Nepal.
Ora che la situazione politica è più tranquilla, sick  il paese è stato riempito di cartelli “Tourism Year 2011” – con il presupposto di dedicare il nuovo anno al turismo.
Questi ultimi mesi hanno visto numerose iniziative legate alla musica e all’arte. Tra le quali, shop  il più recente, e primo, International Tattoo Convention.
Per tale avvenimento fu scelto uno scenario come lo Yak e Yeti hotel a cinque stelle, e per tre giorni la sua immensa sala è diventata un’eccitante arena d’inchiostro per tattooo aficionados di ogni tipo. Ospiti d’onore 57 incredibili tatuatori da ogni parte del globo, tra cui alcuni Italiani, per un evento che ha segnato i corpi di molti per sempre.
C’era chi sfoggiava la propria pelle come una tela pregiata e chi vagava da uno stand all’altro incuriosito nel vedere una nuova faccia del Nepal: un’ottima occasione di scambio per esperti  e novizi di quest’arte, un modo creativo di promuovere la cultura Nepalese e per alcuni viaggiatori di regalarsi un souvenir a vita.
“Un’incredibile opportunità per noi. Poter imparare metodi e design influenzati dagli stili asiatici Hindu-Buddhisti direttamente nel posto natale,” commenta un guru dell’inchiostro venuto da Bologna appositamente per l’evento.
“Il coordinamento funziona differentemente dai convegni Europei, tutta un’altra energia. Qui ci trattano da re, un’ospitalità senza precedenti,”  racconta Andrea Afferni, artista Milanese che ha tenuto un seminario su color realism and portrait (Realismo a colori e Ritratto).
“Sono rimasto colpito dall’eccellente organizzazione, igiene e dalla qualità degli artisti nepalesi e dei loro lavori.  Certamente segnerò il calendario per l’anno prossimo,” aggiunge con sorriso.
Il tatuaggio è un simbolo radicato nella cultura Nepalese da tempi antichi. In particolare tra le comunità Tharu e Newari, e tra gli abitanti di alta montagna Himalayana – dove tatuano con le spine dell’albero di nil, il nikadha, intinto nel latte di capra, soprattutto su mani, gambe,  guancie, mento e fronte.
“In diversi scritti religiosi Hindu troviamo il tatuaggio vestire un ruolo di ‘accompagnatore’ nel momento della reincarnazione.  Quando un uomo muore, i simboli e divinità rappresentati sulla propria pelle sono tutto ciò che si porta con sé da questo mondo.” Racconta un delicato anziano Newari.
Seduto sulle scalinate di un vecchio tempio mostra modesto i propri tatuaggi – raffigurazioni di Dei e Dee, tra le quali Shiva, Parvati, Durga, Vishnu, Ram e Krishna.
“Il primo tatuaggio me lo fecero da piccino, un Ohm sulla mano, come difesa da malattie e spiriti maligni. Per tradizione, ogni cinque anni rinnoviamo la protezione con un nuovo tatuaggio. Ma i giovani di oggi sembrano badare più all’estetica nella raffigurazione di un bel Dio che alla sua parte spirituale, ” aggiunge il vecchio saggio scuotendo la testa con affetto.
Le forme tradizionali di tatuaggio si estinguono, ma con la modernizzazione sta germogliando una nuova generazione di amanti di quest’arte – gli spiego a tono di domanda, mostrandogli alcune foto del Tattoo convention dalla pagina di giornale .
Osserva a lungo con occhi comprensivi le foto di un motociclista tedesco e una ragazza mingherlina indiana coperti di colore, e commenta: “Sono sempre stato geloso degli artisti. Potersi esprimere nella musica o nel dipinto è una dote meravigliosa che merita di essere condivisa col mondo. Chi l’avrebbe mai pensato che anche simboli sacri come il tatuaggio sarebbero diventati un’arte di interesse globale.”
“Il ‘progresso’  è solo uno sviluppo delle culture originarie. E mentre i nostri antenati si fanno quattro risate, noi ci scervelliamo per decidere quale arma è meglio usare per la stessa  guerra di sempre” continua l’erudito Newari.
Nepal si sta aprendo rapidamente in molte direzioni, abbiamo visto il 2011 ospitare eventi di arte e musica contemporanea Nepalese estendendersi internazionale, pur rimanendo connessi alle tradizioni native.
Per noi ‘stranieri a lungo termine’ in Nepal iniziative del genere sono una straordinaria testimonianza, e con più di mezzo anno rimasto, rimane solo a vedere quali altre creative forme nuove o tradizionali saranno proposte al pubblico di entusiasti d’arte per questo ‘anno del turista’.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6128" title="tattoo" src="/wp-content/files/2011/05/tattoo.jpg" alt="" width="212" height="299" />Il 2011 è l’anno del turista in Nepal.</p>
<p>Ora che la situazione politica è più tranquilla, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sick</a>  il paese è stato riempito di cartelli “Tourism Year 2011” – con il presupposto di dedicare il nuovo anno al turismo.</p>
<p>Questi ultimi mesi hanno visto numerose iniziative legate alla musica e all’arte. Tra le quali, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">shop</a>  il più recente, e primo, <em>International Tattoo Convention</em>.</p>
<p>Per tale avvenimento fu scelto uno scenario come lo Yak e Yeti hotel a cinque stelle, e per tre giorni la sua immensa sala è diventata un’eccitante arena d’inchiostro per tattooo aficionados di ogni tipo. Ospiti d’onore 57 incredibili tatuatori da ogni parte del globo, tra cui alcuni Italiani, per un evento che ha segnato i corpi di molti per sempre.</p>
<p>C’era chi sfoggiava la propria pelle come una tela pregiata e chi vagava da uno stand all’altro incuriosito nel vedere una nuova faccia del Nepal: un’ottima occasione di scambio per esperti  e novizi di quest’arte, un modo creativo di promuovere la cultura Nepalese e per alcuni viaggiatori di regalarsi un souvenir a vita.</p>
<p><a href="/wp-content/files/2011/05/mg_3083.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6130" title="mg_3083" src="/wp-content/files/2011/05/mg_3083-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>“Un’incredibile opportunità per noi. Poter imparare metodi e design influenzati dagli stili asiatici Hindu-Buddhisti direttamente nel posto natale,” commenta un guru dell’inchiostro venuto da Bologna appositamente per l’evento.</p>
<p>“Il coordinamento funziona differentemente dai convegni Europei, tutta un’altra energia. Qui ci trattano da re, un’ospitalità senza precedenti,”  racconta Andrea Afferni, artista Milanese che ha tenuto un seminario su <em>color realism and portrait</em> (<em>Realismo a colori e Ritratto).</em></p>
<p>“Sono rimasto colpito dall’eccellente organizzazione, igiene e dalla qualità degli artisti nepalesi e dei loro lavori.  Certamente segnerò il calendario per l’anno prossimo,” aggiunge con sorriso.</p>
<p><img class="size-full wp-image-6129 alignleft" title="tattoo-of-brahma-the-hindu-god-of-creation" src="/wp-content/files/2011/05/tattoo-of-brahma-the-hindu-god-of-creation.jpg" alt="" width="120" height="299" />Il tatuaggio è un simbolo radicato nella cultura Nepalese da tempi antichi. In particolare tra le comunità Tharu e Newari, e tra gli abitanti di alta montagna Himalayana – dove tatuano con le spine dell’albero di nil, il <em>nikadha</em>, intinto nel latte di capra, soprattutto su mani, gambe,  guancie, mento e fronte.</p>
<p>“In diversi scritti religiosi Hindu troviamo il tatuaggio vestire un ruolo di ‘accompagnatore’ nel momento della reincarnazione.  Quando un uomo muore, i simboli e divinità rappresentati sulla propria pelle sono tutto ciò che si porta con sé da questo mondo.” Racconta un delicato anziano Newari.</p>
<p>Seduto sulle scalinate di un vecchio tempio mostra modesto i propri tatuaggi – raffigurazioni di Dei e Dee, tra le quali Shiva, Parvati, Durga, Vishnu, Ram e Krishna.</p>
<p>“Il primo tatuaggio me lo fecero da piccino, un Ohm sulla mano, come difesa da malattie e spiriti maligni. Per tradizione, ogni cinque anni rinnoviamo la protezione con un nuovo tatuaggio. Ma i giovani di oggi sembrano badare più all’estetica nella raffigurazione di un bel Dio che alla sua parte spirituale, ” aggiunge il vecchio saggio scuotendo la testa con affetto.</p>
<p>Le forme tradizionali di tatuaggio si estinguono, ma con la modernizzazione sta germogliando una nuova generazione di amanti di quest’arte – gli spiego a tono di domanda, mostrandogli alcune foto del Tattoo convention dalla pagina di giornale .</p>
<p>Osserva a lungo con occhi comprensivi le foto di un motociclista tedesco e una ragazza mingherlina indiana coperti di colore, e commenta: “Sono sempre stato geloso degli artisti. Potersi esprimere nella musica o nel dipinto è una dote meravigliosa che merita di essere condivisa col mondo. Chi l’avrebbe mai pensato che anche simboli sacri come il tatuaggio sarebbero diventati un’arte di interesse globale.”</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-6131" title="1279482528772_f" src="/wp-content/files/2011/05/1279482528772_f-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" />“Il ‘progresso’  è solo uno sviluppo delle culture originarie. E mentre i nostri antenati si fanno quattro risate, noi ci scervelliamo per decidere quale arma è meglio usare per la stessa  guerra di sempre” continua l’erudito Newari.</p>
<p>Nepal si sta aprendo rapidamente in molte direzioni, abbiamo visto il 2011 ospitare eventi di arte e musica contemporanea Nepalese estendendersi internazionale, pur rimanendo connessi alle tradizioni native.</p>
<p>Per noi ‘stranieri a lungo termine’ in Nepal iniziative del genere sono una straordinaria testimonianza, e con più di mezzo anno rimasto, rimane solo a vedere quali altre creative forme nuove o tradizionali saranno proposte al pubblico di entusiasti d’arte per questo ‘anno del turista’.</p>
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		<title>Una goccia di Asia</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 14:33:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sarah Tulivu</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Una realtà scelta piena di sogni, there
Viaggio tra l’Iran e il Pakistan.
“Ragazza mia, check  da dove sbuchi? Hai bisogno di una scorta armata per passare il Balochistan”
Dal momento in cui ho messo piede in Pakistan è cresciuto in me un forte desiderio di testimoniare un po’ di vita da questi paesi, troppo spesso divorati da pregiudizi e cattive reputazioni.
Spero che a forza di ascoltare notizie quotidiane, storpiate e orchestrate dalle istituzioni e dai media, non ci dimentichiamo delle parti umane del mondo.
Mai nessun altro posto sfidò e capovolse le mie concezioni di spazio-tempo tanto quanto all’arrivo con il confine iraniano-pakistano, quel giorno ventoso di sabbia.
Passata la frontiera m’imbattei in un mondo incredibile di cui prima non immaginavo l&#8217;esistenza.
Per la prima volta, dopo un paio di anni in paesi musulmani, incontrai un Islam asiatico, colorato, nuovo.
“Dove stai andando?” Mi chiese incuriosita una donna con i guanti neri.
“Pakistan” Le dissi, posando la borsa a terra.
“E come pensi di fare? Devi attraversare la terra del Balochistan per arrivarci!”
‘Bene, questa donna sembra saperne di più di me.’ Pensai.
“Da che parte devo andare?”
“Oh ragazza mia! Ma da dove sbuchi?” Mi guardò per un momento dalla testa ai piedi e rise con affetto, “Hai bisogno di una scorta armata per passare il confine.”
Questa donna era un’autista di “woman taxi” e mi diede un passaggio al centro città dove trovai tre gagliardi soldati, felici di accompagnarmi nella loro auto, una vecchia Paykan rossa, fino al primo checkpoint. Da lì in poi, fino all’uscita dalla regione del Balochistan il governo assegna allo straniero una guardia personale che si da il cambio ogni ora, per questioni di sicurezza.
“Quando la Russia attaccò l’Afghanistan, molti talebani si rifugiarono qui in Balochistan.” Mi spiegò il soldato al volante sorridendomi dallo specchio retrovisore.
“Ci furono rapimenti di stranieri in passato, per questo ti hanno appioppato noi tre. Ma tu non ti preoccupare. Se fossi una persona abbastanza importante da essere rapita non penso viaggeresti con questa borsetta!” Ridemmo alla vecchia tracolla forse più del necessario.
Senso d’umorismo di frontiera.
Impiegai quattro giorni per arrivare a Quetta, la capitale del Balochistan, situata nella valle al confine con l’Afghanistan.
Partimmo al tramonto, dopo un the speziato al latte, in una stanza con un gruppo di uomini dagli occhi sorridenti, la barba arancione e i capelli coperti.
Il vento soffiava imponente, tiepido ma gentile. Portava la sabbia con sé lungo le strade costringendo il più degli uomini a coprirsi il viso. La strada era affollata di movimenti e colori a me sconosciuti. Le donne non si vedevano, forse in casa a cucinare.
La mia “guardia del corpo”, un uomo delicato e amabile sulla quarantina, mi fa segno di salire sull’autobus.
Mi misero a sedere nel posto davanti, lontana da altri uomini. Nei mezzi di trasporto di solito c’è una sezione donne, separata da un muro di metallo per la loro privacy.
“Nei viaggi lunghi una donna non viaggia mai senza un membro di famiglia maschile, per questo non c’è l’area donne qui”. Mi dice il soldato senza staccare gli occhi dalla strada.
“È la prima volta che vedo una ragazza sola passare questo confine. Lo racconterò a mia moglie.”
Gli sorrisi. E via! Il viaggio in bus più stimolante e incredibile della mia vita.
Quattro giorni senza vedere una donna o parlare inglese. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre impugnato per difendere &#8211; me.
La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.
&#8220;Da piccola sognavo di girare il mondo&#8221; dissi al soldato in farsi (persiano).
Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.
Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.
Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.

Furono  quattro giorni a tratti un po’ penosi, senza vedere una donna o parlare  inglese, ma comunque colorati dalla presenza di uomini gentili e  ospitali. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che  correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre  impugnato per difendere – me.
La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.
“Da piccola sognavo di girare il mondo” dissi al soldato in Farsi (Persiano).
Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.
Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.
Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.

Strade di Quetta
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Una realtà scelta piena di sogni, <a href="http://cialis-for-sale-safe.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">there</a><br />
Viaggio tra l’Iran e il Pakistan.</strong></p>
<p><em>“Ragazza mia, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">check</a>  da dove sbuchi? Hai bisogno di una scorta armata per passare il Balochistan”</em></p>
<p><img class="alignleft" title="baloochistan is baloochistan" src="http://overthebranches.files.wordpress.com/2011/03/cimg2346.jpg" alt="" width="225" height="300" />Dal momento in cui ho messo piede in Pakistan è cresciuto in me un forte desiderio di testimoniare un po’ di vita da questi paesi, troppo spesso divorati da pregiudizi e cattive reputazioni.</p>
<p>Spero che a forza di ascoltare notizie quotidiane, storpiate e orchestrate dalle istituzioni e dai media, non ci dimentichiamo delle parti umane del mondo.</p>
<p>Mai nessun altro posto sfidò e capovolse le mie concezioni di spazio-tempo tanto quanto all’arrivo con il confine iraniano-pakistano, quel giorno ventoso di sabbia.</p>
<p>Passata la frontiera m’imbattei in un mondo incredibile di cui prima non immaginavo l&#8217;esistenza.</p>
<p>Per la prima volta, dopo un paio di anni in paesi musulmani, incontrai un Islam asiatico, colorato, nuovo.</p>
<p>“Dove stai andando?” Mi chiese incuriosita una donna con i guanti neri.</p>
<p>“Pakistan” Le dissi, posando la borsa a terra.</p>
<p>“E come pensi di fare? Devi attraversare la terra del Balochistan per arrivarci!”</p>
<p>‘Bene, questa donna sembra saperne di più di me.’ Pensai.</p>
<p>“Da che parte devo andare?”</p>
<p>“Oh ragazza mia! Ma da dove sbuchi?” Mi guardò per un momento dalla testa ai piedi e rise con affetto, “Hai bisogno di una scorta armata per passare il confine.”</p>
<p>Questa donna era un’autista di “woman taxi” e mi diede un passaggio al centro città dove trovai tre gagliardi soldati, felici di accompagnarmi nella loro auto, una vecchia Paykan rossa, fino al primo checkpoint. Da lì in poi, fino all’uscita dalla regione del Balochistan il governo assegna allo straniero una guardia personale che si da il cambio ogni ora, per questioni di sicurezza.</p>
<p>“Quando la Russia attaccò l’Afghanistan, molti talebani si rifugiarono qui in Balochistan.” Mi spiegò il soldato al volante sorridendomi dallo specchio retrovisore.</p>
<p>“Ci furono rapimenti di stranieri in passato, per questo ti hanno appioppato noi tre. Ma tu non ti preoccupare. Se fossi una persona abbastanza importante da essere rapita non penso viaggeresti con questa borsetta!” Ridemmo alla vecchia tracolla forse più del necessario.</p>
<p>Senso d’umorismo di frontiera.</p>
<p>Impiegai quattro giorni per arrivare a Quetta, la capitale del Balochistan, situata nella valle al confine con l’Afghanistan.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6070" title="Camion dipinti in Pakistan" src="/wp-content/files/2011/03/camion.jpg" alt="" width="300" height="225" />Partimmo al tramonto, dopo un the speziato al latte, in una stanza con un gruppo di uomini dagli occhi sorridenti, la barba arancione e i capelli coperti.</p>
<p>Il vento soffiava imponente, tiepido ma gentile. Portava la sabbia con sé lungo le strade costringendo il più degli uomini a coprirsi il viso. La strada era affollata di movimenti e colori a me sconosciuti. Le donne non si vedevano, forse in casa a cucinare.</p>
<p>La mia “guardia del corpo”, un uomo delicato e amabile sulla quarantina, mi fa segno di salire sull’autobus.</p>
<p>Mi misero a sedere nel posto davanti, lontana da altri uomini. Nei mezzi di trasporto di solito c’è una sezione donne, separata da un muro di metallo per la loro privacy.</p>
<p>“Nei viaggi lunghi una donna non viaggia mai senza un membro di famiglia maschile, per questo non c’è l’area donne qui”. Mi dice il soldato senza staccare gli occhi dalla strada.</p>
<p>“È la prima volta che vedo una ragazza sola passare questo confine. Lo racconterò a mia moglie.”</p>
<p>Gli sorrisi. E via! Il viaggio in bus più stimolante e incredibile della mia vita.</p>
<p>Quattro giorni senza vedere una donna o parlare inglese. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre impugnato per difendere &#8211; me.</p>
<p>La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.</p>
<p>&#8220;Da piccola sognavo di girare il mondo&#8221; dissi al soldato in farsi (persiano).</p>
<p>Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.</p>
<p>Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.</p>
<p>Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-6087" title="i simpatici compagni di bus" src="/wp-content/files/2011/03/compagni-bus.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p>Furono  quattro giorni a tratti un po’ penosi, senza vedere una donna o parlare  inglese, ma comunque colorati dalla presenza di uomini gentili e  ospitali. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che  correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre  impugnato per difendere – me.</p>
<p>La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.<br />
“Da piccola sognavo di girare il mondo” dissi al soldato in Farsi (Persiano).<br />
Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.<br />
Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.<br />
Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-6088" title="Strade di Quetta" src="/wp-content/files/2011/03/quetta-1024x768.jpg" alt="" width="430" height="323" /></p>
<p style="text-align: center;">Strade di Quetta</p>
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