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	<title>The Tamarind &#187; Rocco Polin</title>
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		<title>L&#8217;eroismo della guerra di trincea</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 17:24:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo scorso 14 Febbraio, ask  scendendo di casa la mattina a Beirut, find  ho provato un&#8217;istintiva simpatia per i gruppetti di cittadini libanesi che si avviavano verso Piazza dei Martiri per ricordare il quinto anniversario dell&#8217;omicidio dell&#8217;ex primo ministro Rafik Hariri.
A farmeli sentire vicini non erano pero tanto le loro motivazioni (per spiegare le quali del resto dovrei imbarcarmi nell&#8217;impresa impossibile di riassumere in poche righe la politica libanese degli ultimi decenni), quanto piuttosto la loro passione politica, il loro impegno democratico, il fatto stesso che in una domenica mattina di sole scendessero in strada per manifestare le proprie idee.
Nelle loro facce e nelle loro bandiere rivedevo quelle dei miei concittadini la mattina del 25 aprile: i saluti stupiti e allegri di colleghi di lavoro che si ritrovano inaspettatamente sotto le stesse bandiere, le chiacchere tra perfetti sconosciuti per poche ore uniti da un sentimento di comune impegno civile, l&#8217;entusiasmo dei giovani e la commozione dei vecchi.
In un Medio Oriente dove l&#8217;impegno politico prende sovente la forma di azioni violente e omicide o di eroiche manifestazioni di protesta soppresse nel sangue, la tranquilla manifestazione di un popolo libero e fiero della sua democrazia, tanto più preziosa quanto sempre pericolante, mi sembra un evento cui non si può rimanere indifferenti.
Il fatto che, come raccontato da tanti autorevoli cronisti, le manifestazioni del 14 Febbraio si facciano di anno in anno meno entusiaste, meno partecipate e meno convinte non toglie nulla alla loro rilevanza e al loro valore. Che il popolo di Piazza dei Martiri, il popolo della Rivoluzione dei Cedri, sia ormai stanco e disilluso è vero e comprensibile, ma ciononostante, il cinismo dei commentatori pronti a titolare su un Libano che &#8220;rinuncia al proprio sogno&#8221; (si veda Battistini sul Corriere del 15 Febbraio) mi sembra profondamente ingeneroso.
Il popolo di Piazza dei Martiri in effetti è ormai stanco e consapevole dell&#8217;inadeguatezza dei propri leader rispetto ai grandi sogni di liberta e indipendenza nati nelle manifestazioni di cinque anni fa, eppure esso non si lascia scoraggiare e continua a scendere in piazza per una causa che continua a credere giusta. Anche per questo forse mi sono stati così istintivamente simpatici, perché mi ricordavano la sinistra italiana: un popolo continuamente illuso e tradito dai propri rappresentanti ma che persevera a fare il proprio dovere, convinto delle ragioni del proprio impegno e del valore della propria partecipazione.
Il popolo del 14 Febbraio, testardo nel suo commemorare ogni anno l&#8217;omicidio di Rafik Hariri, nel suo sottoporsi ogni anno ad un fiume di retorica sul sacrificio dei propri martiri e sul valore della convivenza tra cristiani e mussulmani (notevole l&#8217;Ave Maria cantata sulla base dell&#8217;Allah Akbar del muezzin) da parte di politici a cui non crede più e di cui ricorda il passato spesso criminale negli anni della guerra civile, mi ricordava, le file di cittadini italiani disposti a versare un euro per votare alle primarie di un partito di cui non parlano che male (a patto che ci risparmino l&#8217;Ave Maria cantata sulla base dell&#8217;Internazionale Socialista).
Un popolo che si tura il naso ma che fa il suo dovere, è a mio avviso un popolo maturo, un popolo degno di una democrazia. I cittadini che si dimostrano degni della propria democrazia non sono infatti coloro che scendono in piazza una volta ogni tanto a urlare vaffanculo sperando che il politicante di turno si riveli il messia e che li guidi in una facile battaglia dove sia facile distinguere i cattivi dai buoni. I cittadini veramente democratici sono coloro che continuano a credere nelle proprie idee una volta che l&#8217;eroica battaglia dei loro sogni si è rivelata una faticosa guerra di trincea combattuta nel fango del compromesso e nella disiullusione sul valore dei propri generali.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4860" title="manifestazione-e-moschea" src="/wp-content/uploads/2010/02/manifesta-e-moschea-300x225.jpg" alt="manifestazione-e-moschea" width="300" height="225" />Lo scorso 14 Febbraio, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">ask</a>  scendendo di casa la mattina a Beirut, <a href="http://buysovaldionusa.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">find</a>  ho provato un&#8217;istintiva simpatia per i gruppetti di cittadini libanesi che si avviavano verso Piazza dei Martiri per ricordare il quinto anniversario dell&#8217;omicidio dell&#8217;ex primo ministro Rafik Hariri.</p>
<p>A farmeli sentire vicini non erano pero tanto le loro motivazioni (per spiegare le quali del resto dovrei imbarcarmi nell&#8217;impresa impossibile di riassumere in poche righe la politica libanese degli ultimi decenni), quanto piuttosto la loro passione politica, il loro impegno democratico, il fatto stesso che in una domenica mattina di sole scendessero in strada per manifestare le proprie idee.</p>
<p>Nelle loro facce e nelle loro bandiere rivedevo quelle dei miei concittadini la mattina del 25 aprile: i saluti stupiti e allegri di colleghi di lavoro che si ritrovano inaspettatamente sotto le stesse bandiere, le chiacchere tra perfetti sconosciuti per poche ore uniti da un sentimento di comune impegno civile, l&#8217;entusiasmo dei giovani e la commozione dei vecchi.</p>
<p>In un Medio Oriente dove l&#8217;impegno politico prende sovente la forma di azioni violente e omicide o di eroiche manifestazioni di protesta soppresse nel sangue, la tranquilla manifestazione di un popolo libero e fiero della sua democrazia, tanto più preziosa quanto sempre pericolante, mi sembra un evento cui non si può rimanere indifferenti.</p>
<p>Il fatto che, come raccontato da tanti autorevoli cronisti, le manifestazioni del 14 Febbraio si facciano di anno in anno meno entusiaste, meno partecipate e meno convinte non toglie nulla alla loro rilevanza e al loro valore. Che il popolo di Piazza dei Martiri, il popolo della Rivoluzione dei Cedri, sia ormai stanco e disilluso è vero e comprensibile, ma ciononostante, il cinismo dei commentatori pronti a titolare su un Libano che &#8220;rinuncia al proprio sogno&#8221; (si veda Battistini sul Corriere del 15 Febbraio) mi sembra profondamente ingeneroso.</p>
<p>Il popolo di Piazza dei Martiri in effetti è ormai stanco e consapevole dell&#8217;inadeguatezza dei propri leader rispetto ai grandi sogni di liberta e indipendenza nati nelle manifestazioni di cinque anni fa, eppure esso non si lascia scoraggiare e continua a scendere in piazza per una causa che continua a credere giusta. Anche per questo forse mi sono stati così istintivamente simpatici, perché mi ricordavano la sinistra italiana: un popolo continuamente illuso e tradito dai propri rappresentanti ma che persevera a fare il proprio dovere, convinto delle ragioni del proprio impegno e del valore della propria partecipazione.</p>
<p>Il popolo del 14 Febbraio, testardo nel suo commemorare ogni anno l&#8217;omicidio di Rafik Hariri, nel suo sottoporsi ogni anno ad un fiume di retorica sul sacrificio dei propri martiri e sul valore della convivenza tra cristiani e mussulmani (notevole l&#8217;Ave Maria cantata sulla base dell&#8217;Allah Akbar del muezzin) da parte di politici a cui non crede più e di cui ricorda il passato spesso criminale negli anni della guerra civile, mi ricordava<em>, </em>le file di cittadini italiani disposti a versare un euro per votare alle primarie di un partito di cui non parlano che male (a patto che ci risparmino l&#8217;Ave Maria cantata sulla base dell&#8217;Internazionale Socialista).</p>
<p>Un popolo che si tura il naso ma che fa il suo dovere, è a mio avviso un popolo maturo, un popolo degno di una democrazia. I cittadini che si dimostrano degni della propria democrazia non sono infatti coloro che scendono in piazza una volta ogni tanto a urlare vaffanculo sperando che il politicante di turno si riveli il messia e che li guidi in una facile battaglia dove sia facile distinguere i cattivi dai buoni. I cittadini veramente democratici sono coloro che continuano a credere nelle proprie idee una volta che l&#8217;eroica battaglia dei loro sogni si è rivelata una faticosa guerra di trincea combattuta nel fango del compromesso e nella disiullusione sul valore dei propri generali.</p>
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		<title>E vissero tutti felici e contenti</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 18:28:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;uomo occidentale contemporaneo è generalmente convinto dell&#8217;idea di progresso. Le ragioni possono essere molte. Le cosiddette radici giudaico-cristiane ci spingono a guardare con fiducia al futuro nell&#8217;attesa della venuta o del ritorno del messia, cialis sale  il pensiero illuminista ci convince della forza della ragione umana, viagra  una comprensione superficiale ma diffusa della lezione darwiniana ci induce non solo a credere nell&#8217;evoluzione della specie ma anche ad attribuirvi un valore necessariamente positivo, ask  l&#8217;hegelo-marxismo ci suggerisce una concezione tutto sommato teleologica della storia umana ed in effetti gli ultimi secoli ci ha abituati ad un costante progresso scientifico, tecnico ed economico.
Con buona pace di Gesù, Darwin e Pangloss però, l&#8217;influenza più forte sul nostro modo di vedere il mondo l&#8217;ha avuta senza dubbio Walt Disney. È a causa del lavaggio del cervello cui ci hanno sottoposti Biancaneve e Topolino che la nostra istintiva fiducia nelle magnifiche sorti e progressive si è trasformata nella granitica certezza che i buoni vincono sempre, che i Bassotti non riusciranno mai ad espugnare il deposito, che Gambadilegno verrà preso con le mani nel sacco e che alla fine un bacio del Principe Azzurro risveglierà sempre la bella principessa.
Personalmente mi riscopro profondamente succube di questa visione del mondo. Né le tragedie del novecento né i ripetuti fallimenti di Willie il Coyote mi convinceranno mai che i cattivi possano effettivamente vincere. Il suicidio di Hitler nel bunker e il crollo del muro di Berlino erano, nel mio modo ingenuo e disneyano di vedere la storia, ovvi quanto la vittoria di Baloo nel duello finale con Shere Khan. Alla fine arrivano i nostri. In fondo, sono ancora perfettamente convinto che alla fine di Bip Bip non rimarranno che le ossa spolpate. Del resto, Ulisse alla fine è riuscito a tornare a casa, quel fesso di Renzo è riuscito a sposare la sua Lucia e gli alieni vengono sempre sconfitti dalla marina americana.
L&#8217;esempio più evidente di questo mio pregiudizio riguarda la costruzione dell&#8217;Unione Europea. Nato nel 1985, membro della cosiddetta generazione Erasmus, faccio fatica a considerare l&#8217;Europa una conquista. Per me l&#8217;Unione Europea rappresenta un fatto o, meglio ancora, un destino. La possibilità che il cammino europeo si interrompa o addirittura si inverta è semplicemente impensabile. Così come è impensabile che un giorno la Francia dichiari nuovamente guerra alla Germania. Quando gli irlandesi bocciano la Costituzione, quando i governi europei scelgono una britannica con i denti storti come Alta Rappresentante della Politica Estera e un belga esperto di haiku come Presidente dell&#8217;Unione&#8230; beh, mi viene naturale di pensare che, come nella canzone di De Andrè, ci facciano solo perdere tempo. Noi abbiamo la Storia dalla nostra parte. Un giorno l&#8217;Unione Europea avrà una sola politica estera e un presidente eletto dai suoi cittadini. Lo so. Lo sento con la stessa certezza con cui aprendo il Topolino so che Amelia non riuscirà a rubare la Numero Uno, con cui so che fra cinquant&#8217;anni Berlusconi non verrà ricordato come un grande statista perseguitato e che prima o poi Israele e Palestina vivranno in pace l&#8217;una accanto all&#8217;altra.
Il problema è che questa istintiva e immotivata fiducia nel futuro rischia di servire come scusa all&#8217;ignavia. Se è naturale che alla fine vincano i buoni non vi è ragione di affannarsi troppo a combattere i cattivi. Non che io creda di poter vincere sempre, cinque anni da elettore di centrosinistra mi hanno naturalmente abituato altrimenti. Il fatto è che i buoni possono perdere qualche battaglia ma alla fine sono destinati a vincere la guerra. Purtroppo però, si parva licet componere magnis, dubito che il regime razzista in Sud Africa sarebbe caduto se Nelson Mandela si fosse limitato ad aspettare fiducioso il trionfo dei buoni né che la Numero Uno sarebbe ancora in buone mani se Archimede non avesse inventato prodigiosi antifurti anti strega.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4605" title="Un topo antropomorfo" src="/wp-content/uploads/2009/12/topolino.jpg" alt="Un topo antropomorfo" width="168" height="162" />L&#8217;uomo occidentale contemporaneo è generalmente convinto dell&#8217;idea di progresso. Le ragioni possono essere molte. Le cosiddette radici giudaico-cristiane ci spingono a guardare con fiducia al futuro nell&#8217;attesa della venuta o del ritorno del messia, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis sale</a>  il pensiero illuminista ci convince della forza della ragione umana, <a href="http://viagracoupongeneric.net/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  una comprensione superficiale ma diffusa della lezione darwiniana ci induce non solo a credere nell&#8217;evoluzione della specie ma anche ad attribuirvi un valore necessariamente positivo, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">ask</a>  l&#8217;hegelo-marxismo ci suggerisce una concezione tutto sommato teleologica della storia umana ed in effetti gli ultimi secoli ci ha abituati ad un costante progresso scientifico, tecnico ed economico.</p>
<p>Con buona pace di Gesù, Darwin e Pangloss però, l&#8217;influenza più forte sul nostro modo di vedere il mondo l&#8217;ha avuta senza dubbio Walt Disney. È a causa del lavaggio del cervello cui ci hanno sottoposti Biancaneve e Topolino che la nostra istintiva fiducia nelle <em>magnifiche sorti e progressive</em> si è trasformata nella granitica certezza che i buoni vincono sempre, che i Bassotti non riusciranno mai ad espugnare il deposito, che Gambadilegno verrà preso con le mani nel sacco e che alla fine un bacio del Principe Azzurro risveglierà sempre la bella principessa.</p>
<p>Personalmente mi riscopro profondamente succube di questa visione del mondo. Né le tragedie del novecento né i ripetuti fallimenti di Willie il Coyote mi convinceranno mai che i cattivi possano effettivamente vincere. Il suicidio di Hitler nel bunker e il crollo del muro di Berlino erano, nel mio modo ingenuo e disneyano di vedere la storia, ovvi quanto la vittoria di Baloo nel duello finale con Shere Khan. Alla fine arrivano i nostri. In fondo, sono ancora perfettamente convinto che alla fine di Bip Bip non rimarranno che le ossa spolpate. Del resto, Ulisse alla fine è riuscito a tornare a casa, quel fesso di Renzo è riuscito a sposare la sua Lucia e gli alieni vengono sempre sconfitti dalla marina americana.</p>
<p>L&#8217;esempio più evidente di questo mio pregiudizio riguarda la costruzione dell&#8217;Unione Europea. Nato nel 1985, membro della cosiddetta generazione Erasmus, faccio fatica a considerare l&#8217;Europa una conquista. Per me l&#8217;Unione Europea rappresenta un fatto o, meglio ancora, un destino. La possibilità che il cammino europeo si interrompa o addirittura si inverta è semplicemente impensabile. Così come è impensabile che un giorno la Francia dichiari nuovamente guerra alla Germania. Quando gli irlandesi bocciano la Costituzione, quando i governi europei scelgono una britannica con i denti storti come Alta Rappresentante della Politica Estera e un belga esperto di haiku come Presidente dell&#8217;Unione&#8230; beh, mi viene naturale di pensare che, come nella canzone di De Andrè, ci facciano solo perdere tempo. Noi abbiamo la Storia dalla nostra parte. Un giorno l&#8217;Unione Europea avrà una sola politica estera e un presidente eletto dai suoi cittadini. Lo so. Lo sento con la stessa certezza con cui aprendo il Topolino so che Amelia non riuscirà a rubare la Numero Uno, con cui so che fra cinquant&#8217;anni Berlusconi non verrà ricordato come un grande statista perseguitato e che prima o poi Israele e Palestina vivranno in pace l&#8217;una accanto all&#8217;altra.</p>
<p>Il problema è che questa istintiva e immotivata fiducia nel futuro rischia di servire come scusa all&#8217;ignavia. Se è naturale che alla fine vincano i buoni non vi è ragione di affannarsi troppo a combattere i cattivi. Non che io creda di poter vincere sempre, cinque anni da elettore di centrosinistra mi hanno naturalmente abituato altrimenti. Il fatto è che i buoni possono perdere qualche battaglia ma alla fine sono destinati a vincere la guerra. Purtroppo però, <em>si parva licet componere magnis, </em>dubito che il regime razzista in Sud Africa sarebbe caduto se Nelson Mandela si fosse limitato ad aspettare fiducioso il trionfo dei buoni né che la Numero Uno sarebbe ancora in buone mani se Archimede non avesse inventato prodigiosi antifurti anti strega.</p>
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		<title>È tutta colpa di Repubblica</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 08:58:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il Giornale ha dato fuoco alle polveri. La strategia del neodirettore Feltri è chiara: “smascherare i moralisti”. Il direttore di Avvenire ha molestato la moglie di un uomo con cui intratteneva una relazione omosessuale. Il direttore di Repubblica ha comprato una casa parzialmente in nero. Altri attacchi seguiranno. È cominciata la controffensiva d’autunno.
Pensavamo che non fosse possibile assistere ad un ulteriore abbassamento del livello del dibattito pubblico italiano, pharmacy  ad un ulteriore peggioramento della qualità del nostro giornalismo e invece come al solito dobbiamo convincerci che al peggio non c’è mai fine.
La tesi, ed  forse un po’ provocatoria, è che il responsabile primo di questo degrado non sia Il Giornale, bensì La Repubblica. Provate ad esempio a rileggere l’ultima delle famose dieci domande rivolte dal quotidiano di Ezio Mauro al presidente del Consiglio
&#8220;Veronica Lario ha detto: «Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. E’ stato tutto inutile». Geriatri (come il professor Gianfranco Salvioli, dell’Università di Modena) ritengono che i comportamenti ossessivi nei confronti del sesso, censurati da Veronica Lario, potrebbero essere l’esito di «una degenerazione psicopatologica di tratti narcisistici della personalità». Quali sono le sue condizioni di salute?&#8221; (www.repubblica.it)
Un giornale serio non dovrebbe nemmeno pubblicarla una domanda così. Una moglie tradita parla male del marito. Non indica comportamenti o fatti di cui noi si possa valutare la gravità, dice di aver chiesto agli amici di stare vicino al marito come si farebbe con una persona che non sta bene. È uno sfogo generico quello della Lario, non un capo d’accusa preciso. Poi si mette l’opinione di un geriatra (apparentemente uno fra tanti) che dice un’ovvietà: comportamenti ossessivi nei confronti del sesso potrebbero essere l’esito di “una degenerazione psicopatologica di tratti narcisistici della personalità”. Non si dice di preciso che comportamenti e comunque non è chiaro in base a cosa si accusa Berlusconi di comportamenti ossessivi, per un vecchio miliardario voler andare a letto con delle belle donne giovani è un comportamento magari moralmente riprovevole, non certo ossessivo. Dopo una dichiarazione vaga della moglie e una ancor più vaga di un geriatra senza un’evidente connessione fra le due, finalmente arriva la domanda: quali sono le condizioni di salute del presidente del Consiglio?
Berlusconi si è comportato scioccamente. Avrebbe dovuto rispondere subito a questa domanda, come gli chiedevano arrabbiati i lettori di Repubblica. “Sto bene grazie e lei?”. Ma naturalmente quella di Repubblica non era una domanda. Era un’insinuazione. Si insinuava che il Presidente del Consiglio fosse affetto da disturbi della personalità. Lo scopo di Repubblica, ormai da qualche tempo, non è quello di informare i propri lettori, è quello di mettere in difficoltà Silvio Berlusconi. Esattamente come lo scopo de Il Giornale è difendere Silvio Berlusconi e mettere in difficoltà i suoi avversari.
Sia chiaro che Repubblica aveva il diritto e forse anche il dovere di parlare dei festini di Villa Certosa. Un conto però è informare di un fatto, un conto è montare una campagna stampa, con intercettazioni pubblicate un po’ per volta per tenere alta la suspense e facendo capire che altre e più gravi rivelazioni avrebbero dovuto arrivare. Naturalmente anche le campagne stampa sono perfettamente legittime in un paese democratico. È perfettamente legittima l’esistenza di un giornale d’opinione che più che informare ha lo scopo di portare avanti una tesi, di fare una battaglia politica. Però allora vale l’equazione Repubblica=Il Giornale. Giornali che si leggono per indignarsi contro i propri avversari, per essere rafforzati nella propria convinzione di essere dalla parte del giusto. 
Repubblica non fa informazione dunque, fa principalmente opposizione. E per di più fa opposizione del peggior tipo. Un’opposizione basata sullo spiare tra le lenzuola del Capo del Governo. E allora non capisco perché adesso dovremmo indignarci se Il Giornale risponde accusando Ezio Mauro di evasione fiscale e Boffo di molestie. E allora non capisco perché non potevano essere pubblicate le foto di Sircana che guardava i transessuali. Ed ecco che il dibattito pubblico italiano si fa sempre più squallido e partigiano.
Io nel dubbio ho cominciato a comprare la Stampa.

]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-medium wp-image-3869" title="Quarto potere" src="/wp-content/files/2009/09/citizenkane1-202x300.jpg" alt="Quarto potere" width="202" height="300" />Il Giornale ha dato fuoco alle polveri. La strategia del neodirettore Feltri è chiara: “smascherare i moralisti”. Il direttore di Avvenire ha molestato la moglie di un uomo con cui intratteneva una relazione omosessuale. Il direttore di Repubblica ha comprato una casa parzialmente in nero. Altri attacchi seguiranno. È cominciata la controffensiva d’autunno.</p>
<p class="MsoNormal">Pensavamo che non fosse possibile assistere ad un ulteriore abbassamento del livello del dibattito pubblico italiano, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pharmacy</a>  ad un ulteriore peggioramento della qualità del nostro giornalismo e invece come al solito dobbiamo convincerci che al peggio non c’è mai fine.</p>
<p class="MsoNormal">La tesi, <a href="http://sovaldihepatitisc.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">ed</a>  forse un po’ provocatoria, è che il responsabile primo di questo degrado non sia Il Giornale, bensì La Repubblica. Provate ad esempio a rileggere l’ultima delle famose dieci domande rivolte dal quotidiano di Ezio Mauro al presidente del Consiglio</p>
<p class="MsoNormal"><span><em>&#8220;Veronica Lario ha detto: «Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. E’ stato tutto inutile». Geriatri (come il professor Gianfranco Salvioli, dell’Università di Modena) ritengono che i comportamenti ossessivi nei confronti del sesso, censurati da Veronica Lario, potrebbero essere l’esito di «una degenerazione psicopatologica di tratti narcisistici della personalità». Quali sono le sue condizioni di salute?&#8221; </em>(www.repubblica.it)</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Un giornale serio non dovrebbe nemmeno pubblicarla una domanda così. Una moglie tradita parla male del marito. Non indica comportamenti o fatti di cui noi si possa valutare la gravità, dice di aver chiesto agli amici di stare vicino al marito come si farebbe con una persona che non sta bene. È uno sfogo generico quello della Lario, non un capo d’accusa preciso. Poi si mette l’opinione di un geriatra (apparentemente uno fra tanti) che dice un’ovvietà: comportamenti ossessivi nei confronti del sesso potrebbero essere l’esito di “una degenerazione psicopatologica di tratti narcisistici della personalità”. Non si dice di preciso che comportamenti e comunque non è chiaro in base a cosa si accusa Berlusconi di comportamenti ossessivi, per un vecchio miliardario voler andare a letto con delle belle donne giovani è un comportamento magari moralmente riprovevole, non certo ossessivo. Dopo una dichiarazione vaga della moglie e una ancor più vaga di un geriatra senza un’evidente connessione fra le due, finalmente arriva la domanda: quali sono le condizioni di salute del presidente del Consiglio?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Berlusconi si è comportato scioccamente. Avrebbe dovuto rispondere subito a questa domanda, come gli chiedevano arrabbiati i lettori di Repubblica. “Sto bene grazie e lei?”. Ma naturalmente quella di Repubblica non era una domanda. Era un’insinuazione. Si insinuava che il Presidente del Consiglio fosse affetto da disturbi della personalità. Lo scopo di Repubblica, ormai da qualche tempo, non è quello di informare i propri lettori, è quello di mettere in difficoltà Silvio Berlusconi. Esattamente come lo scopo de Il Giornale è difendere Silvio Berlusconi e mettere in difficoltà i suoi avversari.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sia chiaro che Repubblica aveva il diritto e forse anche il dovere di parlare dei festini di Villa Certosa. Un conto però è informare di un fatto, un conto è montare una campagna stampa, con intercettazioni pubblicate un po’ per volta per tenere alta la suspense e facendo capire che altre e più gravi rivelazioni avrebbero dovuto arrivare. Naturalmente anche le campagne stampa sono perfettamente legittime in un paese democratico. È perfettamente legittima l’esistenza di un giornale d’opinione che più che informare ha lo scopo di portare avanti una tesi, di fare una battaglia politica. Però allora vale l’equazione Repubblica=Il Giornale. Giornali che si leggono per indignarsi contro i propri avversari, per essere rafforzati nella propria convinzione di essere dalla parte del giusto. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Repubblica non fa informazione dunque, fa principalmente opposizione. E per di più fa opposizione del peggior tipo. Un’opposizione basata sullo spiare tra le lenzuola del Capo del Governo. E allora non capisco perché adesso dovremmo indignarci se Il Giornale risponde accusando Ezio Mauro</span> di evasione fiscale e Boffo di molestie. E allora non capisco perché non potevano essere pubblicate le foto di Sircana che guardava i transessuali. Ed ecco che il dibattito pubblico italiano si fa sempre più squallido e partigiano.</p>
<p class="MsoNormal">Io nel dubbio ho cominciato a comprare la Stampa.</p>
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		<title>Casa Zimbabwe</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/07/01/casa-zimbabwe/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2009/07/01/casa-zimbabwe/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2009 14:40:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[anni Sessanta]]></category>
		<category><![CDATA[California]]></category>
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		<category><![CDATA[Studio all'estero]]></category>
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		<description><![CDATA[“San Francisco e la metà degli anni sessanta erano un bel tempo e un bel posto dove vivere. Forse ha significato qualcosa. O forse no, pilule  alla lunga… ma nessuna spiegazione, nessun insieme di parole o musiche o ricordi può toccare la consapevolezza di essere stato la, vivo, in quell’angolo di tempo e di mondo. Qualunque cosa significasse…
C’era una fantastica, universale impressione che qualunque cosa si facesse era giusta, che si stesse vincendo…Avevamo l’abbrivio noi: stavamo cavalcando un’onda altissima e meravigliosa…
Ora, meno di cinque anni dopo, potevi andare su una qualsiasi collina a Las Vegas e guardare verso Ovest, e con gli occhi adatti potevi quasi vedere il segno dell’alta marea – quel punto in cui l’onda, alla fine, si è spezzata per tornare indietro”
Da “Fear and loathing in Las Vegas” di Hunter S. Tohmpson
Credo che dalla collinetta di Las Vegas, guardando a occidente alla ricerca del segno dell’alta marea, con gli occhi adatti si scorgerebbe un grosso edificio di pietra posizionato in posizione sopraelevata sul lato settentrionale del campus dell’Università di Berkeley. Quell’edificio giallo è rimasto attaccato alla sua collina e all’utopia degli anni in cui fu creato come certe cozze rimangono attaccate agli scogli, incuranti della marea che prima le sommerge e poi si ritira.
E’ una cooperativa studentesca, una comune, un centro sociale… chiamatela come volete, ufficialmente si chiama Casa Zimbabwe, in lingua Shona significa house of stone (facile il passaggio a “house of stoned”), in sigla CZ (da cui il soprannome Czars per i suoi abitanti) e conosciuta a Berkeley anche come Crakistan (questa non credo ci sia bisogno di spiegarla). Io ci ho vissuto un anno, studente in scambio presso l’Università’ della California e quella casa, la sua cultura e i suoi abitanti, sono stati l’elemento centrale e definitorio del mio anno all’estero.
Un anno all’estero che pensavo sarebbe stato all’insegna dello studio in una delle migliori università del mondo e che invece si è gradualmente trasformato in un’esperienza psichedelica in quello che ancora resiste della controcultura degli anni Sessanta. La morale dell’articolo è forse meglio anticiparla si dall’inizio: la parte migliore delle proprie esperienze all’estero è quella di cui alla partenza non si sospettava l’esistenza.
Casa Zimbabwe è una delle 17 case gestite dalla Berkeley Student Cooperative. Ce n’è una vegana, una afro, una gay, lesbian and transgender, alcune più alcoliche, altre più hippy, altre ancora silenziose e intellettuali. Ogni casa è gestita dal consiglio dei suoi abitanti che si riunisce la domenica sera e provvede a eleggere i managers (chi si occupa di riscuotere gli affitti, chi dell’approvvigionamento alimentare, chi della manutenzione della casa) e a discutere dei problemi della casa. Ogni membro è tenuto, in cambio di vitto e alloggio, a versare un affitto mensile e a fare cinque ore settimanali di lavoro. Le mansioni sono le più diverse: chi cucina la sera, chi lava i piatti, chi si occupa dell’orto di pomodori sul tetto, chi organizza feste nel weekend, chi si occupa del riciclaggio rifiuti, chi di scaricare film da internet… Una domenica sera, durante un consiglio particolarmente delirante, si è deciso che le ore di lavoro fatte nudi valgono il doppio e cosi, verso la fine del mese, con l’avvicinarsi del periodo delle multe, è frequente incontrare per la casa ragazzi e ragazze completamente nudi e armati di ramazza.
Abituarsi non è stato facile. All’inizio, quando ti invitano a meditare sul tetto, a fare yoga la domenica mattina, ad arrampicarsi nudi sugli alberi e a suonare la chitarra vorresti sbatterglielo in faccia il fallimento di quegli anni Sessanta di cui loro non sono che patetici avanzi. Vorresti farli vergognare dell’egoismo individualista della loro scelta, il sistema loro non lo combattono, lo ignorano. E il sistema, grato, li ignora a sua volta, permettendo il fiorire di questa isola di anarchia dove anything goes, le droghe sono accettate, il confine tra etero e gay e’ sempre più sfumato e un’ora di lavoro nudi vale doppio. La protesta è fallita, ormai rimane la provocazione. Una volta a semestre si corre tutti nudi per la biblioteca del campus. Cosa vuol dire? Gli viene mai in mente che in Iran e in tante altre parti del mondo nostri coetanei muoiono per il diritto di esprimere un’opinione libera? Che forse correre nudi in aula magna per scandalizzare il rettore è più insultante per le tante ragazze che non hanno nemmeno diritti ad un’istruzione in virtù del loro sesso che per il povero rettore costretto a vedere i nostri giovani culetti nudi?
[smooth=id:42]
Poi però, seduti sul tetto con una birra, osservando gli incredibili colori del tramonto sopra la Baia di San Francisco, il fascino di questo strano posto di devianti e sognatori comincia a colpirti. Centoventi studenti: cristiani, induisti, ebrei e mussulmani, nerd informatici, spacciatori di ogni tipo di droga, europei in scambio, suonatori di chitarra, ottimi cuochi, pessimi cuochi, un pitone, un ratto, un cane, un uccello, un coniglio… come nella celebre canzone per bambini non c’erano i due unicorni ma a volte, in particolari stati mentali, capitava di vedere anche quelli.
Quando alle due di notte tornavo dalla biblioteca del campus dopo una notte di studio avevo la certezza di trovare qualcuno in cucina ad infornare biscotti. Mezz’ora dopo, intorno al tavolo della cucina, ai biscotti appena sfornati e ad una bottiglia di whisky ci si ritrovava in una decina a spettegolare degli amici comuni, a progettare demenziali feste a tema per i giorni successivi o a discutere di medio oriente (siamo pur sempre studenti di Berkeley, per Diana!).

Nota per il lettore: qui dovrebbe finire l’articolo, l’ultimo paragrafo è un mio delirio probabilmente incomprensibile, frutto in gran parte di meditazioni sintetiche.
Quello hippy potrebbe essere l’ultimo stadio di una civiltà occidentale ormai troppo prospera e viziata e finalmente al tramonto (nomen omen). Dietro a meditazioni, veganesimo e filosofie orientali in salsa hippy potrebbe forse in effetti nascondersi solo vuoto pneumatico. Una reazione sterile alla vittoria definitiva del mercato (con la sua sovrastruttura liberal-democratica), una reazione dovuta alla naturale e universale allergia ad ogni ordine definitivo. La storia si fa a Teheran [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft size-medium wp-image-3609" title="Al tramonto sul tetto" src="/wp-content/files/2009/07/cannino-e-birra-al-tramonto-sul-tetto-300x225.jpg" alt="Al tramonto sul tetto" width="300" height="225" />“San Francisco e la metà degli anni sessanta erano un bel tempo e un bel posto dove vivere. Forse ha significato qualcosa. O forse no, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pilule</a>  alla lunga… ma nessuna spiegazione, nessun insieme di parole o musiche o ricordi può toccare la consapevolezza di essere stato la, vivo, in quell’angolo di tempo e di mondo. Qualunque cosa significasse…<br />
C’era una fantastica, universale impressione che qualunque cosa si facesse era giusta, che si stesse vincendo…Avevamo l’abbrivio noi: stavamo cavalcando un’onda altissima e meravigliosa…<br />
Ora, meno di cinque anni dopo, potevi andare su una qualsiasi collina a Las Vegas e guardare verso Ovest, e con gli occhi adatti potevi quasi vedere il segno dell’alta marea – quel punto in cui l’onda, alla fine, si è spezzata per tornare indietro”<br />
</em>Da “Fear and loathing in Las Vegas” di Hunter S. Tohmpson</p>
<p>Credo che dalla collinetta di Las Vegas, guardando a occidente alla ricerca del segno dell’alta marea, con gli occhi adatti si scorgerebbe un grosso edificio di pietra posizionato in posizione sopraelevata sul lato settentrionale del campus dell’Università di Berkeley. Quell’edificio giallo è rimasto attaccato alla sua collina e all’utopia degli anni in cui fu creato come certe cozze rimangono attaccate agli scogli, incuranti della marea che prima le sommerge e poi si ritira.</p>
<p>E’ una cooperativa studentesca, una comune, un centro sociale… chiamatela come volete, ufficialmente si chiama Casa Zimbabwe, in lingua Shona significa house of stone (facile il passaggio a “house of stoned”), in sigla CZ (da cui il soprannome Czars per i suoi abitanti) e conosciuta a Berkeley anche come Crakistan (questa non credo ci sia bisogno di spiegarla). Io ci ho vissuto un anno, studente in scambio presso l’Università’ della California e quella casa, la sua cultura e i suoi abitanti, sono stati l’elemento centrale e definitorio del mio anno all’estero.<br />
Un anno all’estero che pensavo sarebbe stato all’insegna dello studio in una delle migliori università del mondo e che invece si è gradualmente trasformato in un’esperienza psichedelica in quello che ancora resiste della controcultura degli anni Sessanta. La morale dell’articolo è forse meglio anticiparla si dall’inizio: la parte migliore delle proprie esperienze all’estero è quella di cui alla partenza non si sospettava l’esistenza.</p>
<p>Casa Zimbabwe è una delle 17 case gestite dalla Berkeley Student Cooperative. Ce n’è una vegana, una afro, una gay, lesbian and transgender, alcune più alcoliche, altre più hippy, altre ancora silenziose e intellettuali. Ogni casa è gestita dal consiglio dei suoi abitanti che si riunisce la domenica sera e provvede a eleggere i managers (chi si occupa di riscuotere gli affitti, chi dell’approvvigionamento alimentare, chi della manutenzione della casa) e a discutere dei problemi della casa. Ogni membro è tenuto, in cambio di vitto e alloggio, a versare un affitto mensile e a fare cinque ore settimanali di lavoro. Le mansioni sono le più diverse: chi cucina la sera, chi lava i piatti, chi si occupa dell’orto di pomodori sul tetto, chi organizza feste nel weekend, chi si occupa del riciclaggio rifiuti, chi di scaricare film da internet… Una domenica sera, durante un consiglio particolarmente delirante, si è deciso che le ore di lavoro fatte nudi valgono il doppio e cosi, verso la fine del mese, con l’avvicinarsi del periodo delle multe, è frequente incontrare per la casa ragazzi e ragazze completamente nudi e armati di ramazza.</p>
<p>Abituarsi non è stato facile. All’inizio, quando ti invitano a meditare sul tetto, a fare yoga la domenica mattina, ad arrampicarsi nudi sugli alberi e a suonare la chitarra vorresti sbatterglielo in faccia il fallimento di quegli anni Sessanta di cui loro non sono che patetici avanzi. Vorresti farli vergognare dell’egoismo individualista della loro scelta, il sistema loro non lo combattono, lo ignorano. E il sistema, grato, li ignora a sua volta, permettendo il fiorire di questa isola di anarchia dove anything goes, le droghe sono accettate, il confine tra etero e gay e’ sempre più sfumato e un’ora di lavoro nudi vale doppio. La protesta è fallita, ormai rimane la provocazione. Una volta a semestre si corre tutti nudi per la biblioteca del campus. Cosa vuol dire? Gli viene mai in mente che in Iran e in tante altre parti del mondo nostri coetanei muoiono per il diritto di esprimere un’opinione libera? Che forse correre nudi in aula magna per scandalizzare il rettore è più insultante per le tante ragazze che non hanno nemmeno diritti ad un’istruzione in virtù del loro sesso che per il povero rettore costretto a vedere i nostri giovani culetti nudi?</p>
<p style="text-align: center;">[smooth=id:42]</p>
<p>Poi però, seduti sul tetto con una birra, osservando gli incredibili colori del tramonto sopra la Baia di San Francisco, il fascino di questo strano posto di devianti e sognatori comincia a colpirti. Centoventi studenti: cristiani, induisti, ebrei e mussulmani, nerd informatici, spacciatori di ogni tipo di droga, europei in scambio, suonatori di chitarra, ottimi cuochi, pessimi cuochi, un pitone, un ratto, un cane, un uccello, un coniglio… come nella celebre canzone per bambini non c’erano i due unicorni ma a volte, in particolari stati mentali, capitava di vedere anche quelli.</p>
<p>Quando alle due di notte tornavo dalla biblioteca del campus dopo una notte di studio avevo la certezza di trovare qualcuno in cucina ad infornare biscotti. Mezz’ora dopo, intorno al tavolo della cucina, ai biscotti appena sfornati e ad una bottiglia di whisky ci si ritrovava in una decina a spettegolare degli amici comuni, a progettare demenziali feste a tema per i giorni successivi o a discutere di medio oriente (siamo pur sempre studenti di Berkeley, per Diana!).<br />
<em></em></p>
<p><em>Nota per il lettore: qui dovrebbe finire l’articolo, l’ultimo paragrafo è un mio delirio probabilmente incomprensibile, frutto in gran parte di meditazioni sintetiche.</em><br />
Quello hippy potrebbe essere l’ultimo stadio di una civiltà occidentale ormai troppo prospera e viziata e finalmente al tramonto (nomen omen). Dietro a meditazioni, veganesimo e filosofie orientali in salsa hippy potrebbe forse in effetti nascondersi solo vuoto pneumatico. Una reazione sterile alla vittoria definitiva del mercato (con la sua sovrastruttura liberal-democratica), una reazione dovuta alla naturale e universale allergia ad ogni ordine definitivo. La storia si fa a Teheran e a Pechino, certo non a Casa Zimbabwe. Essa rimane però uno dei posti più piacevoli dove sedersi ad aspettare i barbari.</p>
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		<title>Forse il problema non sono i partiti</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/06/02/forse-il-problema-non-sono-i-partiti/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2009 03:40:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[costume]]></category>
		<category><![CDATA[I valori dei partiti]]></category>
		<category><![CDATA[umorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Milano. Via Ripamonti (dove una volta era tutta campagna) Interno supermercato. Sezione frutta e verdura.
Una signora sulla cinquantina pesa quattro pesche. 5 euro. Si gira verso un&#8217;altra signora, viagra  pressapoco della sua età in cerca di solidarietà.
La signora le fa un sorriso rassegnato:
&#8220;Cosa vuole, signora mia, da quando c&#8217;è l&#8217;euro costa tutto di più. Hanno fatto il cambio un euro mille lire. E come al solito a rimetterci è la povera gente&#8221;
&#8220;Ah, certo. L&#8217;euro di Prodi. Ci ha portato in Europa. Sì, ma con le pezze al culo, mi perdoni l&#8217;espressione&#8221;
&#8220;Adesso vediamo il Berlusconi. Ha fatto così bene alle sue imprese, vedi mai che sia in grado di fare qualcosa anche per noi. Se solo i giudici lo lasciassero lavorare&#8221;
&#8220;Mah guardi, secondo me la verità è che sono tutti uguali. Destra e sinistra. Una volta eletti fanno solo i loro interessi. A me poi il Berlusconi proprio non mi va giù. Sa, sono interista&#8230; Ho votato Di Pietro che mi sembrava uno del popolo, poi i Pensionati. Alle ultime la Lega che di questi clandestini proprio non ne posso più&#8221;
&#8220;Non me ne parli. E badi che io non sono razzista. Ci ho una cameriera filippina bravissima e anche al mio nipotino che in classe ha fatto amicizia con un negretto non gli dico mica niente. Il problema non è il colore della pelle, è che questi non ci hanno voglia di lavorare&#8221;
&#8220;Sa cos&#8217;è? è che vedono in TV la ruota della fortuna e pensano che da noi sia il paese della cuccagna, poi arrivano qui e scoprono che è tutto diverso. E allora cominciano a rubare. Ce ne sono anche di bravi, non dico mica di no. I neri per esempio sono più simpatci, mica come questi albanesi o marocchini&#8221;
&#8220;Che poi guardi che è solo in Italia che succede così. Negli altri paesi li fanno rigare diritti. Mica come qui&#8221;
&#8220;La verità e che si stava meglio quando si stava peggio. La mia povera mamma me lo diceva sempre, quando c&#8217;era Lui si dormiva con la porta aperta&#8221;
&#8220;E i treni arrivavano in orario. Mica come oggi. Ma cosa ci vuol fare? I giovani non hanno più rispetto, si rimbecilliscono davanti ai viedogiochi e pensano che tutto gli sia dovuto&#8221;
&#8220;Parole sante, signora mia, parole sante. Oggi giorno non c&#8217;è più rispetto nemmeno per la Chiesa. Questi gay ad esempio&#8230; ma insomma se proprio devono fare, facciano a casa loro. Che bisogno c&#8217;è di scendere in piazza?&#8221;
&#8220;Ci manca solo che adesso gli facciano adottare i bambini così ci diventano tutti omosessuali. Ma insomma, il matrimonio è fatto tra un uomo e una donna. È naturale non le pare?&#8221;
&#8220;Certamente. Il problema è che gli italiani non fanno più figli. Se va avanti così diventeremo un paese islamico&#8221;
&#8220;Guardi.. sta cominciando a nevicare&#8230;&#8221;
&#8220;ah la neve, starei a guardarla per ore, mi da un tale senso di pace&#8230; certo però che ogni anno arriva più presto, come si dice non ci sono più le mezze stagioni, che sembrerà una banalità eppure è vero&#8221;
&#8220;sempre così, le cose più banali sono poi le piu vere. Lei a proposito cosa fa questo Natale? va in montagna?&#8221;
&#8220;A dire il vero il Natale lo passo con i miei, poi per capodanno porto la famiglia a Venezia. Sa dobbiamo godercela prima che scompaia&#8221;
&#8220;Fa proprio bene. Che ormai andiamo tutti all&#8217;estero e non apprezziamo il nostro bel paese. C&#8217;è gente che è stata tre volte a Londra e magari non ha mai visto Firenze. Che poi vai all&#8217;estero ed è sempre pieno di italiani. Ci facciamo sempre riconoscere. Io queste vacanze andro al mare, trovo che d&#8217;inverno abbia un fascino particolare&#8221;
&#8220;Infatti. Io devo dirle che avrei preferito andare sul Mar Rosso come l&#8217;hanno scorso. Però sa la crisi&#8230;. Venezia l&#8217;ho sempre trovata un po triste. Come dire.. è bella ma non so se ci vivrei&#8221;
&#8220;Quanto ha ragione. E poi Venezia è calda d&#8217;estate e fredda d&#8217;inverno&#8221;
&#8220;Il problema non è tanto il caldo. È l&#8217;umido&#8221;
&#8230;&#8230;
&#8220;Allora queste pesche? che fa le prende?&#8221;
&#8220;ma no guardi le lascio, costano un&#8217;occhio della testa e poi vedrà che non sanno di niente. La frutta al supermercato non la si può più comprare&#8221;
&#8220;Lo diceva giusto ieri Emilio Fede, la colpa è degli euroburocrati che ci obbligano a importare la frutta congelata dall&#8217;estero, cosi poi dobbiamo far marcire la roba delle nostre campagne&#8221;
&#8220;quest&#8217;anno però la TV dice che il raccolto sarà scarso a causa dell&#8217;ondata di caldo eccezionale e poi insomma, con questa febbre suina, vatti a fidare. Io compro del pesce. Ma lo sa che a Milano abbiamo il pesce più fresco d&#8217;Italia?&#8221;
&#8220;Si, si, più fresco che a Genova. Ne parlo sempre con il cassiere della mia banca che è ligure&#8221;
&#8220;Ah, le banche, buone quelle. Sono degli strozzini legalizzati. Io ormai i soldi li tengo sotto il materasso&#8221;
&#8220;Fa proprio bene. Mio martio dice sempre che bisogna investire sul mattone, è l&#8217;unico investimento sicuro&#8221;
&#8220;a proposito, ha visto la Fiat? pare che compriamo le aziende americane&#8221;
&#8220;sì, sì. Anche se devo dirle che io mi fido solo delle macchine tedesche. I tedeschi sono gente precisa&#8221;
&#8220;Sì ma deve ammettere che anche quando dicono grazie sembra che ti stiano dando un&#8217;ordine. E poi la Fiat quando si rompe te la ripara anche l&#8217;elettricista&#8221;
&#8220;Io lo dico sempre a mio nipote che dovrebbe fare il meccanico. Quelli sono i lavori con cui si guadagna. Come l&#8217;idraulico. Che quando ne hai bisogno è sempre impegnato e quando finalmente arriva si fa pagare un patrimonio per un lavoro di dieci minuti con la scusa dei pezzi di ricambio&#8221;
&#8220;La penso anche io come lei. Cosa servirà poi studiare il latino che non lo parla piu nessuno?&#8221;
&#8220;Be senta adesso devo andare. Vedrà quanto tempo ci si mettera per tornare a casa. Bastano due fiocchi di neve per mandare in tilt la citta. E già trovare parcheggio è impossibile in condizioni normali&#8221;
&#8220;La verità è che bisognerebbe non usare la macchina. Ma come si fa? con questi trasporti pubblici&#8230; Io la mattina prendo il 54 per andare a trovare i miei nipoti. Non arriva mai&#8221;
&#8220;E poi quando arriva ce ne sono tre in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3100" title="supermercato" src="/wp-content/files/2009/06/supermercato-300x225.jpg" alt="supermercato" width="300" height="225" />Milano. Via Ripamonti (dove una volta era tutta campagna) Interno supermercato. Sezione frutta e verdura.<br />
Una signora sulla cinquantina pesa quattro pesche. 5 euro. Si gira verso un&#8217;altra signora, <a href="http://sildenafil24.net/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  pressapoco della sua età in cerca di solidarietà.<br />
La signora le fa un sorriso rassegnato:<br />
&#8220;Cosa vuole, signora mia, da quando c&#8217;è l&#8217;euro costa tutto di più. Hanno fatto il cambio un euro mille lire. E come al solito a rimetterci è la povera gente&#8221;<br />
&#8220;Ah, certo. L&#8217;euro di Prodi. Ci ha portato in Europa. Sì, ma con le pezze al culo, mi perdoni l&#8217;espressione&#8221;<br />
&#8220;Adesso vediamo il Berlusconi. Ha fatto così bene alle sue imprese, vedi mai che sia in grado di fare qualcosa anche per noi. Se solo i giudici lo lasciassero lavorare&#8221;<br />
&#8220;Mah guardi, secondo me la verità è che sono tutti uguali. Destra e sinistra. Una volta eletti fanno solo i loro interessi. A me poi il Berlusconi proprio non mi va giù. Sa, sono interista&#8230; Ho votato Di Pietro che mi sembrava uno del popolo, poi i Pensionati. Alle ultime la Lega che di questi clandestini proprio non ne posso più&#8221;<br />
&#8220;Non me ne parli. E badi che io non sono razzista. Ci ho una cameriera filippina bravissima e anche al mio nipotino che in classe ha fatto amicizia con un negretto non gli dico mica niente. Il problema non è il colore della pelle, è che questi non ci hanno voglia di lavorare&#8221;<br />
&#8220;Sa cos&#8217;è? è che vedono in TV la ruota della fortuna e pensano che da noi sia il paese della cuccagna, poi arrivano qui e scoprono che è tutto diverso. E allora cominciano a rubare. Ce ne sono anche di bravi, non dico mica di no. I neri per esempio sono più simpatci, mica come questi albanesi o marocchini&#8221;<br />
&#8220;Che poi guardi che è solo in Italia che succede così. Negli altri paesi li fanno rigare diritti. Mica come qui&#8221;<br />
&#8220;La verità e che si stava meglio quando si stava peggio. La mia povera mamma me lo diceva sempre, quando c&#8217;era Lui si dormiva con la porta aperta&#8221;<br />
&#8220;E i treni arrivavano in orario. Mica come oggi. Ma cosa ci vuol fare? I giovani non hanno più rispetto, si rimbecilliscono davanti ai viedogiochi e pensano che tutto gli sia dovuto&#8221;<br />
&#8220;Parole sante, signora mia, parole sante. Oggi giorno non c&#8217;è più rispetto nemmeno per la Chiesa. Questi gay ad esempio&#8230; ma insomma se proprio devono fare, facciano a casa loro. Che bisogno c&#8217;è di scendere in piazza?&#8221;<br />
&#8220;Ci manca solo che adesso gli facciano adottare i bambini così ci diventano tutti omosessuali. Ma insomma, il matrimonio è fatto tra un uomo e una donna. È naturale non le pare?&#8221;<br />
&#8220;Certamente. Il problema è che gli italiani non fanno più figli. Se va avanti così diventeremo un paese islamico&#8221;<br />
&#8220;Guardi.. sta cominciando a nevicare&#8230;&#8221;<br />
&#8220;ah la neve, starei a guardarla per ore, mi da un tale senso di pace&#8230; certo però che ogni anno arriva più presto, come si dice non ci sono più le mezze stagioni, che sembrerà una banalità eppure è vero&#8221;<br />
&#8220;sempre così, le cose più banali sono poi le piu vere. Lei a proposito cosa fa questo Natale? va in montagna?&#8221;<br />
&#8220;A dire il vero il Natale lo passo con i miei, poi per capodanno porto la famiglia a Venezia. Sa dobbiamo godercela prima che scompaia&#8221;<br />
&#8220;Fa proprio bene. Che ormai andiamo tutti all&#8217;estero e non apprezziamo il nostro bel paese. C&#8217;è gente che è stata tre volte a Londra e magari non ha mai visto Firenze. Che poi vai all&#8217;estero ed è sempre pieno di italiani. Ci facciamo sempre riconoscere. Io queste vacanze andro al mare, trovo che d&#8217;inverno abbia un fascino particolare&#8221;<br />
&#8220;Infatti. Io devo dirle che avrei preferito andare sul Mar Rosso come l&#8217;hanno scorso. Però sa la crisi&#8230;. Venezia l&#8217;ho sempre trovata un po triste. Come dire.. è bella ma non so se ci vivrei&#8221;<br />
&#8220;Quanto ha ragione. E poi Venezia è calda d&#8217;estate e fredda d&#8217;inverno&#8221;<br />
&#8220;Il problema non è tanto il caldo. È l&#8217;umido&#8221;<br />
&#8230;&#8230;<br />
&#8220;Allora queste pesche? che fa le prende?&#8221;<br />
&#8220;ma no guardi le lascio, costano un&#8217;occhio della testa e poi vedrà che non sanno di niente. La frutta al supermercato non la si può più comprare&#8221;<br />
&#8220;Lo diceva giusto ieri Emilio Fede, la colpa è degli euroburocrati che ci obbligano a importare la frutta congelata dall&#8217;estero, cosi poi dobbiamo far marcire la roba delle nostre campagne&#8221;<br />
&#8220;quest&#8217;anno però la TV dice che il raccolto sarà scarso a causa dell&#8217;ondata di caldo eccezionale e poi insomma, con questa febbre suina, vatti a fidare. Io compro del pesce. Ma lo sa che a Milano abbiamo il pesce più fresco d&#8217;Italia?&#8221;<br />
&#8220;Si, si, più fresco che a Genova. Ne parlo sempre con il cassiere della mia banca che è ligure&#8221;<br />
&#8220;Ah, le banche, buone quelle. Sono degli strozzini legalizzati. Io ormai i soldi li tengo sotto il materasso&#8221;<br />
&#8220;Fa proprio bene. Mio martio dice sempre che bisogna investire sul mattone, è l&#8217;unico investimento sicuro&#8221;<br />
&#8220;a proposito, ha visto la Fiat? pare che compriamo le aziende americane&#8221;<br />
&#8220;sì, sì. Anche se devo dirle che io mi fido solo delle macchine tedesche. I tedeschi sono gente precisa&#8221;<br />
&#8220;Sì ma deve ammettere che anche quando dicono grazie sembra che ti stiano dando un&#8217;ordine. E poi la Fiat quando si rompe te la ripara anche l&#8217;elettricista&#8221;<br />
&#8220;Io lo dico sempre a mio nipote che dovrebbe fare il meccanico. Quelli sono i lavori con cui si guadagna. Come l&#8217;idraulico. Che quando ne hai bisogno è sempre impegnato e quando finalmente arriva si fa pagare un patrimonio per un lavoro di dieci minuti con la scusa dei pezzi di ricambio&#8221;<br />
&#8220;La penso anche io come lei. Cosa servirà poi studiare il latino che non lo parla piu nessuno?&#8221;<br />
&#8220;Be senta adesso devo andare. Vedrà quanto tempo ci si mettera per tornare a casa. Bastano due fiocchi di neve per mandare in tilt la citta. E già trovare parcheggio è impossibile in condizioni normali&#8221;<br />
&#8220;La verità è che bisognerebbe non usare la macchina. Ma come si fa? con questi trasporti pubblici&#8230; Io la mattina prendo il 54 per andare a trovare i miei nipoti. Non arriva mai&#8221;<br />
&#8220;E poi quando arriva ce ne sono tre in fila..&#8221;<br />
&#8220;Esatto&#8221;<br />
&#8220;Be signora, la saluto&#8221;<br />
&#8220;Arrivederci&#8221;<br />
&#8220;Tante care cose&#8221;</p>
<p>Si ringraziano tra gli altri T. Canetta, F. Soldani e G. Flaubert</p>
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		<title>Che cos&#8217;è la destra?</title>
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		<pubDate>Sun, 31 May 2009 14:10:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[conservatorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Destra]]></category>
		<category><![CDATA[I valori dei partiti]]></category>
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		<description><![CDATA[Nella dieta mediterranea c’è tutto. Pasta, diagnosis  riso, help  carne, pesce, frutta, verdura, caffè, sigaretta, ammazzacaffè e per i più fortunati anche una ciulatina dopo cena. Ma agli altri, agli anglosassoni, cosa gli rimane da mangiare? Le bacche?
Questa stupida battuta, credo trovata da qualche parte sulle formiche nel loro piccolo si incazzano, mi tornava spesso in mente durante i gloriosi giorni della fondazione del Partito Democratico. Avremmo unito, si diceva, le migliori tradizioni riformiste d’Italia, quella cattolica, quella socialista e quella liberale, senza dimenticare naturalmente l’apporto di ambientalisti, repubblicani e federalisti. Ma agli altri, a quelli di destra, cosa gli rimaneva? Il nazi-fascismo? Una questione poi riassunta in modo magistrale dal Veltroni di Crozza quando sosteneva che la sinistra non poteva lasciare il berlusconismo a Berlusconi.
In previsione delle prossime elezioni europee il nostro editore ci ha invitato ad occuparci dei valori che distinguono oggi in Italia la destra dalla sinistra.   La prima tentazione è naturalmente quella di ricorrere a Gaber, il culatello è di destra e la mortadella è di sinistra. La seconda è quella di rispondere che fin che in Italia il centro destra sarà guidato da Silvio Berlusconi la questione rimarrà perfettamente irrilevante.  Il mio voto a sinistra nascerà da considerazioni etiche (ed estetiche) prima ancora che politiche. Io non voto una parte politica di corrotti, mafiosi, razzisti e spogliarelliste. Per tornare a Gaber “qualcuno era di sinistra perché abbiamo avuto il peggior centro-destra d’Europa”.
Per resistere a questa duplice tentazione ho deciso di provare in questo articolo a delineare i valori che io, ragazzo di sinistra, credo che la destra nel mio paese dovrebbe e potrebbe incarnare.
Pur senza avere una particolare cultura in storia del pensiero politico direi che la destra è composta da due tradizioni differenti: quella conservatrice e quella liberista. Uso il termine liberista e non liberale in modo consapevolmente ignorante. Non voglio entrare nel dibattito su cosa differenzi i due termini e se essi siano in effetti distinguibili (vedi ad esempio Croce-Einaudi) ma semplicemente indicare un’ideologia individualista e fondata su un certo darwinismo sociale ed economico che  fu a suo tempo incarnata dalla Thatcher. Sono costretto ad usare il termine liberista perché “il liberalismo ora e buono anche per la sinistra” (di nuovo Gaber).
Mi sembra evidente che per la destra italiana la tradizione conservatrice è decisamente preponderante. Nell’attuale coalizione di centro destra sopravvive una sparuta pattuglia di ex liberali (alla Antonio Martino) o ex radicali (Della Vedova, non Capezzone..) ma essi hanno difficilmente un impatto visibile sul discorso ideologico o sull’agenda di governo del PDL. Il discorso ideologico della destra italiana negli ultimi anni è stato quindi essenzialmente conservatore. Un conservatorismo fortemente influenzato dall’agenda neo-con, impegnato nella difesa delle radici giudaico-cristiane dell’occidente contro il relativismo scientista e la minaccia islamica.
Curiosamente “noi di sinistra” siamo pronti a riconoscere il pensiero liberista come un avversario ideologico legittimo mentre facciamo più fatica a riconoscere ad attribuire legittimità intellettuale al pensiero conservatore, in particolare nella sua nuova formulazione neo-con. Scientismo laicista? Minaccia islamica? Non è un pensiero politico, sono termini propagandistici di uno pseudo-pensiero basato sul fondamentalismo religioso e sull’ennesima importazione supina dei peggiori prodotti d’oltre oceano. È il populismo di Sarah Palin, il fondamentalismo ignorante di George Bush. Il fatto che i valori della famiglia vengano difesi da Mara Carfagna e dal suo “papi”, quelli della religione da atei devoti come Pera e Ferrara e quelli della cultura occidentale da Borghezio e Calderoli in effetti in parte giustifica questo nostro atteggiamento.
Però già Gaber parlava della “voglia un po’ anormale di inventarsi una morale” in un mondo in cui “si può trasgredire qualsiasi mito e invaghirsi di un travestito”. Un pensiero che nasce dalla critica al ’68, già cantata da Gaber in “quando è moda è moda” e che ha tra i suoi padri nobili anche Pasolini. Un discorso che allora ha una sua legittimità e che, pur trovando nella Chiesa di Ratzinger la sua naturale guida spirituale, può essere compreso anche in senso perfettamente laico. La sinistra, sentendosi erede dei valori universali della Rivoluzione Francese, ha assistito impotente e inconsapevole alla trasformazione della libertà in libertà di consumo e del progresso civile e morale in sviluppo economico e scientifico. Di nuovo Gaber “in questa libertà illimitata di espressione e di parola / l’unica rivoluzione che abbiamo fatto è la rivoluzione della Coca Cola”. La Chiesa di Ratzinger suscita allora grande ammirazione perché, crollato il comunismo, sembra rappresentare l’unica alternativa all’ideologia del consumo, l’unica diga che resiste da 2000 anni al progressivo sgretolarsi dei tabù morali.
Dio, Patria e Famiglia, questi gli eterni valori della destra. Continuerò a combatterli. In nome della libertà della scienza votando sì al referendum sulla fecondazione assistita, dei diritti universali dell’uomo respingendo la retorica razzista dell’ultimo decreto sicurezza e in nome dei diritti civili mobilitandomi in favore dei diritti delle coppie omosessuali. Non nascondo però che mi piacerebbe che a difendere quelle bandiere ci fosse qualcuno di meglio di quel circo di nani, ballerine e pregiudicati che rappresenta oggi la destra in Italia.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="/wp-content/files/2009/05/destra1-225x300.jpg" alt="destra" title="destra" width="225" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-3053" />Nella dieta mediterranea c’è tutto. Pasta, <a href="http://sildenafil4sale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">diagnosis</a>  riso, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">help</a>  carne, pesce, frutta, verdura, caffè, sigaretta, ammazzacaffè e per i più fortunati anche una ciulatina dopo cena. Ma agli altri, agli anglosassoni, cosa gli rimane da mangiare? Le bacche?</p>
<p>Questa stupida battuta, credo trovata da qualche parte sulle formiche nel loro piccolo si incazzano, mi tornava spesso in mente durante i gloriosi giorni della fondazione del Partito Democratico. Avremmo unito, si diceva, le migliori tradizioni riformiste d’Italia, quella cattolica, quella socialista e quella liberale, senza dimenticare naturalmente l’apporto di ambientalisti, repubblicani e federalisti. Ma agli altri, a quelli di destra, cosa gli rimaneva? Il nazi-fascismo? Una questione poi riassunta in modo magistrale dal Veltroni di Crozza quando sosteneva che la sinistra non poteva lasciare il berlusconismo a Berlusconi.</p>
<p>In previsione delle prossime elezioni europee il nostro editore ci ha invitato ad occuparci dei valori che distinguono oggi in Italia la destra dalla sinistra.   La prima tentazione è naturalmente quella di ricorrere a Gaber, il culatello è di destra e la mortadella è di sinistra. La seconda è quella di rispondere che fin che in Italia il centro destra sarà guidato da Silvio Berlusconi la questione rimarrà perfettamente irrilevante.  Il mio voto a sinistra nascerà da considerazioni etiche (ed estetiche) prima ancora che politiche. Io non voto una parte politica di corrotti, mafiosi, razzisti e spogliarelliste. Per tornare a Gaber “qualcuno era di sinistra perché abbiamo avuto il peggior centro-destra d’Europa”.</p>
<p>Per resistere a questa duplice tentazione ho deciso di provare in questo articolo a delineare i valori che io, ragazzo di sinistra, credo che la destra nel mio paese dovrebbe e potrebbe incarnare.</p>
<p>Pur senza avere una particolare cultura in storia del pensiero politico direi che la destra è composta da due tradizioni differenti: quella conservatrice e quella liberista. Uso il termine liberista e non liberale in modo consapevolmente ignorante. Non voglio entrare nel dibattito su cosa differenzi i due termini e se essi siano in effetti distinguibili (vedi ad esempio Croce-Einaudi) ma semplicemente indicare un’ideologia individualista e fondata su un certo darwinismo sociale ed economico che  fu a suo tempo incarnata dalla Thatcher. Sono costretto ad usare il termine liberista perché “il liberalismo ora e buono anche per la sinistra” (di nuovo Gaber).</p>
<p>Mi sembra evidente che per la destra italiana la tradizione conservatrice è decisamente preponderante. Nell’attuale coalizione di centro destra sopravvive una sparuta pattuglia di ex liberali (alla Antonio Martino) o ex radicali (Della Vedova, non Capezzone..) ma essi hanno difficilmente un impatto visibile sul discorso ideologico o sull’agenda di governo del PDL. Il discorso ideologico della destra italiana negli ultimi anni è stato quindi essenzialmente conservatore. Un conservatorismo fortemente influenzato dall’agenda neo-con, impegnato nella difesa delle radici giudaico-cristiane dell’occidente contro il relativismo scientista e la minaccia islamica.</p>
<p>Curiosamente “noi di sinistra” siamo pronti a riconoscere il pensiero liberista come un avversario ideologico legittimo mentre facciamo più fatica a riconoscere ad attribuire legittimità intellettuale al pensiero conservatore, in particolare nella sua nuova formulazione neo-con. Scientismo laicista? Minaccia islamica? Non è un pensiero politico, sono termini propagandistici di uno pseudo-pensiero basato sul fondamentalismo religioso e sull’ennesima importazione supina dei peggiori prodotti d’oltre oceano. È il populismo di Sarah Palin, il fondamentalismo ignorante di George Bush. Il fatto che i valori della famiglia vengano difesi da Mara Carfagna e dal suo “papi”, quelli della religione da atei devoti come Pera e Ferrara e quelli della cultura occidentale da Borghezio e Calderoli in effetti in parte giustifica questo nostro atteggiamento.</p>
<p>Però già Gaber parlava della “voglia un po’ anormale di inventarsi una morale” in un mondo in cui “si può trasgredire qualsiasi mito e invaghirsi di un travestito”. Un pensiero che nasce dalla critica al ’68, già cantata da Gaber in “quando è moda è moda” e che ha tra i suoi padri nobili anche Pasolini. Un discorso che allora ha una sua legittimità e che, pur trovando nella Chiesa di Ratzinger la sua naturale guida spirituale, può essere compreso anche in senso perfettamente laico. La sinistra, sentendosi erede dei valori universali della Rivoluzione Francese, ha assistito impotente e inconsapevole alla trasformazione della libertà in libertà di consumo e del progresso civile e morale in sviluppo economico e scientifico. Di nuovo Gaber “in questa libertà illimitata di espressione e di parola / l’unica rivoluzione che abbiamo fatto è la rivoluzione della Coca Cola”. La Chiesa di Ratzinger suscita allora grande ammirazione perché, crollato il comunismo, sembra rappresentare l’unica alternativa all’ideologia del consumo, l’unica diga che resiste da 2000 anni al progressivo sgretolarsi dei tabù morali.</p>
<p>Dio, Patria e Famiglia, questi gli eterni valori della destra. Continuerò a combatterli. In nome della libertà della scienza votando sì al referendum sulla fecondazione assistita, dei diritti universali dell’uomo respingendo la retorica razzista dell’ultimo decreto sicurezza e in nome dei diritti civili mobilitandomi in favore dei diritti delle coppie omosessuali. Non nascondo però che mi piacerebbe che a difendere quelle bandiere ci fosse qualcuno di meglio di quel circo di nani, ballerine e pregiudicati che rappresenta oggi la destra in Italia.</p>
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		<title>La fatica dell’indignazione permanente</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/05/08/la-fatica-dell%e2%80%99indignazione-permanente/</link>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2009 11:09:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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		<description><![CDATA[È folle. Non si fa a tempo a indignarsi per bene per il vergognoso circo che circonda il nostro presidente del consiglio che il suo fido secondo dichiara che l’unico difetto di Mussolini è stato quello di essere troppo buono. L’affermazione mi spiazza. Ero partito in quarta contro il degrado estetico e morale della nostra politica ed ecco che ne succede una ancora più grave. Poco male, cialis  lasciamo perdere Noemi (questione tutto sommato marginale) e concentriamoci sulle ben più gravi affermazioni di Dell’Utri. Non passano due giorni e l’onorevole Matteo Salvini propone di riservare alcuni vagoni della metropolitana ai milanesi. In due giorni siamo passati dalla rivalutazione del fascismo alla reintroduzione di proposte naziste. Non riesco nemmeno più ad indignarmi, sovaldi sale  sono esausto.
Non credo che ci sia una strategia precisa ma il risultato è chiaro. A un certo punto ci si stanca anche di indignarsi. È il fenomeno dell’abituazione di cui parlava Marco qualche tempo fa qui sul Tamarindo. Ogni volta è peggio. Ogni nuova sparata fa dimenticare quella precedente. La nostra soglia di sopportazione si alza continuamente. Le battute sulle finlandesi minorenni adesso, troche  confrontate con le proposte di apartheid, appaiono simpatiche goliardate. Il decreto sicurezza ci sembrava razzista, adesso viene quasi da apprezzare il fatto che non contenga precise disposizioni per la segregazione razziale nei mezzi pubblici.
L’indignazione permanente è probabilmente impossibile. E allora viene da buttarla sul ridere. Ma Milano Milano? Non vorrei che quegli zoticoni di Pero mi invadessero il vagone. E poi, si potrebbero fare dei vagoni speciali per quelli di Milano uno entro la cerchia dei navigli? Inoltre bisognerebbe essere più precisi: chi è un milanese? Servono entrambi i genitori battezzati con rito ambrosiano o ne basta uno? Facciamo dei vagoni per i soli leghisti? È l’atteggiamento di Angelo Agrippa. L’intervistatore della bella Noemi di cui parlavamo nello scorso articolo. L’indignazione stanca e poi, diciamocelo, è davvero poco chic. Il cinismo, quello si che è trendy. Se accompagnato da un certo sarcasmo poi, è sicuro indice di intelligenza. Gli indignati annoiano. Preferireste andare a cena con Ferrara o con Oscar Luigi Scalfaro?
Questo giochino però comincia a diventare pericoloso. Un conto è un presidente del consiglio che si intrattiene con le minorenni. Altra cosa è il ritorno delle leggi razziali.
Quando sono arrivato a Berkeley sono rimasto molto sorpreso dalla nomea razzista del nostro paese. Anche perche, nei miei precedenti periodi all’estero, non avevo mai riscontrato nulla di simile. Qui invece in modo cordiale seppure un po’ condiscendente capita spesso che mi chiedano se è vero che l’Italia sia diventata un paese razzista. Confesso che nei primi tempi facevo come Nanni Moretti nella celebre scena di Aprile in cui spiega ad un amico francese l’evoluzione democratica di Alleanza Nazionale. “Ma no- dicevo -Ma che razzisti&#8230; Siamo un paese piccolo e sovrappopolato&#8230; Non siamo abituati all’immigrazione&#8230; E’ una reazione passeggera, di aggiustamento ad un fenomeno nuovo&#8230; La Lega solleva questioni reali, sia pure con un tono disdicevole….”
Bullshit! Stronzate. Siamo un paese razzista. Un paese privo di quegli anticorpi democratici che renderebbero inaccettabili in qualsiasi altro paese europeo le dichiarazioni di Salvini. Il richiamo al Fascismo dopo un po’ diventa stucchevole ma non per questo è meno appropriato. Il Fascismo non fu, come voleva Croce, l’invasione degli hyksos. Il Fascismo è stato l’autobiografia della nazione. La Chiesa, tranne lodevoli eccezioni, si guarda bene dal fare metà del polverone che fa quando si parla di cellule staminali. Il silenzio della comunità ebraica è imbarazzante. La borghesia milanese che prima votava Lega ma si vergognava ora comincia a non vergognarsene neppure.
La politica una volta aveva una funzione pedagogica. Nella prima repubblica c’era almeno un tentativo di guidare ed educare il popolo oltre che di rappresentarlo. Adesso la politica rincorre i peggiori istinti della massa in una gara verso il basso che è arrivata, faccio ancora fatica a crederlo, alla proposta di leggi razziali. E allora? E allora sta a noi, alle menti migliori della nostra generazione, al Tamarindo. Sta a noi rimettere pazientemente insieme i pezzi, difendere e diffondere i valori della democrazia e della civiltà, educare il popolo, noi stessi prima degli altri. Il progetto interrotto del Risorgimento, di Mazzini, Cattaneo e Cavour degenerato nel fascismo e poi ripreso negli anni eroici della Resistenza e della Costituzione e di nuovo fallito. Quello deve essere il nostro progetto, quella la nostra missione. Questa chiamata alle armi potrebbe sembrare retorica e pretenziosa, lo so, ma in giorni in cui si discute di apartheid credo sia urgente e necessaria.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2711" src="/wp-content/files/2009/05/white-300x274.jpg" alt="white" width="300" height="274" />È folle. Non si fa a tempo a indignarsi per bene per il vergognoso circo che circonda il nostro presidente del consiglio che il suo fido secondo dichiara che l’unico difetto di Mussolini è stato quello di essere troppo buono. L’affermazione mi spiazza. Ero partito in quarta contro il degrado estetico e morale della nostra politica ed ecco che ne succede una ancora più grave. Poco male, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" title="cialis" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis</a>  lasciamo perdere Noemi (questione tutto sommato marginale) e concentriamoci sulle ben più gravi affermazioni di Dell’Utri. Non passano due giorni e l’onorevole Matteo Salvini propone di riservare alcuni vagoni della metropolitana ai milanesi. In due giorni siamo passati dalla rivalutazione del fascismo alla reintroduzione di proposte naziste. Non riesco nemmeno più ad indignarmi, <a href="http://tadalafilforsale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sovaldi sale</a>  sono esausto.</p>
<p>Non credo che ci sia una strategia precisa ma il risultato è chiaro. A un certo punto ci si stanca anche di indignarsi. È il fenomeno dell’<a href="/2009/04/15/l-abituazione-ed-il-cavaliere-esistente/" target="_self">abituazione</a> di cui parlava Marco qualche tempo fa qui sul Tamarindo. Ogni volta è peggio. Ogni nuova sparata fa dimenticare quella precedente. La nostra soglia di sopportazione si alza continuamente. Le battute sulle finlandesi minorenni adesso, <a href="http://buycheapviagras.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">troche</a>  confrontate con le proposte di apartheid, appaiono simpatiche goliardate. Il decreto sicurezza ci sembrava razzista, adesso viene quasi da apprezzare il fatto che non contenga precise disposizioni per la segregazione razziale nei mezzi pubblici.</p>
<p>L’indignazione permanente è probabilmente impossibile. E allora viene da buttarla sul ridere. Ma Milano Milano? Non vorrei che quegli zoticoni di Pero mi invadessero il vagone. E poi, si potrebbero fare dei vagoni speciali per quelli di Milano uno entro la cerchia dei navigli? Inoltre bisognerebbe essere più precisi: chi è un milanese? Servono entrambi i genitori battezzati con rito ambrosiano o ne basta uno? Facciamo dei vagoni per i soli leghisti? È l’atteggiamento di Angelo Agrippa. L’intervistatore della bella Noemi di cui parlavamo nello scorso articolo. L’indignazione stanca e poi, diciamocelo, è davvero poco chic. Il cinismo, quello si che è trendy. Se accompagnato da un certo sarcasmo poi, è sicuro indice di intelligenza. Gli indignati annoiano. Preferireste andare a cena con Ferrara o con Oscar Luigi Scalfaro?</p>
<p>Questo giochino però comincia a diventare pericoloso. Un conto è un presidente del consiglio che si intrattiene con le minorenni. Altra cosa è il ritorno delle leggi razziali.</p>
<p>Quando sono arrivato a Berkeley sono rimasto molto sorpreso dalla nomea razzista del nostro paese. Anche perche, nei miei precedenti periodi all’estero, non avevo mai riscontrato nulla di simile. Qui invece in modo cordiale seppure un po’ condiscendente capita spesso che mi chiedano se è vero che l’Italia sia diventata un paese razzista. Confesso che nei primi tempi facevo come Nanni Moretti nella celebre scena di Aprile in cui spiega ad un amico francese l’evoluzione democratica di Alleanza Nazionale. “Ma no- dicevo -Ma che razzisti&#8230; Siamo un paese piccolo e sovrappopolato&#8230; Non siamo abituati all’immigrazione&#8230; E’ una reazione passeggera, di aggiustamento ad un fenomeno nuovo&#8230; La Lega solleva questioni reali, sia pure con un tono disdicevole….”</p>
<p>Bullshit! Stronzate. Siamo un paese razzista. Un paese privo di quegli anticorpi democratici che renderebbero inaccettabili in qualsiasi altro paese europeo le dichiarazioni di Salvini. Il richiamo al Fascismo dopo un po’ diventa stucchevole ma non per questo è meno appropriato. Il Fascismo non fu, come voleva Croce, l’invasione degli hyksos. Il Fascismo è stato l’autobiografia della nazione. La Chiesa, tranne lodevoli eccezioni, si guarda bene dal fare metà del polverone che fa quando si parla di cellule staminali. Il silenzio della comunità ebraica è imbarazzante. La borghesia milanese che prima votava Lega ma si vergognava ora comincia a non vergognarsene neppure.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-2712" src="/wp-content/files/2009/05/kkk-300x244.jpg" alt="kkk" width="300" height="244" />La politica una volta aveva una funzione pedagogica. Nella prima repubblica c’era almeno un tentativo di guidare ed educare il popolo oltre che di rappresentarlo. Adesso la politica rincorre i peggiori istinti della massa in una gara verso il basso che è arrivata, faccio ancora fatica a crederlo, alla proposta di leggi razziali. E allora? E allora sta a noi, alle menti migliori della nostra generazione, al Tamarindo. Sta a noi rimettere pazientemente insieme i pezzi, difendere e diffondere i valori della democrazia e della civiltà, educare il popolo, noi stessi prima degli altri. Il progetto interrotto del Risorgimento, di Mazzini, Cattaneo e Cavour degenerato nel fascismo e poi ripreso negli anni eroici della Resistenza e della Costituzione e di nuovo fallito. Quello deve essere il nostro progetto, quella la nostra missione. Questa chiamata alle armi potrebbe sembrare retorica e pretenziosa, lo so, ma in giorni in cui si discute di apartheid credo sia urgente e necessaria.</p>
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		<title>Ciarpame senza pudore</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 10:40:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un’ex calendarista diventata ministro della Famiglia, medical  una diciottenne di Napoli che tiene compagnia al presidente del Consiglio, healing  una soubrette che veniva scarrozzata in auto blu per i palazzi del potere romano.
Come al solito non ci resta che chiederci dove sia Pasolini. Non ci interessa se la diciottenne napoletana che chiama “papi” il Presidente del Consiglio si limiti ad ascoltarlo mentre canta. Non cambia nulla. Noi sappiamo. Non c’e’ bisogno di essere intellettuali. Noi sappiamo il degrado del Palazzo. Noi sappiamo l’umiliazione che si prova ad essere italiani, la conosciamo, la sentiamo sulla nostra pelle.
Ma lo spazio che era di Pasolini ora lo occupa Alberoni. “Gli uomini con il tempo cambiano, a volte in meglio a volte in peggio”. E quello stesso quotidiano oggi intervista la “bella Noemi”. Il coraggioso intervistatore, Angelo Agrippa, le chiede se sa chi sia Francesco Saverio Nitti. Come se fosse quello il problema. Poi le chiede “Noemi, quando la vedremo in politica, alle prossime regionali?”. Lei risponde che preferisce la Camera dei Deputati. E me lo immagino il sorriso divertito e ironico di Angelo Agrippa. Non si rende conto che è lui in errore a fare quelle domande, non la poveretta che cerca di rispondergli.
Ormai del resto facciamo tutti come Angelo Agrippa. Assistiamo al tracollo con un sorriso tra il cinico e l’ironico. Guardiamo le photogallery del Corriere. Non male la Barbara Matera, gran decolleté. E ogni tanto quasi ci prende un istinto sado maso. Godiamo nel vedere la Santanché che esce dal parlamento con gli occhiali da sole circondata da guardie del corpo alzando il dito medio agli studenti. L’arroganza del potere in fondo affascina. Berlusconi con l’harem nel parco della sua villa in Sardegna, il who’s who del potere italiano all’inaugurazione del Billionaire, il reggicalze della Brambilla, Sottile che si fa portare la Gregoraci in auto blu… Ostentiamo un sorriso ironico, di superiorità. In realtà vorremmo essere Sottile. Ancora di più.Vogliamo essere la Gregoraci. Sappiamo di essere la Gregoraci.
Ahi serva Italia di dolore ostello… non donna di provincie ma bordello.
Non solo sappiamo di essere la Gregoraci, ne proviamo un perverso godimento. Umiliateci. Non vergognatevi più di nulla. Non dovete nascondervi, anzi dovete farcelo sapere, in modo sempre più chiaro, sempre più arrogante. Vogliamo saperlo. Vogliamo vedere le foto.
Però, che decolleté la Barbara Matera!
E se qualcuno vi critica che sia la donna del capo, quella che lui ha trasformato da attrice di film di serie B a maîtresse à penser dell’intellighenzia italiana. Oppure che sia Gianfranco Fini, il suo secondo da 15 anni, quello che lui ha raccolto da un rigagnolo della storia sollevandolo non sulla cima di una spada ma alla terza carica dello Stato. Anche l’opposizione deve essere un esercizio di umiliazione. L’ennesima dimostrazione della vostra vittoria definitiva.
Avete vinto. Prendetevi tutto. Donne, televisioni, governo, opposizione. Il Quirinale.
Noi assisteremo al vostro trionfo.
Poi certo, qualcuno cercherà di fare opposizione politica. Sfigati. I franceschini. Dei perdenti. Ancora convinti che la questione sia il cuneo fiscale. Altri faranno opposizione morale. I travagli. Inconsapevoli strumenti del potere. Essi credono che la gente non sappia, che il potere voglia tenere nascosto, che se la gente sapesse non accetterebbe. E invece è il contrario. La gente sa e il potere ha interesse a far sapere. Il potere è l’afrodisiaco supremo diceva Kissinger. La gente ama il potere, il sopruso, l’impunità. Noi vogliamo sapere, vogliamo invidiarvi, vogliamo farci umiliare, vogliamo godere.
Il vostro potere ci umilia e ci piace ancora di più in quanto sappiamo che non ve lo meritate, e sappiamo che lo sapete anche voi. Sappiamo di esservi superiori e per questo godiamo ancora di più nel farci umiliare. Noi sappiamo chi era Francesco Saverio Nitti. Sappiamo inoltre che voi non lo sapete e sappiamo anche che voi sapete che noi lo sappiamo. E allora il gioco diventa ancora più perverso. Il complesso di inferiorità vi fa ancora più arroganti mentre la coscienza della nostra superiorità ci rende ancora più ansiosi di farci umiliare.
Quando qualcuno scriverà la storia d’Italia di questi anni si accorgerà  dell’inadeguatezza degli strumenti solitamente impiegati in questo genere di imprese. Dopo aver riempito centinaia di fogli di inutili analisi politiche, culturali e sociologiche abbandonerà la scrivania e girerà un film sado-maso. Come al solito Pasolini c’era già arrivato.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2673" src="/wp-content/files/2009/05/de-sade.png" alt="Marquis de Sade" width="232" height="235" />Un’ex calendarista diventata ministro della Famiglia, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">medical</a>  una diciottenne di Napoli che tiene compagnia al presidente del Consiglio, <a href="http://cialis-for-sale-safe.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">healing</a>  una soubrette che veniva scarrozzata in auto blu per i palazzi del potere romano.</p>
<p>Come al solito non ci resta che chiederci dove sia Pasolini. Non ci interessa se la diciottenne napoletana che chiama “papi” il Presidente del Consiglio si limiti ad ascoltarlo mentre canta. Non cambia nulla. Noi sappiamo. Non c’e’ bisogno di essere intellettuali. Noi sappiamo il degrado del Palazzo. Noi sappiamo l’umiliazione che si prova ad essere italiani, la conosciamo, la sentiamo sulla nostra pelle.</p>
<p>Ma lo spazio che era di Pasolini ora lo occupa Alberoni. “Gli uomini con il tempo cambiano, a volte in meglio a volte in peggio”. E quello stesso quotidiano oggi intervista la “bella Noemi”. Il coraggioso intervistatore, Angelo Agrippa, le chiede se sa chi sia Francesco Saverio Nitti. Come se fosse quello il problema. Poi le chiede “Noemi, quando la vedremo in politica, alle prossime regionali?”. Lei risponde che preferisce la Camera dei Deputati. E me lo immagino il sorriso divertito e ironico di Angelo Agrippa. Non si rende conto che è lui in errore a fare quelle domande, non la poveretta che cerca di rispondergli.<br />
Ormai del resto facciamo tutti come Angelo Agrippa. Assistiamo al tracollo con un sorriso tra il cinico e l’ironico. Guardiamo le photogallery del Corriere. Non male la Barbara Matera, gran decolleté. E ogni tanto quasi ci prende un istinto sado maso. Godiamo nel vedere la Santanché che esce dal parlamento con gli occhiali da sole circondata da guardie del corpo alzando il dito medio agli studenti. L’arroganza del potere in fondo affascina. Berlusconi con l’harem nel parco della sua villa in Sardegna, il who’s who del potere italiano all’inaugurazione del Billionaire, il reggicalze della Brambilla, Sottile che si fa portare la Gregoraci in auto blu… Ostentiamo un sorriso ironico, di superiorità. In realtà vorremmo essere Sottile. Ancora di più.Vogliamo essere la Gregoraci. Sappiamo di essere la Gregoraci.</p>
<p><em>Ahi serva Italia di dolore ostello… non donna di provincie ma bordello.</em></p>
<p>Non solo sappiamo di essere la Gregoraci, ne proviamo un perverso godimento. Umiliateci. Non vergognatevi più di nulla. Non dovete nascondervi, anzi dovete farcelo sapere, in modo sempre più chiaro, sempre più arrogante. Vogliamo saperlo. Vogliamo vedere le foto.</p>
<p>Però, che decolleté la Barbara Matera!</p>
<p>E se qualcuno vi critica che sia la donna del capo, quella che lui ha trasformato da attrice di film di serie B a <em>maîtresse à penser</em> dell’intellighenzia italiana. Oppure che sia Gianfranco Fini, il suo secondo da 15 anni, quello che lui ha raccolto da un rigagnolo della storia sollevandolo non sulla cima di una spada ma alla terza carica dello Stato. Anche l’opposizione deve essere un esercizio di umiliazione. L’ennesima dimostrazione della vostra vittoria definitiva.</p>
<p>Avete vinto. Prendetevi tutto. Donne, televisioni, governo, opposizione. Il Quirinale.</p>
<p>Noi assisteremo al vostro trionfo.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-2674" src="/wp-content/files/2009/05/ppp-242x300.jpg" alt="PPP" width="242" height="300" />Poi certo, qualcuno cercherà di fare opposizione politica. Sfigati. I franceschini. Dei perdenti. Ancora convinti che la questione sia il cuneo fiscale. Altri faranno opposizione morale. I travagli. Inconsapevoli strumenti del potere. Essi credono che la gente non sappia, che il potere voglia tenere nascosto, che se la gente sapesse non accetterebbe. E invece è il contrario. La gente sa e il potere ha interesse a far sapere. Il potere è l’afrodisiaco supremo diceva Kissinger. La gente ama il potere, il sopruso, l’impunità. Noi vogliamo sapere, vogliamo invidiarvi, vogliamo farci umiliare, vogliamo godere.</p>
<p>Il vostro potere ci umilia e ci piace ancora di più in quanto sappiamo che non ve lo meritate, e sappiamo che lo sapete anche voi. Sappiamo di esservi superiori e per questo godiamo ancora di più nel farci umiliare. Noi sappiamo chi era Francesco Saverio Nitti. Sappiamo inoltre che voi non lo sapete e sappiamo anche che voi sapete che noi lo sappiamo. E allora il gioco diventa ancora più perverso. Il complesso di inferiorità vi fa ancora più arroganti mentre la coscienza della nostra superiorità ci rende ancora più ansiosi di farci umiliare.</p>
<p>Quando qualcuno scriverà la storia d’Italia di questi anni si accorgerà  dell’inadeguatezza degli strumenti solitamente impiegati in questo genere di imprese. Dopo aver riempito centinaia di fogli di inutili analisi politiche, culturali e sociologiche abbandonerà la scrivania e girerà un film sado-maso. Come al solito Pasolini c’era già arrivato.</p>
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		<title>O si cambia o si muore. L’Università italiana a 150 anni dalla pubblicazione dell’Origine delle Specie.</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/04/11/o-si-cambia-o-si-muore-l%e2%80%99universita-italiana-a-150-anni-dalla-pubblicazione-dell%e2%80%99origine-delle-specie/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 23:29:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Onda]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo stato dell’Università italiana è miserabile. Su questo direi che siamo tutti d’accordo. Un giovane italiano di belle speranze ha due possibili scelte: rimanere in Italia e laurearsi in un’Università di serie B (o più spesso serie C) o andare all’estero. Nel primo caso sceglie consapevolmente di rimanere a marcire nella periferia dell’Impero nel secondo caso presto o tardi si troverà a dover scegliere tra un esilio permanente e un ritorno umiliante in un paese che non lo saprà ne vorrà valorizzare.
Ultimamente gli studenti Italiani si sono mobilitate contro la riforma Gelmini. Trovandomi in California ho seguito come ho potuto la mobilitazione. La riassumerei così. Ci siamo mobilitati per una ragione giusta ma non cruciale che aveva il vantaggio di essere facilmente comprensibile e condivisibile per tutti  (no ai tagli nei finanziamenti). Una volta mobilitati abbiamo finalmente cercato di parlare anche dei problemi veri dell’Università (che fin dall’inizio sapevamo non essere legati alla mancanza di soldi), sales  ovvero le baronie, viagra  i concorsi truccati eccetera. La mobilitazione, prescription  per sua natura ampia e variegata, è presto diventata oggetto di strumentalizzazioni politiche (da sinistra) o ridicoli rigurgiti fuori dal tempo (i comizi di Scalzone o i proclami degli anarchici). Naturalmente i media erano decisamente più interessati a Scalzone o alle dichiarazioni di Veltroni che ai problemi della nostra Università. Alla fine, come al solito, tutti si è sgonfiato e la nostra mobilitazione rischia persino di aver portato acqua al mulino di coloro che di questa Università disastrosa non vogliono cambiare nulla, preservando un sistema che fa acqua da tutte le parti ma che garantisce ad alcuni potere e prestigio.
Io credo che l’Università Italiana sia in una situazione tale da aver bisogno non di una serie di riforme ma di una rivoluzione. E che l’unica possibilità di provocare questa rivoluzione in un sistema conservatore e immobilista come il nostro sia l’immediata abolizione del valore legale del titolo di studio e l’introduzione di un crudele sistema di numero chiuso al fine di creare (diciamocelo senza ipocrisie) delle Università di serie A e delle Università di serie B (perché è chiaro che senza serie B non ci può essere una serie A).
Mi dite che la selezione finirà per rispecchiare in gran parte una selezione di classe? Che passeranno solo i privilegiati figli di buona famiglia con una solida cultura alle spalle, iscritti dai genitori al Liceo Classico del centro e mandati in Inghilterra d’estate a studiare l’inglese? E sia. Se le nostre scuole elementari, medie e superiori non sono state in grado di colmare questo gap non si può pretendere che lo faccia l’Università. Tanto più che la selezione avviene comunque, inevitabilmente, ora in modo ancora più subdolo e fascista in quanto è una selezione invisibile, che si basa sui contatti, sulle raccomandazioni, piuttosto che su esami di ammissione almeno formalmente eguali per tutti.
Mi dite che le poche Università di serie A attireranno tutti i finanziamenti e tutti i migliori professori facendo si che la serie B si trasformi presto in serie C? E sia. Lo scopo della serie A in fondo è proprio questo. Naturalmente poi starà allo Stato provvedere adeguatamente al finanziamento delle Università di serie B, compito reso più facile nel caso alcune Università di eccellenza siano ormai in grado di mantenersi attraverso donazioni e finanziamenti privati. Si può inoltre sperare che la presenza sul territorio nazionale di alcune Università di eccellenza possa avere effetti di spill over anche sulle altre. E se questo non dovesse succedere amen..
Mi dite che sto proponendo una riforma di estrema destra? E sia. Non so se come dice Giavazzi il merito (come la doccia e la mortadella secondo Gaber) sia di sinistra. Probabilmente ha ragione Bobbio, la sinistra è innanzi tutto eguaglianza e allora questa mia riforma è evidentemente di destra. Me ne frego (tanto per rimanere in tema..). Se vogliamo che l’Italia torni ad essere una nazione rilevate, credo che questa riforma sia necessaria.
Esattamente un secolo e mezzo fa Charles Darwin, il più importante ideologo di destra e forse il più grande filosofo di tutti i tempi, scriveva “nothing is easier than to admit in words the truth of the universal struggle for life, or more difficult than constantly to bear this conclusion in mind”. E’ ora di fare i conti sul serio con questa verità, tanto più rilevante da quando l’Università è diventata di massa. Scrive sempre Darwin “a struggle for existence inevitably follows from the high rate at which all organic beings tend to increase”. “The great battle for life” è una verità innegabile, se in Italia ci rifiuteremo di combatterla condanneremo il nostro paese all’estinzione, intellettuale e politica.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2492" title="Darwin" src="/wp-content/files/2009/04/darwin-233x300.jpg" alt="Darwin" width="233" height="300" />Lo stato dell’Università italiana è miserabile. Su questo direi che siamo tutti d’accordo. Un giovane italiano di belle speranze ha due possibili scelte: rimanere in Italia e laurearsi in un’Università di serie B (o più spesso serie C) o andare all’estero. Nel primo caso sceglie consapevolmente di rimanere a marcire nella periferia dell’Impero nel secondo caso presto o tardi si troverà a dover scegliere tra un esilio permanente e un ritorno umiliante in un paese che non lo saprà ne vorrà valorizzare.</p>
<p>Ultimamente gli studenti Italiani si sono mobilitate contro la riforma Gelmini. Trovandomi in California ho seguito come ho potuto la mobilitazione. La riassumerei così. Ci siamo mobilitati per una ragione giusta ma non cruciale che aveva il vantaggio di essere facilmente comprensibile e condivisibile per tutti  (no ai tagli nei finanziamenti). Una volta mobilitati abbiamo finalmente cercato di parlare anche dei problemi veri dell’Università (che fin dall’inizio sapevamo non essere legati alla mancanza di soldi), <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sales</a>  ovvero le baronie, <a href="http://sildenafilbuyonline.net/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  i concorsi truccati eccetera. La mobilitazione, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">prescription</a>  per sua natura ampia e variegata, è presto diventata oggetto di strumentalizzazioni politiche (da sinistra) o ridicoli rigurgiti fuori dal tempo (i comizi di Scalzone o i proclami degli anarchici). Naturalmente i media erano decisamente più interessati a Scalzone o alle dichiarazioni di Veltroni che ai problemi della nostra Università. Alla fine, come al solito, tutti si è sgonfiato e la nostra mobilitazione rischia persino di aver portato acqua al mulino di coloro che di questa Università disastrosa non vogliono cambiare nulla, preservando un sistema che fa acqua da tutte le parti ma che garantisce ad alcuni potere e prestigio.</p>
<p>Io credo che l’Università Italiana sia in una situazione tale da aver bisogno non di una serie di riforme ma di una rivoluzione. E che l’unica possibilità di provocare questa rivoluzione in un sistema conservatore e immobilista come il nostro sia l’immediata abolizione del valore legale del titolo di studio e l’introduzione di un crudele sistema di numero chiuso al fine di creare (diciamocelo senza ipocrisie) delle Università di serie A e delle Università di serie B (perché è chiaro che senza serie B non ci può essere una serie A).</p>
<p>Mi dite che la selezione finirà per rispecchiare in gran parte una selezione di classe? Che passeranno solo i privilegiati figli di buona famiglia con una solida cultura alle spalle, iscritti dai genitori al Liceo Classico del centro e mandati in Inghilterra d’estate a studiare l’inglese? E sia. Se le nostre scuole elementari, medie e superiori non sono state in grado di colmare questo gap non si può pretendere che lo faccia l’Università. Tanto più che la selezione avviene comunque, inevitabilmente, ora in modo ancora più subdolo e fascista in quanto è una selezione invisibile, che si basa sui contatti, sulle raccomandazioni, piuttosto che su esami di ammissione almeno formalmente eguali per tutti.</p>
<p>Mi dite che le poche Università di serie A attireranno tutti i finanziamenti e tutti i migliori professori facendo si che la serie B si trasformi presto in serie C? E sia. Lo scopo della serie A in fondo è proprio questo. Naturalmente poi starà allo Stato provvedere adeguatamente al finanziamento delle Università di serie B, compito reso più facile nel caso alcune Università di eccellenza siano ormai in grado di mantenersi attraverso donazioni e finanziamenti privati. Si può inoltre sperare che la presenza sul territorio nazionale di alcune Università di eccellenza possa avere effetti di spill over anche sulle altre. E se questo non dovesse succedere amen..</p>
<p>Mi dite che sto proponendo una riforma di estrema destra? E sia. Non so se come dice Giavazzi il merito (come la doccia e la mortadella secondo Gaber) sia di sinistra. Probabilmente ha ragione Bobbio, la sinistra è innanzi tutto eguaglianza e allora questa mia riforma è evidentemente di destra. Me ne frego (tanto per rimanere in tema..). Se vogliamo che l’Italia torni ad essere una nazione rilevate, credo che questa riforma sia necessaria.</p>
<p>Esattamente un secolo e mezzo fa Charles Darwin, il più importante ideologo di destra e forse il più grande filosofo di tutti i tempi, scriveva “nothing is easier than to admit in words the truth of the universal struggle for life, or more difficult than constantly to bear this conclusion in mind”. E’ ora di fare i conti sul serio con questa verità, tanto più rilevante da quando l’Università è diventata di massa. Scrive sempre Darwin “a struggle for existence inevitably follows from the high rate at which all organic beings tend to increase”. “The great battle for life” è una verità innegabile, se in Italia ci rifiuteremo di combatterla condanneremo il nostro paese all’estinzione, intellettuale e politica.</p>
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		<title>Elezioni in Medio Oriente</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/02/11/elezioni-in-medio-oriente/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 17:45:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualunque cosa si pensi dell’idea di esportare la democrazia con le bombe o della natura della “democrazia etnica” di Israele, pills  il semplice fatto che in meno di due settimane  circa 7 milioni di irakeni e 2 milioni e mezzo di israeliani si siano liberamente recati alle urne è una buona notizia.
Del resto come diceva Giorgio Gaber “dopo anni di riflessione sulle molteplici possibilità che ha uno stato di organizzarsi sono giunto alla conclusione che la democrazia sia il sistema più democratico che ci sia”.
Sembra ovvio, ed  ma nel Medio Oriente non lo è per niente.
In Iraq il 31 Gennnaio si è votato per rinnovare quattordici dei diciotto consigli provinciali (non votavano i tre governatorati kurdi a statuto speciale e il governatorato di Kirkuk il cui status è ancora oggetto di dibattito). Nonostante la dimensione locale sono state elezioni cruciali, in particolare per il ritorno dei sunniti sulla scena politica.
La minoranza sunnita aveva infatti boicottato le elezioni del 2005 favorendo l’affermazione di kurdi e sciiti. I partiti kurdi avevano ad esempio ottenuto il governatorato di Ninewa e gli sciiti quello di Diyala nonstante entrambe le regioni fossero a maggioranza sunnita. Alle scorse elezioni l’unico partito sunnita a partecipare era stato un raggruppamento di ispirazione islamista (IIP). Correndo praticamente da solo l’IIP aveva ottenuto il monopolio della rappresentanza sunnita guadagnando ad esempio il governatorato di Anbar, nonostante in quella provincia si fosse recato alle urne solamente l’1% della popolazione.
L’esclusione (per quanto auto-inflitta) dal governo del paese era certamente una delle cause dell’insurgenza sunnita successiva alle elezioni, che non a caso aveva colpito le province di Ninewa, Diyala e Anbar in modo particolarmente violento.
Il primo dato positivo delle elezioni irakene è quindi la partecipazione sunnita alle elezioni.
Una partecipazione non senza problemi visto che proprio a Ninewa il 5 Febbraio, mentre ancora si aspettavano i risultati, 12 persone sono morte a causa di un attentato sucida mentre ad Anbar sembra che nessuno dei due gruppi sunniti (gli isalmisti del IIP e un raggruppamento secolare con forti legami tribali) sia disposto a concedere la vittoria.
Va anche segnalato che, nonostante la maggiore partecipazione sunnita, l’affluenza complessiva alle urne è scesa dal 55.7 al 51%.
L’altro dato interessante di questa elezione è legato alla competizione tra i due principali raggruppamenti sciiti: gli islamisti del ISCI e il Dawa del primo ministro al-Maliki.
A costo di semplificare possiamo dire che l’ISCI è un partito islamista, a guida clericale e interessato alla creazione di una regione autonoma sciita nel sud (sull’esempio di quella kurda a nord). Il Dawa invece, per quanto anch’esso di origine islamista, ha sempre avuto una leadership laica e durante la campagna elettorale ha giocato con forza la carta della comune identità nazionale irakena e della necessità di un governo centrale forte e in grado di garantire ordine e sicurezza.
La vittoria del Dawa è stata netta. Gli islamisti dell’ISCI non otterranno a quanto pare nessuno governatorato mentre il partito di Al Maliki ha ottenuto importanti vittorie in Baghdad e Basra (importante città portuale ricca di petrolio). Sia pure ancora minoritarie sono inoltre cresciute altre liste centraliste, nazionaliste e secolari, come quella dell’ex primo ministor Allawi.
Tutto sommato direi che dall’Iraq giungono buone notizie. I sunniti sono rientrati in gioco, è aumentata la competizione politica all’interno dei blocchi etnici, i parti islamisti hanno perso terreno mentre quelli nazionalisti hanno guadagnato consenso. Sull’altro piatto della bilancia è però da segnalare l’aumento di legami clientelisti e tribali (che in molti casi spiegano la vittoria dei partiti secolari su quelli islamisti).
Per ragioni di spazio non mi addentrerò invece in modo approfondito nell’analisi delle elezioni israeliane, anche perché la politica israeliana è tanto demenziale quanto quella italiana e prevedere che governo verrà formato in seguito al voto di ieri è impresa praticamente impossibile.
Per riassumere brevemente quel poco che si capisce dai risultati (non ancora definitivi) ci sono essenzialmente due possibilità: un governo di destra (Likud, Shas e Ysrael Beitenu) o una coalizione guidata da Kadima con il sostegno dei laburisti e di almeno uno dei partiti di destra di cui sopra. La prima possibilità significherebbe il blocco completo del processo di pace e porterebbe a gravi contrasti con gli Stati Uniti, la seconda porterebbe ad una coalizione divisa e ad un probabile stallo politico.
In ogni caso è probabile che qualunque governo si riesca a formare non durerebbe più dei soliti due anni-due anni e mezzo e non riuscirebbe a risolvere nessuno dei gravi problemi di Israele: il conflitto con i palestinesi, la crescente divisione etnica della sua popolazione, i diritti e i doveri della minoranza araba e delle comunità ultraortodosse per non parlare del concetto stesso di Stato ebraico e democratico.
Per provocatorio che possa sembrare direi che per ora la democrazia irakena promette meglio di quella israeliana.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2027" title="livni" src="/wp-content/files/2009/02/livni.jpg" alt="" width="190" height="269" />Qualunque cosa si pensi dell’idea di esportare la democrazia con le bombe o della natura della “democrazia etnica” di Israele, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pills</a>  il semplice fatto che in meno di due settimane  circa 7 milioni di irakeni e 2 milioni e mezzo di israeliani si siano liberamente recati alle urne è una buona notizia.<br />
Del resto come diceva Giorgio Gaber “dopo anni di riflessione sulle molteplici possibilità che ha uno stato di organizzarsi sono giunto alla conclusione che la democrazia sia il sistema più democratico che ci sia”.<br />
Sembra ovvio, <a href="http://hepatitis-genericsovaldion.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">ed</a>  ma nel Medio Oriente non lo è per niente.</p>
<p>In Iraq il 31 Gennnaio si è votato per rinnovare quattordici dei diciotto consigli provinciali (non votavano i tre governatorati kurdi a statuto speciale e il governatorato di Kirkuk il cui status è ancora oggetto di dibattito). Nonostante la dimensione locale sono state elezioni cruciali, in particolare per il ritorno dei sunniti sulla scena politica.<br />
La minoranza sunnita aveva infatti boicottato le elezioni del 2005 favorendo l’affermazione di kurdi e sciiti. I partiti kurdi avevano ad esempio ottenuto il governatorato di Ninewa e gli sciiti quello di Diyala nonstante entrambe le regioni fossero a maggioranza sunnita. Alle scorse elezioni l’unico partito sunnita a partecipare era stato un raggruppamento di ispirazione islamista (IIP). Correndo praticamente da solo l’IIP aveva ottenuto il monopolio della rappresentanza sunnita guadagnando ad esempio il governatorato di Anbar, nonostante in quella provincia si fosse recato alle urne solamente l’1% della popolazione.<br />
L’esclusione (per quanto auto-inflitta) dal governo del paese era certamente una delle cause dell’insurgenza sunnita successiva alle elezioni, che non a caso aveva colpito le province di Ninewa, Diyala e Anbar in modo particolarmente violento.</p>
<p>Il primo dato positivo delle elezioni irakene è quindi la partecipazione sunnita alle elezioni.<br />
Una partecipazione non senza problemi visto che proprio a Ninewa il 5 Febbraio, mentre ancora si aspettavano i risultati, 12 persone sono morte a causa di un attentato sucida mentre ad Anbar sembra che nessuno dei due gruppi sunniti (gli isalmisti del IIP e un raggruppamento secolare con forti legami tribali) sia disposto a concedere la vittoria.<br />
Va anche segnalato che, nonostante la maggiore partecipazione sunnita, l’affluenza complessiva alle urne è scesa dal 55.7 al 51%.</p>
<p>L’altro dato interessante di questa elezione è legato alla competizione tra i due principali raggruppamenti sciiti: gli islamisti del ISCI e il Dawa del primo ministro al-Maliki.<br />
A costo di semplificare possiamo dire che l’ISCI è un partito islamista, a guida clericale e interessato alla creazione di una regione autonoma sciita nel sud (sull’esempio di quella kurda a nord). Il Dawa invece, per quanto anch’esso di origine islamista, ha sempre avuto una leadership laica e durante la campagna elettorale ha giocato con forza la carta della comune identità nazionale irakena e della necessità di un governo centrale forte e in grado di garantire ordine e sicurezza.<br />
La vittoria del Dawa è stata netta. Gli islamisti dell’ISCI non otterranno a quanto pare nessuno governatorato mentre il partito di Al Maliki ha ottenuto importanti vittorie in Baghdad e Basra (importante città portuale ricca di petrolio). Sia pure ancora minoritarie sono inoltre cresciute altre liste centraliste, nazionaliste e secolari, come quella dell’ex primo ministor Allawi.</p>
<p>Tutto sommato direi che dall’Iraq giungono buone notizie. I sunniti sono rientrati in gioco, è aumentata la competizione politica all’interno dei blocchi etnici, i parti islamisti hanno perso terreno mentre quelli nazionalisti hanno guadagnato consenso. Sull’altro piatto della bilancia è però da segnalare l’aumento di legami clientelisti e tribali (che in molti casi spiegano la vittoria dei partiti secolari su quelli islamisti).</p>
<p>Per ragioni di spazio non mi addentrerò invece in modo approfondito nell’analisi delle elezioni israeliane, anche perché la politica israeliana è tanto demenziale quanto quella italiana e prevedere che governo verrà formato in seguito al voto di ieri è impresa praticamente impossibile.<br />
Per riassumere brevemente quel poco che si capisce dai risultati (non ancora definitivi) ci sono essenzialmente due possibilità: un governo di destra (Likud, Shas e Ysrael Beitenu) o una coalizione guidata da Kadima con il sostegno dei laburisti e di almeno uno dei partiti di destra di cui sopra. La prima possibilità significherebbe il blocco completo del processo di pace e porterebbe a gravi contrasti con gli Stati Uniti, la seconda porterebbe ad una coalizione divisa e ad un probabile stallo politico.<br />
In ogni caso è probabile che qualunque governo si riesca a formare non durerebbe più dei soliti due anni-due anni e mezzo e non riuscirebbe a risolvere nessuno dei gravi problemi di Israele: il conflitto con i palestinesi, la crescente divisione etnica della sua popolazione, i diritti e i doveri della minoranza araba e delle comunità ultraortodosse per non parlare del concetto stesso di Stato ebraico e democratico.</p>
<p>Per provocatorio che possa sembrare direi che per ora la democrazia irakena promette meglio di quella israeliana.</p>
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