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	<title>The Tamarind &#187; Margherita Sacerdoti</title>
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		<title>Fermiamo Hamas per il bene di tutti e per il rispetto dei Diritti Umani</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/01/04/fermiamo-hamas-per-il-bene-di-tutti-e-per-il-rispetto-dei-diritti%c2%a0umani/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2009/01/04/fermiamo-hamas-per-il-bene-di-tutti-e-per-il-rispetto-dei-diritti%c2%a0umani/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 14:13:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Margherita Sacerdoti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 19 Dicembre scorso è ufficialmente terminato Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, medicine  durato sei mesi, durante i quali Hamas non ha mai smesso del tutto di lanciare Qassam su Israele. In quello stesso giorno Khaled Mashal, capo del ramo di Hamas in Siria, ha dichiarato che il cessate il fuoco non sarebbe stato rinnovato aprendo definitivamente la crisi.
Questa volta i razzi non sono stati lanciati soltanto su Sderot e Ashkelon, i cui abitanti ormai vivono tale condizione come  la normalità, ma per la prima volta  sono arrivati anche su Ashdod, che dista soltanto 30 Km dall&#8217;aereoporto Ben Gurion a sud di Tel Aviv, e su Beer Sheva. Per Israele ovviamente questa situazione è assolutamente inaccettabile poiché significa che da Tel-Aviv in giù, i cittadini sono in pericolo di vita. Non c&#8217;è dunque da sorprendersi tanto se l&#8217;aviazione israeliana ha risposto al fuoco bombardando le postazioni da cui son stati lanciati i missili. Nonostante l&#8217;intervento aereo, Hamas non ha ancora smesso di lanciare i Qassam sulle città israeliane, dimostrando che con il solo bombardamento aereo, Israele non riuscirà a smantellare le strutture paramilitari di Hamas, né riuscirà a ridurre la capacità di combattere di Hamas a tal punto da essere inoffensiva.
Questa guerra è gia stata confrontata più volte con quella del Libano di due anni fa, a ricordare che Israele farebbe meglio a non commettere gli stessi errori dell&#8217;ultima volta. Nel 2006 infatti, l&#8217;obbiettivo della campagna militare era distruggere completamente l&#8217;organizzazione terroristica Hezbollah. Tale obbiettivo  non è stato raggiunto perché è impossibile smantellare un&#8217;organizzione che non ha una struttura e delle postazioni chiaramente individuabili, bensì conta basi operative e adepti in tutto il Paese nonché una forza politica che si annida nelle stesse strutture del governo. Inoltre, dopo il ritiro, Israele ha lasciato tempo e spazio a Hezbollah di riarmarsi e ha certamente auitato la stessa organizzazione terroristica ad apparire come i buoni che sono stati attaccati e che dopo la fine della guerra sono anche stati in grado di aiutare la popolazione civile, al posto dello Stato, a rimettersi in piedi.
Per non ripetere tale inaccettabile errore, Israele questa volta si è posta innanzitutto un obbiettivo più realistico: ridurre al massimo la capacità di Hamas di combattere, e non smantellare l&#8217;organizzazione in sé. Per raggiungere tale obbiettivo, Tzahal deve distruggere le basi di lancio dei missili, spesso localizzate in appartamenti private o vicino alle scuole, secondo la tradizionale politica di Hamas di utilizzare i civili palestinesi come scudi umani per difendersi dagli  Israeliani. Con la sola forza aerea è impossibile operare chirurgicamente e colpire tali postazioni, ed per questo motivo che l&#8217;esercito israeliano è da poco intervenuto via terra.
Se Israele smettesse di rispondere al fuoco oggi, Hamas emergerebbe come la parte vittoriosa della guerra, avrebbe il tempo e le strutture ancora intatte per riarmarsi, e sarebbe forte abbastanza per imporsi anche sulla Cisgiordania nelle prossime elezioni che avranno luogo adopo la fine del mandato di Abu Mazen che scade a fine Gennaio.
Hamas governa secondo la legge islamica a Gaza, il che significa che a chi ruba, viene tagliata la mano, a chi passa col semaforo rosso, vengono date frustate. Hamas è la mano dell&#8217; Iran, insieme a Hezbollah, nel Vicino Oriente, e dall&#8217;Iran riceve armi.
Noi Europei dobbiamo imparare ad essere lungimiranti e a chiederci come davvero proteggere i diritti umani degli uni e degli altri. Se Hamas vincesse le elezioni in Cisgiordania, anche naturalmente attraverso minacce  alla popolazione che, in caso di mancato sostegno all&#8217;organizzazione, verrebbe punita severamente dopo la vittoria, la legge islamica verrebbe introdotta anche a Ramallah. A quel punto non ci sarebbero piu diritti umani per i palestinesi e il diritto alla vita e alla sicurezza degli iIsraeliani sarebbe decisamente messo in pericolo, ancor più che adesso. Cosa vogliamo fare allora noi Europei?
Vogliamo per una volta pensare al bene di tutti nel lungo termine e non soltanto a compensare i nostri sensi di colpa per la situazione tragica in Medio Oriente che trova le sue radici nella colonizzazione europea?
Vogliamo per una volta, con pazienza, comprendere la profondità del problema invece di cercare soluzioni rapide e inefficaci che ci assicurino sonni tranquilli?
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1612" title="kassam-prepared-to-be-launched" src="/wp-content/files/2009/01/kassam-prepared-to-be-launched-300x225.jpg" alt="kassam-prepared-to-be-launched" width="300" height="225" />Il 19 Dicembre scorso è ufficialmente terminato Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, <a href="http://tadalafilforsale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">medicine</a>  durato sei mesi, durante i quali Hamas non ha mai smesso del tutto di lanciare Qassam su Israele. In quello stesso giorno Khaled Mashal, capo del ramo di Hamas in Siria, ha dichiarato che il cessate il fuoco non sarebbe stato rinnovato aprendo definitivamente la crisi.</p>
<p>Questa volta i razzi non sono stati lanciati soltanto su Sderot e Ashkelon, i cui abitanti ormai vivono tale condizione come  la normalità, ma per la prima volta  sono arrivati anche su Ashdod, che dista soltanto 30 Km dall&#8217;aereoporto Ben Gurion a sud di Tel Aviv, e su Beer Sheva. Per Israele ovviamente questa situazione è assolutamente inaccettabile poiché significa che da Tel-Aviv in giù, i cittadini sono in pericolo di vita. Non c&#8217;è dunque da sorprendersi tanto se l&#8217;aviazione israeliana ha risposto al fuoco bombardando le postazioni da cui son stati lanciati i missili. Nonostante l&#8217;intervento aereo, Hamas non ha ancora smesso di lanciare i Qassam sulle città israeliane, dimostrando che con il solo bombardamento aereo, Israele non riuscirà a smantellare le strutture paramilitari di Hamas, né riuscirà a ridurre la capacità di combattere di Hamas a tal punto da essere inoffensiva.</p>
<p>Questa guerra è gia stata confrontata più volte con quella del Libano di due anni fa, a ricordare che Israele farebbe meglio a non commettere gli stessi errori dell&#8217;ultima volta. Nel 2006 infatti, l&#8217;obbiettivo della campagna militare era distruggere completamente l&#8217;organizzazione terroristica Hezbollah. Tale obbiettivo  non è stato raggiunto perché è impossibile smantellare un&#8217;organizzione che non ha una struttura e delle postazioni chiaramente individuabili, bensì conta basi operative e adepti in tutto il Paese nonché una forza politica che si annida nelle stesse strutture del governo. Inoltre, dopo il ritiro, Israele ha lasciato tempo e spazio a Hezbollah di riarmarsi e ha certamente auitato la stessa organizzazione terroristica ad apparire come i buoni che sono stati attaccati e che dopo la fine della guerra sono anche stati in grado di aiutare la popolazione civile, al posto dello Stato, a rimettersi in piedi.</p>
<p>Per non ripetere tale inaccettabile errore, Israele questa volta si è posta innanzitutto un obbiettivo più realistico: ridurre al massimo la capacità di Hamas di combattere, e non smantellare l&#8217;organizzazione in sé. Per raggiungere tale obbiettivo, Tzahal deve distruggere le basi di lancio dei missili, spesso localizzate in appartamenti private o vicino alle scuole, secondo la tradizionale politica di Hamas di utilizzare i civili palestinesi come scudi umani per difendersi dagli  Israeliani. Con la sola forza aerea è impossibile operare chirurgicamente e colpire tali postazioni, ed per questo motivo che l&#8217;esercito israeliano è da poco intervenuto via terra.</p>
<p>Se Israele smettesse di rispondere al fuoco oggi, Hamas emergerebbe come la parte vittoriosa della guerra, avrebbe il tempo e le strutture ancora intatte per riarmarsi, e sarebbe forte abbastanza per imporsi anche sulla Cisgiordania nelle prossime elezioni che avranno luogo adopo la fine del mandato di Abu Mazen che scade a fine Gennaio.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-1613" title="kassam-map-range" src="/wp-content/files/2009/01/kassam-map-range-245x299.png" alt="kassam-map-range" width="245" height="299" />Hamas governa secondo la legge islamica a Gaza, il che significa che a chi ruba, viene tagliata la mano, a chi passa col semaforo rosso, vengono date frustate. Hamas è la mano dell&#8217; Iran, insieme a Hezbollah, nel Vicino Oriente, e dall&#8217;Iran riceve armi.<br />
Noi Europei dobbiamo imparare ad essere lungimiranti e a chiederci come davvero proteggere i diritti umani degli uni e degli altri. Se Hamas vincesse le elezioni in Cisgiordania, anche naturalmente attraverso minacce  alla popolazione che, in caso di mancato sostegno all&#8217;organizzazione, verrebbe punita severamente dopo la vittoria, la legge islamica verrebbe introdotta anche a Ramallah. A quel punto non ci sarebbero piu diritti umani per i palestinesi e il diritto alla vita e alla sicurezza degli iIsraeliani sarebbe decisamente messo in pericolo, ancor più che adesso. Cosa vogliamo fare allora noi Europei?<br />
Vogliamo per una volta pensare al bene di tutti nel lungo termine e non soltanto a compensare i nostri sensi di colpa per la situazione tragica in Medio Oriente che trova le sue radici nella colonizzazione europea?<br />
Vogliamo per una volta, con pazienza, comprendere la profondità del problema invece di cercare soluzioni rapide e inefficaci che ci assicurino sonni tranquilli?</p>
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		<title>La gioventù in Israele</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/10/29/la-gioventu-in-israele/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 20:16:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Margherita Sacerdoti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni volta che sono stata in Israele ho vissuto un’esperienza diversa. Quest’ultima volta in special modo, viagra  poiché ho lavorato e vissuto a Tel Aviv per tre mesi e non ho soltanto passato le mie vacanze in Israele.

Tel Aviv è un’isola felice in uno Stato che faticosamente cerca di integrare immigranti provenienti da tutto il mondo e soprattutto comunità intere che da Paesi dell’Europa dell’est e dell’Africa sono state sradicate e trasferite in un una nuova nazione. Agli appartenenti di queste comunità, quella russa e quella etiope in special modo, son stati dati nuovi passaporti, una nuova nazionalità e naturalmente nuove vite al loro arrivo. Israele è infatti uno Stato che oltre le differenze linguistiche delle comunità di provenienza deve affrontare il crescente divario tra laici e religiosi che ha portato negli ultimi anni ad un cambiamento geoetnico e georeligioso degli Israeliani. Gerusalemme si è trasformata sempre più nella capitale di chi ha fatto della religione ebraica, e delle altre religioni, la base della propria vita e condotta civile e politica. Molto spesso anche chi lavora negli uffici governativi e nei ministeri che hanno sede a Gerusalemme abita in altre città e sceglie una vita da pendolare piuttosto che di gerosolmita poiché non si sente accolto in una città che non da spazio sufficiente alla condotta di una vita laica.
Tel Aviv è estremamente diversa da Gerusalemme. Da un lato essa rappresenta in maniera inconfondibile la storia della fondazione dello stato d’Israele e della costruzione materiale di questo paese dagli anni dieci e venti del Novecento. I primi edifici costruiti dagli Ebrei che già prima delle due guerre cominciavano a realizzare il progetto sionista di Herzel si trovano infatti a Tel Aviv. Tel Aviv si è espansa negli anni e oggi è l’indiscusso centro economico e finanziario di Israele. Tel Aviv è una città che non ha nulla da invidiare a New York o alle città europee d’avanguardia, per quanto riguarda la cultura, la musica e il divertimento. È una città giovane e vivace e in cui la religione e chi la pratica non sembrano trovare terreno per mettere radici. Spesso mi sono domandata, camminando dopo il tramondo per rehov Rotchild, la parte della città tra le più chic, in quale luogo del mondo fossi. Poi, girando l’angolo dei caffè più alla moda arredati da designer professionisti, ho sempre ritrovato il sapore del medioriente nelle bancarelle dei mercatini che vendono noci e mandorle e spezie che non si trovano da noi in Europa.
Se dovessi trovare un aggettivo per descrivere i giovani a Tel Aviv, direi che  sono liberi. Sono liberi dal peso della situazione di tensione che ininterrottamente grava su Israele, poiché a Tel Aviv non  sembra di essere circondati da vicini ostili, piuttosto pare che non ci sia altro fuorché Israele stesso intorno. Sono liberi dalle tensioni tra gli Ebrei laici e gli Ebrei religiosi, dal momento che questi ultimo prediligono Gerusalemme o piccole città come Cfar Chabad o Bene Berak. Addirittura nei ristoranti di Tel Aviv è spesso difficile trovare cibo Kasher, anche se questa affermazione può risultare astrusa. Il sabato, invece di essere tutto chiuso e silenzioso, i giovani di Tel Aviv passano la mattinata nei caffè e si ritrovano per il brunch. Ciò che forse più ricorda il sabato ebraico è il fatto che in questo giorno i mezzi di trasporto pubblico non funzionano, ma tale consuetudine è più una scocciatura per gli israeliani di Tel Aviv, e per i turisti, che un valore.
Ciò che pero rende  davvero Tel Aviv affascinante e diversa dalle città occidentali, a mio avviso, è l’intensità con cui si vive ogni giornata. Ho avuto la fortuna di conoscere, in quest’ultima mia esperienza, dei giovani politici, giornalisti e sindacalisti impegnati naturalmente nelle attività dello Stato. La passione, l’idealismo con cui questi individui portano avanti la propria battaglia, intesa come battaglia dentro lo Stato d’Israele per migliori condizioni di lavoro, meno tasse universitarie, contro la corruzione degli alti gradi dei partiti e dell’esercito, non l’ho mai trovata nei giovani de nessun altro stato. Con ciò non voglio naturalmente dire che all’infuori d’Israele i giovani siano poco impegnati, andrei contro il buon proposito di questo articolo stesso e del giornale che lo pubblica, ma è facile notare come in uno stato giovane, quale è Israele, la possibilità reale o la speranza si poter plasmare in maniera sensibile il futuro sia più forte. Ho percepito la sicurezza della generazione che in questo momento si affaccia alla politica di poter offrire condizioni migliori per i cittadini, gli immigrati nel futuro prossimo e ho notato come vi sia una minore rassegnazione dei giovani all’impossibilita di cambiare un sistema vecchio e corrotto da troppi anni. Nonostante i problemi e le difficoltà di Israele, i giovani laici sono convinti di avere la responsabilità di non lasciare la guida politica dello Stato d’Israele a chi segue come prima legge, la Halacha, la legge ebraica della Torà e di chi vorrebbe trascinare Israele verso la religione. Inoltre la natalità è alta in Israele e i giovani sono sempre più una forza e una risorsa che non può essere ignorata.
Essere giovane a Tel Aviv significa vivere con spensieratezza da un lato, divertirsi, ma significa anche prendere coscienza che per vivere in uno Stato che segua degli ideali di giustizia e tolleranza è necessario impegnarsi fin dalla giovane età. Con la convinzione che realizzare i propri sogni è possibile.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni volta che sono stata in Israele ho vissuto un’esperienza diversa. Quest’ultima volta in special modo, <a href="http://buycheapviagras.com/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  poiché ho lavorato e vissuto a Tel Aviv per tre mesi e non ho soltanto passato le mie vacanze in Israele.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-756 aligncenter" title="Tel Aviv" src="/wp-content/files/2008/10/tel-aviv.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p>Tel Aviv è un’isola felice in uno Stato che faticosamente cerca di integrare immigranti provenienti da tutto il mondo e soprattutto comunità intere che da Paesi dell’Europa dell’est e dell’Africa sono state sradicate e trasferite in un una nuova nazione. Agli appartenenti di queste comunità, quella russa e quella etiope in special modo, son stati dati nuovi passaporti, una nuova nazionalità e naturalmente nuove vite al loro arrivo. Israele è infatti uno Stato che oltre le differenze linguistiche delle comunità di provenienza deve affrontare il crescente divario tra laici e religiosi che ha portato negli ultimi anni ad un cambiamento geoetnico e georeligioso degli Israeliani. Gerusalemme si è trasformata sempre più nella capitale di chi ha fatto della religione ebraica, e delle altre religioni, la base della propria vita e condotta civile e politica. Molto spesso anche chi lavora negli uffici governativi e nei ministeri che hanno sede a Gerusalemme abita in altre città e sceglie una vita da pendolare piuttosto che di gerosolmita poiché non si sente accolto in una città che non da spazio sufficiente alla condotta di una vita laica.</p>
<p>Tel Aviv è estremamente diversa da Gerusalemme. Da un lato essa rappresenta in maniera inconfondibile la storia della fondazione dello stato d’Israele e della costruzione materiale di questo paese dagli anni dieci e venti del Novecento. I primi edifici costruiti dagli Ebrei che già prima delle due guerre cominciavano a realizzare il progetto sionista di Herzel si trovano infatti a Tel Aviv. Tel Aviv si è espansa negli anni e oggi è l’indiscusso centro economico e finanziario di Israele. Tel Aviv è una città che non ha nulla da invidiare a New York o alle città europee d’avanguardia, per quanto riguarda la cultura, la musica e il divertimento. È una città giovane e vivace e in cui la religione e chi la pratica non sembrano trovare terreno per mettere radici. Spesso mi sono domandata, camminando dopo il tramondo per rehov Rotchild, la parte della città tra le più chic, in quale luogo del mondo fossi. Poi, girando l’angolo dei caffè più alla moda arredati da designer professionisti, ho sempre ritrovato il sapore del medioriente nelle bancarelle dei mercatini che vendono noci e mandorle e spezie che non si trovano da noi in Europa.</p>
<p>Se dovessi trovare un aggettivo per descrivere i giovani a Tel Aviv, direi che  sono liberi. Sono liberi dal peso della situazione di tensione che ininterrottamente grava su Israele, poiché a Tel Aviv non  sembra di essere circondati da vicini ostili, piuttosto pare che non ci sia altro fuorché Israele stesso intorno. Sono liberi dalle tensioni tra gli Ebrei laici e gli Ebrei religiosi, dal momento che questi ultimo prediligono Gerusalemme o piccole città come Cfar Chabad o Bene Berak. Addirittura nei ristoranti di Tel Aviv è spesso difficile trovare cibo Kasher, anche se questa affermazione può risultare astrusa. Il sabato, invece di essere tutto chiuso e silenzioso, i giovani di Tel Aviv passano la mattinata nei caffè e si ritrovano per il brunch. Ciò che forse più ricorda il sabato ebraico è il fatto che in questo giorno i mezzi di trasporto pubblico non funzionano, ma tale consuetudine è più una scocciatura per gli israeliani di Tel Aviv, e per i turisti, che un valore.</p>
<p>Ciò che pero rende  davvero Tel Aviv affascinante e diversa dalle città occidentali, a mio avviso, è l’intensità con cui si vive ogni giornata. Ho avuto la fortuna di conoscere, in quest’ultima mia esperienza, dei giovani politici, giornalisti e sindacalisti impegnati naturalmente nelle attività dello Stato. La passione, l’idealismo con cui questi individui portano avanti la propria battaglia, intesa come battaglia dentro lo Stato d’Israele per migliori condizioni di lavoro, meno tasse universitarie, contro la corruzione degli alti gradi dei partiti e dell’esercito, non l’ho mai trovata nei giovani de nessun altro stato. Con ciò non voglio naturalmente dire che all’infuori d’Israele i giovani siano poco impegnati, andrei contro il buon proposito di questo articolo stesso e del giornale che lo pubblica, ma è facile notare come in uno stato giovane, quale è Israele, la possibilità reale o la speranza si poter plasmare in maniera sensibile il futuro sia più forte. Ho percepito la sicurezza della generazione che in questo momento si affaccia alla politica di poter offrire condizioni migliori per i cittadini, gli immigrati nel futuro prossimo e ho notato come vi sia una minore rassegnazione dei giovani all’impossibilita di cambiare un sistema vecchio e corrotto da troppi anni. Nonostante i problemi e le difficoltà di Israele, i giovani laici sono convinti di avere la responsabilità di non lasciare la guida politica dello Stato d’Israele a chi segue come prima legge, la Halacha, la legge ebraica della Torà e di chi vorrebbe trascinare Israele verso la religione. Inoltre la natalità è alta in Israele e i giovani sono sempre più una forza e una risorsa che non può essere ignorata.</p>
<p>Essere giovane a Tel Aviv significa vivere con spensieratezza da un lato, divertirsi, ma significa anche prendere coscienza che per vivere in uno Stato che segua degli ideali di giustizia e tolleranza è necessario impegnarsi fin dalla giovane età. Con la convinzione che realizzare i propri sogni è possibile.</p>
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		<title>Israele-Iran: Much Ado About Nothing?</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jul 2008 19:35:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Margherita Sacerdoti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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		<category><![CDATA[nucleare]]></category>

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		<description><![CDATA[Si sente parlare di un possibile e imminente attacco israeliano all’Iran. Questa eventualità è altamente improbabile e costituirebbe un suicidio per Israele per almeno due ragioni Importanti: la difficoltà tattica di un attacco e la geopolitica del Medio Oriente.
Innanzitutto non è né ovvio né facile colpire le presunte centrali nucleari iraniane. A differenza dell’attacco israeliano alla centrale nucleare irachena nel 1981 in cui le forze militari israeliane avevano informazioni precise sull’obbiettivo e il luogo da colpire, find  nel caso iraniano l’obbiettivo non è altrettanto chiaro. Come prima cosa il governo iraniano si è preoccupato di nascondere in basi segrete nel sottosuolo quelle che si sospetta siano centrali per l’arricchimento di uranio. In secondo luogo queste basi sarebbero sparse per il territorio iraniano e non in un solo centro. Se anche l’aviazione israleliana fosse pronta dal punto di vista militare ad un attacco all’Iran, non avrebbero un piano strategico né tattico vincente, proprio perché non saprebbero quali luoghi colpire, e nemmeno quanti. Per agire in maniera afficace dovrebbe mandare l’intera aviazione e bombardare tutti i siti sospetti, ma questo non è certo un piano militare accorto.

In secondo luogo, prima di attaccare eventualmente l’Iran, Israele dovrebbe assicurarsi se non l’amicizia, per lo meno la certezza di non ritorsione da parte degli alleati dell’Iran: Siria, Hezbollah e Hamas. Se Israele attaccasse l’Iran senza conoscere le reazioni di questi tre attori, immediatamente verrebbe circondata da nemici e attaccata su tutti i fronti. L’allenaza tra Iran, Siria, Hezbollah e Hamas è innaturale se si considera la natura  di questi attori. L’Iran infatti è uno stato teocratico, musulmano sciita e non arabo. La Siria è uno stato musulmano, arabo, sunnita con un regime laico-socialista e non fondamentalista religioso. Hezbollah è un attore non statale i cui militanti sono musulmani sciiti, alleati naturali dell’Iran, ma non della Siria che ciononstante sostiene le loro azioni in Libano. Infine il gruppo Hamas, che oggi ha il completo controllo della striscia di Gaza, è composto da Arabi Musulmani Sunniti ed è un ramo dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani. Ciononostante Hamas ha collaborato con Hezbollah sciita durante la seconda guerra del Libano e riceve armi e sostegno economico dal regime teocratico sciita dell’Iran. L’elemento che lega questi attori è l’Islam ed è infatti su questo elemento che Ahmadinejad ha sempre fondato la sua legittimità di leader di una giustizia panislamista contro chi vuole imporre dall’alto un equilibrio politico nel Medio Oriente. In questo discorso s’inserisce anche la volontà di aspirare all’arricchimento dell’uranio. Non sappiamo esattamente per quali scopi l’Iran desideri l’energia nucleare, ma possimo certamente notare come questa battaglia che richiama anche un’ingiustizia di fatto esistente nella distribuzione dell’arma atomica nel mondo,  attragga attori nella regione del Medio Oriente a cui forse non dispiacerebbe aspirare alla stessa arma in un futuro.
Se Israele attaccasse l’Iran adesso, dunque, si troverebbe circondata dagli alleati “innaturali” dell’Iran. Hamas colpirebbe Israele da sud con Qassam o magari anche altre armi. Hezbollah colpirebbe Israele dal nord, dal confine col Libano. La Siria colpirebbe ininterrottamente, rifornendo questi due gruppi militanti terroristi di armi o addirittura potrebbe colpire direttamente Israele dalle alture del Golan. Inoltre l’Iran certamente risponderebbe all’attacco israeliano con dei missili, anche se non sappiamo di che natura siano quante quali armi l’Iran possegga nella realtà.
Se davvero Israele volesse colpire militarmente l’Iran, dovrebba prima di tutto indebolire l’alleanza “innaturale” e avvicinare a sé la Siria. Questo stato infatti, come abbiamo visto, è un alleato dell’Iran più per interessi contingenti che non per un legame profondo. Un accordo di pace con la Siria, non è impossibile per Israele e, io credo, neanche così lontano. Se davvero la Siria venisse portata lontano dall’Iran, quest’ultimo resterebbe più isolato che mai e probabilmente non costituirebbe più una tale minaccia e un attacco da parte di Israele o di qualsiasi altro attore non sarebbe più necessario.
L’azione israeliana di simulazione di un attacco iraninano condotta a Cipro e comunicata dall’esercito israeliano al New York Times, era una risposta all’Iran in termini di “Public Policy”. L’Iran di Ahmadinejad in questi ultimi anni ha utilizzato la paure più profonda di Israele, cioè di essere distrutto completamente, per rendere la minaccia militare più efficace. Ahmadinejad non soltanto ha tenuto conto della storia di guerre che ha caratterizzato di Israele e il timore di questo di essere colpito da più fronti, come accadde nel 1967 e 1973. Il presidente iraninano ha anche richiamato alla memoria di Israele, degli Ebrei in generale e dell’Occidente l’Olocausto e la paura del popolo ebraico che ciò possa essere negato, dimenticato e ripetuto. In risposta a questa politica, Israele ha individuato la paura più grande dell’Iran, ovvero quella di essere colpito in quando Stato canaglia con aspirazioni egemoniche in Medio Oriente, e ha simulato un attacco imminente. Evidentemente questa politica ha funzionato poichè la possibilità di un attacco israeliano all’Iran pare realistica e imminente secondo la stampa e perchè Ahmadinejad non ha più fatto dichiarazioni pubbliche sull’arricchimento di uranio dal giorno dell’esercitazione Israeliana.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Si sente parlare di un possibile e imminente attacco israeliano all’Iran. Questa eventualità è altamente improbabile e costituirebbe un suicidio per Israele per almeno due ragioni Importanti: la difficoltà tattica di un attacco e la geopolitica del Medio Oriente.</p>
<p>Innanzitutto non è né ovvio né facile colpire le presunte centrali nucleari iraniane. A differenza dell’attacco israeliano alla centrale nucleare irachena nel 1981 in cui le forze militari israeliane avevano informazioni precise sull’obbiettivo e il luogo da colpire, <a href="http://buysovaldionusa.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">find</a>  nel caso iraniano l’obbiettivo non è altrettanto chiaro. Come prima cosa il governo iraniano si è preoccupato di nascondere in basi segrete nel sottosuolo quelle che si sospetta siano centrali per l’arricchimento di uranio. In secondo luogo queste basi sarebbero sparse per il territorio iraniano e non in un solo centro. Se anche l’aviazione israleliana fosse pronta dal punto di vista militare ad un attacco all’Iran, non avrebbero un piano strategico né tattico vincente, proprio perché non saprebbero quali luoghi colpire, e nemmeno quanti. Per agire in maniera afficace dovrebbe mandare l’intera aviazione e bombardare tutti i siti sospetti, ma questo non è certo un piano militare accorto.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-317 aligncenter" title="bomb" src="/wp-content/files/2008/07/bomb.jpg" alt="" width="600" height="450" /></p>
<p>In secondo luogo, prima di attaccare eventualmente l’Iran, Israele dovrebbe assicurarsi se non l’amicizia, per lo meno la certezza di non ritorsione da parte degli alleati dell’Iran: Siria, Hezbollah e Hamas. Se Israele attaccasse l’Iran senza conoscere le reazioni di questi tre attori, immediatamente verrebbe circondata da nemici e attaccata su tutti i fronti. L’allenaza tra Iran, Siria, Hezbollah e Hamas è innaturale se si considera la natura  di questi attori. L’Iran infatti è uno stato teocratico, musulmano sciita e non arabo. La Siria è uno stato musulmano, arabo, sunnita con un regime laico-socialista e non fondamentalista religioso. Hezbollah è un attore non statale i cui militanti sono musulmani sciiti, alleati naturali dell’Iran, ma non della Siria che ciononstante sostiene le loro azioni in Libano. Infine il gruppo Hamas, che oggi ha il completo controllo della striscia di Gaza, è composto da Arabi Musulmani Sunniti ed è un ramo dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani. Ciononostante Hamas ha collaborato con Hezbollah sciita durante la seconda guerra del Libano e riceve armi e sostegno economico dal regime teocratico sciita dell’Iran. L’elemento che lega questi attori è l’Islam ed è infatti su questo elemento che Ahmadinejad ha sempre fondato la sua legittimità di leader di una giustizia panislamista contro chi vuole imporre dall’alto un equilibrio politico nel Medio Oriente. In questo discorso s’inserisce anche la volontà di aspirare all’arricchimento dell’uranio. Non sappiamo esattamente per quali scopi l’Iran desideri l’energia nucleare, ma possimo certamente notare come questa battaglia che richiama anche un’ingiustizia di fatto esistente nella distribuzione dell’arma atomica nel mondo,  attragga attori nella regione del Medio Oriente a cui forse non dispiacerebbe aspirare alla stessa arma in un futuro.</p>
<p>Se Israele attaccasse l’Iran adesso, dunque, si troverebbe circondata dagli alleati “innaturali” dell’Iran. Hamas colpirebbe Israele da sud con Qassam o magari anche altre armi. Hezbollah colpirebbe Israele dal nord, dal confine col Libano. La Siria colpirebbe ininterrottamente, rifornendo questi due gruppi militanti terroristi di armi o addirittura potrebbe colpire direttamente Israele dalle alture del Golan. Inoltre l’Iran certamente risponderebbe all’attacco israeliano con dei missili, anche se non sappiamo di che natura siano quante quali armi l’Iran possegga nella realtà.<br />
Se davvero Israele volesse colpire militarmente l’Iran, dovrebba prima di tutto indebolire l’alleanza “innaturale” e avvicinare a sé la Siria. Questo stato infatti, come abbiamo visto, è un alleato dell’Iran più per interessi contingenti che non per un legame profondo. Un accordo di pace con la Siria, non è impossibile per Israele e, io credo, neanche così lontano. Se davvero la Siria venisse portata lontano dall’Iran, quest’ultimo resterebbe più isolato che mai e probabilmente non costituirebbe più una tale minaccia e un attacco da parte di Israele o di qualsiasi altro attore non sarebbe più necessario.</p>
<p>L’azione israeliana di simulazione di un attacco iraninano condotta a Cipro e comunicata dall’esercito israeliano al New York Times, era una risposta all’Iran in termini di “Public Policy”. L’Iran di Ahmadinejad in questi ultimi anni ha utilizzato la paure più profonda di Israele, cioè di essere distrutto completamente, per rendere la minaccia militare più efficace. Ahmadinejad non soltanto ha tenuto conto della storia di guerre che ha caratterizzato di Israele e il timore di questo di essere colpito da più fronti, come accadde nel 1967 e 1973. Il presidente iraninano ha anche richiamato alla memoria di Israele, degli Ebrei in generale e dell’Occidente l’Olocausto e la paura del popolo ebraico che ciò possa essere negato, dimenticato e ripetuto. In risposta a questa politica, Israele ha individuato la paura più grande dell’Iran, ovvero quella di essere colpito in quando Stato canaglia con aspirazioni egemoniche in Medio Oriente, e ha simulato un attacco imminente. Evidentemente questa politica ha funzionato poichè la possibilità di un attacco israeliano all’Iran pare realistica e imminente secondo la stampa e perchè Ahmadinejad non ha più fatto dichiarazioni pubbliche sull’arricchimento di uranio dal giorno dell’esercitazione Israeliana.</p>
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		<title>Una serata alla Scala</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/06/17/una-serata-alla-scala/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jun 2008 23:29:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Margherita Sacerdoti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri sera mi trovavo al teatro Alla Scala di Milano per un concerto per pianoforte suonato dal celeberrimo pianista nonché direttore d’orchestra Daniel Baremboim. Mi trovavo li perché amo la musica classica e perché per tutta la vita sono stata spinta da una madre melomane ad avvicinarmi a quest’arte. Ammetto che di mia iniziativa probabilmente non andrei cosi spesso a opere, diagnosis  concerti e balletti, ma mi lascio trascinare volentieri da chi ha una passione per la musica. Prima di ogni opera mi sono sempre preparata all’ascolto, leggendo la trama di ogni atto e ascoltando alcuni brani musicali. La musica mi è familiare perché l’ho studiata fin da piccola suonando il pianoforte e apprezzo il balletto perché ho studiato danza classica per quindici anni. Spesso mi sono rifiutata di andare a concerti di cui non mi importava molto e al contrario ho spesso inseguito anche in teatri di paesi stranieri, direttori d’orchestra di cui conoscevo lo stile e il talento o compositori che amavo particolarmente. Non mi sono mai considerata un’appassionata di musica classica, ma ho sempre avuto piacere di ascoltare ed imparare a capire e apprezzare la musica.
Ieri sera, come tante altre sere alla Scala, mi sono vergognata del pubblico italiano. Innanzitutto tra una pausa e l’altra del pianista ecco un coro di rumori di gola che si leva dal pubblico con grande enfasi. Apparentemente in salute, altrimenti avrebbero fatto meglio a stare a letto con gli antibiotici, gli spettatori si sono esibiti, come di consueto, in una gara di tosse e piccoli gargarismi disgustosi, tutti allo stesso tempo. In secondo luogo ecco un episodio alquanto scioccante di cui nessuno ha protestato: uno spettatore, seduto dietro di me, alzandosi in piedi in platea ha scattato una fotografia di Baremboim durante l’esecuzione del brano con un apparecchio fotografico di vecchia generazione che non nascondeva il rumore del rullino all’interno. Per concludere, al termine del concerto, il pubblico si è alzato in una standing ovation. Il pianista in questione è molto bravo, certo, ma l’esecuzione, secondo il mio modesto parere e quello di chi conosce la musica classica, il brano in particolare e il pianista assai meglio di me, non era certo da standing ovation. Ho il sospetto che il pubblico, non capendo molto di musica, si sia alzato entusiasta più per la celebrità del pianista che suonava davanti a loro che per la qualità dell’esecuzione musicale. Infine, come sempre accade alla Scala, quando cominciano gli applausi (spesso prima della fine dell’esecuzione) c’è chi si alza e comincia ad andarsene dal teatro, facendo tra l’altro alzare tutta la propria fila della platea , per correre a prendere il primo taxi in piazza della Scala mentre i musicisti cominciano gli inchini.

La Scala ha una tradizione e un nome che spesso vengono considerati più importante di quel che avviene all’interno. I Milanesi sono capaci di soffrire per ore ascoltando un’opera di Wagner, pesantissima e noiosa per chi non è appassionato di questo genere musicale, pur si farsi vedere alla Scala. Ho ammirazione per questi individui perché personalmente non mi sforzerei mai di star seduta tutta una sera a dormire scomodamente su un seggiolino di velluto rosso aspettando con ansia l’intervallo per far due chiacchiere, farsi vedere e vedere chi c’è. Nei teatri nel resto del mondo dove ho avuto la fortuna di andare appositamente in occasione di festival musicali come a Salisburgo, Bayreuth, Lucerna, gli spettatori presenti sono quasi tutti li per amore della musica. Coloro i quali riescono a  trovar ei biglietti e compaiono per ragioni sociali soltanto, hanno almeno il buon gusto di non fare rumore, di non scattare fotografie e di copiare il comportamento chi di musica ne capisce quando si tratta di applaudire, alzarsi o andaresene.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sera mi trovavo al teatro Alla Scala di Milano per un concerto per pianoforte suonato dal celeberrimo pianista nonché direttore d’orchestra Daniel Baremboim. Mi trovavo li perché amo la musica classica e perché per tutta la vita sono stata spinta da una madre melomane ad avvicinarmi a quest’arte. Ammetto che di mia iniziativa probabilmente non andrei cosi spesso a opere, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">diagnosis</a>  concerti e balletti, ma mi lascio trascinare volentieri da chi ha una passione per la musica. Prima di ogni opera mi sono sempre preparata all’ascolto, leggendo la trama di ogni atto e ascoltando alcuni brani musicali. La musica mi è familiare perché l’ho studiata fin da piccola suonando il pianoforte e apprezzo il balletto perché ho studiato danza classica per quindici anni. Spesso mi sono rifiutata di andare a concerti di cui non mi importava molto e al contrario ho spesso inseguito anche in teatri di paesi stranieri, direttori d’orchestra di cui conoscevo lo stile e il talento o compositori che amavo particolarmente. Non mi sono mai considerata un’appassionata di musica classica, ma ho sempre avuto piacere di ascoltare ed imparare a capire e apprezzare la musica.<br />
Ieri sera, come tante altre sere alla Scala, mi sono vergognata del pubblico italiano. Innanzitutto tra una pausa e l’altra del pianista ecco un coro di rumori di gola che si leva dal pubblico con grande enfasi. Apparentemente in salute, altrimenti avrebbero fatto meglio a stare a letto con gli antibiotici, gli spettatori si sono esibiti, come di consueto, in una gara di tosse e piccoli gargarismi disgustosi, tutti allo stesso tempo. In secondo luogo ecco un episodio alquanto scioccante di cui nessuno ha protestato: uno spettatore, seduto dietro di me, alzandosi in piedi in platea ha scattato una fotografia di Baremboim durante l’esecuzione del brano con un apparecchio fotografico di vecchia generazione che non nascondeva il rumore del rullino all’interno. Per concludere, al termine del concerto, il pubblico si è alzato in una standing ovation. Il pianista in questione è molto bravo, certo, ma l’esecuzione, secondo il mio modesto parere e quello di chi conosce la musica classica, il brano in particolare e il pianista assai meglio di me, non era certo da standing ovation. Ho il sospetto che il pubblico, non capendo molto di musica, si sia alzato entusiasta più per la celebrità del pianista che suonava davanti a loro che per la qualità dell’esecuzione musicale. Infine, come sempre accade alla Scala, quando cominciano gli applausi (spesso prima della fine dell’esecuzione) c’è chi si alza e comincia ad andarsene dal teatro, facendo tra l’altro alzare tutta la propria fila della platea , per correre a prendere il primo taxi in piazza della Scala mentre i musicisti cominciano gli inchini.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-279 aligncenter" title="scala" src="/wp-content/files/2008/06/i_milano_scala_4.jpg" alt="" width="436" height="301" /></p>
<p>La Scala ha una tradizione e un nome che spesso vengono considerati più importante di quel che avviene all’interno. I Milanesi sono capaci di soffrire per ore ascoltando un’opera di Wagner, pesantissima e noiosa per chi non è appassionato di questo genere musicale, pur si farsi vedere alla Scala. Ho ammirazione per questi individui perché personalmente non mi sforzerei mai di star seduta tutta una sera a dormire scomodamente su un seggiolino di velluto rosso aspettando con ansia l’intervallo per far due chiacchiere, farsi vedere e vedere chi c’è. Nei teatri nel resto del mondo dove ho avuto la fortuna di andare appositamente in occasione di festival musicali come a Salisburgo, Bayreuth, Lucerna, gli spettatori presenti sono quasi tutti li per amore della musica. Coloro i quali riescono a  trovar ei biglietti e compaiono per ragioni sociali soltanto, hanno almeno il buon gusto di non fare rumore, di non scattare fotografie e di copiare il comportamento chi di musica ne capisce quando si tratta di applaudire, alzarsi o andaresene.</p>
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		<title>Università agli antipodi</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/05/14/il-sistema-universitario-italiano-e-australiano/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 May 2008 21:18:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Margherita Sacerdoti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Australia]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho da poco finito l&#8217;università e sono convinta di aver imparato molto. Da una parte ho arricchito il mio bagaglio culturale generale e dall&#8217;altra, buy  nella materia di specializzazione, discount   ho imparato a considerare nuovi e molteplici punti di vista ed elementi  nell&#8217;analisi della politica internazionale.
Studiare in Italia è stata una libera scelta perché sono sempre stata convinta della qualità dei professori universitari e dell&#8217;insegnamento. Inoltre, per ragioni più personali, ho creduto opportuno ottenere un diploma di laurea italiano per poter accedere ai concorsi pubblici nel nostro Paese. Non ho mai pensato che il nostro sistema educativo fosse perfetto, specialmente dopo un&#8217;esperienza di studi maturata all&#8217;estero e con un diverso sistema universitario, ho capito che l&#8217;università italiana poteva essere migliorata, ma quale sistema educativo non potrebbe esserlo?
Preparare gli esami orali non è semplice, anche perché si è spesso da soli nella fase di studio e molto agitati nella fase di esposizione. Parlare davanti ad un esperto in materia, per mezz&#8217;ora, senza poter distrarsi neanche per un momento e sapendo di essere sotto costante giudizio e valutazione da parte di qualcuno che ne sa più di noi nel campo, è stressante e difficile, ma si impara a superare anche questi momenti. Talvolta mi sono domandata quali qualità e abilità si sviluppino in uno studente che viene sottoposto a tale metodo di valutazione. Sicuramente si impara a parlare con persone più autorevoli di noi, anche affrontando argomenti in cui l&#8217;interlocutore è più forte. Sicuramente si impara ad esprimersi correttamente e ad utilizzare un linguaggio specifico per ogni materia e tema di discussione.
Allo stesso tempo però non si sviluppano altre abilità, come la scrittura, la ricerca e la capacità di parlare davanti ad un pubblico che non conosce la materia e a cui dobbiamo spiegare in parole semplici e chiare il nostro pensiero. Scrivere soltanto una tesi alla fine del triennio e un&#8217;altra alla fine del biennio non è sufficiente. Scrivere è un&#8217;arte, certo, ma è possibile apprendere la tecnica attraverso l&#8217;esercizio e la costanza. In Italia raramente si ha la possibilità di esprimere la propria opionione durante i corsi all&#8217;università. Non esiste la discussione riguardo a specifiche materie, né col professore, né tra gli studenti.  Non avendo la possibilità di comporre testi, non è possibile esprimere la propria opinione neanche attraverso la scrittura, e questo è un peccato.

In Australia, dove mi trovo al momento e dove ho avuto la possibilità di parlare con un&#8217;amica che si è appena laureata all&#8217;università di New South Wales, il sistema universitario è molto diverso dal nostro. Come in tutti i paesi anglosassoni, qui s&#8217;impara a scrivere. L&#8217;obiettivo principale non è tanto accumulare nuove informazioni, ma imparare ad utilizzare le informazioni di libri e articoli e formare un&#8217;opinione personale ben articolata. La differenza tra uno studente sufficiente e uno brillante è che il primo studia, acquisisce nuove informazioni e le ripete, il secondo pensa ed esprime un giudizio e un punto di vista personale e completamente innovativo. Questo lavoro intellettuale non è richiesto solamente nella tesi finale, ma è una qualità che si acquisisce man mano, durante tutto il corso di studi. Gli studenti australiani escono dall&#8217;università con delle nuove qualità e con delle capacità di affrontare il lavoro nella maniera richiesta dal mondo lavorativo. Per gli studenti australiani, scrivere, strutturare un testo e rielaborare informazioni non è difficile, è naturale o meglio è diventato naturale. Allo stesso tempo qui, nessuno sa cosa significhi parlare per mezz&#8217;ora davanti ad un professore e, quando in Erasmus si trovano a dover affrontare simili situazioni, entrano nel panico.
Nessun sistema educativo è perfetto, ma credo che il migliore sia quello che insegni ad affrontare la vita che ci aspetta dopo l&#8217;università. Credo che il migliore sia quello che coinvolge gli studenti nella vita accademica e che li obbliga a pensare individualmente e ad esprimere il proprio pensiero in maniera completa, strutturata, chiara e accurata. È impossibile e inutile sintetizzare un corso intero in mezz&#8217;ora di discussione col professore durante un esame, anche perché molto spesso il professore italiano vuole risposte che rispecchiano le opinioni dei libri. Credo che imparare a lavorare in maniera piu accurata richieda una riflessione e rielaborazione delle informazioni apprese più lunghe e affiancate dalla scrittura.
In Italia impariamo tanto al liceo, a scrivere, a parlare, a discutere; studiamo testi e lingue antiche cadute in desuetudine che pochi altri licei al mondo propongono. Purtroppo però l&#8217;università lascia gli studenti soli e non s&#8217;impegna a preparare i più brillanti per ciò che il futuro richiede. Abbandona gli allievi e non insegna più a scrivere, a ricercare e a parlare in pubblico, sviluppa solo una o poche abilità, e dimentica completamente le altre.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho da poco finito l&#8217;università e sono convinta di aver imparato molto. Da una parte ho arricchito il mio bagaglio culturale generale e dall&#8217;altra, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">buy</a>  nella materia di specializzazione, <a href="http://buycheapviagras.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">discount</a>   ho imparato a considerare nuovi e molteplici punti di vista ed elementi  nell&#8217;analisi della politica internazionale.</p>
<p>Studiare in Italia è stata una libera scelta perché sono sempre stata convinta della qualità dei professori universitari e dell&#8217;insegnamento. Inoltre, per ragioni più personali, ho creduto opportuno ottenere un diploma di laurea italiano per poter accedere ai concorsi pubblici nel nostro Paese. Non ho mai pensato che il nostro sistema educativo fosse perfetto, specialmente dopo un&#8217;esperienza di studi maturata all&#8217;estero e con un diverso sistema universitario, ho capito che l&#8217;università italiana poteva essere migliorata, ma quale sistema educativo non potrebbe esserlo?<br />
Preparare gli esami orali non è semplice, anche perché si è spesso da soli nella fase di studio e molto agitati nella fase di esposizione. Parlare davanti ad un esperto in materia, per mezz&#8217;ora, senza poter distrarsi neanche per un momento e sapendo di essere sotto costante giudizio e valutazione da parte di qualcuno che ne sa più di noi nel campo, è stressante e difficile, ma si impara a superare anche questi momenti. Talvolta mi sono domandata quali qualità e abilità si sviluppino in uno studente che viene sottoposto a tale metodo di valutazione. Sicuramente si impara a parlare con persone più autorevoli di noi, anche affrontando argomenti in cui l&#8217;interlocutore è più forte. Sicuramente si impara ad esprimersi correttamente e ad utilizzare un linguaggio specifico per ogni materia e tema di discussione.<br />
Allo stesso tempo però non si sviluppano altre abilità, come la scrittura, la ricerca e la capacità di parlare davanti ad un pubblico che non conosce la materia e a cui dobbiamo spiegare in parole semplici e chiare il nostro pensiero. Scrivere soltanto una tesi alla fine del triennio e un&#8217;altra alla fine del biennio non è sufficiente. Scrivere è un&#8217;arte, certo, ma è possibile apprendere la tecnica attraverso l&#8217;esercizio e la costanza. In Italia raramente si ha la possibilità di esprimere la propria opionione durante i corsi all&#8217;università. Non esiste la discussione riguardo a specifiche materie, né col professore, né tra gli studenti.  Non avendo la possibilità di comporre testi, non è possibile esprimere la propria opinione neanche attraverso la scrittura, e questo è un peccato.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-219 aligncenter" title="University of New South Wales" src="/wp-content/files/2008/05/venue.jpg" alt="" width="490" height="314" /></p>
<p>In Australia, dove mi trovo al momento e dove ho avuto la possibilità di parlare con un&#8217;amica che si è appena laureata all&#8217;università di New South Wales, il sistema universitario è molto diverso dal nostro. Come in tutti i paesi anglosassoni, qui s&#8217;impara a scrivere. L&#8217;obiettivo principale non è tanto accumulare nuove informazioni, ma imparare ad utilizzare le informazioni di libri e articoli e formare un&#8217;opinione personale ben articolata. La differenza tra uno studente sufficiente e uno brillante è che il primo studia, acquisisce nuove informazioni e le ripete, il secondo pensa ed esprime un giudizio e un punto di vista personale e completamente innovativo. Questo lavoro intellettuale non è richiesto solamente nella tesi finale, ma è una qualità che si acquisisce man mano, durante tutto il corso di studi. Gli studenti australiani escono dall&#8217;università con delle nuove qualità e con delle capacità di affrontare il lavoro nella maniera richiesta dal mondo lavorativo. Per gli studenti australiani, scrivere, strutturare un testo e rielaborare informazioni non è difficile, è naturale o meglio è diventato naturale. Allo stesso tempo qui, nessuno sa cosa significhi parlare per mezz&#8217;ora davanti ad un professore e, quando in Erasmus si trovano a dover affrontare simili situazioni, entrano nel panico.</p>
<p>Nessun sistema educativo è perfetto, ma credo che il migliore sia quello che insegni ad affrontare la vita che ci aspetta dopo l&#8217;università. Credo che il migliore sia quello che coinvolge gli studenti nella vita accademica e che li obbliga a pensare individualmente e ad esprimere il proprio pensiero in maniera completa, strutturata, chiara e accurata. È impossibile e inutile sintetizzare un corso intero in mezz&#8217;ora di discussione col professore durante un esame, anche perché molto spesso il professore italiano vuole risposte che rispecchiano le opinioni dei libri. Credo che imparare a lavorare in maniera piu accurata richieda una riflessione e rielaborazione delle informazioni apprese più lunghe e affiancate dalla scrittura.<br />
In Italia impariamo tanto al liceo, a scrivere, a parlare, a discutere; studiamo testi e lingue antiche cadute in desuetudine che pochi altri licei al mondo propongono. Purtroppo però l&#8217;università lascia gli studenti soli e non s&#8217;impegna a preparare i più brillanti per ciò che il futuro richiede. Abbandona gli allievi e non insegna più a scrivere, a ricercare e a parlare in pubblico, sviluppa solo una o poche abilità, e dimentica completamente le altre.</p>
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		<title>Cosa manca al vero dialogo interreligioso</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/02/26/dialogo-interreligioso/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 Feb 2008 17:51:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Margherita Sacerdoti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[dialogo interculturale]]></category>
		<category><![CDATA[Ebraismo]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando si parla di dialogo interreligioso, cheap  non si capisce bene né quale sia lo scopo di tale dialogo, né in cosa consista nei fatti.
A parte le apparenze di interessarsi ad un tema delicato e di attualità, non sembra che i diretti interessati raggiungano reali risultati se non scrivere dei documenti congiunti senza valore.
Cominciamo a parlare dell’Italia, perché è il nostro Paese e perché qui, proprio per l’importanza della Chiesa, la religione e il dialogo tra religioni hanno un certo peso.

Innanzitutto quando in Italia si parla di dialogo interreligioso si parla del rapporto tra Cristianesimo, quasi sempre solo cattolico, Islam ed Ebraismo, insomma soltanto delle tre religioni monoteistiche. Questa limitazione è sia una mancanza sia un’imprecisione; una mancanza perché se veramente volessimo aprirci verso la conoscenza del diverso nel campo della religione, dovremmo incominciare ad avere contatti anche con i mondi lontani dell’Asia, con religioni che non sono monoteistiche e che ci potrebbero mostrare un aspetto completamente nuovo  della realtà e della strada verso la conoscenza. Imprecisione perché, decidendo di volerci limitare al contatto con le religioni che più si assomigliano, decisione lecita, bisognerebbe però chiamare il progetto diversamente, per esempio dialogo tra monoteisti, per rendere più chiaro l’oggetto del dibattito.
Lo svolgimento di tale attività, oltre che a una generale confusione di termini, purtroppo spesso è povero di contenuti. Personalmente sono stata coinvolta in varie iniziative legate al dialogo tra religioni monoteistiche e mi sono resa conto di quanto la realtà divergesse dalle mie aspettative. Credevo che per confrontarsi bisognasse prima conoscersi in maniera approfondita, che lo scopo fosse imparare la cultura e la religione dell’altro per poi capire meglio i punti di vista, le richieste, le necessità della altre religioni, ma mi sbagliavo. Quasi tutte le iniziative interreligiose, nella mia esperienza tra giovani , restano ad un livello di superficialità in cui si parla di temi  generali e si tende sempre a cercare l’accorso, il consenso, l’approvazione di coloro che appartengono a un culto altro dal nostro. In questo modo si resta in una zona ibrida, grigia, in cui non si impara e non si insegna nulla di nuovo, nulla di diverso e non si contribuisce al bene comune.
Innanzitutto si lascia sempre fuori il dogma, perché naturalmente lo scopo del dialogo non dovrebbe essere quello di decidere quale Dio è quello vero, né di convincere gli altri che la nostra religione è l’unica via della salvezza. In questo modo però si perde anche l’opportunità di imparare veramente l’anima della religione altrui. È curioso e allo stesso tempo deludente osservare quanto sia facile creare dei tabù laddove non si è in grado di mettersi in discussione e di lasciare che altri, diversi da noi, mostrino un punto di vista nuovo e, perché no, ci aiutino ad osservare la realtà da punti di vista diversi e magari a notare anche delle incoerenze nella nostra religione, senza che questo debba portare a crisi di identità. Pur di non rischiare questo confronto profondo, pur di non rischiare di sollevare dubbi su alcuni punti d’ombra dei dogmi, pur di non scoprirsi più autonomi nel pensiero e meno seguaci del verbo di qualcun altro, si decide di escludere questo tema in blocco e, semmai, di lasciarlo ai soli uomini di culto, escludendo la società civile che davvero avrebbe bisogno di imparare.
Le proprie usanze sono le sole che si mostrano agli altri e di cui ci si interessa, così ci si rende conto che il dialogo non è interreligioso, bensì interculturale. A questo punto non si capisce come mai si debba limitarlo alle tre religioni monoteistiche, se Dio o gli dèi non c’entrano più.
Le usanze sono interessanti, qualcosa s’impara, ma non si arriva neanche lontanamente alla conoscenza dell’altro. Nella mia esperienza ho notato che ho imparato  più nei momenti di svago tra una discussione ufficiale e l’altra, quando facevo domande ai miei colleghi Cristiani o Musulmani, quando pretendevo che mi raccontassero di più, ma loro per primi, essendo fedeli e non pastori, non erano in grado di spiegarmi ogni cosa, come io a loro.
Dunque il dialogo così guidato non arricchisce nessuno, non permette a nessuno di immedesimarsi nell’altro e di capire veramente che cosa prova in determinate situazioni sociali o politiche. L’ignoranza è alla base di ogni pregiudizio e il pregiudizio e la paura del diverso sono strumenti di potere dei pochi sui molti. Se non si progredisce nel percorso della vera e approfondita conoscenza reciproca, non solo tra élite, ma nelle scuole, nei luoghi di ricreazione, nell’arte, allora i piccoli sforzi, riusciti o meno, fatti fino ad ora, saranno stati vani. Gli uomini di culto e i maestri delle religioni, anche non monoteistiche, dovrebbero insegnare i propri valori e i pilastri del proprio credo e imparare dagli altri, provando così a rispettarci reciprocamente e non a tollerarci a malincuore.
Infine  c’è la politica, di cui tutti vogliono parlare prima o poi, ma che sarebbe meglio lasciar perdere finché il livello di conoscenza reciproca resta così superficiale. Infatti quando si instaura un buon rapporto tra i partecipanti e c’è un’atmosfera positiva e magari anche costruttiva, appena qualcuno sposta il dialogo sulla politica in Medio Oriente, ogni gruppo religioso comincia a difendere chi sente più vicino nel conflitto, come se avesse il dovere di farsi portavoce di tutti gli appartenenti al proprio gruppo enico-religioso del mondo. A quel punto è evidente che qualunque dialogo costruito fino a quel momento si ferma e si resta a discutere su una situazione che in realtà non appartiene a nessuno dei presenti e che nessun europeo o americano che sia  può capire fino in fondo, dal momento che non abita  nelle zone di guerra.
Per concludere il dialogo interculturale tra le tre religioni monoteistiche, come lo abbiamo finalmente definito, dovrebbe affrontare temi ai quali è in grado di dare un contributo, per esempio il sociale, inteso come l’integrazione delle minoranze nella società italiana, il riconoscimento delle festività e dei luoghi di culto e in questo Ebrei e Musulmani si possono aiutare molto. Un altro tema su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di dialogo interreligioso, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cheap</a>  non si capisce bene né quale sia lo scopo di tale dialogo, né in cosa consista nei fatti.</p>
<p>A parte le apparenze di interessarsi ad un tema delicato e di attualità, non sembra che i diretti interessati raggiungano reali risultati se non scrivere dei documenti congiunti senza valore.<br />
Cominciamo a parlare dell’Italia, perché è il nostro Paese e perché qui, proprio per l’importanza della Chiesa, la religione e il dialogo tra religioni hanno un certo peso.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-198" title="luoghi di culto" src="/wp-content/files/2008/05/oleary2.jpg" alt="" width="342" height="382" /></p>
<p>Innanzitutto quando in Italia si parla di dialogo interreligioso si parla del rapporto tra Cristianesimo, quasi sempre solo cattolico, Islam ed Ebraismo, insomma soltanto delle tre religioni monoteistiche. Questa limitazione è sia una mancanza sia un’imprecisione; una mancanza perché se veramente volessimo aprirci verso la conoscenza del diverso nel campo della religione, dovremmo incominciare ad avere contatti anche con i mondi lontani dell’Asia, con religioni che non sono monoteistiche e che ci potrebbero mostrare un aspetto completamente nuovo  della realtà e della strada verso la conoscenza. Imprecisione perché, decidendo di volerci limitare al contatto con le religioni che più si assomigliano, decisione lecita, bisognerebbe però chiamare il progetto diversamente, per esempio dialogo tra monoteisti, per rendere più chiaro l’oggetto del dibattito.<br />
Lo svolgimento di tale attività, oltre che a una generale confusione di termini, purtroppo spesso è povero di contenuti. Personalmente sono stata coinvolta in varie iniziative legate al dialogo tra religioni monoteistiche e mi sono resa conto di quanto la realtà divergesse dalle mie aspettative. Credevo che per confrontarsi bisognasse prima conoscersi in maniera approfondita, che lo scopo fosse imparare la cultura e la religione dell’altro per poi capire meglio i punti di vista, le richieste, le necessità della altre religioni, ma mi sbagliavo. Quasi tutte le iniziative interreligiose, nella mia esperienza tra giovani , restano ad un livello di superficialità in cui si parla di temi  generali e si tende sempre a cercare l’accorso, il consenso, l’approvazione di coloro che appartengono a un culto altro dal nostro. In questo modo si resta in una zona ibrida, grigia, in cui non si impara e non si insegna nulla di nuovo, nulla di diverso e non si contribuisce al bene comune.<br />
Innanzitutto si lascia sempre fuori il dogma, perché naturalmente lo scopo del dialogo non dovrebbe essere quello di decidere quale Dio è quello vero, né di convincere gli altri che la nostra religione è l’unica via della salvezza. In questo modo però si perde anche l’opportunità di imparare veramente l’anima della religione altrui. È curioso e allo stesso tempo deludente osservare quanto sia facile creare dei tabù laddove non si è in grado di mettersi in discussione e di lasciare che altri, diversi da noi, mostrino un punto di vista nuovo e, perché no, ci aiutino ad osservare la realtà da punti di vista diversi e magari a notare anche delle incoerenze nella nostra religione, senza che questo debba portare a crisi di identità. Pur di non rischiare questo confronto profondo, pur di non rischiare di sollevare dubbi su alcuni punti d’ombra dei dogmi, pur di non scoprirsi più autonomi nel pensiero e meno seguaci del verbo di qualcun altro, si decide di escludere questo tema in blocco e, semmai, di lasciarlo ai soli uomini di culto, escludendo la società civile che davvero avrebbe bisogno di imparare.<br />
Le proprie usanze sono le sole che si mostrano agli altri e di cui ci si interessa, così ci si rende conto che il dialogo non è interreligioso, bensì interculturale. A questo punto non si capisce come mai si debba limitarlo alle tre religioni monoteistiche, se Dio o gli dèi non c’entrano più.</p>
<p>Le usanze sono interessanti, qualcosa s’impara, ma non si arriva neanche lontanamente alla conoscenza dell’altro. Nella mia esperienza ho notato che ho imparato  più nei momenti di svago tra una discussione ufficiale e l’altra, quando facevo domande ai miei colleghi Cristiani o Musulmani, quando pretendevo che mi raccontassero di più, ma loro per primi, essendo fedeli e non pastori, non erano in grado di spiegarmi ogni cosa, come io a loro.</p>
<p>Dunque il dialogo così guidato non arricchisce nessuno, non permette a nessuno di immedesimarsi nell’altro e di capire veramente che cosa prova in determinate situazioni sociali o politiche. L’ignoranza è alla base di ogni pregiudizio e il pregiudizio e la paura del diverso sono strumenti di potere dei pochi sui molti. Se non si progredisce nel percorso della vera e approfondita conoscenza reciproca, non solo tra élite, ma nelle scuole, nei luoghi di ricreazione, nell’arte, allora i piccoli sforzi, riusciti o meno, fatti fino ad ora, saranno stati vani. Gli uomini di culto e i maestri delle religioni, anche non monoteistiche, dovrebbero insegnare i propri valori e i pilastri del proprio credo e imparare dagli altri, provando così a rispettarci reciprocamente e non a tollerarci a malincuore.<br />
Infine  c’è la politica, di cui tutti vogliono parlare prima o poi, ma che sarebbe meglio lasciar perdere finché il livello di conoscenza reciproca resta così superficiale. Infatti quando si instaura un buon rapporto tra i partecipanti e c’è un’atmosfera positiva e magari anche costruttiva, appena qualcuno sposta il dialogo sulla politica in Medio Oriente, ogni gruppo religioso comincia a difendere chi sente più vicino nel conflitto, come se avesse il dovere di farsi portavoce di tutti gli appartenenti al proprio gruppo enico-religioso del mondo. A quel punto è evidente che qualunque dialogo costruito fino a quel momento si ferma e si resta a discutere su una situazione che in realtà non appartiene a nessuno dei presenti e che nessun europeo o americano che sia  può capire fino in fondo, dal momento che non abita  nelle zone di guerra.<br />
Per concludere il dialogo interculturale tra le tre religioni monoteistiche, come lo abbiamo finalmente definito, dovrebbe affrontare temi ai quali è in grado di dare un contributo, per esempio il sociale, inteso come l’integrazione delle minoranze nella società italiana, il riconoscimento delle festività e dei luoghi di culto e in questo Ebrei e Musulmani si possono aiutare molto. Un altro tema su cui forse un dialogo interculturale potrebbe davvero aiutare gli individui a capire le posizioni degli altri è la laicità dello Stato e l’importanza che nessun dogma di una sola religione decida quali sono i limiti della ricerca scientifica dello Stato, quali sono le cure autorizzate negli ospedali dello Stato e via dicendo. Se davvero imparassimo a renderci conto che ogni individuo, ogni gruppo etnico o religioso ha posizioni diverse su determinati temi e se davvero facessimo lo sforzo di approfondire la conoscenza delle culture, religioni che vivono sullo stesso territorio,  allora forse non avremmo la presunzione di imporre agli altri la nostra via della salvezza, a persone che ancora credono di vivere in uno stato la cui funzione è slegata alla religione. Il rispetto reciproco che tanto la religione insegna come imperativo da seguire, nasce invece dalla reale consapevolezza della diversità altrui che non può e non deve essere soffocata da nessuno.</p>
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