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	<title>The Tamarind &#187; Thomas Villa</title>
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		<title>Il valore dell&#8217;incontentabilità</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 12:35:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Villa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come migliorare il rapporto degli Italiani con il loro Paese?
L&#8217;esigenza e l&#8217;incontentabilità hanno da sempre a che fare con l&#8217;amore e con l&#8217;affetto nei confronti di qualcosa o di qualcuno: si vuole bene ad una persona e si vorrebbe per lei o per lui solo il meglio, si ama una squadra di calcio e si vorrebbe per essa tutte le vittorie immaginabili. E se anche le cose non vanno come si vorrebbe, si è disposti a sacrificarsi per una causa e per un obiettivo. L&#8217;accontentarsi e la soddisfazione, invece, più che essere legate ad una prospettiva di rapporto, sono legate ad una mediazione, ad una trattativa. Si accetta di fare quella cosa a patto che si venga pagati o rimborsati. È opportuno un indennizzo, altrimenti sarà protesta. Nulla di “umano” quindi, nulla di affettivo. Pensateci: a cosa vi sembra corrisponda maggiormente il rapporto degli Italiani nei confronti del loro Paese? Ad un rapporto di insoddisfazione e di esigenza oppure ad un accontentarsi e ad un rapporto di mediocre contrattazione? A mio avviso gli Italiani sono legati al loro Paese da un mero rapporto economico: sto qui solo a patto che abbia uno stipendio, altrimenti me ne frego e me ne vado. Nessuna riflessione sull&#8217;impegno a migliorare le cose, nessuna voglia di sacrificarsi e di impegnarsi per un Paese che viene visto solo come un contratto rescindibile come e quando ci pare.
Voglio fare una provocazione: quanti ricercatori ad esempio se ne sono andati dal nostro Paese attratti da stipendi migliori all&#8217;estero? Qualche migliaia? Qualche decina di migliaia addirittura? Non venitemi a dire che se questi ricercatori si fossero messi assieme e avessero unito i loro intelletti qui (piuttosto che all&#8217;estero) non ci avrebbe guadagnato tutta la ricerca italiana, e loro stessi in primis. Avrebbero potuto persino dare lavoro a dei giovani ricercatori della nuova generazione, instaurando un circolo virtuoso. Sarebbe stato necessario eroismo? Forse si, in un Paese senza ambizioni persino quella che sarebbe una affermazione di buonsenso diventa eroismo. Abbiamo bisogno però di questo “eroismo del buonsenso”, di questo “eroismo della normalità”.  L&#8217;unione dei ricercatori per lottare contro il baronismo, contro le mafie o dei candidati al concorso pubblico contro le raccomandazioni, però, sarebbe un qualcosa di possibile solo in un Paese in cui i cittadini sono pronti a sacrificarsi per il bene comune, in un Paese davvero esigente con se stesso e davvero incontentabile. Nel Belpaese invece, tutto è una trattativa, e se qui non guadagno abbastanza, me ne vado. Ho voluto fare questo piccolo inciso polemico perché i ricercatori vengono purtroppo spesso ritratti come vittime innocenti di un ordine superiore e immodificabile che li costringe alla resa intellettuale o alla fuga indignata. E invece sono anche loro elettori, sono “azionisti” dello Stato! Sono dei Giusti, i ricercatori, che indubbiamente distribuiscono benessere, conoscenza e spesso salvezza medica alla comunità. Sono dei Giusti, e per questo motivo mi vengono in mente le dure parole di Martin Luther King: “la cosa peggiore non è la perfidia dei malvagi ma il silenzio dei giusti”.
Questo “me ne vado”, così tipico di fredde trattative, è tremendamente simile al “me ne frego” di mussoliniana memoria. Forse, a questo menefreghismo snobista nei confronti del nostro Paese, della cosa pubblica, dovremmo rispondere come don Milani: “I care”, ci tengo, mi importa. Io resto perché mi interessa, perché è cosa di tutti e dunque è cosa anche mia.  Negli ultimi 15 anni, il Paese, vittima di una “guerra civile fredda”, è stato posto davanti ad una scelta: innovarsi o morire. Morire di apatia, di noia e di indifferenza. I tassi di crescita dell&#8217;economia raramente sono stati più sostenuti di quell&#8217;1/1,5% che totalizzeremo con tutta probabilità anche quest&#8217;anno. Cos’è cambiato? In poche parole: siamo entrati in Europa, e questo ci ha costretti ad una maggiore severità nella gestione economica e sociale. Se prima avanzavamo a grandi passi nell&#8217;economia mondiale a causa di furbesche svalutazioni competitive, adesso dobbiamo competere nel campo dell&#8217;efficienza e dell&#8217;innovazione. La guerra civile fredda che stiamo vivendo è un frutto secondario di questo conflitto tra chi desidera un Paese europeo e moderno e chi invece ha nostalgia del Paese furbo e mafiosamente ricco del Dopoguerra. E beninteso, tali posizioni sono presenti in entrambi gli schieramenti politici: è infatti uno scontro direi quasi generazionale. Pur essendo personalmente di sinistra, ad esempio, mi capita a volte di essere maggiormente d&#8217;accordo con giovani di destra che non con anziani del mio stesso partito. È una battaglia che si preannuncia ancora lunga, ma che (per motivi quantomeno biologici) non può che avere un risultato. Eppure, questa guerra civile fredda sta facendo molte vittime: vittime economiche, come la crescita e la competitività. La battaglia su ogni fronte ci porta a un tasso di crescita irrisorio e alla marginalizzazione dei problemi fondamentali del Paese.
A lungo termine, solo la modernizzazione e l&#8217;europeizzazione del Paese può garantire una crescita stabile e duratura come il popolo si merita. Ma per ottenere questo risultato, deve vincere la mentalità dell&#8217;esigenza, dell&#8217;incontentabilità e della protesta, del “pretendo il rispetto della civiltà!”. I treni sono in ritardo? Si protesta. Le città sono sporche? Si protesta. Non c&#8217;è manutenzione del territorio e si verificano alluvioni o frane? Si protesta. Lasciamo da parte i commenti privi di nerbo e privi di personalità di chi afferma che “tanto non cambia nulla”, oppure “tanto siamo in Italia”. Commenti da gente pavida e insulsa che non ha nulla da dare al mondo. È necessario essere maggiormente incontentabili nei confronti del nostro Paese, il conformismo è una peste e una melassa che impedisce ogni cambiamento. L&#8217;esigenza, beninteso, deve essere anche presente nei confronti della classe politica. E dire che “tanto tutti sono uguali” non mette al riparo dall&#8217;obbligo costituzionale di candidarsi alle elezioni se non si trova un candidato presentabile, una conseguenza necessaria ma spesso dimenticata dell&#8217;astensionismo elettorale. Dobbiamo amare maggiormente il nostro Paese, ma non “amarlo da contratto”, non in maniera formale o retorica “quando gioca la Nazionale”. Ma amarlo sul serio, ed essere autenticamente esigenti nei suoi confronti, come possiamo esserlo nei confronti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Come migliorare il rapporto degli Italiani con il loro Paese?</em></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5996" title="sogna l'italia" src="/wp-content/files/2011/03/sogna-litalia-300x274.jpg" alt="" width="300" height="274" />L&#8217;esigenza e l&#8217;incontentabilità hanno da sempre a che fare con l&#8217;amore e con l&#8217;affetto nei confronti di qualcosa o di qualcuno: si vuole bene ad una persona e si vorrebbe per lei o per lui solo il meglio, si ama una squadra di calcio e si vorrebbe per essa tutte le vittorie immaginabili. E se anche le cose non vanno come si vorrebbe, si è disposti a sacrificarsi per una causa e per un obiettivo. L&#8217;accontentarsi e la soddisfazione, invece, più che essere legate ad una prospettiva di rapporto, sono legate ad una mediazione, ad una trattativa. Si accetta di fare quella cosa a patto che si venga pagati o rimborsati. È opportuno un indennizzo, altrimenti sarà protesta. Nulla di “umano” quindi, nulla di affettivo. Pensateci: a cosa vi sembra corrisponda maggiormente il rapporto degli Italiani nei confronti del loro Paese? Ad un rapporto di insoddisfazione e di esigenza oppure ad un accontentarsi e ad un rapporto di mediocre contrattazione? A mio avviso gli Italiani sono legati al loro Paese da un mero rapporto economico: sto qui solo a patto che abbia uno stipendio, altrimenti me ne frego e me ne vado. Nessuna riflessione sull&#8217;impegno a migliorare le cose, nessuna voglia di sacrificarsi e di impegnarsi per un Paese che viene visto solo come un contratto rescindibile come e quando ci pare.</p>
<p>Voglio fare una provocazione: quanti ricercatori ad esempio se ne sono andati dal nostro Paese attratti da stipendi migliori all&#8217;estero? Qualche migliaia? Qualche decina di migliaia addirittura? Non venitemi a dire che se questi ricercatori si fossero messi assieme e avessero unito i loro intelletti qui (piuttosto che all&#8217;estero) non ci avrebbe guadagnato tutta la ricerca italiana, e loro stessi in primis. Avrebbero potuto persino dare lavoro a dei giovani ricercatori della nuova generazione, instaurando un circolo virtuoso. Sarebbe stato necessario eroismo? Forse si, in un Paese senza ambizioni persino quella che sarebbe una affermazione di buonsenso diventa eroismo. Abbiamo bisogno però di questo “eroismo del buonsenso”, di questo “eroismo della normalità”.  L&#8217;unione dei ricercatori per lottare contro il baronismo, contro le mafie o dei candidati al concorso pubblico contro le raccomandazioni, però, sarebbe un qualcosa di possibile solo in un Paese in cui i cittadini sono pronti a sacrificarsi per il bene comune, in un Paese davvero esigente con se stesso e davvero incontentabile. Nel Belpaese invece, tutto è una trattativa, e se qui non guadagno abbastanza, me ne vado. Ho voluto fare questo piccolo inciso polemico perché i ricercatori vengono purtroppo spesso ritratti come vittime innocenti di un ordine superiore e immodificabile che li costringe alla resa intellettuale o alla fuga indignata. E invece sono anche loro elettori, sono “azionisti” dello Stato! Sono dei Giusti, i ricercatori, che indubbiamente distribuiscono benessere, conoscenza e spesso salvezza medica alla comunità. Sono dei Giusti, e per questo motivo mi vengono in mente le dure parole di Martin Luther King: “la cosa peggiore non è la perfidia dei malvagi ma il silenzio dei giusti”.</p>
<p>Questo “me ne vado”, così tipico di fredde trattative, è tremendamente simile al “me ne frego” di mussoliniana memoria. Forse, a questo menefreghismo snobista nei confronti del nostro Paese, della cosa pubblica, dovremmo rispondere come don Milani: “I care”, ci tengo, mi importa. Io resto perché mi interessa, perché è cosa di tutti e dunque è cosa anche mia.  Negli ultimi 15 anni, il Paese, vittima di una “guerra civile fredda”, è stato posto davanti ad una scelta: innovarsi o morire. Morire di apatia, di noia e di indifferenza. I tassi di crescita dell&#8217;economia raramente sono stati più sostenuti di quell&#8217;1/1,5% che totalizzeremo con tutta probabilità anche quest&#8217;anno. Cos’è cambiato? In poche parole: siamo entrati in Europa, e questo ci ha costretti ad una maggiore severità nella gestione economica e sociale. Se prima avanzavamo a grandi passi nell&#8217;economia mondiale a causa di furbesche svalutazioni competitive, adesso dobbiamo competere nel campo dell&#8217;efficienza e dell&#8217;innovazione. La guerra civile fredda che stiamo vivendo è un frutto secondario di questo conflitto tra chi desidera un Paese europeo e moderno e chi invece ha nostalgia del Paese furbo e mafiosamente ricco del Dopoguerra. E beninteso, tali posizioni sono presenti in entrambi gli schieramenti politici: è infatti uno scontro direi quasi generazionale. Pur essendo personalmente di sinistra, ad esempio, mi capita a volte di essere maggiormente d&#8217;accordo con giovani di destra che non con anziani del mio stesso partito. È una battaglia che si preannuncia ancora lunga, ma che (per motivi quantomeno biologici) non può che avere un risultato. Eppure, questa guerra civile fredda sta facendo molte vittime: vittime economiche, come la crescita e la competitività. La battaglia su ogni fronte ci porta a un tasso di crescita irrisorio e alla marginalizzazione dei problemi fondamentali del Paese.</p>
<p>A lungo termine, solo la modernizzazione e l&#8217;europeizzazione del Paese può garantire una crescita stabile e duratura come il popolo si merita. Ma per ottenere questo risultato, deve vincere la mentalità dell&#8217;esigenza, dell&#8217;incontentabilità e della protesta, del “pretendo il rispetto della civiltà!”. I treni sono in ritardo? Si protesta. Le città sono sporche? Si protesta. Non c&#8217;è manutenzione del territorio e si verificano alluvioni o frane? Si protesta. Lasciamo da parte i commenti privi di nerbo e privi di personalità di chi afferma che “tanto non cambia nulla”, oppure “tanto siamo in Italia”. Commenti da gente pavida e insulsa che non ha nulla da dare al mondo. È necessario essere maggiormente incontentabili nei confronti del nostro Paese, il conformismo è una peste e una melassa che impedisce ogni cambiamento. L&#8217;esigenza, beninteso, deve essere anche presente nei confronti della classe politica. E dire che “tanto tutti sono uguali” non mette al riparo dall&#8217;obbligo costituzionale di candidarsi alle elezioni se non si trova un candidato presentabile, una conseguenza necessaria ma spesso dimenticata dell&#8217;astensionismo elettorale. Dobbiamo amare maggiormente il nostro Paese, ma non “amarlo da contratto”, non in maniera formale o retorica “quando gioca la Nazionale”. Ma amarlo sul serio, ed essere autenticamente esigenti nei suoi confronti, come possiamo esserlo nei confronti di un figlio che va ad una università prestigiosa. In fin dei conti, l&#8217;Italia è un nostro frutto comune, per certi versi è nostra figlia. L&#8217;Italia dovrebbe essere, piuttosto che un’idea mitica e paradisiaca posta alle nostre spalle, un obiettivo e un sogno da raggiungere tutti insieme, una utopia a cui avvicinarsi giorno dopo giorno. Maggiore durezza nei confronti delle vostre potenzialità, Italiani! Avanti, siete grandi, dimostrate di essere degni di ciò che siete!</p>
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		<title>Unione o Disunione Mediterranea?</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2009 00:39:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Villa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Processo di Barcellona]]></category>

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		<description><![CDATA[“Una razza una fazza”, dicono i nostri vicini di casa greci.
Ed in effetti, a giudicare da alcuni tratti comuni nello stile di vita, è difficile dargli torto.
Le lingue cambiano, le religioni anche, la storia pure, ma una certa linea comune resiste.
In parte, è ovviamente dovuto ad una geografia comune o molto similare, la cosiddetta macchia mediterranea, che porta a vegetazioni simili, se non uguali. E forse, tra coltura e cultura non esiste poi molta differenza. Secondo alcuni storici del secolo scorso, le popolazioni mediterranee sono accomunate da una medesima attenzione alimentare, la cosiddetta “dieta medierranea”, che si basa soprattutto sull’olio, sul grano e sul vino.
Sicuramente le dominazioni prima latine, poi arabe, furono agenti di omogeneizzazione delle tradizioni culturali mediterranee. Forse, questa chiarezza e facilità nell’attribuzione delle “radici comuni” rende l’identità mediterranea ancora più marcata di quella europea e talvolta, addirittura, di quella nazionale.
Ma aldilà di questa idilliaca analisi, una unione mediterranea potrebbe resistere all’urto della pragmatica politica internazional e dei suoi biechi interessi?
Aldo Moro, uno dei politici italiani più lungimiranti (una tipologia di politico della quale si sente una grande nostalgia oggi) provò a proporre questa illuminata idea nel corso dei lavori preparatori della Conferenza di Helsinki del 1972 (che diede poi vita all’organizzazione OSCE). Purtroppo, l’idea fallì, a causa dei tempi ancora non maturi per un progetto simile.
Perché tale proposta potesse tornare in auge, si dovette aspettare gli anni Ottanta, quando, sempre in sede OSCE, nacque l’idea di una organizzazione regionale euro-mediterranea. L’obiettivo sarebbe stato quello di raggiungere entro dieci anni una unione tariffaria per il libero scambio di merci, idee e persone. Questo progetto assunse il nome di Processo di Barcellona, dalla conferenza che ebbe luogo nel 1995.
L’idea, in seguito ai conflitti tra mondo arabo e mondo occidentale (e, dunque, tra Nord Africa ed Europa) venne meno, e fu quasi dimenticata. Fino al 2007, quando il primo ministro francese, Nicolas Sarkozy, rilanciò l’idea. Nel frattempo, il fronte sud del Mediterraneo era divenuto il secondo mercato mondiale per rapidità di crescita, superato solo dal dragone cinese. Legittimo dunque l’interesse francese ed europeo per la zona. Anche lo sfortunato governo Prodi, in Italia, fu particolarmente attento alla politica Mediterranea, in particola modo per il sostegno alle proposte di Sarkozy. Nel 2008, Sarkozy annunciò la nascita dell’entità Euromediterranea. Tuttavia, non appena cominciata l’avventura della nuova organizzazione Euromediterranea, subito cominciarono i “mal di pancia”. La Libia, quasi immediatamente, uscì dal progetto, che risultava dunque orfano di un paese strategico per l’economia nordafricana.
Che i tempi ancora non siano maturi? Di certo, la crescita del prezzo del petrolio avvenuta negli anni recenti ed il conseguente boom del surplus legato all’oro nero nei paesi arabi e nordafricani spinse molto ad una politica di integrazione economica. Altrettanto certamente, l’attuale crisi finanziaria costituisce di fatto un fattore frenante alla creazione di nuove, costose organizzazioni internazionali.
Ma non tutto è da gettare al vento.
A patto di ripensare l’organizzazione e le sue stesse basi.
Ad esempio, la “questione turca” è stata spesso affrontata in sede europea: è da considerarsi un possibile candidato per la UE? Economicamente e strategicamente è un grosso affare avere la Turchia in Europa, ma dal punto di vista sociale ed istituzionale, che cosa potrebbe comportare avere un paese membro islamico?
Bene, l’Unione Euromediterranea costituirebbe una forma di “adesione europea intermedia” che potrebbe pragmaticamente salvare capra e cavoli. La Turchia sarebbe infatti un paese membro imprescindibile per ogni possibile Unione Euromediterranea.
Analogamente, possiamo osservare come il Mediterraneo è divenuto sempre più un triste teatro di conflitti senza fine, come quello arabo-israeliano, quello libanese, e quello regionale interno all’area ex-yugoslava. Spesso, il problema negli interventi di peacekeeping in queste zone sono complicati dalla paralisi politica dell’ONU, e dal suo intricato gioco dei veti incrociati.
Una organizzazione regionale mediterranea, invece, potrebbe aggirare o anche solo ridimensionare il peso delle istanze delle grandi potenze, e velocizzare le azioni di peacekeeping prima che le eventuali crisi degenerino in conflitto.
Al momento attuale, non ci è dato sapere se Sarkozy sia stato o meno affrettato nel proclamare lo scorso anno la nascita della Unione Euromediterranea.
Ciò che è sicuro è che una tale organizzazione necessariamente deve essere assai diversa dalle entità che fin’ora abbiamo visto. Una organizzazione regionale, in grado però di intersecarsi bene con altre organizzazioni regionali, come l’Unione Africana e l’Unione Europea.
In altri termini, una organizzazione internazionale a geometria variabile, basata su un insieme assai pragmatico e realistico di principi, affinchè non si verifichino fastidiose e dannose sovrapposizioni di responsabilità. Forse, è proprio verso questa tipologia ibrida di organismi internazionali che ci si muove in questo incerto periodo di crisi politica non meno che economica.
Tutte queste riflessioni, impietose analisi e sogni richiedono tempo per realizzarsi, ma, come ci insegna un saggio proverbio: “Roma non fu costruita in un giorno”.
Il Mediterraneo, d’altra parte, non ha mai avuto fretta.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2372" title="disunione-euromediterranea" src="/wp-content/files/2009/03/disunione-euromediterranea-immagine-300x232.jpg" alt="disunione-euromediterranea" width="300" height="232" />“Una razza una fazza”, dicono i nostri vicini di casa greci.<br />
Ed in effetti, a giudicare da alcuni tratti comuni nello stile di vita, è difficile dargli torto.<br />
Le lingue cambiano, le religioni anche, la storia pure, ma una certa linea comune resiste.<br />
In parte, è ovviamente dovuto ad una geografia comune o molto similare, la cosiddetta macchia mediterranea, che porta a vegetazioni simili, se non uguali. E forse, tra coltura e cultura non esiste poi molta differenza. Secondo alcuni storici del secolo scorso, le popolazioni mediterranee sono accomunate da una medesima attenzione alimentare, la cosiddetta “dieta medierranea”, che si basa soprattutto sull’olio, sul grano e sul vino.<br />
Sicuramente le dominazioni prima latine, poi arabe, furono agenti di omogeneizzazione delle tradizioni culturali mediterranee. Forse, questa chiarezza e facilità nell’attribuzione delle “radici comuni” rende l’identità mediterranea ancora più marcata di quella europea e talvolta, addirittura, di quella nazionale.</p>
<p>Ma aldilà di questa idilliaca analisi, una unione mediterranea potrebbe resistere all’urto della pragmatica politica internazional e dei suoi biechi interessi?<br />
Aldo Moro, uno dei politici italiani più lungimiranti (una tipologia di politico della quale si sente una grande nostalgia oggi) provò a proporre questa illuminata idea nel corso dei lavori preparatori della Conferenza di Helsinki del 1972 (che diede poi vita all’organizzazione OSCE). Purtroppo, l’idea fallì, a causa dei tempi ancora non maturi per un progetto simile.<br />
Perché tale proposta potesse tornare in auge, si dovette aspettare gli anni Ottanta, quando, sempre in sede OSCE, nacque l’idea di una organizzazione regionale euro-mediterranea. L’obiettivo sarebbe stato quello di raggiungere entro dieci anni una unione tariffaria per il libero scambio di merci, idee e persone. Questo progetto assunse il nome di Processo di Barcellona, dalla conferenza che ebbe luogo nel 1995.</p>
<p>L’idea, in seguito ai conflitti tra mondo arabo e mondo occidentale (e, dunque, tra Nord Africa ed Europa) venne meno, e fu quasi dimenticata. Fino al 2007, quando il primo ministro francese, Nicolas Sarkozy, rilanciò l’idea. Nel frattempo, il fronte sud del Mediterraneo era divenuto il secondo mercato mondiale per rapidità di crescita, superato solo dal dragone cinese. Legittimo dunque l’interesse francese ed europeo per la zona. Anche lo sfortunato governo Prodi, in Italia, fu particolarmente attento alla politica Mediterranea, in particola modo per il sostegno alle proposte di Sarkozy. Nel 2008, Sarkozy annunciò la nascita dell’entità Euromediterranea. Tuttavia, non appena cominciata l’avventura della nuova organizzazione Euromediterranea, subito cominciarono i “mal di pancia”. La Libia, quasi immediatamente, uscì dal progetto, che risultava dunque orfano di un paese strategico per l’economia nordafricana.<br />
Che i tempi ancora non siano maturi? Di certo, la crescita del prezzo del petrolio avvenuta negli anni recenti ed il conseguente boom del surplus legato all’oro nero nei paesi arabi e nordafricani spinse molto ad una politica di integrazione economica. Altrettanto certamente, l’attuale crisi finanziaria costituisce di fatto un fattore frenante alla creazione di nuove, costose organizzazioni internazionali.<br />
Ma non tutto è da gettare al vento.</p>
<p>A patto di ripensare l’organizzazione e le sue stesse basi.<br />
Ad esempio, la “questione turca” è stata spesso affrontata in sede europea: è da considerarsi un possibile candidato per la UE? Economicamente e strategicamente è un grosso affare avere la Turchia in Europa, ma dal punto di vista sociale ed istituzionale, che cosa potrebbe comportare avere un paese membro islamico?<br />
Bene, l’Unione Euromediterranea costituirebbe una forma di “adesione europea intermedia” che potrebbe pragmaticamente salvare capra e cavoli. La Turchia sarebbe infatti un paese membro imprescindibile per ogni possibile Unione Euromediterranea.<br />
Analogamente, possiamo osservare come il Mediterraneo è divenuto sempre più un triste teatro di conflitti senza fine, come quello arabo-israeliano, quello libanese, e quello regionale interno all’area ex-yugoslava. Spesso, il problema negli interventi di peacekeeping in queste zone sono complicati dalla paralisi politica dell’ONU, e dal suo intricato gioco dei veti incrociati.<br />
Una organizzazione regionale mediterranea, invece, potrebbe aggirare o anche solo ridimensionare il peso delle istanze delle grandi potenze, e velocizzare le azioni di peacekeeping prima che le eventuali crisi degenerino in conflitto.</p>
<p>Al momento attuale, non ci è dato sapere se Sarkozy sia stato o meno affrettato nel proclamare lo scorso anno la nascita della Unione Euromediterranea.<br />
Ciò che è sicuro è che una tale organizzazione necessariamente deve essere assai diversa dalle entità che fin’ora abbiamo visto. Una organizzazione regionale, in grado però di intersecarsi bene con altre organizzazioni regionali, come l’Unione Africana e l’Unione Europea.<br />
In altri termini, una organizzazione internazionale a geometria variabile, basata su un insieme assai pragmatico e realistico di principi, affinchè non si verifichino fastidiose e dannose sovrapposizioni di responsabilità. Forse, è proprio verso questa tipologia ibrida di organismi internazionali che ci si muove in questo incerto periodo di crisi politica non meno che economica.<br />
Tutte queste riflessioni, impietose analisi e sogni richiedono tempo per realizzarsi, ma, come ci insegna un saggio proverbio: “Roma non fu costruita in un giorno”.<br />
Il Mediterraneo, d’altra parte, non ha mai avuto fretta.</p>
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		<title>La festa del ritorno, il carnevale</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 23:02:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Villa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Canarie]]></category>
		<category><![CDATA[carnevale]]></category>
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		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[La Palma, isole Canarie. Mare, sole e vacanze. Ma forse, anche qualcosa di più.
Vi parlerò del Carnevale, di quello che ho visto e sentito in un carnevale molto originale ed interessante dal punto di vista sociale e culturale.
Ben più piccolo del carnevale della vicina isola di Tenerife (che secondo molti è a livello del carnevale di Rio, pur con minore violenza e criminalità), anche l’affascinante isola di La Palma custodisce un’allegra tradizione carnevalesca.
Ed è più interessante di quel che ci si potrebbe aspettare dalla festa del dio carnale, infatti, nell’isola de La Palma i festeggiamenti si legano a tematiche dure e drammatiche come quelle dell’emigrazione. Nell’isola infatti si festeggia a carnevale la festa di Los Indianos, con il quale nome si intende la festa dedicata alla commemorazione del ritorno dei Canari che andarono nel secolo scorso a cercare fortuna nel Nuovo Continente, ed in particolar modo nella fertile Cuba. “Indianos”, ovviamente, si riferisce alle Americhe di Cristoforo Colombo, cioè le Indie. A fasi alterne si verificarono migrazioni reciproche tra le Sette Isole e l’America centrale. I migranti, dopo l’esperienza all’estero, tornavano arricchiti di nuove esperienze, conoscenze e di umanità. Molto numerosa è la comunità canaria in paesi come Venezuela e Cuba, ed incredibilmente numerosa è oggigiorno la comunità cubana, venezuelana ed ecuadoregna nelle Canarie. In seguito a vicende come il franchismo (che proprio da Tenerife iniziò la sua tragica avventura totalitaria), si verificò una forte migrazione dalle isole Canarie al Nuovo Continente. Con la fine della seconda guerra mondiale, la Spagna ebbe un breve periodo di discreta floridezza economica, pur sotto la cappa di Francisco Franco, detto il Generalisimo. Fu in questa occasione che numerose famiglie oriunde della isola di La Palma decisero di abbandonare una Cuba devastata dalle lotte intestine e dai ripetuti colpi di Stato per tornare nell’isola natale.
Una volta ritornati, i “palmeros” furono accolti dal lancio entusiasta di farina, come auspicio di benessere e ricchezza futura. “Los Indianos”, ovvero gli emigranti che lasciarono le Canarie, vestiti con i loro abiti di elegante lino bianco, con i cappelli di paglia intrecciata e con i loro “puros” (sigari cubani), ricambiarono l’accoglienza con delizie culinarie e gastronomiche.
Questo ritorno, avvenuto attorno al carnevale di più di cinquant’anni fa, viene ancora oggi rivissuto con allegria, vitalità ed orgoglio sia dai Cubani che dai Canari. Una festa molto rara, in Europa e nel mondo, perché festeggia e vuole ricordare il fenomeno dell’immigrazione, altrove visto come un fenomeno pericoloso, dannoso ed assolutamente da evitare e contrastare in ogni modo.
Lo dovremmo sapere bene noi italiani, che dall’eclettismo etnico abbiamo da sempre fatto un punto di forza nelle nostre creazioni (vi immaginate la pasta senza l’americanissimo pomodoro? Spesso il valore dell’integrazione si inizia a comprendere in cucina!).
Non arrendiamoci alla paura del diverso, del cambiamento, al terrore del viaggio. Siamo bombardati da messaggi univoci che condannano l’apertura come dannosa. La migrazione porta criminalità e violenza, la fuga dei cervelli è da bandire, gli studenti all’estero si ubriacano…ecc ecc…
In realtà, il cammino attraverso quelle evanescenti linee immaginate da comunità più o meno coese (note come confini) è qualcosa di profondamente ed indissolubilmente scritto nella natura umana.
Per fortuna.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2317" title="la-festa-del-ritorno-immagine" src="/wp-content/files/2009/03/la-festa-del-ritorno-immagine-300x160.jpg" alt="la-festa-del-ritorno-immagine" width="300" height="160" />La Palma, isole Canarie. Mare, sole e vacanze. Ma forse, anche qualcosa di più.<br />
Vi parlerò del Carnevale, di quello che ho visto e sentito in un carnevale molto originale ed interessante dal punto di vista sociale e culturale.<br />
Ben più piccolo del carnevale della vicina isola di Tenerife (che secondo molti è a livello del carnevale di Rio, pur con minore violenza e criminalità), anche l’affascinante isola di La Palma custodisce un’allegra tradizione carnevalesca.<br />
Ed è più interessante di quel che ci si potrebbe aspettare dalla festa del dio carnale, infatti, nell’isola de La Palma i festeggiamenti si legano a tematiche dure e drammatiche come quelle dell’emigrazione. Nell’isola infatti si festeggia a carnevale la festa di Los Indianos, con il quale nome si intende la festa dedicata alla commemorazione del ritorno dei Canari che andarono nel secolo scorso a cercare fortuna nel Nuovo Continente, ed in particolar modo nella fertile Cuba. “Indianos”, ovviamente, si riferisce alle Americhe di Cristoforo Colombo, cioè le Indie. A fasi alterne si verificarono migrazioni reciproche tra le Sette Isole e l’America centrale. I migranti, dopo l’esperienza all’estero, tornavano arricchiti di nuove esperienze, conoscenze e di umanità. Molto numerosa è la comunità canaria in paesi come Venezuela e Cuba, ed incredibilmente numerosa è oggigiorno la comunità cubana, venezuelana ed ecuadoregna nelle Canarie. In seguito a vicende come il franchismo (che proprio da Tenerife iniziò la sua tragica avventura totalitaria), si verificò una forte migrazione dalle isole Canarie al Nuovo Continente. Con la fine della seconda guerra mondiale, la Spagna ebbe un breve periodo di discreta floridezza economica, pur sotto la cappa di Francisco Franco, detto il Generalisimo. Fu in questa occasione che numerose famiglie oriunde della isola di La Palma decisero di abbandonare una Cuba devastata dalle lotte intestine e dai ripetuti colpi di Stato per tornare nell’isola natale.<br />
Una volta ritornati, i “palmeros” furono accolti dal lancio entusiasta di farina, come auspicio di benessere e ricchezza futura. “Los Indianos”, ovvero gli emigranti che lasciarono le Canarie, vestiti con i loro abiti di elegante lino bianco, con i cappelli di paglia intrecciata e con i loro “puros” (sigari cubani), ricambiarono l’accoglienza con delizie culinarie e gastronomiche.<br />
Questo ritorno, avvenuto attorno al carnevale di più di cinquant’anni fa, viene ancora oggi rivissuto con allegria, vitalità ed orgoglio sia dai Cubani che dai Canari. Una festa molto rara, in Europa e nel mondo, perché festeggia e vuole ricordare il fenomeno dell’immigrazione, altrove visto come un fenomeno pericoloso, dannoso ed assolutamente da evitare e contrastare in ogni modo.<br />
Lo dovremmo sapere bene noi italiani, che dall’eclettismo etnico abbiamo da sempre fatto un punto di forza nelle nostre creazioni (vi immaginate la pasta senza l’americanissimo pomodoro? Spesso il valore dell’integrazione si inizia a comprendere in cucina!).<br />
Non arrendiamoci alla paura del diverso, del cambiamento, al terrore del viaggio. Siamo bombardati da messaggi univoci che condannano l’apertura come dannosa. La migrazione porta criminalità e violenza, la fuga dei cervelli è da bandire, gli studenti all’estero si ubriacano…ecc ecc…<br />
In realtà, il cammino attraverso quelle evanescenti linee immaginate da comunità più o meno coese (note come confini) è qualcosa di profondamente ed indissolubilmente scritto nella natura umana.<br />
Per fortuna.</p>
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		<title>Cento anni di nuvole italiane</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 12:40:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Villa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[fumetti]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è aperta il 22 gennaio alla Rotonda di via Besana, a Milano, la mostra dedicata ai cento anni della storica rivista “Il Corriere dei Piccoli”, e, dunque, celebrativa del primo secolo del fumetto italiano. Il primo numero del fortunato giornale uscì infatti il 27 dicembre del 1908, come rivista per ragazzi legata al ben più serio Corriere della Sera. Da allora “Il Corriere dei Piccoli” ospitò, sotto la vigile supervisione del direttore Silvio Spaventa Filippi, i principali talenti del fumetto, del racconto e dell’illustrazione del nostro Paese, fino a divenire un autentico punto di riferimento europeo per la cosiddetta Nona Arte. In mostra vi sono oltre 300 opere tra le più raffinate e significative tra quelle presenti all’interno dello sterminato archivio del Corriere. Tra i principali autori esposti, oltre ai mostri sacri come Hugo Pratt e Crepax (che trovarono proprio nel Corriere dei Piccoli una formidabile scuola), abbiamo i pionieri come Antonio Rubino, (Pierino e Quadratino), Attilio Mussino (Bilbolbul) , Umberto Brunelleschi , Sergio Tofano, il padre del tuttora celeberrimo Signor Bonaventura.
La forza del Corriere dei Piccoli è stata senza dubbio la capacità di attraversare periodi terribili e significativi per la nostra storia nazionale, come le due guerre mondiali, il dopoguerra, la ricostruzione ed il boom economico.
Ad esempio, significativo è il personaggio di Marmittone, creato da Bruno Angoletta, satirica versione del soldato fascista (un raro esercizio di stampa libera sotto un terribile totalitarismo).
Altro personaggio ancora oggi molto moderno è il Sor Pampurio, creato da Carlo Bisi, caratterizzato da una elegante linea grafica ed una singolare essenzialità narrativa.
Notevoli furono anche le collaborazioni con scrittori come Gianni Rodari e Dino Buzzati.
Più recentemente, possiamo trovare le opere esposte di Jacovitti e di Grazia Nidasio, autrice di Valentina Melaverde, che affrontò con il linguaggio dei fumetti e della letteratura disegnata un periodo vorticoso come furono gli anni Sessanta e gli epocali cambiamenti raggiunti in quel periodo. Egoisticamente, vogliamo anche segnalare il personaggio di Tamarindo, nato negli anni Quaranta dall’autore Giovanni Manca.
Altre tavole significative sono quelle degli autori Dino Battaglia, Sergio Toppi, Bruno Bozzetto, Aldo Di Gennaro, Gino Gavioli, Franco Bonvicini (Bonvi), Alberto Breccia, Milo Manara, Tullio Altan.
Purtroppo, dopo svariati tentativi di salvataggio e cambio di nome (prima  Corriere dei Ragazzi nel 1972, poi Il Corrierino) la testata chiuse nel 1995, lasciando un vuoto che ancora attende di essere colmato nella produzione giornalistica e fumettistica del nostro Paese.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è aperta il 22 gennaio alla Rotonda di via Besana, a Milano, la mostra dedicata ai cento anni della storica rivista “Il Corriere dei Piccoli”, e, dunque, celebrativa del primo secolo del fumetto italiano. Il primo numero del fortunato giornale uscì infatti il 27 dicembre del 1908, come rivista per ragazzi legata al ben più serio Corriere della Sera. Da allora “Il Corriere dei Piccoli” ospitò, sotto la vigile supervisione del direttore Silvio Spaventa Filippi, i principali talenti del fumetto, del racconto e dell’illustrazione del nostro Paese, fino a divenire un autentico punto di riferimento europeo per la cosiddetta Nona Arte. In mostra vi sono oltre 300 opere tra le più raffinate e significative tra quelle presenti all’interno dello sterminato archivio del Corriere. Tra i principali autori esposti, oltre ai mostri sacri come Hugo Pratt e Crepax (che trovarono proprio nel Corriere dei Piccoli una formidabile scuola), abbiamo i pionieri come Antonio Rubino, (Pierino e Quadratino), Attilio Mussino (Bilbolbul) , Umberto Brunelleschi , Sergio Tofano, il padre del tuttora celeberrimo Signor Bonaventura.</p>
<p>La forza del Corriere dei Piccoli è stata senza dubbio la capacità di attraversare periodi terribili e significativi per la nostra storia nazionale, come le due guerre mondiali, il dopoguerra, la ricostruzione ed il boom economico.<br />
Ad esempio, significativo è il personaggio di Marmittone, creato da Bruno Angoletta, satirica versione del soldato fascista (un raro esercizio di stampa libera sotto un terribile totalitarismo).<br />
Altro personaggio ancora oggi molto moderno è il Sor Pampurio, creato da Carlo Bisi, caratterizzato da una elegante linea grafica ed una singolare essenzialità narrativa.<br />
Notevoli furono anche le collaborazioni con scrittori come Gianni Rodari e Dino Buzzati.<br />
Più recentemente, possiamo trovare le opere esposte di Jacovitti e di Grazia Nidasio, autrice di Valentina Melaverde, che affrontò con il linguaggio dei fumetti e della letteratura disegnata un periodo vorticoso come furono gli anni Sessanta e gli epocali cambiamenti raggiunti in quel periodo. Egoisticamente, vogliamo anche segnalare il personaggio di Tamarindo, nato negli anni Quaranta dall’autore Giovanni Manca.<br />
Altre tavole significative sono quelle degli autori Dino Battaglia, Sergio Toppi, Bruno Bozzetto, Aldo Di Gennaro, Gino Gavioli, Franco Bonvicini (Bonvi), Alberto Breccia, Milo Manara, Tullio Altan.<br />
Purtroppo, dopo svariati tentativi di salvataggio e cambio di nome (prima  Corriere dei Ragazzi nel 1972, poi Il Corrierino) la testata chiuse nel 1995, lasciando un vuoto che ancora attende di essere colmato nella produzione giornalistica e fumettistica del nostro Paese.</p>
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		<title>Sotto il segno del Mediterraneo</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/01/31/sotto-il-segno-del-mediterraneo/</link>
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		<pubDate>Sat, 31 Jan 2009 19:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Villa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Spagna]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel dicembre 2007, una serie di inaspettate dichiarazioni da parte del leader del governo spagnolo, Jorge Luis Rodriguez Zapatero, a proposito di un presunto sorpasso della penisola iberica su quella italiana in termini di indicatori di PIL pro capite aprirono una nuova fase dei rapporti con Madrid. Quello che nei decenni precedenti era stato considerato un paese partner, iniziò ad essere considerato un paese rivale. In seguito a tali dichiarazioni, l’allora Presidente del Consiglio italiano Romano Prodi fornì una serie di confutazioni dell’efficacia delle rilevazioni dell’istat, basati su panieri di beni dalle caratteristiche ambigue. Ma quello che ci interessa ora non è la contesa su chi sta meno peggio, ma piuttosto il mutamento di atteggiamento tra due paesi storicamente e culturalmente estremamente legati ed amici. Sta nascendo un sentimento di rivalità tra Italia e Spagna? Ha motivo di esistere? Quali effetti può produrre? Analizzeremo in seguito tutti questi aspetti. Avventuriamoci dunque nell’avventura di una “relazione speciale” che ha contribuito a rendere la storia d’Europa così avvincente.
Tralasciamo il pur interessantissimo periodo Romano ed i primi tempi del Cristianesimo, epoche caratterizzate dal fortissimo interscambio tra la provincia iberica e la penisola italica. Iniziamo dunque il nostro viaggio nella storia comune dei due paesi nel periodo gotico, quando sia Spagna che Sicilia si trovarono a fronteggiare la potenza emergente araba. I “Mori” infatti conquistarono sia l’intera Spagna (attorno al 710) che la Sicilia (nell’827). Al termine della vicenda Araba, abbiamo un altro fondamentale passaggio nella sinergia italo-iberica: la scoperta dell’America. La Reconquista dei territori dominati dagli arabi infatti permisero l’acquisizione di immense ricchezze, e dunque il finanziamento di rischiose imprese come ad esempio quella di un coraggioso marinaio genovese che cercava una rotta occidentale verso le Indie. Isabella di Castilla e Ferdinando di Aragona finanziarono il viaggio di Cristoforo Colombo, e tanto bastò per cambiare il mondo ed entrare nell’epoca della modernità.
La dominazione spagnola in Italia si protrasse dal 1523 circa a tutto il regno borbonico delle Due Sicilie. Proprio in questo momento sembra accadere qualcosa di importante per i due paesi. Sia il Regno di Spagna che la futura Italia impattano con violenza il mondo della contemporaneità e della rivoluzione industriale. Entrambe impreparate, le due realtà reagirono in modo assai diverso. In Italia il nord ed in parte il centro accolgono la rivoluzione e iniziano a modernizzarsi, mentre il sud preferisce la strada della difesa dell’ancien régime, della difesa dei signori del latifondo, del brigantinaggio contro lo Stato moderno e, alla lunga, della criminalità organizzata. In Spagna invece la risposta è molto più largamente a favore del latifondo, elemento che gettò le basi per un Novecento di depressione economica per la penisola spagnola. Tuttavia, le conseguenze di tali cambiamenti furono molto simili: un frazionamento molto forte della società, con profonde differenze culturali, economiche e linguistiche.
Con il Novecento, alla “minaccia rossa” entrambi i paesi risposero nello stesso modo, cioè con una dittatura fascista. Mussolini in Italia e Francisco Franco in Spagna salirono al potere. La differenza fu la neutralità della Spagna nella seconda guerra mondiale, che mantenne il generalisimo al potere fino alla sua morte, nel 1975, e permise di mantenere l’unità nazionale anche durante la cosiddetta “transizione” verso la monarchia costituzionale dei Borbone. In Italia invece, la scellerata decisione di entrare in guerra e i tristi e confusi eventi intercorsi tra il 3 e l’8 settembre 1943 portarono ad un trauma ribattezzato da alcuni “morte della patria”.
Il periodo del dopoguerra fu infine caratterizzato – a fasi alterne – da una reciproca “idealizzazione” dell’altro Paese. Durante il Boom economico italiano, la Spagna prese a modello lo sviluppo industriale italiano, e viceversa, durante il recente Boom economico spagnolo, il modello di economia dei servizi iberico fu preso a modello dal nostro Paese.
Ora possiamo tornare alle nostre domande da cui siamo partiti. Considerando tutte le riflessioni sopra esposte e l’ampiezza del patrimonio reciproco, come si può pensare ad una rivalità tra le due sponde del Mediterraneo? L’Italia è un partner essenziale per introdurre la Spagna nelle dinamiche politiche internazionali, e a sua volta l’Italia può giovare dalla presenza di un’altra potenza meridionale nella UE. Forse il peso spagnolo può essere determinante per spostare un po’ verso il basso il baricentro decisionale Europeo. Purtroppo a tale naturale strategica alleanza non è d’aiuto lo scetticismo tra i governi di Zapatero e Berlusconi, di colore politico opposto ma pur legati da una comune matrice socialista e dalla forte attenzione nei confronti della “politica-spettacolo”.
Non resta che sperare che, anche nell’ottica della nascita di una futura Unione Euro-Mediterranea, le opportunità di tale alleanza non sfuggano ai due Paesi. Nel momento il cui il Mediterraneo sta recuperando il suo ruolo di crocevia della storia, è giusto che Italia e Spagna non si facciano trovare impreparate o divise da inutili barriere ideologiche.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1918" title="pulcinella y toro" src="/wp-content/files/2009/01/pulcinella-y-toro.jpg" alt="" width="350" height="250" />Nel dicembre 2007, una serie di inaspettate dichiarazioni da parte del leader del governo spagnolo, Jorge Luis Rodriguez Zapatero, a proposito di un presunto sorpasso della penisola iberica su quella italiana in termini di indicatori di PIL pro capite aprirono una nuova fase dei rapporti con Madrid. Quello che nei decenni precedenti era stato considerato un paese partner, iniziò ad essere considerato un paese rivale. In seguito a tali dichiarazioni, l’allora Presidente del Consiglio italiano Romano Prodi fornì una serie di confutazioni dell’efficacia delle rilevazioni dell’istat, basati su panieri di beni dalle caratteristiche ambigue. Ma quello che ci interessa ora non è la contesa su chi sta meno peggio, ma piuttosto il mutamento di atteggiamento tra due paesi storicamente e culturalmente estremamente legati ed amici. Sta nascendo un sentimento di rivalità tra Italia e Spagna? Ha motivo di esistere? Quali effetti può produrre? Analizzeremo in seguito tutti questi aspetti. Avventuriamoci dunque nell’avventura di una “relazione speciale” che ha contribuito a rendere la storia d’Europa così avvincente.</p>
<p>Tralasciamo il pur interessantissimo periodo Romano ed i primi tempi del Cristianesimo, epoche caratterizzate dal fortissimo interscambio tra la provincia iberica e la penisola italica. Iniziamo dunque il nostro viaggio nella storia comune dei due paesi nel periodo gotico, quando sia Spagna che Sicilia si trovarono a fronteggiare la potenza emergente araba. I “Mori” infatti conquistarono sia l’intera Spagna (attorno al 710) che la Sicilia (nell’827). Al termine della vicenda Araba, abbiamo un altro fondamentale passaggio nella sinergia italo-iberica: la scoperta dell’America. La Reconquista dei territori dominati dagli arabi infatti permisero l’acquisizione di immense ricchezze, e dunque il finanziamento di rischiose imprese come ad esempio quella di un coraggioso marinaio genovese che cercava una rotta occidentale verso le Indie. Isabella di Castilla e Ferdinando di Aragona finanziarono il viaggio di Cristoforo Colombo, e tanto bastò per cambiare il mondo ed entrare nell’epoca della modernità.</p>
<p>La dominazione spagnola in Italia si protrasse dal 1523 circa a tutto il regno borbonico delle Due Sicilie. Proprio in questo momento sembra accadere qualcosa di importante per i due paesi. Sia il Regno di Spagna che la futura Italia impattano con violenza il mondo della contemporaneità e della rivoluzione industriale. Entrambe impreparate, le due realtà reagirono in modo assai diverso. In Italia il nord ed in parte il centro accolgono la rivoluzione e iniziano a modernizzarsi, mentre il sud preferisce la strada della difesa dell’<em>ancien régime</em>, della difesa dei signori del latifondo, del brigantinaggio contro lo Stato moderno e, alla lunga, della criminalità organizzata. In Spagna invece la risposta è molto più largamente a favore del latifondo, elemento che gettò le basi per un Novecento di depressione economica per la penisola spagnola. Tuttavia, le conseguenze di tali cambiamenti furono molto simili: un frazionamento molto forte della società, con profonde differenze culturali, economiche e linguistiche.</p>
<p>Con il Novecento, alla “minaccia rossa” entrambi i paesi risposero nello stesso modo, cioè con una dittatura fascista. Mussolini in Italia e Francisco Franco in Spagna salirono al potere. La differenza fu la neutralità della Spagna nella seconda guerra mondiale, che mantenne il <em>generalisimo</em> al potere fino alla sua morte, nel 1975, e permise di mantenere l’unità nazionale anche durante la cosiddetta “transizione” verso la monarchia costituzionale dei Borbone. In Italia invece, la scellerata decisione di entrare in guerra e i tristi e confusi eventi intercorsi tra il 3 e l’8 settembre 1943 portarono ad un trauma ribattezzato da alcuni “morte della patria”.</p>
<p>Il periodo del dopoguerra fu infine caratterizzato – a fasi alterne – da una reciproca “idealizzazione” dell’altro Paese. Durante il Boom economico italiano, la Spagna prese a modello lo sviluppo industriale italiano, e viceversa, durante il recente Boom economico spagnolo, il modello di economia dei servizi iberico fu preso a modello dal nostro Paese.</p>
<p>Ora possiamo tornare alle nostre domande da cui siamo partiti. Considerando tutte le riflessioni sopra esposte e l’ampiezza del patrimonio reciproco, come si può pensare ad una rivalità tra le due sponde del Mediterraneo? L’Italia è un partner essenziale per introdurre la Spagna nelle dinamiche politiche internazionali, e a sua volta l’Italia può giovare dalla presenza di un’altra potenza meridionale nella UE. Forse il peso spagnolo può essere determinante per spostare un po’ verso il basso il baricentro decisionale Europeo. Purtroppo a tale naturale strategica alleanza non è d’aiuto lo scetticismo tra i governi di Zapatero e Berlusconi, di colore politico opposto ma pur legati da una comune matrice socialista e dalla forte attenzione nei confronti della “politica-spettacolo”.</p>
<p>Non resta che sperare che, anche nell’ottica della nascita di una futura Unione Euro-Mediterranea, le opportunità di tale alleanza non sfuggano ai due Paesi. Nel momento il cui il Mediterraneo sta recuperando il suo ruolo di crocevia della storia, è giusto che Italia e Spagna non si facciano trovare impreparate o divise da inutili barriere ideologiche.</p>
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		<title>Just Do It</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/12/20/just-do-it/</link>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 23:01:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Villa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[credenda]]></category>
		<category><![CDATA[senso civico]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari lettori, buongiorno.
Oggi vi condurrò attraverso una noiosa riflessione su un Paese chiamato “Italia”. Astenersi pessimisti. Partiamo da una considerazione elementare: le nazioni sono una “idea collettiva”, basata su un comune sentire, su una comune idea. Ad esempio, la Repubblica degli antichi romani era la “res publica”, cioè in latino la “cosa di tutti”.
Ora vi prego di seguirmi e di compiere insieme a me un balzo di circa 2000 anni.
Ci troviamo ora negli Stati Uniti d’America, patria del celeberrimo “American dream”, che non esito definire ai limiti della religione civile. Ci troviamo in una affollata stazione della metropolitana di Washington, e vediamo un mendicante su sedia a rotelle piena di bandiere stars &#38; stripes che, tra un “God bless America” e l’altro, invita gli indifferenti passanti a donargli qualche “buck” (dollaro).
Il suo “sogno americano”, c’è da scommettersi, è sopito, ma non dimenticato. E, osservando quell’uomo, ci si ricorda della scritta presente su quegli stessi “bucks”, ovvero: “in God we trust”. Il “sogno americano” è un caso esemplare di “idea collettiva”, ovvero una idea costitutiva di un Paese.
Proviamo ora a spostarci al di là dell’oceano, per comparare la realtà americana con quella italiana. Nello Stivale rinveniamo alcune forti idee collettive, senza dubbio.
Ma tali “idee condivise”, in realtà, si presentano sempre più spesso sotto forma di feroce e sterile autocritica. Quante volte abbiamo ad esempio sentito dire “…certe cose possono succedere solo in Italia…”?
Tralasciando la superficialità e provincialità di un giudizio che è spesso uno sfogo che emana dal profondo dell’anima, proviamo a soffermarci sul significato latente di questa affermazione, che sembra essere quasi una affermazione di dissociazione dalla realtà del Paese, ignorando di farne parte. In una realtà invece caratterizzata da “idee collettive” molto forti come quelle presenti in molti strati della società americana, ad una situazione di grande disagio, un Joe the plumber qualsiasi avrebbe commentato: “In un grande Paese come l’America è queste cose non dovrebbero accadere…”, dimostrando invece una grande affezione per il Paese e stigmatizzando il comportamento e le responsabilità del singolo individuo piuttosto che cercare di accampare generiche attenuanti di circostanza spazio-temporale.
Da cosa può dipendere tale diversità d’approccio? Da una atavica disaffezione dell’italico per la cosa pubblica? Da una profonda ingenuità de popolo americano? Da una eccessiva esperienza nell’essere governati dai Caligola di turno?
Non so voi, ma secondo me c’è dietro ben altro.
E, se non vi spiace, vi chiederei di seguirmi per andare nella Chicago degli anni Trenta, dove troviamo il professor Charles E. Merriam, che, nel suo studio degli elementi simbolici essenziali per la costituzione di un paese, ideò le credenda e le miranda. A noi interessa soprattutto la prima dimensione, le credenda, cioè le cose che è necessario che siano credute, affinché lo Stato sia legittimato. Come ad esempio la bontà dello Stato stesso ed un minimo sentimento di appartenenza. In Italia oggi esiste questa percezione diffusa? Esistono questi credenda positivi?
Provocazione:
Questo diffuso pessimismo che si respira, forse potrebbe essere in realtà più la causa che la conseguenza di questa triste situazione che stiamo ora vivendo. Come può avvenire questo? Attraverso alcune strutture che in sociologia vengono definite “profezie che si auto-avverano”.
Tali profezie si realizzano in questo modo: si crede ad esempio che A cosa possa andare male, si ha paura che A vada male, la paura ci impedisce di concentrarci e prepararci bene, e, alla fine, A va male. Magia? No, semplicemente la paura di un tale avvenimento ci ha influenzato così profondamente da alterare il nostro comportamento di fronte ad A.
Non so voi, ma io in questo Paese vedo esattamente questo stesso fenomeno. Mancando il filtro psicologico di forti credenda, si è potuto imporre un pessimismo (spesso immotivato) che ha a sua volta indebolito ulteriormente le già flebili credenda, creando così un circolo vizioso che ha mortificato l’impegno a migliorare la situazione esistente e generato una fuga delle migliori menti verso nuovi lidi, che hanno abbandonando l’Italia ad utopisti e spregiudicati.
Come potremmo cercare di uscire da questo circolo vizioso?
Cambiando prospettiva, e decidendo di credere nei credenda.
Oltre alle profezie nefaste, infatti, ve ne sono anche di ben altre, come abbiamo visto nel caso americano. In quel caso, le credenda diventano una forza ed una capacità di reazione incredibile. Dunque, perché non proviamo a sforzarci di credere che l’Italia abbia saputo dare all’umanità alcuni dei suoi tesori più preziosi? Perché non ci sforziamo di credere nella sua positività di fondo?
Se un Paese non si ama, su che basi può radicarsi il suo senso civico?
Vi prego, cari lettori, di ricordare di questa vana riflessione la prossima volta che sfogandovi urlerete: “certe cose in un Paese come l’Italia non dovrebbero accadere!”.
Perché non dovremmo decidere di crederci? Cosa abbiamo da perdere?
Chissà, forse ha ragione chi dice “just do it”.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1549" title="disegno-articolo" src="/wp-content/files/2008/12/disegno-articolo-300x293.jpg" alt="" width="300" height="293" />Cari lettori, buongiorno.</p>
<p>Oggi vi condurrò attraverso una noiosa riflessione su un Paese chiamato “Italia”. Astenersi pessimisti. Partiamo da una considerazione elementare: le nazioni sono una “idea collettiva”, basata su un comune sentire, su una comune idea. Ad esempio, la Repubblica degli antichi romani era la “res publica”, cioè in latino la “cosa di tutti”.</p>
<p>Ora vi prego di seguirmi e di compiere insieme a me un balzo di circa 2000 anni.<br />
Ci troviamo ora negli Stati Uniti d’America, patria del celeberrimo “American dream”, che non esito definire ai limiti della religione civile. Ci troviamo in una affollata stazione della metropolitana di Washington, e vediamo un mendicante su sedia a rotelle piena di bandiere stars &amp; stripes che, tra un “God bless America” e l’altro, invita gli indifferenti passanti a donargli qualche “buck” (dollaro).<br />
Il suo “sogno americano”, c’è da scommettersi, è sopito, ma non dimenticato. E, osservando quell’uomo, ci si ricorda della scritta presente su quegli stessi “bucks”, ovvero: “in God we trust”. Il “sogno americano” è un caso esemplare di “idea collettiva”, ovvero una idea costitutiva di un Paese.</p>
<p>Proviamo ora a spostarci al di là dell’oceano, per comparare la realtà americana con quella italiana. Nello Stivale rinveniamo alcune forti idee collettive, senza dubbio.<br />
Ma tali “idee condivise”, in realtà, si presentano sempre più spesso sotto forma di feroce e sterile autocritica. Quante volte abbiamo ad esempio sentito dire “…certe cose possono succedere solo in Italia…”?<br />
Tralasciando la superficialità e provincialità di un giudizio che è spesso uno sfogo che emana dal profondo dell’anima, proviamo a soffermarci sul significato latente di questa affermazione, che sembra essere quasi una affermazione di dissociazione dalla realtà del Paese, ignorando di farne parte. In una realtà invece caratterizzata da “idee collettive” molto forti come quelle presenti in molti strati della società americana, ad una situazione di grande disagio, un Joe the plumber qualsiasi avrebbe commentato: “In un grande Paese come l’America è queste cose non dovrebbero accadere…”, dimostrando invece una grande affezione per il Paese e stigmatizzando il comportamento e le <em>responsabilità</em> del singolo individuo piuttosto che cercare di accampare generiche attenuanti di circostanza spazio-temporale.</p>
<p>Da cosa può dipendere tale diversità d’approccio? Da una atavica disaffezione dell’italico per la cosa pubblica? Da una profonda ingenuità de popolo americano? Da una eccessiva esperienza nell’essere governati dai Caligola di turno?<br />
Non so voi, ma secondo me c’è dietro ben altro.<br />
E, se non vi spiace, vi chiederei di seguirmi per andare nella Chicago degli anni Trenta, dove troviamo il professor Charles E. Merriam, che, nel suo studio degli elementi simbolici essenziali per la costituzione di un paese, ideò le<em> credenda</em> e le<em> miranda</em>. A noi interessa soprattutto la prima dimensione, le credenda, cioè le cose che è necessario che siano credute, affinché lo Stato sia legittimato. Come ad esempio la bontà dello Stato stesso ed un minimo sentimento di appartenenza. In Italia oggi esiste questa percezione diffusa? Esistono questi credenda positivi?</p>
<p>Provocazione:<br />
Questo diffuso pessimismo che si respira, forse potrebbe essere in realtà più la causa che la conseguenza di questa triste situazione che stiamo ora vivendo. Come può avvenire questo? Attraverso alcune strutture che in sociologia vengono definite “profezie che si auto-avverano”.<br />
Tali profezie si realizzano in questo modo: si crede ad esempio che A cosa possa andare male, si ha paura che A vada male, la paura ci impedisce di concentrarci e prepararci bene, e, alla fine, A va male. Magia? No, semplicemente la paura di un tale avvenimento ci ha influenzato così profondamente da alterare il nostro comportamento di fronte ad A.<br />
Non so voi, ma io in questo Paese vedo esattamente questo stesso fenomeno. Mancando il filtro psicologico di forti credenda, si è potuto imporre un pessimismo (spesso immotivato) che ha a sua volta indebolito ulteriormente le già flebili credenda, creando così un circolo vizioso che ha mortificato l’impegno a migliorare la situazione esistente e generato una fuga delle migliori menti verso nuovi lidi, che hanno abbandonando l’Italia ad utopisti e spregiudicati.</p>
<p>Come potremmo cercare di uscire da questo circolo vizioso?<br />
Cambiando prospettiva, e decidendo di <em>credere nei credenda</em>.<br />
Oltre alle profezie nefaste, infatti, ve ne sono anche di ben altre, come abbiamo visto nel caso americano. In quel caso, le credenda diventano una forza ed una capacità di reazione incredibile. Dunque, perché non proviamo a sforzarci di credere che l’Italia abbia saputo dare all’umanità alcuni dei suoi tesori più preziosi? Perché non ci sforziamo di credere nella sua positività di fondo?<br />
Se un Paese non si ama, su che basi può radicarsi il suo senso civico?<br />
Vi prego, cari lettori, di ricordare di questa vana riflessione la prossima volta che sfogandovi urlerete: “certe cose in un <em>Paese come l’Italia</em> non dovrebbero accadere!”.<br />
Perché non dovremmo decidere di crederci? Cosa abbiamo da perdere?<br />
Chissà, forse ha ragione chi dice “just do it”.</p>
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		<title>Caravaggio a Milano</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/12/01/caravaggio-a-milano/</link>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 18:24:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Villa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Caravaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Michelangelo Merisi da Caravaggio e la sua opera “La conversione di Saulo” in esposizione a Palazzo Marino.
Il novembre a Milano si è aperta al pubblico una mostra d’eccezione: “La conversione di Saulo”, l’opera d’arte del Caravaggio, appena restaurata, è stata presentata al pubblico domenica 16 novembre, in una esibizione ad entrata libera presso la Sala Alessi di Palazzo Marino, dove resterà fino al prossimo 14 dicembre. Le lunghissime code dei primi giorni hanno saputo esprimere meglio di ogni parola l’interesse che ancora l’arte sa suscitare in una città aperta e cosmopolita, ma che spesso si dimentica di esserlo. La città meneghina ha tributato grande affetto ad un opera di proprietà della famiglia Odescalchi di Roma, è stata dipinta su tavola lignea il 24 settembre 1600,  su commissione di  Tiberio Cerasi Tesoriere Generale della Camera Apostolica ai tempi del papa Clemente VIII Aldobrandini, e destinato alla cappella privata della chiesa romana di Santa Maria del Popolo. Si tratta di una opera d’arte che a come tema la conversione di Saulo, che dopo la chiamata di Dio cambierà il proprio nome in Paolo, da paulum, il vocabolo latino che significa “poca cosa”.
L’episodio è narrato all’interno dell’immenso quadro con delle luci teatrali e una scenografia drammatica, e la personalità moderna del Caravaggio viene spiccata da un episodio traumatico, in cui la vita di una persona prima comune viene rivoluzionata da un episodio ai limiti della follia.
Già, la follia. Forse è la principale protagonista del quadro. La paura della follia nel sentire la “chiamata”, la follia nella risposta e la follia della situazione. Saulo, spiegano le giovani, competenti e gentili guide alla lettura dell’opera, è raffigurato quasi come in preda ad una crisi epilettica, colpito come da un fulmine, reso attraverso una illuminazione irreale ed incredibilmente moderna.
La simbologia è presente anche nella scelta dei più piccoli dettagli, dagli arbusti nello sfondo, cioè ippocastani e quindi ricchi di ambra, che è l’elemento attraverso il quale gli antichi producevano una prima forma di elettricità (elektron in greco significa proprio ambra). L’energia elettrica, così misteriosa per gli antichi, era la causa sprigionante, assieme ai fulmini, delle convulsioni da epilessia, secondo la medicina ufficiale dei tempi del Caravaggio.
Ma anche lo studio della composizione dei personaggi, elemento di forte classicità dell’autore, è in grado di stupire i visitatori. Una lettura delle linee cinetiche e delle forze e controforze presenti nel quadro può durare a lungo. Un consiglio: ogni opera ha bisogno di un certo tempo perché ci possa comunicare qualcosa. State in silenzio, concentratevi e cercate di trovare una posizione in cui siete comodi. Ed aspettate che l’opera vi parli. Staccate il cervello ed osservate la composizione del quadro, non osservate i personaggi, solo le forme ed i colori, un po’ come tornare bambini. Capirete allora la grandezza del capolavoro senza tempo. L’armonia degli elementi rinascimentali con una visione moderna della simbologia dei dettagli.
Dopo aver visto l’opera non si può che concordare con chi ha definito Caravaggio il padre dell’arte moderna. Non la realtà, ma i simboli descrivono il significato.
Milano, Palazzo Marino, Sala Alessi, Piazza della Scala
Dal 16 novembre al 14 dicembre 2008
Aperta liberamente al pubblico con ingresso gratuito
Chiusura al pubblico: 6-7-8 dicembre
Orari: 9.30-19.30, giovedì 9.30-22.30
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1304" title="La conversione di Saulo" src="/wp-content/files/2008/12/la_conversione_di_san_paolo_odescalchi-243x300.jpg" alt="" width="243" height="300" />Michelangelo Merisi da Caravaggio e la sua opera “La conversione di Saulo” in esposizione a Palazzo Marino.</p>
<p>Il novembre a Milano si è aperta al pubblico una mostra d’eccezione: “La conversione di Saulo”, l’opera d’arte del Caravaggio, appena restaurata, è stata presentata al pubblico domenica 16 novembre, in una esibizione ad entrata libera presso la Sala Alessi di Palazzo Marino, dove resterà fino al prossimo 14 dicembre. Le lunghissime code dei primi giorni hanno saputo esprimere meglio di ogni parola l’interesse che ancora l’arte sa suscitare in una città aperta e cosmopolita, ma che spesso si dimentica di esserlo. La città meneghina ha tributato grande affetto ad un opera di proprietà della famiglia Odescalchi di Roma, è stata dipinta su tavola lignea il 24 settembre 1600,  su commissione di  Tiberio Cerasi Tesoriere Generale della Camera Apostolica ai tempi del papa Clemente VIII Aldobrandini, e destinato alla cappella privata della chiesa romana di Santa Maria del Popolo. Si tratta di una opera d’arte che a come tema la conversione di Saulo, che dopo la chiamata di Dio cambierà il proprio nome in Paolo, da paulum, il vocabolo latino che significa “poca cosa”.<br />
L’episodio è narrato all’interno dell’immenso quadro con delle luci teatrali e una scenografia drammatica, e la personalità moderna del Caravaggio viene spiccata da un episodio traumatico, in cui la vita di una persona prima comune viene rivoluzionata da un episodio ai limiti della follia.<br />
Già, la follia. Forse è la principale protagonista del quadro. La paura della follia nel sentire la “chiamata”, la follia nella risposta e la follia della situazione. Saulo, spiegano le giovani, competenti e gentili guide alla lettura dell’opera, è raffigurato quasi come in preda ad una crisi epilettica, colpito come da un fulmine, reso attraverso una illuminazione irreale ed incredibilmente moderna.<br />
La simbologia è presente anche nella scelta dei più piccoli dettagli, dagli arbusti nello sfondo, cioè ippocastani e quindi ricchi di ambra, che è l’elemento attraverso il quale gli antichi producevano una prima forma di elettricità (<em>elektron</em> in greco significa proprio ambra). L’energia elettrica, così misteriosa per gli antichi, era la causa sprigionante, assieme ai fulmini, delle convulsioni da epilessia, secondo la medicina ufficiale dei tempi del Caravaggio.<br />
Ma anche lo studio della composizione dei personaggi, elemento di forte classicità dell’autore, è in grado di stupire i visitatori. Una lettura delle linee cinetiche e delle forze e controforze presenti nel quadro può durare a lungo. Un consiglio: ogni opera ha bisogno di un certo tempo perché ci possa comunicare qualcosa. State in silenzio, concentratevi e cercate di trovare una posizione in cui siete comodi. Ed aspettate che l’opera vi parli. Staccate il cervello ed osservate la composizione del quadro, non osservate i personaggi, solo le forme ed i colori, un po’ come tornare bambini. Capirete allora la grandezza del capolavoro senza tempo. L’armonia degli elementi rinascimentali con una visione moderna della simbologia dei dettagli.<br />
Dopo aver visto l’opera non si può che concordare con chi ha definito Caravaggio il padre dell’arte moderna. Non la realtà, ma i simboli descrivono il significato.</p>
<p>Milano, Palazzo Marino, Sala Alessi, Piazza della Scala<br />
Dal 16 novembre al 14 dicembre 2008<br />
Aperta liberamente al pubblico con ingresso gratuito<br />
Chiusura al pubblico: 6-7-8 dicembre<br />
Orari: 9.30-19.30, giovedì 9.30-22.30</p>
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		<title>Cooperanti oggi: quali prospettive?</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/11/12/cooperanti-oggi-quali-prospettive/</link>
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		<pubDate>Wed, 12 Nov 2008 00:24:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Villa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Partiamo da un dato di fatto: spesso la cooperazione non porta da nessuna parte.
Eppure, perché allora il fenomeno del volontariato e del terzo settore coinvolge ogni anno milioni di giovani e adulti e li spinge a partire o anche solo ad impegnarsi per l’utopico obiettivo di un mondo migliore? Perché non c’è mai un sentimento di frustrazione (anzi, spesso è di entusiasta testimonianza) tra i volontari che lasciano modernissime città occidentali per recarsi nei posti più sperduti del Pianeta? E soprattutto, perché quello del terzo settore è un fenomeno in costante aumento se è vero che le tendenze dei Paesi in via di sviluppo sono in costante ribasso? Soprattutto, guardacaso, per ciò che riguarda l’Africa, il più sventurato (secondo i canoni occidentali) dei continenti. E anche il più visitato da missioni occidentali. Al contrario, le realtà asiatiche e sudamericane stanno testimoniando qualche piccolo segnale di ripresa.
Ma non vorrei dare l’impressione di voler esprimere una tesi così assurda quale sarebbe una forma di legame tra la “turistizzazione” degli aiuti umanitari e il sottosviluppo delle zone soggette alla visita di cooperanti con l’ipod e le fotocamere digitali. No, sarebbe assurdo. Una volta tornati a casa, ci si sente così bene. Si è aiutato un paese in via di sviluppo, è vero. Ma forse non si sono aiutate le persone. Quante volte mi è capitato di rimanere stupefatto nei miei viaggi (è vero sono giovane, ma ne ho fatti abbastanza da capire alcune cose) quando osservavo il comportamento di capiprogetto più attenti a replicare la realtà occidentale in Africa piuttosto che aiutare le popolazioni a crescere insieme. Cooperare significa crescere insieme. Non sviluppare l’altro suo malgrado.
Che senso ha per un Africano, ad esempio, una tecnologia modernissima ed efficientissima ma che non rappresenta nulla per il donatore? Più o meno quello che per noi rappresenterebbe un arnese bellissimo istoriato di magnifici simboli tradizionali, ma senza un minimo livello di funzionalità.
È questo l’ostacolo più arduo tra le differenti culture. La cooperazione non può prescindere un elemento di parità tra le due parti. La cooperazione non è mai per l’altro, la cooperazione è con l’altro. E se si raggiunge sviluppo, è necessariamente sviluppo condiviso. Ogni altra forma, è una ipocrita e più o meno mascherata tentazione di sfruttamento. Ogni cooperante o aspirante tale dovrebbe sapere che per intraprendere un viaggio presso una ONG asiatica, o anche solo nei vicini Balcani, la maggior parte del suo contributo non sarà sotto forma di umanitaria assistenza ai bisognosi, ma alle multinazionali del petrolio, dell’auto o alle compagnie aeree che hanno permesso all’occidentale di raggiungere alcuni posti di cui una volta tornato potrà finalmente dire anche lui: “loro non hanno niente, eppure sono così felici!”. Peccato che però a noi in caso di necessità basta schioccare un dito per tornare a casa. Loro a casa ci sono già. E se hanno bisogno d’aiuto, devono sperare nella generosità di qualche lontano visitatore che neppure parla la loro lingua.
Per questa puntata ho finito, ma purtroppo vi sono ancora molte cose che vorrei raccontarvi su quello che è la cooperazione. Vi descrivo la situazione per come è in realtà affinché ognuno di noi possa farsi una opinione autonoma di come poter cambiare questa situazione. Scuotere le granitiche certezze del cooperante occidentale è forse l’unico modo di cambiare una situazione che, ormai è evidente, non funziona. Le mie poco edificanti riflessioni non vogliono essere nulla più di alcuni spunti di riflessione per non dormire tranquilli la notte. Come purtroppo in molti meravigliosi Paesi già da tempo accade ogni notte. Ma non per una fastidiosa zanzara chiamata “dubbio” o “coscienza”, ma per un bisogno primario chiamato “fame”.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1025" title="cooperation" src="/wp-content/files/2008/11/cooperation-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" />Partiamo da un dato di fatto: spesso la cooperazione non porta da nessuna parte.<br />
Eppure, perché allora il fenomeno del volontariato e del terzo settore coinvolge ogni anno milioni di giovani e adulti e li spinge a partire o anche solo ad impegnarsi per l’utopico obiettivo di un mondo migliore? Perché non c’è mai un sentimento di frustrazione (anzi, spesso è di entusiasta testimonianza) tra i volontari che lasciano modernissime città occidentali per recarsi nei posti più sperduti del Pianeta? E soprattutto, perché quello del terzo settore è un fenomeno in costante aumento se è vero che le tendenze dei Paesi in via di sviluppo sono in costante ribasso? Soprattutto, guardacaso, per ciò che riguarda l’Africa, il più sventurato (secondo i canoni occidentali) dei continenti. E anche il più visitato da missioni occidentali. Al contrario, le realtà asiatiche e sudamericane stanno testimoniando qualche piccolo segnale di ripresa.<br />
Ma non vorrei dare l’impressione di voler esprimere una tesi così assurda quale sarebbe una forma di legame tra la “turistizzazione” degli aiuti umanitari e il sottosviluppo delle zone soggette alla visita di cooperanti con l’ipod e le fotocamere digitali. No, sarebbe assurdo. Una volta tornati a casa, ci si sente così bene. Si è aiutato un paese in via di sviluppo, è vero. Ma forse non si sono aiutate le persone. Quante volte mi è capitato di rimanere stupefatto nei miei viaggi (è vero sono giovane, ma ne ho fatti abbastanza da capire alcune cose) quando osservavo il comportamento di capiprogetto più attenti a replicare la realtà occidentale in Africa piuttosto che aiutare le popolazioni a crescere insieme. Cooperare significa crescere insieme. Non sviluppare l’altro suo malgrado.<br />
Che senso ha per un Africano, ad esempio, una tecnologia modernissima ed efficientissima ma che non rappresenta nulla per il donatore? Più o meno quello che per noi rappresenterebbe un arnese bellissimo istoriato di magnifici simboli tradizionali, ma senza un minimo livello di funzionalità.<br />
È questo l’ostacolo più arduo tra le differenti culture. La cooperazione non può prescindere un elemento di parità tra le due parti. La cooperazione non è mai per l’altro, la cooperazione è con l’altro. E se si raggiunge sviluppo, è necessariamente sviluppo condiviso. Ogni altra forma, è una ipocrita e più o meno mascherata tentazione di sfruttamento. Ogni cooperante o aspirante tale dovrebbe sapere che per intraprendere un viaggio presso una ONG asiatica, o anche solo nei vicini Balcani, la maggior parte del suo contributo non sarà sotto forma di umanitaria assistenza ai bisognosi, ma alle multinazionali del petrolio, dell’auto o alle compagnie aeree che hanno permesso all’occidentale di raggiungere alcuni posti di cui una volta tornato potrà finalmente dire anche lui: “loro non hanno niente, eppure sono così felici!”. Peccato che però a noi in caso di necessità basta schioccare un dito per tornare a casa. Loro a casa ci sono già. E se hanno bisogno d’aiuto, devono sperare nella generosità di qualche lontano visitatore che neppure parla la loro lingua.<br />
Per questa puntata ho finito, ma purtroppo vi sono ancora molte cose che vorrei raccontarvi su quello che è la cooperazione. Vi descrivo la situazione per come è in realtà affinché ognuno di noi possa farsi una opinione autonoma di come poter cambiare questa situazione. Scuotere le granitiche certezze del cooperante occidentale è forse l’unico modo di cambiare una situazione che, ormai è evidente, non funziona. Le mie poco edificanti riflessioni non vogliono essere nulla più di alcuni spunti di riflessione per non dormire tranquilli la notte. Come purtroppo in molti meravigliosi Paesi già da tempo accade ogni notte. Ma non per una fastidiosa zanzara chiamata “dubbio” o “coscienza”, ma per un bisogno primario chiamato “fame”.</p>
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		<title>Prima i fatti e poi le opinioni</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/11/07/prima-i-fatti-e-poi-le-opinioni/</link>
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		<pubDate>Fri, 07 Nov 2008 15:14:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Villa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[casta]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Un incontro anomalo e una riflessione “travagliata”.
Mercoledì 29 ottobre si è tenuto un interessante incontro, presso l’Università Cattolica di Milano, dal titolo “Giornalismo, istruzioni per l’abuso”. L’incontro, organizzato dal gruppo studentesco di sinistra ULD, ha potuto godere della presenza di professori e giornalisti, tra i quali spiccava la figura di Marco Travaglio. Da irrefrenabile curioso quale sono, non ho potuto mancare all’appuntamento. E a quanto pare non ero il solo ad essere curioso, in quanto – a sentire gli organizzatori &#8211; erano presenti 700 persone in aula ed un altro migliaio lasciato fuori. Insomma, una accoglienza da rockstar! Ma entriamo nel merito dell’incontro, che aveva come tematica la triste situazione della stampa italiana. Tale livello mediocre, sperimentabile attraverso l’acquisto di un qualunque quotidiano in una qualsiasi edicola, è purtroppo una realtà alla cui radice -a mio avviso- sta l’idea della “casta” che recentemente gli ottimi giornalisti Stella e Rizzo hanno applicato alla categoria dei politici ma non applicata ai professionisti della carta stampata, che spesso godono di analoghe immunità e privilegi, soprattutto se sono inquadrati nelle file di prestigiose testate che ben poco hanno di indipendente. Già, l’indipendenza, questa sconosciuta.
Molti grandi testate – bene che si sappia- non sopravvivono in base alle copie vendute o distribuite, ma grazie alle sovvenzioni e ai finanziamenti governativi. Se una testata dipendesse unicamente dalla vendita, infatti, sarebbe indipendente dalla politica. E, peggio ancora, sarebbe apprezzato dal fedele lettore, nei confronti del quale la testata di premurerebbe di fornire il miglior servizio possibile, responsabilizzerebbe la redazione e spingerebbe l’editore verso una sempre migliore qualità. E’ ovvio che un tale sistema è necessario quando si tratta di garantire libertà d’espressione a piccole realtà democratiche,  ma risulta patologico se una grossa testata nazionale si preoccupa di ottenere finanziamenti per sopravvivere piuttosto che migliorare il prodotto editoriale.
Tale meccanismo rende i giornalisti succubi nei confronti di chi, nella contingenza storica, occupa i posti di potere incaricati ad elargire tali finanziamenti. Rende inoltre il reporter responsabile del suo operato nei confronti del potente di turno, e non nei confronti della verità. In un sistema democratico, la figura del giornalista è fondamentale, perché, come giustamente Travaglio fa notare, dovrebbe essere colui che seleziona e analizza i fatti accaduti, decidendo cosa è degno di essere portato all’attenzione della società civile e cosa no.
Oggi invece i giornalisti sono spesso alla ricerca dello scandalo più eclatante, purché non scomodi nessuno di davvero potente. “Tutto cambi perché nulla cambi”, scriveva Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”, negli anni Cinquanta. E ben poco è cambiato.
Certo, i grandi maestri del giornalismo hanno lasciato grandi scuole e imperativi morali di imperitura memoria: “Nessuna notizia potrà rimanere non pubblicata”, si dice. “Mai mescolare i fatti con le opinioni”. E ancora: “un buon giornalista sa scrivere in maniera accattivante su ogni notizia, grande o piccola”. Ma tali grandi insegnamenti sono spesso ignorati nel giornalismo del nostro Paese, perché &#8211; vuoi per impreparazione, vuoi per fretta nel lavoro o vuoi per scarsa meritocrazia &#8211; spesso il giornalista non ha i mezzi culturali per comunicare efficacemente una notizia. Dunque, si cerca la “notizia che si scrive da sola”, lo scandalo o il sensazionalismo fine a se stesso.
Ma questo porta ad uno slegamento tra il mondo della stampa e la realtà. Non credo di essere l’unico che, leggendo un giornale, abbia avuto l’impressione di essere calato improvvisamente in un infernale Vietnam. Per poi scoprire che, delle notizie che ogni giorno si leggono sui giornali, solo una minima parte affetta realmente la mia esistenza quotidiana. Quella che si vede nei telegiornali, spesso non è l’Italia vera. Questo è il dramma dell’informazione di oggi, un giornalismo che non ha quasi mai in mente il lettore, quando si tratta di scrivere un articolo.
La stampa, che dovrebbe essere un canale di informazioni dalla classe dirigente alla società civile, in realtà funge più da filtro, diffondendo una immagine preconcetta e slegata dalla realtà. Travaglio, nell’incontro in Università Cattolica, ha analizzato molto attentamente molti di queste “distorsioni”, come la mistificazione delle dichiarazioni per andare alla ricerca della notizia, il “contraddittorio” come regola ferrea e insindacabile, ed alternativa democratica alla presentazione oggettiva dei fatti ed infine il giornalismo come “parte del sistema” politico, e non come antipotere, non come contrappeso alla minaccia del populismo, né tantomeno come “quarto potere”.
Perché per un rilancio efficace del nostro Paese non può prescindere da un cambiamento radicale nel modo in cui l’Italia viene comunicata. La libertà di stampa, per esistere, ha bisogno di giornalisti che sappiano supportare con la preparazione, l’etica della professione e l’intelligenza la loro libertà d’espressione. Altrimenti tale libertà si svuota e diventa un mero esercizio di stile, lasciando libero il campo per il dispotismo o la riduzione degli spazi di democrazia.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Un incontro anomalo e una riflessione “travagliata”.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-981" title="press" src="/wp-content/files/2008/11/press.jpg" alt="" width="300" height="224" />Mercoledì 29 ottobre si è tenuto un interessante incontro, presso l’Università Cattolica di Milano, dal titolo “Giornalismo, istruzioni per l’abuso”. L’incontro, organizzato dal gruppo studentesco di sinistra ULD, ha potuto godere della presenza di professori e giornalisti, tra i quali spiccava la figura di Marco Travaglio. Da irrefrenabile curioso quale sono, non ho potuto mancare all’appuntamento. E a quanto pare non ero il solo ad essere curioso, in quanto – a sentire gli organizzatori &#8211; erano presenti 700 persone in aula ed un altro migliaio lasciato fuori. Insomma, una accoglienza da rockstar! Ma entriamo nel merito dell’incontro, che aveva come tematica la triste situazione della stampa italiana. Tale livello mediocre, sperimentabile attraverso l’acquisto di un qualunque quotidiano in una qualsiasi edicola, è purtroppo una realtà alla cui radice -a mio avviso- sta l’idea della “casta” che recentemente gli ottimi giornalisti Stella e Rizzo hanno applicato alla categoria dei politici ma non applicata ai professionisti della carta stampata, che spesso godono di analoghe immunità e privilegi, soprattutto se sono inquadrati nelle file di prestigiose testate che ben poco hanno di indipendente. Già, l’indipendenza, questa sconosciuta.<br />
Molti grandi testate – bene che si sappia- non sopravvivono in base alle copie vendute o distribuite, ma grazie alle sovvenzioni e ai finanziamenti governativi. Se una testata dipendesse unicamente dalla vendita, infatti, sarebbe indipendente dalla politica. E, peggio ancora, sarebbe apprezzato dal fedele lettore, nei confronti del quale la testata di premurerebbe di fornire il miglior servizio possibile, responsabilizzerebbe la redazione e spingerebbe l’editore verso una sempre migliore qualità. E’ ovvio che un tale sistema è necessario quando si tratta di garantire libertà d’espressione a piccole realtà democratiche,  ma risulta patologico se una grossa testata nazionale si preoccupa di ottenere finanziamenti per sopravvivere piuttosto che migliorare il prodotto editoriale.<br />
Tale meccanismo rende i giornalisti succubi nei confronti di chi, nella contingenza storica, occupa i posti di potere incaricati ad elargire tali finanziamenti. Rende inoltre il reporter responsabile del suo operato nei confronti del potente di turno, e non nei confronti della verità. In un sistema democratico, la figura del giornalista è fondamentale, perché, come giustamente Travaglio fa notare, dovrebbe essere colui che seleziona e analizza i fatti accaduti, decidendo cosa è degno di essere portato all’attenzione della società civile e cosa no.<br />
Oggi invece i giornalisti sono spesso alla ricerca dello scandalo più eclatante, purché non scomodi nessuno di davvero potente. “Tutto cambi perché nulla cambi”, scriveva Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”, negli anni Cinquanta. E ben poco è cambiato.<br />
Certo, i grandi maestri del giornalismo hanno lasciato grandi scuole e imperativi morali di imperitura memoria: “Nessuna notizia potrà rimanere non pubblicata”, si dice. “Mai mescolare i fatti con le opinioni”. E ancora: “un buon giornalista sa scrivere in maniera accattivante su ogni notizia, grande o piccola”. Ma tali grandi insegnamenti sono spesso ignorati nel giornalismo del nostro Paese, perché &#8211; vuoi per impreparazione, vuoi per fretta nel lavoro o vuoi per scarsa meritocrazia &#8211; spesso il giornalista non ha i mezzi culturali per comunicare efficacemente una notizia. Dunque, si cerca la “notizia che si scrive da sola”, lo scandalo o il sensazionalismo fine a se stesso.<br />
Ma questo porta ad uno slegamento tra il mondo della stampa e la realtà. Non credo di essere l’unico che, leggendo un giornale, abbia avuto l’impressione di essere calato improvvisamente in un infernale Vietnam. Per poi scoprire che, delle notizie che ogni giorno si leggono sui giornali, solo una minima parte affetta realmente la mia esistenza quotidiana. Quella che si vede nei telegiornali, spesso non è l’Italia vera. Questo è il dramma dell’informazione di oggi, un giornalismo che non ha quasi mai in mente il lettore, quando si tratta di scrivere un articolo.<br />
La stampa, che dovrebbe essere un canale di informazioni dalla classe dirigente alla società civile, in realtà funge più da filtro, diffondendo una immagine preconcetta e slegata dalla realtà. Travaglio, nell’incontro in Università Cattolica, ha analizzato molto attentamente molti di queste “distorsioni”, come la mistificazione delle dichiarazioni per andare alla ricerca della notizia, il “contraddittorio” come regola ferrea e insindacabile, ed alternativa democratica alla presentazione oggettiva dei fatti ed infine il giornalismo come “parte del sistema” politico, e non come antipotere, non come contrappeso alla minaccia del populismo, né tantomeno come “quarto potere”.<br />
Perché per un rilancio efficace del nostro Paese non può prescindere da un cambiamento radicale nel modo in cui l’Italia viene comunicata. La libertà di stampa, per esistere, ha bisogno di giornalisti che sappiano supportare con la preparazione, l’etica della professione e l’intelligenza la loro libertà d’espressione. Altrimenti tale libertà si svuota e diventa un mero esercizio di stile, lasciando libero il campo per il dispotismo o la riduzione degli spazi di democrazia.</p>
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