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	<title>The Tamarind &#187; Dossier</title>
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		<title>Reportage da Sidi Moumen, la bidonville delle speranze</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2013/03/12/sidi-moumen/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2013/03/12/sidi-moumen/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2013 16:24:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Kihlgren Grandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Bill and Melinda Gates Foundation]]></category>
		<category><![CDATA[Casablanca]]></category>
		<category><![CDATA[Idmaj]]></category>
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		<category><![CDATA[Sidi Moumen]]></category>

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		<description><![CDATA[Casablanca, diagnosis  cuore pulsante dell&#8217;economia maghrebina, città multietnica, moderna e antica al tempo stesso. A pochi chilometri dalle lussuose navi da crociera ancorate nel porto e dagli eleganti negozi del centro città, sorge la bidonville di Sidi Moumen: 350 mila abitanti su 47 chilometri quadrati, coacervo di povertà, crimine, droga e violenza. Un&#8217;esistenza facile preda della disperazione in quest&#8217;angolo dimenticato dalle autorità, terreno di coltura per le cellule terroristiche, che qui hanno reclutato gli esecutori dei sanguinosi attacchi suicidi che hanno colpito il Marocco nel 2003 e nel 2007. Eppure il nome di Sidi Moumen viene sempre più spesso associato ad un ambizioso progetto filantropico, che raccoglie oggi i suoi primi, rivoluzionari risultati.
Il protagonista di questa vicenda, Boubker Mazoz, ci accoglie nella sede dell&#8217;associazione Idmaj, da lui fondata e presieduta. Questo sessantenne dal tratto elegante, ex funzionario del Dipartimento di Stato americano in Marocco, decide nel 2006 di creare l&#8217;associazione per consorziare le diverse realtà caritative e filantropiche operanti sul territorio, fornendo loro gli strumenti per dar vita ad una lotta sistematica contro l&#8217;esclusione e la desolazione morale e materiale. Realtà che Mazoz conosce bene, e che hanno lasciato in lui una nota di malinconia nascosta dietro alla sua proverbiale affabilità marocchina.
Assieme a Mazoz ci dirigiamo in auto verso Sidi Moumen. Man mano che ci avviciniamo alla nostra meta l&#8217;architettura cambia radicalmente. Alle belle case neocoloniali dal gusto francese si sostituiscono prima casermoni ingrigiti dallo smog, poi edifici sempre più piccoli e dimessi, fino a una fittissima rete di capanne di latta, cartone e pietre, con una giungla di antenne paraboliche sui tetti. Ai bordi della strada quello che la vista e l&#8217;olfatto identificano subito come una fogna a cielo aperto. Qua e là si vedono bambini giocare tra diversi asinelli spelacchiati e malnutriti. Davanti alle loro case, seduti su seggiole e sgabelli di plastica di diversa forma e colore, gruppetti di anziani chiacchierano tenendo d&#8217;occhio la strada. In lontananza, dietro ad un alto muro di cinta, si intravede l&#8217;edificio imponente e severo di una distilleria di birra: “per dimenticare la miseria”, commenta con una risata Mazoz.
Ci fermiamo per visitare i lavori di riqualificazione dell&#8217;ospedale di quartiere, progetto voluto dall&#8217;Idmaj e reso possibile grazie ad un generoso contributo venuto da oltreoceano, dalla Bill and Melinda Gates Foundation. I locali di questo piccolo ospedale pubblico, fino a poco fa malsani e privi delle più basilari apparecchiature, potranno presto ospitare dignitosamente i tanti malati della della zona, dove la tubercolosi è endemica.
Il viaggio alla scoperta del quartiere prosegue presso il Sidi Moumen Cultural Center.
Questa struttura, creata nel 2007 sul terreno di una discarica a cielo aperto, è diventata la seconda casa per circa 300 bambini e adolescenti. Un paradiso in mezzo all&#8217;inferno, lontano anni luce dalle sofferenze e dalla disperazione della bidonville. Gli orti per i progetti di agricoltura urbana, i colori chiari delle pareti, le macchine da cucire dei laboratori di sartoria, i computer dell&#8217;aula d&#8217;informatica, gli strumenti musicali, gli attrezzi sportivi, l&#8217;aula magna con palcoscenico e riflettori: Mazoz ci mostra i piccoli dettagli da lui voluti per spingere i ragazzi a frequentare i corsi del centro, pensato per porre rimedio all&#8217;abbandono scolastico, piaga sociale del Marocco più povero. Un progetto che mira inoltre a regalare ai ragazzi uno sguardo nuovo verso il proprio quartiere, le proprie origini ed il proprio futuro.
La fama del centro arriva lontano, mi conferma la giovane Theodora Skeadas, neolaureata in filosofia ad Harvard ed entusiasta del suo tirocinio presso il centro. Sono molti gli ammiratori dell&#8217;Idmaj negli Stati Uniti, anche grazie all&#8217;abilità personale di Mazoz, fautore del gemellaggio tra Casablanca e Chicago. Non stupisce quindi che l&#8217;ex segretario di Stato Hillary Clinton l&#8217;abbia voluto incontrare in occasione del suo ultimo viaggio in Marocco, e che il governo brasiliano abbia chiesto al Marocco una consulenza per riprodurre l&#8217;esperienza di Sidi Moumen nelle proprie città.
Casablanca e tutto il Marocco devono molto a Mazoz per il suo approccio solidaristico, ambizioso e innovativo, perseguito con una passione e una meticolosità fuori dal comune. Un successo che deve molto all&#8217;autorevolezza dell&#8217;uomo, combinazione di carisma ed empatia, generosità e coinvolgente fiducia nel prossimo.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6654" title="Uno scorcio di Sidi Moumen © Alex Cottin" src="/wp-content/files/2013/03/sidimoumen-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Casablanca, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">diagnosis</a>  cuore pulsante dell&#8217;economia maghrebina, città multietnica, moderna e antica al tempo stesso. A pochi chilometri dalle lussuose navi da crociera ancorate nel porto e dagli eleganti negozi del centro città, sorge la bidonville di Sidi Moumen: 350 mila abitanti su 47 chilometri quadrati, coacervo di povertà, crimine, droga e violenza. Un&#8217;esistenza facile preda della disperazione in quest&#8217;angolo dimenticato dalle autorità, terreno di coltura per le cellule terroristiche, che qui hanno reclutato gli esecutori dei sanguinosi attacchi suicidi che hanno colpito il Marocco nel 2003 e nel 2007. Eppure il nome di Sidi Moumen viene sempre più spesso associato ad un ambizioso progetto filantropico, che raccoglie oggi i suoi primi, rivoluzionari risultati.</p>
<p>Il protagonista di questa vicenda, Boubker Mazoz, ci accoglie nella sede dell&#8217;associazione Idmaj, da lui fondata e presieduta. Questo sessantenne dal tratto elegante, ex funzionario del Dipartimento di Stato americano in Marocco, decide nel 2006 di creare l&#8217;associazione per consorziare le diverse realtà caritative e filantropiche operanti sul territorio, fornendo loro gli strumenti per dar vita ad una lotta sistematica contro l&#8217;esclusione e la desolazione morale e materiale. Realtà che Mazoz conosce bene, e che hanno lasciato in lui una nota di malinconia nascosta dietro alla sua proverbiale affabilità marocchina.</p>
<p>Assieme a Mazoz ci dirigiamo in auto verso Sidi Moumen. Man mano che ci avviciniamo alla nostra meta l&#8217;architettura cambia radicalmente. Alle belle case neocoloniali dal gusto francese si sostituiscono prima casermoni ingrigiti dallo smog, poi edifici sempre più piccoli e dimessi, fino a una fittissima rete di capanne di latta, cartone e pietre, con una giungla di antenne paraboliche sui tetti. Ai bordi della strada quello che la vista e l&#8217;olfatto identificano subito come una fogna a cielo aperto. Qua e là si vedono bambini giocare tra diversi asinelli spelacchiati e malnutriti. Davanti alle loro case, seduti su seggiole e sgabelli di plastica di diversa forma e colore, gruppetti di anziani chiacchierano tenendo d&#8217;occhio la strada. In lontananza, dietro ad un alto muro di cinta, si intravede l&#8217;edificio imponente e severo di una distilleria di birra: “per dimenticare la miseria”, commenta con una risata Mazoz.</p>
<p>Ci fermiamo per visitare i lavori di riqualificazione dell&#8217;ospedale di quartiere, progetto voluto dall&#8217;Idmaj e reso possibile grazie ad un generoso contributo venuto da oltreoceano, dalla Bill and Melinda Gates Foundation. I locali di questo piccolo ospedale pubblico, fino a poco fa malsani e privi delle più basilari apparecchiature, potranno presto ospitare dignitosamente i tanti malati della della zona, dove la tubercolosi è endemica.</p>
<p>Il viaggio alla scoperta del quartiere prosegue presso il Sidi Moumen Cultural Center.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-6655" title="Concerto dei Sidi Moumen Stars © Alex Cottin" src="/wp-content/files/2013/03/sidimoumen2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Questa struttura, creata nel 2007 sul terreno di una discarica a cielo aperto, è diventata la seconda casa per circa 300 bambini e adolescenti. Un paradiso in mezzo all&#8217;inferno, lontano anni luce dalle sofferenze e dalla disperazione della bidonville. Gli orti per i progetti di agricoltura urbana, i colori chiari delle pareti, le macchine da cucire dei laboratori di sartoria, i computer dell&#8217;aula d&#8217;informatica, gli strumenti musicali, gli attrezzi sportivi, l&#8217;aula magna con palcoscenico e riflettori: Mazoz ci mostra i piccoli dettagli da lui voluti per spingere i ragazzi a frequentare i corsi del centro, pensato per porre rimedio all&#8217;abbandono scolastico, piaga sociale del Marocco più povero. Un progetto che mira inoltre a regalare ai ragazzi uno sguardo nuovo verso il proprio quartiere, le proprie origini ed il proprio futuro.</p>
<p>La fama del centro arriva lontano, mi conferma la giovane Theodora Skeadas, neolaureata in filosofia ad Harvard ed entusiasta del suo tirocinio presso il centro. Sono molti gli ammiratori dell&#8217;Idmaj negli Stati Uniti, anche grazie all&#8217;abilità personale di Mazoz, fautore del gemellaggio tra Casablanca e Chicago. Non stupisce quindi che l&#8217;ex segretario di Stato Hillary Clinton l&#8217;abbia voluto incontrare in occasione del suo ultimo viaggio in Marocco, e che il governo brasiliano abbia chiesto al Marocco una consulenza per riprodurre l&#8217;esperienza di Sidi Moumen nelle proprie città.</p>
<p>Casablanca e tutto il Marocco devono molto a Mazoz per il suo approccio solidaristico, ambizioso e innovativo, perseguito con una passione e una meticolosità fuori dal comune. Un successo che deve molto all&#8217;autorevolezza dell&#8217;uomo, combinazione di carisma ed empatia, generosità e coinvolgente fiducia nel prossimo.</p>
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		<title>L&#8217;Italia in Eritrea</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/01/08/litalia-in-eritrea/</link>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2011 17:56:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luisa de Bellis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Asmara]]></category>
		<category><![CDATA[Eritrea]]></category>

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		<description><![CDATA[Stupore. Incredulità. Imbarazzo. Queste le sensazioni predominanti, diagnosis  a qualche giorno dal mio arrivo in Eritrea.
Stupore nel trovarmi circondata da edifici, parole, abitudini tipici del nostro Belpaese. Quasi tutto, infatti, in questo piccolo angolo d&#8217;Africa, riporta all&#8217;Italia.
Incredulità nel realizzare di aver percorso migliaia di chilometri e ritrovarmi in un luogo, per molti aspetti, così familiare. “Che sia capitata sul set cinematografico di un film sull&#8217; Italia del dopoguerra?” il mio primo pensiero. No no, sembra impossibile, ma qui è tutto reale.
L&#8217;imbarazzo è la naturale conseguenza di quanto descritto finora. Quel piccolo Paese faceva parte della nostra “grande” Nazione. E&#8217; storia d&#8217;Italia, e dovremmo conoscerla.
Asmara è la capitale di uno Stato africano. Eppure, con i suoi viali alberati, il quartiere dei villini, i tavolini all&#8217;aperto dei suoi mille caffè, ricorda tanto la città eterna. Non a caso è stata soprannominata “la Roma d&#8217;Africa”.
Qui la cultura italiana è viva e vegeta, avendo resistito alla breve parentesi britannica. Gli Italiani andarono in Eritrea spinti dalla fame e dal desiderio di gloria. Là costruirono le proprie case, le chiese, le strade, con la cura e l&#8217;attitudine di chi ha l&#8217;intenzione di restare. Gli inglesi, viceversa, non nutrivano interesse per quell&#8217;arido pezzo di terra, presero ciò che c&#8217;era da prendere e salutarono.
Passeggio nel cimitero degli italiani, e mi scopro a provare nostalgia per un&#8217;epoca che non ho mai vissuto.
Gli asmarini amano stare fuori e al mattino si incontrano ai tavolini all&#8217;aperto di uno dei tanti caffè per fare colazione con cappuccino e brioche. Per svagarsi vanno al cinema Roma o al cinema Dante. Per tagliarsi i capelli vanno da Gina, per ripararsi gli occhiali all&#8217;ottica Bini. Andando al lavoro passano di fronte all&#8217;ex stabilimento Alfa Romeo o al palazzo della Fiat Tagliero. Si fermano a mangiare al ristorante Milano, o al bar L&#8217;Aquila.
Poco prima del tramonto, giovani e meno giovani si incontrano ai tavolini del cinema  Impero o sui gradini della chiesa francescana di Nostra Signora del Rosario per guardare “lo struscio”, la passeggiata, lungo la Harnet Road, già Corso Italia.  All&#8217;interno della cattedrale cattolica, una lapide rende omaggio ai suoi benefattori (Mussolini in primis).
Ormai la lingua italiana è parlata -e con gran diletto – solo dai signori più anziani, che mi raccontano quella storia di cui sono ignara. I ragazzi economicamente più fortunati (cioè coloro che hanno un parente in Italia che li mantiene) vanno alla scuola italiana, portata avanti da una manciata di insegnanti pagati profumatamente dal ministero degli Esteri. Ma di fatto l&#8217;italiano lo parlano, inconsapevolmente, tutti, quando pronunciano le parole entrate nel vocabolario tigrino: sacchetto, macchina, ferramenta, arrotino,&#8230;
Le poche auto in circolazione sono tutte della Fiat, gli scooter della Piaggio. Fiat sono anche gli enormi camion che si incontrano sulla strada per Massawa, così come la Littorina. L&#8217;eredità architettonica più grande è forse proprio la strada ferrata che attraverso 20 gallerie (la più lunga di 372 metri) collega Asmara (2412 metri slm) a Massawa (sul Mar Rosso).  Costruita a fasi alterne fra il 1885 e il 1911, costò la vita a migliaia di uomini, italiani ed eritrei. L&#8217;antica littorina Ansaldo trainata dalla locomotiva a carbone, su cui un giorno viaggiò Vittorio Emanuele in persona, è stata rimessa in funzione per i turisti. Utilizzarla per scendere al mare nel fine settimana, come si faceva allora, significa fare un vero viaggio nel tempo.
A Dogali, un piccolo cimitero, custodito da un fiero eritreo, ricorda gli italiani caduti in battaglia. Uno più grande, presso Keren, conserva le spoglie di centinaia di ascari, gli eritrei fedeli ai generali italiani.
E poi ci sono la Banca d&#8217;Italia, la birra Melotti, lo stabilimento delle Saline&#8230;l&#8217;elenco è pressoché infinito. Potrei andare avanti, ma forse è inutile, perché l&#8217;interrogativo più grande rimane: come è possibile che non ne sapessi nulla?
Gli anziani conservano una memoria positiva dell&#8217;epoca in cui gli italiani governavano l&#8217;Eritrea; i giovani dimostrano interesse ed entusiasmo per tutto ciò che succede in Italia.
Più volte, durante il mio soggiorno, ho cercato di eludere una domanda, la domanda che sempre mi veniva posta quando si parlava di storia comune: “Che cosa dicono di noi i fratelli italiani?”
Che cosa potevo rispondere? Che la maggior parte degli italiani non sa neanche dov&#8217;è, l&#8217;Eritrea? Che la mia generazione è totalmente all&#8217;oscuro del fatto che in Africa esiste una piccola Italia? Che sentiamo nominare gli eritrei solo in questura e al telegiornale, quando si parla di rifugiati?
Un enorme imbarazzo mi invade. Sorrido, cercando di eludere la domanda.
E mi vergogno a nome di tutti gli Italiani.
Created with flickr slideshow from softsea.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5917" title="DSCI0004 (2)" src="/wp-content/files/2010/12/DSCI0004-2-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" />Stupore. Incredulità. Imbarazzo. Queste le sensazioni predominanti, <a href="http://sildenafil24.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">diagnosis</a>  a qualche giorno dal mio arrivo in Eritrea.</p>
<p>Stupore nel trovarmi circondata da edifici, parole, abitudini tipici del nostro Belpaese. Quasi tutto, infatti, in questo piccolo angolo d&#8217;Africa, riporta all&#8217;Italia.</p>
<p>Incredulità nel realizzare di aver percorso migliaia di chilometri e ritrovarmi in un luogo, per molti aspetti, così familiare. “Che sia capitata sul set cinematografico di un film sull&#8217; Italia del dopoguerra?” il mio primo pensiero. No no, sembra impossibile, ma qui è tutto reale.</p>
<p>L&#8217;imbarazzo è la naturale conseguenza di quanto descritto finora. Quel piccolo Paese faceva parte della nostra “grande” Nazione. E&#8217; storia d&#8217;Italia, e dovremmo conoscerla.</p>
<p>Asmara è la capitale di uno Stato africano. Eppure, con i suoi viali alberati, il quartiere dei villini, i tavolini all&#8217;aperto dei suoi mille caffè, ricorda tanto la città eterna. Non a caso è stata soprannominata “la Roma d&#8217;Africa”.</p>
<p>Qui la cultura italiana è viva e vegeta, avendo resistito alla breve parentesi britannica. Gli Italiani andarono in Eritrea spinti dalla fame e dal desiderio di gloria. Là costruirono le proprie case, le chiese, le strade, con la cura e l&#8217;attitudine di chi ha l&#8217;intenzione di restare. Gli inglesi, viceversa, non nutrivano interesse per quell&#8217;arido pezzo di terra, presero ciò che c&#8217;era da prendere e salutarono.</p>
<p>Passeggio nel cimitero degli italiani, e mi scopro a provare nostalgia per un&#8217;epoca che non ho mai vissuto.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-5918" title="DSCI0002 (2)" src="/wp-content/files/2010/12/DSCI0002-2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Gli asmarini amano stare fuori e al mattino si incontrano ai tavolini all&#8217;aperto di uno dei tanti caffè per fare colazione con cappuccino e brioche. Per svagarsi vanno al cinema <em>Roma</em> o al cinema <em>Dante</em>. Per tagliarsi i capelli vanno da <em>Gina</em>, per ripararsi gli occhiali all&#8217;ottica <em>Bini</em>. Andando al lavoro passano di fronte all&#8217;ex stabilimento <em>Alfa Romeo</em> o al palazzo della <em>Fiat Tagliero</em>. Si fermano a mangiare al ristorante <em>Milano</em>, o al bar <em>L&#8217;Aquila</em>.</p>
<p>Poco prima del tramonto, giovani e meno giovani si incontrano ai tavolini del cinema  <em>Impero</em> o sui gradini della chiesa francescana di <em>Nostra Signora del Rosario</em> per guardare “lo struscio”, la passeggiata, lungo la Harnet Road, già Corso Italia.  All&#8217;interno della cattedrale cattolica, una lapide rende omaggio ai suoi benefattori (Mussolini in primis).</p>
<p>Ormai la lingua italiana è parlata -e con gran diletto – solo dai signori più anziani, che mi raccontano quella storia di cui sono ignara. I ragazzi economicamente più fortunati (cioè coloro che hanno un parente in Italia che li mantiene) vanno alla scuola italiana, portata avanti da una manciata di insegnanti pagati profumatamente dal ministero degli Esteri. Ma di fatto l&#8217;italiano lo parlano, inconsapevolmente, tutti, quando pronunciano le parole entrate nel vocabolario tigrino: sacchetto, macchina, ferramenta, arrotino,&#8230;</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5919" title="DSCI0006" src="/wp-content/files/2010/12/DSCI0006-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" />Le poche auto in circolazione sono tutte della Fiat, gli scooter della Piaggio. Fiat sono anche gli enormi camion che si incontrano sulla strada per Massawa, così come la Littorina. L&#8217;eredità architettonica più grande è forse proprio la strada ferrata che attraverso 20 gallerie (la più lunga di 372 metri) collega Asmara (2412 metri slm) a Massawa (sul Mar Rosso).  Costruita a fasi alterne fra il 1885 e il 1911, costò la vita a migliaia di uomini, italiani ed eritrei. L&#8217;antica littorina <em>Ansaldo</em> trainata dalla locomotiva a carbone, su cui un giorno viaggiò Vittorio Emanuele in persona, è stata rimessa in funzione per i turisti. Utilizzarla per scendere al mare nel fine settimana, come si faceva allora, significa fare un vero viaggio nel tempo.</p>
<p>A Dogali, un piccolo cimitero, custodito da un fiero eritreo, ricorda gli italiani caduti in battaglia. Uno più grande, presso Keren, conserva le spoglie di centinaia di <em>ascari</em>, gli eritrei fedeli ai generali italiani.</p>
<p>E poi ci sono la Banca d&#8217;Italia, la birra Melotti, lo stabilimento delle Saline&#8230;l&#8217;elenco è pressoché infinito. Potrei andare avanti, ma forse è inutile, perché l&#8217;interrogativo più grande rimane: come è possibile che non ne sapessi nulla?</p>
<p>Gli anziani conservano una memoria positiva dell&#8217;epoca in cui gli italiani governavano l&#8217;Eritrea; i giovani dimostrano interesse ed entusiasmo per tutto ciò che succede in Italia.</p>
<p>Più volte, durante il mio soggiorno, ho cercato di eludere una domanda, la domanda che sempre mi veniva posta quando si parlava di storia comune: “Che cosa dicono di noi i fratelli italiani?”</p>
<p>Che cosa potevo rispondere? Che la maggior parte degli italiani non sa neanche dov&#8217;è, l&#8217;Eritrea? Che la mia generazione è totalmente all&#8217;oscuro del fatto che in Africa esiste una piccola Italia? Che sentiamo nominare gli eritrei solo in questura e al telegiornale, quando si parla di rifugiati?</p>
<p>Un enorme imbarazzo mi invade. Sorrido, cercando di eludere la domanda.</p>
<p>E mi vergogno a nome di tutti gli Italiani.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe align="center" src="http://www.flickr.com/slideShow/index.gne?set_id=72157625776035064&#038;text=L'Italia in Eritrea" width="500" height="500" frameBorder="0" scrolling="no"></iframe><br /><center><small>Created with <a href="http://www.flickrslideshow.com">flickr slideshow</a> from <a href="http://www.softsea.com">softsea</a>.</small></center></p>
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		<title>Copia conforme: il sublime dell&#8217;amore ed il suo contrario</title>
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		<pubDate>Thu, 20 May 2010 17:09:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Abbas Kiarostami]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Festival di Cannes]]></category>

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		<description><![CDATA[Presentazione dell&#8217;opera di Abbas Kiarostami in concorso al Festival di Cannes 2010
Do you know Lucignano? Domanda spontaneamente una donna ad un uomo. Questione che è un invito, medicine  un pretesto sottile per passare una giornata insieme. Lei, ambulance  Juliette Binoche, see  interpreta una gallerista di opere antiche, una donna dai sorrisi spontanei quanto fragili; lui, William Shimell, recita la parte di un critico d&#8217;arte inglese, un uomo inquieto e pieno di misteri, qualcuno che ha deciso di riempire la propria vita con il lavoro, di nascondere intorno alla scrittura silenzi e voglia di scappare lontano.
Il regista, Abbas Kiarostami, per il suo primo film lontano dalla sua terra madre, l&#8217;Iran, ha scelto la Toscana ed alcuni dei suoi borghi medievali perfettamente conservati per mettere in scena un&#8217;ancestrale storia di vita, d&#8217;amore e di arte fra l&#8217;incanto e la gente di paese, figlia, fieramente e suo malgrado di Michelangelo, Leonardo e di tanti fra i più grandi maestri dell&#8217;arte e della cultura rinascimentale.
Durante la presentazione dell&#8217;ultimo libro di James, il critico d&#8217;arte inglese, arrivano una madre ed un figlio. Il ragazzo alla lezione d&#8217;arte preferisce un videogioco. La madre, dello scrittore cerca un cenno, un&#8217;intenzione, quindi anche per colpa del figlio si spazientisce subito, lascia all&#8217;amico dello scrittore il proprio numero di telefono. Lo fa per una scusa pratica, per bisogno, per curiosità e, forse, anche per provocazione.
La storia d&#8217;amore parte da uno sguardo mancato, da un&#8217;attesa frustrata. Fedeli gesti preparatori di una sincera richiesta d&#8217;amore. I due, l&#8217;uomo e la donna, si rincontrano nel negozio di lei. Dalla visita nascono poche parole che trasmettono la voglia di partire insieme, almeno per un giorno. Così, i due partono davvero per una gita che da subito sembra un corteggiamento tra feriti, un incontro di due vite vissute, spese con sofferenza e intorno all&#8217;arte, alla sua divulgazione.
Originalità, bellezza, funzionalità, manca altro per definire l&#8217;importanza di un&#8217;opera d&#8217;arte, di un amore nato per durare per sempre? Non c&#8217;è una vera risposta quando i corpi ed i cuori dei due protagonisti restano vicini, distanti, intanto che continuano ad annusarsi e parlarsi in cagnesco. Per sottofondo, l&#8217;incanto del paesaggio toscano, il desiderio e la necessità di cercarsi ancora, per un&#8217;altra volta illudersi che se non nella vita almeno in sogno qualcosa d&#8217;importante potrebbe nascere, è già nato.
In mezzo a conversazioni sull&#8217;amore e sulle sue trasformazioni, c&#8217;è l&#8217;arrivo: Lucignano, mura fatte di storia secolare e immutata, perla agreste, copia di un tempo che non c&#8217;è più, se non negli occhi di chi guarda, nei passi di chi percorre le sue strade antiche, come antiche sembrano essere le sconfitte che i due stanno vivendo intanto che passeggiano accanto.
Nel dialogo irrompe un ricordo sfrontato ed insolente, da condividere. So what? E allora cosa? Nella memoria e nel racconto della donna si presenta sfacciatamente la domanda del figlio. La richiesta è una risposta scorbutica alle preoccupazioni di una madre, alla fine delle cose. Lei, gentile ed ammaliante si mette a nudo esterrefatta e senza parole. Lui, in fretta riveste la sua indignazione e conferma le parole del figlio: tutto finisce, l&#8217;amore come il dolore. Perciò è inutile prendersela. Attaccarsi con le unghie al tempo che passa, alle relazioni che crollano.
Per un lungo attimo si torna a parlare di arte. Poi, una telefonata improvvisa è preludio di un nuovo dialogo tra l&#8217;ingenuità di un&#8217;anziana barista di paese ed una donna di mondo. Quindi, le parole di un caro ricordo si mescolano a quelle di una scoperta vissuta ancora una volta tra la coppia insieme, diversamente.
A real copy. Nella piazza principale di Firenze come nel museo di un borgo nascosto, lo sguardo che pensiamo sulla copia di un&#8217;opera d&#8217;arte, le emozioni suggerite, sommergono e annullano, esaltano il modello originale dell&#8217;artista che attraverso le sue creazioni ha lasciato il secolo, ispirato imitazioni. Tutto questo, dentro il mistero di una vita che per ognuno si manifesta come un tempio infinito, lasciato lì, pronto ad essere ammirato da uomini, ovvero bambini che tali non sono più, quando ne hanno voglia, quando ce la fanno.
Pieno di voglia e rifiuto di tenerezza, il cammino continua intorno al mito di un albero d&#8217;oro originale e unico per la sua realizzazione dove coppie di sposi si fanno promesse che sono delle copie, preludio di momenti di festa conformi alla voglia e al bisogno di creare vite felici o, per lo meno, sopportabili.
Nel frattempo, resta ossessione dei puri di cuori la creazione di un attimo irripetibile, di un&#8217;opera impossibile da imitare.
E lei, sempre più fragile, fa di tutto per trasmettere il bisogno di un abbraccio forte su cui serenamente appoggiarsi, vivere il mondo. Ma è davvero forse possibile raccontare il modo in cui si vuole il proprio uomo accanto? Lui, vicino a lei sembra grandissimo, accanto a tutti rimane superiore, sbalordito. Sempre quieto, neanche per un attimo smette di guardarsi intorno come braccato. Dentro i suoi gesti, le sue reticenze, batte un pensiero non detto: l&#8217;amore non c&#8217;è mai, se ci fosse mancherebbe comunque. Lui, ormai è un uomo che davanti a un bicchiere di vino si concentra solo sul gusto, trascura la compagnia e si smaschera senza voglia di ebbrezza. Quindi si confessa stanco, e finalmente lo fa con forza. Mite anima che si porta dentro un cuore in tempesta si alza dal tavolo quando si rende conto che non può promettere serenità. E la sua è cruda rabbia, vera insofferenza.
Un nuovo gesto d&#8217;amore, semplice come l’offerta di un pezzo di pane rende tutto di nuovo infinito, nel futuro misterioso e pieno di direzioni. Garriscono le rondini, tra canti popolari e campane che sono di tutti, ali di campanili come appoggiate a chiese che sono ancora là, per chi ci crede.
&#160;
Capolavoro d&#8217;incanto e di dolcezza, attraverso l&#8217;opera Copia Conforme, il maestro Kiarostami svela con dono di poeta che l&#8217;arte e l&#8217;amore sono nell&#8217;idea, il non amore e la non arte sono nella vita di quasi ogni giorno.
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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Presentazione dell&#8217;opera di Abbas Kiarostami in concorso al Festival di Cannes 2010</em></p>
<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-5363" title="Copia Conforme" src="/wp-content/files/2010/05/Copia-conforme.jpg" alt="" width="300" height="225" />Do you know Lucignano?</strong> Domanda spontaneamente una donna ad un uomo. Questione che è un invito, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">medicine</a>  un pretesto sottile per passare una giornata insieme. Lei, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">ambulance</a>  Juliette Binoche, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">see</a>  interpreta una gallerista di opere antiche, una donna dai sorrisi spontanei quanto fragili; lui, William Shimell, recita la parte di un critico d&#8217;arte inglese, un uomo inquieto e pieno di misteri, qualcuno che ha deciso di riempire la propria vita con il lavoro, di nascondere intorno alla scrittura silenzi e voglia di scappare lontano.</p>
<p>Il regista, Abbas Kiarostami, per il suo primo film lontano dalla sua terra madre, l&#8217;Iran, ha scelto la Toscana ed alcuni dei suoi borghi medievali perfettamente conservati per mettere in scena un&#8217;ancestrale storia di vita, d&#8217;amore e di arte fra l&#8217;incanto e la gente di paese, figlia, fieramente e suo malgrado di Michelangelo, Leonardo e di tanti fra i più grandi maestri dell&#8217;arte e della cultura rinascimentale.</p>
<p>Durante la presentazione dell&#8217;ultimo libro di James, il critico d&#8217;arte inglese, arrivano una madre ed un figlio. Il ragazzo alla lezione d&#8217;arte preferisce un videogioco. La madre, dello scrittore cerca un cenno, un&#8217;intenzione, quindi anche per colpa del figlio si spazientisce subito, lascia all&#8217;amico dello scrittore il proprio numero di telefono. Lo fa per una scusa pratica, per bisogno, per curiosità e, forse, anche per provocazione.</p>
<p>La storia d&#8217;amore parte da uno sguardo mancato, da un&#8217;attesa frustrata. Fedeli gesti preparatori di una sincera richiesta d&#8217;amore. I due, l&#8217;uomo e la donna, si rincontrano nel negozio di lei. Dalla visita nascono poche parole che trasmettono la voglia di partire insieme, almeno per un giorno. Così, i due partono davvero per una gita che da subito sembra un corteggiamento tra feriti, un incontro di due vite vissute, spese con sofferenza e intorno all&#8217;arte, alla sua divulgazione.</p>
<p>Originalità, bellezza, funzionalità, manca altro per definire l&#8217;importanza di un&#8217;opera d&#8217;arte, di un amore nato per durare per sempre? Non c&#8217;è una vera risposta quando i corpi ed i cuori dei due protagonisti restano vicini, distanti, intanto che continuano ad annusarsi e parlarsi in cagnesco. Per sottofondo, l&#8217;incanto del paesaggio toscano, il desiderio e la necessità di cercarsi ancora, per un&#8217;altra volta illudersi che se non nella vita almeno in sogno qualcosa d&#8217;importante potrebbe nascere, è già nato.</p>
<p>In mezzo a conversazioni sull&#8217;amore e sulle sue trasformazioni, c&#8217;è l&#8217;arrivo: Lucignano, mura fatte di storia secolare e immutata, perla agreste, copia di un tempo che non c&#8217;è più, se non negli occhi di chi guarda, nei passi di chi percorre le sue strade antiche, come antiche sembrano essere le sconfitte che i due stanno vivendo intanto che passeggiano accanto.</p>
<p>Nel dialogo irrompe un ricordo sfrontato ed insolente, da condividere. <strong>So what? E allora cosa?</strong> Nella memoria e nel racconto della donna si presenta sfacciatamente la domanda del figlio. La richiesta è una risposta scorbutica alle preoccupazioni di una madre, alla fine delle cose. Lei, gentile ed ammaliante si mette a nudo esterrefatta e senza parole. Lui, in fretta riveste la sua indignazione e conferma le parole del figlio: tutto finisce, l&#8217;amore come il dolore. Perciò è inutile prendersela. Attaccarsi con le unghie al tempo che passa, alle relazioni che crollano.</p>
<p>Per un lungo attimo si torna a parlare di arte. Poi, una telefonata improvvisa è preludio di un nuovo dialogo tra l&#8217;ingenuità di un&#8217;anziana barista di paese ed una donna di mondo. Quindi, le parole di un caro ricordo si mescolano a quelle di una scoperta vissuta ancora una volta tra la coppia insieme, diversamente.</p>
<p><strong><img class="alignright size-medium wp-image-5364" title="locandinacc" src="/wp-content/files/2010/05/locandinacc-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" />A real copy.</strong> Nella piazza principale di Firenze come nel museo di un borgo nascosto, lo sguardo che pensiamo sulla copia di un&#8217;opera d&#8217;arte, le emozioni suggerite, sommergono e annullano, esaltano il modello originale dell&#8217;artista che attraverso le sue creazioni ha lasciato il secolo, ispirato imitazioni. Tutto questo, dentro il mistero di una vita che per ognuno si manifesta come un tempio infinito, lasciato lì, pronto ad essere ammirato da uomini, ovvero bambini che tali non sono più, quando ne hanno voglia, quando ce la fanno.</p>
<p>Pieno di voglia e rifiuto di tenerezza, il cammino continua intorno al mito di un albero d&#8217;oro originale e unico per la sua realizzazione dove coppie di sposi si fanno promesse che sono delle copie, preludio di momenti di festa conformi alla voglia e al bisogno di creare vite felici o, per lo meno, sopportabili.</p>
<p>Nel frattempo, resta ossessione dei puri di cuori la creazione di un attimo irripetibile, di un&#8217;opera impossibile da imitare.</p>
<p>E lei, sempre più fragile, fa di tutto per trasmettere il bisogno di un abbraccio forte su cui serenamente appoggiarsi, vivere il mondo. Ma è davvero forse possibile raccontare il modo in cui si vuole il proprio uomo accanto? Lui, vicino a lei sembra grandissimo, accanto a tutti rimane superiore, sbalordito. Sempre quieto, neanche per un attimo smette di guardarsi intorno come braccato. Dentro i suoi gesti, le sue reticenze, batte un pensiero non detto: l&#8217;amore non c&#8217;è mai, se ci fosse mancherebbe comunque. Lui, ormai è un uomo che davanti a un bicchiere di vino si concentra solo sul gusto, trascura la compagnia e si smaschera senza voglia di ebbrezza. Quindi si confessa stanco, e finalmente lo fa con forza. Mite anima che si porta dentro un cuore in tempesta si alza dal tavolo quando si rende conto che non può promettere serenità. E la sua è cruda rabbia, vera insofferenza.</p>
<p>Un nuovo gesto d&#8217;amore, semplice come l’offerta di un pezzo di pane rende tutto di nuovo infinito, nel futuro misterioso e pieno di direzioni. Garriscono le rondini, tra canti popolari e campane che sono di tutti, ali di campanili come appoggiate a chiese che sono ancora là, per chi ci crede.<br />
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Capolavoro d&#8217;incanto e di dolcezza, attraverso l&#8217;opera Copia Conforme, il maestro Kiarostami svela con dono di poeta che l&#8217;arte e l&#8217;amore sono nell&#8217;idea, il non amore e la non arte sono nella vita di quasi ogni giorno.</p>
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<p style="text-align: center;"><object width="640" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/suY5yXVj1Ec&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/suY5yXVj1Ec&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="640" height="385"></embed></object></p>
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		<title>Alla scoperta dell&#8217;Accademia dei Georgofili</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2010/04/19/georgofili/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 09:12:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giacomo Marconi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’Accademia dei Georgofili fu fondata a Firenze nel 1753 con l’obiettivo di contribuire al progresso delle scienze e delle loro applicazioni all’agricoltura in senso lato, pharm  alla tutela dell’ambiente, del territorio agricolo ed allo sviluppo del mondo rurale.
Già la denominazione “georgofilo”, parola di origine greca che significa “amante della terra”, qualifica con precisione l’oggetto d’interesse di questa antica Istituzione, il cui fine emerge chiaro già dal suo stemma che recita il motto latino Prosperitati publicae augendae (accrescere la pubblica prosperità).
L’Accademia ha quindi accompagnato lo sviluppo delle scienze agrarie, nella loro accezione più ampia. Seguendo l’evolversi dei tempi, continua ad affrontare le nuove problematiche che investono l’agricoltura e tutti i rapporti dell’uomo con l’ambiente naturale. Conduce studi e ricerche, adottando le più moderne metodologie, al fine di promuovere concrete iniziative.
La Biblioteca, la Fototeca e l’Archivio offrono agli studiosi un patrimonio documentario tematico di ineguagliabile valore, oggetto continuo di indagini storiche da parte di studiosi di varie discipline. I pregi di tale patrimonio vengono messi in rilievo anche da numerosi momenti espositivi organizzati periodicamente su tematiche specifiche.
Il Prof. Franco Scaramuzzi, Presidente dell’Accademia dei Georgofili, ha gentilmente concesso ai lettori de Il Tamarindo una breve intervista.
Fonte: Accademia dei Georgofili (http://www.georgofili.it)


Watch Intervista a FRANCO SCARAMUZZI in People &#38; Blogs &#124;  View More Free Videos Online at Veoh.com
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5209" title="logo georgofili" src="/wp-content/files/2010/04/georgofili-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />L’Accademia dei Georgofili fu fondata a Firenze nel 1753 con l’obiettivo di contribuire al progresso delle scienze e delle loro applicazioni all’agricoltura in senso lato, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pharm</a>  alla tutela dell’ambiente, del territorio agricolo ed allo sviluppo del mondo rurale.</p>
<p>Già la denominazione “georgofilo”, parola di origine greca che significa “amante della terra”, qualifica con precisione l’oggetto d’interesse di questa antica Istituzione, il cui fine emerge chiaro già dal suo stemma che recita il motto latino <em>Prosperitati publicae augendae</em> (accrescere la pubblica prosperità).</p>
<p>L’Accademia ha quindi accompagnato lo sviluppo delle scienze agrarie, nella loro accezione più ampia. Seguendo l’evolversi dei tempi, continua ad affrontare le nuove problematiche che investono l’agricoltura e tutti i rapporti dell’uomo con l’ambiente naturale. Conduce studi e ricerche, adottando le più moderne metodologie, al fine di promuovere concrete iniziative.</p>
<p>La Biblioteca, la Fototeca e l’Archivio offrono agli studiosi un patrimonio documentario tematico di ineguagliabile valore, oggetto continuo di indagini storiche da parte di studiosi di varie discipline. I pregi di tale patrimonio vengono messi in rilievo anche da numerosi momenti espositivi organizzati periodicamente su tematiche specifiche.</p>
<p>Il Prof. Franco Scaramuzzi, Presidente dell’Accademia dei Georgofili, ha gentilmente concesso ai lettori de Il Tamarindo una breve intervista.</p>
<p><em>Fonte: Accademia dei Georgofili (<a href="http://www.georgofili.it" target="_blank">http://www.georgofili.it</a>)</em></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><object id="veohFlashPlayer" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="410" height="341" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="name" value="veohFlashPlayer" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.veoh.com/static/swf/webplayer/WebPlayer.swf?version=AFrontend.5.5.0.1023&amp;permalinkId=v20010702SMX2t2MJ&amp;player=videodetailsembedded&amp;videoAutoPlay=0&amp;id=anonymous" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed id="veohFlashPlayer" type="application/x-shockwave-flash" width="410" height="341" src="http://www.veoh.com/static/swf/webplayer/WebPlayer.swf?version=AFrontend.5.5.0.1023&amp;permalinkId=v20010702SMX2t2MJ&amp;player=videodetailsembedded&amp;videoAutoPlay=0&amp;id=anonymous" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" name="veohFlashPlayer"></embed></object><br />
<span style="font-size: xx-small;">Watch <a href="http://www.veoh.com/browse/videos/category/people_and_blogs/watch/v20010702SMX2t2MJ">Intervista a FRANCO SCARAMUZZI</a> in <a href="http://www.veoh.com/browse/videos/category/people_and_blogs">People &amp; Blogs</a> |  View More <a href="http://www.veoh.com">Free Videos Online at Veoh.com</a></span></p>
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		<title>Web 2.0 e social network-mania: i rischi sono alti</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2010/01/13/social-network-mania/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2010/01/13/social-network-mania/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 18:31:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carolina Saporiti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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		<category><![CDATA[social network]]></category>
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		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[Social network. È questa una delle parole più usate nel 2009. Tutto sembra ormai succedere in rete o meglio sulle pagine degli utenti dei vari Facebook, sovaldi  MySpace, shop  Twitter &#38; Co. Se non hai un profilo web, physician  per molti, non sei nessuno. Da due anni a questa parte il fenomeno non riguarda più solo i giovani, ma anche gli adulti. 40 e 50enni che, incuriositi, si sono lanciati nel mondo virtuale e che ora sembrano non poterne fare a meno.
Ma per fare cosa? La domanda sembra banale visto l&#8217;elevato numero di persone che credono che i social network siano delle macchine infernali che tengono occupate ore della giornata senza portare a nulla, se non a una percezione distorta della realtà. Ma esplorando questo mondo le cose sembrano diverse. Il web 2.0 di cui tanto si parla, ossia quello in cui gli utenti possono non solo consultare pagine, ma anche contribuire e creare nuovi contenuti, raccoglie siti di interazione di ogni genere: esistono business social network per le aziende (linkedin.com e plaxo.com), quelli per commemorare i defunti (funeras.it) ed è ora comparsa la versione italiana della prima azienda web 2.0 (xing.it) che conta già oltre 7 milioni di utenti nel mondo che lo utilizzano in 16 lingue diverse. Quindi social network non solo come passatempo senza scopo se non quello di cercare e aggiungere nuovi &#8220;amici&#8221;, ma anche opportunità di lavoro e di scambio di opinioni. Così il numero di utenti continua a crescere: facebook conta 700.000 nuove iscrizioni al giorno nel mondo tanto da aver raggiunto nel novembre 2009 i 350 milioni di registrazioni.
Nulla da dire sull&#8217;uso delle nuove tecnologie e dei nuovi media, anche nel caso di semplice svago, ma dubbi e allarmi sorgono quando dall&#8217;uso si passa all&#8217;abuso, sempre più frequente anche in Italia. E ancora una volta il problema non riguarda solo i cosiddetti nativi digitali ma tutti gli utenti internet, anche gli over 50. Gli esperti però mettono in guardia: navigare in rete per più di 3 ore al giorno,  non a scopo lavorativo, porterebbe ad avere una percezione distorta della realtà, confondendola con quella virtuale. Così alcuni utenti &#8220;illuminati&#8221; nell&#8217;ultimo anno si sono cancellati da questi siti perché, più che interessante, la partecipazione diventava assillante, dovendo continuamente controllare gli aggiornamenti dei propri contatti.
La comunicazione mediata di tipo testuale -come la definisce Luca Chitarro, in un articolo comparso su Nova100- è pericolosa anche perché totalmente priva delle informazioni che si raccolgono normalmente nella comunicazione faccia a faccia, ciò significa che nelle relazioni interpersonali che si instaurano sul web occorre maggiore attenzione e consapevolezza. Recentemente un adolescente si è suicidato dopo un conto alla rovescia fatto pubblicamente sulla bacheca della sua pagina. Subito dopo il funerale sono comparsi migliaia di messaggi dispiaciuti, ma fino a un attimo prima nessuno se ne era preoccupato.
Il fatto di poter trovare di tutto sul web e di aver reso fruibile a chiunque qualsiasi tipo di informazione è senz&#8217;altro uno degli aspetti più rivoluzionari di internet, ma allo stesso tempo nasconde dei rischi altrettanto grandi. E la cronaca degli ultimi mesi regala casi esemplificativi. Su facebook qualche mese fa circa 7 mila utenti hanno giocato a fare i camorristi. Sullo stesso social network è comparso un gruppo contro i giudici Falcone e Borsellino. Sia questo, che l&#8217;applicazione sono stati fatti chiudere appena diffusa la notizia della loro presenza, ma il numero degli iscritti raccolti in pochi giorni indica come sulla rete, grazie anche all&#8217;anonimato, ci si faccia influenzare facilmente e facilmente si ceda alla violenza e alla volgarità perché, si spera, percepita solo virtualmente.
Episodi come questi hanno portato all&#8217;apertura di un dibattito circa l&#8217;esigenza o meno di nuove leggi nei riguardi di chi sulla rete inneggia alla violenza, minaccia o diffama. Il problema è un altro. La libertà di comunicazione è già disciplinata dalla nostra Costituzione da due norme, l&#8217;art 15, che tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni interpersonali, e l&#8217;art. 21, che ha come oggetto le comunicazioni pubbliche. La distinzione fra questi due tipi di comunicazione diventa difficile quando si parla di web 2.0 dove spesso capita che l&#8217;utente non sappia se la conversazione cui sta partecipando è pubblica o privata.
Non si può e non si deve giustificare o tollerare l&#8217;istigazione a delinquere e l&#8217;apologia di reato, considerando, per comodità, internet una zona franca. In rete, come rilevano molti sociologi, non c&#8217;è confronto dialogato ed è facile sfociare nel fanatismo perché apparentemente si gode di assoluta libertà. Ma libertà di odio e violenza non corrispondono a democrazia ed è necessario porre un confine a questa tendenza, come ha scritto recentemente Gian Antonio Stella sul Corriere, non con il buon senso, non solo, ma con il codice penale. Porre delle limitazioni ex ante comprometterebbe la nostra democrazia che si fonda, tra l&#8217;altro, sulla libertà d&#8217;opinione, per quanto questa possa essere fastidiosa.
La soluzione più sensata è quella di instaurare un dialogo con i fornitori di questi servizi (facebook &#38; Co.) così da poter richiedere e ottenere velocemente la chiusura di gruppi o la cancellazione di diffamazioni o inneggiamenti alla violenza e di punire chi commette un reato, perché ciò che è fuori legge off-line lo è anche on-line.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4705" title="social networks" src="/wp-content/files/2010/01/social.jpg" alt="social networks" width="187" height="357" />Social network. È questa una delle parole più usate nel 2009. Tutto sembra ormai succedere in rete o meglio sulle pagine degli utenti dei vari Facebook, <a href="http://sovaldihepatitisc.net/" title="sovaldi" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sovaldi</a>  MySpace, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">shop</a>  Twitter &amp; Co. Se non hai un profilo web, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">physician</a>  per molti, non sei nessuno. Da due anni a questa parte il fenomeno non riguarda più solo i giovani, ma anche gli adulti. 40 e 50enni che, incuriositi, si sono lanciati nel mondo virtuale e che ora sembrano non poterne fare a meno.</p>
<p>Ma per fare cosa? La domanda sembra banale visto l&#8217;elevato numero di persone che credono che i social network siano delle macchine infernali che tengono occupate ore della giornata senza portare a nulla, se non a una percezione distorta della realtà. Ma esplorando questo mondo le cose sembrano diverse. Il web 2.0 di cui tanto si parla, ossia quello in cui gli utenti possono non solo consultare pagine, ma anche contribuire e creare nuovi contenuti, raccoglie siti di interazione di ogni genere: esistono business social network per le aziende (<a href="http://linkedin.com" target="_blank">linkedin.com</a> e <a href="http://plaxo.com" target="_blank">plaxo.com</a>), quelli per commemorare i defunti (<a href="http://www.funeras.it" target="_blank">funeras.it</a>) ed è ora comparsa la versione italiana della prima azienda web 2.0 (<a href="http://www.xing.it" target="_blank">xing.it</a>) che conta già oltre 7 milioni di utenti nel mondo che lo utilizzano in 16 lingue diverse. Quindi social network non solo come passatempo senza scopo se non quello di cercare e aggiungere nuovi &#8220;amici&#8221;, ma anche opportunità di lavoro e di scambio di opinioni. Così il numero di utenti continua a crescere: facebook conta 700.000 nuove iscrizioni al giorno nel mondo tanto da aver raggiunto nel novembre 2009 i 350 milioni di registrazioni.</p>
<p>Nulla da dire sull&#8217;uso delle nuove tecnologie e dei nuovi media, anche nel caso di semplice svago, ma dubbi e allarmi sorgono quando dall&#8217;uso si passa all&#8217;abuso, sempre più frequente anche in Italia. E ancora una volta il problema non riguarda solo i cosiddetti nativi digitali ma tutti gli utenti internet, anche gli over 50. Gli esperti però mettono in guardia: navigare in rete per più di 3 ore al giorno,  non a scopo lavorativo, porterebbe ad avere una percezione distorta della realtà, confondendola con quella virtuale. Così alcuni utenti &#8220;illuminati&#8221; nell&#8217;ultimo anno si sono cancellati da questi siti perché, più che interessante, la partecipazione diventava assillante, dovendo continuamente controllare gli aggiornamenti dei propri contatti.</p>
<p>La comunicazione mediata di tipo testuale -come la definisce Luca Chitarro, in un articolo comparso su <em>Nova100</em>- è pericolosa anche perché totalmente priva delle informazioni che si raccolgono normalmente nella comunicazione faccia a faccia, ciò significa che nelle relazioni interpersonali che si instaurano sul web occorre maggiore attenzione e consapevolezza. Recentemente un adolescente si è suicidato dopo un conto alla rovescia fatto pubblicamente sulla bacheca della sua pagina. Subito dopo il funerale sono comparsi migliaia di messaggi dispiaciuti, ma fino a un attimo prima nessuno se ne era preoccupato.</p>
<p>Il fatto di poter trovare di tutto sul web e di aver reso fruibile a chiunque qualsiasi tipo di informazione è senz&#8217;altro uno degli aspetti più rivoluzionari di internet, ma allo stesso tempo nasconde dei rischi altrettanto grandi. E la cronaca degli ultimi mesi regala casi esemplificativi. Su facebook qualche mese fa circa 7 mila utenti hanno giocato a fare i camorristi. Sullo stesso social network è comparso un gruppo contro i giudici Falcone e Borsellino. Sia questo, che l&#8217;applicazione sono stati fatti chiudere appena diffusa la notizia della loro presenza, ma il numero degli iscritti raccolti in pochi giorni indica come sulla rete, grazie anche all&#8217;anonimato, ci si faccia influenzare facilmente e facilmente si ceda alla violenza e alla volgarità perché, si spera, percepita solo virtualmente.</p>
<p>Episodi come questi hanno portato all&#8217;apertura di un dibattito circa l&#8217;esigenza o meno di nuove leggi nei riguardi di chi sulla rete inneggia alla violenza, minaccia o diffama. Il problema è un altro. La libertà di comunicazione è già disciplinata dalla nostra Costituzione da due norme, l&#8217;art 15, che tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni interpersonali, e l&#8217;art. 21, che ha come oggetto le comunicazioni pubbliche. La distinzione fra questi due tipi di comunicazione diventa difficile quando si parla di web 2.0 dove spesso capita che l&#8217;utente non sappia se la conversazione cui sta partecipando è pubblica o privata.</p>
<p>Non si può e non si deve giustificare o tollerare l&#8217;istigazione a delinquere e l&#8217;apologia di reato, considerando, per comodità, internet una zona franca. In rete, come rilevano molti sociologi, non c&#8217;è confronto dialogato ed è facile sfociare nel fanatismo perché apparentemente si gode di assoluta libertà. Ma libertà di odio e violenza non corrispondono a democrazia ed è necessario porre un confine a questa tendenza, come ha scritto recentemente Gian Antonio Stella sul <em>Corriere</em>, non con il buon senso, non solo, ma con il codice penale. Porre delle limitazioni <em>ex ante</em> comprometterebbe la nostra democrazia che si fonda, tra l&#8217;altro, sulla libertà d&#8217;opinione, per quanto questa possa essere fastidiosa.</p>
<p>La soluzione più sensata è quella di instaurare un dialogo con i fornitori di questi servizi (facebook &amp; Co.) così da poter richiedere e ottenere velocemente la chiusura di gruppi o la cancellazione di diffamazioni o inneggiamenti alla violenza e di punire chi commette un reato, perché ciò che è fuori legge off-line lo è anche on-line.</p>
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		<title>Talking to Wittkower – Michele Chiossi</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 13:38:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Denza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
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		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4413" title="Heraldry, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">remedy</a>  2009, marmo statuario, acciaio, neon, 110&#215;120x12cm&#8221; src=&#8221;https://thetamarind.eu/wp-content/files/2009/10/michele-chiossiheraldry2009marmo-statuario-acciaio-neon-110&#215;120x12cm-300&#215;290.jpg&#8221; alt=&#8221;Heraldry, 2009, marmo statuario, acciaio, neon, 110&#215;120x12cm&#8221; width=&#8221;300&#8243; height=&#8221;290&#8243; />Fino al 23 novembre a Milano alla galleria Effearte di via Ponte Vetero 13 sarà esposta la personale dell&#8217;artista Michele Chiossi, giovane animo libero del sistema artistico contemporaneo. Artista poliedrico, Chiossi basa le sue ricerche sulla scultura, soprattutto del pregiato marmo di Carrara. La scelta del materiale è dovuta alle sue origini, ma anche allo splendore che la lavorazione può dare a questo elemento duttile ma difficile. Il marmo viene così spesso affiancato da resine, neon colorati, foglia oro, vernici per le auto e numerosi altri dettagli che lo ricreano in infinite modalità.</p>
<p>In questa mostra si tiene un dialogo ideale con lo storico Rudolf Wittkower (tedesco 1901-1971) che nel 1970 fece un ciclo di conferenze sulla scultura, innovandone l&#8217;approccio e l&#8217;analisi: per la prima volta le opere scultoree e la loro storia vennero affrontate tenendo conto delle tecniche utilizzate, della loro evoluzione nel tempo e non più secondo il principio dell&#8217;interpretazione dell&#8217;opera. Aspetti in precedenza considerati marginali, come la scelta dei materiali e degli strumenti idonei per lavorarla, acquisiscono un&#8217;importanza fondamentale.</p>
<p>Michele Chiossi ha sempre amato la commistione tra diversi elementi e materiali e la tecnica per realizzare un determinato oggetto, sperimentando fino a che punto ogni cosa possa piegarsi al suo concetto. Il marmo stesso sembra diventare di seta e morbido come la creta. Presenti in galleria opere che si snodano attraverso l&#8217;arte del Medio Evo al Rinascimento ed ai giorni nostri, come la <em>Pietà</em> di Michelangelo, il <em>Pensatore</em> di Rodin ed oggetti di uso quotidiano di un&#8217;epoca molto più recente. Anche la musica rinascimentale riarrangiata viene a far parte concreta della sua opera ad avvicinarsi ad una video proiezione in cui l&#8217;artista si concentra completamente sulla plasticità e reazione della materia a determinati impatti.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-4414" title="Mumble Muble gum, 2009, resine" src="/wp-content/files/2009/10/chiossi-mumble-mumble-gum-208x300.jpg" alt="Mumble Muble gum, 2009, resine" width="208" height="300" />Celebri le sue rielaborazioni di famosi brand e slogan trasposti in nuovi concetti (Levi&#8217;s, Heineken, Fred Perry, le candele Dyptique) o anche l&#8217;uso del cibo come forme di grana, pasta o enormi baguette, temi religiosi e referenze all&#8217;arte e pensatori passati. Tutto scolpito nel marmo come se fosse plastilina, di un realismo eccezionale! Toccare per credere, o meglio&#8230; provate ad alzare qualcosa! Anche le dimensioni statuarie dei suoi soggetti sono parte rilevante dell&#8217;opera.</p>
<p>Fulcro della mostra saranno quattro opere che ripropongono le linee guida della ricerca artistica di Chiossi: si va dal recupero di alcuni leitmotif del Rinascimento, come il coronamento a semicerchio che ritroviamo in <em>Heraldry</em> &#8211; un grande basso rlievo in marmo di un blasone, contraddistinto dall&#8217;intaglio a zig zag (tratto peculiare dell&#8217;artista) e da tre neon colorati, che riaffermano l&#8217;uso del colore nella scultura attraverso la luce &#8211; per arrivare a <em>Mumble Mumble Gum</em>, omaggio all&#8217;ottocentesco pensatore di Rodin, dove l&#8217;artista (attraverso numerosi passaggi e amici) si riappropria dell&#8217;argilla, per tradurla in un modellato in resina e restituirgli una nuova superficie realizzata applicando chewing-gum masticati da lui stesso, dalla moglie, dagli amici etc. che è metafora dei singoli pensieri di ognuno di noi.</p>
<p><em>Theory of Color</em> opera video che riprende le analisi di Goethe, reinterpretando la <em>Pietà</em> di Michelangelo attraverso la scomposizione del colore e della materia, resa ora possibile dall&#8217;utilizzo di un materiale deperibile come il gelato. Per concludere con <em>Bubble Architour</em>, imponente colonna di marmo alta due metri che rappresenta una grande bobina di pluriball, sintesi estrema della frenesia contemporanea, dove gli eventi espositivi (mostre, fiere, vernissage, trasporti) si susseguono ad un ritmo incalzante, trasformando un materiale di imballaggio in elemento imprescindibile dell&#8217;arte e della vita di ogni artista e gallerista. Altro che un Objet trouvé, è nel DNA dell&#8217;arte. Abbiamo sperimentato tutti noi addetti ai lavori&#8230;</p>
<p>Notevole è stata la sua antologica nel 2007 alla galleria Zonca &amp; Zonca di Milano, Chiossi è spesso presente alle fiere italiane ed internazionali: lo riconoscerete per il suo boccolo avvincente e un tocco di Yves Saint Laurent sempre con se&#8230; E se siete interessati contattatemi, un aperitivo con lui si può organizzare.</p>
<blockquote><p>Michele Chiossi, 1970, nato in Toscana, vive a lavora a Milano.</p>
<p>Tra le sue mostre più recenti: Kunstlerhaus Palais Thurn und Taxis, Bregenz; z2o Galleria|Sara Zanin, Roma; Galleria Zonca&amp;Zonca, Milano; Galerie Metis_NL, Amsterdam; Susanna Orlando Vetrina, Pietrasanta; Studio Guastalla, Milano; Divus, Prague; ING Headquarter Brussels, Brussels.</p>
<p>È già presente in numerose collezioni private e pubbliche in Italia ed all&#8217;estero.</p>
<p>Per chi volesse approfondire gli scritti dello storico Wittkower: R.Wittkower, <em>La scultura raccontata da Rudolf Wittkower</em>, ed. Einaudi 2006, p. 363 €17ca. &#8220;Un affascinante viaggio attraverso la scultura di tutti i tempi al seguito di un grande maestro e critico dell&#8217;arte: dalle prime statue greche alle invenzioni di Michelangelo, Cellini, Vasari, Bernini, Canova, fino alle forme e alle figure del ventesimo secolo di Moore, Arp, e molti altri&#8221;. Quasi quasi me lo compro!</p>
<p><a href="http://www.effeartegallery.com" target="_blank">www.effeartegallery.com</a></p></blockquote>
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		<title>Arte contemporanea in Italia, what&#8217;s new!</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 23:54:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Denza</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ed ecco ripartita la stagione artistica 2009/2010 in tutto il suo splendore! Le gallerie milanesi si sono organizzate, physician  come dal terzo anno, advice  con l&#8217;Associazione START: 41 tra le migliori gallerie di arte contemporanea hanno inaugurato in simultanea il 18 settembre presentando i loro migliori artisti e novità. Sono poi rimaste aperte per tutto il fine settimana favorendo la circolazione dei visitatori e collezionisti con un utilissimo servizio navetta e tanti brunch e merende.
Per fare un esempio delle gallerie a Brera: Zonca &#38; Zonca ha presentato un giovane artista coreano Sea Hyun Lee &#8220;Between Red&#8221; con i suoi paesaggi rurali fluttuanti e tutti sul tono del rosso. Si vedono i boschi, le piccole pagode ed i villaggi. L&#8217;artista ha vissuto nella Zona Demilitarizzata tra Nord e Sud Corea quando ha fatto il militare. Le visioni notturne con gli occhiali ad infrarossi l&#8217;hanno profondamente influenzato ed è stato segnato dalla violenza della divisione del paese in due, una zona demilitarizzata che in realtà presenta una presenza di militari molto alta a controllare che non venga superata né che ci siano attacchi. La realtà del paesaggio è permeata dal colore rosso che la rende tutto surreale ed intriso di orrore e paura per il conflitto coreano.
Antonio Battaglia, sempre in via Ciovasso (anche se esterno a Start), ha presentato una collettiva  &#8220;Fairy Tales &#8211; Giovani artisti nel paese delle meraviglie&#8221;: Tommaso Chiappa, Sophie Chkheidze, Nebojsa Despotovic, Agnese Guido, Natasza Niedziolka, Melissa Provezza, Guiditta R. e Giacomo Toselli. Ad accomunarli è soprattutto una ricerca stilistica verso le nuove direzioni internazionali della pittura. Molto interessante i lavori di Tommaso Chiappa nella ricostruzione delle sue città, gli elementi rappresentati sono ridotti ai minimi termini per far emergere dall&#8217;opera solo quello che viene ritenuto necessario.
Francesca Kaufmann presenta Latifa Echakhch, nella sua prima personale in Italia, artista che usa tecniche diverse per esprimersi: installazioni, scultura, video, etc. L&#8217;artista marocchina decontestualizza oggetti carichi di significato culturale e politico per riposizionarli all&#8217;interno di un linguaggio minimalista. In galleria porta diverse opere tra cui una serie di quadri con motivi ornamentali dell&#8217;architettura sacra islamica, forme geometriche come la stella riportata anche a pezzetti sul pavimento.
Paolo Curti &#38; Annamaria Gambuzzi in una collettiva curata da Kineko Ivic presentano: Huma Bhabha (1962, Karachi, Pakistan), Joe Bradley (1975, Maine),? Jason Fox (1964, Yonkers, NY),? Baker Overstreet (1981, Augusta, Georgia), ?Aurel Schmidt (1982, Kamloops, BC, Canada), tutti artisti che lavorano nel vorticoso mondo artistico di New York. Bhabha realizza sofferenti forme antropomorfe con l&#8217;assemblaggio di materiali di recupero come argilla, legno, ferro, polistirolo e ghisa, mentre Bradley si affida ad uno stile molto più minimalista. Molto essenziale e legato allo studio del colore e della forma. Fox è focalizzato su un&#8217;analisi della cultura popolare ispirandosi alla storia dell&#8217;arte, ai cartoon ed ai film. Overstreet si rifà un po&#8217; alla tribalità di Bhabha le sue opere presentano di una forte componente simmetrica che si alterna alle tonalità vivaci dei colori che danno vita a figure geometriche astratte. Schmidt dà una rilettura dell&#8217;opera di Arcimboldo utilizzando però materiali trovati più recenti come capelli, serpenti o mozziconi di sigaretta per formare i suoi ritratti.
Anche a Brescia le gallerie si sono organizzate per inaugurare insieme durante la quinta &#8220;Giornata nazionale del contemporaneo&#8221; il 3 ottobre e per questo motivo è stata organizzata la Notte Bianca: quattro percorsi a tema da seguire attraverso le gallerie bresciane &#8211; la Luce, il tempo, la Parola e la Vita moderna.
A Palazzo Gallery, che ha sede in Palazzo Todeschini, Chiara Bersi Serlini con Francesca Migliorati e Chiara Rusconi, organizza &#8220;Cabinet&#8217;s 120 Day Volume&#8221;. Collettiva con numerosi giovani artisti internazionali di spicco per la prima volta in Italia come Lara Schnitger, di origine olandese, che utilizza materiali ordinari, come collant di nylon, cravatte, indumenti e gomma, indefinitivamente mutati e trasformati, per creare grandi installazioni che fendono il pavimento e il soffitto come creature aliene trasportate dall&#8217;aria.
Massimo Minini inaugura la stagione espositiva con un intervento, sul muro esterno della galleria, di Gabriele Picco, giovane artista e scrittore per poi successivamente tornare negli spazi interni ora in restauro.
La PaciArte non solo presenta i nuovi spazi in via Trieste, ma anche una coppia di artisti francesi che fondono scenografia e fotografia in opere che evocano la solitudine e l&#8217;immobilità del tempo: Clark &#38; Pougnaud &#8220;C&#8217;est la vie&#8221;. Nelle loro creazioni un momento di vita privata viene cristallizzato dallo scatto, congelando il soggetto. Come durante la visione di un film, in cui qualcuno improvvisamente blocca la pellicola.
Anche Firenze ha avuto un lampo di genio verso i suoi cittadini e turisti. È stato organizzato un bellissimo venerdì in centro, via Tornabuoni è stata resa pedonale fino alla mezzanotte e riempita di magnifiche Ferrari di tutte le epoche, molti i negozi aperti che hanno anche offerto dei divertenti aperitivi a base di Chianti classico, salatini e affettati. Al passo con l&#8217;evento la Fondazione Strozzi ha inaugurato con il Centro Cultura Contemporanea Strozzina la mostra &#8220;Realtà Manipolate &#8211; come le immagini definiscono il mondo&#8221;. Interessante mostra di fotografia tutta dedicata alla sottile linea che delinea realtà dalla manipolazione. Quello che vediamo nelle fotografie è realmente l&#8217;oggetto dello scatto oppure è il risultato di una sapiente alterazione? Presenti numerosi artisti internazionali come Olivo Barbieri con i suoi paesaggi ripresi dall&#8217;alto visti attraverso una lente speciale che quasi sembrano dei modellini, Gregory Crewdson e la sua distaccata provincia americana, Thomas Demand con i suoi modellini dello Studio Ovale alla Casa Bianca, Andreas Gursky, Cindy Sherman con le sue metamorfosi e travestimenti.
Giovedì 29 ottobre aprirà il nuovo Centro per l&#8217;Arte Contemporanea di Firenze &#8211; EX3 - con la personale di due artisti rappresentativi di contesti e linguaggi diversi della scena internazionale: Julian Rosefeldt e Ian Tweedy, a cura di Lorenzo Giusti e Arabella Natalini sotto l&#8217;occhio esperto di Sergio Tossi. In attesa dell&#8217;opening ufficiale, venerdì 2 ottobre, EX3 apre per una sera speciale, una festa aperta a tutti, anticipando la &#8220;Giornata nazionale del contemporaneo&#8221; presentando gli appuntamenti di sabato 3 ottobre a Firenze. Il nome nasce dalla contrazione della parola &#8220;exhibition&#8221; e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ed ecco ripartita la stagione artistica 2009/2010 in tutto il suo splendore! Le gallerie milanesi si sono organizzate, <a href="http://sildenafilbuyonline.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">physician</a>  come dal terzo anno, <a href="http://buysovaldionusa.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">advice</a>  con l&#8217;<a href="http://www.startmilano.com" target="_blank">Associazione START</a>: 41 tra le migliori gallerie di arte contemporanea hanno inaugurato in simultanea il 18 settembre presentando i loro migliori artisti e novità. Sono poi rimaste aperte per tutto il fine settimana favorendo la circolazione dei visitatori e collezionisti con un utilissimo servizio navetta e tanti brunch e merende.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4136" title="Sea Hyun Lee" src="/wp-content/files/2009/10/seahyunlee-300x94.jpg" alt="Sea Hyun Lee" width="300" height="94" />Per fare un esempio delle gallerie a Brera: <strong>Zonca &amp; Zonca</strong> ha presentato un giovane artista coreano Sea Hyun Lee &#8220;Between Red&#8221; con i suoi paesaggi rurali fluttuanti e tutti sul tono del rosso. Si vedono i boschi, le piccole pagode ed i villaggi. L&#8217;artista ha vissuto nella Zona Demilitarizzata tra Nord e Sud Corea quando ha fatto il militare. Le visioni notturne con gli occhiali ad infrarossi l&#8217;hanno profondamente influenzato ed è stato segnato dalla violenza della divisione del paese in due, una zona demilitarizzata che in realtà presenta una presenza di militari molto alta a controllare che non venga superata né che ci siano attacchi. La realtà del paesaggio è permeata dal colore rosso che la rende tutto surreale ed intriso di orrore e paura per il conflitto coreano.</p>
<p><strong>Antonio Battaglia</strong>, sempre in via Ciovasso (anche se esterno a Start), ha presentato una collettiva  &#8220;Fairy Tales &#8211; Giovani artisti nel paese delle meraviglie&#8221;: Tommaso Chiappa, Sophie Chkheidze, Nebojsa Despotovic, Agnese Guido, Natasza Niedziolka, Melissa Provezza, Guiditta R. e Giacomo Toselli. Ad accomunarli è soprattutto una ricerca stilistica verso le nuove direzioni internazionali della pittura. Molto interessante i lavori di Tommaso Chiappa nella ricostruzione delle sue città, gli elementi rappresentati sono ridotti ai minimi termini per far emergere dall&#8217;opera solo quello che viene ritenuto necessario.</p>
<p><strong><img class="alignright size-medium wp-image-4135" title="Latifa Echakhch" src="/wp-content/files/2009/10/latifaechakhch-300x200.jpg" alt="Latifa Echakhch" width="230" height="153" />Francesca Kaufmann</strong> presenta Latifa Echakhch, nella sua prima personale in Italia, artista che usa tecniche diverse per esprimersi: installazioni, scultura, video, etc. L&#8217;artista marocchina decontestualizza oggetti carichi di significato culturale e politico per riposizionarli all&#8217;interno di un linguaggio minimalista. In galleria porta diverse opere tra cui una serie di quadri con motivi ornamentali dell&#8217;architettura sacra islamica, forme geometriche come la stella riportata anche a pezzetti sul pavimento.</p>
<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-4137" title="Jason Fox" src="/wp-content/files/2009/10/jasonfox-293x300.jpg" alt="Jason Fox" width="267" height="274" />Paolo Curti &amp; Annamaria Gambuzzi</strong> in una collettiva curata da Kineko Ivic presentano<em>: </em>Huma Bhabha (1962, Karachi, Pakistan), Joe Bradley (1975, Maine),? Jason Fox (1964, Yonkers, NY),? Baker Overstreet (1981, Augusta, Georgia), ?Aurel Schmidt (1982, Kamloops, BC, Canada), tutti artisti che lavorano nel vorticoso mondo artistico di New York. Bhabha realizza sofferenti forme antropomorfe con l&#8217;assemblaggio di materiali di recupero come argilla, legno, ferro, polistirolo e ghisa, mentre Bradley si affida ad uno stile molto più minimalista. Molto essenziale e legato allo studio del colore e della forma. Fox è focalizzato su un&#8217;analisi della cultura popolare ispirandosi alla storia dell&#8217;arte, ai cartoon ed ai film. Overstreet si rifà un po&#8217; alla tribalità di Bhabha le sue opere presentano di una forte componente simmetrica che si alterna alle tonalità vivaci dei colori che danno vita a figure geometriche astratte. Schmidt dà una rilettura dell&#8217;opera di Arcimboldo utilizzando però materiali trovati più recenti come capelli, serpenti o mozziconi di sigaretta per formare i suoi ritratti.</p>
<p>Anche a Brescia le gallerie si sono organizzate per inaugurare insieme durante la quinta &#8220;Giornata nazionale del contemporaneo&#8221; il 3 ottobre e per questo motivo è stata organizzata la <a href="http://www.nottebiancabrescia.it" target="_blank">Notte Bianca</a>: quattro percorsi a tema da seguire attraverso le gallerie bresciane &#8211; la Luce, il tempo, la Parola e la Vita moderna.</p>
<p><strong><img class="alignright size-medium wp-image-4138" title="Lara Schnitger e la sua installazione contro i soffitti di Palazzo Todeschini" src="/wp-content/files/2009/10/palazzotodeschini-300x200.jpg" alt="Lara Schnitger e la sua installazione contro i soffitti di Palazzo Todeschini" width="270" height="180" />A Palazzo Gallery</strong>, che ha sede in Palazzo Todeschini, Chiara Bersi Serlini con Francesca Migliorati e Chiara Rusconi, organizza &#8220;Cabinet&#8217;s 120 Day Volume&#8221;. Collettiva con numerosi giovani artisti internazionali di spicco per la prima volta in Italia come Lara Schnitger, di origine olandese, che utilizza materiali ordinari, come collant di nylon, cravatte, indumenti e gomma, indefinitivamente mutati e trasformati, per creare grandi installazioni che fendono il pavimento e il soffitto come creature aliene trasportate dall&#8217;aria.</p>
<p><strong>Massimo Minini </strong>inaugura la stagione espositiva con un intervento, sul muro esterno della galleria, di Gabriele Picco, giovane artista e scrittore per poi successivamente tornare negli spazi interni ora in restauro.</p>
<p>La <strong>PaciArte</strong> non solo presenta i nuovi spazi in via Trieste, ma anche una coppia di artisti francesi che fondono scenografia e fotografia in opere che evocano la solitudine e l&#8217;immobilità del tempo: Clark &amp; Pougnaud &#8220;<em>C&#8217;est la vie&#8221;. </em>Nelle loro creazioni un momento di vita privata viene cristallizzato dallo scatto, congelando il soggetto. Come durante la visione di un film, in cui qualcuno improvvisamente blocca la pellicola.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4139" title="Thomas Demand" src="/wp-content/files/2009/10/demand_thomas_presidency-203x300.jpg" alt="Thomas Demand" width="176" height="260" />Anche Firenze ha avuto un lampo di genio verso i suoi cittadini e turisti. È stato organizzato un bellissimo venerdì in centro, via Tornabuoni è stata resa pedonale fino alla mezzanotte e riempita di magnifiche Ferrari di tutte le epoche, molti i negozi aperti che hanno anche offerto dei divertenti aperitivi a base di Chianti classico, salatini e affettati. Al passo con l&#8217;evento la Fondazione Strozzi ha inaugurato con il <a href="http://www.strozzina.org" target="_blank">Centro Cultura Contemporanea <strong>Strozzina</strong></a> la mostra &#8220;Realtà Manipolate &#8211; come le immagini definiscono il mondo&#8221;. Interessante mostra di fotografia tutta dedicata alla sottile linea che delinea realtà dalla manipolazione. Quello che vediamo nelle fotografie è realmente l&#8217;oggetto dello scatto oppure è il risultato di una sapiente alterazione? Presenti numerosi artisti internazionali come Olivo Barbieri con i suoi paesaggi ripresi dall&#8217;alto visti attraverso una lente speciale che quasi sembrano dei modellini, Gregory Crewdson e la sua distaccata provincia americana, Thomas Demand con i suoi modellini dello Studio Ovale alla Casa Bianca, Andreas Gursky, Cindy Sherman con le sue metamorfosi e travestimenti.</p>
<p>Giovedì 29 ottobre aprirà il nuovo <strong>Centro per l&#8217;Arte Contemporanea di Firenze &#8211; EX3 -</strong> con la personale di due artisti rappresentativi di contesti e linguaggi diversi della scena internazionale: Julian Rosefeldt e Ian Tweedy, a cura di Lorenzo Giusti e Arabella Natalini sotto l&#8217;occhio esperto di Sergio Tossi. In attesa dell&#8217;opening ufficiale, venerdì 2 ottobre, EX3 apre per una sera speciale, una festa aperta a tutti, anticipando la &#8220;<a href="http://www.amaci.org/g_d_c_eventi.asp" target="_blank">Giornata nazionale del contemporaneo</a>&#8221; presentando gli appuntamenti di sabato 3 ottobre a Firenze. Il nome nasce dalla contrazione della parola &#8220;exhibition&#8221; e dalla sua ubicazione nel Quartiere 3 &#8211; opererà sul modello di una Kunsthalle tedesca, non uno spazio museale con una propria collezione, ma un centro espositivo dinamico.</p>
<p>Siamo molto curiosi di vedere cosa ne nascerà e come si evolverà!</p>
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		<title>Gianni Colombo: Arte partecipativa e democratica</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2009 21:10:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Galimberti Faussone</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4032" title="Progetto per Zoom Squares, <a href="http://tadalafilforsale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sales</a>  1967 ca. (Courtesy Archivio Gianni Colombo, Milano; Foto Marianne Boutrit)&#8221; src=&#8221;https://thetamarind.eu/wp-content/files/2009/09/zoomsquares-206&#215;300.jpg&#8221; alt=&#8221;Progetto per Zoom Squares, 1967 ca. (Courtesy Archivio Gianni Colombo, Milano; Foto Marianne Boutrit)&#8221; width=&#8221;206&#8243; height=&#8221;300&#8243; />L&#8217;opera artistica di Gianni Colombo (Milano, 1937 &#8211; Melzo, 1993) è rimasta a lungo negletta, forse ancor più in Italia che all&#8217;estero. La retrospettiva in corso al Castello di Rivoli &#8211; curata da Carolyn Christov-Bakargiev, facente gli onori di casa e futura direttrice artistica di <em>documenta 13</em> (Kassel, 2012), e da Marco Scotini, curatore dell&#8217;Archivio Gianni Colombo &#8211; si propone di porre rimedio a tale grave lacuna e senza dubbio riesce nel suo intento. La mostra copre con più di cento opere la lunga carriera artistica di Colombo, dalle prime ceramiche degli anni Cinquanta, fino a dei modelli per installazioni ambientali dei primi anni Novanta.</p>
<p>L&#8217;opera di Colombo risente dell&#8217;ambiente artistico milanese degli anni Cinquanta e Sessanta, in cui egli si forma. Molteplici sono le influenze, tra cui il nuclearismo (Enrico Baj) e ancor più lo spazialismo (Lucio Fontana), che egli tuttavia cercherà di superare e porterà all&#8217;estremo alcuni elementi distintivi propri di tale corrente. Con la Fondazione del Gruppo T nel 1959 &#8211; con Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gabriele Devecchi e, più tardi, Grazia Varisco &#8211; ha inizio l&#8217;arte cinetica, programmata e ottica, che caratterizzerà tutta la produzione artistica di Colombo, pur con significative evoluzioni. È forte &#8220;l&#8217;esigenza di rottura degli schemi percettivi&#8221; per giungere alla &#8220;liberazione dell&#8217;uomo dalle abitudini formali acquisite&#8221;, come scrisse Umberto Eco nel 1962 in <em>Arte programmata. Arte Cinetica. Opere Moltiplicate. Opera Aperta</em>. L&#8217;obiettivo di Colombo è instaurare un rapporto diretto con lo spettatore che è chiamato ad attivare, anche manualmente, i meccanismi che costituiscono le sue opere, portandolo così dall&#8217;essere un mero osservatore passivo a diventare partecipe dell&#8217;opera. Inoltre, Colombo si dedica alla moltiplicazione dell&#8217;opera d&#8217;arte rendendola così fruibile da molti. Si tratta, difatti, di un&#8217;arte &#8220;partecipativa e democratica&#8221;, come ha sottolineato la curatrice Carolyn Christov-Bakargiev alla presentazione della mostra.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-4033" title="Gianni Colombo in Spazio elastico, 1967 (Courtesy Archivio Gianni Colombo, Milano; Foto Eckart Schuster)" src="/wp-content/files/2009/09/gcolombo-223x300.jpg" alt="Gianni Colombo in Spazio elastico, 1967 (Courtesy Archivio Gianni Colombo, Milano; Foto Eckart Schuster)" width="223" height="300" />È nel 1967 che Colombo si affermerà sulla scena internazionale con l&#8217;opera Spazio Elastico, che sarà premiata alla XXXVI Biennale di Venezia dell&#8217;anno seguente. Non si tratta di un&#8217;opera plastica, bensì di &#8220;un esperimento attraverso il quale studiare le reazioni di chi accetta di parteciparvi&#8221;, come scrive Marcella Benatti in uno dei saggi presenti nel catalogo della mostra. È l&#8217;evoluzione dell&#8217;uomo e della donna davanti all&#8217;opera a interessare in particolar modo Colombo, secondo il quale &#8220;la trasformazione più larga possibile di un pubblico di spettatori in un pubblico di tecnici è una delle mete a cui il nostro lavoro aspira&#8221;. In seguito, con la fine degli anni Sessanta, Colombo concentra la sua attenzione sull&#8217;uso di componenti elettroniche applicate alla creazione di strutture percettive dinamiche, come nell&#8217;ambiente <em>Zoom Squares</em>. Tra gli anni Settanta e Ottanta, invece, è la realizzazione di ambienti praticabili a diventare l&#8217;oggetto di ricerca privilegiato dell&#8217;artista. In questi ambienti, come le <em>Bariestesie</em> e le <em>Topoestesie</em> (1974-1975), la condizione di transito del visitatore costituisce la componente essenziale dell&#8217;opera, rimanendo così saldo il principio di arte partecipativa proprio di tutta la produzione artistica di Colombo.  La retrospettiva si chiude con diversi modelli d&#8217;installazioni ambientali, le Architetture cacogoniometriche, di cui si possono citare alcune tra quelle realizzate, come l&#8217;<em>Architettura cacogoniometrica-colonne</em> a Morterone (Lecco) e l&#8217;<em>Architettura cacogoniometrica alpina a Bruno Taut</em> al Furkapass (Svizzera).</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4034" title="Gianni Colombo, Bariestesia, 1975 (Courtesy Archivio Gianni Colombo, Milano; Foto Maria Mulas)" src="/wp-content/files/2009/09/bariestesia-300x203.jpg" alt="Gianni Colombo, Bariestesia, 1975 (Courtesy Archivio Gianni Colombo, Milano; Foto Maria Mulas)" width="300" height="203" />A lato della mostra, viene proposta la rassegna cinematografica <em>Gianni Colombo &#8211; Spazio Filmico</em> curata da Gianluca e Massimiliano De Serio, che presenta diversi film che hanno influenzato la poetica dell&#8217;artista (come, ad esempio, i lavori degli anni  Venti di Buster Keaton) o che ne condividono le tematiche (film di Murnau e di Welles, ma anche titoli più recenti come The Hole del &#8220;taiwanese&#8221; Tsai Ming Liang), in aggiunta ad alcuni film opera dei curatori stessi.</p>
<p>Il catalogo della mostra, a cura di Marcella Beccaria, è pubblicato da Skira (2009, edizione italiana e inglese, 312 pagine, €55). Tra i molteplici meriti di questo volume, v&#8217;è soprattutto da segnalare che si tratta della prima classificazione completa delle opere e delle esposizioni di Gianni Colombo, presentandone così la carriera nella sua interezza, dagli esordi degli anni Cinquanta fino alla sua scomparsa nei primi anni Novanta. Diverse le interviste presenti, così come i saggi elaborati dai curatori della mostra (Carolyn Christov-Bakargiev e Marco Scotini), da Marcella Beccaria e da Guy Brett.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><em>Gianni Colombo </em></p>
<p style="text-align: center;">16 settembre 2009 &#8211; 10 gennaio 2010</p>
<p style="text-align: center;">Castello di Rivoli &#8211; Museo d&#8217;Arte Contemporanea<br />
Piazza Mafalda di Savoia &#8211; 10098 Rivoli (TO)<br />
Tel. 0039 (0)11 9565220 &#8211; <a href="http://www.castellodirivoli.org" target="_blank">www.castellodirivoli.org</a><br />
Orari: mar-giov, 10-17; ven-dom:10-21; lun chiuso.<br />
Biglietto: €6,50 intero, €4,50 ridotto.</p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Se l’arte cura l’ambiente: nuove forme di creatività impegnata</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2009 00:37:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Sereni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3882" title="Agnes Denes, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">treat</a>  Wheatfield – A Confrontation, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  1982. Photo Agnes Denes&#8221; src=&#8221;https://thetamarind.eu/wp-content/files/2009/09/agnes-300&#215;201.jpg&#8221; alt=&#8221;Agnes Denes, <a href="http://buy-levitraonline.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  Wheatfield – A Confrontation, 1982. Photo Agnes Denes&#8221; width=&#8221;300&#8243; height=&#8221;201&#8243; />Non è certo la prima volta che la creatività si installa dove l’arte sconfina in territori meno frequentati da uno sguardo estetico, basti pensare alla pubblicità e ai linguaggi mediali, ma anche alle strategie finanziarie. La novità sta piuttosto in un doppio incrocio: l’impiego di forme artistiche per la ricerca ecologica e di strumenti scientifici per la creazione artistica. Basta volgere l’occhio all’agenda artistica per rendersi conto che l’attivismo ambientale si è fatto arte. Sono numerose le mostre che indagano possibili soluzioni al degrado ambientale, propongono sperimentazioni su materiali a basso impatto inquinante e si lanciano alla ricerca dell’utopia di un futuro eco-compatibile.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-3883" title="Barbican - Radical Nature poster" src="/wp-content/files/2009/09/barbican-radicalnature_poster-233x300.jpg" alt="Barbican - Radical Nature poster" width="233" height="300" />La londinese Barbican Gallery ospita, dal 19 giungo fino al 18 ottobre, <a href="http://www.barbican.org.uk/radical_nature" target="_blank"><em>Radical Nature &#8211; Art and Architecture for a Changing Planet 1969-2009</em></a>, una mostra-retrospettiva che racconta la storia dell’attivismo ambientale nell’arte, dagli anni Settanta ad oggi, esponendo prodotti di intelligenza ecologica e una serie di proposte di architettura e urbanistica sostenibile. In mostra, tra gli altri: Joseph Beuys, Robert Smithson, l’architetto Richard Buckminster Fuller e gli esordienti Heather and Ivan Morison e Simon Starling.<br />
Gli fa eco la mostra <a href="http://www.strozzina.org/greenplatform/" target="_blank"><em>Green Platform</em></a>, alla Strozzina di Firenze, che a sua volta riflette sull’emergenza ecologica privilegiando stavolta non l’attuabilità effettiva dei progetti ma una loro efficacia estetica. Il manifesto curatoriale individua i capostipiti della mobilitazione ecologica nella Land Art, ma l’esposizione presenta solo opere dei loro eredi, tra cui alcuni esordienti interessanti. Particolarmente suggestivo e ambizioso il progetto di Nikola Uzunovski (ospite del padiglione macedone alla Biennale di Venezia in corso) di realizzare una sorta di sole artificiale (<em>My Sunshine</em>) tramite un disco riflettente protetto da un pallone aerostatico e farlo sorvolare le aree urbane intorno al circolo polare artico, in modo da aumentare la luminosità in zone che d’inverno non vengono quasi toccate dalla luce solare.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3884" title="Nikola Uzunovski - My Sunshine" src="/wp-content/files/2009/09/nikola-uzunovski-my-sunshine-300x221.jpg" alt="Nikola Uzunovski - My Sunshine" width="300" height="221" />Sia <em>Green Platform</em>, che la mostra londinese alla Barbican sono state concepite non come semplici esposizioni ma come piattaforme interdisciplinari, luoghi di incontro per workshop e dibattiti oltre che come snodi organizzativi per iniziative collaterali. È abbastanza naturale d&#8217;altronde che l’impegno etico dei contenuti messi in mostra si accompagni, sul versante organizzativo, ad una spiccata tendenza all’interazione e al coinvolgimento del pubblico. Tra i partner di <em>Green Platform</em> figura il festival <a href="http://www.cinemambiente.it/" target="_blank"><em>CinemAmbiente</em></a>, a Torino dall’8 al 13 ottobre, ormai alla dodicesima edizione, che sposta la riflessione ecologica in ambito cinematografico.</p>
<p>Una figura emblematica di questo incontro tra arte e impegno ambientale è Natalie Jeremijenko, professore associato della New York University, che deve la sua crescente fama all’aver coniugato ricerca biochimica, fisica e ingegneristica ad una “creatività da artista”. Dalla <a href="http://www.environmentalhealthclinic.net" target="_blank">Environmental Health Clinic</a>, di cui è direttrice, vengono sfornati progetti d’avanguardia per il miglioramento delle condizioni metropolitane: da lampioni alimentati a fotosintesi a parcheggi-giardino. Nel frattempo però le sue creazioni intercettano il circuito di distribuzione dell’arte – importante requisito per catturare l’attenzione dei media &#8211; e vengono esposte nei principali musei d’America, tra Guggenheim e Whitney.</p>
<p>L’impegno di artisti e curatori in iniziative di questo tipo testimonia sicuramente dell’urgenza e dell’universalità del problema ambientale, ma rivela anche la versatilità dell’arte come linguaggio e la sua tendenza a sconfinare in campi che possano rinnovarne forme, materiali e pubblico. La contaminazione è complessa: arte e architettura ecologiche, chimica artistica, ma forse tracciare i confini perde di pertinenza nello scenario contemporaneo dove, non solo si sono dissolti i generi, ma l’arte si appropria spesso di mezzi che non le appartengono tradizionalmente; basti pensare allo straordinario impiego di sofisticate tecnologie mobilitato da gran parte degli artisti. Certo è che l’ecologia appare come uno degli approdi naturali delle sperimentazioni artistiche contemporanee e la loro ricchezza risiede forse proprio in quello che le rende “ibride”.</p>
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		<title>Cultura della Terra in Toscana</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 09:55:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Galimberti Faussone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Da sabato 4 luglio a domenica 29 settembre le sale del Palazzo Mediceo di Seravezza (Lucca) ospitano la mostra “Cultura della terra in Toscana, mezzadri e coltivatori diretti nell’arte dell’Ottocento e Novecento”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3802" title="Lorenzo Viani, <a href="http://cialis-for-sale-safe.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sovaldi sale</a>  La tosatura delle pecore, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cheap</a>  1927-1928.&#8221; src=&#8221;https://thetamarind.eu/wp-content/files/2009/08/viani-300&#215;296.jpg&#8221; alt=&#8221;Lorenzo Viani, La tosatura delle pecore, 1927-1928.&#8221; width=&#8221;300&#8243; height=&#8221;296&#8243; />Dopo appena due settimane dall’inaugurazione della mostra “Cultura della terra in Toscana” sono stati più di 1300 i visitatori accolti al Palazzo Mediceo di Serravezza, splendidamente collocato tra il mare della costa versiliese e i massicci delle Alpi Apuane. L’esposizione illustra la campagna toscana sotto la lente della mezzadria, fenomeno sociale ed economico che l’ha caratterizzata ben più di altre regioni italiane dal XII secolo fino alla seconda metà del ‘900.</p>
<p>Secondo le parole del curatore, Enrico Dei, “l’esposizione intende, idealmente, proporre l’immagine della tradizione contadina toscana, del secondo Ottocento e primo Novecento, anzi le diverse e talvolta antitetiche immagini che gli artisti hanno saputo cercare e trovare nel territorio toscano, offrendo quindi la possibilità di illustrare la vita, i costumi e le abitudini delle popolazioni rurali di questa regione, nei diversi, talora conflittuali, filoni iconografici in cui si sono storicamente definiti”.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-3805" title="Paride Pascucci, Eroi in Maremma, 1895." src="/wp-content/files/2009/08/pascucci-300x235.jpg" alt="Paride Pascucci, Eroi in Maremma, 1895." width="300" height="235" />Il percorso espositivo si può a grandi linee dividere in tre sezioni pittoriche, affiancate da un significativo gruppo di sculture. Le prime tele appartengono al filone naturalista che si è sviluppato nell’ultimo trentennio del XIX secolo e ha prodotto delle epiche “sinfonie pastorali” della rappresentazione campestre, come nel ritrovato dipinto di Angiolo Tommasi del 1892 <em>Le ultime vangate</em>, posto in copertina del catalogo della mostra. Tuttavia, sul finire dell’Ottocento gli artisti rompono l’armonia fino ad ora rappresentata e insistono nell’illustrare il dolore e la fatica della vita contadina, come nell’opera <em>Eroi in Maremma</em> di Paride Pascucci (1895). Con il principio del Novecento prende forma nelle opere esposte la complessità e le diversità d’interpretazione del tema trattato sia nelle diverse correnti pittoriche sia nella produzione scultorea. Dai quadri di Soffici a quelli di Viani (come, ad esempio, <em>La tosatura delle pecore</em>, 1927-1928), da Ferroni a De Grada, le immagini di desolazione e di dolore si alternano a vedute mitiche e atemporali.<br />
Infine, le sculture esposte, di pregevole fattura, arricchiscono la mostra di nuove immagini e situazioni, che pongono ancora di più in rilievo la figura e l’azione umana nella vita dei campi. Difatti, come illustrano le parole di Enrico Dei, &#8220;è una Toscana dal volto molto umano, perché i pittori che si sono dedicati a questo tema hanno cercato di esaltare &#8211; è la parola esatta, esaltare &#8211; i veri protagonisti. Non tanto gli ambienti, l&#8217;aia e i casolari, che indubbiamente fanno parte del paesaggio, ma essenzialmente i protagonisti.&#8221;</p>
<blockquote><p><em>Cultura della terra in Toscana, mezzadri e coltivatori diretti nell’arte dell’Ottocento e Novecento</em>, 5 luglio – 29 settembre, Palazzo Mediceo di Serravezza.</p>
<p>Il catalogo della mostra, ben curato, è già disponibile ed è pubblicato da Pacini Editore, Pisa (€30). Tra i temi trattati dai saggi inclusi nell’opera vi sono, oltre a uno scritto introduttivo sulla pittura toscana nell’Ottocento, un approfondimento sulla relazione tra mezzadria e architettura e sulla tradizione del “Maggio” nell’arte e nella cultura contadina.</p>
<p>Palazzo Mediceo di Seravezza (Lu)<br />
Orari: tutti i giorni, 10:00-13:00 e 17:00-23:00.<br />
Biglietto: intero €5; ridotto €3.</p>
<p>Informazioni: Ufficio Cultura del Comune di Seravezza, tel. 0584/756100, <a href="http://www.palazzomediceo.com" target="_blank">www.palazzomediceo.com</a>.</p></blockquote>
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