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	<title>The Tamarind &#187; Fiori</title>
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		<title>Il corpo delle donne tra femminismo e diversità culturale</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2013/04/07/femen-tunisia/</link>
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		<pubDate>Sun, 07 Apr 2013 22:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Coco Scalisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
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		<description><![CDATA[Cosa accade se coloro per i quali lottiamo ci vengono contro? Cosa succede quando ci rendiamo conto che combattiamo una battaglia che nessuno vuole combattere?
In Tunisia Femen, unhealthy  l’ormai famoso movimento femminista che rivendica la libertà delle donne di usare il proprio corpo contro ogni forma di sessismo, sovaldi  non sta ottenendo il successo sperato. E non sto parlando solo della storia di Amina, la ragazza che voleva avviare il movimento anche in Tunisia ma di cui purtroppo non si sa nulla da giorni, ma piuttosto della reazione di molte donne tunisine che accusano il movimento di negargli una voce. Un’accusa che ha del paradossale per le fondatrici di Femen il cui obiettivo è invece proprio quello di gridare al mondo gli abusi e le violenze di cui le donne continuano ad essere vittime.
Perché dunque in Tunisia succede l’inspiegabile per il movimento in topless che fa battaglia e proseliti a macchia d’olio? In realtà la reazione delle donne tunisine è piuttosto prevedibile e si inscrive nel più ampio alveo di cosa e come si intendono i diritti umani e civili, e di come si pensa debbano essere tutelati. Ed è qui che torna l’annosa questione del relativismo culturale, un termine un po’ oscuro e decisamente abusato negli ultimi anni, ma che pare proprio calarsi appieno nelle esempio delle donne tunisine. Qualche giorno fa, infatti, un gruppo di contestatrici di Femen si è riunito a Tunisi per dare vita a un movimento speculare, di donne che protestano solo vestite, e per pubblicare un documento in cui  si rimproverano le attiviste di Femen «Non dobbiamo uniformarci al vostro modo di protestare per essere emancipate. Lo fa già la nostra religione, grazie mille».
Chi ha ragione? La verità, come sempre, sta nel mezzo. Non c’è dubbio, infatti, che la volontà che anima il movimento Femen, anche in Tunisia, è nobile e che la causa per cui combattono è condivisibile da tutte le donne. È vero anche, però, che il modo che hanno scelto per attirare l’attenzione può funzionare solo nelle piazze occidentali (con le quali non intendo le piazze ad Ovest di una città ma ad Ovest del mondo) e non dappertutto. Femen pecca, insomma, di un peccato antico: quello di credere che quello che l’Occidente ritiene sia giusto rivendicare sia condiviso da tutti. Un peccato di superbia spesso, in questo caso però d’ingenuità: un seno nudo non è un’arma per una donna tunisina, ma semmai una violenza prima di tutto sul suo modo di vedere il mondo.
Le attiviste di Femen non devono terminare la loro battaglia, né rinunciare ad espandere il loro movimento anche laddove trovano delle resistenze. Devono semmai capire perché le donne che vogliono difendere le sono ostili e che, come diceva Sun Tzu, se si vuole vincere la guerra, bisogna sempre saper combattere con armi e mentalità nuove.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6677" title="Femenlogo" src="/wp-content/files/2013/04/Femenlogo-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Cosa accade se coloro per i quali lottiamo ci vengono contro? Cosa succede quando ci rendiamo conto che combattiamo una battaglia che nessuno vuole combattere?</p>
<p>In Tunisia Femen, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">unhealthy</a>  l’ormai famoso movimento femminista che rivendica la libertà delle donne di usare il proprio corpo contro ogni forma di sessismo, <a href="http://tadalafilforsale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sovaldi</a>  non sta ottenendo il successo sperato. E non sto parlando solo della storia di Amina, la ragazza che voleva avviare il movimento anche in Tunisia ma di cui purtroppo non si sa nulla da giorni, ma piuttosto della reazione di molte donne tunisine che accusano il movimento di negargli una voce. Un’accusa che ha del paradossale per le fondatrici di Femen il cui obiettivo è invece proprio quello di gridare al mondo gli abusi e le violenze di cui le donne continuano ad essere vittime.</p>
<p>Perché dunque in Tunisia succede l’inspiegabile per il movimento in topless che fa battaglia e proseliti a macchia d’olio? In realtà la reazione delle donne tunisine è piuttosto prevedibile e si inscrive nel più ampio alveo di cosa e come si intendono i diritti umani e civili, e di come si pensa debbano essere tutelati. Ed è qui che torna l’annosa questione del relativismo culturale, un termine un po’ oscuro e decisamente abusato negli ultimi anni, ma che pare proprio calarsi appieno nelle esempio delle donne tunisine. Qualche giorno fa, infatti, un gruppo di contestatrici di Femen si è riunito a Tunisi per dare vita a un movimento speculare, di donne che protestano solo vestite, e per pubblicare un documento in cui  si rimproverano le attiviste di Femen <em>«Non dobbiamo uniformarci al vostro modo di protestare per essere emancipate. Lo fa già la nostra religione, grazie mille».</em></p>
<p>Chi ha ragione? La verità, come sempre, sta nel mezzo. Non c’è dubbio, infatti, che la volontà che anima il movimento Femen, anche in Tunisia, è nobile e che la causa per cui combattono è condivisibile da tutte le donne. È vero anche, però, che il modo che hanno scelto per attirare l’attenzione può funzionare solo nelle piazze occidentali (con le quali non intendo le piazze ad Ovest di una città ma ad Ovest del mondo) e non dappertutto. Femen pecca, insomma, di un peccato antico: quello di credere che quello che l’Occidente ritiene sia giusto rivendicare sia condiviso da tutti. Un peccato di superbia spesso, in questo caso però d’ingenuità: un seno nudo non è un’arma per una donna tunisina, ma semmai una violenza prima di tutto sul suo modo di vedere il mondo.</p>
<p>Le attiviste di Femen non devono terminare la loro battaglia, né rinunciare ad espandere il loro movimento anche laddove trovano delle resistenze. Devono semmai capire perché le donne che vogliono difendere le sono ostili e che, come diceva Sun Tzu, se si vuole vincere la guerra, bisogna sempre saper combattere con armi e mentalità nuove.</p>
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		<title>Un giglio malato che si recise da sé agli inizi della propria primavera</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2012/07/10/francesca-woodman/</link>
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		<pubDate>Tue, 10 Jul 2012 14:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Woodman]]></category>
		<category><![CDATA[Guggenheim]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>

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		<description><![CDATA[Delicata, find  pittorica e disperata, l’arte fotografica di Francesca Woodman arriva al Guggenheim di New York per una retrospettiva che sfoglia e racconta la muta implosione di una mente.
Francesca Woodman è morta. Suicida all’età di 22 anni.
Un lancio nel vuoto mise fine alle angosce del proprio corpo, ad una vita quasi senza parole, riempita di fotografie, autoscatti della propria brama di non-esistere.
Nuda dentro prima che fuori, per tutta la vita Francesca Woodman si è auto-imposta un lavoro fotografico pesantemente psicologico affrontato con un raro grado di sofisticatezza.
Come braccata dal proprio male di vivere, l’artista ha passato la propria vita a ritrarsi con purezza e ossessione. Con il suo talento avrebbe potuto immortalare tanti desideri, invece ne scelse soprattutto uno, quello di riportare l’organico all’inorganico.
La retrospettiva che il Guggenheim le dedica arriva dal Moma di San Francisco ed è composta soprattutto da foto di piccolo formato, da vedere una ad una, con lentezza e da vicino.
Alle centoventi foto in bianco e nero di dimensioni minute se ne aggiungono alcune di larga scala parte del progetto Temple Project. Naturalmente, il tempio in questione, è il corpo dell’artista e nient’altro. Alle foto si aggiungono sei cortometraggi che la Woodman aveva realizzato duranti gli ultimi mesi di vita e tracce dei suoi due progetti editoriali fra cui Some disordered intention geometric, opera realizzata a Roma tra il 1977 e il 1978, ottenuta attaccando foto e scrivendo sopra un libro di basi di geometria elementare.
In particolare, quest’ultimo lavoro permette di riflettere sull’incontro tra la geometria, esatta scienza dell’estensione e il compulsivo bisogno di estendere verso l’infinito l’ego di una bambina di neanche vent’anni.
La mostra traccia bene l’abilità nel celebrare il proprio corpo come una bandiera del proprio male di vivere. Ripercorrendo le tappe della sua giovinezza che Francesca Woodman visse a Rhode Island, Roma e New York, in ogni scatto l’artista si dimostra martire moderna del proprio narcisismo, spaventata guerriera in vita; maestra fotografica in morte.

Incapace di non fare altro che far ricadere ogni pensiero su di sé, l’artista aveva il dono di saper scegliere desolanti luoghi domestici o spazi aperti estremamente semplici dove posava immobile riempiendoli di sé e nient’altro.
Se Francesca fosse un angelo sarebbe caduto, se fosse una foresta sarebbe in inverno, se fosse una casa sarebbe abbandonata. Nelle sue foto è tutto questo, ma è soprattutto una mente smarrita dentro un corpo nudo e fragile. Se spesso negava il volto alla macchina fotografica praticamente ogni volta è riuscita a ritrarsi come vittima di colpe ataviche e insite nel genere umano.
Lo sguardo complessivo sembra essere un’unica e sospirata richiesta di aiuto, di spengere il dolore che abita la mente dell’artista, a qualunque prezzo. Il risultato dell’esposizione è un ammaliante ventre gelido che avvolge il visitatore in un’aura di sofferenza, in un bisogno matto e mimetico di scomparire, nel silenzio, fra le urla.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Delicata, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">find</a>  pittorica e disperata, l’arte fotografica di Francesca Woodman arriva al Guggenheim di New York per una retrospettiva che sfoglia e racconta la muta implosione di una mente.</em></p>
<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-6545" title="Francesca Woodman Self-portrait talking to Vince, Providence, Rhode Island, 1975–78 Gelatin silver print, 13 x 12.9 cm Courtesy George and Betty Woodman  © 2012 George and Betty Woodman " src="/wp-content/files/2012/07/Selfportrait1-288x300.jpg" alt="" width="288" height="300" />Francesca Woodman</strong> è morta. Suicida all’età di 22 anni.</p>
<p>Un lancio nel vuoto mise fine alle angosce del proprio corpo, ad una vita quasi senza parole, riempita di fotografie, autoscatti della propria brama di non-esistere.</p>
<p>Nuda dentro prima che fuori, per tutta la vita Francesca Woodman si è auto-imposta un lavoro fotografico pesantemente psicologico affrontato con un raro grado di sofisticatezza.</p>
<p>Come braccata dal proprio male di vivere, l’artista ha passato la propria vita a ritrarsi con purezza e ossessione. Con il suo talento avrebbe potuto immortalare tanti desideri, invece ne scelse soprattutto uno, quello di riportare l’organico all’inorganico.</p>
<p>La retrospettiva che il Guggenheim le dedica arriva dal Moma di San Francisco ed è composta soprattutto da foto di piccolo formato, da vedere una ad una, con lentezza e da vicino.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-6549" title="Photo - David Heald © Solomon R. Guggenheim Foundation" src="/wp-content/files/2012/07/01-Photo-David-Heald-©-Solomon-R.-Guggenheim-Foundation-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" />Alle centoventi foto in bianco e nero di dimensioni minute se ne aggiungono alcune di larga scala parte del progetto <em>Temple Project</em>. Naturalmente, il tempio in questione, è il corpo dell’artista e nient’altro. Alle foto si aggiungono sei cortometraggi che la Woodman aveva realizzato duranti gli ultimi mesi di vita e tracce dei suoi due progetti editoriali fra cui <strong>Some disordered intention geometric</strong>, opera realizzata a Roma tra il 1977 e il 1978, ottenuta attaccando foto e scrivendo sopra un libro di basi di geometria elementare.</p>
<p>In particolare, quest’ultimo lavoro permette di riflettere sull’incontro tra la geometria, esatta scienza dell’estensione e il compulsivo bisogno di estendere verso l’infinito l’ego di una bambina di neanche vent’anni.</p>
<p>La mostra traccia bene l’abilità nel celebrare il proprio corpo come una bandiera del proprio male di vivere. Ripercorrendo le tappe della sua giovinezza che Francesca Woodman visse a Rhode Island, Roma e New York, in ogni scatto l’artista si dimostra martire moderna del proprio narcisismo, spaventata guerriera in vita; maestra fotografica in morte.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-6537 alignleft" title="Francesca Woodman Untitled (from the Angels series), Rome, 1977 Gelatin silver print, 7.6 x 7.6 cm Courtesy George and Betty Woodman  © George and Betty Woodman " src="/wp-content/files/2012/07/10-Untitled_From-Angels-Series-300x298.jpg" alt="Francesca Woodman Untitled (from the Angels series), Rome, 1977 Gelatin silver print, 7.6 x 7.6 cm Courtesy George and Betty Woodman © George and Betty Woodman" width="300" height="298" /></p>
<p>Incapace di non fare altro che far ricadere ogni pensiero su di sé, l’artista aveva il dono di saper scegliere desolanti luoghi domestici o spazi aperti estremamente semplici dove posava immobile riempiendoli di sé e nient’altro.</p>
<p>Se Francesca fosse un angelo sarebbe caduto, se fosse una foresta sarebbe in inverno, se fosse una casa sarebbe abbandonata. Nelle sue foto è tutto questo, ma è soprattutto una mente smarrita dentro un corpo nudo e fragile. Se spesso negava il volto alla macchina fotografica praticamente ogni volta è riuscita a ritrarsi come vittima di colpe ataviche e insite nel genere umano.</p>
<p>Lo sguardo complessivo sembra essere un’unica e sospirata richiesta di aiuto, di spengere il dolore che abita la mente dell’artista, a qualunque prezzo. Il risultato dell’esposizione è un ammaliante ventre gelido che avvolge il visitatore in un’aura di sofferenza, in un bisogno matto e mimetico di scomparire, nel silenzio, fra le urla.</p>
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		<title>Il Mediterraneo: un viaggio musicale e gastronomico</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/04/07/milano-mediterranea/</link>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 23:42:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alice Rota</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Abbracciare la realtà milanese come punto di partenza per una serie di eventi, dando vita ad iniziative che nascono da menti giovani e piene di coraggio, voglia di comunicare, esperienze diverse ma comuni, rese tali dalla passione per la musica, l’arte in generale...

«continuando a promuovere la musica, favorendo incontri e fusioni tra culture musicali diverse».]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6101" title="Ombre dal Mediterraneo" src="/wp-content/files/2011/04/milano-mediterranea-il-tamarindo-209-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" />Venerdì 1 Aprile 2011: serata di presentazione del ciclo di incontri “<strong>Milano Mediterranea</strong>” organizzato dall&#8217;Associazione <em>Il Tamarindo</em>, <a href="http://sovaldihepatitisc.net/" title="sovaldi" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sovaldi</a>  in collaborazione con <em>Levàa food agency </em>e le associazioni<em> Ziryab</em> e <em>Arte da Mangiare</em>, <a href="http://cialis-for-sale-safe.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">advice</a>  presso il Salone degli Affreschi della Società Umanitaria di Milano.</p>
<p>Una collaborazione di menti e capacità che nasce proprio dalla conoscenza reciproca di interessi, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">troche</a>  ruoli, occupazioni, passioni ed esperienze, nel campo musicale di certo, ma non solo.</p>
<p>Comuni sono gli obiettivi: «unire alla musica dei grandi maestri del Mediterraneo l’eccellenza delle tradizioni gastronomiche delle rispettive aree di provenienza, riportando alla luce la centralità della città di Milano nell’area euro-mediterranea ed il suo importante ruolo di mediatrice culturale, sensibilizzando in particolar modo i giovani, verso le consistenti possibilità di sviluppo economico ed intellettuale che ne possono conseguire».</p>
<p>Il titolo: <strong>Ombre dal Mediterraneo </strong>è il tentativo di un viaggio tra la musica e la poesia del Mediterraneo, guidato da giovani musicisti. I timbri delle voci, delle chitarre, della fisarmonica, dei fluati e delle percussioni, accompagnerà tra le sponde dei mari  del Sud, attraversandone i colori ed i profumi, raccontandone le persone, gli spiriti, le lingue, gli amori.</p>
<p>L’intento: trasformare ogni luogo in un angolo del Mediterraneo.</p>
<p>Un sano rapporto di amicizia da vita ad uno Spettacolo all&#8217;insegna della musica e delle culture mediterranee, con ritmi e liriche dalla Spagna, al Nord-Africa, ai Balcani, all&#8217;Italia. Una fusione tra i suoni dell’area mediterranea ed il linguaggio jazz europeo.</p>
<p>L’ <strong>incontro di poesia, musica e gastronomia mediterranee</strong>: un approccio multidisciplinare evocativo della straordinaria ricchezza culturale del Mediterraneo.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe title="YouTube video player" width="560" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/XkOvrnXtzlk" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>
<p>Assistere ad un evento di questo tipo, partecipare come “madrina” alla serata, essere accolta dal presidente Lorenzo Kihlgren Grandi e i musicisti del gruppo Ombre dal Mediterraneo, fa riflettere sulla portata, peso e carattere dell’occasione in cui esperienze personali, capacità artistiche, voglia di comunicare e creare sono gli strumenti di un processo che coinvolge, attira, risveglia.</p>
<p>Interrogarsi su cosa possa significare ispirarsi al Mediterraneo e al concetto di “ombra” può ben legarsi alla riflessione che oggi va fatta sulla cultura, su ciò che noi intendiamo inserire nel processo di apprendimento e organizzazione, ma anche cosa significa oggi gusto ed estetica, chiedersi che senso abbiano parole come multietnicità, multiculturalità…</p>
<p>Si parla spesso e se ne fa uso improprio, di globalizzazione: un concetto difficile da realizzare se non si è disposti ad accettare le proprie e altrui origini, se si fa fatica a comprendere che qualsiasi passo avanti può e deve essere fatto sulla base di ciò che dovremmo conoscere di noi &#8211; il nostro passato, la storia, usi e costumi delle società che hanno vissuto e vivono oggi attorno alla nostra. Un termine quindi che rasenta l’utopia, ma sta sulla bocca di tutti.  La società nostra vive di stereotipi, di identità alle quali si da vita solo grazie al confronto (legittimo certo), ma inappropriato se l’obiettivo da raggiungere è la formazione di originalità, soggettività, personalità. Non per essere individualisti, ma per far crescere ogni piccola differenza, essenziale per garantire un incontro/scontro, riflessione e stimolo di crescita al fine di trovare un punto d’arrivo, comune, condiviso. Un progetto che porterebbe alla creazione di una grande opera d’arte, totale, che vive di relazioni e reciproco rispetto ed equilibrio tra materie, materiali, sfumature diverse.</p>
<p>Se esiste un modo per giungere a tale risultato, lasciarsi guidare dalla musica è di certo il metodo più piacevole, perché nel rispetto di ciò che ogni tipologia e genere musicale insegna e da cui è costituito, ognuna delle strade, dei colori, delle modalità d’esecuzione, può arrivare a condividere la stessa meta: comunicare, unire, trasformare, trasmettere. In una parola: relazionarsi. Uniamo l’esperienza culinaria, che noi italiani possiamo vantare, ma che non esclude la contaminazione di sapori, profumi che pur non essendo autoctoni per noi, abbiamo imparato ad ammettere nella nostra vita di tutti i giorni, quasi senza farci troppo caso.</p>
<p>Non può essere così anche per altri generi di prodotti culturali? Basta un po’ di disponibilità e apertura e ciò che ne nasce è un gruppo di strumenti: due chitarre acustiche, flauti dolci, un violoncello, percussioni e batteria, accompagnati da voce femminile che ne intona le melodie e legge alcuni testi scritti da uomini e grandi letterati, che partendo dal decadentismo fino agli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso, parlavano di rinnovamenti, di formazione, di progresso e speranze per un futuro tutto da creare… timbri così diversi, eppure così in sintonia da creare musica che parla di noi, come di altri popoli, storie, paesaggi, vite lontane, che  permettono di chiudere gli occhi e immaginare, fotografare, viaggiare…</p>
<p>L’ottima esecuzione degli interpreti e musicisti, il richiamo di cibi e pietanze dai colori e sapori invitanti e l’atmosfera conviviale creata, hanno accolto un pubblico accorso numeroso e incuriosito. Gli apprezzamenti non sono certo mancati, così come gli applausi e le parole cariche di entusiasmo verso ogni protagonista della serata. Persone di diverse età, cultura e caratteri… proprio così cadono le barriere, le distanze si accorciano incontrando un unico grande mare: il Mediterraneo.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe align="center" src="http://www.flickr.com/slideShow/index.gne?set_id=72157626317094111&#038;text=Milano Mediterranea" width="500" height="500" frameBorder="0" scrolling="no"></iframe><br /><center><small>Created with <a href="http://www.flickrslideshow.com">flickr slideshow</a> from <a href="http://www.softsea.com">softsea</a>.</small></center></p>
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		<title>Una goccia di Asia</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 14:33:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sarah Tulivu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Una realtà scelta piena di sogni, there
Viaggio tra l’Iran e il Pakistan.
“Ragazza mia, check  da dove sbuchi? Hai bisogno di una scorta armata per passare il Balochistan”
Dal momento in cui ho messo piede in Pakistan è cresciuto in me un forte desiderio di testimoniare un po’ di vita da questi paesi, troppo spesso divorati da pregiudizi e cattive reputazioni.
Spero che a forza di ascoltare notizie quotidiane, storpiate e orchestrate dalle istituzioni e dai media, non ci dimentichiamo delle parti umane del mondo.
Mai nessun altro posto sfidò e capovolse le mie concezioni di spazio-tempo tanto quanto all’arrivo con il confine iraniano-pakistano, quel giorno ventoso di sabbia.
Passata la frontiera m’imbattei in un mondo incredibile di cui prima non immaginavo l&#8217;esistenza.
Per la prima volta, dopo un paio di anni in paesi musulmani, incontrai un Islam asiatico, colorato, nuovo.
“Dove stai andando?” Mi chiese incuriosita una donna con i guanti neri.
“Pakistan” Le dissi, posando la borsa a terra.
“E come pensi di fare? Devi attraversare la terra del Balochistan per arrivarci!”
‘Bene, questa donna sembra saperne di più di me.’ Pensai.
“Da che parte devo andare?”
“Oh ragazza mia! Ma da dove sbuchi?” Mi guardò per un momento dalla testa ai piedi e rise con affetto, “Hai bisogno di una scorta armata per passare il confine.”
Questa donna era un’autista di “woman taxi” e mi diede un passaggio al centro città dove trovai tre gagliardi soldati, felici di accompagnarmi nella loro auto, una vecchia Paykan rossa, fino al primo checkpoint. Da lì in poi, fino all’uscita dalla regione del Balochistan il governo assegna allo straniero una guardia personale che si da il cambio ogni ora, per questioni di sicurezza.
“Quando la Russia attaccò l’Afghanistan, molti talebani si rifugiarono qui in Balochistan.” Mi spiegò il soldato al volante sorridendomi dallo specchio retrovisore.
“Ci furono rapimenti di stranieri in passato, per questo ti hanno appioppato noi tre. Ma tu non ti preoccupare. Se fossi una persona abbastanza importante da essere rapita non penso viaggeresti con questa borsetta!” Ridemmo alla vecchia tracolla forse più del necessario.
Senso d’umorismo di frontiera.
Impiegai quattro giorni per arrivare a Quetta, la capitale del Balochistan, situata nella valle al confine con l’Afghanistan.
Partimmo al tramonto, dopo un the speziato al latte, in una stanza con un gruppo di uomini dagli occhi sorridenti, la barba arancione e i capelli coperti.
Il vento soffiava imponente, tiepido ma gentile. Portava la sabbia con sé lungo le strade costringendo il più degli uomini a coprirsi il viso. La strada era affollata di movimenti e colori a me sconosciuti. Le donne non si vedevano, forse in casa a cucinare.
La mia “guardia del corpo”, un uomo delicato e amabile sulla quarantina, mi fa segno di salire sull’autobus.
Mi misero a sedere nel posto davanti, lontana da altri uomini. Nei mezzi di trasporto di solito c’è una sezione donne, separata da un muro di metallo per la loro privacy.
“Nei viaggi lunghi una donna non viaggia mai senza un membro di famiglia maschile, per questo non c’è l’area donne qui”. Mi dice il soldato senza staccare gli occhi dalla strada.
“È la prima volta che vedo una ragazza sola passare questo confine. Lo racconterò a mia moglie.”
Gli sorrisi. E via! Il viaggio in bus più stimolante e incredibile della mia vita.
Quattro giorni senza vedere una donna o parlare inglese. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre impugnato per difendere &#8211; me.
La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.
&#8220;Da piccola sognavo di girare il mondo&#8221; dissi al soldato in farsi (persiano).
Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.
Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.
Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.

Furono  quattro giorni a tratti un po’ penosi, senza vedere una donna o parlare  inglese, ma comunque colorati dalla presenza di uomini gentili e  ospitali. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che  correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre  impugnato per difendere – me.
La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.
“Da piccola sognavo di girare il mondo” dissi al soldato in Farsi (Persiano).
Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.
Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.
Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.

Strade di Quetta
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Una realtà scelta piena di sogni, <a href="http://cialis-for-sale-safe.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">there</a><br />
Viaggio tra l’Iran e il Pakistan.</strong></p>
<p><em>“Ragazza mia, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">check</a>  da dove sbuchi? Hai bisogno di una scorta armata per passare il Balochistan”</em></p>
<p><img class="alignleft" title="baloochistan is baloochistan" src="http://overthebranches.files.wordpress.com/2011/03/cimg2346.jpg" alt="" width="225" height="300" />Dal momento in cui ho messo piede in Pakistan è cresciuto in me un forte desiderio di testimoniare un po’ di vita da questi paesi, troppo spesso divorati da pregiudizi e cattive reputazioni.</p>
<p>Spero che a forza di ascoltare notizie quotidiane, storpiate e orchestrate dalle istituzioni e dai media, non ci dimentichiamo delle parti umane del mondo.</p>
<p>Mai nessun altro posto sfidò e capovolse le mie concezioni di spazio-tempo tanto quanto all’arrivo con il confine iraniano-pakistano, quel giorno ventoso di sabbia.</p>
<p>Passata la frontiera m’imbattei in un mondo incredibile di cui prima non immaginavo l&#8217;esistenza.</p>
<p>Per la prima volta, dopo un paio di anni in paesi musulmani, incontrai un Islam asiatico, colorato, nuovo.</p>
<p>“Dove stai andando?” Mi chiese incuriosita una donna con i guanti neri.</p>
<p>“Pakistan” Le dissi, posando la borsa a terra.</p>
<p>“E come pensi di fare? Devi attraversare la terra del Balochistan per arrivarci!”</p>
<p>‘Bene, questa donna sembra saperne di più di me.’ Pensai.</p>
<p>“Da che parte devo andare?”</p>
<p>“Oh ragazza mia! Ma da dove sbuchi?” Mi guardò per un momento dalla testa ai piedi e rise con affetto, “Hai bisogno di una scorta armata per passare il confine.”</p>
<p>Questa donna era un’autista di “woman taxi” e mi diede un passaggio al centro città dove trovai tre gagliardi soldati, felici di accompagnarmi nella loro auto, una vecchia Paykan rossa, fino al primo checkpoint. Da lì in poi, fino all’uscita dalla regione del Balochistan il governo assegna allo straniero una guardia personale che si da il cambio ogni ora, per questioni di sicurezza.</p>
<p>“Quando la Russia attaccò l’Afghanistan, molti talebani si rifugiarono qui in Balochistan.” Mi spiegò il soldato al volante sorridendomi dallo specchio retrovisore.</p>
<p>“Ci furono rapimenti di stranieri in passato, per questo ti hanno appioppato noi tre. Ma tu non ti preoccupare. Se fossi una persona abbastanza importante da essere rapita non penso viaggeresti con questa borsetta!” Ridemmo alla vecchia tracolla forse più del necessario.</p>
<p>Senso d’umorismo di frontiera.</p>
<p>Impiegai quattro giorni per arrivare a Quetta, la capitale del Balochistan, situata nella valle al confine con l’Afghanistan.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6070" title="Camion dipinti in Pakistan" src="/wp-content/files/2011/03/camion.jpg" alt="" width="300" height="225" />Partimmo al tramonto, dopo un the speziato al latte, in una stanza con un gruppo di uomini dagli occhi sorridenti, la barba arancione e i capelli coperti.</p>
<p>Il vento soffiava imponente, tiepido ma gentile. Portava la sabbia con sé lungo le strade costringendo il più degli uomini a coprirsi il viso. La strada era affollata di movimenti e colori a me sconosciuti. Le donne non si vedevano, forse in casa a cucinare.</p>
<p>La mia “guardia del corpo”, un uomo delicato e amabile sulla quarantina, mi fa segno di salire sull’autobus.</p>
<p>Mi misero a sedere nel posto davanti, lontana da altri uomini. Nei mezzi di trasporto di solito c’è una sezione donne, separata da un muro di metallo per la loro privacy.</p>
<p>“Nei viaggi lunghi una donna non viaggia mai senza un membro di famiglia maschile, per questo non c’è l’area donne qui”. Mi dice il soldato senza staccare gli occhi dalla strada.</p>
<p>“È la prima volta che vedo una ragazza sola passare questo confine. Lo racconterò a mia moglie.”</p>
<p>Gli sorrisi. E via! Il viaggio in bus più stimolante e incredibile della mia vita.</p>
<p>Quattro giorni senza vedere una donna o parlare inglese. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre impugnato per difendere &#8211; me.</p>
<p>La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.</p>
<p>&#8220;Da piccola sognavo di girare il mondo&#8221; dissi al soldato in farsi (persiano).</p>
<p>Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.</p>
<p>Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.</p>
<p>Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-6087" title="i simpatici compagni di bus" src="/wp-content/files/2011/03/compagni-bus.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p>Furono  quattro giorni a tratti un po’ penosi, senza vedere una donna o parlare  inglese, ma comunque colorati dalla presenza di uomini gentili e  ospitali. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che  correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre  impugnato per difendere – me.</p>
<p>La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.<br />
“Da piccola sognavo di girare il mondo” dissi al soldato in Farsi (Persiano).<br />
Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.<br />
Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.<br />
Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-6088" title="Strade di Quetta" src="/wp-content/files/2011/03/quetta-1024x768.jpg" alt="" width="430" height="323" /></p>
<p style="text-align: center;">Strade di Quetta</p>
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		<title>STL: un esperimento di giustizia internazionale</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/03/15/stl/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2011/03/15/stl/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 15:21:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta Cappiello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[diritto internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Benvenuti in Libano, viagra  o meglio, in un piccolo angolo delle terra dei cedri, volutamente trasferito in un paese neutrale e stabile. L’Aja, infatti, non solo è la capitale amministrativa dell’Olanda ma ospita inoltre tutti i Tribunali internazionale. Insomma, se un presunto criminale vuole preservare il suo incognito, è bene che stia lontano da questo paese e dal suo sistema  di “giustizia oltre frontiera”.
A cosa si deve la nascita di un nuovo, piccolo e ancora sconosciuto Tribunale? Bene, nel giugno del 2007 la Risoluzione ONU n.1757 (2007) e l’Accordo tra le Nazioni Unite Libano – si badi bene non ratificato dal Parlamento libanese – hanno istituito il Tribunale Speciale per il Libano (Special Tribunal for Lebanon, in breve “STL”). Questo ultimo traguardo della giustizia internazionale nasce con peculiarità significative che ben lo contraddistinguono dai precedenti del settore: la giurisdizione ratione personea et materiae è circoscritta; sono ammessi – primo esperimento per la giustizia internazionale – i procedimenti in absentia, con applicazione del diritto libanese e , in caso di necessità, rinvio ai principi di diritto internazionale e consuetudinario.
Ma non sono queste le uniche eccezionalità di questo Tribunale. Basti pensare al fatto che è stato istituito per indagare solo sulla uccisione di Rafik Hariri, allora primo ministro, e di altre 23 persone. Nulla in confronto  ai due genocidi che portarono alla  creazione tanto del Tribunale Internazionale per i Crimini in ex-Jugoslavia (ICTY)[1] quanto del Tribunale Internazionale per il Rwanda (ICTR)[2]. Ne deriva, quindi, che il Tribunale nasce per ragioni anche, e soprattutto, politiche: assicurare, con la giustizia, un clima più rilassato, o meglio meno conflittuale, tra i confini libico siriani ed anche israeliani e più stabilità in un paese, il Libano, centrale per le dinamiche dell’intera area.
Da qui si può intuire anche perché tali crimini non siano stati perseguiti dalla Corte Penale Internazione, magari emendando lo Statuto di Roma che la istituisce, e sia stato invece preferito un Tribunale ad hoc, con tutti i limiti che da ciò possono derivare. Non possiamo pretendere una risposta chiara ed universalmente accettata. Su questo punto ancora si discute, così come sulla legittimità di questo Tribunale. Tralasciando le questioni di fondo, però, è giusto ammettere che il Tribunale Speciale per il Libano esiste, ha veste istituzionale, è attivo e persegue un crimine, quello del terrorismo, dai contorni ancora piuttosto oscuri. Il reato di terrorismo, forse il più contemporaneo tra i crimini internazionali, merita di essere definito e studiato poiché ad oggi non conosce una definizione autonoma, unitaria e riconosciuta ovunque, come dovrebbe essere a motivo della sua estensione transnazionale. Probabilmente, oltre che per la delicatezza politica del crimine stesso, prima di poter essere assunto nella rosa dei reati perseguiti dalla Corte penale internazionale, quello del terrorismo deve trovare una sua legittimazione e l’esistenza di un’unica giurisdizione, con la creazione di un Tribunale ad hoc, ha il sicuro pregio di unificare ed uniformare una fattispecie criminosa, quantomeno sotto il profilo sanzionatorio.
Dal lato pratico è lecito domandarsi cosa abbia fatto il Tribunale dal 2007 ad oggi. Il percorso temporale è così limitato da non consentire bilanci ma solo una prima significativa riflessione. E bene, si è dato una forma e si è «costruito» rispettando e preservando le sue peculiarità. Benché ad oggi l’attività strettamente giurisdizionale del Tribunale risulti ancora in fieri – il giudice delle indagini preliminari e il suo team stanno vagliando la validità del mandato di arresto sottoposto, forse con ritardo, dall’accusa il 21 gennaio 2011 – un primo importante traguardo è già stato raggiunto. Il 16 febbraio scorso la Camera d’Appello del tribunale, presieduta dal giudice Antonio Cassese, ha reso una decisione interlocutoria, definendo alcuni questioni preliminari e pregiudiziali prima del merito, oggetto del vero e proprio giudizio. Sono stati, così, risolti molti dubbi interpretativi e, soprattutto, si è segnata una tappa fondamentale nella ricerca della definizione del crimine di terrorismo. Sembra che la decisione possa essere indicata come un primum da cui la dottrina e la giurisprudenza potranno trarre argomenti per accogliere un definitivo concetto di terrorismo internazionale.  Nella decisione emergono infatti, alcuni elementi che costituirebbero il nucleo centrale di tale crimine e che si verificherebbe qualora e se ci trovassimo dinanzi:
1. [P]erpetration of a criminal act (such as murder, kidnapping, hostage-taking, arson, and so on), or threatening such an act&#8217;
2. [I]ntent to spread fear among the population (which would generally entail the creation of public danger) or directly or indirectly coerce a national or international authority to take some action, or to refrain from taking it&#8217;
3.     [T]he act involves a transnational element.&#8216;
Pochi sanno dell’esistenza di questo Tribunale e molti ne ignorano le origini e il lavoro. Quello che non può accadere è sottovalutarne l’importanza.  Quando e se il Tribunale Speciale per il Libano decollerà, il suo punto di arrivo sarà non solo il riconoscimento ma anche l’applicazione in sede giurisprudenziale del crimine di terrorismo, definito in modo univoco. Non bisogna dimenticare che questo esperimento conta molti nemici. Addirittura l’STL, e il suo potenziale operato, è stato individuato come una delle cause principali che hanno portato, poco più di un mese fa, al rimpasto del governo libanese  con una nuova maggioranza che tende verso Hezbollah . C’è però un sottile limite tra il riconoscere la sensibilità di questa Istituzione e servirsi dei media per influenzare, o peggio, manipolare l`opinione pubblica e per parte sua l’STL può difendersi contando quasi esclusivamente sulle sue forze, visto poi che non è nemmeno propriamente un Tribunale delle Nazioni Unite.
Il Tribunale Speciale per Il Libano rappresenta dunque una sfida. Non solo una sfida politica, data l`estrema vulnerabilità degli equilibri mediorientali che il Tribunale mette in discussione con il suo operato.  Ma rappresenta anche una sfida giuridica, perché mai prima di adesso si era ritenuto possibile parlare di terrorismo nelle aule di un Tribunale. Dal lontano giugno 2007 le cose sembrano di poco evolute ma, come sempre, l’ottimismo non manca. D’altra parte, se si vuole risolvere le complicate questioni geopolitiche con il Diritto bisogna avere molta pazienza. Ma se lo sforzo di chi ha costruito, e oggi alimenta, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6034" title="STL" src="/wp-content/files/2011/03/STL2-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" />Benvenuti in Libano, <a href="http://viagragenericedpills.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  o meglio, in un piccolo angolo delle terra dei cedri, volutamente trasferito in un paese neutrale e stabile. L’Aja, infatti, non solo è la capitale amministrativa dell’Olanda ma ospita inoltre tutti i Tribunali internazionale. Insomma, se un presunto criminale vuole preservare il suo incognito, è bene che stia lontano da questo paese e dal suo sistema  di “giustizia oltre frontiera”.</p>
<p>A cosa si deve la nascita di un nuovo, piccolo e ancora sconosciuto Tribunale? Bene, nel giugno del 2007 la Risoluzione ONU n.1757 (2007) e l’Accordo tra le Nazioni Unite Libano – si badi bene non ratificato dal Parlamento libanese – hanno istituito il Tribunale Speciale per il Libano (<em>Special Tribunal for Lebanon</em>, in breve “STL”). Questo ultimo traguardo della giustizia internazionale nasce con peculiarità significative che ben lo contraddistinguono dai precedenti del settore: la giurisdizione <em>ratione personea</em> et <em>materiae</em> è circoscritta; sono ammessi – primo esperimento per la giustizia internazionale – i procedimenti <em>in absentia,</em> con applicazione del diritto libanese e , in caso di necessità, rinvio ai principi di diritto internazionale e consuetudinario.</p>
<p>Ma non sono queste le uniche eccezionalità di questo Tribunale. Basti pensare al fatto che è stato istituito per indagare solo sulla uccisione di Rafik Hariri, allora primo ministro, e di altre 23 persone. Nulla in confronto  ai due genocidi che portarono alla  creazione tanto del Tribunale Internazionale per i Crimini in ex-Jugoslavia (ICTY)<a href="#_ftn1">[1]</a> quanto del Tribunale Internazionale per il Rwanda (ICTR)<a href="#_ftn2">[2]</a>. Ne deriva, quindi, che il Tribunale nasce per ragioni anche, e soprattutto, politiche: assicurare, con la giustizia, un clima più rilassato, o meglio meno conflittuale, tra i confini libico siriani ed anche israeliani e più stabilità in un paese, il Libano, centrale per le dinamiche dell’intera area.</p>
<p>Da qui si può intuire anche perché tali crimini non siano stati perseguiti dalla Corte Penale Internazione, magari emendando lo Statuto di Roma che la istituisce, e sia stato invece preferito un Tribunale <em>ad hoc</em>, con tutti i limiti che da ciò possono derivare. Non possiamo pretendere una risposta chiara ed universalmente accettata. Su questo punto ancora si discute, così come sulla legittimità di questo Tribunale. Tralasciando le questioni di fondo, però, è giusto ammettere che il Tribunale Speciale per il Libano esiste, ha veste istituzionale, è attivo e persegue un crimine, quello del terrorismo, dai contorni ancora piuttosto oscuri. Il reato di terrorismo, forse il più contemporaneo tra i crimini internazionali, merita di essere definito e studiato poiché ad oggi non conosce una definizione autonoma, unitaria e riconosciuta ovunque, come dovrebbe essere a motivo della sua estensione transnazionale. Probabilmente, oltre che per la delicatezza politica del crimine stesso, prima di poter essere assunto nella rosa dei reati perseguiti dalla Corte penale internazionale, quello del terrorismo deve trovare una sua legittimazione e l’esistenza di un’unica giurisdizione, con la creazione di un Tribunale ad hoc, ha il sicuro pregio di unificare ed uniformare una fattispecie criminosa, quantomeno sotto il profilo sanzionatorio.</p>
<p>Dal lato pratico è lecito domandarsi cosa abbia fatto il Tribunale dal 2007 ad oggi. Il percorso temporale è così limitato da non consentire bilanci ma solo una prima significativa riflessione. E bene, si è dato una forma e si è «costruito» rispettando e preservando le sue peculiarità. Benché ad oggi l’attività strettamente giurisdizionale del Tribunale risulti ancora <em>in fieri</em> – il giudice delle indagini preliminari e il suo team stanno vagliando la validità del mandato di arresto sottoposto, forse con ritardo, dall’accusa il 21 gennaio 2011 – un primo importante traguardo è già stato raggiunto. Il 16 febbraio scorso la Camera d’Appello del tribunale, presieduta dal giudice Antonio Cassese, ha reso una decisione interlocutoria, definendo alcuni questioni preliminari e pregiudiziali prima del merito, oggetto del vero e proprio giudizio. Sono stati, così, risolti molti dubbi interpretativi e, soprattutto, si è segnata una tappa fondamentale nella ricerca della definizione del crimine di terrorismo. Sembra che la decisione possa essere indicata come un <em>primum</em> da cui la dottrina e la giurisprudenza potranno trarre argomenti per accogliere un definitivo concetto di terrorismo internazionale.  Nella decisione emergono infatti, alcuni elementi che costituirebbero il nucleo centrale di tale crimine e che si verificherebbe qualora e se ci trovassimo dinanzi:</p>
<p><em>1. </em><em>[P]erpetration of a criminal act (such as murder, kidnapping, hostage-taking, arson, and so on), or threatening such an act&#8217;</em></p>
<p><em>2. </em><em>[I]ntent to spread fear among the population (which would generally entail the creation of public danger) or directly or indirectly coerce a national or international authority to take some action, or to refrain from taking it&#8217;</em></p>
<p>3.     <em>[T]he act involves a transnational element.</em>&#8216;</p>
<p>Pochi sanno dell’esistenza di questo Tribunale e molti ne ignorano le origini e il lavoro. Quello che non può accadere è sottovalutarne l’importanza.  Quando e se il Tribunale Speciale per il Libano decollerà, il suo punto di arrivo sarà non solo il riconoscimento ma anche l’applicazione in sede giurisprudenziale del crimine di terrorismo, definito in modo univoco. Non bisogna dimenticare che questo esperimento conta molti nemici. Addirittura l’STL, e il suo potenziale operato, è stato individuato come una delle cause principali che hanno portato, poco più di un mese fa, al rimpasto del governo libanese  con una nuova maggioranza che tende verso Hezbollah . C’è però un sottile limite tra il riconoscere la sensibilità di questa Istituzione e servirsi dei media per influenzare, o peggio, manipolare l`opinione pubblica e per parte sua l’STL può difendersi contando quasi esclusivamente sulle sue forze, visto poi che non è nemmeno propriamente un Tribunale delle Nazioni Unite.</p>
<p>Il Tribunale Speciale per Il Libano rappresenta dunque una sfida. Non solo una sfida politica, data l`estrema vulnerabilità degli equilibri mediorientali che il Tribunale mette in discussione con il suo operato.  Ma rappresenta anche una sfida giuridica, perché mai prima di adesso si era ritenuto possibile parlare di terrorismo nelle aule di un Tribunale. Dal lontano giugno 2007 le cose sembrano di poco evolute ma, come sempre, l’ottimismo non manca. D’altra parte, se si vuole risolvere le complicate questioni geopolitiche con il Diritto bisogna avere molta pazienza. Ma se lo sforzo di chi ha costruito, e oggi alimenta, il Tribunale sarà un giorno riconosciuto, allora i benefici saranno per tutta la Comunità Internazionale, poiché il terrorismo è un crimine senza confini che solo una sanzione uniforme può tentare di reprimere.</p>
<p>L’Aja, 11/3/2011</p>
<p>Benedetta Cappiello</p>
<p>«Le opinioni espresse nell’articolo sono quelle personali dell’autrice e in alcun modo riflettono quelle del Tribunale Speciale per il Libano».</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref">[1]</a> Per maggiori informazioni consultare il sito <a href="http://www.icty.org/">http://www.icty.org/</a></p>
<p><a href="#_ftnref">[2]</a> Per maggiori informazioni consultare il sito <a href="http://www.unictr.org/">http://www.unictr.org/</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;incredibile storia dell&#8217;Araba Fenice</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/02/04/lincredibile-storia-dellaraba-fenice/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 11:05:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Coco Scalisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Tunisia]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutto è iniziato con la Tunisia.
È stato nel paese di Bourghiba che le prime scintille rivoluzionarie sono scoccate. Eppure, finché i moti di protesta non hanno investito anche il vicino Egitto, nessuno dava così tanta importanza agli avvenimenti nella regione.
Questo perchè l&#8217;Egitto, storicamente e per dimensioni, riveste un ruolo più che centrale in quell’area e ogni suo sconvolgimento ha delle inevitabili ripercussioni sui Paesi vicini e sulle dinamiche dell&#8217;intero Medio Oriente.
Ma cosa sta davvero succedendo ?
Innanzitutto credo sia doveroso premettere che, a mio avviso, la contemporaneità delle proteste tanto in Algeria, quanto in Tunisia e Egitto, sia solo una coincidenza: non esiste insomma alcun progetto panarabo che possa alterare la geografia della regione. L&#8217;idea fallì quando vi erano le possibilità di renderla concreta e non potrebbe avere alcuna speranza di successo oggi.
Fatta questa doverosa premessa cerchiamo allora di capire come mai, dopo trent&#8217;anni di regime, gli egiziani siano improvvisamente scesi in piazza per tentare di rovesciare l`uomo che li ha governati per tutto questo tempo. La risposta potrebbe già essere in re ipsa, per usare un espressione cara ai giuristi. Dopo trent`anni, chiunque avrebbe voglia di voltare pagina e iniziare un nuovo capitolo.
Ma vi sono ragioni più complesse ed articolate che fanno luce sul perché gli egiziani hanno improvvisamente detto no a Hosni Mubarak. In particolar modo, vi sono almeno quattro buoni motivi per cui l&#8217;Egitto si è ritrovato di colpo sull`orlo della guerra civile :
i.         Innanzitutto, Mubarak ha fallito nel dare agli egiziani le riforme promesse. Al contrario, la ricchezza del paese continua ad essere mal distribuita, la fiducia nelle istituzioni è sempre meno forte e la corruzione dilaga. Per ottenere qualsiasi cosa è infatti necessario pagare un piccola tangente (la ben nota baksheesh) o avere delle conoscenze (wasta).
ii.         Un altro motivo è stata poi l`insistenza di Mubarak nell&#8217;imporre il figlio Gamal agli egiziani, i quali in diverse occasioni avevano mostrato la loro ostilità verso l`ipotesi di un passaggio di consegne da padre a figlio.
iii.         Ed ancora, Mubarak ha sottovalutato la portata delle proteste. In Egitto i manifestanti hanno dimostrato di essere ben organizzati, di conoscere e utilizzare al meglio le potenzialità di strumenti come Facebook e Twitter. Di contro, invece, il governo si è avvalso della cara vecchia “politica del manganello” e ha inviato la polizia fin dentro le case e i negozi per intimidire la popolazione.
iv.         Infine, e forse è questa la più grave ragione degli scontri, a Mubarak è sempre mancato un ‘progetto’ per l`Egitto. Si può dire di tutto su Gamal Abdel Nasser e Anwar Sadat, ma entrambi sapevano dove volevano portare il paese e avevano un piano per arrivarci. Nasser ha voluto provare a realizzare il sogno di un unione panaraba sotto la bandiera del socialismo e del non-allineamento, mentre Sadat ha cercato di rinsaldare l&#8217;orgoglio militare egiziano prima di stipulare la pace con Israele e avvicinarsi alla politica dell&#8217;Occidente. E Mubarak cosa ha offerto gli egiziani? Infrastrutture fatiscenti, decadenti condizioni socio-economiche, e fedeltà assoluta verso gli Stati Uniti.
E adesso, quale scenario si apre dopo le proteste? Con un pizzico di pessimismo di troppo, mi duole ammettere che credo nulla cambierà in Egitto. La strategia di Mubarak era evidente sin dall&#8217;inizio: cercare di guadagnare tempo fino a quando la febbre della protesta si fosse placata facendo promesse vaghe e prive di reale valore politico; cercando di dividere l&#8217;opposizione; giocando sulla paura occidentale di derive fondamentaliste; alimentando risentimenti nazionalisti contro le interferenze straniere; e proteggendo con cura le sue relazioni con la leadership militare.
Non a caso ha nominato come suo vice il generale Omar Suleiman in vista di un suo ritiro dalle scene, previsto per settembre. Ma a quali garanzie? Nessuno infatti garantirà che Mubarak mantenga la sua parola, nè le proteste hanno portato ad un vero e proprio cambio ai vertici.
Con buona probabilità saranno i militari adesso a gestire la transizione. La crisi infatti non li ha sfiorati ma anzi, una volta eliminato l`unico possibile candidato ‘civile’ alla successione, Gamal Mubarak, ha dato loro l`occasione di porre al comando del paese un loro membro, il generale Suleiman, per l`appunto.
Sono vicina a chi in questi giorni sta scendendo in piazza a protestare e ammiro profondamente la battaglia democratica che sta portando avanti. Ma da sola, la gente, non ce la potrà fare : è necessario che un volto nuovo, serio e credibile si ponga come alternativa al dominio granitico di Mubarak. Potrebbe essere El Baradei purché sappia conquistare la fiducia della genta e offrire quella sicurezza in nome della quale oggi la determinazione di alcuni protestanti inizia a vacillare. È necessario altresì che la comunità internazionale non abbandoni l’Egitto, soprattutto gli Stati Uniti, storicamente legati al paese, che devono pretendere di più di una semplice rassicurazione da chi dopo trent’anni di potere assoluto ha per la prima volta nominato un vice-presidente la settimana scorsa.
Se ciò non avvenisse, il rischio che l’Egitto potrebbe correre è quello di essere un Paese che ha provato a sognare ma che si è bruscamente risvegliato poco prima del lieto fine.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5950" title="Caricatura di Mubarak, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">there</a>  dal sito dell&#8217;agenzia di stampa iraniana Taqrib&#8221; src=&#8221;https://thetamarind.eu/wp-content/files/2011/02/taqrib-252&#215;300.jpg&#8221; alt=&#8221;" width=&#8221;252&#8243; height=&#8221;300&#8243; />Tutto è iniziato con la Tunisia.</p>
<p>È stato nel paese di Bourghiba che le prime scintille rivoluzionarie sono scoccate. Eppure, finché i moti di protesta non hanno investito anche il vicino Egitto, nessuno dava così tanta importanza agli avvenimenti nella regione.</p>
<p>Questo perchè l&#8217;Egitto, storicamente e per dimensioni, riveste un ruolo più che centrale in quell’area e ogni suo sconvolgimento ha delle inevitabili ripercussioni sui Paesi vicini e sulle dinamiche dell&#8217;intero Medio Oriente.</p>
<p>Ma cosa sta davvero succedendo ?</p>
<p>Innanzitutto credo sia doveroso premettere che, a mio avviso, la contemporaneità delle proteste tanto in Algeria, quanto in Tunisia e Egitto, sia solo una coincidenza: non esiste insomma alcun progetto panarabo che possa alterare la geografia della regione. L&#8217;idea fallì quando vi erano le possibilità di renderla concreta e non potrebbe avere alcuna speranza di successo oggi.</p>
<p>Fatta questa doverosa premessa cerchiamo allora di capire come mai, dopo trent&#8217;anni di regime, gli egiziani siano improvvisamente scesi in piazza per tentare di rovesciare l`uomo che li ha governati per tutto questo tempo. La risposta potrebbe già essere <em>in re ipsa</em>, per usare un espressione cara ai giuristi. Dopo trent`anni, chiunque avrebbe voglia di voltare pagina e iniziare un nuovo capitolo.</p>
<p>Ma vi sono ragioni più complesse ed articolate che fanno luce sul perché gli egiziani hanno improvvisamente detto no a Hosni Mubarak. In particolar modo, vi sono almeno quattro buoni motivi per cui l&#8217;Egitto si è ritrovato di colpo sull`orlo della guerra civile :</p>
<p>i.         Innanzitutto, Mubarak ha fallito nel dare agli egiziani le riforme promesse. Al contrario, la ricchezza del paese continua ad essere mal distribuita, la fiducia nelle istituzioni è sempre meno forte e la corruzione dilaga. Per ottenere qualsiasi cosa è infatti necessario pagare un piccola tangente (la ben nota <strong>baksheesh</strong>) o avere delle conoscenze (<strong>wasta</strong>).</p>
<p>ii.         Un altro motivo è stata poi l`insistenza di Mubarak nell&#8217;imporre il figlio Gamal agli egiziani, i quali in diverse occasioni avevano mostrato la loro ostilità verso l`ipotesi di un passaggio di consegne da padre a figlio.</p>
<p>iii.         Ed ancora, Mubarak ha sottovalutato la portata delle proteste. In Egitto i manifestanti hanno dimostrato di essere ben organizzati, di conoscere e utilizzare al meglio le potenzialità di strumenti come Facebook e Twitter. Di contro, invece, il governo si è avvalso della cara vecchia “politica del manganello” e ha inviato la polizia fin dentro le case e i negozi per intimidire la popolazione.</p>
<p>iv.         Infine, e forse è questa la più grave ragione degli scontri, a Mubarak è sempre mancato un ‘progetto’ per l`Egitto. Si può dire di tutto su Gamal Abdel Nasser e Anwar Sadat, ma entrambi sapevano dove volevano portare il paese e avevano un piano per arrivarci. Nasser ha voluto provare a realizzare il sogno di un unione panaraba sotto la bandiera del socialismo e del non-allineamento, mentre Sadat ha cercato di rinsaldare l&#8217;orgoglio militare egiziano prima di stipulare la pace con Israele e avvicinarsi alla politica dell&#8217;Occidente. E Mubarak cosa ha offerto gli egiziani? Infrastrutture fatiscenti, decadenti condizioni socio-economiche, e fedeltà assoluta verso gli Stati Uniti.</p>
<p>E adesso, quale scenario si apre dopo le proteste? Con un pizzico di pessimismo di troppo, mi duole ammettere che credo nulla cambierà in Egitto. La strategia di Mubarak era evidente sin dall&#8217;inizio: cercare di guadagnare tempo fino a quando la febbre della protesta si fosse placata facendo promesse vaghe e prive di reale valore politico; cercando di dividere l&#8217;opposizione; giocando sulla paura occidentale di derive fondamentaliste; alimentando risentimenti nazionalisti contro le interferenze straniere; e proteggendo con cura le sue relazioni con la leadership militare.</p>
<p>Non a caso ha nominato come suo vice il generale Omar Suleiman in vista di un suo ritiro dalle scene, previsto per settembre. Ma a quali garanzie? Nessuno infatti garantirà che Mubarak mantenga la sua parola, nè le proteste hanno portato ad un vero e proprio cambio ai vertici.</p>
<p>Con buona probabilità saranno i militari adesso a gestire la transizione. La crisi infatti non li ha sfiorati ma anzi, una volta eliminato l`unico possibile candidato ‘civile’ alla successione, Gamal Mubarak, ha dato loro l`occasione di porre al comando del paese un loro membro, il generale Suleiman, per l`appunto.</p>
<p>Sono vicina a chi in questi giorni sta scendendo in piazza a protestare e ammiro profondamente la battaglia democratica che sta portando avanti. Ma da sola, la gente, non ce la potrà fare : è necessario che un volto nuovo, serio e credibile si ponga come alternativa al dominio granitico di Mubarak. Potrebbe essere El Baradei purché sappia conquistare la fiducia della genta e offrire quella sicurezza in nome della quale oggi la determinazione di alcuni protestanti inizia a vacillare. È necessario altresì che la comunità internazionale non abbandoni l’Egitto, soprattutto gli Stati Uniti, storicamente legati al paese, che devono pretendere di più di una semplice rassicurazione da chi dopo trent’anni di potere assoluto ha per la prima volta nominato un vice-presidente la settimana scorsa.</p>
<p>Se ciò non avvenisse, il rischio che l’Egitto potrebbe correre è quello di essere un Paese che ha provato a sognare ma che si è bruscamente risvegliato poco prima del lieto fine.</p>
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		<title>L&#8217;Italia in Eritrea</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2011 17:56:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luisa de Bellis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Asmara]]></category>
		<category><![CDATA[Eritrea]]></category>

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		<description><![CDATA[Stupore. Incredulità. Imbarazzo. Queste le sensazioni predominanti, diagnosis  a qualche giorno dal mio arrivo in Eritrea.
Stupore nel trovarmi circondata da edifici, parole, abitudini tipici del nostro Belpaese. Quasi tutto, infatti, in questo piccolo angolo d&#8217;Africa, riporta all&#8217;Italia.
Incredulità nel realizzare di aver percorso migliaia di chilometri e ritrovarmi in un luogo, per molti aspetti, così familiare. “Che sia capitata sul set cinematografico di un film sull&#8217; Italia del dopoguerra?” il mio primo pensiero. No no, sembra impossibile, ma qui è tutto reale.
L&#8217;imbarazzo è la naturale conseguenza di quanto descritto finora. Quel piccolo Paese faceva parte della nostra “grande” Nazione. E&#8217; storia d&#8217;Italia, e dovremmo conoscerla.
Asmara è la capitale di uno Stato africano. Eppure, con i suoi viali alberati, il quartiere dei villini, i tavolini all&#8217;aperto dei suoi mille caffè, ricorda tanto la città eterna. Non a caso è stata soprannominata “la Roma d&#8217;Africa”.
Qui la cultura italiana è viva e vegeta, avendo resistito alla breve parentesi britannica. Gli Italiani andarono in Eritrea spinti dalla fame e dal desiderio di gloria. Là costruirono le proprie case, le chiese, le strade, con la cura e l&#8217;attitudine di chi ha l&#8217;intenzione di restare. Gli inglesi, viceversa, non nutrivano interesse per quell&#8217;arido pezzo di terra, presero ciò che c&#8217;era da prendere e salutarono.
Passeggio nel cimitero degli italiani, e mi scopro a provare nostalgia per un&#8217;epoca che non ho mai vissuto.
Gli asmarini amano stare fuori e al mattino si incontrano ai tavolini all&#8217;aperto di uno dei tanti caffè per fare colazione con cappuccino e brioche. Per svagarsi vanno al cinema Roma o al cinema Dante. Per tagliarsi i capelli vanno da Gina, per ripararsi gli occhiali all&#8217;ottica Bini. Andando al lavoro passano di fronte all&#8217;ex stabilimento Alfa Romeo o al palazzo della Fiat Tagliero. Si fermano a mangiare al ristorante Milano, o al bar L&#8217;Aquila.
Poco prima del tramonto, giovani e meno giovani si incontrano ai tavolini del cinema  Impero o sui gradini della chiesa francescana di Nostra Signora del Rosario per guardare “lo struscio”, la passeggiata, lungo la Harnet Road, già Corso Italia.  All&#8217;interno della cattedrale cattolica, una lapide rende omaggio ai suoi benefattori (Mussolini in primis).
Ormai la lingua italiana è parlata -e con gran diletto – solo dai signori più anziani, che mi raccontano quella storia di cui sono ignara. I ragazzi economicamente più fortunati (cioè coloro che hanno un parente in Italia che li mantiene) vanno alla scuola italiana, portata avanti da una manciata di insegnanti pagati profumatamente dal ministero degli Esteri. Ma di fatto l&#8217;italiano lo parlano, inconsapevolmente, tutti, quando pronunciano le parole entrate nel vocabolario tigrino: sacchetto, macchina, ferramenta, arrotino,&#8230;
Le poche auto in circolazione sono tutte della Fiat, gli scooter della Piaggio. Fiat sono anche gli enormi camion che si incontrano sulla strada per Massawa, così come la Littorina. L&#8217;eredità architettonica più grande è forse proprio la strada ferrata che attraverso 20 gallerie (la più lunga di 372 metri) collega Asmara (2412 metri slm) a Massawa (sul Mar Rosso).  Costruita a fasi alterne fra il 1885 e il 1911, costò la vita a migliaia di uomini, italiani ed eritrei. L&#8217;antica littorina Ansaldo trainata dalla locomotiva a carbone, su cui un giorno viaggiò Vittorio Emanuele in persona, è stata rimessa in funzione per i turisti. Utilizzarla per scendere al mare nel fine settimana, come si faceva allora, significa fare un vero viaggio nel tempo.
A Dogali, un piccolo cimitero, custodito da un fiero eritreo, ricorda gli italiani caduti in battaglia. Uno più grande, presso Keren, conserva le spoglie di centinaia di ascari, gli eritrei fedeli ai generali italiani.
E poi ci sono la Banca d&#8217;Italia, la birra Melotti, lo stabilimento delle Saline&#8230;l&#8217;elenco è pressoché infinito. Potrei andare avanti, ma forse è inutile, perché l&#8217;interrogativo più grande rimane: come è possibile che non ne sapessi nulla?
Gli anziani conservano una memoria positiva dell&#8217;epoca in cui gli italiani governavano l&#8217;Eritrea; i giovani dimostrano interesse ed entusiasmo per tutto ciò che succede in Italia.
Più volte, durante il mio soggiorno, ho cercato di eludere una domanda, la domanda che sempre mi veniva posta quando si parlava di storia comune: “Che cosa dicono di noi i fratelli italiani?”
Che cosa potevo rispondere? Che la maggior parte degli italiani non sa neanche dov&#8217;è, l&#8217;Eritrea? Che la mia generazione è totalmente all&#8217;oscuro del fatto che in Africa esiste una piccola Italia? Che sentiamo nominare gli eritrei solo in questura e al telegiornale, quando si parla di rifugiati?
Un enorme imbarazzo mi invade. Sorrido, cercando di eludere la domanda.
E mi vergogno a nome di tutti gli Italiani.
Created with flickr slideshow from softsea.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5917" title="DSCI0004 (2)" src="/wp-content/files/2010/12/DSCI0004-2-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" />Stupore. Incredulità. Imbarazzo. Queste le sensazioni predominanti, <a href="http://sildenafil24.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">diagnosis</a>  a qualche giorno dal mio arrivo in Eritrea.</p>
<p>Stupore nel trovarmi circondata da edifici, parole, abitudini tipici del nostro Belpaese. Quasi tutto, infatti, in questo piccolo angolo d&#8217;Africa, riporta all&#8217;Italia.</p>
<p>Incredulità nel realizzare di aver percorso migliaia di chilometri e ritrovarmi in un luogo, per molti aspetti, così familiare. “Che sia capitata sul set cinematografico di un film sull&#8217; Italia del dopoguerra?” il mio primo pensiero. No no, sembra impossibile, ma qui è tutto reale.</p>
<p>L&#8217;imbarazzo è la naturale conseguenza di quanto descritto finora. Quel piccolo Paese faceva parte della nostra “grande” Nazione. E&#8217; storia d&#8217;Italia, e dovremmo conoscerla.</p>
<p>Asmara è la capitale di uno Stato africano. Eppure, con i suoi viali alberati, il quartiere dei villini, i tavolini all&#8217;aperto dei suoi mille caffè, ricorda tanto la città eterna. Non a caso è stata soprannominata “la Roma d&#8217;Africa”.</p>
<p>Qui la cultura italiana è viva e vegeta, avendo resistito alla breve parentesi britannica. Gli Italiani andarono in Eritrea spinti dalla fame e dal desiderio di gloria. Là costruirono le proprie case, le chiese, le strade, con la cura e l&#8217;attitudine di chi ha l&#8217;intenzione di restare. Gli inglesi, viceversa, non nutrivano interesse per quell&#8217;arido pezzo di terra, presero ciò che c&#8217;era da prendere e salutarono.</p>
<p>Passeggio nel cimitero degli italiani, e mi scopro a provare nostalgia per un&#8217;epoca che non ho mai vissuto.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-5918" title="DSCI0002 (2)" src="/wp-content/files/2010/12/DSCI0002-2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Gli asmarini amano stare fuori e al mattino si incontrano ai tavolini all&#8217;aperto di uno dei tanti caffè per fare colazione con cappuccino e brioche. Per svagarsi vanno al cinema <em>Roma</em> o al cinema <em>Dante</em>. Per tagliarsi i capelli vanno da <em>Gina</em>, per ripararsi gli occhiali all&#8217;ottica <em>Bini</em>. Andando al lavoro passano di fronte all&#8217;ex stabilimento <em>Alfa Romeo</em> o al palazzo della <em>Fiat Tagliero</em>. Si fermano a mangiare al ristorante <em>Milano</em>, o al bar <em>L&#8217;Aquila</em>.</p>
<p>Poco prima del tramonto, giovani e meno giovani si incontrano ai tavolini del cinema  <em>Impero</em> o sui gradini della chiesa francescana di <em>Nostra Signora del Rosario</em> per guardare “lo struscio”, la passeggiata, lungo la Harnet Road, già Corso Italia.  All&#8217;interno della cattedrale cattolica, una lapide rende omaggio ai suoi benefattori (Mussolini in primis).</p>
<p>Ormai la lingua italiana è parlata -e con gran diletto – solo dai signori più anziani, che mi raccontano quella storia di cui sono ignara. I ragazzi economicamente più fortunati (cioè coloro che hanno un parente in Italia che li mantiene) vanno alla scuola italiana, portata avanti da una manciata di insegnanti pagati profumatamente dal ministero degli Esteri. Ma di fatto l&#8217;italiano lo parlano, inconsapevolmente, tutti, quando pronunciano le parole entrate nel vocabolario tigrino: sacchetto, macchina, ferramenta, arrotino,&#8230;</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5919" title="DSCI0006" src="/wp-content/files/2010/12/DSCI0006-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" />Le poche auto in circolazione sono tutte della Fiat, gli scooter della Piaggio. Fiat sono anche gli enormi camion che si incontrano sulla strada per Massawa, così come la Littorina. L&#8217;eredità architettonica più grande è forse proprio la strada ferrata che attraverso 20 gallerie (la più lunga di 372 metri) collega Asmara (2412 metri slm) a Massawa (sul Mar Rosso).  Costruita a fasi alterne fra il 1885 e il 1911, costò la vita a migliaia di uomini, italiani ed eritrei. L&#8217;antica littorina <em>Ansaldo</em> trainata dalla locomotiva a carbone, su cui un giorno viaggiò Vittorio Emanuele in persona, è stata rimessa in funzione per i turisti. Utilizzarla per scendere al mare nel fine settimana, come si faceva allora, significa fare un vero viaggio nel tempo.</p>
<p>A Dogali, un piccolo cimitero, custodito da un fiero eritreo, ricorda gli italiani caduti in battaglia. Uno più grande, presso Keren, conserva le spoglie di centinaia di <em>ascari</em>, gli eritrei fedeli ai generali italiani.</p>
<p>E poi ci sono la Banca d&#8217;Italia, la birra Melotti, lo stabilimento delle Saline&#8230;l&#8217;elenco è pressoché infinito. Potrei andare avanti, ma forse è inutile, perché l&#8217;interrogativo più grande rimane: come è possibile che non ne sapessi nulla?</p>
<p>Gli anziani conservano una memoria positiva dell&#8217;epoca in cui gli italiani governavano l&#8217;Eritrea; i giovani dimostrano interesse ed entusiasmo per tutto ciò che succede in Italia.</p>
<p>Più volte, durante il mio soggiorno, ho cercato di eludere una domanda, la domanda che sempre mi veniva posta quando si parlava di storia comune: “Che cosa dicono di noi i fratelli italiani?”</p>
<p>Che cosa potevo rispondere? Che la maggior parte degli italiani non sa neanche dov&#8217;è, l&#8217;Eritrea? Che la mia generazione è totalmente all&#8217;oscuro del fatto che in Africa esiste una piccola Italia? Che sentiamo nominare gli eritrei solo in questura e al telegiornale, quando si parla di rifugiati?</p>
<p>Un enorme imbarazzo mi invade. Sorrido, cercando di eludere la domanda.</p>
<p>E mi vergogno a nome di tutti gli Italiani.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe align="center" src="http://www.flickr.com/slideShow/index.gne?set_id=72157625776035064&#038;text=L'Italia in Eritrea" width="500" height="500" frameBorder="0" scrolling="no"></iframe><br /><center><small>Created with <a href="http://www.flickrslideshow.com">flickr slideshow</a> from <a href="http://www.softsea.com">softsea</a>.</small></center></p>
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		<title>Ci salverà Khaled</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Nov 2010 15:40:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefania Coco Scalisi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[demografia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre sfogliavo una rivista qualsiasi, treat  in un pomeriggio qualunque, l’occhio mi è caduto su di un articolo con un’incredibile dichiarazione: la Russia, il grande paese che nessuno mai è riuscito a conquistare, rischia di scomparire perché nessuno fa più figli.
Sebbene la notizia possa apparire più simile alla trama di uno di quei film di fantascienza che talvolta ci propinano in televisione, c’è del vero in questa minaccia: la Russia si sta scoprendo sempre più vecchia, fragile e povera da un punto di vista demografico.
Le previsioni per il 2050 sono addirittura catastrofiche, tanto che al Cremlino dovranno rispolverare il vecchio slogan pacifista “Fate i figli, non la guerra” per dare sostanza, ma soprattutto corpo, ai sogni di potenza nel mondo.
Ma, come ci insegnano i classici, “se Atene piange, Sparta non ride”.  Anche in Europa, infatti, il tasso di natalità rasenta livelli minimi che si sono attestati nel 2008 al 1,6 figli per donna[1], con la produttiva Germania fanalino di coda per i nuovi nati e i giovani membri dell’Est che poco hanno contribuito a migliorare le statistiche, a causa dell’incertezza economica che  ha frenato notevolmente il livello delle nascite.
Per tale motivo, è da ritenere assolutamente poco rilevante il fatto che al primo gennaio di quest’anno la popolazione dell’Unione europea abbia superato la soglia simbolica del mezzo miliardo fermandosi a quota 501,1 milioni, 1,4 milioni in più rispetto all’inizio del 2009 (499,7 milioni), pari a un più 2,7 per mille. Il «saltino» è assolutamente debole e nemmeno sufficiente per scansare l’etichetta che l’Europa ha appiccicato addosso di Continente in perenne declino demografico, al quale rischia in questo momento di accompagnarsi la perdita di peso e influenza politica sullo scacchiere internazionale.
Eppure una soluzione a questo problema, che appare sempre più globale, c’è ed è di fronte agli occhi di tutti: gli immigrati.
Il Parlamento Europeo saggiamente rileva che il ricorso all&#8217;immigrazione «è, e continuerà ad essere», uno degli elementi della demografia dell&#8217;Unione europea e potrebbe fornire un apporto positivo dal punto di vista economico, sociale e culturale».  Eppure parlare d’immigrazione oggi è un tasto più che dolente, e in modo pressoché unanime, si assisterà ad una levata di scudi contro “l’orda “ di stranieri che invadono le nostre coste. Senza soffermarci sulla reale minaccia dei numeri, perché ciò richiederebbe un articolo a sé, è piuttosto evidente che oggi solo gli immigrati fanno figli, e lo fanno a beneficio proprio di quei paesi che li bloccano e bistrattano e che nulla fanno per favorire questo trend positivo che ci permette di trarre un sospiro e assistere in futuro anche a qualche matrimonio oltreché ai soliti funerali.
Nonostante questa evidenza, la maggior parte dei paesi occidentali fa orecchie da mercante sulla questione. A conferma di ciò basterebbe dare una generica occhiata alla loro posizione sui migranti. A poco serve, dunque, la richiesta del Parlamento dell’UE «di sviluppare un approccio sereno e ragionato» dell&#8217;immigrazione in modo da contrastare le opinioni e gli atteggiamenti xenofobi e razzisti e promuovere la completa ed effettiva integrazione dei migranti nella società. Anche i russi, terrorizzati dall’idea di vivere un paese senza figli, preferiscono il declino demografico ad una massiccia immigrazione nelle loro lande disabitate.
A questo punto il quadro è chiaro: da una parte abbiamo un problema grave, gravissimo, che rischia di mettere in ginocchio paesi grandi e potenti addirittura come la Russia. Dall’altra abbiamo una soluzione semplice, semplicissima, con la quale si otterrebbero due importanti risultati: più bambini nei nostri paesi e più speranza per chi migra da paesi dove ce n’è poca.
L’unica cosa che resta da fare, allora, è semplice: smettere di lamentarsi per un po’, e provare a metterla in pratica.
[1] Dati tratti dal portale dell’Unione Europea, www.europa.eu
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-5811" title="matrioska" src="/wp-content/files/2010/11/matrioska.jpg" alt="" width="250" height="179" />Mentre sfogliavo una rivista qualsiasi, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">treat</a>  in un pomeriggio qualunque, l’occhio mi è caduto su di un articolo con un’incredibile dichiarazione: la Russia, il grande paese che nessuno mai è riuscito a conquistare, rischia di scomparire perché nessuno fa più figli.</p>
<p>Sebbene la notizia possa apparire più simile alla trama di uno di quei film di fantascienza che talvolta ci propinano in televisione, c’è del vero in questa minaccia: la Russia si sta scoprendo sempre più vecchia, fragile e povera da un punto di vista demografico.</p>
<p>Le previsioni per il 2050 sono addirittura catastrofiche, tanto che al Cremlino dovranno rispolverare il vecchio slogan pacifista “Fate i figli, non la guerra” per dare sostanza, ma soprattutto corpo, ai sogni di potenza nel mondo.</p>
<p>Ma, come ci insegnano i classici, “se Atene piange, Sparta non ride”.  Anche in Europa, infatti, il tasso di natalità rasenta livelli minimi che si sono attestati nel 2008 al 1,6 figli per donna<a href="#_ftn1">[1]</a>, con la produttiva Germania fanalino di coda per i nuovi nati e i giovani membri dell’Est che poco hanno contribuito a migliorare le statistiche, a causa dell’incertezza economica che  ha frenato notevolmente il livello delle nascite.</p>
<p>Per tale motivo, è da ritenere assolutamente poco rilevante il fatto che al primo gennaio di quest’anno la popolazione dell’Unione europea abbia superato la soglia simbolica del mezzo miliardo fermandosi a quota 501,1 milioni, 1,4 milioni in più rispetto all’inizio del 2009 (499,7 milioni), pari a un più 2,7 per mille. Il «saltino» è assolutamente debole e nemmeno sufficiente per scansare l’etichetta che l’Europa ha appiccicato addosso di Continente in perenne declino demografico, al quale rischia in questo momento di accompagnarsi la perdita di peso e influenza politica sullo scacchiere internazionale.</p>
<p>Eppure una soluzione a questo problema, che appare sempre più globale, c’è ed è di fronte agli occhi di tutti: gli immigrati.</p>
<p>Il Parlamento Europeo saggiamente rileva che il ricorso all&#8217;immigrazione «è, e continuerà ad essere», uno degli elementi della demografia dell&#8217;Unione europea e potrebbe fornire un apporto positivo dal punto di vista economico, sociale e culturale».  Eppure parlare d’immigrazione oggi è un tasto più che dolente, e in modo pressoché unanime, si assisterà ad una levata di scudi contro “l’orda “ di stranieri che invadono le nostre coste. Senza soffermarci sulla reale minaccia dei numeri, perché ciò richiederebbe un articolo a sé, è piuttosto evidente che oggi solo gli immigrati fanno figli, e lo fanno a beneficio proprio di quei paesi che li bloccano e bistrattano e che nulla fanno per favorire questo trend positivo che ci permette di trarre un sospiro e assistere in futuro anche a qualche matrimonio oltreché ai soliti funerali.</p>
<p>Nonostante questa evidenza, la maggior parte dei paesi occidentali fa orecchie da mercante sulla questione. A conferma di ciò basterebbe dare una generica occhiata alla loro posizione sui migranti. A poco serve, dunque, la richiesta del Parlamento dell’UE «di sviluppare un approccio sereno e ragionato» dell&#8217;immigrazione in modo da contrastare le opinioni e gli atteggiamenti xenofobi e razzisti e promuovere la completa ed effettiva integrazione dei migranti nella società. Anche i russi, terrorizzati dall’idea di vivere un paese senza figli, preferiscono il declino demografico ad una massiccia immigrazione nelle loro lande disabitate.</p>
<p>A questo punto il quadro è chiaro: da una parte abbiamo un problema grave, gravissimo, che rischia di mettere in ginocchio paesi grandi e potenti addirittura come la Russia. Dall’altra abbiamo una soluzione semplice, semplicissima, con la quale si otterrebbero due importanti risultati: più bambini nei nostri paesi e più speranza per chi migra da paesi dove ce n’è poca.</p>
<p>L’unica cosa che resta da fare, allora, è semplice: smettere di lamentarsi per un po’, e provare a metterla in pratica.</p>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref">[1]</a> Dati tratti dal portale dell’Unione Europea, www.europa.eu</p>
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		<title>Amaro come Cuba</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2010/09/28/amaro-come-cuba/</link>
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		<pubDate>Tue, 28 Sep 2010 21:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Francesca Albanesi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Politica internazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[È insieme un’opportunità unica e un motivo di disagio quella di poter osservare le avvisaglie di cambiamento comparse sopra il cielo di Cuba con persone che, here  pur vivendo da tempo in Italia, pharmacy  sono nate e cresciute nell&#8217;isola della Revolución. Attraverso le parole, gli sguardi e i gesti, si coglie e si comprende la rabbia di chi deve raccontare come nella propria amata terra viva un popolo ora disperato, obbligato a sopravvivere tra fame e corruzione. Al tempo stesso, però, si prova un immenso disagio, perché chi ti parla è il primo a chiederti di fingere di aver sentito e visto quelle parole e quei gesti da qualcun altro, per paura delle ritorsioni in patria: a Cuba hanno una famiglia, dei genitori anziani che possono essere puniti, una casa che può essere loro tolta. Perché anche se chi emigra in Italia, come in altri Paesi europei, non è considerato un traditore al pari dei tanti che fuggono via mare per gli Stati Uniti, criticare il governo ti rende automaticamente un nemico da punire, di cui poter abusare.
Colpisce ed è volto a colpire il giudizio negativo con cui Fidel Castro, nei panni dell&#8217;oppositore di se stesso, ha risposto alla domanda del giornalista dell&#8217;Atlantic, Jeffrey Goldberg: “I asked him if he believed the Cuban model was still something worth exporting. «The Cuban model doesn&#8217;t even work for us anymore» he said”. Una battuta scambiata in privato poi riveduta, corretta e smentita alla televisione cubana.
Fidel è ricomparso in camicia verde da un paio di mesi. È tornato invecchiato, indebolito dalla malattia, più riflessivo, attento alle relazioni e alle problematiche internazionali, e soprattutto a riprendervi posizione. Che il sistema cubano sia fallito, e la sua ipotetica esportazione un anacronismo, è evidente tanto quanto la necessità di un cambiamento (commenti, questi, che peraltro si addicono all&#8217;economia statunitense che ha portato alla crisi di due anni fa). Certamente Castro non sta apertamente ammettendo la sconfitta davanti al nemico storico, né soprattutto rinnega la rivoluzione. Eppure un tempo non si sarebbe mai lasciato andare a simili battute.
Chi discute con me della sua ricomparsa è appena tornato da una visita di qualche settimana all’Havana. L&#8217;amarezza è nell&#8217;aria, e non tanto per il caffè lunghissimo che accompagna la nostra discussione. È palpabile nella sensazione d&#8217;impotenza al sapere che la propria madre prende una pensione di quattro euro mensili, quando per una bottiglietta d&#8217;olio d&#8217;oliva ce ne vogliono sette, e si mescola alla tristezza di ammettere che l&#8217;unico modo per farcela è delinquere. Per questo, rivedere Fidel Castro nelle vesti di comandante riesce perfino a strappare dalla sua bocca una parola come speranza: quella, unita al ricordo della sua autorità, che possa restituire dignità al popolo di Cuba.
Durante la sua assenza le scelte politiche e sociali del fratello Raoul hanno accumulato povertà e logorato un consenso già fragile. Il Lìder Màximo, tornato ad affiancarlo al governo, appare oggi l’ombra di se stesso, aggrappato, da una parte, a ciò che del rivoluzionario è rimasto in lui e, dall&#8217;altra, alla ricerca di distensione e appoggio nei confronti delle potenze straniere. È una seconda rivoluzione quella che spetta a Cuba, che non ha i toni eclatanti del &#8216;59, ma è fatta di minimi cambiamenti, e di minime resistenze al sistema, che andranno protetti e sviluppati dal senso di responsabilità e democrazia del popolo, a prescindere dalle ammissioni velate di insuccesso e dai tentativi maldestri di quelle camicie verdi al potere.
(Illustrazione di Chiara Francesca Albanesi)
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/files/2010/09/cuba-illustrazione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5581" src="/wp-content/files/2010/09/cuba-illustrazione-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a>È insieme un’opportunità unica e un motivo di disagio quella di poter osservare le avvisaglie di cambiamento comparse sopra il cielo di Cuba con persone che, <a href="http://buy-levitraonline.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">here</a>  pur vivendo da tempo in Italia, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pharmacy</a>  sono nate e cresciute nell&#8217;isola della Revolución. Attraverso le parole, gli sguardi e i gesti, si coglie e si comprende la rabbia di chi deve raccontare come nella propria amata terra viva un popolo ora disperato, obbligato a sopravvivere tra fame e corruzione. Al tempo stesso, però, si prova un immenso disagio, perché chi ti parla è il primo a chiederti di fingere di aver sentito e visto quelle parole e quei gesti da qualcun altro, per paura delle ritorsioni in patria: a Cuba hanno una famiglia, dei genitori anziani che possono essere puniti, una casa che può essere loro tolta. Perché anche se chi emigra in Italia, come in altri Paesi europei, non è considerato un traditore al pari dei tanti che fuggono via mare per gli Stati Uniti, criticare il governo ti rende automaticamente un nemico da punire, di cui poter abusare.</p>
<p>Colpisce ed è volto a colpire il giudizio negativo con cui Fidel Castro, nei panni dell&#8217;oppositore di se stesso, ha risposto alla domanda del giornalista dell&#8217;Atlantic, Jeffrey Goldberg: <a href="http://www.theatlantic.com/international/archive/2010/09/fidel-cuban-model-doesnt-even-work-for-us-anymore/62602/" target="_blank"><em>“I asked him if he believed the Cuban model was still something worth exporting. </em><em>«</em><em>The Cuban model doesn&#8217;t even work for us anymore</em><em>»</em></a><em><a href="http://www.theatlantic.com/international/archive/2010/09/fidel-cuban-model-doesnt-even-work-for-us-anymore/62602/" target="_blank"> he said”</a>. </em>Una battuta scambiata in privato poi riveduta, corretta e smentita alla televisione cubana.</p>
<p>Fidel è ricomparso in camicia verde da un paio di mesi. È tornato invecchiato, indebolito dalla malattia, più riflessivo, attento alle relazioni e alle problematiche internazionali, e soprattutto a riprendervi posizione. Che il sistema cubano sia fallito, e la sua ipotetica esportazione un anacronismo, è evidente tanto quanto la necessità di un cambiamento (commenti, questi, che peraltro si addicono all&#8217;economia statunitense che ha portato alla crisi di due anni fa). Certamente Castro non sta apertamente ammettendo la sconfitta davanti al nemico storico, né soprattutto rinnega la rivoluzione. Eppure un tempo non si sarebbe mai lasciato andare a simili battute.</p>
<p>Chi discute con me della sua ricomparsa è appena tornato da una visita di qualche settimana all’Havana. L&#8217;amarezza è nell&#8217;aria, e non tanto per il caffè lunghissimo che accompagna la nostra discussione. È palpabile nella sensazione d&#8217;impotenza al sapere che la propria madre prende una pensione di quattro euro mensili, quando per una bottiglietta d&#8217;olio d&#8217;oliva ce ne vogliono sette, e si mescola alla tristezza di ammettere che l&#8217;unico modo per farcela è delinquere. Per questo, rivedere Fidel Castro nelle vesti di comandante riesce perfino a strappare dalla sua bocca una parola come <em>speranza</em>: quella, unita al ricordo della sua autorità, che possa restituire dignità al popolo di Cuba.</p>
<p>Durante la sua assenza le scelte politiche e sociali del fratello Raoul hanno accumulato povertà e logorato un consenso già fragile. Il Lìder Màximo, tornato ad affiancarlo al governo, appare oggi l’ombra di se stesso, aggrappato, da una parte, a ciò che del rivoluzionario è rimasto in lui e, dall&#8217;altra, alla ricerca di distensione e appoggio nei confronti delle potenze straniere. È una seconda rivoluzione quella che spetta a Cuba, che non ha i toni eclatanti del &#8216;59, ma è fatta di minimi cambiamenti, e di minime resistenze al sistema, che andranno protetti e sviluppati dal senso di responsabilità e democrazia del popolo, a prescindere dalle ammissioni velate di insuccesso e dai tentativi maldestri di quelle camicie verdi al potere.</p>
<p>(Illustrazione di Chiara Francesca Albanesi)</p>
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		<title>Condividere&#8230; con Ego</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 15:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luisa de Bellis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Opinions]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Moda]]></category>

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		<description><![CDATA[Che cos’hanno in comune egocentrismo e condivisione? Apparentemente nulla. Da che mondo è mondo, treatment  le persone concentrate su di sé, here  il proprio benessere e il proprio tornaconto non hanno nessuna attitudine alla condivisione. Al contrario, pilule  se qualcosa di bello dovesse incrociare la loro strada, spiccheranno un grande salto per accaparrarselo, e si guarderanno bene dal condividerlo con gli altri. E se ne parleranno con altre persone sarà solo per vantarsene.
Da qualche anno a Brescia, e da qualche mese a Milano, EGO è invece sinonimo di condivisione.
EGO sta per Ecologico Guardaroba Organizzato e si propone come alternativa al sistema consumistico dell’abbigliamento. Si tratta di un innovativo servizio di fornitura di abiti da giorno, che mette a disposizione delle iscritte 7 capi alla settimana all’interno di un guardaroba di 120 modelli che si rinnova ogni sei mesi. Il servizio ha un costo fisso mensile contenuto e permette alle donne lavoratrici (e non solo) di sperimentare nuovi look senza doversi preoccupare di acquistare sempre nuovi abiti o fare acquisti errati. E a lavare, igienizzare e stirare ci pensa EGO!
L’idea nacque da Vittoria, una modellista stufa delle mode e del loro carico di conformismo, stufa di dover cambiare il guardaroba ad ogni cambio di tendenza, di taglia e di stagione, e soprattutto stufa di lavare e stirare&#8230;e che, al tempo stesso, cercava un modo di contribuire nel suo settore alla nascita di una nuova economia, fondata sull’eco-sostenibilità.
Un giorno si mise a disegnare una propria linea di abiti e decise che ne avrebbe prodotto un numero ampio, ma comunque limitato, affinché altre donne potessero indossarli e condividerli. Da questo primo esperimento nacque il marchio EGO, che nel tempo è venuto a denotare non solo una linea di abbigliamento, quanto piuttosto un sistema di valori e uno stile di vita.
EGO è pensato per le donne della city che vivono una vita movimentata e hanno bisogno di essere sempre in ordine e di sfoggiare sempre nuovi look. Gli ambienti di lavoro in cui l’apparenza conta più della sostanza vanno per la maggiore e questo ha un costo economico e ambientale altissimo. Ci sono donne che spendono centinaia di euro al mese in abiti nuovi, con tutto ciò che questo implica in termini di produzione, consumi, sprechi, costi. Se è vero che la sfida più grande per la nostra società è l’abbandono dell’apparenza come parametro di giudizio, è anche vero che perché questo avvenga occorrono tempi lunghi. E intanto la produzione continua ad aumentare.
La sfida che EGO pone è quindi duplice: da un lato, ridurre la produzione, i consumi e gli sprechi, passando dalla logica del possesso a quella dell’utilizzo condiviso (degli abiti, ma anche dell’energia). Dall&#8217;altro, dare alle donne più tempo per se stesse, liberandole dall&#8217;impegno di lavare, cucire, stirare e mettendo a loro disposizione 365 abiti all&#8217;anno a un costo accessibile.
A dirla tutta, EGO costituisce una vera e propria sfida all’industria della moda, paladina di quelli che si sono ormai affermati come i valori dominanti della nostra carissima (nel senso di costosa) società urbana occidentale: conformismo,  consumismo, possesso.
La domanda sorge quindi spontanea: siamo pronte a mettere da parte il nostro ego e ad accettare l’idea di non possedere gli abiti che indossiamo? Siamo pronte a abbandonare veramente l’idea che comprare ci fa stare meglio? Siamo pronte ad indossare abiti di qualità, cuciti in Italia da donne italiane, che non ricalcano i modelli dettati dalla moda? Ardua risposta. L’innovazione incontra resistenze per definizione. EGO ha lanciato la sfida, vediamo se siamo pronti a coglierla.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><img class="alignleft size-medium wp-image-4992" title="foto ego 1" src="/wp-content/files/2010/03/foto-ego-1-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" />Che cos’hanno in comune egocentrismo e condivisione? Apparentemente nulla. Da che mondo è mondo, <a href="http://buy-levitraonline.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">treatment</a>  le persone concentrate su di sé, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">here</a>  il proprio benessere e il proprio tornaconto non hanno nessuna attitudine alla condivisione. Al contrario, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pilule</a>  se qualcosa di bello dovesse incrociare la loro strada, spiccheranno un grande salto per accaparrarselo, e si guarderanno bene dal condividerlo con gli altri. E se ne parleranno con altre persone sarà solo per vantarsene.</p>
<p>Da qualche anno a Brescia, e da qualche mese a Milano, EGO è invece sinonimo di condivisione.</p>
<p>EGO sta per Ecologico Guardaroba Organizzato e si propone come alternativa al sistema consumistico dell’abbigliamento. Si tratta di un innovativo servizio di fornitura di abiti da giorno, che mette a disposizione delle iscritte 7 capi alla settimana all’interno di un guardaroba di 120 modelli che si rinnova ogni sei mesi. Il servizio ha un costo fisso mensile contenuto e permette alle donne lavoratrici (e non solo) di sperimentare nuovi look senza doversi preoccupare di acquistare sempre nuovi abiti o fare acquisti errati. E a lavare, igienizzare e stirare ci pensa EGO!</p>
<p>L’idea nacque da Vittoria, una modellista stufa delle mode e del loro carico di conformismo, stufa di dover cambiare il guardaroba ad ogni cambio di tendenza, di taglia e di stagione, e soprattutto stufa di lavare e stirare&#8230;e che, al tempo stesso, cercava un modo di contribuire nel suo settore alla nascita di una nuova economia, fondata sull’eco-sostenibilità.</p>
<p>Un giorno si mise a disegnare una propria linea di abiti e decise che ne avrebbe prodotto un numero ampio, ma comunque limitato, affinché altre donne potessero indossarli e condividerli. Da questo primo esperimento nacque il marchio EGO, che nel tempo è venuto a denotare non solo una linea di abbigliamento, quanto piuttosto un sistema di valori e uno stile di vita.</p>
<p>EGO è pensato per le donne della city che vivono una vita movimentata e hanno bisogno di essere sempre in ordine e di sfoggiare sempre nuovi look. Gli ambienti di lavoro in cui l’apparenza conta più della sostanza vanno per la maggiore e questo ha un costo economico e ambientale altissimo. Ci sono donne che spendono centinaia di euro al mese in abiti nuovi, con tutto ciò che questo implica in termini di produzione, consumi, sprechi, costi. Se è vero che la sfida più grande per la nostra società è l’abbandono dell’apparenza come parametro di giudizio, è anche vero che perché questo avvenga occorrono tempi lunghi. E intanto la produzione continua ad aumentare.</p>
<p>La sfida che EGO pone è quindi duplice: da un lato, <em>ridurre</em> la produzione, i consumi e gli sprechi, passando dalla <em>logica del possesso</em> a quella dell’<em>utilizzo condiviso</em> (degli abiti, ma anche dell’energia). Dall&#8217;altro, dare alle donne più tempo per se stesse, liberandole dall&#8217;impegno di lavare, cucire, stirare e mettendo a loro disposizione 365 abiti all&#8217;anno a un costo accessibile.</p>
<p>A dirla tutta, EGO costituisce una vera e propria sfida all’industria della moda, paladina di quelli che si sono ormai affermati come i valori dominanti della nostra carissima (nel senso di costosa) società urbana occidentale: conformismo,  consumismo, possesso.</p>
<p>La domanda sorge quindi spontanea: siamo pronte a mettere da parte il nostro ego e ad accettare l’idea di <em>non possedere</em> gli abiti che indossiamo? Siamo pronte a abbandonare <em>veramente</em> l’idea che comprare ci fa stare meglio? Siamo pronte ad indossare abiti di qualità, cuciti in Italia da donne italiane, che non ricalcano i modelli dettati dalla moda? Ardua risposta. L’innovazione incontra resistenze per definizione. EGO ha lanciato la sfida, vediamo se siamo pronti a coglierla.</p>
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