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	<title>The Tamarind &#187; Opinioni</title>
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		<title>Dove sta di casa la Rive Gauche nell&#8217;anno 2012?</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Dec 2012 20:12:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Ammirati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ “Quella fu la fine della vita a Parigi. Parigi non sarebbe mai più stata la stessa anche se era sempre Parigi e tu cambiavi mentre cambiava lei. […] Per Parigi non ci sarà mai fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri. Si finiva sempre per tornarci, case  a Parigi, cialis  chiunque fossimo, viagra  comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o la facilità con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici.”
Ernest Hemingway 
 
Vale senz&#8217;altro la pena di citare testualmente la sublime chiusura di “Festa Mobile” per contestualizzare i tòpoi per antonomasia della cultura (letteraria e non solo) del Primo Novecento: Parigi e la sua Rive Gauche. La porzione della capitale a sud della Senna fu teatro e palcoscenico delle memorabili gesta compiute dagli scrittori, poeti, pittori, scultori, mecenati e artisti più significativi della cosiddetta Era Moderna.
Un impareggiabile meltin&#8217; pot di differenti nazionalità, erudizione e intellettualità senza frontiere e per tutti i palati. Anzi, molto di più. Una sorta di epoca d&#8217;oro, capace di ergersi a vero e proprio immaginario collettivo, come da ultimo testimoniato in “Midnight in Paris”, opera del più freudiano dei registi, al secolo il Maestro Woody Allen. Un consiglio sempre attuale per chi desidera godersi una pellicola deliziosa, un riferimento cinematografico puntuale e preciso che omaggia i luoghi di tali nobili e mitologici misfatti nonché, con tutta probabilità, il sogno bagnato di chi ha girato il film (così come di chi vi scrive queste futili parole e di chiunque ambisca a forgiare, anche all&#8217;infuori di se stesso, un autore). Pensate un po&#8217; quale indescrivibile bisboccia bersi un bicchiere col buon Ernest, che frattanto vi concede la grazia di dispensare qualche preziosa imbeccata sullo stile; o entrare in un locale e adocchiare gli spocchiosissimi (e ingestibili) coniugi Fitzgerald, mentre al pianoforte si esibisce l&#8217;eleganza arguta e sottile di Cole Porter; oppure ancora, in alternativa, non sarebbe magnifico andare a prendere un tè nell&#8217;ameno salotto di Gertrude Stein, avvalersi di costei nella veste di editor qualificato cui affidare il vostro ingarbugliato manoscritto e, nel bel mezzo della conversazione, essere interrotti dall&#8217;arrivo di un nuovo, gradito, interlocutore del calibro di Pablo Picasso?
Sfido io, dopo tutto questo entusiasmante ben di Dio, a non essere investiti dal sacro fuoco dell&#8217;ispirazione e a trarre in men che non si dica un romanzo di enfasi inusitata!
Tuttavia e come sempre, la verità ama farsi scudo con la più scintillante apparenza, e a nessuna consolazione valgono le infiltrazioni che tentano di squarciare le maglie di quest&#8217;ultima, per quanto patinate. Dietro i soliti monologhi nevrotici e i collaudati siparietti psicoanalitici di Mastro Woody, dietro la hit parade delle rimembranze e delle nostalgie da rivangare di “Festa Mobile”, dietro buona parte del disincanto generazionale sollevato dall&#8217;intera produzione fitzgeraldiana (in particolar modo nelle short stories), c&#8217;è un magone struggente, un SOS lanciato nell&#8217;oscurità del mare aperto, un richiamo della foresta non raccolto da anima viva. C&#8217;è quello che potremmo comunemente definire “il fascino irresistibile della malinconia”. Una malinconia quasi fisica verso anni irripetibili che se ne vanno, pur con le loro avversità sostanziali e con tutte le loro brave frustrazioni, e che non torneranno indietro. Mai più.
Riconsideriamo per un attimo lo spicciolo vademecum dell&#8217;intellettuale, comparando la Eldorado di allora con la Waste Land odierna. Oggigiorno, l&#8217;aggregazione degli scrittori e dei liberi pensatori avviene in prevalenza virtualmente, sui blog letterari o, peggio ancora, nell&#8217;indisciplinata e sovente stucchevole “sezione commenti” di un qualunque sito d&#8217;informazione, disinformazione o social network. Con annessi tutti i “se” e i “ma” del caso.
Ieri, gli amici Ernest e Francis Scott mangiavano ostriche e trangugiavano fiumi di vino insieme, litigavano e si prendevano a male parole, discutevano animatamente di donne, dissertavano con ardore (e ardire) indomito sull&#8217;utopia di una perfetta pulizia stilistica e circa la ricerca di una prosa che fosse simultaneamente fluida e onesta. Oggi, lo scambio di cibo nutriente per la mente appare svilito perché inflazionato mediante una banale connessione a internet, senza che nessuno più si preoccupi o faccia piuttosto caso alle connessioni concettuali, imprigionate tra le quattro mura di casa perché tanto è sufficiente un click o la pressione del tasto “Invio”.
Ieri, Ernest e Francis Scott stuzzicavano il loro intelletto risvegliando i sensi in pranzi che diventavano tardi pomeriggi, che si trasformavano in serate, che sfociavano infine in notti interminabili.
Dov&#8217;è oggi tutto questo? Dove sono gli Ernest, i Francis Scott e la Rive Gauche del 2012? Dov&#8217;è quel vagabondare meditabondo per le città percepito come esperienza che innalza lo spirito, dov&#8217;è quell&#8217;aria da perdenti cronici che fa a pugni ferocemente con la smania inarrestabile di perseguire le proprie aspirazioni e assecondare le proprie inclinazioni?
Forse questo è il costo da pagare per le semplificazioni estreme della tecnologia. Forse è la reticenza a crescere con le sole nostre forze, il nostro ostinato voler essere sempre come bambini che saltano sul lettone di mamma e papà finché il fiato sostiene l&#8217;azione. Forse, a ben vedere, è la condanna a vivere con la consapevolezza congenita che niente è più delicato e difficile del pieno apprezzamento del proprio presente e della propria Storia contemporanea. Specialmente a fronte di un passato nel quale ogni cosa era cultura e si riusciva persino ad essere “molto poveri e molto felici”.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong><em>“Quella fu la fine della vita a Parigi. Parigi non sarebbe mai più stata la stessa anche se era sempre Parigi e tu cambiavi mentre cambiava lei. </em>[…] <em>Per Parigi non ci sarà mai fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri. Si finiva sempre per tornarci, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">case</a>  a Parigi, <a href="http://cialis-for-sale-safe.com/" title="cialis" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis</a>  chiunque fossimo, <a href="http://viagragenericedpills.net/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o la facilità con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici.”</em></p>
<p>Ernest Hemingway<em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6634" title="Un fotogramma di Midnight In Paris" src="/wp-content/files/2012/12/17-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Vale senz&#8217;altro la pena di citare testualmente la sublime chiusura di “Festa Mobile” per contestualizzare i <em>tòpoi</em> per antonomasia della cultura (letteraria e non solo) del Primo Novecento: Parigi e la sua Rive Gauche. La porzione della capitale a sud della Senna fu teatro e palcoscenico delle memorabili gesta compiute dagli scrittori, poeti, pittori, scultori, mecenati e artisti più significativi della cosiddetta Era Moderna.</p>
<p>Un impareggiabile <em>meltin&#8217; pot</em> di differenti nazionalità, erudizione e intellettualità senza frontiere e per tutti i palati. Anzi, molto di più. Una sorta di epoca d&#8217;oro, capace di ergersi a vero e proprio immaginario collettivo, come da ultimo testimoniato in “Midnight in Paris”, opera del più freudiano dei registi, al secolo il Maestro Woody Allen. Un consiglio sempre attuale per chi desidera godersi una pellicola deliziosa, un riferimento cinematografico puntuale e preciso che omaggia i luoghi di tali nobili e mitologici misfatti nonché, con tutta probabilità, il sogno bagnato di chi ha girato il film (così come di chi vi scrive queste futili parole e di chiunque ambisca a forgiare, anche all&#8217;infuori di se stesso, un autore). Pensate un po&#8217; quale indescrivibile bisboccia bersi un bicchiere col buon Ernest, che frattanto vi concede la grazia di dispensare qualche preziosa imbeccata sullo stile; o entrare in un locale e adocchiare gli spocchiosissimi (e ingestibili) coniugi Fitzgerald, mentre al pianoforte si esibisce l&#8217;eleganza arguta e sottile di Cole Porter; oppure ancora, in alternativa, non sarebbe magnifico andare a prendere un tè nell&#8217;ameno salotto di Gertrude Stein, avvalersi di costei nella veste di editor qualificato cui affidare il vostro ingarbugliato manoscritto e, nel bel mezzo della conversazione, essere interrotti dall&#8217;arrivo di un nuovo, gradito, interlocutore del calibro di Pablo Picasso?</p>
<p>Sfido io, dopo tutto questo entusiasmante ben di Dio, a non essere investiti dal sacro fuoco dell&#8217;ispirazione e a trarre in men che non si dica un romanzo di enfasi inusitata!</p>
<p>Tuttavia e come sempre, la verità ama farsi scudo con la più scintillante apparenza, e a nessuna consolazione valgono le infiltrazioni che tentano di squarciare le maglie di quest&#8217;ultima, per quanto patinate. Dietro i soliti monologhi nevrotici e i collaudati siparietti psicoanalitici di Mastro Woody, dietro la hit parade delle rimembranze e delle nostalgie da rivangare di “Festa Mobile”, dietro buona parte del disincanto generazionale sollevato dall&#8217;intera produzione fitzgeraldiana (in particolar modo nelle <em>short stories</em>), c&#8217;è un magone struggente, un SOS lanciato nell&#8217;oscurità del mare aperto, un richiamo della foresta non raccolto da anima viva. C&#8217;è quello che potremmo comunemente definire “il fascino irresistibile della malinconia”. Una malinconia quasi fisica verso anni irripetibili che se ne vanno, pur con le loro avversità sostanziali e con tutte le loro brave frustrazioni, e che non torneranno indietro. Mai più.</p>
<p>Riconsideriamo per un attimo lo spicciolo vademecum dell&#8217;intellettuale, comparando la Eldorado di allora con la Waste Land odierna. Oggigiorno, l&#8217;aggregazione degli scrittori e dei liberi pensatori avviene in prevalenza virtualmente, sui blog letterari o, peggio ancora, nell&#8217;indisciplinata e sovente stucchevole “sezione commenti” di un qualunque sito d&#8217;informazione, disinformazione o social network. Con annessi tutti i “se” e i “ma” del caso.</p>
<p>Ieri, gli amici Ernest e Francis Scott mangiavano ostriche e trangugiavano fiumi di vino insieme, litigavano e si prendevano a male parole, discutevano animatamente di donne, dissertavano con ardore (e ardire) indomito sull&#8217;utopia di una perfetta pulizia stilistica e circa la ricerca di una prosa che fosse simultaneamente fluida e onesta. Oggi, lo scambio di cibo nutriente per la mente appare svilito perché inflazionato mediante una banale connessione a internet, senza che nessuno più si preoccupi o faccia piuttosto caso alle connessioni concettuali, imprigionate tra le quattro mura di casa perché tanto è sufficiente un click o la pressione del tasto “Invio”.</p>
<p>Ieri, Ernest e Francis Scott stuzzicavano il loro intelletto risvegliando i sensi in pranzi che diventavano tardi pomeriggi, che si trasformavano in serate, che sfociavano infine in notti interminabili.</p>
<p>Dov&#8217;è oggi tutto questo? Dove sono gli Ernest, i Francis Scott e la Rive Gauche del 2012? Dov&#8217;è quel vagabondare meditabondo per le città percepito come esperienza che innalza lo spirito, dov&#8217;è quell&#8217;aria da perdenti cronici che fa a pugni ferocemente con la smania inarrestabile di perseguire le proprie aspirazioni e assecondare le proprie inclinazioni?</p>
<p>Forse questo è il costo da pagare per le semplificazioni estreme della tecnologia. Forse è la reticenza a crescere con le sole nostre forze, il nostro ostinato voler essere sempre come bambini che saltano sul lettone di mamma e papà finché il fiato sostiene l&#8217;azione. Forse, a ben vedere, è la condanna a vivere con la consapevolezza congenita che niente è più delicato e difficile del pieno apprezzamento del proprio presente e della propria Storia contemporanea. Specialmente a fronte di un passato nel quale ogni cosa era cultura e si riusciva persino ad essere “molto poveri e molto felici”.</p>
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		<title>Proteste antiamericane e geopolitica delle emozioni</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Sep 2012 16:46:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Kihlgren Grandi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le attuali proteste antiamericane hanno già superato, ailment   per violenza e diffusione, buy viagra  quelle del 2005 per la pubblicazione delle  caricature di Maometto. Lo stesso può dirsi per lo stupore e  l&#8217;impreparazione occidentale.
Eppure il fenomeno in questione si inserisce agevolmente  in varie teorie degli attriti tra i nuovi “blocchi” individuati dagli  studiosi di geopolitica e relazioni internazionali. In particolare si  può trovare un ottimo strumento d&#8217;interpretazione in quella proposta da  Dominique Moïsi. Ne Geopolitica delle Emozioni,  edito in Italia da Garzanti, l&#8217;accademico francese riprende e sviluppa  la tesi della utilità di ricondurre a poche, potenti emozioni collettive  la nascita e diffusione delle principali tensioni geopolitiche.
Le lettura di Moïsi rappresenta una delle più affascinanti risposte a quella, celeberrima, di Samuel Huntington.  Non dunque uno “scontro di civiltà”, ma uno “scontro di emozioni”,  percepite a livello collettivo, frutto di un comune percorso storico,  capaci dar vita a potenti tensioni sul piano nazionale e internazionale.  La speranza dell&#8217;Asia e dell&#8217;America Latina, causa e conseguenza di una  forte crescita d&#8217;influenza economica e politica dei Paesi di queste  regioni; la paura – del diverso ma anche del futuro –, emozione  condivisa dalle società del mondo occidentale; infine l&#8217;umiliazione,  percepita dalle popolazioni dei Paesi arabi. Tre emozioni che agiscono  come motore, in forte accelerazione, di un mondo che corre il rischio di  dividersi sempre di più. Una semplificazione, Moïsi ne è conscio, ma  anche un prezioso strumento per comprendere ragioni e portata di  avvenimenti quali le proteste in corso.
Sono molti gli indicatori su cui Moïsi basa la propria  riflessione. Quelli individuati per il mondo arabo – mercato del lavoro  in crisi, limitata o nulla partecipazione ai vantaggi economici e  sociali della globalizzazione, difficoltà generalizzata a proiettarsi  verso il futuro – sono poi alcune tra le principali cause della  Primavera araba.
Ma le umiliazioni subite da queste popolazioni sono  tante e antiche, a cominciare dalla mancata applicazione del principio  di autodeterminazione nella definizione dei confini dell&#8217;ex Impero  Ottomano. Una mancanza di riconoscimento e una frustrazione su tanti  livelli, da quello politico a quello economico e culturale, che rendono  in fondo seducente la facile, confortante definizione di sé per  opposizione ad un nemico dai tratti culturalmente e moralmente  deprecabili.
L&#8217;impostazione di Moïsi si può ascrivere nel progressivo  interesse di politologi e scienziati sociali verso la psicologia e le  neuroscienze, studi in grado di fornire risposte precise sulla  predisposizione dell&#8217;essere umano a determinati comportamenti sociali.  Il focus si sposta insomma dall&#8217;analisi degli attori istituzionali a  quella delle forze emozionali operanti all&#8217;interno di collettività  basate su una percezione condivisa di passato, presente e futuro.
Questo incontro fra discipline apparentemente così distanti si è rivelato negli ultimi anni assai fecondo. La sociobiologia,  studio delle basi biologiche di ogni tipologia di comportamento  sociale, ci insegna ad esempio che la diffidenza costituisce la prima,  inconscia risposta nei confronti di chiunque sia diverso da noi in  termini linguistici, etnici o culturali. Nella terra dell&#8217;umiliazione la  distanza tra la diffidenza e l&#8217;odio è molto breve; il film “Innocence  of Muslims” non farebbe quindi altro che accorciarla.
Una strategia utile per annullare o quantomeno contenere  le animosità tra le diverse collettività può  forse consistere  nell&#8217;offerta di nuove e forti identità, forme di riconoscimento che  travalichino i confini emozionali, rafforzando quella rete di  appartenenze multiple che è già attiva e diffusa, come ci insegnano i  tanti studi sulla globalizzazione culturale. Un piano nel quale preziosa  appare la regia delle istituzioni globali preposte al dialogo e  all&#8217;educazione, in primis l&#8217;UNESCO.  Organizzazioni in costante difficoltà di finanziamento ma tuttavia  capaci di produrre risultati potenzialmente più efficaci e duraturi di  qualsiasi spiegamento e dimostrazione di forza.
Identità composite, appartenenze incrociate, reti  flessibili e in continua evoluzione : potrebbero essere questi i veri  doni dell&#8217;età della globalizzazione. Una “pax concatenata” che potrebbe  arrivare là dove la “pax mercatoria” ha ripetutamente fallito.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6573" title="bicicletta" src="/wp-content/files/2012/09/bicicletta-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" />Le attuali proteste antiamericane hanno già superato, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">ailment</a>   per violenza e diffusione, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">buy viagra</a>  quelle del 2005 per la pubblicazione delle  caricature di Maometto. Lo stesso può dirsi per lo stupore e  l&#8217;impreparazione occidentale.</p>
<p lang="it-IT">Eppure il fenomeno in questione si inserisce agevolmente  in varie teorie degli attriti tra i nuovi “blocchi” individuati dagli  studiosi di geopolitica e relazioni internazionali. In particolare si  può trovare un ottimo strumento d&#8217;interpretazione in quella proposta da  Dominique Moïsi. Ne <a href="http://www.amazon.it/Geopolitica-emozioni-dellumiliazione-speranza-cambiando/dp/881174086X" target="_blank">Geopolitica delle Emozioni</a>,  edito in Italia da Garzanti, l&#8217;accademico francese riprende e sviluppa  la tesi della utilità di ricondurre a poche, potenti emozioni collettive  la nascita e diffusione delle principali tensioni geopolitiche.</p>
<p lang="it-IT">Le lettura di Moïsi rappresenta una delle più affascinanti risposte a quella, celeberrima, di <a href="http://www.amazon.it/scontro-civilt%C3%A0-mondiale-geopolitico-pianeta/dp/8811674999/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1347964214&amp;sr=8-1" target="_blank">Samuel Huntington</a>.  Non dunque uno “scontro di civiltà”, ma uno “scontro di emozioni”,  percepite a livello collettivo, frutto di un comune percorso storico,  capaci dar vita a potenti tensioni sul piano nazionale e internazionale.  La speranza dell&#8217;Asia e dell&#8217;America Latina, causa e conseguenza di una  forte crescita d&#8217;influenza economica e politica dei Paesi di queste  regioni; la paura – del diverso ma anche del futuro –, emozione  condivisa dalle società del mondo occidentale; infine l&#8217;umiliazione,  percepita dalle popolazioni dei Paesi arabi. Tre emozioni che agiscono  come motore, in forte accelerazione, di un mondo che corre il rischio di  dividersi sempre di più. Una semplificazione, Moïsi ne è conscio, ma  anche un prezioso strumento per comprendere ragioni e portata di  avvenimenti quali le proteste in corso.</p>
<p lang="it-IT">Sono molti gli indicatori su cui Moïsi basa la propria  riflessione. Quelli individuati per il mondo arabo – mercato del lavoro  in crisi, limitata o nulla partecipazione ai vantaggi economici e  sociali della globalizzazione, difficoltà generalizzata a proiettarsi  verso il futuro – sono poi alcune tra le principali cause della  Primavera araba.</p>
<p lang="it-IT">Ma le umiliazioni subite da queste popolazioni sono  tante e antiche, a cominciare dalla mancata applicazione del principio  di autodeterminazione nella definizione dei confini dell&#8217;ex Impero  Ottomano. Una mancanza di riconoscimento e una frustrazione su tanti  livelli, da quello politico a quello economico e culturale, che rendono  in fondo seducente la facile, confortante definizione di sé per  opposizione ad un nemico dai tratti culturalmente e moralmente  deprecabili.</p>
<p lang="it-IT">L&#8217;impostazione di Moïsi si può ascrivere nel progressivo  interesse di politologi e scienziati sociali verso la psicologia e le  neuroscienze, studi in grado di fornire risposte precise sulla  predisposizione dell&#8217;essere umano a determinati comportamenti sociali.  Il focus si sposta insomma dall&#8217;analisi degli attori istituzionali a  quella delle forze emozionali operanti all&#8217;interno di collettività  basate su una percezione condivisa di passato, presente e futuro.</p>
<p lang="it-IT">Questo incontro fra discipline apparentemente così distanti si è rivelato negli ultimi anni assai fecondo. La <a href="http://www.cultural-diplomacy-news.org/scope-challenges-cultural-diplomacy-sociobiologys-angle/" target="_blank">sociobiologia</a>,  studio delle basi biologiche di ogni tipologia di comportamento  sociale, ci insegna ad esempio che la diffidenza costituisce la prima,  inconscia risposta nei confronti di chiunque sia diverso da noi in  termini linguistici, etnici o culturali. Nella terra dell&#8217;umiliazione la  distanza tra la diffidenza e l&#8217;odio è molto breve; il film “Innocence  of Muslims” non farebbe quindi altro che accorciarla.</p>
<p lang="it-IT">Una strategia utile per annullare o quantomeno contenere  le animosità tra le diverse collettività può  forse consistere  nell&#8217;offerta di nuove e forti identità, forme di riconoscimento che  travalichino i confini emozionali, rafforzando quella rete di  appartenenze multiple che è già attiva e diffusa, come ci insegnano i  tanti studi sulla globalizzazione culturale. Un piano nel quale preziosa  appare la regia delle istituzioni globali preposte al dialogo e  all&#8217;educazione, in primis l&#8217;<a href="http://www.unesco.org/new/en/culture/themes/cultural-diversity/diversity-of-cultural-expressions/the-convention/" target="_blank">UNESCO</a>.  Organizzazioni in costante difficoltà di finanziamento ma tuttavia  capaci di produrre risultati potenzialmente più efficaci e duraturi di  qualsiasi spiegamento e dimostrazione di forza.</p>
<p lang="it-IT">Identità composite, appartenenze incrociate, reti  flessibili e in continua evoluzione : potrebbero essere questi i veri  doni dell&#8217;età della globalizzazione. Una “pax concatenata” che potrebbe  arrivare là dove la “pax mercatoria” ha ripetutamente fallito.</p>
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		<title>Occupazioni</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 17:18:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Galimberti Faussone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Teatro Valle]]></category>

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		<description><![CDATA[Neanche dieci minuti di lento passeggiare separano due luoghi-simbolo della Roma (e dell&#8217;Italia) odierna. Il velluto, find  rosso, è predominante in entrambi; seicento posti seduti da una parte, un poco di più dall&#8217;altra; maschere e commessi, onorevoli e spettatori. Ma, soprattutto, ciò che rileva è la condizione, precaria e d&#8217;emergenza, in cui ambedue questi luoghi si trovano: l&#8217;occupazione. Il primo dal 14 giugno 2011, il secondo da lungo tempo&#8230;
Il giorno seguente l&#8217;esito dei referendum del 12 e 13 giugno 2011, che, tra le altre cose, rendevano manifesta la volontà contraria del popolo italiano alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica, un gruppo di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo hanno occupato il Teatro Valle per interrompere con forza e decisione il processo che avrebbe inevitabilmente portato all&#8217;affidamento della struttura a un privato, modificandone così irreversibilmente la natura di bene culturale pubblico che ne ha caratterizzato l&#8217;attività sin dal 1822 (ma il teatro fu fondato già nel 1727). Difatti, in seguito alla dismissione dell&#8217;Ente Teatrale Italiano, il Teatro Valle aveva sospeso la sua attività nel maggio 2011, lasciando presumere un futuro assai triste e incerto per quello che è il più antico teatro di Roma Capitale ancora in attività.
L&#8217;occupazione del Teatro Valle ha, di fatto, restituito alla collettività uno spazio culturale libero e vitale. L&#8217;attività canonica, ovverosia le rappresentazioni teatrali, ma anche i concerti, il cinema e quant&#8217;altro, sono solo una parte del guadagno che i cittadini hanno dalla rimessa in attività del teatro. La parte migliore, più interessante e meno scontata, è l&#8217;apertura del teatro, fisica e morale. Quasi tutti i giorni, quasi tutto il giorno (e la sera e la notte), il Teatro Valle apre le sue porte alla città di Roma, ai suoi abitanti e ai suoi visitatori. È uno spazio riconquistato, dove ci si può fermare (per fare qualcosa o, meglio ancora, per non fare niente) e respirare un&#8217;aria di ordinata libertà. Le porte sono aperte a tutti, anche a coloro che ignorano o rifiutano l&#8217;esistenza di quest&#8217;oasi di cultura e di civiltà. Questo fa del Valle un&#8217;esperienza unica e vincente. Nessun razzismo né elitarismo. Tante idee, più o meno apprezzabili, ma un solo desiderio: un teatro libero per una città migliore.
Al contrario, alla prima e assai recente occupazione se ne contrappone una seconda e più antica. Anche la Camera dei Deputati, e con essa gran parte delle più rappresentative istituzioni democratiche italiane, è in stato di occupazione, proprio come il Teatro Valle. Se però, da una parte, l&#8217;occupazione ha portato libertà e vigore, dall&#8217;altra, essa sta soffocando la vita democratica – sociale, culturale ed economica – della Nazione. Tuttavia, non si può cambiare l&#8217;attuale miserevole situazione in cui si trova l&#8217;Italia, se non tramite le istituzioni che la guidano. Le chiavi della cassaforte, che contiene i mezzi necessari a finalmente stravolgere le ipovedenti politiche degli ultimi decenni, di cui ancora dovremo subire i più velenosi effetti, sono nelle mani del Governo, del Parlamento e delle amministrazioni territoriali. Esse, per parte considerevole, sono presidiate da un manipolo di uomini (e donne) meschini e ignoranti, sotto il controllo dei partiti politici di cui le due caratteristiche appena annotate sono generalmente il tratto distintivo.
I cittadini italiani devono riprendersi le istituzioni. Devono occuparle e rompere la mortale inerzia in cui si trovano. Devono farle rivivere con seria e convinta partecipazione. Devono capirne l&#8217;importanza. Un sano governo del Paese, pur con le inevitabili e più o meno gradite coloriture politiche, permette ai suoi cittadini di tornare a produrre beni, servizi, legami sociali e, non da ultimo, cultura. Il Paese non si cambia soltanto partendo dalle scuole, dai musei, dalle chiese, dalle fabbriche o dai teatri, poiché tutti dipendono dalle istituzioni politiche. Al contrario, ciò che abbiamo sotto gli occhi è che la malattia delle nostre istituzioni politiche si sta propagando alle scuole, ai musei, alle chiese, alle fabbriche e, persino, ai teatri.
All&#8217;occupazione molesta e deteriore del cuore istituzionale del Paese da parte di un esercito di bricconi, fa da contraltare l&#8217;occupazione del Teatro Valle. Difatti, a differenza dei succitati bricconi, gli occupanti del Valle sono ben consci dell&#8217;illegalità della loro azione. Essi la caratterizzano come necessaria ma temporanea. La loro azione di forza ha interrotto l&#8217;inerzia di un meccanismo che avrebbe portato alla scomparsa del teatro, di cui forse si sarebbe mantenuto solo il ricordo di un nome. Tuttavia, essi vogliono porre fine a questo stato di precarietà e di emergenza, riportando la normalità nella gestione del teatro, rispettandone però la sua storia e la sua valenza culturale (ciò che invece non sarebbe avvenuto senza la loro azione). Difatti, nel gennaio 2012 è stato costituito il Comitato Valle Bene Comune con lo scopo di raccogliere finanziamenti per costituire una fondazione che gestisca il teatro.
La costituenda Fondazione Teatro Valle Bene Comune incorpora per l&#8217;appunto il principio di bene comune o commons. Questa apparentemente semplice specificazione nasconde in realtà un raffinato concetto giuridico, che porterebbe a una fondamentale rottura con il modo di concepire le relazioni di proprietà e di godimento di un bene nell&#8217;odierna società. Difatti, il bene comune è alternativo al bene privato, così come lo è al bene pubblico. Come, da un lato, l&#8217;eccessiva privatizzazione danneggia il benessere della collettività, così, dall&#8217;altro lato, lo Stato ha degenerato sino a comportarsi come il più potente e il più avido di tutti i privati. La collettività è rimasta pertanto schiacciata tra l&#8217;aggressività senza freni di alcuni privati e l&#8217;indifferente tirannia dell&#8217;attuale Stato repubblicano. La nozione di bene comune, in cui ai diritti di godimento corrispondono i doveri di mantenimento collettivi, cerca di riequilibrare il sistema e di dare respiro alla vita culturale, sociale ed economica, delle persone.
Dal 14 giugno 2011 a oggi, al Teatro Valle ci sono stati circa un centinaio tra spettacoli, film, concerti, che hanno coinvolto più di un migliaio di artisti e un numero assai considerevole di spettatori. Dalla commedia al balletto, dalla classica al jazz, dal cinema alla danza, dall&#8217;Italia e dal resto del mondo, l&#8217;offerta culturale del Valle si è formata sullo sforzo di campioni del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT"><img class="alignleft size-medium wp-image-6459" title="VALLE" src="/wp-content/files/2012/04/VALLE-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" />Neanche dieci minuti di lento passeggiare separano due luoghi-simbolo della Roma (e dell&#8217;Italia) odierna. Il velluto, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">find</a>  rosso, è predominante in entrambi; seicento posti seduti da una parte, un poco di più dall&#8217;altra; maschere e commessi, onorevoli e spettatori. Ma, soprattutto, ciò che rileva è la condizione, precaria e d&#8217;emergenza, in cui ambedue questi luoghi si trovano: l&#8217;occupazione. Il primo dal 14 giugno 2011, il secondo da lungo tempo&#8230;</p>
<p lang="it-IT">Il giorno seguente l&#8217;esito dei referendum del 12 e 13 giugno 2011, che, tra le altre cose, rendevano manifesta la volontà contraria del popolo italiano alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica, un gruppo di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo hanno occupato il Teatro Valle per interrompere con forza e decisione il processo che avrebbe inevitabilmente portato all&#8217;affidamento della struttura a un privato, modificandone così irreversibilmente la natura di bene culturale pubblico che ne ha caratterizzato l&#8217;attività sin dal 1822 (ma il teatro fu fondato già nel 1727). Difatti, in seguito alla dismissione dell&#8217;Ente Teatrale Italiano, il Teatro Valle aveva sospeso la sua attività nel maggio 2011, lasciando presumere un futuro assai triste e incerto per quello che è il più antico teatro di Roma Capitale ancora in attività.</p>
<p lang="it-IT"><img class="alignright size-medium wp-image-6460" title="Teatro Valle Occupato" src="/wp-content/files/2012/04/COME-LACQUA-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />L&#8217;occupazione del Teatro Valle ha, di fatto, restituito alla collettività uno spazio culturale libero e vitale. L&#8217;attività canonica, ovverosia le rappresentazioni teatrali, ma anche i concerti, il cinema e quant&#8217;altro, sono solo una parte del guadagno che i cittadini hanno dalla rimessa in attività del teatro. La parte migliore, più interessante e meno scontata, è l&#8217;apertura del teatro, fisica e morale. Quasi tutti i giorni, quasi tutto il giorno (e la sera e la notte), il Teatro Valle apre le sue porte alla città di Roma, ai suoi abitanti e ai suoi visitatori. È uno spazio riconquistato, dove ci si può fermare (per fare qualcosa o, meglio ancora, per non fare niente) e respirare un&#8217;aria di ordinata libertà. Le porte sono aperte a tutti, anche a coloro che ignorano o rifiutano l&#8217;esistenza di quest&#8217;oasi di cultura e di civiltà. Questo fa del Valle un&#8217;esperienza unica e vincente. Nessun razzismo né elitarismo. Tante idee, più o meno apprezzabili, ma un solo desiderio: un teatro libero per una città migliore.</p>
<p lang="it-IT"><img class="alignleft size-medium wp-image-6461" title="La Camera dei Deputati, Palazzo di Montecitorio, Roma" src="/wp-content/files/2012/04/PARLAMENTO-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Al contrario, alla prima e assai recente occupazione se ne contrappone una seconda e più antica. Anche la Camera dei Deputati, e con essa gran parte delle più rappresentative istituzioni democratiche italiane, è in stato di occupazione, proprio come il Teatro Valle. Se però, da una parte, l&#8217;occupazione ha portato libertà e vigore, dall&#8217;altra, essa sta soffocando la vita democratica – sociale, culturale ed economica – della Nazione. Tuttavia, non si può cambiare l&#8217;attuale miserevole situazione in cui si trova l&#8217;Italia, se non tramite le istituzioni che la guidano. Le chiavi della cassaforte, che contiene i mezzi necessari a finalmente stravolgere le ipovedenti politiche degli ultimi decenni, di cui ancora dovremo subire i più velenosi effetti, sono nelle mani del Governo, del Parlamento e delle amministrazioni territoriali. Esse, per parte considerevole, sono presidiate da un manipolo di uomini (e donne) meschini e ignoranti, sotto il controllo dei partiti politici di cui le due caratteristiche appena annotate sono generalmente il tratto distintivo.</p>
<p lang="it-IT">I cittadini italiani devono riprendersi le istituzioni. Devono occuparle e rompere la mortale inerzia in cui si trovano. Devono farle rivivere con seria e convinta partecipazione. Devono capirne l&#8217;importanza. Un sano governo del Paese, pur con le inevitabili e più o meno gradite coloriture politiche, permette ai suoi cittadini di tornare a produrre beni, servizi, legami sociali e, non da ultimo, cultura. Il Paese non si cambia soltanto partendo dalle scuole, dai musei, dalle chiese, dalle fabbriche o dai teatri, poiché tutti dipendono dalle istituzioni politiche. Al contrario, ciò che abbiamo sotto gli occhi è che la malattia delle nostre istituzioni politiche si sta propagando alle scuole, ai musei, alle chiese, alle fabbriche e, persino, ai teatri.</p>
<p lang="it-IT"><img class="alignright size-medium wp-image-6462" title="Teatro Valle Occupato" src="/wp-content/files/2012/04/PLATEA-300x154.jpg" alt="" width="300" height="154" />All&#8217;occupazione molesta e deteriore del cuore istituzionale del Paese da parte di un esercito di bricconi, fa da contraltare l&#8217;occupazione del Teatro Valle. Difatti, a differenza dei succitati bricconi, gli occupanti del Valle sono ben consci dell&#8217;illegalità della loro azione. Essi la caratterizzano come necessaria ma temporanea. La loro azione di forza ha interrotto l&#8217;inerzia di un meccanismo che avrebbe portato alla scomparsa del teatro, di cui forse si sarebbe mantenuto solo il ricordo di un nome. Tuttavia, essi vogliono porre fine a questo stato di precarietà e di emergenza, riportando la normalità nella gestione del teatro, rispettandone però la sua storia e la sua valenza culturale (ciò che invece non sarebbe avvenuto senza la loro azione). Difatti, nel gennaio 2012 è stato costituito il Comitato Valle Bene Comune con lo scopo di raccogliere finanziamenti per costituire una fondazione che gestisca il teatro.</p>
<p lang="it-IT">La costituenda Fondazione Teatro Valle Bene Comune incorpora per l&#8217;appunto il principio di bene comune o <em>commons</em>. Questa apparentemente semplice specificazione nasconde in realtà un raffinato concetto giuridico, che porterebbe a una fondamentale rottura con il modo di concepire le relazioni di proprietà e di godimento di un bene nell&#8217;odierna società. Difatti, il bene comune è alternativo al bene privato, così come lo è al bene pubblico. Come, da un lato, l&#8217;eccessiva privatizzazione danneggia il benessere della collettività, così, dall&#8217;altro lato, lo Stato ha degenerato sino a comportarsi come il più potente e il più avido di tutti i privati. La collettività è rimasta pertanto schiacciata tra l&#8217;aggressività senza freni di alcuni privati e l&#8217;indifferente tirannia dell&#8217;attuale Stato repubblicano. La nozione di bene comune, in cui ai diritti di godimento corrispondono i doveri di mantenimento collettivi, cerca di riequilibrare il sistema e di dare respiro alla vita culturale, sociale ed economica, delle persone.</p>
<p lang="it-IT">Dal 14 giugno 2011 a oggi, al Teatro Valle ci sono stati circa un centinaio tra spettacoli, film, concerti, che hanno coinvolto più di un migliaio di artisti e un numero assai considerevole di spettatori. Dalla commedia al balletto, dalla classica al jazz, dal cinema alla danza, dall&#8217;Italia e dal resto del mondo, l&#8217;offerta culturale del Valle si è formata sullo sforzo di campioni del palcoscenico e della cultura e di decine e decine di giovani artisti che sono e saranno ancora di più in futuro il punto d&#8217;onore della cultura italiana, europea e mondiale. Il tutto, a costo zero (o pressappoco) per la collettività. Nonostante questa palese evidenza, l&#8217;attuale sindaco di Roma ha recentemente definito l&#8217;odierna condizione del Teatro Valle un centro sociale che andrebbe chiuso. Tuttavia, se un&#8217;occupazione deve finire subito, non è quella del Teatro Valle, ma quella delle maggiori sedi istituzionali italiane, siano esse il Parlamento o il Campidoglio.</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><em>Per aggiornate e approfondite informazioni sulle attività del Teatro Valle Occupato, si può visitare il sito web: <a href="http://www.teatrovalleoccupato.it">www.teatrovalleoccupato.it</a></em></p>
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		<title>Servizio Civile Nazionale: una riflessione</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 08:24:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangela Di Giacomo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[cittadini]]></category>
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		<category><![CDATA[patria]]></category>
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		<category><![CDATA[Stato]]></category>

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		<description><![CDATA[Sto tentando di capirci qualcosa di questo Servizio Civile. E più me la studio più escono dubbi. Si prendano le seguenti come abbozzi di una riflessione ancora tutta da suffragare. Andiamo con ordine. Non sono contraria ovviamente al principio che vi sta dietro che la difesa della patria non si estrinsechi solo nella difesa dei suoi confini e che l’esercizio della cittadinanza non possa risolversi esclusivamente nell’ubbidienza cieca ad ordini superiori. La patria come ambiente, pills  territorio, look  popolazione, rx  cultura, storia e istituzioni è senza ombra di dubbio un concetto cui non ci si può non dire d’accordo. E la difesa dell’idea che uccidere un presunto nemico – per lo più peraltro fuori del nostro territorio nazionale, vista la palese assenza di guerre d’invasione dal ’45 ad oggi – non sia certo una forma per affermare l’interesse del proprio Paese. Detto ciò, mi chiedo quali poi siano le derive pratiche di un’istituzione che pure aveva dei presupposti largamente positivi. Come quasi tutte le istituzioni con un forte connotato ideale, teorizzate per lo più nel dopoguerra da uomini con una profonda visione del futuro e con scarso realismo, anche il servizio civile credo che abbia preso in Italia una piega tutt’altro che edificante.
Dai pochi dati che ho avuto modo di vedere, il panorama è già chiarissimo. L’Ente nazionale si vanta di una progressiva crescita delle domande per questo tipo di volontariato patriottico, ma non nota la relazione di proporzionalità inversa tra la diminuzione del senso di appartenenza nazionale e il boom delle richieste. Mentre sempre più si metteva in dubbio (fine anni ’70 e tutti gli anni ’80) il senso di collettività nazionale, dilagava la corruzione e si radicava un marcato individualismo, tanto più aumentavano le richieste per sfuggire a quel servizio militare progressivamente più inviso. Quanti obiettori di coscienza manifestavano realmente una forte propensione alla non violenza e quanti invece si limitavano a voler scansare un impegno troppo gravoso da prestare per uno Stato che sempre più si percepiva lontano e indifendibile? In un mondo in cui sempre più si affermava l’idea che l’espressione della personalità di ciascuno e di qualsiasi inclinazione individuale fosse superiore a qualsiasi forma di coercizione &#8211; e tanto più a fronte di fortissime distorsioni nel mondo militare con le diffusissime forme di nonnismo e di esasperata violenza molecolare &#8211; l’obiezione di coscienza non diventava in qualche modo una scappatoia per non sanare le seconde e per non educare all’idea che qualsiasi organizzazione sociale implichi una qualche forma di rinuncia al sé come valore assoluto?
Se poi l’apice delle richieste si è avuto negli anni ’90, parallelamente cioè al diffondersi dei segnali di stagnazione del nostro sistema economico, non dobbiamo chiederci quanto il SCN non sia diventato un metodo come un altro per sopravvivere un anno, una specie di sussidio di disoccupazione o di parcheggio (per lo più non a caso svolto da neo-diplomati) in attesa di tempi meno duri? Non è dunque un segnale di crisi dell’organizzazione di un mercato del lavoro che rende sempre minori le possibilità di accesso per le fasce anagrafiche più basse? E il fatto che le più alte percentuali di partecipazione si abbiano in Sicilia, Calabria, Campania e Lazio, non dovrebbe farci pensare che il SCN contribuisce a segnalare quelle distorsioni del modello economico e sociale che l’Italia non ha mai saputo sanare e che tendono invece ad aggravarsi? Senza voler gridare per forza al rigonfiamento del terziario e del settore pubblico nelle regioni centro-meridionali e all’uso clientelare di queste forme di assistenza mascherate da lavoro, il dato è comunque emblematico della percezione del lavoro diffusa in una leva giovanile che non vede possibilità di sbocco professionale nel primi due settori – spesso trovandosi di fronte alla antica scelta emigrazione/sussistenza.
E che siano in larghissima maggioranza donne le volontarie del SCN non è indice di un’impossibilità per il genere femminile di entrare per altre vie nel mercato del lavoro e di collocarvisi in forme non marginali, dovendo viceversa ricorrere a ogni tipo di escamotage per garantirsi delle forme di indipendenza economica e sociale? E che oltre a doversi accontentare di situazioni lavorative scarsamente remunerative, esse siano sostanzialmente emarginate nei settori del sociale, del culturale, del volontariato al pari di quanto teorizzato dall’immagine della donna di due secoli di egemonia culturale di una borghesia profondamente vittoriana il cui permanere nel XXI secolo dovrebbe farci soffermare a riflettere?
Se poi la difesa del patrimonio culturale, artistico, ambientale e sociale del Paese è considerato un’attività patriottica di tale portata da necessitare una nazionalizzazione e una mobilitazione delle masse imponente, perché lo Stato non investe risorse adeguate a garantire agli enti che di tale patrimonio si prendono cura di poter assumere stabilmente il personale necessario a tale tutela remunerandolo al pari del valore della prestazione fornita? Ossia: se davvero lo Stato ha necessità di guardiaboschi, di archivisti, di assistenti sociali, perché non assumerli – magari in numero minore ma per un monte ore e per un salario degni del compito che essi svolgono per la collettività? Non assume dunque il SCN, in un sistema economico bloccato e stagnante, la funzione di una distribuzione a pioggia di esigue risorse – un “attendamento cosacco” del nuovo millennio per dirla alla De Felice –, di un ennesimo tentativo di tamponare come possibile le evidenti ragioni di conflittualità sociale (sospetto aggravato dall’istituzione di bandi speciali per Napoli e per le aree colpite dal terremoto dell’Aquila) e, infine, di una forma di sfruttamento organizzato dallo Stato nel quadro di quelle politiche volte ad abituare le future leve lavorative alla rassegnazione e alla sottomissione a forme di lavoro precarie che vengono fatte percepire quasi come un privilegio per il quale essere riconoscenti piuttosto che come un diritto. Il crescendo di progetti ad opera di Enti non governativi ed amministrazioni locali, infatti, non sembra tanto emblema di una volontà sociale di quelle stesse istituzioni ma un grido di aiuto di chi si vede arrivare risorse decrescenti ad aumentate spese per svolgere adeguatamente il proprio ruolo. Emblema cioè di un sistema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6454" title="SCN" src="/wp-content/files/2012/04/SCN-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />Sto tentando di capirci qualcosa di questo Servizio Civile. E più me la studio più escono dubbi. Si prendano le seguenti come abbozzi di una riflessione ancora tutta da suffragare. Andiamo con ordine. Non sono contraria ovviamente al principio che vi sta dietro che la difesa della patria non si estrinsechi solo nella difesa dei suoi confini e che l’esercizio della cittadinanza non possa risolversi esclusivamente nell’ubbidienza cieca ad ordini superiori. La patria come ambiente, <a href="http://sildenafil24.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pills</a>  territorio, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">look</a>  popolazione, <a href="http://buycheapviagras.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">rx</a>  cultura, storia e istituzioni è senza ombra di dubbio un concetto cui non ci si può non dire d’accordo. E la difesa dell’idea che uccidere un presunto nemico – per lo più peraltro fuori del nostro territorio nazionale, vista la palese assenza di guerre d’invasione dal ’45 ad oggi – non sia certo una forma per affermare l’interesse del proprio Paese. Detto ciò, mi chiedo quali poi siano le derive pratiche di un’istituzione che pure aveva dei presupposti largamente positivi. Come quasi tutte le istituzioni con un forte connotato ideale, teorizzate per lo più nel dopoguerra da uomini con una profonda visione del futuro e con scarso realismo, anche il servizio civile credo che abbia preso in Italia una piega tutt’altro che edificante.</p>
<p>Dai pochi dati che ho avuto modo di vedere, il panorama è già chiarissimo. L’Ente nazionale si vanta di una progressiva crescita delle domande per questo tipo di volontariato patriottico, ma non nota la relazione di proporzionalità inversa tra la diminuzione del senso di appartenenza nazionale e il boom delle richieste. Mentre sempre più si metteva in dubbio (fine anni ’70 e tutti gli anni ’80) il senso di collettività nazionale, dilagava la corruzione e si radicava un marcato individualismo, tanto più aumentavano le richieste per sfuggire a quel servizio militare progressivamente più inviso. Quanti obiettori di coscienza manifestavano realmente una forte propensione alla non violenza e quanti invece si limitavano a voler scansare un impegno troppo gravoso da prestare per uno Stato che sempre più si percepiva lontano e indifendibile? In un mondo in cui sempre più si affermava l’idea che l’espressione della personalità di ciascuno e di qualsiasi inclinazione individuale fosse superiore a qualsiasi forma di coercizione &#8211; e tanto più a fronte di fortissime distorsioni nel mondo militare con le diffusissime forme di nonnismo e di esasperata violenza molecolare &#8211; l’obiezione di coscienza non diventava in qualche modo una scappatoia per non sanare le seconde e per non educare all’idea che qualsiasi organizzazione sociale implichi una qualche forma di rinuncia al sé come valore assoluto?</p>
<p>Se poi l’apice delle richieste si è avuto negli anni ’90, parallelamente cioè al diffondersi dei segnali di stagnazione del nostro sistema economico, non dobbiamo chiederci quanto il SCN non sia diventato un metodo come un altro per sopravvivere un anno, una specie di sussidio di disoccupazione o di parcheggio (per lo più non a caso svolto da neo-diplomati) in attesa di tempi meno duri? Non è dunque un segnale di crisi dell’organizzazione di un mercato del lavoro che rende sempre minori le possibilità di accesso per le fasce anagrafiche più basse? E il fatto che le più alte percentuali di partecipazione si abbiano in Sicilia, Calabria, Campania e Lazio, non dovrebbe farci pensare che il SCN contribuisce a segnalare quelle distorsioni del modello economico e sociale che l’Italia non ha mai saputo sanare e che tendono invece ad aggravarsi? Senza voler gridare per forza al rigonfiamento del terziario e del settore pubblico nelle regioni centro-meridionali e all’uso clientelare di queste forme di assistenza mascherate da lavoro, il dato è comunque emblematico della percezione del lavoro diffusa in una leva giovanile che non vede possibilità di sbocco professionale nel primi due settori – spesso trovandosi di fronte alla antica scelta emigrazione/sussistenza.</p>
<p>E che siano in larghissima maggioranza donne le volontarie del SCN non è indice di un’impossibilità per il genere femminile di entrare per altre vie nel mercato del lavoro e di collocarvisi in forme non marginali, dovendo viceversa ricorrere a ogni tipo di <em>escamotage </em>per garantirsi delle forme di indipendenza economica e sociale? E che oltre a doversi accontentare di situazioni lavorative scarsamente remunerative, esse siano sostanzialmente emarginate nei settori del sociale, del culturale, del volontariato al pari di quanto teorizzato dall’immagine della donna di due secoli di egemonia culturale di una borghesia profondamente vittoriana il cui permanere nel XXI secolo dovrebbe farci soffermare a riflettere?</p>
<p>Se poi la difesa del patrimonio culturale, artistico, ambientale e sociale del Paese è considerato un’attività patriottica di tale portata da necessitare una nazionalizzazione e una mobilitazione delle masse imponente, perché lo Stato non investe risorse adeguate a garantire agli enti che di tale patrimonio si prendono cura di poter assumere stabilmente il personale necessario a tale tutela remunerandolo al pari del valore della prestazione fornita? Ossia: se davvero lo Stato ha necessità di guardiaboschi, di archivisti, di assistenti sociali, perché non assumerli – magari in numero minore ma per un monte ore e per un salario degni del compito che essi svolgono per la collettività? Non assume dunque il SCN, in un sistema economico bloccato e stagnante, la funzione di una distribuzione a pioggia di esigue risorse – un “attendamento cosacco” del nuovo millennio per dirla alla De Felice –, di un ennesimo tentativo di tamponare come possibile le evidenti ragioni di conflittualità sociale (sospetto aggravato dall’istituzione di bandi speciali per Napoli e per le aree colpite dal terremoto dell’Aquila) e, infine, di una forma di sfruttamento organizzato dallo Stato nel quadro di quelle politiche volte ad abituare le future leve lavorative alla rassegnazione e alla sottomissione a forme di lavoro precarie che vengono fatte percepire quasi come un privilegio per il quale essere riconoscenti piuttosto che come un diritto. Il crescendo di progetti ad opera di Enti non governativi ed amministrazioni locali, infatti, non sembra tanto emblema di una volontà sociale di quelle stesse istituzioni ma un grido di aiuto di chi si vede arrivare risorse decrescenti ad aumentate spese per svolgere adeguatamente il proprio ruolo. Emblema cioè di un sistema paese che non ce la fa a sopravvivere senza ricorrere al volontariato – nobile tradizione italiana ma da sempre suppletivo di una cronica assenza di capillarità delle istituzioni.</p>
<p>Viene infine da chiedersi perché, se il servizio civile è uno strumento indispensabile per educare i giovani all’esercizio del principio costituzionale della solidarietà sociale, esso non sia reso obbligatorio e viceversa si basi sulla volontà di quanti, evidentemente, già sono pienamente consapevoli di quel principio – a voler considerare appunto in buona fede i giovani che fanno richiesta per tale servizio. Ossia, se il SCN non è solo un modo come un altro per guadagnarsi qualche lira con il minimo sforzo, ma davvero sottende un forte spirito di solidarietà sociale in quanti vi si prestano, i volontari evidentemente non hanno bisogno di un’ulteriore educazione a quella cittadinanza attiva di cui già son consapevoli. Se, viceversa, tale buona fede non v’è, questa assenza sarebbe una ragione in più per imporre un periodo di formazione a tutta una generazione che di senso dello Stato sembra averne sempre meno e sempre più cerca le forme di sfruttare quello Stato e le sue risorse per la propria individuale sopravvivenza.</p>
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		<title>A teatro va di moda il VINTAGE</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2011 09:07:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Carlini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando le nuove stagioni non sono poi così nuove, remedy  ma forse c’è solo bisogno di ricordare di che pasta siamo fatti.
Il termine “vintage” nella moda sta a indicare quel capo d’abbigliamento d’altri tempi che, and  col passare del tempo, hospital  ha acquisito un valore per le sue doti di irripetibilità e irriproducibilità perché in epoca contemporanea non si raggiungono i medesimi elevati standard qualitativi: è anche oggetto simbolo e testimonianza dello stile di un&#8217;epoca passata, che ha segnato profondamente alcuni tratti iconici di un particolare momento storico della moda, e influenzato la società di riferimento.
E’ quindi certo che a teatro, nelle stagioni 2011/2012, andrà di moda il vintage: in altre parole, le nuove programmazioni sono ricche, forse troppo, di spettacoli di successo, ma già ripetutamente visti, o di testi nuovi (se così possiamo chiamare i grandi drammaturghi classici della storia del teatro) con facce decisamente note.
Un esempio fra tutti: il Piccolo Teatro di Milano. Non perché non lo apprezzi, ma perché è il più noto a voi tutti dei teatri milanesi, e avendo pubblicato la stagione da tempo ho avuto modo di “fare i conti”.
Dei 41 spettacoli già inseriti nel calendario della stagione di prosa, circa 10 sono produzioni già note, riallestimenti o in alcuni casi ospitalità doppie dalla stagione precedente; 22 sono gli spettacoli il cui regista o interprete principale è stato al Piccolo nei due anni precedenti; 15 i testi di autori classici della storia del teatro (Shakespeare e Checov la fanno da padroni); aumentano decisamente invece le produzioni estere, che i comunicati stampa promettono far salire fino a “18 paesi ospitati”.
Un discorso molto simile lo si può fare, in altro ambito, per il Teatro alla Scala, la cui nuova stagione ha accesso ferventi discussioni sui social network fra gli abbonati ed amatori.
Vintage, dunque. Nell’epoca della crisi teatrale, non si può che ammettere che ce lo aspettavamo.
I finanziamenti ridotti portano l’immediato taglio delle nuove produzioni da parte delle compagnie, siano esse piccole o grandi; i teatri sono più felici di ospitare spettacoli già rodati, che magari proprio il loro pubblico aveva già premiato con un tutto esaurito; le nuove produzioni vengono comunque realizzate per “andare sul sicuro”, con nomi noti, testi conosciuti, e magari anche scenografie semplici e pochi protagonisti in scena, che ne abbassino i costi.
Mentre l’estero la fa da padrone, perché che ci piaccia o no, bisogna ammettere che se noi ci siamo fermati, il resto dell’Europa no.
Ed eccola qui, la vittoria un po’ nostalgica del vintage.
Nostalgica, sì, perché questi palcoscenici che sanno di familiare a tutti, sembrano ricordarci davvero un’epoca che non c’è più, in cui sipari rossi vellutati si aprivano per rivelare magie, e atavici spettatori restavano a bocca aperta, ridevano e si commuovevano insieme agli artisti, quei miti intoccabili che ricevevano fiori in camerino e passavano il dopo teatro in splendidi ristoranti ed alberghi. Il vintage è, appunto, sinonimo di eccellenza e qualità.
Quello che vediamo tutti i giorni è invece un sistema in difficoltà, con gli attori che vanno a procacciarsi il pubblico dovunque, le compagnie che fanno i salti mortali per vendere gli spettacoli, i teatri che si lambiccano in promozioni su facebook e si rimpallano video e spot all’ultimo tweet.
C’è la crisi, c’è per il teatro, c’è per l’Italia, e quindi c’è per un pubblico che forse non ha più neanche quei dieci euro della promozione-newsletter-amici-di-facebook-commenta-per-primo-porta-un-amico-ti-prego-vieni-a-vedere-lo-spettacolo.
Sono ottimista. Passeremo un anno a guardare i nostri fasti passati, a leccarci le ferite, e poi ci ricorderemo che proprio il Piccolo Teatro è nato in un tragico dopoguerra, con due ragazzoni intraprendenti che andavano a promuovere i loro spettacoli nelle fabbriche.
E allora dismetteremo i nostri stupendi capi vintage, li chiuderemo con deferenza nell’armadio, ammirandoli di tanto in tanto compiaciuti, e prenderemo la macchina da cucire per farci qualcosa di completamente nuovo, moderno, contemporaneo, con cui stupire il pubblico, ed andare in sfarzosi ristoranti ed hotel la sera. Qualcosa che possa essere, alla prossima crisi, il vintage di qualcun altro.
Si sa, “bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale”.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Quando le nuove stagioni non sono poi così nuove, <a href="http://sildenafilbuyonline.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">remedy</a>  ma forse c’è solo bisogno di ricordare di che pasta siamo fatti.</em></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6217" title="Teatro_San_Carlo" src="/wp-content/files/2011/06/23135_Teatro_San_Carlo-300x233.jpg" alt="" width="300" height="233" />Il termine “vintage” nella moda sta a indicare quel capo d’abbigliamento d’altri tempi che, <a href="http://cialis24online.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">and</a>  col passare del tempo, <a href="http://sildenafil24.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">hospital</a>  ha acquisito un valore per le sue doti di irripetibilità e irriproducibilità perché in epoca contemporanea non si raggiungono i medesimi elevati standard qualitativi: è anche oggetto simbolo e testimonianza dello stile di un&#8217;epoca passata, che ha segnato profondamente alcuni tratti iconici di un particolare momento storico della moda, e influenzato la società di riferimento.</p>
<p>E’ quindi certo che a teatro, nelle stagioni 2011/2012, andrà di moda il vintage: in altre parole, le nuove programmazioni sono ricche, forse troppo, di spettacoli di successo, ma già ripetutamente visti, o di testi nuovi (se così possiamo chiamare i grandi drammaturghi classici della storia del teatro) con facce decisamente note.</p>
<p>Un esempio fra tutti: il Piccolo Teatro di Milano. Non perché non lo apprezzi, ma perché è il più noto a voi tutti dei teatri milanesi, e avendo pubblicato la stagione da tempo ho avuto modo di “fare i conti”.<br />
Dei 41 spettacoli già inseriti nel calendario della stagione di prosa, circa 10 sono produzioni già note, riallestimenti o in alcuni casi ospitalità doppie dalla stagione precedente; 22 sono gli spettacoli il cui regista o interprete principale è stato al Piccolo nei due anni precedenti; 15 i testi di autori classici della storia del teatro (Shakespeare e Checov la fanno da padroni); aumentano decisamente invece le produzioni estere, che i comunicati stampa promettono far salire fino a “18 paesi ospitati”.<br />
Un discorso molto simile lo si può fare, in altro ambito, per il Teatro alla Scala, la cui nuova stagione ha accesso ferventi discussioni sui social network fra gli abbonati ed amatori.</p>
<p>Vintage, dunque. Nell’epoca della crisi teatrale, non si può che ammettere che ce lo aspettavamo.<br />
I finanziamenti ridotti portano l’immediato taglio delle nuove produzioni da parte delle compagnie, siano esse piccole o grandi; i teatri sono più felici di ospitare spettacoli già rodati, che magari proprio il loro pubblico aveva già premiato con un tutto esaurito; le nuove produzioni vengono comunque realizzate per “andare sul sicuro”, con nomi noti, testi conosciuti, e magari anche scenografie semplici e pochi protagonisti in scena, che ne abbassino i costi.<br />
Mentre l’estero la fa da padrone, perché che ci piaccia o no, bisogna ammettere che se noi ci siamo fermati, il resto dell’Europa no.</p>
<p>Ed eccola qui, la vittoria un po’ nostalgica del vintage.</p>
<p>Nostalgica, sì, perché questi palcoscenici che sanno di familiare a tutti, sembrano ricordarci davvero un’epoca che non c’è più, in cui sipari rossi vellutati si aprivano per rivelare magie, e atavici spettatori restavano a bocca aperta, ridevano e si commuovevano insieme agli artisti, quei miti intoccabili che ricevevano fiori in camerino e passavano il dopo teatro in splendidi ristoranti ed alberghi. Il vintage è, appunto, sinonimo di eccellenza e qualità.</p>
<p>Quello che vediamo tutti i giorni è invece un sistema in difficoltà, con gli attori che vanno a procacciarsi il pubblico dovunque, le compagnie che fanno i salti mortali per vendere gli spettacoli, i teatri che si lambiccano in promozioni su facebook e si rimpallano video e spot all’ultimo tweet.<br />
C’è la crisi, c’è per il teatro, c’è per l’Italia, e quindi c’è per un pubblico che forse non ha più neanche quei dieci euro della promozione-newsletter-amici-di-facebook-commenta-per-primo-porta-un-amico-ti-prego-vieni-a-vedere-lo-spettacolo.</p>
<p>Sono ottimista. Passeremo un anno a guardare i nostri fasti passati, a leccarci le ferite, e poi ci ricorderemo che proprio il Piccolo Teatro è nato in un tragico dopoguerra, con due ragazzoni intraprendenti che andavano a promuovere i loro spettacoli nelle fabbriche.<br />
E allora dismetteremo i nostri stupendi capi vintage, li chiuderemo con deferenza nell’armadio, ammirandoli di tanto in tanto compiaciuti, e prenderemo la macchina da cucire per farci qualcosa di completamente nuovo, moderno, contemporaneo, con cui stupire il pubblico, ed andare in sfarzosi ristoranti ed hotel la sera. Qualcosa che possa essere, alla prossima crisi, il vintage di qualcun altro.</p>
<p>Si sa, “bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale”.</p>
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		<title>Kathmandu, ultima fermata dell&#8217;hippy trail</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/05/11/kathmandu-ultima-fermata-dellhippy-trail/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2011/05/11/kathmandu-ultima-fermata-dellhippy-trail/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 11 May 2011 11:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sarah Tulivu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[hippy trail]]></category>
		<category><![CDATA[Kathmandu]]></category>
		<category><![CDATA[Nepal]]></category>

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		<description><![CDATA[C’era un tempo in cui gli unici stranieri visti in Nepal erano quei viaggiatori con il coraggio di attraversare il mondo via terra.
Quando i voli avevano prezzi improponibili e il tragitto ignoto e azzardato, salve  i primi turisti in Nepal erano anime in viaggio.
Stanchi del materialismo, conformismo e consumismo occidentale, hanno raccolto le sacche, quattro soldi e via, verso un viaggio di scoperta di un altro sé in una terra straniera.
Questa “missione” via terra dall’Europa all’Asia, generalmente terminava qui a Kathmandu, precisamente a Jhochhen Tole. Una zona nota per il suo ritmo shanti, tollerante e tranquillo e per i numerosi negozi di marijuana, i quali hanno continuato a vendere legalmente fino al 1972 (e una decina di anni a seguire senza permessi). Freak Street è diventata, e rimane ancor oggi, una meta popolare per molte menti aperte, libere, provocanti e in ricerca, i così chiamati  Freaks.
Prima di arrivare a Kathmandu tutto ciò che sapevo erano queste storie dagli anni ’60-‘70, potendomi facilmente rispecchiare nei loro racconti, ho cominciato anche io a muovermi via terra, in autostop.
E dopo cinque anni di viaggio e di vita nei paesi dell’Est Africa, Medio Oriente, Balcani, Caucaso, Europa e Asia – sono arrivata in Nepal, dove, come è successo a molti altri negli anni dei fiori, mi sono sentita a casa e presto stabilita in un pacifico villaggio tra le cime dell’Himalaya.
Di recente mi sono trovata seduta di fronte a un piatto di momo (ravioli tibetani) lungo Freak Street, in compagnia di un nostalgico, stravagante pensionato veneto.
“Trent’anni fa questa strada era piena di giovani barbuti!” sbraitava, “eravamo contemplatori di esistenza, peregrinavamo filosofeggiando dall’Eden café allo Snow Man con una tazza di chai in una mano e una canna nell’altra. Nessun comportamento assurdo o stravagante poteva sorprendere la gente in questa strada, ci sentivamo liberi di essere”.
“Senza tutti questi voli a basso costo, gli unici giovani che riuscivano arrivare fin qui erano quelli con l’audacia di passare attraverso la Turchia, il Kurdistan, l’Iran, l’Afghanistan, il Baluchistan, il Pakistan, e cosi via&#8230; Li vedi ora questi turisti? Indossano i pantaloni più tecnologici per l’escursione più tecnologica, perdiana!”
Ad intervalli interrompevamo il discorso per un morso ai momo ormai intiepiditi. Annuivo al sapiente meditato, e con la mente indaffarata cercavo parole.
“Il teletrasporto esiste già!” continuava l’Italiano bofonchiante, “possiamo attraversare l’intero globo in una giornata. Tutti si intrattengono con grandi parlate di modernizzazione e sviluppo, ma a me pare che lo sviluppo ci stia arrivando al collo.”
Riconosco ciò di cui parlava, con il quietarsi della situazione maoista il Nepal sta diventando una rinomata destinazione turistica, con tutti i cambiamenti che ne implica.
In Freak Street, i negozi di marijuana sono stati sostituiti da internet point e ordinari ristoranti e il principale centro turistico si è spostato all’area di Thamel. Soprannominata “il lunapark per turisti”, è una zona costruita appositamente per questa nuova ondata di stranieri. Con hotel costosi, pubblicità, ristoranti di lusso, musica dal vivo e stuzzicante vita notturna.
Ma lo spirito dei primi viaggiatori venuti via terra non è morto.
Viaggiando nel nuovo millennio ho incontrato incredibili giramondo di ogni età e sfondo culturale, che hanno intrapreso i viaggi più spettacolari e stimolanti.
Seimila miglia di deserti, alte montagne e strade sterrate, in auto, motocicletta, bici, a piedi, in autostop, su asini, in deltaplano o anche in monociclo.
La loro testimonianza mi ispira e incoraggia a sognare più forte e più grande, a mettere i sogni in vita attraverso scelte e averne fiducia.
Queste vecchie anime seguono un sentiero più semplice, preferendo il viaggio coi piedi al suolo e la mente al cielo. Lasciando che lo spazio li muova organicamente e il tempo passi a sé con naturalezza come concezione.
Di tanto in tanto incontro viaggiatori che dopo aver attraversato l’hippy trail (il tragitto in direzione dell’India negli anni ‘60), fino a Kathmandu, non lasciarono più il Paese.
Il make-up di Freak Street e Kathmandu si sta commercializzando, ma lo spirito dei ‘primi turisti’ in Nepal continua a vivere luccicante, lo si può ripescare negli ostelli meno costosi di Freak Street, nelle note di musica rock versate dalle finestre della città, e in quelli che continuano a versarle.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6151" title="Deserto iraniano" src="/wp-content/files/2011/05/kathmandu4.jpg" alt="" width="300" height="225" />C’era un tempo in cui gli unici stranieri visti in Nepal erano quei viaggiatori con il coraggio di attraversare il mondo via terra.</p>
<p>Quando i voli avevano prezzi improponibili e il tragitto ignoto e azzardato, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">salve</a>  i primi turisti in Nepal erano anime in viaggio.</p>
<p>Stanchi del materialismo, conformismo e consumismo occidentale, hanno raccolto le sacche, quattro soldi e via, verso un viaggio di scoperta di un altro sé in una terra straniera.</p>
<p>Questa “missione” via terra dall’Europa all’Asia, generalmente terminava qui a Kathmandu, precisamente a Jhochhen Tole. Una zona nota per il suo ritmo shanti, tollerante e tranquillo e per i numerosi negozi di marijuana, i quali hanno continuato a vendere legalmente fino al 1972 (e una decina di anni a seguire senza permessi). Freak Street è diventata, e rimane ancor oggi, una meta popolare per molte menti aperte, libere, provocanti e in ricerca, i così chiamati  Freaks.</p>
<p>Prima di arrivare a Kathmandu tutto ciò che sapevo erano queste storie dagli anni ’60-‘70, potendomi facilmente rispecchiare nei loro racconti, ho cominciato anche io a muovermi via terra, in autostop.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6152" title="Autostop in Iran" src="/wp-content/files/2011/05/kathmandu.jpg" alt="" width="300" height="225" />E dopo cinque anni di viaggio e di vita nei paesi dell’Est Africa, Medio Oriente, Balcani, Caucaso, Europa e Asia – sono arrivata in Nepal, dove, come è successo a molti altri negli anni dei fiori, mi sono sentita a casa e presto stabilita in un pacifico villaggio tra le cime dell’Himalaya.</p>
<p>Di recente mi sono trovata seduta di fronte a un piatto di momo (ravioli tibetani) lungo Freak Street, in compagnia di un nostalgico, stravagante pensionato veneto.</p>
<p>“Trent’anni fa questa strada era piena di giovani barbuti!” sbraitava, “eravamo contemplatori di esistenza, peregrinavamo filosofeggiando dall’Eden café allo Snow Man con una tazza di chai in una mano e una canna nell’altra. Nessun comportamento assurdo o stravagante poteva sorprendere la gente in questa strada, ci sentivamo liberi di essere”.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-6153" title="Eden Hashish Center" src="/wp-content/files/2011/05/kathmandu3.jpg" alt="" width="206" height="299" />“Senza tutti questi voli a basso costo, gli unici giovani che riuscivano arrivare fin qui erano quelli con l’audacia di passare attraverso la Turchia, il Kurdistan, l’Iran, l’Afghanistan, il Baluchistan, il Pakistan, e cosi via&#8230; Li vedi ora questi turisti? Indossano i pantaloni più tecnologici per l’escursione più tecnologica, perdiana!”</p>
<p>Ad intervalli interrompevamo il discorso per un morso ai momo ormai intiepiditi. Annuivo al sapiente meditato, e con la mente indaffarata cercavo parole.</p>
<p>“Il teletrasporto esiste già!” continuava l’Italiano bofonchiante, “possiamo attraversare l’intero globo in una giornata. Tutti si intrattengono con grandi parlate di modernizzazione e sviluppo, ma a me pare che lo sviluppo ci stia arrivando al collo.”</p>
<p>Riconosco ciò di cui parlava, con il quietarsi della situazione maoista il Nepal sta diventando una rinomata destinazione turistica, con tutti i cambiamenti che ne implica.</p>
<p>In Freak Street, i negozi di marijuana sono stati sostituiti da internet point e ordinari ristoranti e il principale centro turistico si è spostato all’area di Thamel. Soprannominata “il lunapark per turisti”, è una zona costruita appositamente per questa nuova ondata di stranieri. Con hotel costosi, pubblicità, ristoranti di lusso, musica dal vivo e stuzzicante vita notturna.</p>
<p>Ma lo spirito dei primi viaggiatori venuti via terra non è morto.</p>
<p><img class="size-full wp-image-6155 alignright" title="Kirtipur, Nepal" src="/wp-content/files/2011/05/kathmandu2.jpg" alt="" width="300" height="200" />Viaggiando nel nuovo millennio ho incontrato incredibili giramondo di ogni età e sfondo culturale, che hanno intrapreso i viaggi più spettacolari e stimolanti.<br />
Seimila miglia di deserti, alte montagne e strade sterrate, in auto, motocicletta, bici, a piedi, in autostop, su asini, in deltaplano o anche in monociclo.</p>
<p>La loro testimonianza mi ispira e incoraggia a sognare più forte e più grande, a mettere i sogni in vita attraverso scelte e averne fiducia.</p>
<p>Queste vecchie anime seguono un sentiero più semplice, preferendo il viaggio coi piedi al suolo e la mente al cielo. Lasciando che lo spazio li muova organicamente e il tempo passi a sé con naturalezza come concezione.</p>
<p>Di tanto in tanto incontro viaggiatori che dopo aver attraversato l’<em>hippy trail</em> (il tragitto in direzione dell’India negli anni ‘60), fino a Kathmandu, non lasciarono più il Paese.</p>
<p>Il make-up di Freak Street e Kathmandu si sta commercializzando, ma lo spirito dei ‘primi turisti’ in Nepal continua a vivere luccicante, lo si può ripescare negli ostelli meno costosi di Freak Street, nelle note di musica rock versate dalle finestre della città, e in quelli che continuano a versarle.</p>
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		<title>Una goccia di Asia</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2011/03/29/una-goccia-di-asia/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 14:33:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sarah Tulivu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[diario di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Una realtà scelta piena di sogni, there
Viaggio tra l’Iran e il Pakistan.
“Ragazza mia, check  da dove sbuchi? Hai bisogno di una scorta armata per passare il Balochistan”
Dal momento in cui ho messo piede in Pakistan è cresciuto in me un forte desiderio di testimoniare un po’ di vita da questi paesi, troppo spesso divorati da pregiudizi e cattive reputazioni.
Spero che a forza di ascoltare notizie quotidiane, storpiate e orchestrate dalle istituzioni e dai media, non ci dimentichiamo delle parti umane del mondo.
Mai nessun altro posto sfidò e capovolse le mie concezioni di spazio-tempo tanto quanto all’arrivo con il confine iraniano-pakistano, quel giorno ventoso di sabbia.
Passata la frontiera m’imbattei in un mondo incredibile di cui prima non immaginavo l&#8217;esistenza.
Per la prima volta, dopo un paio di anni in paesi musulmani, incontrai un Islam asiatico, colorato, nuovo.
“Dove stai andando?” Mi chiese incuriosita una donna con i guanti neri.
“Pakistan” Le dissi, posando la borsa a terra.
“E come pensi di fare? Devi attraversare la terra del Balochistan per arrivarci!”
‘Bene, questa donna sembra saperne di più di me.’ Pensai.
“Da che parte devo andare?”
“Oh ragazza mia! Ma da dove sbuchi?” Mi guardò per un momento dalla testa ai piedi e rise con affetto, “Hai bisogno di una scorta armata per passare il confine.”
Questa donna era un’autista di “woman taxi” e mi diede un passaggio al centro città dove trovai tre gagliardi soldati, felici di accompagnarmi nella loro auto, una vecchia Paykan rossa, fino al primo checkpoint. Da lì in poi, fino all’uscita dalla regione del Balochistan il governo assegna allo straniero una guardia personale che si da il cambio ogni ora, per questioni di sicurezza.
“Quando la Russia attaccò l’Afghanistan, molti talebani si rifugiarono qui in Balochistan.” Mi spiegò il soldato al volante sorridendomi dallo specchio retrovisore.
“Ci furono rapimenti di stranieri in passato, per questo ti hanno appioppato noi tre. Ma tu non ti preoccupare. Se fossi una persona abbastanza importante da essere rapita non penso viaggeresti con questa borsetta!” Ridemmo alla vecchia tracolla forse più del necessario.
Senso d’umorismo di frontiera.
Impiegai quattro giorni per arrivare a Quetta, la capitale del Balochistan, situata nella valle al confine con l’Afghanistan.
Partimmo al tramonto, dopo un the speziato al latte, in una stanza con un gruppo di uomini dagli occhi sorridenti, la barba arancione e i capelli coperti.
Il vento soffiava imponente, tiepido ma gentile. Portava la sabbia con sé lungo le strade costringendo il più degli uomini a coprirsi il viso. La strada era affollata di movimenti e colori a me sconosciuti. Le donne non si vedevano, forse in casa a cucinare.
La mia “guardia del corpo”, un uomo delicato e amabile sulla quarantina, mi fa segno di salire sull’autobus.
Mi misero a sedere nel posto davanti, lontana da altri uomini. Nei mezzi di trasporto di solito c’è una sezione donne, separata da un muro di metallo per la loro privacy.
“Nei viaggi lunghi una donna non viaggia mai senza un membro di famiglia maschile, per questo non c’è l’area donne qui”. Mi dice il soldato senza staccare gli occhi dalla strada.
“È la prima volta che vedo una ragazza sola passare questo confine. Lo racconterò a mia moglie.”
Gli sorrisi. E via! Il viaggio in bus più stimolante e incredibile della mia vita.
Quattro giorni senza vedere una donna o parlare inglese. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre impugnato per difendere &#8211; me.
La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.
&#8220;Da piccola sognavo di girare il mondo&#8221; dissi al soldato in farsi (persiano).
Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.
Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.
Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.

Furono  quattro giorni a tratti un po’ penosi, senza vedere una donna o parlare  inglese, ma comunque colorati dalla presenza di uomini gentili e  ospitali. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che  correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre  impugnato per difendere – me.
La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.
“Da piccola sognavo di girare il mondo” dissi al soldato in Farsi (Persiano).
Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.
Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.
Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.

Strade di Quetta
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Una realtà scelta piena di sogni, <a href="http://cialis-for-sale-safe.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">there</a><br />
Viaggio tra l’Iran e il Pakistan.</strong></p>
<p><em>“Ragazza mia, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">check</a>  da dove sbuchi? Hai bisogno di una scorta armata per passare il Balochistan”</em></p>
<p><img class="alignleft" title="baloochistan is baloochistan" src="http://overthebranches.files.wordpress.com/2011/03/cimg2346.jpg" alt="" width="225" height="300" />Dal momento in cui ho messo piede in Pakistan è cresciuto in me un forte desiderio di testimoniare un po’ di vita da questi paesi, troppo spesso divorati da pregiudizi e cattive reputazioni.</p>
<p>Spero che a forza di ascoltare notizie quotidiane, storpiate e orchestrate dalle istituzioni e dai media, non ci dimentichiamo delle parti umane del mondo.</p>
<p>Mai nessun altro posto sfidò e capovolse le mie concezioni di spazio-tempo tanto quanto all’arrivo con il confine iraniano-pakistano, quel giorno ventoso di sabbia.</p>
<p>Passata la frontiera m’imbattei in un mondo incredibile di cui prima non immaginavo l&#8217;esistenza.</p>
<p>Per la prima volta, dopo un paio di anni in paesi musulmani, incontrai un Islam asiatico, colorato, nuovo.</p>
<p>“Dove stai andando?” Mi chiese incuriosita una donna con i guanti neri.</p>
<p>“Pakistan” Le dissi, posando la borsa a terra.</p>
<p>“E come pensi di fare? Devi attraversare la terra del Balochistan per arrivarci!”</p>
<p>‘Bene, questa donna sembra saperne di più di me.’ Pensai.</p>
<p>“Da che parte devo andare?”</p>
<p>“Oh ragazza mia! Ma da dove sbuchi?” Mi guardò per un momento dalla testa ai piedi e rise con affetto, “Hai bisogno di una scorta armata per passare il confine.”</p>
<p>Questa donna era un’autista di “woman taxi” e mi diede un passaggio al centro città dove trovai tre gagliardi soldati, felici di accompagnarmi nella loro auto, una vecchia Paykan rossa, fino al primo checkpoint. Da lì in poi, fino all’uscita dalla regione del Balochistan il governo assegna allo straniero una guardia personale che si da il cambio ogni ora, per questioni di sicurezza.</p>
<p>“Quando la Russia attaccò l’Afghanistan, molti talebani si rifugiarono qui in Balochistan.” Mi spiegò il soldato al volante sorridendomi dallo specchio retrovisore.</p>
<p>“Ci furono rapimenti di stranieri in passato, per questo ti hanno appioppato noi tre. Ma tu non ti preoccupare. Se fossi una persona abbastanza importante da essere rapita non penso viaggeresti con questa borsetta!” Ridemmo alla vecchia tracolla forse più del necessario.</p>
<p>Senso d’umorismo di frontiera.</p>
<p>Impiegai quattro giorni per arrivare a Quetta, la capitale del Balochistan, situata nella valle al confine con l’Afghanistan.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6070" title="Camion dipinti in Pakistan" src="/wp-content/files/2011/03/camion.jpg" alt="" width="300" height="225" />Partimmo al tramonto, dopo un the speziato al latte, in una stanza con un gruppo di uomini dagli occhi sorridenti, la barba arancione e i capelli coperti.</p>
<p>Il vento soffiava imponente, tiepido ma gentile. Portava la sabbia con sé lungo le strade costringendo il più degli uomini a coprirsi il viso. La strada era affollata di movimenti e colori a me sconosciuti. Le donne non si vedevano, forse in casa a cucinare.</p>
<p>La mia “guardia del corpo”, un uomo delicato e amabile sulla quarantina, mi fa segno di salire sull’autobus.</p>
<p>Mi misero a sedere nel posto davanti, lontana da altri uomini. Nei mezzi di trasporto di solito c’è una sezione donne, separata da un muro di metallo per la loro privacy.</p>
<p>“Nei viaggi lunghi una donna non viaggia mai senza un membro di famiglia maschile, per questo non c’è l’area donne qui”. Mi dice il soldato senza staccare gli occhi dalla strada.</p>
<p>“È la prima volta che vedo una ragazza sola passare questo confine. Lo racconterò a mia moglie.”</p>
<p>Gli sorrisi. E via! Il viaggio in bus più stimolante e incredibile della mia vita.</p>
<p>Quattro giorni senza vedere una donna o parlare inglese. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre impugnato per difendere &#8211; me.</p>
<p>La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.</p>
<p>&#8220;Da piccola sognavo di girare il mondo&#8221; dissi al soldato in farsi (persiano).</p>
<p>Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.</p>
<p>Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.</p>
<p>Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-6087" title="i simpatici compagni di bus" src="/wp-content/files/2011/03/compagni-bus.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p>Furono  quattro giorni a tratti un po’ penosi, senza vedere una donna o parlare  inglese, ma comunque colorati dalla presenza di uomini gentili e  ospitali. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che  correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre  impugnato per difendere – me.</p>
<p>La musica Sufi Pakistana si alzò di volume, in un momento compresi quanto ero distante da tutto ciò che mi è familiare.<br />
“Da piccola sognavo di girare il mondo” dissi al soldato in Farsi (Persiano).<br />
Lui non capì il mio farsi sgualcito e voce flebile, ma finse di capire.<br />
Sorrisi tutti i denti, nel realizzare che è un sogno reale e vivo questo.<br />
Nel realizzare che sogno ancora forte come una bambina, ma ora Sogno da sveglia.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-6088" title="Strade di Quetta" src="/wp-content/files/2011/03/quetta-1024x768.jpg" alt="" width="430" height="323" /></p>
<p style="text-align: center;">Strade di Quetta</p>
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		<title>Il valore dell&#8217;incontentabilità</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 12:35:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Villa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come migliorare il rapporto degli Italiani con il loro Paese?
L&#8217;esigenza e l&#8217;incontentabilità hanno da sempre a che fare con l&#8217;amore e con l&#8217;affetto nei confronti di qualcosa o di qualcuno: si vuole bene ad una persona e si vorrebbe per lei o per lui solo il meglio, clinic  si ama una squadra di calcio e si vorrebbe per essa tutte le vittorie immaginabili. E se anche le cose non vanno come si vorrebbe, si è disposti a sacrificarsi per una causa e per un obiettivo. L&#8217;accontentarsi e la soddisfazione, invece, più che essere legate ad una prospettiva di rapporto, sono legate ad una mediazione, ad una trattativa. Si accetta di fare quella cosa a patto che si venga pagati o rimborsati. È opportuno un indennizzo, altrimenti sarà protesta. Nulla di “umano” quindi, nulla di affettivo. Pensateci: a cosa vi sembra corrisponda maggiormente il rapporto degli Italiani nei confronti del loro Paese? Ad un rapporto di insoddisfazione e di esigenza oppure ad un accontentarsi e ad un rapporto di mediocre contrattazione? A mio avviso gli Italiani sono legati al loro Paese da un mero rapporto economico: sto qui solo a patto che abbia uno stipendio, altrimenti me ne frego e me ne vado. Nessuna riflessione sull&#8217;impegno a migliorare le cose, nessuna voglia di sacrificarsi e di impegnarsi per un Paese che viene visto solo come un contratto rescindibile come e quando ci pare.
Voglio fare una provocazione: quanti ricercatori ad esempio se ne sono andati dal nostro Paese attratti da stipendi migliori all&#8217;estero? Qualche migliaia? Qualche decina di migliaia addirittura? Non venitemi a dire che se questi ricercatori si fossero messi assieme e avessero unito i loro intelletti qui (piuttosto che all&#8217;estero) non ci avrebbe guadagnato tutta la ricerca italiana, e loro stessi in primis. Avrebbero potuto persino dare lavoro a dei giovani ricercatori della nuova generazione, instaurando un circolo virtuoso. Sarebbe stato necessario eroismo? Forse si, in un Paese senza ambizioni persino quella che sarebbe una affermazione di buonsenso diventa eroismo. Abbiamo bisogno però di questo “eroismo del buonsenso”, di questo “eroismo della normalità”.  L&#8217;unione dei ricercatori per lottare contro il baronismo, contro le mafie o dei candidati al concorso pubblico contro le raccomandazioni, però, sarebbe un qualcosa di possibile solo in un Paese in cui i cittadini sono pronti a sacrificarsi per il bene comune, in un Paese davvero esigente con se stesso e davvero incontentabile. Nel Belpaese invece, tutto è una trattativa, e se qui non guadagno abbastanza, me ne vado. Ho voluto fare questo piccolo inciso polemico perché i ricercatori vengono purtroppo spesso ritratti come vittime innocenti di un ordine superiore e immodificabile che li costringe alla resa intellettuale o alla fuga indignata. E invece sono anche loro elettori, sono “azionisti” dello Stato! Sono dei Giusti, i ricercatori, che indubbiamente distribuiscono benessere, conoscenza e spesso salvezza medica alla comunità. Sono dei Giusti, e per questo motivo mi vengono in mente le dure parole di Martin Luther King: “la cosa peggiore non è la perfidia dei malvagi ma il silenzio dei giusti”.
Questo “me ne vado”, così tipico di fredde trattative, è tremendamente simile al “me ne frego” di mussoliniana memoria. Forse, a questo menefreghismo snobista nei confronti del nostro Paese, della cosa pubblica, dovremmo rispondere come don Milani: “I care”, ci tengo, mi importa. Io resto perché mi interessa, perché è cosa di tutti e dunque è cosa anche mia.  Negli ultimi 15 anni, il Paese, vittima di una “guerra civile fredda”, è stato posto davanti ad una scelta: innovarsi o morire. Morire di apatia, di noia e di indifferenza. I tassi di crescita dell&#8217;economia raramente sono stati più sostenuti di quell&#8217;1/1,5% che totalizzeremo con tutta probabilità anche quest&#8217;anno. Cos’è cambiato? In poche parole: siamo entrati in Europa, e questo ci ha costretti ad una maggiore severità nella gestione economica e sociale. Se prima avanzavamo a grandi passi nell&#8217;economia mondiale a causa di furbesche svalutazioni competitive, adesso dobbiamo competere nel campo dell&#8217;efficienza e dell&#8217;innovazione. La guerra civile fredda che stiamo vivendo è un frutto secondario di questo conflitto tra chi desidera un Paese europeo e moderno e chi invece ha nostalgia del Paese furbo e mafiosamente ricco del Dopoguerra. E beninteso, tali posizioni sono presenti in entrambi gli schieramenti politici: è infatti uno scontro direi quasi generazionale. Pur essendo personalmente di sinistra, ad esempio, mi capita a volte di essere maggiormente d&#8217;accordo con giovani di destra che non con anziani del mio stesso partito. È una battaglia che si preannuncia ancora lunga, ma che (per motivi quantomeno biologici) non può che avere un risultato. Eppure, questa guerra civile fredda sta facendo molte vittime: vittime economiche, come la crescita e la competitività. La battaglia su ogni fronte ci porta a un tasso di crescita irrisorio e alla marginalizzazione dei problemi fondamentali del Paese.
A lungo termine, solo la modernizzazione e l&#8217;europeizzazione del Paese può garantire una crescita stabile e duratura come il popolo si merita. Ma per ottenere questo risultato, deve vincere la mentalità dell&#8217;esigenza, dell&#8217;incontentabilità e della protesta, del “pretendo il rispetto della civiltà!”. I treni sono in ritardo? Si protesta. Le città sono sporche? Si protesta. Non c&#8217;è manutenzione del territorio e si verificano alluvioni o frane? Si protesta. Lasciamo da parte i commenti privi di nerbo e privi di personalità di chi afferma che “tanto non cambia nulla”, oppure “tanto siamo in Italia”. Commenti da gente pavida e insulsa che non ha nulla da dare al mondo. È necessario essere maggiormente incontentabili nei confronti del nostro Paese, il conformismo è una peste e una melassa che impedisce ogni cambiamento. L&#8217;esigenza, beninteso, deve essere anche presente nei confronti della classe politica. E dire che “tanto tutti sono uguali” non mette al riparo dall&#8217;obbligo costituzionale di candidarsi alle elezioni se non si trova un candidato presentabile, una conseguenza necessaria ma spesso dimenticata dell&#8217;astensionismo elettorale. Dobbiamo amare maggiormente il nostro Paese, ma non “amarlo da contratto”, non in maniera formale o retorica “quando gioca la Nazionale”. Ma amarlo sul serio, ed essere autenticamente esigenti nei suoi confronti, come possiamo esserlo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Come migliorare il rapporto degli Italiani con il loro Paese?</em></p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-5996" title="sogna l'italia" src="/wp-content/files/2011/03/sogna-litalia-300x274.jpg" alt="" width="300" height="274" />L&#8217;esigenza e l&#8217;incontentabilità hanno da sempre a che fare con l&#8217;amore e con l&#8217;affetto nei confronti di qualcosa o di qualcuno: si vuole bene ad una persona e si vorrebbe per lei o per lui solo il meglio, <a href="http://buycheapviagras.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">clinic</a>  si ama una squadra di calcio e si vorrebbe per essa tutte le vittorie immaginabili. E se anche le cose non vanno come si vorrebbe, si è disposti a sacrificarsi per una causa e per un obiettivo. L&#8217;accontentarsi e la soddisfazione, invece, più che essere legate ad una prospettiva di rapporto, sono legate ad una mediazione, ad una trattativa. Si accetta di fare quella cosa a patto che si venga pagati o rimborsati. È opportuno un indennizzo, altrimenti sarà protesta. Nulla di “umano” quindi, nulla di affettivo. Pensateci: a cosa vi sembra corrisponda maggiormente il rapporto degli Italiani nei confronti del loro Paese? Ad un rapporto di insoddisfazione e di esigenza oppure ad un accontentarsi e ad un rapporto di mediocre contrattazione? A mio avviso gli Italiani sono legati al loro Paese da un mero rapporto economico: sto qui solo a patto che abbia uno stipendio, altrimenti me ne frego e me ne vado. Nessuna riflessione sull&#8217;impegno a migliorare le cose, nessuna voglia di sacrificarsi e di impegnarsi per un Paese che viene visto solo come un contratto rescindibile come e quando ci pare.</p>
<p>Voglio fare una provocazione: quanti ricercatori ad esempio se ne sono andati dal nostro Paese attratti da stipendi migliori all&#8217;estero? Qualche migliaia? Qualche decina di migliaia addirittura? Non venitemi a dire che se questi ricercatori si fossero messi assieme e avessero unito i loro intelletti qui (piuttosto che all&#8217;estero) non ci avrebbe guadagnato tutta la ricerca italiana, e loro stessi in primis. Avrebbero potuto persino dare lavoro a dei giovani ricercatori della nuova generazione, instaurando un circolo virtuoso. Sarebbe stato necessario eroismo? Forse si, in un Paese senza ambizioni persino quella che sarebbe una affermazione di buonsenso diventa eroismo. Abbiamo bisogno però di questo “eroismo del buonsenso”, di questo “eroismo della normalità”.  L&#8217;unione dei ricercatori per lottare contro il baronismo, contro le mafie o dei candidati al concorso pubblico contro le raccomandazioni, però, sarebbe un qualcosa di possibile solo in un Paese in cui i cittadini sono pronti a sacrificarsi per il bene comune, in un Paese davvero esigente con se stesso e davvero incontentabile. Nel Belpaese invece, tutto è una trattativa, e se qui non guadagno abbastanza, me ne vado. Ho voluto fare questo piccolo inciso polemico perché i ricercatori vengono purtroppo spesso ritratti come vittime innocenti di un ordine superiore e immodificabile che li costringe alla resa intellettuale o alla fuga indignata. E invece sono anche loro elettori, sono “azionisti” dello Stato! Sono dei Giusti, i ricercatori, che indubbiamente distribuiscono benessere, conoscenza e spesso salvezza medica alla comunità. Sono dei Giusti, e per questo motivo mi vengono in mente le dure parole di Martin Luther King: “la cosa peggiore non è la perfidia dei malvagi ma il silenzio dei giusti”.</p>
<p>Questo “me ne vado”, così tipico di fredde trattative, è tremendamente simile al “me ne frego” di mussoliniana memoria. Forse, a questo menefreghismo snobista nei confronti del nostro Paese, della cosa pubblica, dovremmo rispondere come don Milani: “I care”, ci tengo, mi importa. Io resto perché mi interessa, perché è cosa di tutti e dunque è cosa anche mia.  Negli ultimi 15 anni, il Paese, vittima di una “guerra civile fredda”, è stato posto davanti ad una scelta: innovarsi o morire. Morire di apatia, di noia e di indifferenza. I tassi di crescita dell&#8217;economia raramente sono stati più sostenuti di quell&#8217;1/1,5% che totalizzeremo con tutta probabilità anche quest&#8217;anno. Cos’è cambiato? In poche parole: siamo entrati in Europa, e questo ci ha costretti ad una maggiore severità nella gestione economica e sociale. Se prima avanzavamo a grandi passi nell&#8217;economia mondiale a causa di furbesche svalutazioni competitive, adesso dobbiamo competere nel campo dell&#8217;efficienza e dell&#8217;innovazione. La guerra civile fredda che stiamo vivendo è un frutto secondario di questo conflitto tra chi desidera un Paese europeo e moderno e chi invece ha nostalgia del Paese furbo e mafiosamente ricco del Dopoguerra. E beninteso, tali posizioni sono presenti in entrambi gli schieramenti politici: è infatti uno scontro direi quasi generazionale. Pur essendo personalmente di sinistra, ad esempio, mi capita a volte di essere maggiormente d&#8217;accordo con giovani di destra che non con anziani del mio stesso partito. È una battaglia che si preannuncia ancora lunga, ma che (per motivi quantomeno biologici) non può che avere un risultato. Eppure, questa guerra civile fredda sta facendo molte vittime: vittime economiche, come la crescita e la competitività. La battaglia su ogni fronte ci porta a un tasso di crescita irrisorio e alla marginalizzazione dei problemi fondamentali del Paese.</p>
<p>A lungo termine, solo la modernizzazione e l&#8217;europeizzazione del Paese può garantire una crescita stabile e duratura come il popolo si merita. Ma per ottenere questo risultato, deve vincere la mentalità dell&#8217;esigenza, dell&#8217;incontentabilità e della protesta, del “pretendo il rispetto della civiltà!”. I treni sono in ritardo? Si protesta. Le città sono sporche? Si protesta. Non c&#8217;è manutenzione del territorio e si verificano alluvioni o frane? Si protesta. Lasciamo da parte i commenti privi di nerbo e privi di personalità di chi afferma che “tanto non cambia nulla”, oppure “tanto siamo in Italia”. Commenti da gente pavida e insulsa che non ha nulla da dare al mondo. È necessario essere maggiormente incontentabili nei confronti del nostro Paese, il conformismo è una peste e una melassa che impedisce ogni cambiamento. L&#8217;esigenza, beninteso, deve essere anche presente nei confronti della classe politica. E dire che “tanto tutti sono uguali” non mette al riparo dall&#8217;obbligo costituzionale di candidarsi alle elezioni se non si trova un candidato presentabile, una conseguenza necessaria ma spesso dimenticata dell&#8217;astensionismo elettorale. Dobbiamo amare maggiormente il nostro Paese, ma non “amarlo da contratto”, non in maniera formale o retorica “quando gioca la Nazionale”. Ma amarlo sul serio, ed essere autenticamente esigenti nei suoi confronti, come possiamo esserlo nei confronti di un figlio che va ad una università prestigiosa. In fin dei conti, l&#8217;Italia è un nostro frutto comune, per certi versi è nostra figlia. L&#8217;Italia dovrebbe essere, piuttosto che un’idea mitica e paradisiaca posta alle nostre spalle, un obiettivo e un sogno da raggiungere tutti insieme, una utopia a cui avvicinarsi giorno dopo giorno. Maggiore durezza nei confronti delle vostre potenzialità, Italiani! Avanti, siete grandi, dimostrate di essere degni di ciò che siete!</p>
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		<title>Avevo un bel pallone rosso</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 14:50:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Angela Demattè, site  astro nascente della drammaturgia contemporanea.
Non sorprende che si sia aggiudicata uno dei massimi riconoscimenti per la drammaturgia contemporanea.
Premio Riccione per il Teatro nel 2009, shop  la Demattè dipinge a tinte forti l’affresco di una tensione idealistica fra il bene e il male, pharmacy  che finisce per sfumare i contorni del primo nel secondo, per deformare se stessa nel suo opposto, per distruggere ciò che aveva lucidamente intuito e coraggiosamente costruito.
“Avevo un bel pallone rosso” narra le vicende umane e ideologiche di Mara Cagol, nata Margherita, moglie di Renato Curcio e con lui fondatrice delle Brigate Rosse, uccisa in uno scontro armato con le Forze dell’ordine nel 1975, a soli trent’anni.
E lo fa in chiave intimistica, percorrendo lo sgretolarsi negli anni di un rapporto padre-figlia nato complice in un contesto piccolo borghese e risoltosi in una totale incomunicabilità.
È molto difficile restare neutrali di fronte a tante sollecitazioni, tale è la tensione ad alzare la voce insieme a quella che appare come un’eroina, di gridare a quel padre ormai disilluso che occorre la forza di cambiare lo status quo, non giacere nell’inerzia di adattarvisi.
Eppure…
Con l’incalzare del ritmo, che trasfigura la scenografia naturalistica conferendole un impianto sempre più simbolico, dei dubbi si insinuano sottilmente nello spettatore: quel padre non ci pare poi così vinto, la sua semplicità non così reazionaria.
Il ripetere alla figlia che “non può essere giusto ciò che crea un perenne senso di infelicità” rimbomba in maniera sempre più assordante, creando un vortice di sensazioni contrastanti, sospese tra l’attrazione e la repulsione.
Un testo che scuote e non perdona, quello della Demattè, anche protagonista sulla scena accanto a un validissimo Andrea Castelli, nei panni del padre.
Una voce giovane, figlia degli anni ’80, che risuona di un’attualità sconcertante nel panorama desolante della nostra Italia di oggi.
Che induce ad interrogarsi sul confine tra etico ed immorale, tra legittimo ed illegale, tra giusto ed opportuno.
Senza offrire risposte definitive, solo squarci di drammatica insolubilità.
 
Avevo un bel pallone rosso
di Angela Demattè
Regia Carmelo Rifici
con Andrea Castelli e  Angela Demattè
Teatro Stabile di Bolzano
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="/wp-content/files/2011/02/pallone-rosso1.jpg"></a><a href="/wp-content/files/2011/02/pallone_man.jpg"></a>Angela Demattè, <a href="http://buysovaldionusa.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">site</a>  astro nascente della drammaturgia contemporanea.</em></strong></p>
<p><a href="/wp-content/files/2011/02/pallone_man.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5941" src="/wp-content/files/2011/02/pallone_man.jpg" alt="" width="150" height="149" /></a>Non sorprende che si sia aggiudicata uno dei massimi riconoscimenti per la drammaturgia contemporanea.</p>
<p>Premio Riccione per il Teatro nel 2009, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">shop</a>  la Demattè dipinge a tinte forti l’affresco di una tensione idealistica fra il bene e il male, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">pharmacy</a>  che finisce per sfumare i contorni del primo nel secondo, per deformare se stessa nel suo opposto, per distruggere ciò che aveva lucidamente intuito e coraggiosamente costruito.</p>
<p>“Avevo un bel pallone rosso” narra le vicende umane e ideologiche di Mara Cagol, nata Margherita, moglie di Renato Curcio e con lui fondatrice delle Brigate Rosse, uccisa in uno scontro armato con le Forze dell’ordine nel 1975, a soli trent’anni.</p>
<p>E lo fa in chiave intimistica, percorrendo lo sgretolarsi negli anni di un rapporto padre-figlia nato complice in un contesto piccolo borghese e risoltosi in una totale incomunicabilità.</p>
<p>È molto difficile restare neutrali di fronte a tante sollecitazioni, tale è la tensione ad alzare la voce insieme a quella che appare come un’eroina, di gridare a quel padre ormai disilluso che occorre la forza di cambiare lo <em>status quo</em>, non giacere nell’inerzia di adattarvisi.</p>
<p>Eppure…</p>
<p>Con l’incalzare del ritmo, che trasfigura la scenografia naturalistica conferendole un impianto sempre più simbolico, dei dubbi si insinuano sottilmente nello spettatore: quel padre non ci pare poi così vinto, la sua semplicità non così reazionaria.</p>
<p>Il ripetere alla figlia che “non può essere giusto ciò che crea un perenne senso di infelicità” rimbomba in maniera sempre più assordante, creando un vortice di sensazioni contrastanti, sospese tra l’attrazione e la repulsione.</p>
<p>Un testo che scuote e non perdona, quello della Demattè, anche protagonista sulla scena accanto a un validissimo Andrea Castelli, nei panni del padre.</p>
<p>Una voce giovane, figlia degli anni ’80, che risuona di un’attualità sconcertante nel panorama desolante della nostra Italia di oggi.</p>
<p>Che induce ad interrogarsi sul confine tra etico ed immorale, tra legittimo ed illegale, tra giusto ed opportuno.</p>
<p>Senza offrire risposte definitive, solo squarci di drammatica insolubilità.</p>
<p><a href="/wp-content/files/2011/02/pallone-rosso1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5940" src="/wp-content/files/2011/02/pallone-rosso1.jpg" alt="" width="293" height="172" /></a> </p>
<p><strong><em>Avevo un bel pallone rosso<a href="/wp-content/files/2011/02/pallone-rosso1.jpg"></a><a href="/wp-content/files/2011/02/pallone_man.jpg"></a></em></strong></p>
<p>di Angela Demattè</p>
<p>Regia Carmelo Rifici</p>
<p>con Andrea Castelli e  Angela Demattè</p>
<p>Teatro Stabile di Bolzano<a href="/wp-content/files/2011/02/pallone_man.jpg"></a></p>
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		<title>Luca Ronconi inaugura il Teatro Laboratorio Toscana</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Nov 2010 11:59:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giacomo Marconi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una Lectio magistralis di Luca Ronconi in cui parla dell’esperienza del Laboratorio di progettazione teatrale di Prato.
Luca Ronconi è intervenuto presso la Fondazione Pontedera Teatro con una Lectio magistralis in cui ha ripercorso la sua esperienza di direttore del Laboratorio di progettazione teatrale di Prato.
L’occasione è stata l’inaugurazione dell’attività del Teatro Laboratorio Toscana, malady  un corso di specializzazione biennale per attori curato da Federico Tiezzi, healing  in continuità con il lavoro cominciato a Prato nel 2007. Federico Tiezzi ha spiegato che questo percorso per attori seguirà il tema de “Le vie dei canti” di Bruce Chatwin e sarà incentrato su “only connect”, tadalafil  sul creare cioè un sistema di riferimento dinamico per mettere gli attori in connessione con le altre arti.
Gianfranco Capitta ha introdotto quindi il Laboratorio di progettazione teatrale di Prato, fondato da Luca Ronconi nel 1976, chiaro punto di riferimento per il lavoro che si stava inaugurando, ed ha lasciato poi la parola al Maestro, incalzandolo via via con varie domande.
Quando Montalvo Casini propose a Luca Ronconi di dirigere il Laboratorio, questi era Direttore della sezione Teatro della Biennale di Venezia (1975-1976). Per la Biennale aveva realizzato un programma che comprendeva i nomi di alcuni tra i più grandi professionisti internazionali (ricordiamo Peter Brook, Bob Wilson, Ariane Mnouchkine, Jerzy Grotowski ed Eugenio Barba), ma che allora non si sottrasse a numerose critiche ed a esplicite allusioni circa il ritorno sia economico sia d’immagine di cui avrebbero goduto gli artisti coinvolti.
Ronconi decise quindi di accettare l’offerta di Casini e si dimise per andare a Prato a fondare il Laboratorio di progettazione teatrale, da cui fu poi dimissionato nel 1978, ha precisato il Maestro strizzando l’occhio a Federico Tiezzi, da quest’anno ex Direttore artistico del Teatro Metastasio.
Già la parola Laboratorio era all’epoca innovativa. Essa si riferiva al luogo in cui l’artigiano esercitava il proprio mestiere. Il lavoro si prospettava quindi privo di un approccio teorico, ma mirava comunque a porre domande. Si partiva da un testo e si lavorava sui suoi calchi e le sue ramificazioni, si sperimentava e si creava del nuovo. Non c’erano canoni da seguire, non si trattava di una scuola per attori, un’accademia: gli attori erano già formati. Accanto a questi, partecipavano al Laboratorio giovani esordienti che cercavano uno sbocco professionale o un’epifania di possibilità e semplici appassionati di teatro desiderosi di conoscerne i rudimenti.
Luca Ronconi partì per Prato con l’intenzione di verificare se l’idea di puntare sugli attori come elementi fondamentali della drammaturgia fosse valida e riteneva che in quel luogo fuori dal mondo e dai salotti potesse lavorare al suo esperimento senza distrazioni. Perché gli attori potessero essere co-creatori, dovevano avere una conoscenza approfondita e totale del testo e saper decifrare non solo il personaggio da interpretare, ma tutta l’opera. Fu un lavoro molto duro, ma ricco di soddisfazioni.
Un’altra colonna portante del Laboratorio era l’interdisciplinarietà, intesa non come collage, ma come contaminazione. Interdisciplina significava per Ronconi chiedersi che cosa ci potesse essere di teatrale anche in ciò che teatro non era, fondandosi sul convincimento che potesse esistere un concetto di teatralità e rappresentazione più vasto rispetto a quello tradizionale. Al lavoro, un unicum nel panorama culturale italiano, parteciparono grandi professionisti come Umberto Eco, Luigi Nono, Gae Aulenti, Dacia Maraini, Luigi Barzini e Franco Quadri.
Gli anni del Laboratorio permisero a Luca Ronconi di proseguire anche il suo studio sull’utilizzo dello spazio scenico e sul rapporto con il pubblico. Più che Calderon di Pier Paolo Pasolini e La Torre di Hugo von Hofmannsthal, è Le Baccanti di Euripide, al di là della performance straordinaria di Marisa Fabbri, il lavoro che Ronconi ritiene essere “il corpo” dell’esperienza di Prato.
Lo spettacolo da una parte mostrò il suo innovativo rapporto col testo e la sua ricerca sullo smontaggio del concetto di personaggio (l’attrice interpretava svariati ruoli), dall’altra permise al regista di sperimentare le possibilità di percezione dello spettatore.
Lo studio cercava di rispondere all’interrogativo se fosse possibile, scegliendo un pubblico di ventiquattro persone, una comunicazione teatrale in cui gli spettatori se ne sentissero talmente parte da credere di essere loro stessi ad agire. Questo doveva avvenire attraverso la totale perdita da parte dello spettatore di riferimenti spaziali (lo spettacolo si svolgeva in diverse stanze), sopperita da un grande lavoro sul linguaggio e sulla sua forza comunicativa. Già durante le prime repliche, quando il pubblico non era ancora a conoscenza di ciò che lo aspettasse, gli spettatori reagivano senza indicazioni precise, di loro iniziativa.
Il rapporto con la città non fu sempre idilliaco. Il Maestro ha ricordato che l’amministrazione locale avrebbe desiderato più un servizio che un valore per la città. L’aspirazione del Laboratorio di progettazione teatrale era però quella di intendere il teatro come una forma di conoscenza, diversa dalle altre.
Anche a livello nazionale Ronconi ricevette critiche, in particolare gli veniva rimproverato di sperperare denaro pubblico, per le poche repliche degli spettacoli.
Il Maestro ha rivendicato con orgoglio che in quegli anni molte persone, non solo dall’Italia, prendevano un aereo per venire a vedere i suoi spettacoli a Prato e che è pacificamente riconosciuto che l’esperienza pratese, nella sua limitata durata, ha avuto un notevolissimo impatto internazionale.
Quella di Prato è stata quindi per Ronconi un’esperienza “buffa”, fondata su un equivoco (“noi pensavamo di fare una cosa, l’amministrazione pensava se ne volesse fare un’altra”), ma al tempo stesso fondativa: i risultati raggiunti sono stati il punto di partenza per il suo lavoro di ricerca dei decenni successivi.
Luca Ronconi conclude l’incontro con alcuni interrogativi, aspettandosi forse una futura risposta dall’inaugurato Laboratorio di Federico Tiezzi. Il teatro oggi è uno sviluppo del vecchio, servirebbe che in un laboratorio si cercasse d’inventare, scoprire e prefigurare delle forme di teatro nuove. Occorre in primo luogo trovare risposte a questi quesiti: quale futuro teatrale possono avere i giovani? Che cosa si aspettano? Quali possono essere le loro possibilità future?
Ad una successiva domanda sui problemi legati ai finanziamenti al teatro Ronconi aveva già risposto durante l’incontro: dopo l’Orlando Furioso, che ha prodotto vendendo il suo appartamento, ha aspettato nove anni per ottenere una proposta di lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una Lectio magistralis di Luca Ronconi in cui parla dell’esperienza del Laboratorio di progettazione teatrale di Prato.</em></p>
<p><a href="/wp-content/files/2010/11/ronconi.jpg"></a><a href="/wp-content/files/2010/11/ronconi2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5820" src="/wp-content/files/2010/11/ronconi2-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a>Luca Ronconi è intervenuto presso la Fondazione Pontedera Teatro con una <em>Lectio magistralis</em> in cui ha ripercorso la sua esperienza di direttore del Laboratorio di progettazione teatrale di Prato.</p>
<p>L’occasione è stata l’inaugurazione dell’attività del Teatro Laboratorio Toscana, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">malady</a>  un corso di specializzazione biennale per attori curato da Federico Tiezzi, <a href="http://tadalafilforsale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">healing</a>  in continuità con il lavoro cominciato a Prato nel 2007. Federico Tiezzi ha spiegato che questo percorso per attori seguirà il tema de “Le vie dei canti” di Bruce Chatwin e sarà incentrato su “<em>only connect</em>”, <a href="http://genericcialiscoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">tadalafil</a>  sul creare cioè un sistema di riferimento dinamico per mettere gli attori in connessione con le altre arti.</p>
<p>Gianfranco Capitta ha introdotto quindi il Laboratorio di progettazione teatrale di Prato, fondato da Luca Ronconi nel 1976, chiaro punto di riferimento per il lavoro che si stava inaugurando, ed ha lasciato poi la parola al Maestro, incalzandolo via via con varie domande.</p>
<p>Quando Montalvo Casini propose a Luca Ronconi di dirigere il Laboratorio, questi era Direttore della sezione Teatro della Biennale di Venezia (1975-1976). Per la Biennale aveva realizzato un programma che comprendeva i nomi di alcuni tra i più grandi professionisti internazionali (ricordiamo Peter Brook, Bob Wilson, Ariane Mnouchkine, Jerzy Grotowski ed Eugenio Barba), ma che allora non si sottrasse a numerose critiche ed a esplicite allusioni circa il ritorno sia economico sia d’immagine di cui avrebbero goduto gli artisti coinvolti.</p>
<p>Ronconi decise quindi di accettare l’offerta di Casini e si dimise per andare a Prato a fondare il Laboratorio di progettazione teatrale, da cui fu poi dimissionato nel 1978, ha precisato il Maestro strizzando l’occhio a Federico Tiezzi, da quest’anno ex Direttore artistico del Teatro Metastasio.</p>
<p>Già la parola Laboratorio era all’epoca innovativa. Essa si riferiva al luogo in cui l’artigiano esercitava il proprio mestiere. Il lavoro si prospettava quindi privo di un approccio teorico, ma mirava comunque a porre domande. Si partiva da un testo e si lavorava sui suoi calchi e le sue ramificazioni, si sperimentava e si creava del nuovo. Non c’erano canoni da seguire, non si trattava di una scuola per attori, un’accademia: gli attori erano già formati. Accanto a questi, partecipavano al Laboratorio giovani esordienti che cercavano uno sbocco professionale o un’epifania di possibilità e semplici appassionati di teatro desiderosi di conoscerne i rudimenti.</p>
<p>Luca Ronconi partì per Prato con l’intenzione di verificare se l’idea di puntare sugli attori come elementi fondamentali della drammaturgia fosse valida e riteneva che in quel luogo fuori dal mondo e dai salotti potesse lavorare al suo esperimento senza distrazioni. Perché gli attori potessero essere co-creatori, dovevano avere una conoscenza approfondita e totale del testo e saper decifrare non solo il personaggio da interpretare, ma tutta l’opera. Fu un lavoro molto duro, ma ricco di soddisfazioni.</p>
<p>Un’altra colonna portante del Laboratorio era l’interdisciplinarietà, intesa non come <em>collage</em>, ma come contaminazione. Interdisciplina significava per Ronconi chiedersi che cosa ci potesse essere di teatrale anche in ciò che teatro non era, fondandosi sul convincimento che potesse esistere un concetto di teatralità e rappresentazione più vasto rispetto a quello tradizionale. Al lavoro, un <em>unicum</em> nel panorama culturale italiano, parteciparono grandi professionisti come Umberto Eco, Luigi Nono, Gae Aulenti, Dacia Maraini, Luigi Barzini e Franco Quadri.</p>
<p>Gli anni del Laboratorio permisero a Luca Ronconi di proseguire anche il suo studio sull’utilizzo dello spazio scenico e sul rapporto con il pubblico. Più che <em>Calderon</em> di Pier Paolo Pasolini e <em>La Torre</em> di Hugo von Hofmannsthal, è <em>Le Baccanti</em> di Euripide, al di là della <em>performance</em> straordinaria di Marisa Fabbri, il lavoro che Ronconi ritiene essere “il corpo” dell’esperienza di Prato.</p>
<p>Lo spettacolo da una parte mostrò il suo innovativo rapporto col testo e la sua ricerca sullo smontaggio del concetto di personaggio (l’attrice interpretava svariati ruoli), dall’altra permise al regista di sperimentare le possibilità di percezione dello spettatore.</p>
<p>Lo studio cercava di rispondere all’interrogativo se fosse possibile, scegliendo un pubblico di ventiquattro persone, una comunicazione teatrale in cui gli spettatori se ne sentissero talmente parte da credere di essere loro stessi ad agire. Questo doveva avvenire attraverso la totale perdita da parte dello spettatore di riferimenti spaziali (lo spettacolo si svolgeva in diverse stanze), sopperita da un grande lavoro sul linguaggio e sulla sua forza comunicativa. Già durante le prime repliche, quando il pubblico non era ancora a conoscenza di ciò che lo aspettasse, gli spettatori reagivano senza indicazioni precise, di loro iniziativa.</p>
<p>Il rapporto con la città non fu sempre idilliaco. Il Maestro ha ricordato che l’amministrazione locale avrebbe desiderato più un servizio che un valore per la città. L’aspirazione del Laboratorio di progettazione teatrale era però quella di intendere il teatro come una forma di conoscenza, diversa dalle altre.</p>
<p>Anche a livello nazionale Ronconi ricevette critiche, in particolare gli veniva rimproverato di sperperare denaro pubblico, per le poche repliche degli spettacoli.</p>
<p>Il Maestro ha rivendicato con orgoglio che in quegli anni molte persone, non solo dall’Italia, prendevano un aereo per venire a vedere i suoi spettacoli a Prato e che è pacificamente riconosciuto che l’esperienza pratese, nella sua limitata durata, ha avuto un notevolissimo impatto internazionale.</p>
<p>Quella di Prato è stata quindi per Ronconi un’esperienza “buffa”, fondata su un equivoco (“noi pensavamo di fare una cosa, l’amministrazione pensava se ne volesse fare un’altra”), ma al tempo stesso fondativa: i risultati raggiunti sono stati il punto di partenza per il suo lavoro di ricerca dei decenni successivi.</p>
<p>Luca Ronconi conclude l’incontro con alcuni interrogativi, aspettandosi forse una futura risposta dall’inaugurato Laboratorio di Federico Tiezzi. Il teatro oggi è uno sviluppo del vecchio, servirebbe che in un laboratorio si cercasse d’inventare, scoprire e prefigurare delle forme di teatro nuove. Occorre in primo luogo trovare risposte a questi quesiti: quale futuro teatrale possono avere i giovani? Che cosa si aspettano? Quali possono essere le loro possibilità future?</p>
<p>Ad una successiva domanda sui problemi legati ai finanziamenti al teatro Ronconi aveva già risposto durante l’incontro: dopo l’<em>Orlando Furioso</em>, che ha prodotto vendendo il suo appartamento, ha aspettato nove anni per ottenere una proposta di lavoro pubblico. Gli istituti senza finanziamenti non possono esistere, il teatro sì.</p>
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