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	<title>The Tamarind &#187; Primo Piano</title>
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		<title>Solitudini persiane</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Apr 2013 09:06:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Berni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<description><![CDATA[Scatti serali sotto i cieli di Tehran, per un progetto artistico dal forte messaggio emotivo quanto politico. 
Vive e lavora in Iran Newsha Tavakolian, fotografa ospite alla Thomas Erben Gallery di Chelsea per una mostra che sancisce l’esordio espositivo dell’artista negli Stati Uniti.
La personale è composta da un progetto seriale comprendente fotografie di grandi dimensioni in cui i soggetti sono incorniciati da una finestra con vista su anonimi grattacieli.
Brochure del progetto è un video di due minuti diffuso via Internet.
La serie, Look (una sorta di sequel al suo precedente progetto &#8220;Listen&#8221;), vuole essere uno sguardo dentro lo stato emotivo dei giovani della classe media della capitale iraniana. Il risultato in mostra è una generazione isolata, abbattuta e immobile; fotografie scattate nei soliti spazi alle otto della sera, quando comincia la fine di una giornata, che danno l’impressione di un simulacro di comunità unita in un dolore che pare indicibile quanto misterioso.
Newsha Tavakolian ha scelto sguardi pescati tra i vicini di palazzo che hanno il dono di trasmettere senso di sospensione e vulnerabilità; insicurezza e mancanza di definizione.
&#8220;Ho voluto catturare un momento di tanti giovani della borghesia del mio Paese, per documentare la loro lotta con se stessi, il senso d’isolamento che provano nella società in cui vivono.” Spiega l’artista.
Il progetto nato per il mondo dell’arte inevitabilmente sfocia in quello politico internazionale.
Il messaggio sociale che dalla Persia arriva in Occidente, è quello di una triste gioventù che soffre durante giorni percepiti come normali e vive le proprie origini e la propria identità come una commovente galera da cui evadere.

Newsha Tavakolian&#8217;s photo exhibition &#8220;Look&#8221; opens &#8211; Thursday 11 April 2013 at Thomas Erben Gallery – New York from Newsha Tavakolian on Vimeo.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Scatti serali sotto i cieli di Tehran, per un progetto artistico dal forte messaggio emotivo quanto politico. </em></p>
<p><img src="/wp-content/files/2013/04/tavakolian-300x225.jpg" alt="" title="Newsha Tavakolian, Look, 2012. Inkjet print, edition of 7 (+2 AP), 41 x 55 in." width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-6688" />Vive e lavora in Iran Newsha Tavakolian, fotografa ospite alla <a href="http://www.thomaserben.com/">Thomas Erben Gallery</a> di Chelsea per una mostra che sancisce l’esordio espositivo dell’artista negli Stati Uniti.<br />
La personale è composta da un progetto seriale comprendente fotografie di grandi dimensioni in cui i soggetti sono incorniciati da una finestra con vista su anonimi grattacieli.</p>
<p>Brochure del progetto è un video di due minuti diffuso via Internet.<br />
La serie, Look (una sorta di sequel al suo precedente progetto &#8220;Listen&#8221;), vuole essere uno sguardo dentro lo stato emotivo dei giovani della classe media della capitale iraniana. Il risultato in mostra è una generazione isolata, abbattuta e immobile; fotografie scattate nei soliti spazi alle otto della sera, quando comincia la fine di una giornata, che danno l’impressione di un simulacro di comunità unita in un dolore che pare indicibile quanto misterioso.</p>
<p>Newsha Tavakolian ha scelto sguardi pescati tra i vicini di palazzo che hanno il dono di trasmettere senso di sospensione e vulnerabilità; insicurezza e mancanza di definizione.<br />
&#8220;Ho voluto catturare un momento di tanti giovani della borghesia del mio Paese, per documentare la loro lotta con se stessi, il senso d’isolamento che provano nella società in cui vivono.” Spiega l’artista.</p>
<p>Il progetto nato per il mondo dell’arte inevitabilmente sfocia in quello politico internazionale.<br />
Il messaggio sociale che dalla Persia arriva in Occidente, è quello di una triste gioventù che soffre durante giorni percepiti come normali e vive le proprie origini e la propria identità come una commovente galera da cui evadere.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe src="http://player.vimeo.com/video/55278539" width="500" height="281" frameborder="0" webkitAllowFullScreen mozallowfullscreen allowFullScreen></iframe>
<p><a href="http://vimeo.com/55278539">Newsha Tavakolian&#8217;s photo exhibition &#8220;Look&#8221; opens &#8211; Thursday 11 April 2013 at Thomas Erben Gallery – New York</a> from <a href="http://vimeo.com/user15187672">Newsha Tavakolian</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
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		<title>I media e la guerra: la sfida delle narrative 2.0</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2013 14:59:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Kihlgren Grandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Siria]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla guerra di Crimea raccontate sulle pagine del Times da William Howard Russell al volto di Peter Arnett in diretta dalla terrazza del suo albergo a Baghdad durante la prima guerra del Golfo: i conflitti armati hanno sempre fatto notizia, e il modo di raccontarli, fatto salvo lo sviluppo della tecnologia impiegata, non ha subito grandi evoluzioni fino a poco tempo fa.
A fianco delle cronache e dei reportage si è sviluppata col tempo una vasta pubblicistica dedicata all&#8217;analisi geopolitica della situazione, in grado di fornire utili strumenti per la comprensione delle ragioni del conflitto, la portata dello stesso, il ruolo degli attori in campo e i possibili sviluppi. Al contempo questi contributi non rappresentano che una lettura parziale della realtà, non potendo né volendo fornire una percezione profonda del fattore umano dietro all&#8217;evento bellico. Guardare ad un conflitto attraverso l&#8217;ausilio di cronache, analisi geopolitiche, mappe e tabelle, significa porsi al riparo di un velo di Maya ben intessuto ma assai limitante.
Chi volesse andare oltre e confrontarsi con ciò che che della guerra solitamente non viene raccontato, ha da qualche tempo a questa parte degli ottimi strumenti per farlo. La sfida di fornire narrative capaci di donare uno sguardo al tempo stesso diretto, autentico e vicino alla realtà umana degli avvenimenti, è stata colta da una serie di professionisti dell&#8217;informazione, principalmente giornalisti e blogger, armati degli strumenti del web 2.0.
Due tra gli esempi più interessanti di questa sensibilità narrativa sono stati presentati lo scorso 21 marzo al convegno &#8220;Digital media in zone di guerra&#8220;, tenutosi presso il Ministero degli Affari Esteri. Due approcci diversi per storie e professionalità alle loro spalle, ma che sono uniti dal focus sull&#8217;elemento umano, presentato con l&#8217;immediatezza e la partecipazione generata dall&#8217;utilizzo dei nuovi media.
Amedeo Ricucci, giornalista Rai, volto noto delle cronache di tanti conflitti armati, racconta con entusiasmo il progetto nel quale si è imbarcato un anno fa assieme alla redazione di La Storia Siamo Noi: documentare la quotidianità del conflitto civile siriano, calandosi nel suo interno con il proprio smartphone. Il video-diario che ne deriva è disponibile a questo indirizzo e ritrae un conflitto inaspettatamente crudele e generalizzato. Senza pietismo e con minuzia di particolari, Ricucci racconta una quotidianità simile a quella che si visse a Sarajevo, ma incapace di destare la stessa empatia nel grande pubblico. In Siria ad esempio si fa sentire la mancanza delle grandi ONG umanitarie presenti in tanti altri conflitti e impegnate ad alleviare il peso degli eventi sulla popolazione.
Ricucci, conquistato da questo nuovo approccio, tornerà settimana prossima in Siria, e a guidare il suo percorso (nei limiti del possibile, vista la drammaticità della situazione) sarà questa volta un gruppo di liceali di San Lazzaro di Savena, che dialogherà quotidianamente con il giornalista via Skype.
Il secondo approccio presentato è quello di Antonio Amendola, ex docente di Diritto della Comunicazione alla Sapienza, ora blogger affermato e capo del progetto Shoot4Change &#8211; www.shoot4change.net. Lo strumento di Amendola è quello dello storytelling, alimentato dai contributi di fotografi volontari, professionisti e no, richiamati dalla commistione di arte e impegno civico: &#8220;shoot local, think global&#8221;, per usare il motto dell&#8217;iniziativa.
Le storie raccontate dai tanti collaboratori, sottoposte ad un controllo editoriale, sono varie e permettono di cogliere con immediatezza la portata di eventi vicini e lontani: reportage sulle &#8220;dimore invisibili&#8220;, ovvero le soluzioni abitative più estreme; storie di immigrazione e integrazione africana in Svizzera; una scuola di circo creata all&#8217;interno di un campo profughi in Thailandia. Un linguaggio che ha voluto confrontarsi, per mano dello stesso Amendola, con un &#8220;Afghanistan sul percorso della normalità, zona di rottura umana, sociale, economica&#8221;. Fotografie e testi proiettano i visitatori del sito di Shoot4Change in un mondo di quotidianità inaspettata e di speranze coraggiose. L&#8217;obiettivo e le parole di Amendola raccontano storie dei militari afghani che stanno pian piano sostituendo le forze armate straniere, quelle dei talebani che hanno deposto le armi e beneficiano dei programmi di reinserimento del governo nazionale, le vicende delle ragazze vittime di abusi coniugali che hanno trovato riparo presso centri di accoglienza gestiti da coraggiose attiviste.
Le iniziative di Ricucci e Amendola hanno il pregio di fornire percorsi narrativi alternativi e reali, coi quali l&#8217;incontro avviene in modo semplice, diretto e duraturo. Un linguaggio che colpisce il pubblico in profondità, regalando attimi della quotidianità poetica e brutale di chi vive a contatto con la guerra.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6660" title="© Antonio Amendola" src="/wp-content/files/2013/03/17junecaboolexpress139m-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Dalla guerra di Crimea raccontate sulle pagine del Times da William Howard Russell al volto di Peter Arnett in diretta dalla terrazza del suo albergo a Baghdad durante la prima guerra del Golfo: i conflitti armati hanno sempre fatto notizia, e il modo di raccontarli, fatto salvo lo sviluppo della tecnologia impiegata, non ha subito grandi evoluzioni fino a poco tempo fa.</p>
<p>A fianco delle cronache e dei reportage si è sviluppata col tempo una vasta pubblicistica dedicata all&#8217;analisi geopolitica della situazione, in grado di fornire utili strumenti per la comprensione delle ragioni del conflitto, la portata dello stesso, il ruolo degli attori in campo e i possibili sviluppi. Al contempo questi contributi non rappresentano che una lettura parziale della realtà, non potendo né volendo fornire una percezione profonda del fattore umano dietro all&#8217;evento bellico. Guardare ad un conflitto attraverso l&#8217;ausilio di cronache, analisi geopolitiche, mappe e tabelle, significa porsi al riparo di un velo di Maya ben intessuto ma assai limitante.</p>
<p>Chi volesse andare oltre e confrontarsi con ciò che che della guerra solitamente non viene raccontato, ha da qualche tempo a questa parte degli ottimi strumenti per farlo. La sfida di fornire narrative capaci di donare uno sguardo al tempo stesso diretto, autentico e vicino alla realtà umana degli avvenimenti, è stata colta da una serie di professionisti dell&#8217;informazione, principalmente giornalisti e blogger, armati degli strumenti del web 2.0.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6662" title="programma" src="/wp-content/files/2013/03/programma2103.jpg" alt="" width="320" height="453" />Due tra gli esempi più interessanti di questa sensibilità narrativa sono stati presentati lo scorso 21 marzo al convegno &#8220;<a href="http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Approfondimenti/2013/03/20130321_digital_media.htm" target="_blank">Digital media in zone di guerra</a>&#8220;, tenutosi presso il Ministero degli Affari Esteri. Due approcci diversi per storie e professionalità alle loro spalle, ma che sono uniti dal focus sull&#8217;elemento umano, presentato con l&#8217;immediatezza e la partecipazione generata dall&#8217;utilizzo dei nuovi media.</p>
<p>Amedeo Ricucci, giornalista Rai, volto noto delle cronache di tanti conflitti armati, racconta con entusiasmo il progetto nel quale si è imbarcato un anno fa assieme alla redazione di La Storia Siamo Noi: documentare la quotidianità del conflitto civile siriano, calandosi nel suo interno con il proprio smartphone. Il video-diario che ne deriva è disponibile a <a href="http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/dossier/dossier-siria-2-0-diario-di-guerra/84/1/default.aspx" target="_blank">questo indirizzo</a> e ritrae un conflitto inaspettatamente crudele e generalizzato. Senza pietismo e con minuzia di particolari, Ricucci racconta una quotidianità simile a quella che si visse a Sarajevo, ma incapace di destare la stessa empatia nel grande pubblico. In Siria ad esempio si fa sentire la mancanza delle grandi ONG umanitarie presenti in tanti altri conflitti e impegnate ad alleviare il peso degli eventi sulla popolazione.</p>
<p>Ricucci, conquistato da questo nuovo approccio, tornerà settimana prossima in Siria, e a guidare il suo percorso (nei limiti del possibile, vista la drammaticità della situazione) sarà questa volta un gruppo di liceali di San Lazzaro di Savena, che dialogherà quotidianamente con il giornalista via Skype.</p>
<p>Il secondo approccio presentato è quello di Antonio Amendola, ex docente di Diritto della Comunicazione alla Sapienza, ora blogger affermato e capo del progetto <em>Shoot4Change</em> &#8211; <a href="http://www.shoot4change.net/" target="_blank">www.shoot4change.net</a>. Lo strumento di Amendola è quello dello <em>storytelling</em>, alimentato dai contributi di fotografi volontari, professionisti e no, richiamati dalla commistione di arte e impegno civico: &#8220;shoot local, think global&#8221;, per usare il motto dell&#8217;iniziativa.</p>
<p>Le storie raccontate dai tanti collaboratori, sottoposte ad un controllo editoriale, sono varie e permettono di cogliere con immediatezza la portata di eventi vicini e lontani: reportage sulle &#8220;<a href="http://www.shoot4change.net/?p=8959" target="_blank">dimore invisibili</a>&#8220;, ovvero le soluzioni abitative più estreme; storie di immigrazione e <a href="http://www.shoot4change.net/?p=9573" target="_blank">integrazione africana in Svizzera</a>; una scuola di circo creata all&#8217;interno di un <a href="http://www.shoot4change.net/?p=8957" target="_blank">campo profughi in Thailandia</a>. Un linguaggio che ha voluto confrontarsi, per mano dello stesso Amendola, con un &#8220;<a href="http://www.shoot4change.net/?p=8577" target="_blank">Afghanistan</a> sul percorso della normalità, zona di rottura umana, sociale, economica&#8221;. Fotografie e testi proiettano i visitatori del sito di Shoot4Change in un mondo di quotidianità inaspettata e di speranze coraggiose. L&#8217;obiettivo e le parole di Amendola raccontano storie dei militari afghani che stanno pian piano sostituendo le forze armate straniere, quelle dei talebani che hanno deposto le armi e beneficiano dei programmi di reinserimento del governo nazionale, le vicende delle ragazze vittime di abusi coniugali che hanno trovato riparo presso centri di accoglienza gestiti da coraggiose attiviste.</p>
<p>Le iniziative di Ricucci e Amendola hanno il pregio di fornire percorsi narrativi alternativi e reali, coi quali l&#8217;incontro avviene in modo semplice, diretto e duraturo. Un linguaggio che colpisce il pubblico in profondità, regalando attimi della quotidianità poetica e brutale di chi vive a contatto con la guerra.</p>
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		<title>Reportage da Sidi Moumen, la bidonville delle speranze</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2013/03/12/sidi-moumen/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 Mar 2013 16:24:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Kihlgren Grandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Bill and Melinda Gates Foundation]]></category>
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		<description><![CDATA[Casablanca, cuore pulsante dell&#8217;economia maghrebina, città multietnica, moderna e antica al tempo stesso. A pochi chilometri dalle lussuose navi da crociera ancorate nel porto e dagli eleganti negozi del centro città, sorge la bidonville di Sidi Moumen: 350 mila abitanti su 47 chilometri quadrati, coacervo di povertà, crimine, droga e violenza. Un&#8217;esistenza facile preda della disperazione in quest&#8217;angolo dimenticato dalle autorità, terreno di coltura per le cellule terroristiche, che qui hanno reclutato gli esecutori dei sanguinosi attacchi suicidi che hanno colpito il Marocco nel 2003 e nel 2007. Eppure il nome di Sidi Moumen viene sempre più spesso associato ad un ambizioso progetto filantropico, che raccoglie oggi i suoi primi, rivoluzionari risultati.
Il protagonista di questa vicenda, Boubker Mazoz, ci accoglie nella sede dell&#8217;associazione Idmaj, da lui fondata e presieduta. Questo sessantenne dal tratto elegante, ex funzionario del Dipartimento di Stato americano in Marocco, decide nel 2006 di creare l&#8217;associazione per consorziare le diverse realtà caritative e filantropiche operanti sul territorio, fornendo loro gli strumenti per dar vita ad una lotta sistematica contro l&#8217;esclusione e la desolazione morale e materiale. Realtà che Mazoz conosce bene, e che hanno lasciato in lui una nota di malinconia nascosta dietro alla sua proverbiale affabilità marocchina.
Assieme a Mazoz ci dirigiamo in auto verso Sidi Moumen. Man mano che ci avviciniamo alla nostra meta l&#8217;architettura cambia radicalmente. Alle belle case neocoloniali dal gusto francese si sostituiscono prima casermoni ingrigiti dallo smog, poi edifici sempre più piccoli e dimessi, fino a una fittissima rete di capanne di latta, cartone e pietre, con una giungla di antenne paraboliche sui tetti. Ai bordi della strada quello che la vista e l&#8217;olfatto identificano subito come una fogna a cielo aperto. Qua e là si vedono bambini giocare tra diversi asinelli spelacchiati e malnutriti. Davanti alle loro case, seduti su seggiole e sgabelli di plastica di diversa forma e colore, gruppetti di anziani chiacchierano tenendo d&#8217;occhio la strada. In lontananza, dietro ad un alto muro di cinta, si intravede l&#8217;edificio imponente e severo di una distilleria di birra: “per dimenticare la miseria”, commenta con una risata Mazoz.
Ci fermiamo per visitare i lavori di riqualificazione dell&#8217;ospedale di quartiere, progetto voluto dall&#8217;Idmaj e reso possibile grazie ad un generoso contributo venuto da oltreoceano, dalla Bill and Melinda Gates Foundation. I locali di questo piccolo ospedale pubblico, fino a poco fa malsani e privi delle più basilari apparecchiature, potranno presto ospitare dignitosamente i tanti malati della della zona, dove la tubercolosi è endemica.
Il viaggio alla scoperta del quartiere prosegue presso il Sidi Moumen Cultural Center.
Questa struttura, creata nel 2007 sul terreno di una discarica a cielo aperto, è diventata la seconda casa per circa 300 bambini e adolescenti. Un paradiso in mezzo all&#8217;inferno, lontano anni luce dalle sofferenze e dalla disperazione della bidonville. Gli orti per i progetti di agricoltura urbana, i colori chiari delle pareti, le macchine da cucire dei laboratori di sartoria, i computer dell&#8217;aula d&#8217;informatica, gli strumenti musicali, gli attrezzi sportivi, l&#8217;aula magna con palcoscenico e riflettori: Mazoz ci mostra i piccoli dettagli da lui voluti per spingere i ragazzi a frequentare i corsi del centro, pensato per porre rimedio all&#8217;abbandono scolastico, piaga sociale del Marocco più povero. Un progetto che mira inoltre a regalare ai ragazzi uno sguardo nuovo verso il proprio quartiere, le proprie origini ed il proprio futuro.
La fama del centro arriva lontano, mi conferma la giovane Theodora Skeadas, neolaureata in filosofia ad Harvard ed entusiasta del suo tirocinio presso il centro. Sono molti gli ammiratori dell&#8217;Idmaj negli Stati Uniti, anche grazie all&#8217;abilità personale di Mazoz, fautore del gemellaggio tra Casablanca e Chicago. Non stupisce quindi che l&#8217;ex segretario di Stato Hillary Clinton l&#8217;abbia voluto incontrare in occasione del suo ultimo viaggio in Marocco, e che il governo brasiliano abbia chiesto al Marocco una consulenza per riprodurre l&#8217;esperienza di Sidi Moumen nelle proprie città.
Casablanca e tutto il Marocco devono molto a Mazoz per il suo approccio solidaristico, ambizioso e innovativo, perseguito con una passione e una meticolosità fuori dal comune. Un successo che deve molto all&#8217;autorevolezza dell&#8217;uomo, combinazione di carisma ed empatia, generosità e coinvolgente fiducia nel prossimo.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6654" title="Uno scorcio di Sidi Moumen © Alex Cottin" src="/wp-content/files/2013/03/sidimoumen-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Casablanca, cuore pulsante dell&#8217;economia maghrebina, città multietnica, moderna e antica al tempo stesso. A pochi chilometri dalle lussuose navi da crociera ancorate nel porto e dagli eleganti negozi del centro città, sorge la bidonville di Sidi Moumen: 350 mila abitanti su 47 chilometri quadrati, coacervo di povertà, crimine, droga e violenza. Un&#8217;esistenza facile preda della disperazione in quest&#8217;angolo dimenticato dalle autorità, terreno di coltura per le cellule terroristiche, che qui hanno reclutato gli esecutori dei sanguinosi attacchi suicidi che hanno colpito il Marocco nel 2003 e nel 2007. Eppure il nome di Sidi Moumen viene sempre più spesso associato ad un ambizioso progetto filantropico, che raccoglie oggi i suoi primi, rivoluzionari risultati.</p>
<p>Il protagonista di questa vicenda, Boubker Mazoz, ci accoglie nella sede dell&#8217;associazione Idmaj, da lui fondata e presieduta. Questo sessantenne dal tratto elegante, ex funzionario del Dipartimento di Stato americano in Marocco, decide nel 2006 di creare l&#8217;associazione per consorziare le diverse realtà caritative e filantropiche operanti sul territorio, fornendo loro gli strumenti per dar vita ad una lotta sistematica contro l&#8217;esclusione e la desolazione morale e materiale. Realtà che Mazoz conosce bene, e che hanno lasciato in lui una nota di malinconia nascosta dietro alla sua proverbiale affabilità marocchina.</p>
<p>Assieme a Mazoz ci dirigiamo in auto verso Sidi Moumen. Man mano che ci avviciniamo alla nostra meta l&#8217;architettura cambia radicalmente. Alle belle case neocoloniali dal gusto francese si sostituiscono prima casermoni ingrigiti dallo smog, poi edifici sempre più piccoli e dimessi, fino a una fittissima rete di capanne di latta, cartone e pietre, con una giungla di antenne paraboliche sui tetti. Ai bordi della strada quello che la vista e l&#8217;olfatto identificano subito come una fogna a cielo aperto. Qua e là si vedono bambini giocare tra diversi asinelli spelacchiati e malnutriti. Davanti alle loro case, seduti su seggiole e sgabelli di plastica di diversa forma e colore, gruppetti di anziani chiacchierano tenendo d&#8217;occhio la strada. In lontananza, dietro ad un alto muro di cinta, si intravede l&#8217;edificio imponente e severo di una distilleria di birra: “per dimenticare la miseria”, commenta con una risata Mazoz.</p>
<p>Ci fermiamo per visitare i lavori di riqualificazione dell&#8217;ospedale di quartiere, progetto voluto dall&#8217;Idmaj e reso possibile grazie ad un generoso contributo venuto da oltreoceano, dalla Bill and Melinda Gates Foundation. I locali di questo piccolo ospedale pubblico, fino a poco fa malsani e privi delle più basilari apparecchiature, potranno presto ospitare dignitosamente i tanti malati della della zona, dove la tubercolosi è endemica.</p>
<p>Il viaggio alla scoperta del quartiere prosegue presso il Sidi Moumen Cultural Center.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-6655" title="Concerto dei Sidi Moumen Stars © Alex Cottin" src="/wp-content/files/2013/03/sidimoumen2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Questa struttura, creata nel 2007 sul terreno di una discarica a cielo aperto, è diventata la seconda casa per circa 300 bambini e adolescenti. Un paradiso in mezzo all&#8217;inferno, lontano anni luce dalle sofferenze e dalla disperazione della bidonville. Gli orti per i progetti di agricoltura urbana, i colori chiari delle pareti, le macchine da cucire dei laboratori di sartoria, i computer dell&#8217;aula d&#8217;informatica, gli strumenti musicali, gli attrezzi sportivi, l&#8217;aula magna con palcoscenico e riflettori: Mazoz ci mostra i piccoli dettagli da lui voluti per spingere i ragazzi a frequentare i corsi del centro, pensato per porre rimedio all&#8217;abbandono scolastico, piaga sociale del Marocco più povero. Un progetto che mira inoltre a regalare ai ragazzi uno sguardo nuovo verso il proprio quartiere, le proprie origini ed il proprio futuro.</p>
<p>La fama del centro arriva lontano, mi conferma la giovane Theodora Skeadas, neolaureata in filosofia ad Harvard ed entusiasta del suo tirocinio presso il centro. Sono molti gli ammiratori dell&#8217;Idmaj negli Stati Uniti, anche grazie all&#8217;abilità personale di Mazoz, fautore del gemellaggio tra Casablanca e Chicago. Non stupisce quindi che l&#8217;ex segretario di Stato Hillary Clinton l&#8217;abbia voluto incontrare in occasione del suo ultimo viaggio in Marocco, e che il governo brasiliano abbia chiesto al Marocco una consulenza per riprodurre l&#8217;esperienza di Sidi Moumen nelle proprie città.</p>
<p>Casablanca e tutto il Marocco devono molto a Mazoz per il suo approccio solidaristico, ambizioso e innovativo, perseguito con una passione e una meticolosità fuori dal comune. Un successo che deve molto all&#8217;autorevolezza dell&#8217;uomo, combinazione di carisma ed empatia, generosità e coinvolgente fiducia nel prossimo.</p>
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		<title>Proteste antiamericane e geopolitica delle emozioni</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2012/09/18/geopolitica/</link>
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		<pubDate>Tue, 18 Sep 2012 16:46:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Kihlgren Grandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[dialogo interculturale]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Huntington]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Moïsi]]></category>
		<category><![CDATA[nord]]></category>

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		<description><![CDATA[Le attuali proteste antiamericane hanno già superato,  per violenza e diffusione, quelle del 2005 per la pubblicazione delle  caricature di Maometto. Lo stesso può dirsi per lo stupore e  l&#8217;impreparazione occidentale.
Eppure il fenomeno in questione si inserisce agevolmente  in varie teorie degli attriti tra i nuovi “blocchi” individuati dagli  studiosi di geopolitica e relazioni internazionali. In particolare si  può trovare un ottimo strumento d&#8217;interpretazione in quella proposta da  Dominique Moïsi. Ne Geopolitica delle Emozioni,  edito in Italia da Garzanti, l&#8217;accademico francese riprende e sviluppa  la tesi della utilità di ricondurre a poche, potenti emozioni collettive  la nascita e diffusione delle principali tensioni geopolitiche.
Le lettura di Moïsi rappresenta una delle più affascinanti risposte a quella, celeberrima, di Samuel Huntington.  Non dunque uno “scontro di civiltà”, ma uno “scontro di emozioni”,  percepite a livello collettivo, frutto di un comune percorso storico,  capaci dar vita a potenti tensioni sul piano nazionale e internazionale.  La speranza dell&#8217;Asia e dell&#8217;America Latina, causa e conseguenza di una  forte crescita d&#8217;influenza economica e politica dei Paesi di queste  regioni; la paura – del diverso ma anche del futuro –, emozione  condivisa dalle società del mondo occidentale; infine l&#8217;umiliazione,  percepita dalle popolazioni dei Paesi arabi. Tre emozioni che agiscono  come motore, in forte accelerazione, di un mondo che corre il rischio di  dividersi sempre di più. Una semplificazione, Moïsi ne è conscio, ma  anche un prezioso strumento per comprendere ragioni e portata di  avvenimenti quali le proteste in corso.
Sono molti gli indicatori su cui Moïsi basa la propria  riflessione. Quelli individuati per il mondo arabo – mercato del lavoro  in crisi, limitata o nulla partecipazione ai vantaggi economici e  sociali della globalizzazione, difficoltà generalizzata a proiettarsi  verso il futuro – sono poi alcune tra le principali cause della  Primavera araba.
Ma le umiliazioni subite da queste popolazioni sono  tante e antiche, a cominciare dalla mancata applicazione del principio  di autodeterminazione nella definizione dei confini dell&#8217;ex Impero  Ottomano. Una mancanza di riconoscimento e una frustrazione su tanti  livelli, da quello politico a quello economico e culturale, che rendono  in fondo seducente la facile, confortante definizione di sé per  opposizione ad un nemico dai tratti culturalmente e moralmente  deprecabili.
L&#8217;impostazione di Moïsi si può ascrivere nel progressivo  interesse di politologi e scienziati sociali verso la psicologia e le  neuroscienze, studi in grado di fornire risposte precise sulla  predisposizione dell&#8217;essere umano a determinati comportamenti sociali.  Il focus si sposta insomma dall&#8217;analisi degli attori istituzionali a  quella delle forze emozionali operanti all&#8217;interno di collettività  basate su una percezione condivisa di passato, presente e futuro.
Questo incontro fra discipline apparentemente così distanti si è rivelato negli ultimi anni assai fecondo. La sociobiologia,  studio delle basi biologiche di ogni tipologia di comportamento  sociale, ci insegna ad esempio che la diffidenza costituisce la prima,  inconscia risposta nei confronti di chiunque sia diverso da noi in  termini linguistici, etnici o culturali. Nella terra dell&#8217;umiliazione la  distanza tra la diffidenza e l&#8217;odio è molto breve; il film “Innocence  of Muslims” non farebbe quindi altro che accorciarla.
Una strategia utile per annullare o quantomeno contenere  le animosità tra le diverse collettività può  forse consistere  nell&#8217;offerta di nuove e forti identità, forme di riconoscimento che  travalichino i confini emozionali, rafforzando quella rete di  appartenenze multiple che è già attiva e diffusa, come ci insegnano i  tanti studi sulla globalizzazione culturale. Un piano nel quale preziosa  appare la regia delle istituzioni globali preposte al dialogo e  all&#8217;educazione, in primis l&#8217;UNESCO.  Organizzazioni in costante difficoltà di finanziamento ma tuttavia  capaci di produrre risultati potenzialmente più efficaci e duraturi di  qualsiasi spiegamento e dimostrazione di forza.
Identità composite, appartenenze incrociate, reti  flessibili e in continua evoluzione : potrebbero essere questi i veri  doni dell&#8217;età della globalizzazione. Una “pax concatenata” che potrebbe  arrivare là dove la “pax mercatoria” ha ripetutamente fallito.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6573" title="bicicletta" src="/wp-content/files/2012/09/bicicletta-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" />Le attuali proteste antiamericane hanno già superato,  per violenza e diffusione, quelle del 2005 per la pubblicazione delle  caricature di Maometto. Lo stesso può dirsi per lo stupore e  l&#8217;impreparazione occidentale.</p>
<p lang="it-IT">Eppure il fenomeno in questione si inserisce agevolmente  in varie teorie degli attriti tra i nuovi “blocchi” individuati dagli  studiosi di geopolitica e relazioni internazionali. In particolare si  può trovare un ottimo strumento d&#8217;interpretazione in quella proposta da  Dominique Moïsi. Ne <a href="http://www.amazon.it/Geopolitica-emozioni-dellumiliazione-speranza-cambiando/dp/881174086X" target="_blank">Geopolitica delle Emozioni</a>,  edito in Italia da Garzanti, l&#8217;accademico francese riprende e sviluppa  la tesi della utilità di ricondurre a poche, potenti emozioni collettive  la nascita e diffusione delle principali tensioni geopolitiche.</p>
<p lang="it-IT">Le lettura di Moïsi rappresenta una delle più affascinanti risposte a quella, celeberrima, di <a href="http://www.amazon.it/scontro-civilt%C3%A0-mondiale-geopolitico-pianeta/dp/8811674999/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1347964214&amp;sr=8-1" target="_blank">Samuel Huntington</a>.  Non dunque uno “scontro di civiltà”, ma uno “scontro di emozioni”,  percepite a livello collettivo, frutto di un comune percorso storico,  capaci dar vita a potenti tensioni sul piano nazionale e internazionale.  La speranza dell&#8217;Asia e dell&#8217;America Latina, causa e conseguenza di una  forte crescita d&#8217;influenza economica e politica dei Paesi di queste  regioni; la paura – del diverso ma anche del futuro –, emozione  condivisa dalle società del mondo occidentale; infine l&#8217;umiliazione,  percepita dalle popolazioni dei Paesi arabi. Tre emozioni che agiscono  come motore, in forte accelerazione, di un mondo che corre il rischio di  dividersi sempre di più. Una semplificazione, Moïsi ne è conscio, ma  anche un prezioso strumento per comprendere ragioni e portata di  avvenimenti quali le proteste in corso.</p>
<p lang="it-IT">Sono molti gli indicatori su cui Moïsi basa la propria  riflessione. Quelli individuati per il mondo arabo – mercato del lavoro  in crisi, limitata o nulla partecipazione ai vantaggi economici e  sociali della globalizzazione, difficoltà generalizzata a proiettarsi  verso il futuro – sono poi alcune tra le principali cause della  Primavera araba.</p>
<p lang="it-IT">Ma le umiliazioni subite da queste popolazioni sono  tante e antiche, a cominciare dalla mancata applicazione del principio  di autodeterminazione nella definizione dei confini dell&#8217;ex Impero  Ottomano. Una mancanza di riconoscimento e una frustrazione su tanti  livelli, da quello politico a quello economico e culturale, che rendono  in fondo seducente la facile, confortante definizione di sé per  opposizione ad un nemico dai tratti culturalmente e moralmente  deprecabili.</p>
<p lang="it-IT">L&#8217;impostazione di Moïsi si può ascrivere nel progressivo  interesse di politologi e scienziati sociali verso la psicologia e le  neuroscienze, studi in grado di fornire risposte precise sulla  predisposizione dell&#8217;essere umano a determinati comportamenti sociali.  Il focus si sposta insomma dall&#8217;analisi degli attori istituzionali a  quella delle forze emozionali operanti all&#8217;interno di collettività  basate su una percezione condivisa di passato, presente e futuro.</p>
<p lang="it-IT">Questo incontro fra discipline apparentemente così distanti si è rivelato negli ultimi anni assai fecondo. La <a href="http://www.cultural-diplomacy-news.org/scope-challenges-cultural-diplomacy-sociobiologys-angle/" target="_blank">sociobiologia</a>,  studio delle basi biologiche di ogni tipologia di comportamento  sociale, ci insegna ad esempio che la diffidenza costituisce la prima,  inconscia risposta nei confronti di chiunque sia diverso da noi in  termini linguistici, etnici o culturali. Nella terra dell&#8217;umiliazione la  distanza tra la diffidenza e l&#8217;odio è molto breve; il film “Innocence  of Muslims” non farebbe quindi altro che accorciarla.</p>
<p lang="it-IT">Una strategia utile per annullare o quantomeno contenere  le animosità tra le diverse collettività può  forse consistere  nell&#8217;offerta di nuove e forti identità, forme di riconoscimento che  travalichino i confini emozionali, rafforzando quella rete di  appartenenze multiple che è già attiva e diffusa, come ci insegnano i  tanti studi sulla globalizzazione culturale. Un piano nel quale preziosa  appare la regia delle istituzioni globali preposte al dialogo e  all&#8217;educazione, in primis l&#8217;<a href="http://www.unesco.org/new/en/culture/themes/cultural-diversity/diversity-of-cultural-expressions/the-convention/" target="_blank">UNESCO</a>.  Organizzazioni in costante difficoltà di finanziamento ma tuttavia  capaci di produrre risultati potenzialmente più efficaci e duraturi di  qualsiasi spiegamento e dimostrazione di forza.</p>
<p lang="it-IT">Identità composite, appartenenze incrociate, reti  flessibili e in continua evoluzione : potrebbero essere questi i veri  doni dell&#8217;età della globalizzazione. Una “pax concatenata” che potrebbe  arrivare là dove la “pax mercatoria” ha ripetutamente fallito.</p>
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		<title>Un giglio malato che si recise da sé agli inizi della propria primavera</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2012/07/10/francesca-woodman/</link>
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		<pubDate>Tue, 10 Jul 2012 14:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
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		<category><![CDATA[New York]]></category>

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		<description><![CDATA[Delicata, pittorica e disperata, l’arte fotografica di Francesca Woodman arriva al Guggenheim di New York per una retrospettiva che sfoglia e racconta la muta implosione di una mente.
Francesca Woodman è morta. Suicida all’età di 22 anni.
Un lancio nel vuoto mise fine alle angosce del proprio corpo, ad una vita quasi senza parole, riempita di fotografie, autoscatti della propria brama di non-esistere.
Nuda dentro prima che fuori, per tutta la vita Francesca Woodman si è auto-imposta un lavoro fotografico pesantemente psicologico affrontato con un raro grado di sofisticatezza.
Come braccata dal proprio male di vivere, l’artista ha passato la propria vita a ritrarsi con purezza e ossessione. Con il suo talento avrebbe potuto immortalare tanti desideri, invece ne scelse soprattutto uno, quello di riportare l’organico all’inorganico.
La retrospettiva che il Guggenheim le dedica arriva dal Moma di San Francisco ed è composta soprattutto da foto di piccolo formato, da vedere una ad una, con lentezza e da vicino.
Alle centoventi foto in bianco e nero di dimensioni minute se ne aggiungono alcune di larga scala parte del progetto Temple Project. Naturalmente, il tempio in questione, è il corpo dell’artista e nient’altro. Alle foto si aggiungono sei cortometraggi che la Woodman aveva realizzato duranti gli ultimi mesi di vita e tracce dei suoi due progetti editoriali fra cui Some disordered intention geometric, opera realizzata a Roma tra il 1977 e il 1978, ottenuta attaccando foto e scrivendo sopra un libro di basi di geometria elementare.
In particolare, quest’ultimo lavoro permette di riflettere sull’incontro tra la geometria, esatta scienza dell’estensione e il compulsivo bisogno di estendere verso l’infinito l’ego di una bambina di neanche vent’anni.
La mostra traccia bene l’abilità nel celebrare il proprio corpo come una bandiera del proprio male di vivere. Ripercorrendo le tappe della sua giovinezza che Francesca Woodman visse a Rhode Island, Roma e New York, in ogni scatto l’artista si dimostra martire moderna del proprio narcisismo, spaventata guerriera in vita; maestra fotografica in morte.

Incapace di non fare altro che far ricadere ogni pensiero su di sé, l’artista aveva il dono di saper scegliere desolanti luoghi domestici o spazi aperti estremamente semplici dove posava immobile riempiendoli di sé e nient’altro.
Se Francesca fosse un angelo sarebbe caduto, se fosse una foresta sarebbe in inverno, se fosse una casa sarebbe abbandonata. Nelle sue foto è tutto questo, ma è soprattutto una mente smarrita dentro un corpo nudo e fragile. Se spesso negava il volto alla macchina fotografica praticamente ogni volta è riuscita a ritrarsi come vittima di colpe ataviche e insite nel genere umano.
Lo sguardo complessivo sembra essere un’unica e sospirata richiesta di aiuto, di spengere il dolore che abita la mente dell’artista, a qualunque prezzo. Il risultato dell’esposizione è un ammaliante ventre gelido che avvolge il visitatore in un’aura di sofferenza, in un bisogno matto e mimetico di scomparire, nel silenzio, fra le urla.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Delicata, pittorica e disperata, l’arte fotografica di Francesca Woodman arriva al Guggenheim di New York per una retrospettiva che sfoglia e racconta la muta implosione di una mente.</em></p>
<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-6545" title="Francesca Woodman Self-portrait talking to Vince, Providence, Rhode Island, 1975–78 Gelatin silver print, 13 x 12.9 cm Courtesy George and Betty Woodman  © 2012 George and Betty Woodman " src="/wp-content/files/2012/07/Selfportrait1-288x300.jpg" alt="" width="288" height="300" />Francesca Woodman</strong> è morta. Suicida all’età di 22 anni.</p>
<p>Un lancio nel vuoto mise fine alle angosce del proprio corpo, ad una vita quasi senza parole, riempita di fotografie, autoscatti della propria brama di non-esistere.</p>
<p>Nuda dentro prima che fuori, per tutta la vita Francesca Woodman si è auto-imposta un lavoro fotografico pesantemente psicologico affrontato con un raro grado di sofisticatezza.</p>
<p>Come braccata dal proprio male di vivere, l’artista ha passato la propria vita a ritrarsi con purezza e ossessione. Con il suo talento avrebbe potuto immortalare tanti desideri, invece ne scelse soprattutto uno, quello di riportare l’organico all’inorganico.</p>
<p>La retrospettiva che il Guggenheim le dedica arriva dal Moma di San Francisco ed è composta soprattutto da foto di piccolo formato, da vedere una ad una, con lentezza e da vicino.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-6549" title="Photo - David Heald © Solomon R. Guggenheim Foundation" src="/wp-content/files/2012/07/01-Photo-David-Heald-©-Solomon-R.-Guggenheim-Foundation-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" />Alle centoventi foto in bianco e nero di dimensioni minute se ne aggiungono alcune di larga scala parte del progetto <em>Temple Project</em>. Naturalmente, il tempio in questione, è il corpo dell’artista e nient’altro. Alle foto si aggiungono sei cortometraggi che la Woodman aveva realizzato duranti gli ultimi mesi di vita e tracce dei suoi due progetti editoriali fra cui <strong>Some disordered intention geometric</strong>, opera realizzata a Roma tra il 1977 e il 1978, ottenuta attaccando foto e scrivendo sopra un libro di basi di geometria elementare.</p>
<p>In particolare, quest’ultimo lavoro permette di riflettere sull’incontro tra la geometria, esatta scienza dell’estensione e il compulsivo bisogno di estendere verso l’infinito l’ego di una bambina di neanche vent’anni.</p>
<p>La mostra traccia bene l’abilità nel celebrare il proprio corpo come una bandiera del proprio male di vivere. Ripercorrendo le tappe della sua giovinezza che Francesca Woodman visse a Rhode Island, Roma e New York, in ogni scatto l’artista si dimostra martire moderna del proprio narcisismo, spaventata guerriera in vita; maestra fotografica in morte.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-6537 alignleft" title="Francesca Woodman Untitled (from the Angels series), Rome, 1977 Gelatin silver print, 7.6 x 7.6 cm Courtesy George and Betty Woodman  © George and Betty Woodman " src="/wp-content/files/2012/07/10-Untitled_From-Angels-Series-300x298.jpg" alt="Francesca Woodman Untitled (from the Angels series), Rome, 1977 Gelatin silver print, 7.6 x 7.6 cm Courtesy George and Betty Woodman © George and Betty Woodman" width="300" height="298" /></p>
<p>Incapace di non fare altro che far ricadere ogni pensiero su di sé, l’artista aveva il dono di saper scegliere desolanti luoghi domestici o spazi aperti estremamente semplici dove posava immobile riempiendoli di sé e nient’altro.</p>
<p>Se Francesca fosse un angelo sarebbe caduto, se fosse una foresta sarebbe in inverno, se fosse una casa sarebbe abbandonata. Nelle sue foto è tutto questo, ma è soprattutto una mente smarrita dentro un corpo nudo e fragile. Se spesso negava il volto alla macchina fotografica praticamente ogni volta è riuscita a ritrarsi come vittima di colpe ataviche e insite nel genere umano.</p>
<p>Lo sguardo complessivo sembra essere un’unica e sospirata richiesta di aiuto, di spengere il dolore che abita la mente dell’artista, a qualunque prezzo. Il risultato dell’esposizione è un ammaliante ventre gelido che avvolge il visitatore in un’aura di sofferenza, in un bisogno matto e mimetico di scomparire, nel silenzio, fra le urla.</p>
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		<title>XVII Festival delle Colline Torinesi &#8211; Diario di bordo</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jul 2012 00:23:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Festival delle Colline Torinesi]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è rivelata straordinariamente eclettica quest’edizione 2012 del Festival delle Colline Torinesi, di cui siamo da anni affezionati spettatori, nel suo spaziare tra generi e stili che coprono pressoché l’intero spettro di ciò che si possa oggi riunire sotto la definizione di teatro contemporaneo, nel suo aprirsi all’espressione multiculturale, plurilinguistica ed intergenerazionale, nell’affrontante con generosa eterogeneità un ricco ventaglio di tematiche, spesso scomode, nel coraggio di volgere lo sguardo a nomi nuovi, come si addice a un vero Festival.
Sforzi notevoli in tempo di crisi, giustamente ricompensati con una presenza di oltre 8000 spettatori.
Si parte con “La seconda Neanderthal”, della Societas Raffaello Sanzio, un affresco di indiscutibile bellezza estetica e formale che s’incunea magistralmente nella location essenziale delle Fonderie Limone.
Splendidi i costumi della Castellucci ed il loro scenografico imporsi sulla scena, efficace la costruzione dell’ambiente sonoro, non sempre all’altezza l’apparato coreografico, che perde di spessore narrativo nella seconda parte dello spettacolo.
Si esce dalla sala con la sensazione agrodolce dell’attesa, di qualcosa che sarebbe potuto accadere ma che la scelta drammaturgica decide di non concederci.
Coinvolge, indigna ed emoziona fin dal provocatorio impianto scenografico “Giù”, dei sempre incisivi Scimone e Sframeli, che scena dopo scena ci fa sentire vittime e carnefici, scomodi nell’ignava comodità dei nostri compromessi quotidiani.
Un J’accuse che non risparmia niente e nessuno, che riesce con la consueta cifra stilistica della leggerezza, propria di questi autori a noi cari, a insinuarsi tagliente nelle nostre apparenti innocenze.
Un due terzi ineccepibile che ci rende più indulgenti nei confronti della discesa finale, del tutto inattesa, verso una retorica prosaicamente scontata, che strizza l’occhio a troppo facili consensi permettendo allo spettatore di divincolarsi dalla morsa della propria responsabilità per scivolare nel più rassicurante indice accusatorio puntato verso un nemico comune.
Non discutiamo la scelta tematica, senza dubbio di per sé necessaria; ma a chi ci ha abituati a gioielli drammaturgici come Bar, La festa, La busta e altri, ci sentiamo in diritto di chiedere di più.
Assemblea Teatro, storico caposaldo del teatro di narrazione torinese, ci regala con “La bambina che raccontava i films” una suggestiva e poetica fiaba d’altri tempi, che non tradisce la fedeltà di sempre all’impegno sociale e civile, pur non raggiungendo le vette drammaturgiche di altri loro lavori, come il recente indimenticabile “Viva la Vida!”.
Raffinato e coinvolgente “Mal Bianco”, secondo capitolo della Trilogia della Visione, dedicato da Zaches Teatro al maestro Hokusai, il celebre creatore dei Manga: magistralmente curato nella forma, efficacemente evocativa dell’universo minimalista e figurativo giapponese, non tralascia mai l’equilibrio fra ricerca estetica e comunicazione emotiva.
Lo spettatore è preso per mano e guidato in un universo poetico ed evanescente, fatto di figure leggere ma di grande potenza espressiva, dove non sempre tutto è ciò che appare, dove le suggestioni ci spingono a un livello simbolico che ci tocca e ci mette in gioco profondamente.
Nell’accurata armonia di gesti, suoni e immagini, è forse discutibile la scelta di introdurre il canto: poiché in quell’atmosfera rarefatta ed ovattata il suono si amplifica nella percezione dello spettatore, sarebbe necessario trattarlo con maggiore cura, sviluppandolo nella direzione del canto armonico.
Difficile ridurre “This is the end” alla definizione di circo-teatro: riuscire ad accontentare un pubblico esigente sul piano narrativo e al tempo stesso gli amanti delle esibizioni adrenaliniche non è impresa da poco.
La regia di David Bobée riesce mirabilmente nel delicato connubio, fondendo poesia e tensione drammaturgica con numeri circensi di grande destrezza.
Sono molti gli accostamenti che si potrebbero citare, ma nessuno spettacolo di circo-teatro ha a nostro avviso raggiunto una così piena sintonia d’immagini e di testo: ciascun numero non viene sottolineato da un testo appropriato, o viceversa, ma ognuno è l’esatta espressione dell’altro.
Non vi è pretesto, non vi è spazio per il puro godimento fine a se stesso, ma tutto induce lo spettatore a interrogarsi sul senso ultimo della vita, propria e del mondo in cui abita, ponendosi in una relazione con l’altro resa concreta e inevitabile dal pluriculturalismo che caratterizza la formazione.
Il tutto amplificato da sonorità appropriate (anche e forse soprattutto quando vi è il più completo silenzio) e da un palcoscenico rotante suggestivo ma mai autoreferenziale, in cui tutto si costruisce collettivamente di volta in volta, ma mai una volta per tutte.
Sarà che ci siamo avvicinati a “Duramadre”, dei pluripremiati Fibre Parallele, con aspettative elevate, ma la delusione di fronte ad un lavoro ben congeniato ma fondamentalmente non riuscito è pungente.
Eppure l’impianto scenografico promette bene: basta guardarlo per quei 10-15 minuti in attesa dell’inizio e si è già in viaggio.
Un viaggio onirico e poetico che continua nel magnetismo della voce fuori campo, nello svolgersi di quei corpi nudi dai loro cordoni ombelicali di cellophane… Le aspettative crescono.
Fino a infrangersi miseramente dopo appena pochi minuti di recitazione.
Uso volutamente un termine che non mi appartiene, perché di questo si tratta: l’incanto si rompe e lo spettatore non è più parte di un rito collettivo che poteva divenire inquisitorio, accusatorio o catartico, ma assiste semplicemente a una rappresentazione a cui, di scena in scena, crede sempre meno.
Ogni tanto la voce fuori campo lo riporta per un attimo lì; ma è, appunto, solo un attimo, poi torna quella sensazione di scetticismo con cui si esce, amaramente, dalla sala.
Da tanto non ci concedevamo il lusso di vedere Ferdinando Bruni sulla scena ed è sempre un piacere constatare che il nostro indimenticabile Puck invecchia generosamente come il buon vino.
“Rosso” del Teatro dell’Elfo ci conquista, ci avvolge e ci coinvolge, ci interroga, ci fa irrequieti e frementi sulle nostre sedie troppo anguste, divisi tra la seduzione suscitata dall’arroganza geniale di Rothko e la lucida razionalità del suo giovane assistente.
Una lezione di teatro che è al tempo stesso una lezione d’arte e di umanità, che fa riflettere attraverso l’azione senza alcuna indulgenza retorica, che fa entrare lo spettatore nella materia fino a farlo sentire parte di essa.
Uno spettacolo di teatro-teatro che ci ricorda che, se il teatro è vivo, non ha bisogno di alcuna etichetta.
Sopra le righe. Questa, in sintesi, la critica che muoviamo a “Pinter’s anatomy”.
Ottimo nella premessa, segnata dall’efficacissimo contrasto tra la scena natalizia stucchevole in stile Tutti insieme [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-6526" title="CL" src="/wp-content/files/2012/07/CL.jpg" alt="" width="126" height="125" />Si è rivelata straordinariamente eclettica quest’edizione 2012 del Festival delle Colline Torinesi, di cui siamo da anni affezionati spettatori, nel suo spaziare tra generi e stili che coprono pressoché l’intero spettro di ciò che si possa oggi riunire sotto la definizione di teatro contemporaneo, nel suo aprirsi all’espressione multiculturale, plurilinguistica ed intergenerazionale, nell’affrontante con generosa eterogeneità un ricco ventaglio di tematiche, spesso scomode, nel coraggio di volgere lo sguardo a nomi nuovi, come si addice a un vero Festival.</p>
<p>Sforzi notevoli in tempo di crisi, giustamente ricompensati con una presenza di oltre 8000 spettatori.</p>
<p><img class="alignleft" title="La seconda Neanderthal" src="http://www.festivaldellecolline.it/files/show/photo/la_seconda_neanderthal.jpg" alt="" width="265" height="176" />Si parte con <strong>“La seconda Neanderthal”</strong>, della <strong>Societas Raffaello Sanzio,</strong> un affresco di indiscutibile bellezza estetica e formale che s’incunea magistralmente nella location essenziale delle Fonderie Limone.</p>
<p>Splendidi i costumi della Castellucci ed il loro scenografico imporsi sulla scena, efficace la costruzione dell’ambiente sonoro, non sempre all’altezza l’apparato coreografico, che perde di spessore narrativo nella seconda parte dello spettacolo.</p>
<p>Si esce dalla sala con la sensazione agrodolce dell’attesa, di qualcosa che sarebbe potuto accadere ma che la scelta drammaturgica decide di non concederci.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6531" title="Giù" src="/wp-content/files/2012/07/2.jpg" alt="" width="267" height="189" />Coinvolge, indigna ed emoziona fin dal provocatorio impianto scenografico <strong>“Giù”</strong>, dei sempre incisivi <strong>Scimone e Sframeli</strong>, che scena dopo scena ci fa sentire vittime e carnefici, scomodi nell’ignava comodità dei nostri compromessi quotidiani.</p>
<p>Un <em>J’accuse</em> che non risparmia niente e nessuno, che riesce con la consueta cifra stilistica della leggerezza, propria di questi autori a noi cari, a insinuarsi tagliente nelle nostre apparenti innocenze.</p>
<p>Un due terzi ineccepibile che ci rende più indulgenti nei confronti della discesa finale, del tutto inattesa, verso una retorica prosaicamente scontata, che strizza l’occhio a troppo facili consensi permettendo allo spettatore di divincolarsi dalla morsa della propria responsabilità per scivolare nel più rassicurante indice accusatorio puntato verso un nemico comune.</p>
<p>Non discutiamo la scelta tematica, senza dubbio di per sé necessaria; ma a chi ci ha abituati a gioielli drammaturgici come Bar, La festa, La busta e altri, ci sentiamo in diritto di chiedere di più.</p>
<p><strong>Assemblea Teatro</strong>, storico caposaldo del teatro di narrazione torinese, ci regala con <strong>“La bambina che raccontava i films”</strong> una suggestiva e poetica fiaba d’altri tempi, che non tradisce la fedeltà di sempre all’impegno sociale e civile, pur non raggiungendo le vette drammaturgiche di altri loro lavori, come il recente indimenticabile “Viva la Vida!”.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-6528" title="Malbianco" src="/wp-content/files/2012/07/3.jpg" alt="" width="283" height="178" />Raffinato e coinvolgente <strong>“Mal Bianco”</strong>, secondo capitolo della Trilogia della Visione, dedicato da <strong>Zaches Teatro</strong> al maestro Hokusai, il celebre creatore dei Manga: magistralmente curato nella forma, efficacemente evocativa dell’universo minimalista e figurativo giapponese, non tralascia mai l’equilibrio fra ricerca estetica e comunicazione emotiva.</p>
<p>Lo spettatore è preso per mano e guidato in un universo poetico ed evanescente, fatto di figure leggere ma di grande potenza espressiva, dove non sempre tutto è ciò che appare, dove le suggestioni ci spingono a un livello simbolico che ci tocca e ci mette in gioco profondamente.</p>
<p>Nell’accurata armonia di gesti, suoni e immagini, è forse discutibile la scelta di introdurre il canto: poiché in quell’atmosfera rarefatta ed ovattata il suono si amplifica nella percezione dello spettatore, sarebbe necessario trattarlo con maggiore cura, sviluppandolo nella direzione del canto armonico.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-6530" title="This is the end" src="/wp-content/files/2012/07/cnac2012-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Difficile ridurre <strong>“This is the end”</strong> alla definizione di circo-teatro: riuscire ad accontentare un pubblico esigente sul piano narrativo e al tempo stesso gli amanti delle esibizioni adrenaliniche non è impresa da poco.</p>
<p>La regia di <strong>David Bobée</strong> riesce mirabilmente nel delicato connubio, fondendo poesia e tensione drammaturgica con numeri circensi di grande destrezza.</p>
<p>Sono molti gli accostamenti che si potrebbero citare, ma nessuno spettacolo di circo-teatro ha a nostro avviso raggiunto una così piena sintonia d’immagini e di testo: ciascun numero non viene sottolineato da un testo appropriato, o viceversa, ma ognuno è l’esatta espressione dell’altro.</p>
<p>Non vi è pretesto, non vi è spazio per il puro godimento fine a se stesso, ma tutto induce lo spettatore a interrogarsi sul senso ultimo della vita, propria e del mondo in cui abita, ponendosi in una relazione con l’altro resa concreta e inevitabile dal pluriculturalismo che caratterizza la formazione.</p>
<p>Il tutto amplificato da sonorità appropriate (anche e forse soprattutto quando vi è il più completo silenzio) e da un palcoscenico rotante suggestivo ma mai autoreferenziale, in cui tutto si costruisce collettivamente di volta in volta, ma mai una volta per tutte.</p>
<p>Sarà che ci siamo avvicinati a <strong>“Duramadre”</strong>, dei pluripremiati <strong>Fibre Parallele</strong>, con aspettative elevate, ma la delusione di fronte ad un lavoro ben congeniato ma fondamentalmente non riuscito è pungente.</p>
<p>Eppure l’impianto scenografico promette bene: basta guardarlo per quei 10-15 minuti in attesa dell’inizio e si è già in viaggio.</p>
<p>Un viaggio onirico e poetico che continua nel magnetismo della voce fuori campo, nello svolgersi di quei corpi nudi dai loro cordoni ombelicali di cellophane… Le aspettative crescono.</p>
<p>Fino a infrangersi miseramente dopo appena pochi minuti di recitazione.</p>
<p>Uso volutamente un termine che non mi appartiene, perché di questo si tratta: l’incanto si rompe e lo spettatore non è più parte di un rito collettivo che poteva divenire inquisitorio, accusatorio o catartico, ma assiste semplicemente a una rappresentazione a cui, di scena in scena, crede sempre meno.</p>
<p>Ogni tanto la voce fuori campo lo riporta per un attimo lì; ma è, appunto, solo un attimo, poi torna quella sensazione di scetticismo con cui si esce, amaramente, dalla sala.</p>
<p>Da tanto non ci concedevamo il lusso di vedere Ferdinando Bruni sulla scena ed è sempre un piacere constatare che il nostro indimenticabile Puck invecchia generosamente come il buon vino.</p>
<p><strong><img class="size-full wp-image-6529 alignleft" title="Rosso" src="/wp-content/files/2012/07/elforosso.jpg" alt="" width="290" height="290" />“Rosso”</strong> del <strong>Teatro dell’Elfo</strong> ci conquista, ci avvolge e ci coinvolge, ci interroga, ci fa irrequieti e frementi sulle nostre sedie troppo anguste, divisi tra la seduzione suscitata dall’arroganza geniale di Rothko e la lucida razionalità del suo giovane assistente.</p>
<p>Una lezione di teatro che è al tempo stesso una lezione d’arte e di umanità, che fa riflettere attraverso l’azione senza alcuna indulgenza retorica, che fa entrare lo spettatore nella materia fino a farlo sentire parte di essa.</p>
<p>Uno spettacolo di teatro-teatro che ci ricorda che, se il teatro è vivo, non ha bisogno di alcuna etichetta.</p>
<p>Sopra le righe. Questa, in sintesi, la critica che muoviamo a <strong>“Pinter’s anatomy”</strong>.</p>
<p>Ottimo nella premessa, segnata dall’efficacissimo contrasto tra la scena natalizia stucchevole in stile <em>Tutti insieme appassionatamente </em>e il gelido tavolo da obitorio da cui sale una voce freddamente sinistra, e coerente nella conclusione, che arriva alla morte passando da un gioco ormai riconoscibilmente grottesco (la macabra corsa nei sacchi di corpi nudi e martoriati), questo lavoro di <strong>Ricci/Forte</strong> ci lascia la sensazione di aver esondato dai margini del necessario, perdendo progressivamente il senso di fastidio che avrebbe potuto utilmente indurre nello spettatore per diventare una celebrazione gratuita e a tratti scontata della violenza, quasi mostrata con autocompiacimento.</p>
<p>Il bisogno di toccare fisicamente e in modo sgradevole lo spettatore per provocarne una reazione sa di vecchio e, a nostro avviso, dichiara fra le righe un’incapacità di raggiungere emotivamente il proprio interlocutore con più fini mezzi drammaturgici.</p>
<p>“Permesso?”</p>
<p>Ti senti quasi in imbarazzo nell’entrare nella location scelta per <strong>“Roberta torna a casa”</strong> di <strong>Cuocolo-Bosetti</strong>.</p>
<p>E’ vero che sapevi che si trattava di una casa privata; ma forse te l’aspettavi diversa, un po’ meno casa forse… O forse un po’ di più.</p>
<p>La sensazione è straniante fin dall’ingresso: è tutto così reale da risultare finto, quella casa è talmente casa da non poter sembrare davvero una casa.</p>
<p>L’iperrealtà suggerisce una costruzione scenica raffinata, come quando giri un video all’aperto e vuoi dei suoni naturali.</p>
<p>Tutto appare così vero che non può che essere finzione: te lo dici e te lo ridici, ma per tutta la sera non fai che entrare e uscire fra le trame che separano finzione e realtà.</p>
<p>Ti scopri a raccontare a questa donna, a Roberta, la tua vita, mentre lei ti racconta la sua e non solo, in una vertigine al confine fra lucidità e follia.</p>
<p>Spostandoti tra le varie parti della casa, incontri un albero che dal piano di sotto buca il pavimento e irrompe nella stanza, a ricordarti che sì, è tutto vero… ma è anche finzione.</p>
<p>E quando, prima di congedarti, scendi con loro al pianterreno, di nuovo non sai se stai semplicemente condividendo un momento conviviale, o se sei parte di un copione.</p>
<p>Infine esci.</p>
<p>Ma in auto sei ancora lì a chiederti se sia semplicemente finito uno spettacolo o se la tua vita non si sia intrecciata indissolubilmente con quella di altre persone altrimenti sconosciute.</p>
<p>È possibile fare teatro senza che nessuna presenza umana attraversi mai la scena, per tutta la durata dello spettacolo?</p>
<p><strong>“33 tours et quelques secondes”</strong>, dei libanesi <strong>Rabih Mroué e Lina Saneh</strong>,<strong> </strong>fa rispondere affermativamente e senza esitazioni al nostro quesito: uno spettacolo che non cala mai di ritmo, che “aggancia” e coinvolge lo spettatore dal primo all’ultimo secondo, ponendolo di fronte ad un inevitabile interrogarsi su domande dure, difficili, controverse, talora imbarazzanti.</p>
<p>Non c’è mai interazione esplicita, eppure ci si sente co-protagonisti della vicenda, martellati ossessivamente dai moderni mezzi di comunicazione che non tacciono neppure davanti all’evento ultimo della vita.</p>
<p>Da appassionata studiosa della cultura teatrale libanese contemporanea (si veda la mia intervista al regista-icona Roger Hassaf sulla rivista Stratagemmi del settembre 2011), confermo ancora una volta che là dove il teatro nasce da una necessità concreta di sopravvivenza, per dar voce all’inascoltato, quel teatro, in qualunque forma scaturisca, è un Teatro con la T maiuscola.</p>
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		<title>Il Mediterraneo dei giovani si incontra a Istanbul</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jul 2012 09:09:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Kihlgren Grandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal 28 giugno al primo luglio si è svolto a Istanbul il primo degli incontri preparatori che la Fondazione Anna Lindh ha organizzato in vista del Forum sul dialogo che avrà luogo a Marsiglia nell&#8217;aprile dell&#8217;anno prossimo. Poco nota ai non addetti ai lavori, l&#8217;Anna Lindh, fondata nel 2005 ad Alessandria d&#8217;Egitto su iniziativa dell&#8217;Unione Europea, ha saputo rapidamente diventare uno dei principale motori della cooperazione culturale euro-mediterranea, forte di una rete di oltre 2000 organizzazioni partner, tra le quali Il Tamarindo.
L&#8217;incontro, ospitato nell&#8217;elegante quartiere di Beyoglu, ha visto la partecipazione di 45 rappresentanti delle organizzazioni giovanili euro-mediterranee maggiormente attive nei campi delle &#8220;4 D&#8221;: democracy, diversity, dialogue and development. In un periodo in cui le relazioni tra i Paesi sono fortemente influenzate dalla crisi economica globale, i partecipanti sono stati chiamati ad elaborare possibili soluzioni per arginare la sfiducia e la forte preoccupazione dei giovani verso un futuro dai contorni quantomeno incerti. Numerosi i progetti presentati nel corso di questa tre giorni di lavoro, tra i quali hanno ottenuto particolare attenzione la messa in rete dei centri culturali giovanili, la creazione di meccanismi di sostegno all&#8217;imprenditoria sociale, lo sviluppo di piattaforme per il crowdsourcing dei progetti culturali e creativi, il potenziamento dei mezzi di diffusione delle buone pratiche nel campo del dialogo interculturale.
L&#8217;incontro ha visto la partecipazione dell&#8217;ambasciatore francese Serge Telle, che al termine del proprio discorso ha saputo sottrarsi, tuttavia non senza un certo imbarazzo, alle domande sul coinvolgimento francese nei processi politici dei governi Bouteflika e Ben Ali. Il convegno si è concluso con una cena organizzata nella sede di rappresentanza del Ministero degli Affari Esteri turco, magnifico edificio in stile eclettico affacciato sul Bosforo.
La scelta di Istanbul quale sede di tale incontro è carica di significato. Forte il desiderio degli organizzatori locali di mostrare ai partecipanti il volto di una Istanbul giovane, moderna, cosmopolita e proiettata con ottimismo verso un futuro tanto europeo quanto mediterraneo e mediorientale.
La sfida di questa e di tante altre iniziative incentrate sul dialogo euro-mediterraneo appare ancora più attuale in un periodo in cui l’Europa affronta gravi difficoltà politiche ed economiche. Tra un&#8217;Europa in crisi di autorevolezza e un Mediterraneo tutto da costruire, la Turchia pare aver già fatto la sua scelta.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" title="ALF Youth Meeting" src="https://fbcdn-sphotos-a.akamaihd.net/hphotos-ak-snc6/252695_10151904920705118_1182704461_n.jpg" alt="" width="403" height="269" />Dal 28 giugno al primo luglio si è svolto a Istanbul il primo degli incontri preparatori che la Fondazione Anna Lindh ha organizzato in vista del Forum sul dialogo che avrà luogo a Marsiglia nell&#8217;aprile dell&#8217;anno prossimo. Poco nota ai non addetti ai lavori, l&#8217;Anna Lindh, fondata nel 2005 ad Alessandria d&#8217;Egitto su iniziativa dell&#8217;Unione Europea, ha saputo rapidamente diventare uno dei principale motori della cooperazione culturale euro-mediterranea, forte di una rete di oltre 2000 organizzazioni partner, tra le quali Il Tamarindo.</p>
<p>L&#8217;incontro, ospitato nell&#8217;elegante quartiere di Beyoglu, ha visto la partecipazione di 45 rappresentanti delle organizzazioni giovanili euro-mediterranee maggiormente attive nei campi delle &#8220;4 D&#8221;: <em>democracy, diversity, dialogue and development</em>. In un periodo in cui le relazioni tra i Paesi sono fortemente influenzate dalla crisi economica globale, i partecipanti sono stati chiamati ad elaborare possibili soluzioni per arginare la sfiducia e la forte preoccupazione dei giovani verso un futuro dai contorni quantomeno incerti. Numerosi i progetti presentati nel corso di questa tre giorni di lavoro, tra i quali hanno ottenuto particolare attenzione la messa in rete dei centri culturali giovanili, la creazione di meccanismi di sostegno all&#8217;imprenditoria sociale, lo sviluppo di piattaforme per il crowdsourcing dei progetti culturali e creativi, il potenziamento dei mezzi di diffusione delle buone pratiche nel campo del dialogo interculturale.</p>
<p>L&#8217;incontro ha visto la partecipazione dell&#8217;ambasciatore francese Serge Telle, che al termine del proprio discorso ha saputo sottrarsi, tuttavia non senza un certo imbarazzo, alle domande sul coinvolgimento francese nei processi politici dei governi Bouteflika e Ben Ali. Il convegno si è concluso con una cena organizzata nella sede di rappresentanza del Ministero degli Affari Esteri turco, magnifico edificio in stile eclettico affacciato sul Bosforo.</p>
<p>La scelta di Istanbul quale sede di tale incontro è carica di significato. Forte il desiderio degli organizzatori locali di mostrare ai partecipanti il volto di una Istanbul giovane, moderna, cosmopolita e proiettata con ottimismo verso un futuro tanto europeo quanto mediterraneo e mediorientale.</p>
<p>La sfida di questa e di tante altre iniziative incentrate sul dialogo euro-mediterraneo appare ancora più attuale in un periodo in cui l’Europa affronta gravi difficoltà politiche ed economiche. Tra un&#8217;Europa in crisi di autorevolezza e un Mediterraneo tutto da costruire, la Turchia pare aver già fatto la sua scelta.</p>
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		<title>Occupazioni</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 17:18:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Galimberti Faussone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Neanche dieci minuti di lento passeggiare separano due luoghi-simbolo della Roma (e dell&#8217;Italia) odierna. Il velluto, rosso, è predominante in entrambi; seicento posti seduti da una parte, un poco di più dall&#8217;altra; maschere e commessi, onorevoli e spettatori. Ma, soprattutto, ciò che rileva è la condizione, precaria e d&#8217;emergenza, in cui ambedue questi luoghi si trovano: l&#8217;occupazione. Il primo dal 14 giugno 2011, il secondo da lungo tempo&#8230;
Il giorno seguente l&#8217;esito dei referendum del 12 e 13 giugno 2011, che, tra le altre cose, rendevano manifesta la volontà contraria del popolo italiano alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica, un gruppo di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo hanno occupato il Teatro Valle per interrompere con forza e decisione il processo che avrebbe inevitabilmente portato all&#8217;affidamento della struttura a un privato, modificandone così irreversibilmente la natura di bene culturale pubblico che ne ha caratterizzato l&#8217;attività sin dal 1822 (ma il teatro fu fondato già nel 1727). Difatti, in seguito alla dismissione dell&#8217;Ente Teatrale Italiano, il Teatro Valle aveva sospeso la sua attività nel maggio 2011, lasciando presumere un futuro assai triste e incerto per quello che è il più antico teatro di Roma Capitale ancora in attività.
L&#8217;occupazione del Teatro Valle ha, di fatto, restituito alla collettività uno spazio culturale libero e vitale. L&#8217;attività canonica, ovverosia le rappresentazioni teatrali, ma anche i concerti, il cinema e quant&#8217;altro, sono solo una parte del guadagno che i cittadini hanno dalla rimessa in attività del teatro. La parte migliore, più interessante e meno scontata, è l&#8217;apertura del teatro, fisica e morale. Quasi tutti i giorni, quasi tutto il giorno (e la sera e la notte), il Teatro Valle apre le sue porte alla città di Roma, ai suoi abitanti e ai suoi visitatori. È uno spazio riconquistato, dove ci si può fermare (per fare qualcosa o, meglio ancora, per non fare niente) e respirare un&#8217;aria di ordinata libertà. Le porte sono aperte a tutti, anche a coloro che ignorano o rifiutano l&#8217;esistenza di quest&#8217;oasi di cultura e di civiltà. Questo fa del Valle un&#8217;esperienza unica e vincente. Nessun razzismo né elitarismo. Tante idee, più o meno apprezzabili, ma un solo desiderio: un teatro libero per una città migliore.
Al contrario, alla prima e assai recente occupazione se ne contrappone una seconda e più antica. Anche la Camera dei Deputati, e con essa gran parte delle più rappresentative istituzioni democratiche italiane, è in stato di occupazione, proprio come il Teatro Valle. Se però, da una parte, l&#8217;occupazione ha portato libertà e vigore, dall&#8217;altra, essa sta soffocando la vita democratica – sociale, culturale ed economica – della Nazione. Tuttavia, non si può cambiare l&#8217;attuale miserevole situazione in cui si trova l&#8217;Italia, se non tramite le istituzioni che la guidano. Le chiavi della cassaforte, che contiene i mezzi necessari a finalmente stravolgere le ipovedenti politiche degli ultimi decenni, di cui ancora dovremo subire i più velenosi effetti, sono nelle mani del Governo, del Parlamento e delle amministrazioni territoriali. Esse, per parte considerevole, sono presidiate da un manipolo di uomini (e donne) meschini e ignoranti, sotto il controllo dei partiti politici di cui le due caratteristiche appena annotate sono generalmente il tratto distintivo.
I cittadini italiani devono riprendersi le istituzioni. Devono occuparle e rompere la mortale inerzia in cui si trovano. Devono farle rivivere con seria e convinta partecipazione. Devono capirne l&#8217;importanza. Un sano governo del Paese, pur con le inevitabili e più o meno gradite coloriture politiche, permette ai suoi cittadini di tornare a produrre beni, servizi, legami sociali e, non da ultimo, cultura. Il Paese non si cambia soltanto partendo dalle scuole, dai musei, dalle chiese, dalle fabbriche o dai teatri, poiché tutti dipendono dalle istituzioni politiche. Al contrario, ciò che abbiamo sotto gli occhi è che la malattia delle nostre istituzioni politiche si sta propagando alle scuole, ai musei, alle chiese, alle fabbriche e, persino, ai teatri.
All&#8217;occupazione molesta e deteriore del cuore istituzionale del Paese da parte di un esercito di bricconi, fa da contraltare l&#8217;occupazione del Teatro Valle. Difatti, a differenza dei succitati bricconi, gli occupanti del Valle sono ben consci dell&#8217;illegalità della loro azione. Essi la caratterizzano come necessaria ma temporanea. La loro azione di forza ha interrotto l&#8217;inerzia di un meccanismo che avrebbe portato alla scomparsa del teatro, di cui forse si sarebbe mantenuto solo il ricordo di un nome. Tuttavia, essi vogliono porre fine a questo stato di precarietà e di emergenza, riportando la normalità nella gestione del teatro, rispettandone però la sua storia e la sua valenza culturale (ciò che invece non sarebbe avvenuto senza la loro azione). Difatti, nel gennaio 2012 è stato costituito il Comitato Valle Bene Comune con lo scopo di raccogliere finanziamenti per costituire una fondazione che gestisca il teatro.
La costituenda Fondazione Teatro Valle Bene Comune incorpora per l&#8217;appunto il principio di bene comune o commons. Questa apparentemente semplice specificazione nasconde in realtà un raffinato concetto giuridico, che porterebbe a una fondamentale rottura con il modo di concepire le relazioni di proprietà e di godimento di un bene nell&#8217;odierna società. Difatti, il bene comune è alternativo al bene privato, così come lo è al bene pubblico. Come, da un lato, l&#8217;eccessiva privatizzazione danneggia il benessere della collettività, così, dall&#8217;altro lato, lo Stato ha degenerato sino a comportarsi come il più potente e il più avido di tutti i privati. La collettività è rimasta pertanto schiacciata tra l&#8217;aggressività senza freni di alcuni privati e l&#8217;indifferente tirannia dell&#8217;attuale Stato repubblicano. La nozione di bene comune, in cui ai diritti di godimento corrispondono i doveri di mantenimento collettivi, cerca di riequilibrare il sistema e di dare respiro alla vita culturale, sociale ed economica, delle persone.
Dal 14 giugno 2011 a oggi, al Teatro Valle ci sono stati circa un centinaio tra spettacoli, film, concerti, che hanno coinvolto più di un migliaio di artisti e un numero assai considerevole di spettatori. Dalla commedia al balletto, dalla classica al jazz, dal cinema alla danza, dall&#8217;Italia e dal resto del mondo, l&#8217;offerta culturale del Valle si è formata sullo sforzo di campioni del palcoscenico e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT"><img class="alignleft size-medium wp-image-6459" title="VALLE" src="/wp-content/files/2012/04/VALLE-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" />Neanche dieci minuti di lento passeggiare separano due luoghi-simbolo della Roma (e dell&#8217;Italia) odierna. Il velluto, rosso, è predominante in entrambi; seicento posti seduti da una parte, un poco di più dall&#8217;altra; maschere e commessi, onorevoli e spettatori. Ma, soprattutto, ciò che rileva è la condizione, precaria e d&#8217;emergenza, in cui ambedue questi luoghi si trovano: l&#8217;occupazione. Il primo dal 14 giugno 2011, il secondo da lungo tempo&#8230;</p>
<p lang="it-IT">Il giorno seguente l&#8217;esito dei referendum del 12 e 13 giugno 2011, che, tra le altre cose, rendevano manifesta la volontà contraria del popolo italiano alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica, un gruppo di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo hanno occupato il Teatro Valle per interrompere con forza e decisione il processo che avrebbe inevitabilmente portato all&#8217;affidamento della struttura a un privato, modificandone così irreversibilmente la natura di bene culturale pubblico che ne ha caratterizzato l&#8217;attività sin dal 1822 (ma il teatro fu fondato già nel 1727). Difatti, in seguito alla dismissione dell&#8217;Ente Teatrale Italiano, il Teatro Valle aveva sospeso la sua attività nel maggio 2011, lasciando presumere un futuro assai triste e incerto per quello che è il più antico teatro di Roma Capitale ancora in attività.</p>
<p lang="it-IT"><img class="alignright size-medium wp-image-6460" title="Teatro Valle Occupato" src="/wp-content/files/2012/04/COME-LACQUA-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />L&#8217;occupazione del Teatro Valle ha, di fatto, restituito alla collettività uno spazio culturale libero e vitale. L&#8217;attività canonica, ovverosia le rappresentazioni teatrali, ma anche i concerti, il cinema e quant&#8217;altro, sono solo una parte del guadagno che i cittadini hanno dalla rimessa in attività del teatro. La parte migliore, più interessante e meno scontata, è l&#8217;apertura del teatro, fisica e morale. Quasi tutti i giorni, quasi tutto il giorno (e la sera e la notte), il Teatro Valle apre le sue porte alla città di Roma, ai suoi abitanti e ai suoi visitatori. È uno spazio riconquistato, dove ci si può fermare (per fare qualcosa o, meglio ancora, per non fare niente) e respirare un&#8217;aria di ordinata libertà. Le porte sono aperte a tutti, anche a coloro che ignorano o rifiutano l&#8217;esistenza di quest&#8217;oasi di cultura e di civiltà. Questo fa del Valle un&#8217;esperienza unica e vincente. Nessun razzismo né elitarismo. Tante idee, più o meno apprezzabili, ma un solo desiderio: un teatro libero per una città migliore.</p>
<p lang="it-IT"><img class="alignleft size-medium wp-image-6461" title="La Camera dei Deputati, Palazzo di Montecitorio, Roma" src="/wp-content/files/2012/04/PARLAMENTO-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Al contrario, alla prima e assai recente occupazione se ne contrappone una seconda e più antica. Anche la Camera dei Deputati, e con essa gran parte delle più rappresentative istituzioni democratiche italiane, è in stato di occupazione, proprio come il Teatro Valle. Se però, da una parte, l&#8217;occupazione ha portato libertà e vigore, dall&#8217;altra, essa sta soffocando la vita democratica – sociale, culturale ed economica – della Nazione. Tuttavia, non si può cambiare l&#8217;attuale miserevole situazione in cui si trova l&#8217;Italia, se non tramite le istituzioni che la guidano. Le chiavi della cassaforte, che contiene i mezzi necessari a finalmente stravolgere le ipovedenti politiche degli ultimi decenni, di cui ancora dovremo subire i più velenosi effetti, sono nelle mani del Governo, del Parlamento e delle amministrazioni territoriali. Esse, per parte considerevole, sono presidiate da un manipolo di uomini (e donne) meschini e ignoranti, sotto il controllo dei partiti politici di cui le due caratteristiche appena annotate sono generalmente il tratto distintivo.</p>
<p lang="it-IT">I cittadini italiani devono riprendersi le istituzioni. Devono occuparle e rompere la mortale inerzia in cui si trovano. Devono farle rivivere con seria e convinta partecipazione. Devono capirne l&#8217;importanza. Un sano governo del Paese, pur con le inevitabili e più o meno gradite coloriture politiche, permette ai suoi cittadini di tornare a produrre beni, servizi, legami sociali e, non da ultimo, cultura. Il Paese non si cambia soltanto partendo dalle scuole, dai musei, dalle chiese, dalle fabbriche o dai teatri, poiché tutti dipendono dalle istituzioni politiche. Al contrario, ciò che abbiamo sotto gli occhi è che la malattia delle nostre istituzioni politiche si sta propagando alle scuole, ai musei, alle chiese, alle fabbriche e, persino, ai teatri.</p>
<p lang="it-IT"><img class="alignright size-medium wp-image-6462" title="Teatro Valle Occupato" src="/wp-content/files/2012/04/PLATEA-300x154.jpg" alt="" width="300" height="154" />All&#8217;occupazione molesta e deteriore del cuore istituzionale del Paese da parte di un esercito di bricconi, fa da contraltare l&#8217;occupazione del Teatro Valle. Difatti, a differenza dei succitati bricconi, gli occupanti del Valle sono ben consci dell&#8217;illegalità della loro azione. Essi la caratterizzano come necessaria ma temporanea. La loro azione di forza ha interrotto l&#8217;inerzia di un meccanismo che avrebbe portato alla scomparsa del teatro, di cui forse si sarebbe mantenuto solo il ricordo di un nome. Tuttavia, essi vogliono porre fine a questo stato di precarietà e di emergenza, riportando la normalità nella gestione del teatro, rispettandone però la sua storia e la sua valenza culturale (ciò che invece non sarebbe avvenuto senza la loro azione). Difatti, nel gennaio 2012 è stato costituito il Comitato Valle Bene Comune con lo scopo di raccogliere finanziamenti per costituire una fondazione che gestisca il teatro.</p>
<p lang="it-IT">La costituenda Fondazione Teatro Valle Bene Comune incorpora per l&#8217;appunto il principio di bene comune o <em>commons</em>. Questa apparentemente semplice specificazione nasconde in realtà un raffinato concetto giuridico, che porterebbe a una fondamentale rottura con il modo di concepire le relazioni di proprietà e di godimento di un bene nell&#8217;odierna società. Difatti, il bene comune è alternativo al bene privato, così come lo è al bene pubblico. Come, da un lato, l&#8217;eccessiva privatizzazione danneggia il benessere della collettività, così, dall&#8217;altro lato, lo Stato ha degenerato sino a comportarsi come il più potente e il più avido di tutti i privati. La collettività è rimasta pertanto schiacciata tra l&#8217;aggressività senza freni di alcuni privati e l&#8217;indifferente tirannia dell&#8217;attuale Stato repubblicano. La nozione di bene comune, in cui ai diritti di godimento corrispondono i doveri di mantenimento collettivi, cerca di riequilibrare il sistema e di dare respiro alla vita culturale, sociale ed economica, delle persone.</p>
<p lang="it-IT">Dal 14 giugno 2011 a oggi, al Teatro Valle ci sono stati circa un centinaio tra spettacoli, film, concerti, che hanno coinvolto più di un migliaio di artisti e un numero assai considerevole di spettatori. Dalla commedia al balletto, dalla classica al jazz, dal cinema alla danza, dall&#8217;Italia e dal resto del mondo, l&#8217;offerta culturale del Valle si è formata sullo sforzo di campioni del palcoscenico e della cultura e di decine e decine di giovani artisti che sono e saranno ancora di più in futuro il punto d&#8217;onore della cultura italiana, europea e mondiale. Il tutto, a costo zero (o pressappoco) per la collettività. Nonostante questa palese evidenza, l&#8217;attuale sindaco di Roma ha recentemente definito l&#8217;odierna condizione del Teatro Valle un centro sociale che andrebbe chiuso. Tuttavia, se un&#8217;occupazione deve finire subito, non è quella del Teatro Valle, ma quella delle maggiori sedi istituzionali italiane, siano esse il Parlamento o il Campidoglio.</p>
<p lang="it-IT">
<p lang="it-IT"><em>Per aggiornate e approfondite informazioni sulle attività del Teatro Valle Occupato, si può visitare il sito web: <a href="http://www.teatrovalleoccupato.it">www.teatrovalleoccupato.it</a></em></p>
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		<title>Servizio Civile Nazionale: una riflessione</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 08:24:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michelangela Di Giacomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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		<category><![CDATA[patria]]></category>
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		<description><![CDATA[Sto tentando di capirci qualcosa di questo Servizio Civile. E più me la studio più escono dubbi. Si prendano le seguenti come abbozzi di una riflessione ancora tutta da suffragare. Andiamo con ordine. Non sono contraria ovviamente al principio che vi sta dietro che la difesa della patria non si estrinsechi solo nella difesa dei suoi confini e che l’esercizio della cittadinanza non possa risolversi esclusivamente nell’ubbidienza cieca ad ordini superiori. La patria come ambiente, territorio, popolazione, cultura, storia e istituzioni è senza ombra di dubbio un concetto cui non ci si può non dire d’accordo. E la difesa dell’idea che uccidere un presunto nemico – per lo più peraltro fuori del nostro territorio nazionale, vista la palese assenza di guerre d’invasione dal ’45 ad oggi – non sia certo una forma per affermare l’interesse del proprio Paese. Detto ciò, mi chiedo quali poi siano le derive pratiche di un’istituzione che pure aveva dei presupposti largamente positivi. Come quasi tutte le istituzioni con un forte connotato ideale, teorizzate per lo più nel dopoguerra da uomini con una profonda visione del futuro e con scarso realismo, anche il servizio civile credo che abbia preso in Italia una piega tutt’altro che edificante.
Dai pochi dati che ho avuto modo di vedere, il panorama è già chiarissimo. L’Ente nazionale si vanta di una progressiva crescita delle domande per questo tipo di volontariato patriottico, ma non nota la relazione di proporzionalità inversa tra la diminuzione del senso di appartenenza nazionale e il boom delle richieste. Mentre sempre più si metteva in dubbio (fine anni ’70 e tutti gli anni ’80) il senso di collettività nazionale, dilagava la corruzione e si radicava un marcato individualismo, tanto più aumentavano le richieste per sfuggire a quel servizio militare progressivamente più inviso. Quanti obiettori di coscienza manifestavano realmente una forte propensione alla non violenza e quanti invece si limitavano a voler scansare un impegno troppo gravoso da prestare per uno Stato che sempre più si percepiva lontano e indifendibile? In un mondo in cui sempre più si affermava l’idea che l’espressione della personalità di ciascuno e di qualsiasi inclinazione individuale fosse superiore a qualsiasi forma di coercizione &#8211; e tanto più a fronte di fortissime distorsioni nel mondo militare con le diffusissime forme di nonnismo e di esasperata violenza molecolare &#8211; l’obiezione di coscienza non diventava in qualche modo una scappatoia per non sanare le seconde e per non educare all’idea che qualsiasi organizzazione sociale implichi una qualche forma di rinuncia al sé come valore assoluto?
Se poi l’apice delle richieste si è avuto negli anni ’90, parallelamente cioè al diffondersi dei segnali di stagnazione del nostro sistema economico, non dobbiamo chiederci quanto il SCN non sia diventato un metodo come un altro per sopravvivere un anno, una specie di sussidio di disoccupazione o di parcheggio (per lo più non a caso svolto da neo-diplomati) in attesa di tempi meno duri? Non è dunque un segnale di crisi dell’organizzazione di un mercato del lavoro che rende sempre minori le possibilità di accesso per le fasce anagrafiche più basse? E il fatto che le più alte percentuali di partecipazione si abbiano in Sicilia, Calabria, Campania e Lazio, non dovrebbe farci pensare che il SCN contribuisce a segnalare quelle distorsioni del modello economico e sociale che l’Italia non ha mai saputo sanare e che tendono invece ad aggravarsi? Senza voler gridare per forza al rigonfiamento del terziario e del settore pubblico nelle regioni centro-meridionali e all’uso clientelare di queste forme di assistenza mascherate da lavoro, il dato è comunque emblematico della percezione del lavoro diffusa in una leva giovanile che non vede possibilità di sbocco professionale nel primi due settori – spesso trovandosi di fronte alla antica scelta emigrazione/sussistenza.
E che siano in larghissima maggioranza donne le volontarie del SCN non è indice di un’impossibilità per il genere femminile di entrare per altre vie nel mercato del lavoro e di collocarvisi in forme non marginali, dovendo viceversa ricorrere a ogni tipo di escamotage per garantirsi delle forme di indipendenza economica e sociale? E che oltre a doversi accontentare di situazioni lavorative scarsamente remunerative, esse siano sostanzialmente emarginate nei settori del sociale, del culturale, del volontariato al pari di quanto teorizzato dall’immagine della donna di due secoli di egemonia culturale di una borghesia profondamente vittoriana il cui permanere nel XXI secolo dovrebbe farci soffermare a riflettere?
Se poi la difesa del patrimonio culturale, artistico, ambientale e sociale del Paese è considerato un’attività patriottica di tale portata da necessitare una nazionalizzazione e una mobilitazione delle masse imponente, perché lo Stato non investe risorse adeguate a garantire agli enti che di tale patrimonio si prendono cura di poter assumere stabilmente il personale necessario a tale tutela remunerandolo al pari del valore della prestazione fornita? Ossia: se davvero lo Stato ha necessità di guardiaboschi, di archivisti, di assistenti sociali, perché non assumerli – magari in numero minore ma per un monte ore e per un salario degni del compito che essi svolgono per la collettività? Non assume dunque il SCN, in un sistema economico bloccato e stagnante, la funzione di una distribuzione a pioggia di esigue risorse – un “attendamento cosacco” del nuovo millennio per dirla alla De Felice –, di un ennesimo tentativo di tamponare come possibile le evidenti ragioni di conflittualità sociale (sospetto aggravato dall’istituzione di bandi speciali per Napoli e per le aree colpite dal terremoto dell’Aquila) e, infine, di una forma di sfruttamento organizzato dallo Stato nel quadro di quelle politiche volte ad abituare le future leve lavorative alla rassegnazione e alla sottomissione a forme di lavoro precarie che vengono fatte percepire quasi come un privilegio per il quale essere riconoscenti piuttosto che come un diritto. Il crescendo di progetti ad opera di Enti non governativi ed amministrazioni locali, infatti, non sembra tanto emblema di una volontà sociale di quelle stesse istituzioni ma un grido di aiuto di chi si vede arrivare risorse decrescenti ad aumentate spese per svolgere adeguatamente il proprio ruolo. Emblema cioè di un sistema paese che non ce la fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6454" title="SCN" src="/wp-content/files/2012/04/SCN-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />Sto tentando di capirci qualcosa di questo Servizio Civile. E più me la studio più escono dubbi. Si prendano le seguenti come abbozzi di una riflessione ancora tutta da suffragare. Andiamo con ordine. Non sono contraria ovviamente al principio che vi sta dietro che la difesa della patria non si estrinsechi solo nella difesa dei suoi confini e che l’esercizio della cittadinanza non possa risolversi esclusivamente nell’ubbidienza cieca ad ordini superiori. La patria come ambiente, territorio, popolazione, cultura, storia e istituzioni è senza ombra di dubbio un concetto cui non ci si può non dire d’accordo. E la difesa dell’idea che uccidere un presunto nemico – per lo più peraltro fuori del nostro territorio nazionale, vista la palese assenza di guerre d’invasione dal ’45 ad oggi – non sia certo una forma per affermare l’interesse del proprio Paese. Detto ciò, mi chiedo quali poi siano le derive pratiche di un’istituzione che pure aveva dei presupposti largamente positivi. Come quasi tutte le istituzioni con un forte connotato ideale, teorizzate per lo più nel dopoguerra da uomini con una profonda visione del futuro e con scarso realismo, anche il servizio civile credo che abbia preso in Italia una piega tutt’altro che edificante.</p>
<p>Dai pochi dati che ho avuto modo di vedere, il panorama è già chiarissimo. L’Ente nazionale si vanta di una progressiva crescita delle domande per questo tipo di volontariato patriottico, ma non nota la relazione di proporzionalità inversa tra la diminuzione del senso di appartenenza nazionale e il boom delle richieste. Mentre sempre più si metteva in dubbio (fine anni ’70 e tutti gli anni ’80) il senso di collettività nazionale, dilagava la corruzione e si radicava un marcato individualismo, tanto più aumentavano le richieste per sfuggire a quel servizio militare progressivamente più inviso. Quanti obiettori di coscienza manifestavano realmente una forte propensione alla non violenza e quanti invece si limitavano a voler scansare un impegno troppo gravoso da prestare per uno Stato che sempre più si percepiva lontano e indifendibile? In un mondo in cui sempre più si affermava l’idea che l’espressione della personalità di ciascuno e di qualsiasi inclinazione individuale fosse superiore a qualsiasi forma di coercizione &#8211; e tanto più a fronte di fortissime distorsioni nel mondo militare con le diffusissime forme di nonnismo e di esasperata violenza molecolare &#8211; l’obiezione di coscienza non diventava in qualche modo una scappatoia per non sanare le seconde e per non educare all’idea che qualsiasi organizzazione sociale implichi una qualche forma di rinuncia al sé come valore assoluto?</p>
<p>Se poi l’apice delle richieste si è avuto negli anni ’90, parallelamente cioè al diffondersi dei segnali di stagnazione del nostro sistema economico, non dobbiamo chiederci quanto il SCN non sia diventato un metodo come un altro per sopravvivere un anno, una specie di sussidio di disoccupazione o di parcheggio (per lo più non a caso svolto da neo-diplomati) in attesa di tempi meno duri? Non è dunque un segnale di crisi dell’organizzazione di un mercato del lavoro che rende sempre minori le possibilità di accesso per le fasce anagrafiche più basse? E il fatto che le più alte percentuali di partecipazione si abbiano in Sicilia, Calabria, Campania e Lazio, non dovrebbe farci pensare che il SCN contribuisce a segnalare quelle distorsioni del modello economico e sociale che l’Italia non ha mai saputo sanare e che tendono invece ad aggravarsi? Senza voler gridare per forza al rigonfiamento del terziario e del settore pubblico nelle regioni centro-meridionali e all’uso clientelare di queste forme di assistenza mascherate da lavoro, il dato è comunque emblematico della percezione del lavoro diffusa in una leva giovanile che non vede possibilità di sbocco professionale nel primi due settori – spesso trovandosi di fronte alla antica scelta emigrazione/sussistenza.</p>
<p>E che siano in larghissima maggioranza donne le volontarie del SCN non è indice di un’impossibilità per il genere femminile di entrare per altre vie nel mercato del lavoro e di collocarvisi in forme non marginali, dovendo viceversa ricorrere a ogni tipo di <em>escamotage </em>per garantirsi delle forme di indipendenza economica e sociale? E che oltre a doversi accontentare di situazioni lavorative scarsamente remunerative, esse siano sostanzialmente emarginate nei settori del sociale, del culturale, del volontariato al pari di quanto teorizzato dall’immagine della donna di due secoli di egemonia culturale di una borghesia profondamente vittoriana il cui permanere nel XXI secolo dovrebbe farci soffermare a riflettere?</p>
<p>Se poi la difesa del patrimonio culturale, artistico, ambientale e sociale del Paese è considerato un’attività patriottica di tale portata da necessitare una nazionalizzazione e una mobilitazione delle masse imponente, perché lo Stato non investe risorse adeguate a garantire agli enti che di tale patrimonio si prendono cura di poter assumere stabilmente il personale necessario a tale tutela remunerandolo al pari del valore della prestazione fornita? Ossia: se davvero lo Stato ha necessità di guardiaboschi, di archivisti, di assistenti sociali, perché non assumerli – magari in numero minore ma per un monte ore e per un salario degni del compito che essi svolgono per la collettività? Non assume dunque il SCN, in un sistema economico bloccato e stagnante, la funzione di una distribuzione a pioggia di esigue risorse – un “attendamento cosacco” del nuovo millennio per dirla alla De Felice –, di un ennesimo tentativo di tamponare come possibile le evidenti ragioni di conflittualità sociale (sospetto aggravato dall’istituzione di bandi speciali per Napoli e per le aree colpite dal terremoto dell’Aquila) e, infine, di una forma di sfruttamento organizzato dallo Stato nel quadro di quelle politiche volte ad abituare le future leve lavorative alla rassegnazione e alla sottomissione a forme di lavoro precarie che vengono fatte percepire quasi come un privilegio per il quale essere riconoscenti piuttosto che come un diritto. Il crescendo di progetti ad opera di Enti non governativi ed amministrazioni locali, infatti, non sembra tanto emblema di una volontà sociale di quelle stesse istituzioni ma un grido di aiuto di chi si vede arrivare risorse decrescenti ad aumentate spese per svolgere adeguatamente il proprio ruolo. Emblema cioè di un sistema paese che non ce la fa a sopravvivere senza ricorrere al volontariato – nobile tradizione italiana ma da sempre suppletivo di una cronica assenza di capillarità delle istituzioni.</p>
<p>Viene infine da chiedersi perché, se il servizio civile è uno strumento indispensabile per educare i giovani all’esercizio del principio costituzionale della solidarietà sociale, esso non sia reso obbligatorio e viceversa si basi sulla volontà di quanti, evidentemente, già sono pienamente consapevoli di quel principio – a voler considerare appunto in buona fede i giovani che fanno richiesta per tale servizio. Ossia, se il SCN non è solo un modo come un altro per guadagnarsi qualche lira con il minimo sforzo, ma davvero sottende un forte spirito di solidarietà sociale in quanti vi si prestano, i volontari evidentemente non hanno bisogno di un’ulteriore educazione a quella cittadinanza attiva di cui già son consapevoli. Se, viceversa, tale buona fede non v’è, questa assenza sarebbe una ragione in più per imporre un periodo di formazione a tutta una generazione che di senso dello Stato sembra averne sempre meno e sempre più cerca le forme di sfruttare quello Stato e le sue risorse per la propria individuale sopravvivenza.</p>
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		<title>Luci cinesi</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 11:56:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Bulzomi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Shanghai,  1981. La luce dell’alba accarezza le giunche dalle vele rosse, le  accompagna nel loro dondolio verso il porto e lì si fonde con le acque  placide dello Huangpu.
Intorno, i palazzi sul Bund ricordano una New York senza tempo: un po’ anni 30, un po’ immaginaria.
Fast-forward di trent’anni.
Shanghai,  2011. Enrico Rondoni torna su quello stesso lungofiume, e prova ad immortalare, con la stessa macchina e in pellicola, gli stessi luoghi.
“Lo  stupore è stato superiore alle aspettative – racconta il  giornalista/fotografo &#8211; provavo a riconoscere gli spazi attorno a me, ma l’orizzonte di grattacieli che avevo davanti era lo skyline di un’altra  Shanghai: quella del futuro”.
Due  viaggi nella Repubblica Popolare Cinese, uno compiuto all’inizio degli anni 80 e l’altro nel biennio 2010-2011, costituiscono il punto di partenza della mostra Luci Cinesi, realizzata e curata da Rondoni e allestita dall’architetto Donata Tchou a Roma, presso il Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano (fino al 26 febbraio 2012).
Un  percorso fotografico di oltre 100 scatti &#8211; a colori e in bianco e nero &#8211;  documenta il carattere straordinario e contraddittorio del progresso cinese.
Attraverso  gli sguardi dei bambini della comune contadina, i sorrisi degli anziani della comune del popolo, le centinaia di migliaia di biciclette di Pechino (qualcuno ne ha contate ben 9 milioni!), le camicie di cotone blu e i fazzoletti rossi, Rondoni cattura la bellezza cruda e semplice  della Cina dei primi anni 80.
Un omaggio particolare viene reso alla campagna cinese, la nongcun, dove le stagioni si ripetono sempre uguali e scandiscono i ritmi della vita contadina.
Le vecchie case in legno, le fabbriche per la lavorazione della seta, i campi che vanno incontro all’orizzonte…
Tutte  declinazioni di un immobilismo che non ha eguali nelle città e che incanta lo spettatore, avvicinandolo alle radici profonde e antichissime della Cina rurale.
In una giustapposizione delicata ma eloquente, Rondoni affianca a queste immagini i suoi scatti più recenti.
E così scopriamo le immense metropoli che superano i 20 milioni di abitanti, dove le targhe per le  macchine sono messe all’asta e dove tutto diventa record, dalla  gigantesca diga delle Tre Gole al treno più veloce del mondo.
Il risultato è un collage di istanti sospesi nel tempo.
I  primi reportage fotografici e giornalistici di Rondoni narrano l’epoca più travagliata della storia cinese contemporanea: orfana del grande timoniere Mao e libera dalle prepotenze della Banda dei Quattro, la Cina  dei primi anni 80 iniziava la grande corsa modernizzatrice e adottava  una politica di libero mercato controllata dal partito unico.
Tre  decenni dopo, i risultati di questa scelta sono ben visibili ovunque, anche nelle provincie più remote della Repubblica Popolare.
Il balzo in avanti dell’economia ha raggiunto persino lo Yunnan, territorio incastonato tra Cina e Birmania dove, tra riserve naturali e montagne sacre ai buddisti, lo Shangri-la apre i suoi imperscrutabili confini.
Lo  stesso accade a Xi’an, antica capitale crocevia di commerci e culture, estremo orientale della Via delle Seta, dove il suggestivo suk che circonda la moschea è ormai un mercato globale.
Tutto il reportage si gioca sul confronto tra l’oggi e un mondo che non c’è più.
Senza  la pretesa di esprimere giudizi universali, la mostra riesce  perfettamente nell’intento di avviare una riflessione sulla vita quotidiana del popolo cinese.
“Ho  ancora vivo il ricordo dell’accoglienza di un tempo e la serenità nella modestia, ma ovunque il ritmo frenetico cambia anche le espressioni nei  volti” &#8211; dice Rondoni a conclusione del suo percorso.
Chiunque abbia trascorso una parte della propria vita in Cina sa quanto quest’affermazione sia vera.
Le Luci Cinesi continuano a splendere, ma a volte trasmettono una sensazione di smarrimento, illuminando volutamente il volto illogico del cambiamento.
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			<content:encoded><![CDATA[<p id="internal-source-marker_0.5066068336262228" dir="ltr"><img class="alignleft size-medium wp-image-6395" title="Luci_Cinesi_1" src="/wp-content/files/2012/02/Luci_Cinesi_1-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" />Shanghai,  1981. La luce dell’alba accarezza le giunche dalle vele rosse, le  accompagna nel loro dondolio verso il porto e lì si fonde con le acque  placide dello Huangpu.</p>
<p dir="ltr">Intorno, i palazzi sul Bund ricordano una New York senza tempo: un po’ anni 30, un po’ immaginaria.</p>
<p dir="ltr">Fast-forward di trent’anni.</p>
<p dir="ltr">Shanghai,  2011. Enrico Rondoni torna su quello stesso lungofiume, e prova ad immortalare, con la stessa macchina e in pellicola, gli stessi luoghi.</p>
<p dir="ltr">“Lo  stupore è stato superiore alle aspettative – racconta il  giornalista/fotografo &#8211; provavo a riconoscere gli spazi attorno a me, ma l’orizzonte di grattacieli che avevo davanti era lo skyline di un’altra  Shanghai: quella del futuro”.</p>
<p dir="ltr">Due  viaggi nella Repubblica Popolare Cinese, uno compiuto all’inizio degli anni 80 e l’altro nel biennio 2010-2011, costituiscono il punto di partenza della mostra Luci Cinesi, realizzata e curata da Rondoni e allestita dall’architetto Donata Tchou a Roma, presso il Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano (fino al 26 febbraio 2012).</p>
<p dir="ltr">Un  percorso fotografico di oltre 100 scatti &#8211; a colori e in bianco e nero &#8211;  documenta il carattere straordinario e contraddittorio del progresso cinese.</p>
<p dir="ltr">Attraverso  gli sguardi dei bambini della comune contadina, i sorrisi degli anziani della comune del popolo, le centinaia di migliaia di biciclette di Pechino (qualcuno ne ha contate ben 9 milioni!), le camicie di cotone blu e i fazzoletti rossi, Rondoni cattura la bellezza cruda e semplice  della Cina dei primi anni 80.</p>
<p dir="ltr">Un omaggio particolare viene reso alla campagna cinese, la nongcun, dove le stagioni si ripetono sempre uguali e scandiscono i ritmi della vita contadina.</p>
<p dir="ltr">Le vecchie case in legno, le fabbriche per la lavorazione della seta, i campi che vanno incontro all’orizzonte…</p>
<p dir="ltr">Tutte  declinazioni di un immobilismo che non ha eguali nelle città e che incanta lo spettatore, avvicinandolo alle radici profonde e antichissime della Cina rurale.</p>
<p dir="ltr"><img class="alignright size-medium wp-image-6397" title="Luci_Cinesi_2" src="/wp-content/files/2012/02/Luci_Cinesi_2-300x216.jpg" alt="" width="300" height="216" />In una giustapposizione delicata ma eloquente, Rondoni affianca a queste immagini i suoi scatti più recenti.</p>
<p dir="ltr">E così scopriamo le immense metropoli che superano i 20 milioni di abitanti, dove le targhe per le  macchine sono messe all’asta e dove tutto diventa record, dalla  gigantesca diga delle Tre Gole al treno più veloce del mondo.</p>
<p dir="ltr">Il risultato è un collage di istanti sospesi nel tempo.</p>
<p dir="ltr">I  primi reportage fotografici e giornalistici di Rondoni narrano l’epoca più travagliata della storia cinese contemporanea: orfana del grande timoniere Mao e libera dalle prepotenze della Banda dei Quattro, la Cina  dei primi anni 80 iniziava la grande corsa modernizzatrice e adottava  una politica di libero mercato controllata dal partito unico.</p>
<p dir="ltr">Tre  decenni dopo, i risultati di questa scelta sono ben visibili ovunque, anche nelle provincie più remote della Repubblica Popolare.</p>
<p dir="ltr">Il balzo in avanti dell’economia ha raggiunto persino lo Yunnan, territorio incastonato tra Cina e Birmania dove, tra riserve naturali e montagne sacre ai buddisti, lo Shangri-la apre i suoi imperscrutabili confini.</p>
<p dir="ltr">Lo  stesso accade a Xi’an, antica capitale crocevia di commerci e culture, estremo orientale della Via delle Seta, dove il suggestivo suk che circonda la moschea è ormai un mercato globale.</p>
<p dir="ltr">Tutto il reportage si gioca sul confronto tra l’oggi e un mondo che non c’è più.</p>
<p dir="ltr">Senza  la pretesa di esprimere giudizi universali, la mostra riesce  perfettamente nell’intento di avviare una riflessione sulla vita quotidiana del popolo cinese.</p>
<p dir="ltr">“Ho  ancora vivo il ricordo dell’accoglienza di un tempo e la serenità nella modestia, ma ovunque il ritmo frenetico cambia anche le espressioni nei  volti” &#8211; dice Rondoni a conclusione del suo percorso.</p>
<p dir="ltr">Chiunque abbia trascorso una parte della propria vita in Cina sa quanto quest’affermazione sia vera.</p>
<p dir="ltr">Le Luci Cinesi continuano a splendere, ma a volte trasmettono una sensazione di smarrimento, illuminando volutamente il volto illogico del cambiamento.</p>
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