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	<title>The Tamarind &#187; Segnalazioni</title>
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		<title>Un viaggio artistico alla scoperta dello spazio urbano in evoluzione</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 08:08:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Kihlgren Grandi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Filmati, viagra  parlato e musica si fondono in un percorso quasi onirico alla scoperta di 7 città del mondo e dei rispettivi abitanti. Napoli, shop  Shanghai, cure  Mumbai, Tangeri, Lisbona, Salvador e Londra: città diverse e distanti, ma ad egual titolo testimoni di un incontro tra culture e ritualità dalle origini più disparate. La città, nella ricerca di Alda Terracciano, rappresenta lo strumento per parlare dell&#8217;uomo, nel suo rapporto biunivoco con lo spazio pubblico, del gesto creativo con cui reinterpreta passato e presente, vicino e lontano.
&#8220;Streets of… 7 cities in 7 minutes&#8221; è un&#8217;installazione che proietta il visitatore in un viaggio sensoriale e didattico. Per il suo accento sull&#8217;incontro fra culture diverse, l&#8217;opera è stata recentemente allestita all&#8217;Anna Lindh Mediterranean Forum di Marsiglia, fornendo da spunto per un&#8217;analisi delle dinamiche evolutive dello spazio urbano.
Alda Terracciano, dottorato in Storia del Teatro presso l&#8217;Orientale di Napoli e un passato di ricercatrice su arti performative, migrazioni e identità culturale, vive e lavora a Londra. Tra i suoi progetti più recenti Living Archaeology of the Place, percorso didattico intergenerazionale che permette ai bambini di Londra di scoprire &#8211; e raccontare &#8211; le diverse tradizioni culturali presenti nel proprio quartiere.
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Per maggiori informazioni: www.streetsof.org

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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6729" title="Streets of... 7 cities in 7 minutes" src="/wp-content/files/2013/06/aldaterra-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Filmati, <a href="http://viagracoupongeneric.net/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  parlato e musica si fondono in un percorso quasi onirico alla scoperta di 7 città del mondo e dei rispettivi abitanti. Napoli, <a href="http://viagragenericedpills.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">shop</a>  Shanghai, <a href="http://sildenafil24.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cure</a>  Mumbai, Tangeri, Lisbona, Salvador e Londra: città diverse e distanti, ma ad egual titolo testimoni di un incontro tra culture e ritualità dalle origini più disparate. La città, nella ricerca di Alda Terracciano, rappresenta lo strumento per parlare dell&#8217;uomo, nel suo rapporto biunivoco con lo spazio pubblico, del gesto creativo con cui reinterpreta passato e presente, vicino e lontano.</p>
<p>&#8220;Streets of… 7 cities in 7 minutes&#8221; è un&#8217;installazione che proietta il visitatore in un viaggio sensoriale e didattico. Per il suo accento sull&#8217;incontro fra culture diverse, l&#8217;opera è stata recentemente allestita all&#8217;<a href="http://www.resetdoc.org/story/00000022228" target="_blank">Anna Lindh Mediterranean Forum</a> di Marsiglia, fornendo da spunto per un&#8217;analisi delle dinamiche evolutive dello spazio urbano.</p>
<p>Alda Terracciano, dottorato in Storia del Teatro presso l&#8217;Orientale di Napoli e un passato di ricercatrice su arti performative, migrazioni e identità culturale, vive e lavora a Londra. Tra i suoi progetti più recenti <a href="http://aldaterra.com/projects/the-living-archaeology-of-the-place/" target="_blank">Living Archaeology of the Place</a>, percorso didattico intergenerazionale che permette ai bambini di Londra di scoprire &#8211; e raccontare &#8211; le diverse tradizioni culturali presenti nel proprio quartiere.</p>
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<iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/A89nmbxHf3Q?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
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<p>Per maggiori informazioni: <a href="http://streetsof.org/">www.streetsof.org</a>
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		<title>La grande macchina di Sorrentino</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2013 19:08:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Caterina Dalmasso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[La Grande Bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[Sorrentino]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni film di Sorrentino ha la caratteristica di plasmare un mondo, levitra  un universo a sé, mind  irreale e allo stesso tempo coerente, view  immaginario ma abitato da un’armonica logica interna – il calcio, la mafia, la politica, l’America. A questi microcosmi stilizzati si aggiunge ora l’Italia, o meglio, Roma. Ma questo mondo, quello reale così come quello immaginario, è pieno di crepe. L’amarezza di una generazione piena di buone intenzioni che vive la propria decadenza psicologica e fisica. La grande bellezza rappresenta la crisi di mezza età – sì, perché oggi la crisi di mezza età si ha a 65 anni – di un intero Paese (non c’è botox o risanamento del debito che tenga).
Tuttavia questo mondo è stato già smascherato, da altri film – da Caterina va in città a To Rome with Love, passando per Boris e Reality – e forse si è smascherato da solo. Allora, per non essere troppo didascalici – e il rischio è sempre dietro l’angolo –, non resta che indagare i clichés di questo mondo, i codici rappresentativi e i codici critici, per mostrare un universo talmente cinico e blasé che si confonde perfettamente con quell’altro mondo che in teoria biasima, in realtà sorregge e ne è sorretto. Detto altrimenti, che senso ha “fare cultura” in Italia, se la cultura è un parlarsi addosso pieno di buone intenzioni? Tuttavia una risposta non arriva, o meglio, ne arrivano molte, ma nessuna convincente. Niente tiene, né l’amore, né i soldi, magari la fede, se ce n’è una, il ricordo della giovinezza e la presenza di pochi vecchi amici, che di quella giovinezza siano stati testimoni. Se da ogni parte si è parlato di un film felliniano, allora in questo Satyricon, in questa Dolce vita, in questo Casanova, forse c’è troppo amarcord.
Difficile fare film per “lo zoccolo” – come dice Jep Gambardella, quello zoccolo di pubblico che non si fa abbindolare. Allora se la caricatura non basta, andiamo oltre, portiamola ai suoi eccessi, facciamo sconfinare i modi di rappresentazione sulla rappresentazione: facciamo sentire il vuoto. Da qui la struttura a singhiozzo del film, colma di effetti de-rappresentativi: una colonna sonora estraniante perché datata, una fotografia altalenante che scambia realismo e irrealtà, un ritmo narrativo che sembra sempre decollare ma che si arena in continuazione.
Si alternano così a sprazzi dei tentativi di comprensione del senso della vita, la ricerca di una spontaneità e di una freschezza perdute, e il cinismo radicale, un cinismo onesto – tipicamente italiano – che nel guardare il proprio fondo ritrova simpatia per la vita. Persino il product placement sembra debordare sulla diegesi – arriviamo a fissare uno spremiagrumi, solo in scena, per diversi secondi – ed entra a far parte del sistema dei personaggi, delle conoscenze, delle produzioni, delle scritture.
Però, nell’ebbrezza e nell’esuberanza dei mezzi di produzione, lo stile intimo di questo microcosmo stenta a prendere forma, resta soffocato e oberato dai dolly, dalle locations, dai cammei. Resta una grande e pesante macchina che esibisce se stessa. Fellini sembra trovarsi poco a suo agio con il green screen e l’elaborazione digitale. La giraffa non sparisce perché non è mai stata lì. Forse dobbiamo ancora imparare a credere a quello che vediamo.
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]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6726" title="lagrandebellezza" src="/wp-content/files/2013/06/lagrandebellezza-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" />Ogni film di Sorrentino ha la caratteristica di plasmare un mondo, <a href="http://buy-levitraonline.com/" title="levitra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">levitra</a>  un universo a sé, <a href="http://buysovaldionusa.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">mind</a>  irreale e allo stesso tempo coerente, <a href="http://buy-levitraonline.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">view</a>  immaginario ma abitato da un’armonica logica interna – il calcio, la mafia, la politica, l’America. A questi microcosmi stilizzati si aggiunge ora l’Italia, o meglio, Roma. Ma questo mondo, quello reale così come quello immaginario, è pieno di crepe. L’amarezza di una generazione piena di buone intenzioni che vive la propria decadenza psicologica e fisica. <em>La grande bellezza</em> rappresenta la crisi di mezza età – sì, perché oggi la crisi di mezza età si ha a 65 anni – di un intero Paese (non c’è botox o risanamento del debito che tenga).</p>
<p>Tuttavia questo mondo è stato già smascherato, da altri film – da <em>Caterina va in città</em> a <em>To Rome with Love</em>, passando per <em>Boris</em> e <em>Reality</em> – e forse si è smascherato da solo. Allora, per non essere troppo didascalici – e il rischio è sempre dietro l’angolo –, non resta che indagare i <em>clichés</em> di questo mondo, i codici rappresentativi e i codici critici, per mostrare un universo talmente cinico e <em>blasé</em> che si confonde perfettamente con quell’altro mondo che in teoria biasima, in realtà sorregge e ne è sorretto. Detto altrimenti, che senso ha “fare cultura” in Italia, se la cultura è un parlarsi addosso pieno di buone intenzioni? Tuttavia una risposta non arriva, o meglio, ne arrivano molte, ma nessuna convincente. Niente tiene, né l’amore, né i soldi, magari la fede, se ce n’è una, il ricordo della giovinezza e la presenza di pochi vecchi amici, che di quella giovinezza siano stati testimoni. Se da ogni parte si è parlato di un film felliniano, allora in questo <em>Satyricon</em>, in questa <em>Dolce vita</em>, in questo <em>Casanova</em>, forse c’è troppo <em>amarcord</em>.</p>
<p>Difficile fare film per “lo zoccolo” – come dice Jep Gambardella, quello zoccolo di pubblico che non si fa abbindolare. Allora se la caricatura non basta, andiamo oltre, portiamola ai suoi eccessi, facciamo sconfinare i modi di rappresentazione sulla rappresentazione: facciamo sentire il vuoto. Da qui la struttura a singhiozzo del film, colma di effetti de-rappresentativi: una colonna sonora estraniante perché datata, una fotografia altalenante che scambia realismo e irrealtà, un ritmo narrativo che sembra sempre decollare ma che si arena in continuazione.</p>
<p>Si alternano così a sprazzi dei tentativi di comprensione del senso della vita, la ricerca di una spontaneità e di una freschezza perdute, e il cinismo radicale, un cinismo onesto – tipicamente italiano – che nel guardare il proprio fondo ritrova simpatia per la vita. Persino il <em>product placement</em> sembra debordare sulla diegesi – arriviamo a fissare uno spremiagrumi, solo in scena, per diversi secondi – ed entra a far parte del sistema dei personaggi, delle conoscenze, delle produzioni, delle scritture.</p>
<p>Però, nell’ebbrezza e nell’esuberanza dei mezzi di produzione, lo stile intimo di questo microcosmo stenta a prendere forma, resta soffocato e oberato dai dolly, dalle locations, dai cammei. Resta una grande e pesante macchina che esibisce se stessa. Fellini sembra trovarsi poco a suo agio con il <em>green screen</em> e l’elaborazione digitale. La giraffa non sparisce perché non è mai stata lì. Forse dobbiamo ancora imparare a credere a quello che vediamo.<br />
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<p style="text-align: center;"><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/cJ8O-Y2CXk8?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Euridice vs Antigone: rileggere la classicità</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 14:14:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
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		<category><![CDATA[Valeria Parrella]]></category>

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		<description><![CDATA[Non un inedito scontro fra mito e tragedia, hospital  ma un confronto fra due classici riletti con sapiente arguzia da due noti autori della letteratura contemporanea: Claudio Magris e Valeria Parrella.
Il primo approda al Teatro Gobetti di Torino con “Lei dunque capirà”, cialis sale  una commovente ed appassionante trasposizione del celebre mito greco all’interno di una casa di cura, seek  metafora dell’Ade, affidata all’impeccabile regia di Antonio Calenda ed alla straordinaria interpretazione di Daniela Giovanetti.
Un’occasione per riflettere sui temi universali dell’amore e della morte in modo profondo ed impietoso, mai retorico, con quegli slanci di altissima poesia a cui sono avvezzi gli affezionati lettori di Magris, sottolineati da un impianto scenico pulito, asciutto ed evocativo.
Segue, a breve distanza temporale e spaziale, sul palco del Teatro Astra, sempre a Torino, l’intensa Antigone della giovane autrice napoletana, di cui avevamo già avuto modo di apprezzare “Lo spazio bianco” nella versione cinematografica della Comencini, con un’immensa Margherita Buy.
L’Antigone diretta da Luca De Fusco, impreziosita da splendidi costumi e da un magistrale disegno luci, si apre (e si chiude) con una scena di forte impatto visivo e tocca temi di scottante attualità e drammaticità come l’accanimento terapeutico, la carcerazione, il suicidio, forse con qualche eccesso multimediale, che comunque non sminuisce la bellezza e la potenza di quest’opera complessa ed armonica.
Entrambi i lavori escono da questo confronto forti di un’altissima dignità, riconfermando che le opere classiche non si attualizzano: esse sono già attuali.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6711" title="Antigone - foto Francesco Squeglia" src="/wp-content/files/2013/05/antigone-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" />Non un inedito scontro fra mito e tragedia, <a href="http://hepatitis-genericsovaldion.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">hospital</a>  ma un confronto fra due classici riletti con sapiente arguzia da due noti autori della letteratura contemporanea: Claudio Magris e Valeria Parrella.</p>
<p>Il primo approda al Teatro Gobetti di Torino con “Lei dunque capirà”, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cialis sale</a>  una commovente ed appassionante trasposizione del celebre mito greco all’interno di una casa di cura, <a href="http://viagragenericedpills.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">seek</a>  metafora dell’Ade, affidata all’impeccabile regia di Antonio Calenda ed alla straordinaria interpretazione di Daniela Giovanetti.</p>
<p>Un’occasione per riflettere sui temi universali dell’amore e della morte in modo profondo ed impietoso, mai retorico, con quegli slanci di altissima poesia a cui sono avvezzi gli affezionati lettori di Magris, sottolineati da un impianto scenico pulito, asciutto ed evocativo.</p>
<p>Segue, a breve distanza temporale e spaziale, sul palco del Teatro Astra, sempre a Torino, l’intensa Antigone della giovane autrice napoletana, di cui avevamo già avuto modo di apprezzare “Lo spazio bianco” nella versione cinematografica della Comencini, con un’immensa Margherita Buy.</p>
<p>L’Antigone diretta da Luca De Fusco, impreziosita da splendidi costumi e da un magistrale disegno luci, si apre (e si chiude) con una scena di forte impatto visivo e tocca temi di scottante attualità e drammaticità come l’accanimento terapeutico, la carcerazione, il suicidio, forse con qualche eccesso multimediale, che comunque non sminuisce la bellezza e la potenza di quest’opera complessa ed armonica.</p>
<p>Entrambi i lavori escono da questo confronto forti di un’altissima dignità, riconfermando che le opere classiche non si attualizzano: esse sono già attuali.</p>
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		<title>Solitudini persiane</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Apr 2013 09:06:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Newsha Tavakolian]]></category>
		<category><![CDATA[Teheran]]></category>

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		<description><![CDATA[Scatti serali sotto i cieli di Tehran, purchase  per un progetto artistico dal forte messaggio emotivo quanto politico. 
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Scatti serali sotto i cieli di Tehran, <a href="http://buycialisonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">purchase</a>  per un progetto artistico dal forte messaggio emotivo quanto politico. </em></p>
<p><img src="/wp-content/files/2013/04/tavakolian-300x225.jpg" alt="" title="Newsha Tavakolian, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" title="viagra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">viagra</a>  Look, 2012. Inkjet print, edition of 7 (+2 AP), 41 x 55 in.&#8221; width=&#8221;300&#8243; height=&#8221;225&#8243; class=&#8221;alignleft size-medium wp-image-6688&#8243; />Vive e lavora in Iran Newsha Tavakolian, fotografa ospite alla <a href="http://www.thomaserben.com/">Thomas Erben Gallery</a> di Chelsea per una mostra che sancisce l’esordio espositivo dell’artista negli Stati Uniti.<br />
La personale è composta da un progetto seriale comprendente fotografie di grandi dimensioni in cui i soggetti sono incorniciati da una finestra con vista su anonimi grattacieli.</p>
<p>Brochure del progetto è un video di due minuti diffuso via Internet.<br />
La serie, Look (una sorta di sequel al suo precedente progetto &#8220;Listen&#8221;), vuole essere uno sguardo dentro lo stato emotivo dei giovani della classe media della capitale iraniana. Il risultato in mostra è una generazione isolata, abbattuta e immobile; fotografie scattate nei soliti spazi alle otto della sera, quando comincia la fine di una giornata, che danno l’impressione di un simulacro di comunità unita in un dolore che pare indicibile quanto misterioso.</p>
<p>Newsha Tavakolian ha scelto sguardi pescati tra i vicini di palazzo che hanno il dono di trasmettere senso di sospensione e vulnerabilità; insicurezza e mancanza di definizione.<br />
&#8220;Ho voluto catturare un momento di tanti giovani della borghesia del mio Paese, per documentare la loro lotta con se stessi, il senso d’isolamento che provano nella società in cui vivono.” Spiega l’artista.</p>
<p>Il progetto nato per il mondo dell’arte inevitabilmente sfocia in quello politico internazionale.<br />
Il messaggio sociale che dalla Persia arriva in Occidente, è quello di una triste gioventù che soffre durante giorni percepiti come normali e vive le proprie origini e la propria identità come una commovente galera da cui evadere.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe src="http://player.vimeo.com/video/55278539" width="500" height="281" frameborder="0" webkitAllowFullScreen mozallowfullscreen allowFullScreen></iframe>
<p><a href="http://vimeo.com/55278539">Newsha Tavakolian&#8217;s photo exhibition &#8220;Look&#8221; opens &#8211; Thursday 11 April 2013 at Thomas Erben Gallery – New York</a> from <a href="http://vimeo.com/user15187672">Newsha Tavakolian</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>“Delirio a due” debutta a Torino</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Apr 2013 00:33:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Eugène Ionesco]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Astra]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>

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		<description><![CDATA[Le Belle Bandiere tornano sulla scena torinese con “Delirio a due” di Ionesco, cheap  presentato in prima nazionale al Teatro Astra con la definizione di anticommedia, perfetta per questa pièce più amara di una tragedia e più esilarante di un film comico.
Ottima la scelta di allestirlo nella nuova Sala Prove del teatro, creando così un continuum non solo ideale ma anche fisico fra attori e pubblico, risucchiando quest’ultimo nel vortice crescente di nonsense che sprigiona impetuoso dalla scena.
Impeccabili, come sempre, Elena Bucci e Marco Sgrosso, con la loro energia, la loro inventiva, il loro saper rileggere tra le righe dei classici per restituirceli più vivi che mai.
Chi di noi potrebbe negare di essersi rivisto, almeno per un istante, nei caustici litigi di questa coppia parossistica, tanto caricaturale quanto paradigmatica delle nevrasteniche relazioni contemporanee?
Il microcosmo prende il sopravvento sul macrocosmo, rispecchiando in maniera più che attuale il nostro imperante nichilismo autoreferenziale, che trascende il senso di responsabilità collettivo verso i malanni della società per ripiegarsi su un ego eccessivo, disarmonico ed immaturo, che non vede (o rifiuta di vedere) ciò da cui è circondato per crogiolarsi nella vacuità di un dolore artefatto.
C’è tutta la cifra stilistica di Ionesco in questa sua opera minore e c’è, in questo spettacolo, la poetica che ha reso celebri e ci fa amare Le Belle Bandiere.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6684" title="Delirio a due - foto di Patrizia Piccino" src="/wp-content/files/2013/04/Delirioadue-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />Le Belle Bandiere tornano sulla scena torinese con “Delirio a due” di Ionesco, <a href="http://buy-levitraonline.com/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">cheap</a>  presentato in prima nazionale al Teatro Astra con la definizione di <em>anticommedia</em>, perfetta per questa pièce più amara di una tragedia e più esilarante di un film comico.</p>
<p>Ottima la scelta di allestirlo nella nuova Sala Prove del teatro, creando così un continuum non solo ideale ma anche fisico fra attori e pubblico, risucchiando quest’ultimo nel vortice crescente di nonsense che sprigiona impetuoso dalla scena.</p>
<p>Impeccabili, come sempre, Elena Bucci e Marco Sgrosso, con la loro energia, la loro inventiva, il loro saper rileggere tra le righe dei classici per restituirceli più vivi che mai.</p>
<p>Chi di noi potrebbe negare di essersi rivisto, almeno per un istante, nei caustici litigi di questa coppia parossistica, tanto caricaturale quanto paradigmatica delle nevrasteniche relazioni contemporanee?</p>
<p>Il microcosmo prende il sopravvento sul macrocosmo, rispecchiando in maniera più che attuale il nostro imperante nichilismo autoreferenziale, che trascende il senso di responsabilità collettivo verso i malanni della società per ripiegarsi su un ego eccessivo, disarmonico ed immaturo, che non vede (o rifiuta di vedere) ciò da cui è circondato per crogiolarsi nella vacuità di un dolore artefatto.</p>
<p>C’è tutta la cifra stilistica di Ionesco in questa sua opera minore e c’è, in questo spettacolo, la poetica che ha reso celebri e ci fa amare Le Belle Bandiere.</p>
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		<title>Viva la vida! Frida Kahlo torna a Torino</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2013/03/26/viva-la-vida-frida-kahlo-torna-a-torino/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2013 21:04:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Assemblea Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Frida Kahlo]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
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		<description><![CDATA[È una Frida toccante, levitra  commovente, advice  dolente e fiera quella che Assemblea Teatro porta ancora una volta in scena a Torino dopo il recente tour sudamericano.
Un titolo che suona ironicamente agghiacciante per questa Frida che gioca con la sua Pelona, see  con la sua Morte, dal primo all’ultimo istante: le parla, la interroga, la maledice, la invoca…
E lei, la Pelona, sta al gioco, le dà corda, abbastanza da farle vivere la storia d’amore appassionata e controversa con Diego Rivera, il suo Panzon, abbastanza da farle soffrire le pene atroci della sua condizione e delle maternità interrotte, abbastanza da impregnare la tela del suo tormento e della sua passione per lasciarci in eredità la sua anima fattasi forma e colore.
Il testo di Pino Cacucci, che sgorga generoso dalle viscere di un’eccezionale Annapaola Bardeloni, arriva dritto e pulsante al cuore dello spettatore, si imprime nella carne e nella mente, non lascia tregua.
Viva la vida! ci rammenta, con impietosa evidenza, che l’arte non è mai pura estetica, semmai la ricerca di un’estetica del dolore, attraversata da quel gusto di vivere che si nutre di tormenti e passioni forti e che conduce, mai docilmente, alla fine di un’esistenza ed alla sua imperitura prosecuzione nell’opera che, sola, la può raccontare.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6670" title="Viva la vida!" src="/wp-content/files/2013/03/Viva-la-vida-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />È una Frida toccante, <a href="http://buy-levitraonline.com/" title="levitra" style="text-decoration:none;color:#676c6c">levitra</a>  commovente, <a href="http://buyviagraonlinefree.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">advice</a>  dolente e fiera quella che <a href="http://www.assembleateatro.com/" target="_blank"><strong>Assemblea Teatro</strong></a> porta ancora una volta in scena a Torino dopo il recente tour sudamericano.</p>
<p>Un titolo che suona ironicamente agghiacciante per questa Frida che gioca con la sua <em>Pelona</em>, <a href="http://tadalafilforsale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">see</a>  con la sua Morte, dal primo all’ultimo istante: le parla, la interroga, la maledice, la invoca…</p>
<p>E lei, la Pelona, sta al gioco, le dà corda, abbastanza da farle vivere la storia d’amore appassionata e controversa con Diego Rivera, il suo <em>Panzon</em>, abbastanza da farle soffrire le pene atroci della sua condizione e delle maternità interrotte, abbastanza da impregnare la tela del suo tormento e della sua passione per lasciarci in eredità la sua anima fattasi forma e colore.</p>
<p>Il testo di <strong>Pino Cacucci</strong>, che sgorga generoso dalle viscere di un’eccezionale <strong>Annapaola Bardeloni</strong>, arriva dritto e pulsante al cuore dello spettatore, si imprime nella carne e nella mente, non lascia tregua.</p>
<p><em>Viva la vida!</em> ci rammenta, con impietosa evidenza, che l’arte non è mai pura estetica, semmai la ricerca di un’estetica del dolore, attraversata da quel gusto di vivere che si nutre di tormenti e passioni forti e che conduce, mai docilmente, alla fine di un’esistenza ed alla sua imperitura prosecuzione nell’opera che, sola, la può raccontare.</p>
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		<title>I media e la guerra: la sfida delle narrative 2.0</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2013 14:59:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Kihlgren Grandi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla guerra di Crimea raccontate sulle pagine del Times da William Howard Russell al volto di Peter Arnett in diretta dalla terrazza del suo albergo a Baghdad durante la prima guerra del Golfo: i conflitti armati hanno sempre fatto notizia, case  e il modo di raccontarli, fatto salvo lo sviluppo della tecnologia impiegata, non ha subito grandi evoluzioni fino a poco tempo fa.
A fianco delle cronache e dei reportage si è sviluppata col tempo una vasta pubblicistica dedicata all&#8217;analisi geopolitica della situazione, in grado di fornire utili strumenti per la comprensione delle ragioni del conflitto, la portata dello stesso, il ruolo degli attori in campo e i possibili sviluppi. Al contempo questi contributi non rappresentano che una lettura parziale della realtà, non potendo né volendo fornire una percezione profonda del fattore umano dietro all&#8217;evento bellico. Guardare ad un conflitto attraverso l&#8217;ausilio di cronache, analisi geopolitiche, mappe e tabelle, significa porsi al riparo di un velo di Maya ben intessuto ma assai limitante.
Chi volesse andare oltre e confrontarsi con ciò che che della guerra solitamente non viene raccontato, ha da qualche tempo a questa parte degli ottimi strumenti per farlo. La sfida di fornire narrative capaci di donare uno sguardo al tempo stesso diretto, autentico e vicino alla realtà umana degli avvenimenti, è stata colta da una serie di professionisti dell&#8217;informazione, principalmente giornalisti e blogger, armati degli strumenti del web 2.0.
Due tra gli esempi più interessanti di questa sensibilità narrativa sono stati presentati lo scorso 21 marzo al convegno &#8220;Digital media in zone di guerra&#8220;, tenutosi presso il Ministero degli Affari Esteri. Due approcci diversi per storie e professionalità alle loro spalle, ma che sono uniti dal focus sull&#8217;elemento umano, presentato con l&#8217;immediatezza e la partecipazione generata dall&#8217;utilizzo dei nuovi media.
Amedeo Ricucci, giornalista Rai, volto noto delle cronache di tanti conflitti armati, racconta con entusiasmo il progetto nel quale si è imbarcato un anno fa assieme alla redazione di La Storia Siamo Noi: documentare la quotidianità del conflitto civile siriano, calandosi nel suo interno con il proprio smartphone. Il video-diario che ne deriva è disponibile a questo indirizzo e ritrae un conflitto inaspettatamente crudele e generalizzato. Senza pietismo e con minuzia di particolari, Ricucci racconta una quotidianità simile a quella che si visse a Sarajevo, ma incapace di destare la stessa empatia nel grande pubblico. In Siria ad esempio si fa sentire la mancanza delle grandi ONG umanitarie presenti in tanti altri conflitti e impegnate ad alleviare il peso degli eventi sulla popolazione.
Ricucci, conquistato da questo nuovo approccio, tornerà settimana prossima in Siria, e a guidare il suo percorso (nei limiti del possibile, vista la drammaticità della situazione) sarà questa volta un gruppo di liceali di San Lazzaro di Savena, che dialogherà quotidianamente con il giornalista via Skype.
Il secondo approccio presentato è quello di Antonio Amendola, ex docente di Diritto della Comunicazione alla Sapienza, ora blogger affermato e capo del progetto Shoot4Change &#8211; www.shoot4change.net. Lo strumento di Amendola è quello dello storytelling, alimentato dai contributi di fotografi volontari, professionisti e no, richiamati dalla commistione di arte e impegno civico: &#8220;shoot local, think global&#8221;, per usare il motto dell&#8217;iniziativa.
Le storie raccontate dai tanti collaboratori, sottoposte ad un controllo editoriale, sono varie e permettono di cogliere con immediatezza la portata di eventi vicini e lontani: reportage sulle &#8220;dimore invisibili&#8220;, ovvero le soluzioni abitative più estreme; storie di immigrazione e integrazione africana in Svizzera; una scuola di circo creata all&#8217;interno di un campo profughi in Thailandia. Un linguaggio che ha voluto confrontarsi, per mano dello stesso Amendola, con un &#8220;Afghanistan sul percorso della normalità, zona di rottura umana, sociale, economica&#8221;. Fotografie e testi proiettano i visitatori del sito di Shoot4Change in un mondo di quotidianità inaspettata e di speranze coraggiose. L&#8217;obiettivo e le parole di Amendola raccontano storie dei militari afghani che stanno pian piano sostituendo le forze armate straniere, quelle dei talebani che hanno deposto le armi e beneficiano dei programmi di reinserimento del governo nazionale, le vicende delle ragazze vittime di abusi coniugali che hanno trovato riparo presso centri di accoglienza gestiti da coraggiose attiviste.
Le iniziative di Ricucci e Amendola hanno il pregio di fornire percorsi narrativi alternativi e reali, coi quali l&#8217;incontro avviene in modo semplice, diretto e duraturo. Un linguaggio che colpisce il pubblico in profondità, regalando attimi della quotidianità poetica e brutale di chi vive a contatto con la guerra.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6660" title="© Antonio Amendola" src="/wp-content/files/2013/03/17junecaboolexpress139m-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Dalla guerra di Crimea raccontate sulle pagine del Times da William Howard Russell al volto di Peter Arnett in diretta dalla terrazza del suo albergo a Baghdad durante la prima guerra del Golfo: i conflitti armati hanno sempre fatto notizia, <a href="http://tadalafilforsale.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">case</a>  e il modo di raccontarli, fatto salvo lo sviluppo della tecnologia impiegata, non ha subito grandi evoluzioni fino a poco tempo fa.</p>
<p>A fianco delle cronache e dei reportage si è sviluppata col tempo una vasta pubblicistica dedicata all&#8217;analisi geopolitica della situazione, in grado di fornire utili strumenti per la comprensione delle ragioni del conflitto, la portata dello stesso, il ruolo degli attori in campo e i possibili sviluppi. Al contempo questi contributi non rappresentano che una lettura parziale della realtà, non potendo né volendo fornire una percezione profonda del fattore umano dietro all&#8217;evento bellico. Guardare ad un conflitto attraverso l&#8217;ausilio di cronache, analisi geopolitiche, mappe e tabelle, significa porsi al riparo di un velo di Maya ben intessuto ma assai limitante.</p>
<p>Chi volesse andare oltre e confrontarsi con ciò che che della guerra solitamente non viene raccontato, ha da qualche tempo a questa parte degli ottimi strumenti per farlo. La sfida di fornire narrative capaci di donare uno sguardo al tempo stesso diretto, autentico e vicino alla realtà umana degli avvenimenti, è stata colta da una serie di professionisti dell&#8217;informazione, principalmente giornalisti e blogger, armati degli strumenti del web 2.0.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-6662" title="programma" src="/wp-content/files/2013/03/programma2103.jpg" alt="" width="320" height="453" />Due tra gli esempi più interessanti di questa sensibilità narrativa sono stati presentati lo scorso 21 marzo al convegno &#8220;<a href="http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Approfondimenti/2013/03/20130321_digital_media.htm" target="_blank">Digital media in zone di guerra</a>&#8220;, tenutosi presso il Ministero degli Affari Esteri. Due approcci diversi per storie e professionalità alle loro spalle, ma che sono uniti dal focus sull&#8217;elemento umano, presentato con l&#8217;immediatezza e la partecipazione generata dall&#8217;utilizzo dei nuovi media.</p>
<p>Amedeo Ricucci, giornalista Rai, volto noto delle cronache di tanti conflitti armati, racconta con entusiasmo il progetto nel quale si è imbarcato un anno fa assieme alla redazione di La Storia Siamo Noi: documentare la quotidianità del conflitto civile siriano, calandosi nel suo interno con il proprio smartphone. Il video-diario che ne deriva è disponibile a <a href="http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/dossier/dossier-siria-2-0-diario-di-guerra/84/1/default.aspx" target="_blank">questo indirizzo</a> e ritrae un conflitto inaspettatamente crudele e generalizzato. Senza pietismo e con minuzia di particolari, Ricucci racconta una quotidianità simile a quella che si visse a Sarajevo, ma incapace di destare la stessa empatia nel grande pubblico. In Siria ad esempio si fa sentire la mancanza delle grandi ONG umanitarie presenti in tanti altri conflitti e impegnate ad alleviare il peso degli eventi sulla popolazione.</p>
<p>Ricucci, conquistato da questo nuovo approccio, tornerà settimana prossima in Siria, e a guidare il suo percorso (nei limiti del possibile, vista la drammaticità della situazione) sarà questa volta un gruppo di liceali di San Lazzaro di Savena, che dialogherà quotidianamente con il giornalista via Skype.</p>
<p>Il secondo approccio presentato è quello di Antonio Amendola, ex docente di Diritto della Comunicazione alla Sapienza, ora blogger affermato e capo del progetto <em>Shoot4Change</em> &#8211; <a href="http://www.shoot4change.net/" target="_blank">www.shoot4change.net</a>. Lo strumento di Amendola è quello dello <em>storytelling</em>, alimentato dai contributi di fotografi volontari, professionisti e no, richiamati dalla commistione di arte e impegno civico: &#8220;shoot local, think global&#8221;, per usare il motto dell&#8217;iniziativa.</p>
<p>Le storie raccontate dai tanti collaboratori, sottoposte ad un controllo editoriale, sono varie e permettono di cogliere con immediatezza la portata di eventi vicini e lontani: reportage sulle &#8220;<a href="http://www.shoot4change.net/?p=8959" target="_blank">dimore invisibili</a>&#8220;, ovvero le soluzioni abitative più estreme; storie di immigrazione e <a href="http://www.shoot4change.net/?p=9573" target="_blank">integrazione africana in Svizzera</a>; una scuola di circo creata all&#8217;interno di un <a href="http://www.shoot4change.net/?p=8957" target="_blank">campo profughi in Thailandia</a>. Un linguaggio che ha voluto confrontarsi, per mano dello stesso Amendola, con un &#8220;<a href="http://www.shoot4change.net/?p=8577" target="_blank">Afghanistan</a> sul percorso della normalità, zona di rottura umana, sociale, economica&#8221;. Fotografie e testi proiettano i visitatori del sito di Shoot4Change in un mondo di quotidianità inaspettata e di speranze coraggiose. L&#8217;obiettivo e le parole di Amendola raccontano storie dei militari afghani che stanno pian piano sostituendo le forze armate straniere, quelle dei talebani che hanno deposto le armi e beneficiano dei programmi di reinserimento del governo nazionale, le vicende delle ragazze vittime di abusi coniugali che hanno trovato riparo presso centri di accoglienza gestiti da coraggiose attiviste.</p>
<p>Le iniziative di Ricucci e Amendola hanno il pregio di fornire percorsi narrativi alternativi e reali, coi quali l&#8217;incontro avviene in modo semplice, diretto e duraturo. Un linguaggio che colpisce il pubblico in profondità, regalando attimi della quotidianità poetica e brutale di chi vive a contatto con la guerra.</p>
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		<title>Mater &amp; Bellum: la scommessa della vita, l’accettazione della morte</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Mar 2013 10:16:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci vuole del coraggio per accostare due temi apparentemente distanti anni luce fra loro, sick  come la maternità e la morte, mind  riuscendo a costruire un testo poetico, malady  potente ed implacabilmente sincero.
Ci prova, e senz’alcun dubbio coglie nel segno, Rossy de Palma, celeberrima musa almodovariana, ospite straordinaria del cuore pulsante della Torino interculturale, il CineTeatro Baretti di S. Salvario, grazie alla felice intuizione del suo direttore artistico Davide Livermore, qui anche in veste di regista.
Nell’edizione torinese intervengono, ad esaltare la forza intrinseca delle parole scritte ed interpretate dall’istrionica artista spagnola, le splendide scene create da Massimo Arbarello con il suo gruppo AlTREtracce, da anni attivo nella ricerca di un teatro d’ombre non convenzionale (si ricordino, fra le altre, le collaborazioni con Antonio Latella), qui coadiuvato da Controluce Teatro d’Ombre.
La scelta di non utilizzare sopratitoli (previa consegna all’ingresso in forma cartacea a ciascuno spettatore della traduzione integrale) fa forse perdere qualcosa del profondo percorso introspettivo che permea l’intero testo, ma restituisce in cambio il vigore e l’emozione della lingua madre della De Palma, che la fa sgorgare viva e calda direttamente dalla propria carne.
Perché è di carne che si parla, di carne che nasce e che muore, di cuori che pulsano e poi smettono di battere, di scelte non facili e, soprattutto, non sempre scelte.
La vita cantata da un femminile spigoloso che si sorprende materno nell’attesa e nel dolore, la morte rappresentata dalla diafana apparizione di un maschile apparentemente inerme ed insolitamente pietoso, che sbuca da un taglio verticale di chiara allusione.
Ma nulla è mai solo quel che sembra ed anche il pubblico viene ad un certo punto “catturato” (letteralmente!) all’interno della scena, immerso in una placenta che accoglie e protegge, ma potrebbe anche soffocare… Geniale trovata per poter liberamente spostare sulla scena elementi che richiedono, per suscitare l’emozione attesa nel pubblico, ottima manualità e minuziosa precisione.
Il tutto dura meno di un’ora, per cui usciamo dalla sala nutriti ma non satolli, grati a queste piccole realtà troppo poco conosciute, che continuano a proporre cultura “vera” in tempi così difficili.
Cogliamo l’occasione per comunicare ai nostri lettori che il CineTeatro Baretti ha avviato l’iniziativa “Aiutaci a tenere le luci accese”, un processo collaborativo di crowdfunding che si rivolge alla liberalità dei cittadini per non soccombere sotto il peso dei tagli istituzionali.
Per saperne di più, è possibile visitare la pagina dedicata sul sito www.cineteatrobaretti.it
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6650" title="m&amp;b" src="/wp-content/files/2013/03/mb-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" />Ci vuole del coraggio per accostare due temi apparentemente distanti anni luce fra loro, <a href="http://buycialisonlinecoupon.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">sick</a>  come la maternità e la morte, <a href="http://edpills-buyviagra.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">mind</a>  riuscendo a costruire un testo poetico, <a href="http://viagraonlinebuy.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">malady</a>  potente ed implacabilmente sincero.</p>
<p>Ci prova, e senz’alcun dubbio coglie nel segno, Rossy de Palma, celeberrima musa almodovariana, ospite straordinaria del cuore pulsante della Torino interculturale, il CineTeatro Baretti di S. Salvario, grazie alla felice intuizione del suo direttore artistico Davide Livermore, qui anche in veste di regista.</p>
<p>Nell’edizione torinese intervengono, ad esaltare la forza intrinseca delle parole scritte ed interpretate dall’istrionica artista spagnola, le splendide scene create da Massimo Arbarello con il suo gruppo AlTREtracce, da anni attivo nella ricerca di un teatro d’ombre non convenzionale (si ricordino, fra le altre, le collaborazioni con Antonio Latella), qui coadiuvato da Controluce Teatro d’Ombre.</p>
<p>La scelta di non utilizzare sopratitoli (previa consegna all’ingresso in forma cartacea a ciascuno spettatore della traduzione integrale) fa forse perdere qualcosa del profondo percorso introspettivo che permea l’intero testo, ma restituisce in cambio il vigore e l’emozione della lingua madre della De Palma, che la fa sgorgare viva e calda direttamente dalla propria carne.</p>
<p>Perché è di carne che si parla, di carne che nasce e che muore, di cuori che pulsano e poi smettono di battere, di scelte non facili e, soprattutto, non sempre scelte.</p>
<p>La vita cantata da un femminile spigoloso che si sorprende materno nell’attesa e nel dolore, la morte rappresentata dalla diafana apparizione di un maschile apparentemente inerme ed insolitamente pietoso, che sbuca da un taglio verticale di chiara allusione.</p>
<p>Ma nulla è mai solo quel che sembra ed anche il pubblico viene ad un certo punto “catturato” (letteralmente!) all’interno della scena, immerso in una placenta che accoglie e protegge, ma potrebbe anche soffocare… Geniale trovata per poter liberamente spostare sulla scena elementi che richiedono, per suscitare l’emozione attesa nel pubblico, ottima manualità e minuziosa precisione.</p>
<p>Il tutto dura meno di un’ora, per cui usciamo dalla sala nutriti ma non satolli, grati a queste piccole realtà troppo poco conosciute, che continuano a proporre cultura “vera” in tempi così difficili.</p>
<p>Cogliamo l’occasione per comunicare ai nostri lettori che il CineTeatro Baretti ha avviato l’iniziativa “Aiutaci a tenere le luci accese”, un processo collaborativo di crowdfunding che si rivolge alla liberalità dei cittadini per non soccombere sotto il peso dei tagli istituzionali.</p>
<p>Per saperne di più, è possibile visitare la pagina dedicata sul sito <a href="http://www.cineteatrobaretti.it">www.cineteatrobaretti.it</a></p>
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		<title>Buon Compleanno, Torino Film Festival!</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2013/02/16/tff/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Feb 2013 00:07:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>
		<category><![CDATA[Torino Film Festival]]></category>

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		<description><![CDATA[A pochi giorni dall’insediamento del nuovo Direttore, diagnosis  Paolo Virzì, e mentre si stanno avvicendando nelle sale alcuni fra i tanti film che hanno saputo incantarci nel corso della 30° edizione del Torino Film Festival, ripercorriamone le tappe a nostro avviso più salienti, a partire dal poetico Wadjda, uscito i Italia col titolo “La bicicletta verde”, esordio al lungometraggio di Haifaa Al Mansour e primo film interamente girato in Arabia Saudita, con il quale la regista ci offre un coraggioso spaccato sulla condizione delle donne nel proprio Paese, aprendo una finestra di speranza sull’emancipazione delle giovani dotate di grandi potenzialità e di una buona dose d’audacia.
Per continuare con il surreale Ruby Sparks, che conferma il talento onirico della coppia cinematografica Dayton-Faris, già creatori del pluripremiato Little Miss Sunshine, che per l’occasione tirano fuori dal cilindro la commedia dolce-amara di una creatura immaginaria a cui viene offerta l’opportunità di una vita reale… con tutti gli alti e bassi che la realtà le potrà offrire.
Mentre aspettiamo impazienti l’uscita dell’indimenticabile Le fils de l’autre, della francese Lorraine Levy, che dà vita ad un profondissimo confronto interculturale attraverso l’escamotage narrativo di uno scambio di neonati fra due famiglie, rispettivamente israeliana e palestinese, scoperto solo quando i due figli hanno ormai raggiunto l’età adolescenziale ed hanno la propria visione del conflitto tra le due culture, maturata in seno al proprio ambiente di vita, ben sintetizzata nella dolorosa battuta di uno dei due ragazzi: “Io sono il mio peggior nemico, ma devo amarmi lo stesso”, volgiamo la nostra attenzione a quei film che più difficilmente vedremo all’interno delle programmazioni ufficiali.
Come il geniale Final Cut &#8211; Ladies and Gentlemen, dell’ungherese Gyorgy Palfi, ovvero la dimostrazione di come si possa realizzare un buon prodotto anche in tempi di severa recessione, se si hanno buone idee e raffinate capacità tecniche.
Come fare un film in un Paese che ha smesso di finanziare la cultura? Palfi non si rassegna e riunisce un cast d’eccezione, il più corposo della storia del cinema, chiamando a raccolta i più grandi interpreti cinematografici di tutti i tempi.
Nasce così Final Cut, che non è solo un giocoso puzzle di scene (molte indimenticabili) di film che hanno segnato la storia del cinema, ottimo spunto per una serata ad “indovina chi” fra amici, ma una vera e propria storia, che si nutre di frammenti di altre storie arrivando ad una sintesi originale.
Una nuova sceneggiatura, dunque, che dopo un po’ riesce a catturare lo spettatore fino al punto da fargli a tratti dimenticare che tutto quanto sta vedendo è, in realtà, un déjà vu.
Un’idea senza dubbio interessante, sostenuta da un lavoro capillare e maniacale di conoscenza, visione, analisi e montaggio di un numero incredibile di film di ogni epoca e genere.
Se Ken Loach, pur punendo un Festival che senza dubbio non lo meritava e che è tra i pochi ad investire ancora realmente sui giovani, ha avuto il coraggio di un gesto di coerenza estrema con le sue tematiche di sempre, rinunciando ad un prestigioso e meritatissimo riconoscimento per solidarietà con la drammatica condizione dei lavoratori precari del settore cultura (e non solo) in Italia, quella di Palfi è un’altra forma di denuncia allo stesso problema, giocata con grande senso di ironia ma non con minor consapevolezza.
O il peculiarissimo The Pervert’s Guide to Ideology, dell’eclettica Sophie Fiennes, un prezioso documento in cui il filosofo sloveno Slavoj Zizek ci mostra, in modo graffiante ed ironicamente impietoso, come la massificazione creata dai media condizioni fino a schiacciarla la mente dell’uomo contemporaneo.
Poetico ed intimista, Abigail Harm, di Lee Isaac Chung, trae spunto da un’antica leggenda coreana per narrare la storia di una donna matura che “osserva la vita senza viverla”, che si ritira dal mondo reale per addentrarsi in quello dell’immaginazione, dove finalmente può innamorarsi.
Ispirandosi al realismo di Cassavetes ed al suo lavoro sull’improvvisazione, Chung scrive una sceneggiatura che lascia poi scorrere tra le pieghe della sensibilità artistica della protagonista, l’intensa Amanda Plummer: ne nasce un’opera delicata, carica di immagini evocative e di un’atmosfera malinconica, sognante e rarefatta.
La giovanissima videoartista argentina Jazmin Lopez, classe 1984, sceglie un tema complesso per il suo esordio al lungometraggio.
Leones è una riflessione sulla morte, tanto più dolorosa in quanto riferita ad un’età in cui essa non dovrebbe essere presente.
La regista, operando la non convenzionale e non facile scelta di girare quasi in un unico piano sequenza, costruisce intorno ai suoi protagonisti un alone di sospensione spazio-temporale, facendo sì che lo spettatore sia proiettato in prima persona nella vicenda, co-protagonista inconsapevole fino al tragico momento di un’agnizione che non lascia scampo.
Delicato e al tempo stesso durissimo, Couleur de peau: miel narra la storia del suo regista e sceneggiatore, il coreano d’adozione belga Jung, a partire dall’omonima graphic novel da lui stesso scritta. Una pregevole opera prima sulla ricerca delle radici e sulla costruzione dell’identità, realizzata con la collaborazione di Laurent Boileau.
Probabilmente lo vedremo presto nelle nostre sale e sicuramente non mancherà di suscitare polemiche l’imperdibile The sessions di Ben Lewin, che ha il merito di affrontare senza fastidiose pruderie un argomento molto delicato e spesso considerato un vero e proprio tabù -i disabili e il sesso- regalandoci momenti leggeri e godibili e coinvolgendoci al tempo stesso in una riflessione intensa e profonda sulla necessità di essere protagonisti della propria vita a qualunque costo.
Ancora sulla fragilità e la caducità del genere umano, ma giocato in chiave leggera e giocosa,  Robot &#38; Frank, di Jake Schreier (sorprendentemente al suo esordio nel lungometraggio!), ci parla in modo gustoso ed originale di resilienza, ovvero della capacità dell’essere umano di far fronte in maniera positiva alle circostanze avverse, riorganizzando la propria vita e dandole nuovi slanci ed opportunità.
Ci spiace non abbia avuto i riscontri che a nostro avviso avrebbe meritato Terrados, amara ed attualissima opera prima dello spagnolo Demian Sabini (anche interprete) sulla difficile situazione dei tanti giovani (e meno giovani) precari e disoccupati in Spagna, coerentemente girata low budget e con l’apporto amichevole di attori e musicisti.
Riuscire a mantenere un tono complessivamente leggero, pur non risparmiando i retroscena di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6641" title="TFF" src="/wp-content/files/2013/02/TFF-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />A pochi giorni dall’insediamento del nuovo Direttore, <a href="http://viagragenericedpills.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">diagnosis</a>  Paolo Virzì, e mentre si stanno avvicendando nelle sale alcuni fra i tanti film che hanno saputo incantarci nel corso della 30° edizione del Torino Film Festival, ripercorriamone le tappe a nostro avviso più salienti, a partire dal poetico <strong>Wadjda</strong>, uscito i Italia col titolo “La bicicletta verde”, esordio al lungometraggio di <em>Haifaa Al Mansour</em> e primo film interamente girato in Arabia Saudita, con il quale la regista ci offre un coraggioso spaccato sulla condizione delle donne nel proprio Paese, aprendo una finestra di speranza sull’emancipazione delle giovani dotate di grandi potenzialità e di una buona dose d’audacia.</p>
<p>Per continuare con il surreale <strong>Ruby Sparks</strong>, che conferma il talento onirico della coppia cinematografica <em>Dayton-Faris</em>, già creatori del pluripremiato Little Miss Sunshine, che per l’occasione tirano fuori dal cilindro la commedia dolce-amara di una creatura immaginaria a cui viene offerta l’opportunità di una vita reale… con tutti gli alti e bassi che la realtà le potrà offrire.</p>
<p>Mentre aspettiamo impazienti l’uscita dell’indimenticabile <strong>Le fils de l’autre</strong>, della francese <em>Lorraine Levy</em>, che dà vita ad un profondissimo confronto interculturale attraverso l’escamotage narrativo di uno scambio di neonati fra due famiglie, rispettivamente israeliana e palestinese, scoperto solo quando i due figli hanno ormai raggiunto l’età adolescenziale ed hanno la propria visione del conflitto tra le due culture, maturata in seno al proprio ambiente di vita, ben sintetizzata nella dolorosa battuta di uno dei due ragazzi: “Io sono il mio peggior nemico, ma devo amarmi lo stesso”, volgiamo la nostra attenzione a quei film che più difficilmente vedremo all’interno delle programmazioni ufficiali.</p>
<p>Come il geniale <strong>Final Cut &#8211; Ladies and Gentlemen</strong>, dell’ungherese <em>Gyorgy Palfi</em>, ovvero la dimostrazione di come si possa realizzare un buon prodotto anche in tempi di severa recessione, se si hanno buone idee e raffinate capacità tecniche.</p>
<p>Come fare un film in un Paese che ha smesso di finanziare la cultura? Palfi non si rassegna e riunisce un cast d’eccezione, il più corposo della storia del cinema, chiamando a raccolta i più grandi interpreti cinematografici di tutti i tempi.</p>
<p>Nasce così Final Cut, che non è solo un giocoso puzzle di scene (molte indimenticabili) di film che hanno segnato la storia del cinema, ottimo spunto per una serata ad “indovina chi” fra amici, ma una vera e propria storia, che si nutre di frammenti di altre storie arrivando ad una sintesi originale.</p>
<p>Una nuova sceneggiatura, dunque, che dopo un po’ riesce a catturare lo spettatore fino al punto da fargli a tratti dimenticare che tutto quanto sta vedendo è, in realtà, un déjà vu.</p>
<p>Un’idea senza dubbio interessante, sostenuta da un lavoro capillare e maniacale di conoscenza, visione, analisi e montaggio di un numero incredibile di film di ogni epoca e genere.</p>
<p>Se Ken Loach, pur punendo un Festival che senza dubbio non lo meritava e che è tra i pochi ad investire ancora realmente sui giovani, ha avuto il coraggio di un gesto di coerenza estrema con le sue tematiche di sempre, rinunciando ad un prestigioso e meritatissimo riconoscimento per solidarietà con la drammatica condizione dei lavoratori precari del settore cultura (e non solo) in Italia, quella di Palfi è un’altra forma di denuncia allo stesso problema, giocata con grande senso di ironia ma non con minor consapevolezza.</p>
<p>O il peculiarissimo <strong>The Pervert’s Guide to Ideology</strong>, dell’eclettica <em>Sophie Fiennes</em>, un prezioso documento in cui il filosofo sloveno Slavoj Zizek ci mostra, in modo graffiante ed ironicamente impietoso, come la massificazione creata dai media condizioni fino a schiacciarla la mente dell’uomo contemporaneo.</p>
<p>Poetico ed intimista, <strong>Abigail Harm</strong>, di <em>Lee Isaac Chung</em>, trae spunto da un’antica leggenda coreana per narrare la storia di una donna matura che “osserva la vita senza viverla”, che si ritira dal mondo reale per addentrarsi in quello dell’immaginazione, dove finalmente può innamorarsi.</p>
<p>Ispirandosi al realismo di Cassavetes ed al suo lavoro sull’improvvisazione, Chung scrive una sceneggiatura che lascia poi scorrere tra le pieghe della sensibilità artistica della protagonista, l’intensa Amanda Plummer: ne nasce un’opera delicata, carica di immagini evocative e di un’atmosfera malinconica, sognante e rarefatta.</p>
<p>La giovanissima videoartista argentina <em>Jazmin Lopez</em>, classe 1984, sceglie un tema complesso per il suo esordio al lungometraggio.</p>
<p><strong>Leones </strong>è una riflessione sulla morte, tanto più dolorosa in quanto riferita ad un’età in cui essa non dovrebbe essere presente.</p>
<p>La regista, operando la non convenzionale e non facile scelta di girare quasi in un unico piano sequenza, costruisce intorno ai suoi protagonisti un alone di sospensione spazio-temporale, facendo sì che lo spettatore sia proiettato in prima persona nella vicenda, co-protagonista inconsapevole fino al tragico momento di un’agnizione che non lascia scampo.</p>
<p>Delicato e al tempo stesso durissimo, <strong>Couleur de peau: miel</strong> narra la storia del suo regista e sceneggiatore, il coreano d’adozione belga <em>Jung</em>, a partire dall’omonima graphic novel da lui stesso scritta. Una pregevole opera prima sulla ricerca delle radici e sulla costruzione dell’identità, realizzata con la collaborazione di <em>Laurent Boileau</em>.</p>
<p>Probabilmente lo vedremo presto nelle nostre sale e sicuramente non mancherà di suscitare polemiche l’imperdibile <strong>The sessions </strong>di <em>Ben Lewin</em>, che ha il merito di affrontare senza fastidiose pruderie un argomento molto delicato e spesso considerato un vero e proprio tabù -i disabili e il sesso- regalandoci momenti leggeri e godibili e coinvolgendoci al tempo stesso in una riflessione intensa e profonda sulla necessità di essere protagonisti della propria vita a qualunque costo.</p>
<p>Ancora sulla fragilità e la caducità del genere umano, ma giocato in chiave leggera e giocosa,  <strong>Robot &amp; Frank</strong>, di <em>Jake Schreier </em>(sorprendentemente al suo esordio nel lungometraggio!), ci parla in modo gustoso ed originale di resilienza, ovvero della capacità dell’essere umano di far fronte in maniera positiva alle circostanze avverse, riorganizzando la propria vita e dandole nuovi slanci ed opportunità.</p>
<p>Ci spiace non abbia avuto i riscontri che a nostro avviso avrebbe meritato <strong>Terrados</strong>, amara ed attualissima opera prima dello spagnolo <em>Demian Sabini</em> (anche interprete) sulla difficile situazione dei tanti giovani (e meno giovani) precari e disoccupati in Spagna, coerentemente girata low budget e con l’apporto amichevole di attori e musicisti.</p>
<p>Riuscire a mantenere un tono complessivamente leggero, pur non risparmiando i retroscena di una condizione in cui atrocemente possono rispecchiarsi intere generazioni di tutta l’Europa, ci pare operazione degna di risalto morale ed artistico.</p>
<p>Sul versante documentaristico, impossibile non citare il giapponese <strong>The Cat that lived a million times</strong>, di <em>Tadasuke Kotani</em>, delicata e toccante storia sulla vita, sulla morte e sul senso di appartenenza, narrata a partire dalle pagine dell’omonimo libro di Yoko Sano, autrice ed illustratrice per l’infanzia molto poco convenzionale.</p>
<p>Immenso il rapporto estremo fra uomo e ambiente narrato da <strong>Leviathan</strong>, girato con sguardo etnoantropologico da <em>Lucien Castaing-Taylor</em>, docente presso l’Università di Harvard, che si è imbarcato sui pescherecci del Massachusetts, sopportandone i disagi per settimane, per calarsi nei panni non solo dei pescatori, ma anche degli animali d’acqua e d’aria e di tutti gli elementi naturali che rendono questo documentario vero, spietato ed affascinante al tempo stesso.</p>
<p>Chi abitualmente scrive di teatro non poteva infine tralasciare due “giganti” della scena di sempre e di quella contemporanea, eccezionalmente portati sul grande schermo.</p>
<p>In <strong>Concerto per attore solo</strong>, <em>Ferruccio Marotti</em>, docente ad autore di numerosi saggi e documentari di storia del teatro, ci offre uno sguardo dietro le quinte su un intenso lavoro di Carmelo Bene, qui eccezionalmente ripreso nell’inedita veste di regista.</p>
<p>Una vera e propria lezione di “anti-recitazione”, in cui il gesto e il suono si compongono su una partitura fisica e vocale mai data a priori, ma strenuamente cercata e trovata nel corpo dell’attore.</p>
<p>È un Macbeth grottesco, eccessivo, dissacrante ed impietoso, quello costruito da Carmelo Bene, regista rigoroso ed implacabile, che si propone di “evitare il pelo mentale attraverso l’osceno”, offrendoci “il terribile e, contemporaneamente, la parodia del terribile”.</p>
<p>È un geniale ed irriverente <strong>Amleto</strong> quello che l’amatissimo Filippo Timi ci regala in versione cinematografica 3D grazie all’innovativa regia di <em>Felice Cappa</em>: un’operazione che riesce a superare gli scetticismi e a restituire amplificata un’opera già di per sé di grande potenza, trasfigurandola e porgendola, intatta nel suo valore intrinseco, ad un pubblico non solo teatrale. Provare per credere!</p>
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		<title>Il Sesto Continente di Pennac</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Nov 2012 15:52:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Gallo Selva</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Stabile di Torino]]></category>
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Le 6ème continent. Una riflessione onirica e surreale sulla stoltezza dell’uomo contemporaneo
&#160;
Il Teatro Stabile di Torino ha aperto la nuova stagione con una scelta di grande attualità e di indubbio coraggio, store  portando in scena al Carignano l’ultimo testo nato dalla penna di un Pennac in gran forma in seguito all’incontro con la sagace regista Lilo Baur, online  già collaboratrice di Peter Brook.
Senza retorica, senza buonismi e con la leggerezza mista alla feroce ironia che gli sono proprie, Pennac fa propria la ricerca della Baur sulla pulizia, per avvertirci che nessuno è immune dal rischio di sporcarsi: anche gli intenti più nobili, come la pulizia, finiscono per perdersi nel rovescio della loro stessa medaglia, se giocati all’interno di dinamiche di potere e di profitto autoreferenziali.
Il carosello che sostiene Le 6° continent funziona alla perfezione: l’immagine della famigliola zuccherosa tutta dedita al bene dell’umanità, che accoglie come figli propri gli orfani trovati tra i rifiuti, ci incanta al punto da farci quasi dimenticare la scena d’apertura, tutt’altro che rassicurante.
Irresistibile il test d’eccellenza al party di fine anno: questi rampolli di buona famiglia, a cui pare non mancare proprio nulla, ci fanno sorridere ed insieme ci infastidiscono un po’.
Inaspettatamente, saranno proprio loro la chiave di volta che ci riporterà al dramma che si sta consumando sotto i nostri occhi annebbiati.
“Dopo che hai fatto il bagno in mare, tu ti lavi. Ma lui, il mare, chi lo lava?”: come ciò che poteva apparire pura poesia diviene ben presto puro pretesto commerciale, così la pulizia libera la giovane Apèmanta dalla dannazione della miseria per poi sprofondarla nell’abisso dell’infelicità.
C’è qualcosa che non va: la pulizia non è affare di chi pecchi di eccessivo senso etico, la pulizia sta sporcando… anzi, sta uccidendo.
E allora, come restare puliti?
Un impianto scenografico semplice ma di grandissimo effetto e di straordinario potere evocativo, già apprezzato fin dalle scene iniziali, ci porta questa volta sotto il mare, complici involontari di quel turismo d’élite che potrebbe diventare il nuovo business della famiglia allargata…
Ma il giovane Teo non ci sta: sacrificherà la propria vita pur di restare pulito e di eliminare tutti coloro che stanno sporcando il mondo.
Alla fine resterà solo lei, Apèmanta, versione femminile del cinico filosofo del Timone shakespeariano, che causticamente concluderà: “Non serve suicidare l’umanità… ci riesce già benissimo da sola”.
Un cast di splendidi attori fa da corollario imprescindibile ad un lavoro emozionante, drammaturgicamente riuscito, formalmente ineccepibile e civicamente necessario.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-6626" title="Pennac" src="/wp-content/files/2012/11/pennac1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p><strong>Le 6ème continent. Una riflessione onirica e surreale sulla stoltezza dell’uomo contemporaneo</strong><br />
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Il Teatro Stabile di Torino ha aperto la nuova stagione con una scelta di grande attualità e di indubbio coraggio, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">store</a>  portando in scena al Carignano l’ultimo testo nato dalla penna di un Pennac in gran forma in seguito all’incontro con la sagace regista Lilo Baur, <a href="http://buycialisonlinehq.net/" style="text-decoration:none;color:#676c6c">online</a>  già collaboratrice di Peter Brook.</p>
<p>Senza retorica, senza buonismi e con la leggerezza mista alla feroce ironia che gli sono proprie, Pennac fa propria la ricerca della Baur sulla pulizia, per avvertirci che nessuno è immune dal rischio di sporcarsi: anche gli intenti più nobili, come la pulizia, finiscono per perdersi nel rovescio della loro stessa medaglia, se giocati all’interno di dinamiche di potere e di profitto autoreferenziali.</p>
<p>Il carosello che sostiene <em>Le 6° continent</em> funziona alla perfezione: l’immagine della famigliola zuccherosa tutta dedita al bene dell’umanità, che accoglie come figli propri gli orfani trovati tra i rifiuti, ci incanta al punto da farci quasi dimenticare la scena d’apertura, tutt’altro che rassicurante.</p>
<p>Irresistibile il test d’eccellenza al party di fine anno: questi rampolli di buona famiglia, a cui pare non mancare proprio nulla, ci fanno sorridere ed insieme ci infastidiscono un po’.</p>
<p>Inaspettatamente, saranno proprio loro la chiave di volta che ci riporterà al dramma che si sta consumando sotto i nostri occhi annebbiati.</p>
<p>“Dopo che hai fatto il bagno in mare, tu ti lavi. Ma lui, il mare, chi lo lava?”: come ciò che poteva apparire pura poesia diviene ben presto puro pretesto commerciale, così la pulizia libera la giovane Apèmanta dalla dannazione della miseria per poi sprofondarla nell’abisso dell’infelicità.</p>
<p>C’è qualcosa che non va: la pulizia non è affare di chi pecchi di eccessivo senso etico, la pulizia sta sporcando… anzi, sta uccidendo.</p>
<p>E allora, come restare puliti?</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-6627" title="LE 6e CONTINENT (Lilo BAUR) 2012" src="/wp-content/files/2012/11/6eme-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" />Un impianto scenografico semplice ma di grandissimo effetto e di straordinario potere evocativo, già apprezzato fin dalle scene iniziali, ci porta questa volta sotto il mare, complici involontari di quel turismo d’élite che potrebbe diventare il nuovo business della famiglia allargata…</p>
<p>Ma il giovane Teo non ci sta: sacrificherà la propria vita pur di restare pulito e di eliminare tutti coloro che stanno sporcando il mondo.</p>
<p>Alla fine resterà solo lei, Apèmanta, versione femminile del cinico filosofo del Timone shakespeariano, che causticamente concluderà: “Non serve suicidare l’umanità… ci riesce già benissimo da sola”.</p>
<p>Un cast di splendidi attori fa da corollario imprescindibile ad un lavoro emozionante, drammaturgicamente riuscito, formalmente ineccepibile e civicamente necessario.</p>
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