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	<title>The Tamarind &#187; Federico Berlingieri</title>
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		<title>Chi ha paura del buio?</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 21:05:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Berlingieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>

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		<description><![CDATA[
Di giorno la luce, di notte il buio. Questa sicurezza rischia di vacillare visto che, per accontentare i nostri vizi, fra qualche anno potrebbe non essere più così.
Organizzazioni di scienziati sempre più allarmati denunciano con forza la progressiva riduzione del buio dovuta ad un incontrollato utilizzo della luce artificiale. Gli errori nella progettazione dell&#8217;illuminazione, inevitabili considerando la scarsa consapevolezza dei potenziali rischi, fanno si, che, all&#8217;atto di disperdersi esternamente, la luce si diriga verso l&#8217;alto in direzione del cielo.

L&#8217;oscurità notturna viene così radicalmente ridotta, in certi casi cancellata, e questo non solo a discapito di chi ama contemplare il cielo stellato; le creature notturne faticano infatti a riprodursi in seguito allo sconvolgimento dei bioritmi dovuti all’artificiale ingerenza dell’uomo. Per capire la forza dello squilibrio causato, gli esperti invitano ad immaginare di essere obbligati ad addormentarsi in una stanza illuminata, oppure, viceversa, svegliarsi la mattina e rimanere immersi nel buio pesto per tutto il trascorrere della giornata. Cosa ne sarebbe del nostro equilibrio psicofisico?
Per gli uccelli, ad esempio, più luce significa più necessità di cibo, mangiare di più porta ad ingrassare prima, questo causa l&#8217;alterazione dei periodi migratori e così via&#8230;
Molti animali rischiano di impazzire o di estinguersi dunque, ma neanche l’essere umano (il re della città) è immune da rischi. Ai già noti problemi di sonno, stress, indebolimento del sistema nervoso si sono aggiunte nuove inquietanti scoperte: alcuni ricercatori dell&#8217;università di Haifa in Israele hanno infatti individuato un legame fra l&#8217;illuminazione notturna e l&#8217;incidenza del cancro al seno nelle donne.
A questi pericoli di salute potenzialmente devastanti va aggiunto il danno economico procurato dallo spreco di energia elettrica utilizzata per illuminare zone totalmente inutilizzabili come la “volta celeste”.
La protezione del buio notturno è affidata ad organizzazioni senza scopo di lucro come la prestigiosa &#8220;International Dark-Sky Association&#8221; nata negli Stati Uniti nel 1988. La &#8220;IDA&#8221; propone lo sviluppo di un&#8217;illuminazione sostenibile dall&#8217;ecosistema e recentemente ha nominato la zona del &#8220;Natural Bridges National Monument&#8221; nello Utah primo &#8220;Dark Sky Park&#8220;, ossia primo luogo dove poter recuperare il contatto con un cielo “sano”.
Della vicenda lascia ben sperare la consapevolezza che l&#8217;inquinamento luminoso rappresenta la forma di violenza alla natura più facilmente debellabile. Tecnologie oramai collaudate consentiranno in futuro di continuare ad avere strade e palazzi illuminati in modo funzionale ma molto meno invasivo; certo un intervento deciso sembra necessario visto e considerato che, dati alla mano, l&#8217;Italia risulta essere circa dieci volte più illuminata di quanto dovrebbe essere. Non a caso per risolvere il problema il nostro paese ha sviluppato una ricerca scientifica all&#8217;avanguardia ben affiancata da leggi efficaci anche se ancora troppo generiche. In parecchi comuni dello stivale, grazie all&#8217;intervento di organizzazioni e di studiosi, si è potuto ridurre considerevolmente il flusso di luce indirizzato verso l&#8217;altro e con esso anche il dispendio energetico.

Non resta che augurarsi un futuro più buio.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--[if gte mso 9]&gt;  Normal 0 14       MicrosoftInternetExplorer4  &lt;![endif]--></p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignleft size-medium wp-image-1159" title="city by night" src="/wp-content/files/2008/11/city-by-night-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" />Di giorno la luce, di notte il buio. Questa sicurezza rischia di vacillare visto che, per accontentare i nostri vizi, fra qualche anno potrebbe non essere più così.<br />
Organizzazioni di scienziati sempre più allarmati denunciano con forza la progressiva riduzione del buio dovuta ad un incontrollato utilizzo della luce artificiale. Gli errori nella progettazione dell&#8217;illuminazione, inevitabili considerando la scarsa consapevolezza dei potenziali rischi, fanno si, che, all&#8217;atto di disperdersi esternamente, la luce si diriga verso l&#8217;alto in direzione del cielo.
</p>
<p class="MsoNormal">L&#8217;oscurità notturna viene così radicalmente ridotta, in certi casi cancellata, e questo non solo a discapito di chi ama contemplare il cielo stellato; le creature notturne faticano infatti a riprodursi in seguito allo sconvolgimento dei bioritmi dovuti all’artificiale ingerenza dell’uomo. Per capire la forza dello squilibrio causato, gli esperti invitano ad immaginare di essere obbligati ad addormentarsi in una stanza illuminata, oppure, viceversa, svegliarsi la mattina e rimanere immersi nel buio pesto per tutto il trascorrere della giornata. Cosa ne sarebbe del nostro equilibrio psicofisico?</p>
<p class="MsoNormal">Per gli uccelli, ad esempio, più luce significa più necessità di cibo, mangiare di più porta ad ingrassare prima, questo causa l&#8217;alterazione dei periodi migratori e così via&#8230;</p>
<p class="MsoNormal">Molti animali rischiano di impazzire o di estinguersi dunque, ma neanche l’essere umano (il re della città) è immune da rischi. Ai già noti problemi di sonno, stress, indebolimento del sistema nervoso si sono aggiunte nuove inquietanti scoperte: alcuni ricercatori dell&#8217;università di Haifa in Israele hanno infatti individuato un legame fra l&#8217;illuminazione notturna e l&#8217;incidenza del cancro al seno nelle donne.</p>
<p class="MsoNormal">A questi pericoli di salute potenzialmente devastanti va aggiunto il danno economico procurato dallo spreco di energia elettrica utilizzata per illuminare zone totalmente inutilizzabili come la “volta celeste”.<br />
La protezione del buio notturno è affidata ad organizzazioni senza scopo di lucro come la prestigiosa &#8220;<em>International Dark-Sky Association</em>&#8221; nata negli Stati Uniti nel 1988. La &#8220;<em>IDA</em>&#8221; propone lo sviluppo di un&#8217;illuminazione sostenibile dall&#8217;ecosistema e recentemente ha nominato la zona del &#8220;<em>Natural Bridges National Monument</em>&#8221; nello Utah primo &#8220;<em>Dark Sky Park</em>&#8220;, ossia primo luogo dove poter recuperare il contatto con un cielo “sano”.<br />
Della vicenda lascia ben sperare la consapevolezza che l&#8217;inquinamento luminoso rappresenta la forma di violenza alla natura più facilmente debellabile. Tecnologie oramai collaudate consentiranno in futuro di continuare ad avere strade e palazzi illuminati in modo funzionale ma molto meno invasivo; certo un intervento deciso sembra necessario visto e considerato che, dati alla mano, l&#8217;Italia risulta essere circa dieci volte più illuminata di quanto dovrebbe essere. Non a caso per risolvere il problema il nostro paese ha sviluppato una ricerca scientifica all&#8217;avanguardia ben affiancata da leggi efficaci anche se ancora troppo generiche. In parecchi comuni dello stivale, grazie all&#8217;intervento di organizzazioni e di studiosi, si è potuto ridurre considerevolmente il flusso di luce indirizzato verso l&#8217;altro e con esso anche il dispendio energetico.
</p>
<p class="MsoNormal">Non resta che augurarsi un futuro più buio.</p>


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		<title>Capire e capirci: il professor Branca fa il punto sull&#8217;integrazione dei musulmani in Italia</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Nov 2008 12:35:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Berlingieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Altre segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[dialogo interculturale]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>

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		<description><![CDATA[Per cercare di capire come stanno le cose e come dovrebbero essere abbiamo intervistato Paolo Branca docente di Islamistica e di Lingua e letteratura araba all&#8217;Università Cattolica di Milano, nonché uno dei massimi esperti italiani in materia.
Il professore spiega schiettamente ai lettori del &#8220;Tamarindo&#8221; quanto sia indispensabile che si stabilisca un dialogo diretto fra giovani di differenti culture e religioni, al fine di favorire una solida comprensione reciproca.
I problemi sono reali e profondi, il confronto fra culture inevitabile: siamo una generazione che non può esimersi dallo sforzarsi di capire e di conseguenza dall&#8217;imparare a convivere con le differenze.  A detta del professor Branca qualcosa in tal senso sembra muoversi grazie soprattutto all&#8217;iniziativa di pochi, molto invece ristagna nel chiacchiericcio politico di circostanza. Intanto le giovani generazioni di musulmani italiani aumentano e con esse la necessità di iniziare un serio cammino di conoscenza.




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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per cercare di capire come stanno le cose e come dovrebbero essere abbiamo intervistato Paolo Branca docente di Islamistica e di Lingua e letteratura araba all&#8217;Università Cattolica di Milano, nonché uno dei massimi esperti italiani in materia.<br />
Il professore spiega schiettamente ai lettori del &#8220;Tamarindo&#8221; quanto sia indispensabile che si stabilisca un dialogo diretto fra giovani di differenti culture e religioni, al fine di favorire una solida comprensione reciproca.</p>
<p>I problemi sono reali e profondi, il confronto fra culture inevitabile: siamo una generazione che non può esimersi dallo sforzarsi di capire e di conseguenza dall&#8217;imparare a convivere con le differenze.<span id="more-994"></span>  A detta del professor Branca qualcosa in tal senso sembra muoversi grazie soprattutto all&#8217;iniziativa di pochi, molto invece ristagna nel chiacchiericcio politico di circostanza. Intanto le giovani generazioni di musulmani italiani aumentano e con esse la necessità di iniziare un serio cammino di conoscenza.</p>
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<p style="text-align: center;"><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/V2G6c9ekt_U&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/V2G6c9ekt_U&#038;hl=it&#038;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>


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		<title>Inno alla grazia 2.0</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2008/08/29/inno-alla-grazia-20/</link>
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		<pubDate>Fri, 29 Aug 2008 03:34:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Berlingieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[costume]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[La straordinarietà dei grandi classici della letteratura risiede nel fatto che sapendoli leggere, essi sono in grado di proporre questioni, temi, problemi validi ed esistenti da sempre. Spesso è proprio in questo che si manifestano il genio dell&#8217;autore e la sua capacità di dare forma ai tratti universali che accompagnano l&#8217;umanità fin dalla sua nascita e che la abbandoneranno solo con la fine. Cogliere e capire l&#8217;essenza della specie umana, intercettare un’indole potenzialmente valida per MacBeth come per Veltroni (il predestinato trama per eliminare il re; cade il governo Prodi) rappresenta, assieme alle scelte formali, la concretizzazione del talento letterario.
Gli esempi si sprecano: il &#8220;Bel Ami&#8221; di Guy de Maupassant non è forse un meraviglioso predecessore dell&#8217;odierno strisciante arrivista, nuova figura professionale dell&#8217;epoca contemporanea? L&#8217;impareggiabile Amleto non ha semplicemente cambiato pelle ed ambiente facendo sognare generazioni di bambini e no ne &#8220;il Re Leone&#8221;? Meglio evitare poi i fin troppo facili parallelismi sulla sconfinata letteratura dei &#8220;patti col diavolo” e gli innumerevoli “Faust” del nostro Parlamento. E poco importa se la nostra generazione crescerà convinta che &#8220;l&#8217;antipolitica&#8221; nacque da un&#8217;intuizione del geniale arruffapopolo Beppe Grillo e non fu fenomeno già in uso dai tempi di Dante; più che di una vitale critica indipendente, l’Italiano medio necessita di continui pretesti per pasciarsi nel suo tipico immobilismo al grido di &#8220;è colpa loro, non mia!&#8221;.
Le sempre più frequenti arringhe decostruttive sono amate per la loro straordinaria comodità. Esse poggiano su problemi sempre più complessi il velo dell’irrisolvibilità, una manna che solleva tutti dallo sforzo di capire e di agire. Tristemente noto che su questa diffusa forma mentis sono capaci di adagiarsi intere società di persone, soprattutto nell’amato sud Italia in ginocchio certo non da oggi. 
Di fronte a tutto ciò sicuramente i classici non possono nulla; a maggior ragione, se non li si preferirà nemmeno ad una puntata di “X Factor”, la comprensione effettiva della realtà rimarrà a livello infimo e con essa la capacità di migliorarla.
Sia ringraziato il cielo che con l&#8217;azienda e/o le amicizie di papà molti potranno in ogni caso batter cassa, il Cayenne e le serate al &#8220;Briatore’s Zoo&#8221; saranno salve, e il resto, infondo, non è che sia poi così importante.
 
Nella letteratura di qualità capita che attorno all&#8217;obiettivo tematico principale gravitino parecchie sfumature spesso capaci di costruire tra autore e lettore un vero ponte comunicativo, propedeutico ad una lettura interessata e completa. Ho vissuto la sensazione che questo ponte funzionasse a dovere l’ultima volta alcuni mesi fa, durante la lettura del “Libro del Cortigiano” e de “Le Vergini delle Rocce” di dannunziana memoria: con queste due opere la connessione classici – attualità mi è parsa talmente necessaria da diventare doverosa.
 
In riferimento all’opera del Castiglione può sembrare strano, di primo acchito, tentare un’interpretazione contemporanea di un trattato in cui la parola “mediocrità” viene trasformata da una delle peggiori offese del ventunesimo secolo ad emblema del sapersi comportare. Nell’epoca in cui stupire significa esistere è forte il rischio di passare per anacronistici nel cercare di capire per quale motivo l’unica opera italiana cinquecentesca conosciuta a menadito nell’Europa dell’ancien régime ha ancora qualcosa da insegnarci. Basta terminare il 1° libro per trovare delle risposte.
Pur riconoscendo senza difficoltà l’istanza omologante del trattato ed il goffo paradosso di insegnare regole di comportamento a chi, in teoria, non dovrebbe necessitare delle lezioni di nessuno, è impossibile non rilevare spunti ricchi di tradizione e di straordinaria necessità.
Il principio fondamentale di tutte le gesta umane è la grazia, “regula universalissima”, colei che deve essere ispiratrice di ogni azione formale e “tecnica”, ma soprattutto sostanziale, come nel caso dei rapporti umani. Il rifiuto delle esagerazioni e dell’artificiosità (per il Canossa uno dei peggiori difetti possibili), l’attenzione alle libertà di cui si può o meno disporre, il rapporto con l’interlocutore verso il quale porsi in modo rispettoso ma schietto, conducono all’obiettivo attraverso una forma che lentamente scivola nella sostanza diventando nobiltà non necessariamente o quantomeno non esclusivamente araldica.
Chissà cosa penserebbe il raffinato espositore della “regula universalissima”, leggendo la feroce concretezza di D’Annunzio, che testualmente sbotta: “(…) si vedevano apparire in carrozze lucidissime i nuovi eletti della fortuna, a cui né il parrucchiere né il sarto né il calzolaio avevan potuto togliere l’impronta ignobile; (…) riconoscibili dalla goffaggine insolente delle loro pose, all’impaccio delle loro mani rapaci (…) E parevano dire: Noi siamo i nuovi padroni di Roma. Inchinatevi!”  
La delicata e ossessiva ricerca della forma che si fa sostanza non trova qui alcuno spazio; quella del Vate è una rabbiosa sequela d’insulti attribuiti ad una borghesia “palazzinara” inarrestabilmente in ascesa, ma palesemente incapace di gestire un cambiamento di stato sociale repentino. Sul misero affresco dannunziano il riferimento all’attualità ha compiti estremamente diversi rispetto agli elaborati ragionamenti cinquecenteschi; non si tratta più di proporre una strada da percorrere, bensì di analizzare un dato di fatto: il trionfo della “non grazia”.
L’immagine dell’involuzione di una classe sociale svincolata da ogni freno, spinta dall’unica volontà di mettere mani ovunque, di dominare, di comprare tutti, di essere il centro del potere, ci proietta bruscamente nell’anno del Signore duemilaotto. Chi parla di regole etiche in economia e di moralità non può che essere un perdente palesemente incapace, alla disperata ricerca di una giustificazione per il suo fallimento. Tutto è mezzo di un solo fine: la propria affermazione.
In questi ultimi ragionamenti è riconoscibile un pensiero esposto meravigliosamente da Roberto Saviano nel suo “Gomorra”; per uno strano scherzo della letteratura la brama di ascesa socioeconomica ed un aspetto della mentalità mafiosa finiscono nello stesso pozzo di riflessioni.
Questo accostamento conclude le mie visionarie considerazioni sulla formale e sostanziale decadenza della grazia, contro la quale l’invito è di opporsi fino all’ultimo respiro.


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			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">La straordinarietà dei grandi classici della letteratura risiede nel fatto che sapendoli leggere, essi sono in grado di proporre questioni, temi, problemi validi ed esistenti da sempre. Spesso è proprio in questo che si manifestano il genio dell&#8217;autore e la sua capacità di dare forma ai tratti universali che accompagnano l&#8217;umanità fin dalla sua nascita e che la abbandoneranno solo con la fine. Cogliere e capire l&#8217;essenza della specie umana, intercettare un’indole potenzialmente valida per MacBeth come per Veltroni (il predestinato trama per eliminare il re; cade il governo Prodi) rappresenta, assieme alle scelte formali, la concretizzazione del talento letterario.</p>
<p class="MsoNormal">Gli esempi si sprecano: il &#8220;Bel Ami&#8221; di Guy de Maupassant non è forse un meraviglioso predecessore dell&#8217;odierno strisciante arrivista, nuova figura professionale dell&#8217;epoca contemporanea? L&#8217;impareggiabile Amleto non ha semplicemente cambiato pelle ed ambiente facendo sognare generazioni di bambini e no ne &#8220;il Re Leone&#8221;? Meglio evitare poi i fin troppo facili parallelismi sulla sconfinata letteratura dei &#8220;patti col diavolo” e gli innumerevoli “Faust” del nostro Parlamento. E poco importa se la nostra generazione crescerà convinta che &#8220;l&#8217;antipolitica&#8221; nacque da un&#8217;intuizione del geniale arruffapopolo Beppe Grillo e non fu fenomeno già in uso dai tempi di Dante; più che di una vitale critica indipendente, l’Italiano medio necessita di continui pretesti per pasciarsi nel suo tipico immobilismo al grido di &#8220;è colpa loro, non mia!&#8221;.</p>
<p class="MsoNormal">Le sempre più frequenti arringhe decostruttive sono amate per la loro straordinaria comodità. Esse poggiano su problemi sempre più complessi il velo dell’irrisolvibilità, una manna che solleva tutti dallo sforzo di capire e di agire. Tristemente noto che su questa diffusa forma mentis sono capaci di adagiarsi intere società di persone, soprattutto nell’amato sud Italia in ginocchio certo non da oggi.<span> </span></p>
<p class="MsoNormal">Di fronte a tutto ciò sicuramente i classici non possono nulla; a maggior ragione, se non li si preferirà nemmeno ad una puntata di “X Factor”, la comprensione effettiva della realtà rimarrà a livello infimo e con essa la capacità di migliorarla.</p>
<p class="MsoNormal">Sia ringraziato il cielo che con l&#8217;azienda e/o le amicizie di papà molti potranno in ogni caso batter cassa, il Cayenne e le serate al &#8220;Briatore’s Zoo&#8221; saranno salve, e il resto, infondo, non è che sia poi così importante.</p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Nella letteratura di qualità capita che attorno all&#8217;obiettivo tematico principale gravitino parecchie sfumature spesso capaci di costruire tra autore e lettore un vero ponte comunicativo, propedeutico ad una lettura interessata e completa. Ho vissuto la sensazione che questo ponte funzionasse a dovere l’ultima volta alcuni mesi fa, durante la lettura del “Libro del Cortigiano” e de “Le Vergini delle Rocce” di dannunziana memoria: con queste due opere la connessione classici – attualità mi è parsa talmente necessaria da diventare doverosa.</p>
<p class="MsoNormal"><img class="alignnone size-full wp-image-343" title="castiglione" src="/wp-content/files/2008/08/castiglione.jpg" alt="" width="350" height="443" /> <img class="alignnone size-full wp-image-344" title="briatore" src="/wp-content/files/2008/08/briatore2.jpg" alt="" width="295" height="443" /></p>
<p class="MsoNormal">In riferimento all’opera del Castiglione può sembrare strano, di primo acchito, tentare un’interpretazione contemporanea di un trattato in cui la parola “mediocrità” viene trasformata da una delle peggiori offese del ventunesimo secolo ad emblema del sapersi comportare. Nell’epoca in cui stupire significa esistere è forte il rischio di passare per anacronistici nel cercare di capire per quale motivo l’unica opera italiana cinquecentesca conosciuta a menadito nell’Europa dell’<em>ancien régime</em> ha ancora qualcosa da insegnarci. Basta terminare il 1° libro per trovare delle risposte.</p>
<p class="MsoNormal">Pur riconoscendo senza difficoltà l’istanza omologante del trattato ed il goffo paradosso di insegnare regole di comportamento a chi, in teoria, non dovrebbe necessitare delle lezioni di nessuno, è impossibile non rilevare spunti ricchi di tradizione e di straordinaria necessità.</p>
<p class="MsoNormal">Il principio fondamentale di tutte le gesta umane è la grazia, “regula universalissima”, colei che deve essere ispiratrice di ogni azione formale e “tecnica”, ma soprattutto sostanziale, come nel caso dei rapporti umani. Il rifiuto delle esagerazioni e dell’artificiosità (per il Canossa uno dei peggiori difetti possibili), l’attenzione alle libertà di cui si può o meno disporre, il rapporto con l’interlocutore verso il quale porsi in modo rispettoso ma schietto, conducono all’obiettivo attraverso una forma che lentamente scivola nella sostanza diventando nobiltà non necessariamente o quantomeno non esclusivamente araldica.</p>
<p class="MsoNormal">Chissà cosa penserebbe il raffinato espositore della “regula universalissima”, leggendo la feroce concretezza di D’Annunzio, che testualmente sbotta: “(…) si vedevano apparire in carrozze lucidissime i nuovi eletti della fortuna, a cui né il parrucchiere né il sarto né il calzolaio avevan potuto togliere l’impronta ignobile; (…) riconoscibili dalla goffaggine insolente delle loro pose, all’impaccio delle loro mani rapaci (…) E parevano dire: Noi siamo i nuovi padroni di Roma. Inchinatevi!” <span> </span></p>
<p class="MsoNormal">La delicata e ossessiva ricerca della forma che si fa sostanza non trova qui alcuno spazio; quella del Vate è una rabbiosa sequela d’insulti attribuiti ad una borghesia “palazzinara” inarrestabilmente in ascesa, ma palesemente incapace di gestire un cambiamento di stato sociale repentino. Sul misero affresco dannunziano il riferimento all’attualità ha compiti estremamente diversi rispetto agli elaborati ragionamenti cinquecenteschi; non si tratta più di proporre una strada da percorrere, bensì di analizzare un dato di fatto: il trionfo della “non grazia”.</p>
<p class="MsoNormal">L’immagine dell’involuzione di una classe sociale svincolata da ogni freno, spinta dall’unica volontà di mettere mani ovunque, di dominare, di comprare tutti, di essere il centro del potere, ci proietta bruscamente nell’anno del Signore duemilaotto. Chi parla di regole etiche in economia e di moralità non può che essere un perdente palesemente incapace, alla disperata ricerca di una giustificazione per il suo fallimento. Tutto è mezzo di un solo fine: la propria affermazione.</p>
<p class="MsoNormal">In questi ultimi ragionamenti è riconoscibile un pensiero esposto meravigliosamente da Roberto Saviano nel suo “Gomorra”; per uno strano scherzo della letteratura la brama di ascesa socioeconomica ed un aspetto della mentalità mafiosa finiscono nello stesso pozzo di riflessioni.</p>
<p class="MsoNormal">Questo accostamento conclude le mie visionarie considerazioni sulla formale e sostanziale decadenza della grazia, contro la quale l’invito è di opporsi fino all’ultimo respiro.</p>


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