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	<title>The Tamarind &#187; Francesca Livia Mangani Cammilli</title>
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		<title>Tra dilettantismo e professionalità</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 10:34:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Livia Mangani Cammilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[consigli]]></category>
		<category><![CDATA[corsi di teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[
Le accademie di recitazione, quelle con le &#8220;A&#8221; e le &#8220;R&#8221; maiuscole, quelle che hanno &#8211; o hanno avuto &#8211; docenti come Gassman, Proietti, Ronconi, Strehler, qui non sono in discussione.
Di fronte a cotanta arte &#8211; e artisti &#8211; c&#8217;è solo da ringraziare la Musa del Teatro, e sperare che i suddetti artisti continuino a prestare la loro opera meritoria il più a lungo possibile.
L&#8217;argomento di questo scritto è quella mala erba nota col nome vulgaris di &#8220;corsi di teatro&#8221;, una gramigna infestante e potenzialmente pericolosa che nel corso dell&#8217;ultimo decennio si è infiltrata nel più profondo tessuto connettivo delle nostre città.
Infestante perché è, letteralmente, ovunque. Non c&#8217;è grande città, capoluogo di Regione o sperduto borghetto medievale che non abbia almeno un laboratorio di quartiere. E&#8217; il nuovo status symbol metropolitano.
Pericolosa perché il rischio concreto è che passi l&#8217;idea che chiunque può fare e, peggio ancora, insegnare recitazione.
Allora, questo articolo vuol essere una raccolta di consigli, tra il serio e il faceto, per mettervi in guardia dagli spacciatori d&#8217;arte a buon mercato (ma a caro prezzo).
Prima cosa, ma non tanto ovvia, e parlo per esperienza personale: documentatevi.
Avete il diritto di sapere chi è la persona che vi sta di fronte, e pretende d&#8217;insegnarvi a recitare. Dovreste poter conoscere il suo percorso artistico, oltre che umano, le strade che l&#8217;hanno portato fino a voi, e le competenze acquisite lungo la strada. Fate domande, e ascoltate le risposte. Poi giudicate.
Dovrebbe suonare un campanello d&#8217;allarme se le fantomatiche scuole di teatro delegano la gestione dei corsi quasi esclusivamente ad ex allievi appena usciti dal triennio (durata standard dei laboratori), la cui unica, e sottolineo unica, esperienza teatrale consiste in discutibili saggi di fine anno sotto l&#8217;ala protettrice delle suddette scuole.
E&#8217; come affidare una craniotomia alle tremolanti mani di un ventenne spaurito al primo giorno di tirocinio in ospedale. Vi offrireste volontari?
Dal momento che &#8211; purtroppo &#8211; in Italia non esiste (ancora, e speriamo non per molto) un albo professionale che riunisca gli attori ed i registi, un buon indice per valutarne serieta&#8217; e competenza potrebbe essere l&#8217;esperienza sul campo. Ho già avuto modo di parlarne in un altro articolo: informatevi sulle esperienze, singole o di Compagnia, maturate al di fuori dei confini cittadini/regionali/nazionali: il saggio di fine anno è divertente, ma recitare davanti ad un pubblico dove non ci sono genitori/amici/parenti vuol dire recitare davanti ad un pubblico vero. Ed è tutta un&#8217;altra storia.
C&#8217;è una differenza abissale fra non professionisti e non professionali. Non confondeteli mai. Chi appartiene alla prima categoria, se è serio e lavora con passione, farà di tutto per evitare di finire nella seconda. Il che ci porta direttamente al prossimo punto.
Dopo avere esaminato le esperienze, passate alle collaborazioni. L&#8217;ambiente del teatro è piccolo, il &#8220;si conoscono tutti&#8221; non è un modo di dire, per cui non è raro che dei &#8220;non professionisti&#8221; professionali abbiano lavorato o collaborino stabilmente con affermati professionisti. E questo è, di per sé, una garanzia di merito. Gli attori professionisti sono una categoria vanitosa e tendenzialmente egoriferita, non accetterebbero mai di collaborare con persone la cui mancanza di talento possa rischiare di offuscare il loro.
E già che siamo a parlare di collaborazioni, soffermiamoci su quelle internazionali. Il campanilismo italico getta la sua ombra lunga anche sul mondo del teatro: è l&#8217;altro lato della medaglia del &#8220;si conoscono tutti&#8221;. Ma i corsi di aggiornamento esistono anche nel mondo del teatro, e si chiamano seminari e stages. Tenuti da vere e proprie autorità nel campo, permettono di confrontarsi con docenti e discenti provenienti da ogni parte del mondo, in uno scambio di saperi ed esperienze che non ha eguali.  Se chi pretende d&#8217;insegnarvi non ha mai preso parte ad uno di questi incontri in vita sua, forse è perché pensa di sapere già tutto quello che c&#8217;è da sapere su teatro. Alzate il livello di guardia.
Naturalmente, quanto detto sopra è valido anche per le maestranze, la cui opera in teatro vale quanto, se non di più, quella di attori e registi. Addetti luci, fotografi, p.r., grafici, scenografi, costumisti, musicisti: se hanno un sito dove poter vedere i lavori che hanno fatto/stanno facendo, è un buon inizio. Nuovamente, possono non essere necessariamente professionisti, ma devono assolutamente essere professionali.
Questionario a risposta chiusa. La scuola prende il nome da un singolo attore o regista, oppure è stata creata da un individuo che ha come grande &#8211; e ci sorge il dubbio, unico &#8211; merito quello di essere stato &#8220;Allievo Di&#8221;? L&#8217;ultima esperienza da attore dell&#8217;AllievoDi risale ai bei tempi andati, diversi lustri or sono,  in cui era ancora vivo il suo insostituibile maestro? Questo famigerato AllievoDi si materializza misteriosamente solo al momento di ricevere l&#8217;applauso del pubblico di amici/parenti? Evita come la peste di seguire la crescita del gruppo e la costruzione degli spettacoli, lasciando tale plebea incombenza agli ex allievi di cui sopra? Allarme rosso: siete di fronte ad un conclamato caso di &#8220;gli onori me li prendo, ma gli oneri nemmeno per sogno&#8221;.
Permettetemi una parola anche sul Grande Assente in molte di queste scuole: lo spirito d&#8217;innovazione. Ci vuole coraggio, siamo d&#8217;accordo. E ci vuole anche una buona dose di inventiva. Ma si può, giuro. Si può fare un corso di teatro, e addirittura un saggio di fine anno senza tirare sempre fuori le opere di Shakespeare. Che sono meravigliose, eccelse, indiscutibili, però&#8230; però a volte, proprio per questo, rappresentano la via di fuga più rapida degli insegnanti privi di talento.
Insomma, il Bardo è un&#8217;istituzione, nessuno si sognerebbe di criticarlo! La diretta conseguenza? E&#8217; più facile che una regia mediocre (e i vani insegnamenti di un anno di lezioni) passi in secondo piano.
Se la maggior parte dei lavori presentati dalla scuola che avete scelto riguarda l&#8217;Eletto, o altre opere ugualmente ed universalmente conosciute, chiedetevi se il motivo possa essere questo. Accade più spesso di quanto potreste pensare.
Infine, fate attenzione ad una delle piu&#8217; infide trappole in cui potreste imbattervi girovagando per i meandri di oscure scuole di teatro: il delirio d&#8217;onnipotenza. Se gli allievi dell&#8217;AllievoDi sostengono  di potervi ...


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4128" title="dilettantismo1" src="/wp-content/files/2009/10/dilettantismo1-300x214.jpg" alt="dilettantismo1" width="300" height="214" /></p>
<p>Le accademie di recitazione, quelle con le &#8220;A&#8221; e le &#8220;R&#8221; maiuscole, quelle che hanno &#8211; o hanno avuto &#8211; docenti come Gassman, Proietti, Ronconi, Strehler, qui non sono in discussione.<br />
Di fronte a cotanta arte &#8211; e artisti &#8211; c&#8217;è solo da ringraziare la Musa del Teatro, e sperare che i suddetti artisti continuino a prestare la loro opera meritoria il più a lungo possibile.</p>
<p>L&#8217;argomento di questo scritto è quella mala erba nota col nome vulgaris di &#8220;corsi di teatro&#8221;, una gramigna infestante e potenzialmente pericolosa che nel corso dell&#8217;ultimo decennio si è infiltrata nel più profondo tessuto connettivo delle nostre città.<br />
Infestante perché è, letteralmente, ovunque. Non c&#8217;è grande città, capoluogo di Regione o sperduto borghetto medievale che non abbia almeno un laboratorio di quartiere. E&#8217; il nuovo status symbol metropolitano.<br />
Pericolosa perché il rischio concreto è che passi l&#8217;idea che chiunque può fare e, peggio ancora, insegnare recitazione.</p>
<p>Allora, questo articolo vuol essere una raccolta di consigli, tra il serio e il faceto, per mettervi in guardia dagli spacciatori d&#8217;arte a buon mercato (ma a caro prezzo).<br />
Prima cosa, ma non tanto ovvia, e parlo per esperienza personale: documentatevi.<br />
Avete il diritto di sapere chi è la persona che vi sta di fronte, e pretende d&#8217;insegnarvi a recitare. Dovreste poter conoscere il suo percorso artistico, oltre che umano, le strade che l&#8217;hanno portato fino a voi, e le competenze acquisite lungo la strada. Fate domande, e ascoltate le risposte. Poi giudicate.<br />
Dovrebbe suonare un campanello d&#8217;allarme se le fantomatiche scuole di teatro delegano la gestione dei corsi quasi esclusivamente ad ex allievi appena usciti dal triennio (durata standard dei laboratori), la cui unica, e sottolineo unica, esperienza teatrale consiste in discutibili saggi di fine anno sotto l&#8217;ala protettrice delle suddette scuole.<br />
E&#8217; come affidare una craniotomia alle tremolanti mani di un ventenne spaurito al primo giorno di tirocinio in ospedale. Vi offrireste volontari?<br />
Dal momento che &#8211; purtroppo &#8211; in Italia non esiste (ancora, e speriamo non per molto) un albo professionale che riunisca gli attori ed i registi, un buon indice per valutarne serieta&#8217; e competenza potrebbe essere l&#8217;esperienza sul campo. Ho già avuto modo di parlarne in un altro articolo: informatevi sulle esperienze, singole o di Compagnia, maturate al di fuori dei confini cittadini/regionali/nazionali: il saggio di fine anno è divertente, ma recitare davanti ad un pubblico dove non ci sono genitori/amici/parenti vuol dire recitare davanti ad un pubblico vero. Ed è tutta un&#8217;altra storia.<br />
C&#8217;è una differenza abissale fra non professionisti e non professionali. Non confondeteli mai. Chi appartiene alla prima categoria, se è serio e lavora con passione, farà di tutto per evitare di finire nella seconda. Il che ci porta direttamente al prossimo punto.<br />
Dopo avere esaminato le esperienze, passate alle collaborazioni. L&#8217;ambiente del teatro è piccolo, il &#8220;si conoscono tutti&#8221; non è un modo di dire, per cui non è raro che dei &#8220;non professionisti&#8221; professionali abbiano lavorato o collaborino stabilmente con affermati professionisti. E questo è, di per sé, una garanzia di merito. Gli attori professionisti sono una categoria vanitosa e tendenzialmente egoriferita, non accetterebbero mai di collaborare con persone la cui mancanza di talento possa rischiare di offuscare il loro.<br />
E già che siamo a parlare di collaborazioni, soffermiamoci su quelle internazionali. Il campanilismo italico getta la sua ombra lunga anche sul mondo del teatro: è l&#8217;altro lato della medaglia del &#8220;si conoscono tutti&#8221;. Ma i corsi di aggiornamento esistono anche nel mondo del teatro, e si chiamano seminari e stages. Tenuti da vere e proprie autorità nel campo, permettono di confrontarsi con docenti e discenti provenienti da ogni parte del mondo, in uno scambio di saperi ed esperienze che non ha eguali.  Se chi pretende d&#8217;insegnarvi non ha mai preso parte ad uno di questi incontri in vita sua, forse è perché pensa di sapere già tutto quello che c&#8217;è da sapere su teatro. Alzate il livello di guardia.<br />
Naturalmente, quanto detto sopra è valido anche per le maestranze, la cui opera in teatro vale quanto, se non di più, quella di attori e registi. Addetti luci, fotografi, p.r., grafici, scenografi, costumisti, musicisti: se hanno un sito dove poter vedere i lavori che hanno fatto/stanno facendo, è un buon inizio. Nuovamente, possono non essere necessariamente professionisti, ma devono assolutamente essere professionali.</p>
<p>Questionario a risposta chiusa. La scuola prende il nome da un singolo attore o regista, oppure è stata creata da un individuo che ha come grande &#8211; e ci sorge il dubbio, unico &#8211; merito quello di essere stato &#8220;Allievo Di&#8221;? L&#8217;ultima esperienza da attore dell&#8217;AllievoDi risale ai bei tempi andati, diversi lustri or sono,  in cui era ancora vivo il suo insostituibile maestro? Questo famigerato AllievoDi si materializza misteriosamente solo al momento di ricevere l&#8217;applauso del pubblico di amici/parenti? Evita come la peste di seguire la crescita del gruppo e la costruzione degli spettacoli, lasciando tale plebea incombenza agli ex allievi di cui sopra? Allarme rosso: siete di fronte ad un conclamato caso di &#8220;gli onori me li prendo, ma gli oneri nemmeno per sogno&#8221;.<br />
Permettetemi una parola anche sul Grande Assente in molte di queste scuole: lo spirito d&#8217;innovazione. Ci vuole coraggio, siamo d&#8217;accordo. E ci vuole anche una buona dose di inventiva. Ma si può, giuro. Si può fare un corso di teatro, e addirittura un saggio di fine anno senza tirare sempre fuori le opere di Shakespeare. Che sono meravigliose, eccelse, indiscutibili, però&#8230; però a volte, proprio per questo, rappresentano la via di fuga più rapida degli insegnanti privi di talento.<img class="alignright size-medium wp-image-4129" title="dilettantismo2" src="/wp-content/files/2009/10/dilettantismo2-300x171.jpg" alt="dilettantismo2" width="300" height="171" /><br />
Insomma, il Bardo è un&#8217;istituzione, nessuno si sognerebbe di criticarlo! La diretta conseguenza? E&#8217; più facile che una regia mediocre (e i vani insegnamenti di un anno di lezioni) passi in secondo piano.<br />
Se la maggior parte dei lavori presentati dalla scuola che avete scelto riguarda l&#8217;Eletto, o altre opere ugualmente ed universalmente conosciute, chiedetevi se il motivo possa essere questo. Accade più spesso di quanto potreste pensare.<br />
Infine, fate attenzione ad una delle piu&#8217; infide trappole in cui potreste imbattervi girovagando per i meandri di oscure scuole di teatro: il delirio d&#8217;onnipotenza. Se gli allievi dell&#8217;AllievoDi sostengono  di potervi insegnare tutto quello che dovete sapere sull&#8217;arte della recitazione, dizione, movimento, respirazione, espressione corporea, e vi guardano pure male se vi scappa detto che avete già versato la caparra per il prossimo seminario del Living Theatre, fuggite a gambe levate.<br />
E rifiutatevi anche di pagare l&#8217;ultimo trimestre.</p>


<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Se una notte d’estate un manipolo di teatranti</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Aug 2009 12:41:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Livia Mangani Cammilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[compagnia teatrale]]></category>
		<category><![CDATA[festival]]></category>
		<category><![CDATA[trasferta]]></category>

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		<description><![CDATA[Prendete una decina di attori, un paio di tecnici, un regista e qualche &#8220;aficionados&#8221;.
Prendete una rassegna teatrale alla quale i nostri partecipano in trasferta intercittadina, anche se non (ancora) interregionale.
Aggiungete una buona dose di spirito di gruppo e &#8211; ardisco &#8211; amicizia, improvvisi cambi di programma all&#8217;ultimo secondo, qualche principio d&#8217;insolazione e crisi di nervi sparse qua e là.
Condite il tutto con il panorama meraviglioso del mare elbano d&#8217;inizio estate, e con quello molto meno entusiasmante del camping dove i nostri alloggiano dividendo i già ristrettissimi spazi vitali con una fauna locale decisamente troppo desiderosa di fare amicizia.
Otterrete la ricetta perfetta per ciò che potremmo definire una fra le esperienze più belle, importanti e formative che un gruppo di persone unite dal sacro fuoco dell&#8217;arte teatrale possano sperimentare: rappresentare uno spettacolo in luoghi diversi da quelli, angusti ma rassicuranti, di casa propria.
Ancor più, rappresentarlo per partecipare ad un concorso e, come logica conseguenza, in competizione con altri gruppi teatrali animati dalle stesse belle speranze.
Come ben sa chi ha avuto la fortuna di sperimentare l&#8217;emozione che vi sto raccontando, salire su un palco è di per sé un&#8217;esperienza esaltante, in grado di unire in maniera profonda (e spesso altrettanto profondamente incomprensibile per chi osserva il fenomeno dall&#8217;esterno) percorsi di vita e d&#8217;arte che altrimenti sarebbe difficile immaginare collegati.
Se volessimo analizzare questo processo, troveremmo sicuramente l&#8217;adrenalina legata al momento dell&#8217;esibizione, che (e per molti è stata la prima volta) vedeva la presenza di un pubblico non &#8220;addomesticato&#8221;, cioè non composto da amici/parenti/conoscenti, come invece capita durante i vari spettacoli/saggi/esibizioni rappresentati da una giovane compagnia amatoriale.
Un pubblico vero, che non fa sconti e non applaude per amicizia; quello, insomma, che alla fine è il solo giudice dell&#8217;operato di un attore professionista.
E&#8217; una realtà innegabile: se uno spettacolo non incontra i favori di chi si è scomodato a pagare il biglietto &#8211; o semplicemente si è scomodato ad uscire di casa per raggiungere quel Paese dei Balocchi che è il Teatro &#8211; c&#8217;è chiaramente qualcosa che manca.
Nella migliore delle ipotesi (perché possono essere lacune colmabili; è difficile, ma si può fare) si tratta di mancanze registiche, di errori di sceneggiatura o di interpretazione. Nella peggiore, quel che manca è il talento, e allora è tutto molto, molto più complicato, perché non c&#8217;è nome di grido, produzione milionaria o artifici tecnologici che possano supplire a questo.
 
Diffidate sempre di un teatrante che lamenta d&#8217;essere un genio incompreso e sostiene di non curarsi della reazione della platea perché &#8220;tanto quello che conta è essere soddisfatti di se stessi e aver fiducia nel proprio talento&#8221;.
Tutte balle.
Ogni attore desidera essere adorato dal pubblico; vuole, fortissimamente vuole ogni singolo &#8220;Bravo!&#8221; che riuscirà ad ottenere.
L&#8217;attore vive per i suoi spettatori ed è tale in funzione di essi &#8211; altrimenti si accontenterebbe di recitare Shakespeare davanti allo specchio di camera sua &#8211; e ha sempre disperatamente bisogno di un pubblico, possibilmente plaudente.
Chi vi dice il contrario mente.
 
Capita così che anche digiunare per ore, dormire poco o niente, dividere la doccia con scarafaggi più grandi del campioncino di shampoo che ti sei portato per fartela, la doccia, viaggiare in sette su un&#8217;unica macchina mettendo a rischio i punti della patente dell&#8217;autista e la mobilità articolare dei passeggeri, capita che tutto questo diventi un&#8217;esperienza di cui sorridere, da ricordare con affetto e un pizzico di nostalgia.
Fino alla prossima &#8220;tournée&#8221;.
 
P.S. Giusto per dovere di cronaca, ci tengo a dire che il lavoro che abbiamo presentato al festival è stato molto apprezzato sia dagli &#8220;addetti ai lavori&#8221; che dal pubblico &#8220;vero&#8221; di cui sopra, tant&#8217;è che uno degli attori, a cui va la mia &#8211; ma sono sicura di parlare anche a nome del resto della compagnia &#8211; più profonda stima umana e artistica, si è meritatamente aggiudicato il Premio come Miglior Attore non Protagonista.
Chissà se nella foto che riunisce tutta la Compagnia (ad eccezione del nostro regista, che sono convinta sia diretto discendente di una di quelle tribù africane per le quali farsi scattare una foto equivaleva a venire derubati dell&#8217;anima, e dei meravigliosi tecnici, forse già in altre faccende affaccendati), scattata la sera precedente l&#8217;esibizione sulle gradinate dell&#8217;anfiteatro che ospitava il festival, si sarebbe immaginato tutto questo.
Io, Matteo, ne ero sicura.


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3790" title="foto1" src="/wp-content/files/2009/08/foto1-300x225.jpg" alt="foto1" width="300" height="225" />Prendete una decina di attori, un paio di tecnici, un regista e qualche &#8220;aficionados&#8221;.</p>
<p>Prendete una rassegna teatrale alla quale i nostri partecipano in trasferta intercittadina, anche se non (ancora) interregionale.</p>
<p>Aggiungete una buona dose di spirito di gruppo e &#8211; ardisco &#8211; amicizia, improvvisi cambi di programma all&#8217;ultimo secondo, qualche principio d&#8217;insolazione e crisi di nervi sparse qua e là.</p>
<p>Condite il tutto con il panorama meraviglioso del mare elbano d&#8217;inizio estate, e con quello molto meno entusiasmante del camping dove i nostri alloggiano dividendo i già ristrettissimi spazi vitali con una fauna locale decisamente troppo desiderosa di fare amicizia.</p>
<p>Otterrete la ricetta perfetta per ciò che potremmo definire una fra le esperienze più belle, importanti e formative che un gruppo di persone unite dal sacro fuoco dell&#8217;arte teatrale possano sperimentare: rappresentare uno spettacolo in luoghi diversi da quelli, angusti ma rassicuranti, di casa propria.</p>
<p>Ancor più, rappresentarlo per partecipare ad un concorso e, come logica conseguenza, in competizione con altri gruppi teatrali animati dalle stesse belle speranze.</p>
<p>Come ben sa chi ha avuto la fortuna di sperimentare l&#8217;emozione che vi sto raccontando, salire su un palco è di per sé un&#8217;esperienza esaltante, in grado di unire in maniera profonda (e spesso altrettanto profondamente incomprensibile per chi osserva il fenomeno dall&#8217;esterno) percorsi di vita e d&#8217;arte che altrimenti sarebbe difficile immaginare collegati.</p>
<p>Se volessimo analizzare questo processo, troveremmo sicuramente l&#8217;adrenalina legata al momento dell&#8217;esibizione, che (e per molti è stata la prima volta) vedeva la presenza di un pubblico non &#8220;addomesticato&#8221;, cioè non composto da amici/parenti/conoscenti, come invece capita durante i vari spettacoli/saggi/esibizioni rappresentati da una giovane compagnia amatoriale.</p>
<p>Un pubblico vero, che non fa sconti e non applaude per amicizia; quello, insomma, che alla fine è il solo giudice dell&#8217;operato di un attore professionista.</p>
<p>E&#8217; una realtà innegabile: se uno spettacolo non incontra i favori di chi si è scomodato a pagare il biglietto &#8211; o semplicemente si è scomodato ad uscire di casa per raggiungere quel Paese dei Balocchi che è il Teatro &#8211; c&#8217;è chiaramente qualcosa che manca.</p>
<p>Nella migliore delle ipotesi (perché possono essere lacune colmabili; è difficile, ma si può fare) si tratta di mancanze registiche, di errori di sceneggiatura o di interpretazione. Nella peggiore, quel che manca è il talento, e allora è tutto molto, molto più complicato, perché non c&#8217;è nome di grido, produzione milionaria o artifici tecnologici che possano supplire a questo.</p>
<p> </p>
<p>Diffidate sempre di un teatrante che lamenta d&#8217;essere un genio incompreso e sostiene di non curarsi della reazione della platea perché &#8220;tanto quello che conta è essere soddisfatti di se stessi e aver fiducia nel proprio talento&#8221;.</p>
<p>Tutte balle.</p>
<p>Ogni attore desidera essere adorato dal pubblico; vuole, fortissimamente vuole ogni singolo &#8220;Bravo!&#8221; che riuscirà ad ottenere.</p>
<p>L&#8217;attore vive per i suoi spettatori ed è tale in funzione di essi &#8211; altrimenti si accontenterebbe di recitare Shakespeare davanti allo specchio di camera sua &#8211; e ha sempre disperatamente bisogno di un pubblico, possibilmente plaudente.</p>
<p>Chi vi dice il contrario mente.<img class="alignright size-medium wp-image-3792" title="foto2" src="/wp-content/files/2009/08/foto2-300x225.jpg" alt="foto2" width="300" height="225" /></p>
<p> </p>
<p>Capita così che anche digiunare per ore, dormire poco o niente, dividere la doccia con scarafaggi più grandi del campioncino di shampoo che ti sei portato per fartela, la doccia, viaggiare in sette su un&#8217;unica macchina mettendo a rischio i punti della patente dell&#8217;autista e la mobilità articolare dei passeggeri, capita che tutto questo diventi un&#8217;esperienza di cui sorridere, da ricordare con affetto e un pizzico di nostalgia.</p>
<p>Fino alla prossima &#8220;tournée&#8221;.</p>
<p> </p>
<p>P.S. Giusto per dovere di cronaca, ci tengo a dire che il lavoro che abbiamo presentato al festival è stato molto apprezzato sia dagli &#8220;addetti ai lavori&#8221; che dal pubblico &#8220;vero&#8221; di cui sopra, tant&#8217;è che uno degli attori, a cui va la mia &#8211; ma sono sicura di parlare anche a nome del resto della compagnia &#8211; più profonda stima umana e artistica, si è meritatamente aggiudicato il Premio come Miglior Attore non Protagonista.</p>
<p>Chissà se nella foto che riunisce tutta la Compagnia (ad eccezione del nostro regista, che sono convinta sia diretto discendente di una di quelle tribù africane per le quali farsi scattare una foto equivaleva a venire derubati dell&#8217;anima, e dei meravigliosi tecnici, forse già in altre faccende affaccendati), scattata la sera precedente l&#8217;esibizione sulle gradinate dell&#8217;anfiteatro che ospitava il festival, si sarebbe immaginato tutto questo.</p>
<p>Io, Matteo, ne ero sicura.</p>


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		<title>Macbeth at the Bargello</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/07/06/macbeth-at-bargello/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 22:19:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Livia Mangani Cammilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bargello]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Firenze]]></category>
		<category><![CDATA[Macbeth]]></category>
		<category><![CDATA[Shakespeare]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
Something wicked this way comes / Qualcosa di maligno si avvicina
Macbeth di William Shakespeare in inglese con sottotitoli in italiano
Ideazione e regia di Shaun Loftus
 
8-12 Luglio 2009, ore 21.00 (durata circa 1h 30&#8242;)
Firenze, Museo Nazionale del Bargello
 
Sono veramente tanti gli elementi di assoluta novità che caratterizzano questo allestimento del Macbeth che sarà portato in scena nel cortile del Museo Nazionale del Bargello a Firenze dalla compagnia teatrale F.E.S.T.A. dall&#8217;8 al 12 Luglio. A cominciare dal fatto che per la prima volta in assoluto, un dramma di Shakespeare verrà recitato in lingua inglese a Firenze all&#8217;interno di uno dei più prestigiosi musei della città. Un ambizioso progetto che si realizza anche grazie alla partnership con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, il Museo del Bargello, l&#8217;Associazione Amici del Bargello, il Teatro della Pergola e il British Institute, nel quadro di una collaborazione ampia con istituzioni cittadine che ha l&#8217;obiettivo di offrire alla città un evento che valorizza nel modo migliore lo spirito del teatro di William Shakespeare.
Questo allestimento in lingua originale con sottotitoli in italiano, porterà inoltre in scena una serie di spettacolari duelli e combattimenti a fil di spada, cosa piuttosto rara nel panorama teatrale italiano, ideati e coreografati dal noto maestro d&#8217;armi americano Ted Sharon.
Quanto al cast, si tratta di un gruppo di attori provenienti da tutt&#8217;Italia, dall&#8217;Inghilterra e dagli Stati Uniti, che mescola in egual misura giovani promesse, scoperte da F.E.S.T.A., ed attori esperti che hanno costruito il loro successo nei più famosi teatri di Broadway. F.E.S.T.A. si è sempre prodigata per promuovere un ambiente di lavoro fortemente internazionale, autenticamente multiculturale, multietnico e interdisciplinare.
Macbeth è una delle opere più agili e conosciute di Shakespeare, ma la regista Shaun Loftus ne sta preparando un allestimento molto lontano dalle interpretazioni più tradizionali e ponderose, tutte virate sulla questione morale della colpa e del castigo. L&#8217;allestimento di F.E.S.T.A. è veloce e dinamico (poco più di un&#8217;ora e mezzo), in tre atti invece di cinque, e tutto impregnato di sensualità, gioventù e spregiudicatezza. Una sensualità arcaica e  selvaggia che corre come una corrente elettrica tra MacBeth e Lady MacBeth. La regista ha inoltre voluto restituire centralità anche ad altre forze arcaiche ed elementari, e cioè a un soprannaturale che fa parte del reale a pieno titolo: il fato è tangibile, profezie, incantesimi e forze invisibili hanno un potere eloquente, le maledizioni uccidono. Le streghe rappresentano la forza remota e archetipica che ha dato forma all&#8217;umanità, sono le tre Parche che filano, misurano e recidono le nostre vite. Non si tratta di una lotta tra bene e male, ma della resa dei conti di un mondo i cui i paradigmi sono a un crocevia e un nuovo modello di umanità sta distruggendo l&#8217;antico ordine naturale. Ma le potenze di questo antico ordine naturale non permettono agli uomini di dimenticarsi semplicemente di loro e del loro culto; non permettono che gli uomini le lascino semplicemente svanire nell&#8217;oblio.
Dal 2007 l&#8217;associazione F.E.S.T.A. &#8211; Florence English Speaking Theatrical Artists promuove un&#8217;esperienza teatrale bilingue rivolta all&#8217;intera comunità fiorentina, diffondendo la cultura del teatro e la lingua inglese sul territorio e promuovendo il progetto di una città dinamica che si arricchisce del dialogo fra le culture. F.E.S.T.A. comprende un gruppo di professionisti del teatro e artisti multidisciplinari impegnati a creare un nuovo modello di teatro multiculturale.
L&#8217;esperienza di quest&#8217;anno non vuole rimanere unica ma anzi consolidarsi e ripetersi ogni anno con una diversa proposta shakespeariana, sempre in uno spirito di collaborazione tra diverse istituzioni. E già si annuncia, per il 2010, un programma shakespeariano ancora più ricco!
Info: http://www.themacbethproject.org


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			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p align="center"><strong><em><img class="alignleft size-medium wp-image-3656" title="macbeth-small-poster" src="/wp-content/files/2009/07/macbeth-small-poster1-203x300.jpg" alt="macbeth-small-poster" width="203" height="300" />Something wicked this way comes / Qualcosa di maligno si avvicina</em></strong><em></em></p>
<p align="center">Macbeth di William Shakespeare in inglese con sottotitoli in italiano</p>
<p align="center">Ideazione e regia di Shaun Loftus</p>
<p align="center"> </p>
<p align="center">8-12 Luglio 2009, ore 21.00 (durata circa 1h 30&#8242;)</p>
<p align="center">Firenze, Museo Nazionale del Bargello</p>
<p align="center"> </p>
<p>Sono veramente tanti gli elementi di assoluta novità che caratterizzano questo allestimento del Macbeth che sarà portato in scena nel cortile del Museo Nazionale del Bargello a Firenze dalla compagnia teatrale <strong>F.E.S.T.A.</strong> dall&#8217;8 al 12 Luglio. A cominciare dal fatto che per la prima volta in assoluto, un dramma di Shakespeare verrà recitato in lingua inglese a Firenze all&#8217;interno di uno dei più prestigiosi musei della città. Un ambizioso progetto che si realizza anche grazie alla partnership con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, il Museo del Bargello, l&#8217;Associazione Amici del Bargello, il Teatro della Pergola e il British Institute, nel quadro di una collaborazione ampia con istituzioni cittadine che ha l&#8217;obiettivo di offrire alla città un evento che valorizza nel modo migliore lo spirito del teatro di William Shakespeare.</p>
<p>Questo allestimento in lingua originale con sottotitoli in italiano, porterà inoltre in scena una serie di spettacolari duelli e combattimenti a fil di spada, cosa piuttosto rara nel panorama teatrale italiano, ideati e coreografati dal noto maestro d&#8217;armi americano Ted Sharon.</p>
<p>Quanto al cast, si tratta di un gruppo di attori provenienti da tutt&#8217;Italia, dall&#8217;Inghilterra e dagli Stati Uniti, che mescola in egual misura giovani promesse, scoperte da F.E.S.T.A., ed attori esperti che hanno costruito il loro successo nei più famosi teatri di Broadway. F.E.S.T.A. si è sempre prodigata per promuovere un ambiente di lavoro fortemente internazionale, autenticamente multiculturale, multietnico e interdisciplinare.</p>
<p>Macbeth è una delle opere più agili e conosciute di Shakespeare, ma la regista Shaun Loftus ne sta preparando un allestimento molto lontano dalle interpretazioni più tradizionali e ponderose, tutte virate sulla questione morale della colpa e del castigo. L&#8217;allestimento di F.E.S.T.A. è veloce e dinamico (poco più di un&#8217;ora e mezzo), in tre atti invece di cinque, e tutto impregnato di sensualità, gioventù e spregiudicatezza. Una sensualità arcaica e  selvaggia che corre come una corrente elettrica tra MacBeth e Lady MacBeth. La regista ha inoltre voluto restituire centralità anche ad altre forze arcaiche ed elementari, e cioè a un soprannaturale che fa parte del reale a pieno titolo: il fato è tangibile, profezie, incantesimi e forze invisibili hanno un potere eloquente, le maledizioni uccidono. Le streghe rappresentano la forza remota e archetipica che ha dato forma all&#8217;umanità, sono le tre Parche che filano, misurano e recidono le nostre vite. Non si tratta di una lotta tra bene e male, ma della resa dei conti di un mondo i cui i paradigmi sono a un crocevia e un nuovo modello di umanità sta distruggendo l&#8217;antico ordine naturale. Ma le potenze di questo antico ordine naturale non permettono agli uomini di dimenticarsi semplicemente di loro e del loro culto; non permettono che gli uomini le lascino semplicemente svanire nell&#8217;oblio.</p>
<p>Dal 2007 l&#8217;associazione F.E.S.T.A. &#8211; Florence English Speaking Theatrical Artists promuove un&#8217;esperienza teatrale bilingue rivolta all&#8217;intera comunità fiorentina, diffondendo la cultura del teatro e la lingua inglese sul territorio e promuovendo il progetto di una città dinamica che si arricchisce del dialogo fra le culture. F.E.S.T.A. comprende un gruppo di professionisti del teatro e artisti multidisciplinari impegnati a creare un nuovo modello di teatro multiculturale.<img class="alignright size-medium wp-image-3657" title="macbethelady4" src="/wp-content/files/2009/07/macbethelady4-300x199.jpg" alt="macbethelady4" width="300" height="199" /></p>
<p>L&#8217;esperienza di quest&#8217;anno non vuole rimanere unica ma anzi consolidarsi e ripetersi ogni anno con una diversa proposta shakespeariana, sempre in uno spirito di collaborazione tra diverse istituzioni. E già si annuncia, per il 2010, un programma shakespeariano ancora più ricco!</p>
<p><strong>Info:</strong> <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.themacbethproject.org" target="_blank">http://www.themacbethproject.org</a></span></p>


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		<title>Teatro e Psiche</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2009/03/30/teatro-e-psiche/</link>
		<comments>https://thetamarind.eu/2009/03/30/teatro-e-psiche/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 15:04:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Livia Mangani Cammilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella riabilitazione  di pazienti affetti da disturbi psichiatrici le attività di supporto utilizzate in sinergia con la comune terapia farmacologica sono molteplici. Ognuna di esse possiede una propria specifica validità, ma è indubbio che l’attività teatrale sia fra quelle che maggiormente porta a risultati concreti.
Secondo Jerzy Grotowsji, uno dei padri fondatori delle moderne tecniche di recitazione, il teatro, nella sua più autentica essenza, è “ciò che accade tra attore e spettatore”. Essi condividono la cornice del “come se”:  l’attore mettendo in gioco se stesso dentro lo spazio della realtà drammatica, lo spettatore applicando quella che il drammaturgo inglese Samuel Coleridge ha genialmente definito “l’intenzionale sospensione dell’incredulità” e quindi, per estensione, del giudizio.
Infatti, soltanto nel momento in cui chi assiste alla rappresentazione scenica accetta di trovarsi di fronte ad eventi che non hanno niente a che fare con la razionalità, sarà possibile un vero interscambio emotivo.
Se proviamo a considerare la malattia mentale come tentativo – in gran parte inconsapevole ma comunque presente – di trasformazione, è logico attribuire al teatro la funzione di via elettiva attraverso la quale il paziente, supportato dalla professionalità di medici ed operatori, cerca non più di reprimere, bensì di trasformare il proprio sintomo.
Il teatro diventa un trattamento esperienziale di gruppo, ed un’imperdibile occasione di contatto sociale  attraverso canali non istituzionali, ed in ambienti e spazi non sanitari.
Gli effetti benefici del percorso teatrale all’interno di un percorso riabilitativo passano sicuramente anche attraverso elementi fisici; il recupero della dimensione corporea del “sé” – e la capacità di interagire con l’”altro” attraverso sollecitazioni motorie, giochi, esercizi semplici – è uno dei primi segnali di ripresa all’interno di questo cammino.
Negli ultimi anni numerose strutture intermedie in psichiatria (Centri Diurni e di Socializzazione) hanno sperimentato la validità di un percorso teatrale all’interno dei progetti riabilitativi proposti ai propri utenti. All’interno di questo percorso, l’obiettivo primario è senza dubbio il coinvolgimento in un progetto comune, che nella maggioranza dei casi si traduce nella messa in scena di uno spettacolo.
Considerando quanto detto fino ad ora, potremmo dire che la terapia può considerarsi veramente tale quando ha un impatto finale sulla società; la sensibilizzazione del contesto territoriale è fondamentale, in quanto acquisizione e recupero di funzioni e abilità, ma anche di cittadinanza.
Gli utenti sentono l’esigenza, dopo un percorso laboratoriale lungo, di far conoscere e “portare fuori” il loro lavoro. Il teatro, in questo caso, riveste una duplice funzione; da una parte consente di mettere la disabilità sotto gli occhi di tutti, dall’altra, contemporaneamente, di mettere in luce le cosiddette “abilità residue”, cioè le capacità rimaste intatte, non danneggiate dalla malattia mentale.
Alcuni anni fa ho partecipato al IV Congresso Nazionale sul tema “Teatro e Terapia”, tenutosi a Cascina (PI), ed al seminario-laboratorio svoltosi a Vada (LI), al quale erano presenti  gli utenti di sei Centri Diurni provenienti da tutta la Toscana.
Entrambe le occasioni si sono rivelate preziose per capire più da vicino l’affascinante complessità, ed insieme la stringente attualità di un argomento come la dramma terapia.
I due giorni trascorsi a Vada, nello specifico, sono stati uno spaccato di vita particolarmente suggestivo.
Gli utenti e gli operatori dei Centri Diurni hanno presentato dal vivo stralci del lavoro compiuto  durante i laboratori di teatro; alcuni hanno presentato uno spezzone tratto da un vero e proprio spettacolo rappresentato dai pazienti, altri ci hanno fornito la dimostrazione di una lezione-tipo, altri ancora, infine, hanno lasciato al parola….agli attori.
Probabilmente ciò che mi rimarrà più impresso di questa esperienza saranno proprio le testimonianze udite dalla viva voce dei pazienti. Amorevolmente guidati – mi sentirei di dire quasi con spirito materno – dagli educatori dei propri centri, hanno parlato dell’importante ruolo che per molti di loro ha avuto il teatro e l’attività drammatica nello “sdoganarsi” dallo stigma della malattia mentale.
Sono rimasta colpita da parole come “benessere”, “equilibrio”, “felicità”; emozioni e sensazioni provate da questi attori un po’ particolari nell’accostarsi, con serietà, impegno e talvolta un po’ di sofferenza, all’attività teatrale.
Ed è proprio questa la prova più lampante della validità di questa tecnica, proprio in queste sensazioni, nell’emozione e la soddisfazione che potevo chiaramente leggere negli occhi di ognuno di loro durante lo spettacolo, e poi ancora alla fine, quando si accendevano le luci della ribalta, e per mano, tutti insieme, ricevevano con la gioia stampata in viso il caloroso applauso del pubblico.


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2394" title="masks" src="/wp-content/files/2009/03/masks.jpg" alt="masks" width="300" height="135" />Nella riabilitazione  di pazienti affetti da disturbi psichiatrici le attività di supporto utilizzate in sinergia con la comune terapia farmacologica sono molteplici. Ognuna di esse possiede una propria specifica validità, ma è indubbio che l’attività teatrale sia fra quelle che maggiormente porta a risultati concreti.</p>
<p>Secondo Jerzy Grotowsji, uno dei padri fondatori delle moderne tecniche di recitazione, il teatro, nella sua più autentica essenza, è “ciò che accade tra attore e spettatore”. Essi condividono la cornice del “come se”:  l’attore mettendo in gioco se stesso dentro lo spazio della realtà drammatica, lo spettatore applicando quella che il drammaturgo inglese Samuel Coleridge ha genialmente definito “l’intenzionale sospensione dell’incredulità” e quindi, per estensione, del giudizio.<br />
Infatti, soltanto nel momento in cui chi assiste alla rappresentazione scenica accetta di trovarsi di fronte ad eventi che non hanno niente a che fare con la razionalità, sarà possibile un vero interscambio emotivo.</p>
<p>Se proviamo a considerare la malattia mentale come tentativo – in gran parte inconsapevole ma comunque presente – di trasformazione, è logico attribuire al teatro la funzione di via elettiva attraverso la quale il paziente, supportato dalla professionalità di medici ed operatori, cerca non più di reprimere, bensì di trasformare il proprio sintomo.<br />
Il teatro diventa un trattamento esperienziale di gruppo, ed un’imperdibile occasione di contatto sociale  attraverso canali non istituzionali, ed in ambienti e spazi non sanitari.<br />
Gli effetti benefici del percorso teatrale all’interno di un percorso riabilitativo passano sicuramente anche attraverso elementi fisici; il recupero della dimensione corporea del “sé” – e la capacità di interagire con l’”altro” attraverso sollecitazioni motorie, giochi, esercizi semplici – è uno dei primi segnali di ripresa all’interno di questo cammino.</p>
<p>Negli ultimi anni numerose strutture intermedie in psichiatria (Centri Diurni e di Socializzazione) hanno sperimentato la validità di un percorso teatrale all’interno dei progetti riabilitativi proposti ai propri utenti. All’interno di questo percorso, l’obiettivo primario è senza dubbio il coinvolgimento in un progetto comune, che nella maggioranza dei casi si traduce nella messa in scena di uno spettacolo.</p>
<p>Considerando quanto detto fino ad ora, potremmo dire che la terapia può considerarsi veramente tale quando ha un impatto finale sulla società; la sensibilizzazione del contesto territoriale è fondamentale, in quanto acquisizione e recupero di funzioni e abilità, ma anche di cittadinanza.<br />
Gli utenti sentono l’esigenza, dopo un percorso laboratoriale lungo, di far conoscere e “portare fuori” il loro lavoro. Il teatro, in questo caso, riveste una duplice funzione; da una parte consente di mettere la disabilità sotto gli occhi di tutti, dall’altra, contemporaneamente, di mettere in luce le cosiddette “abilità residue”, cioè le capacità rimaste intatte, non danneggiate dalla malattia mentale.</p>
<p>Alcuni anni fa ho partecipato al IV Congresso Nazionale sul tema “Teatro e Terapia”, tenutosi a Cascina (PI), ed al seminario-laboratorio svoltosi a Vada (LI), al quale erano presenti  gli utenti di sei Centri Diurni provenienti da tutta la Toscana.<br />
Entrambe le occasioni si sono rivelate preziose per capire più da vicino l’affascinante complessità, ed insieme la stringente attualità di un argomento come la dramma terapia.<br />
I due giorni trascorsi a Vada, nello specifico, sono stati uno spaccato di vita particolarmente suggestivo.<br />
Gli utenti e gli operatori dei Centri Diurni hanno presentato dal vivo stralci del lavoro compiuto  durante i laboratori di teatro; alcuni hanno presentato uno spezzone tratto da un vero e proprio spettacolo rappresentato dai pazienti, altri ci hanno fornito la dimostrazione di una lezione-tipo, altri ancora, infine, hanno lasciato al parola….agli attori.</p>
<p>Probabilmente ciò che mi rimarrà più impresso di questa esperienza saranno proprio le testimonianze udite dalla viva voce dei pazienti. Amorevolmente guidati – mi sentirei di dire quasi con spirito materno – dagli educatori dei propri centri, hanno parlato dell’importante ruolo che per molti di loro ha avuto il teatro e l’attività drammatica nello “sdoganarsi” dallo stigma della malattia mentale.<br />
Sono rimasta colpita da parole come “benessere”, “equilibrio”, “felicità”; emozioni e sensazioni provate da questi attori un po’ particolari nell’accostarsi, con serietà, impegno e talvolta un po’ di sofferenza, all’attività teatrale.</p>
<p>Ed è proprio questa la prova più lampante della validità di questa tecnica, proprio in queste sensazioni, nell’emozione e la soddisfazione che potevo chiaramente leggere negli occhi di ognuno di loro durante lo spettacolo, e poi ancora alla fine, quando si accendevano le luci della ribalta, e per mano, tutti insieme, ricevevano con la gioia stampata in viso il caloroso applauso del pubblico.</p>


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