AttualitàOpinioniSegnalazioniDossierNausicaa LabAssociazione CulturaleEventi

La notte nel deserto

11 febbraio 2009
Pubblicato in Attualità
di Eleonora Corsini

Avevo ansia di vederlo questo deserto: il Sahara! Ne avevo sentito parlare fin da quando ero bambina e volevo ardentemente che i miei piedi toccassero la sua sabbia, volevo camminare in cima ad una duna, volevo lasciarmi invadere dal suo silenzio.

Avevo così tanta fretta che mi sono catapultata nel deserto al secondo giorno di viaggio, per una sola notte. Accontentandomi di un assaggio, un’idea fugace.  Un’esperienza rubata al prezzo del turista.

Perché è così che mi sono sentita in quei due giorni: una piccola ladra venuta a rubare un’avventura da inserire nel “curriculum viaggi”, a quei popoli che hanno saputo fare dell’aridità una casa, della sabbia una terra e del silenzio uno stile di vita.

Alla partenza, una manciata di uomini con il turbante, seduti attorno ad un tavolo a bere un tè che mi è stato offerto.  Io avevo fretta, volevo arrivare all’accampamento prima del tramonto. Volevo sentirmi contornata di solo dune.

Lì mi sono accorta della verità: non puoi vivere il deserto se hai fretta! E così, con un po’ di fatica ho tentato di abbandonarmi ai loro ritmi, ed ho scoperto che non è facile quando due giorni prima eri nel pieno della tua vita quotidiana italiana!

Gli uomini continuavano a sorseggiare con calma il loro tè, e poi con calma, uno di loro, Mouloud, ci ha portati dai dromedari. Questi erano accovacciati in terra ad attenderci, al nostro arrivo si sono voltati verso di noi con un espressione che sembrava dire “ Altri turisti!”: gli abitanti del deserto si servono di loro solo per trasportare i viveri e le bevande. Ma questi buffi animali, dai movimenti un po’ goffi e dagli occhi che paiono addormentati, stanno al gioco e dall’alto della loro millenaria esperienza nella sabbia del Sahara accolgono il nuovo arrivato sul dorso.  Il risultato: mi sentivo una bambina seduta sulla schiena di un saggio.

Arrivati all’accampamento c’attendeva Nagy pronto a servirci un altro tè, preso su un tavolo tondo e basso, seduti su tappeti e cuscini, a lume di candela all’interno di una tenda  costruita con bambù intrecciati ed ancora tappeti.

Poi  è calata la notte, lentamente,  la luna col suo alone occupava buona parte del cielo, ma le stelle riuscivano comunque a splendere con un chiarore a me sconosciuto. Abbiamo cenato e poi abbiamo preparato il nostro bivacco attorno ad un fuoco: “ la tv del deserto  – ci hanno detto- dove ognuno la sera si riunisce a raccontare la sua storia del giorno” .

Mouloud parlava Francese, Nagy no. Pertanto ho comunicato molto più con Mouloud , che si occupava di fare da interprete per Nagy. Abbiamo giocato alla dama del deserto, un gioco composto di sabbia come tavolo da gioco e bastoncini come pedine: chi perdeva sarebbe dovuto andare a caccia di un Fennec… abbiamo pareggiato! Abbiamo scritto i nostri nomi in Arabo, io per l’occasione sono stata ribattezzata Nora, perché è un nome comune nella tribù dei nomadi Saharawi a cui appartenevano sia Mouloud che Nagy.

Mouloud, 40 anni, mi ha raccontato di quando parte nel deserto, per svariati giorni, in direzione sud-ovest, per andare a trovare la sua famiglia.  Nagy, 22 anni, guardiano dell’accampamento,  della sua solitudine nel deserto e di come attende ogni mese i due o tre giorni in cui anche lui raggiunge la famiglia in mezzo al deserto.

Spento il fuoco del bivacco ci siamo coricati, lasciando Mouloud e Nagy alle loro chiacchere serali ed al  loro tè della buonanotte. La notte l’abbiamo trascorsa in un’altra tenda con le grosse coperte ed i tappeti  ad isolarci dal ghiaccio della sabbia del deserto nelle notti d’inverno.

Il giorno dopo sveglia all’alba per osservare come il primo  sole  del giorno dipinge le dune, che da grigie divengono arancioni, rosse e poi dorate.  Il sole sorgeva da est, dove  era ancora possibile vedere la fine della catena del anti atlante,  e ricordarsi che eravamo solo alle bocche del deserto.

Eppure volgendo lo sguardo verso sud- ovest, lì dalla cima di quella duna, non c’era niente all’orizzonte. Nient’altro che sabbia, e riverbero di luce. Sabbia e silenzio assordante. Sabbia dalla quale udivi il rimbombo dell’immensità che si apre all’orizzonte. Sabbia di un deserto la cui superficie abbraccia intere nazioni ben più grandi del piccolo Marocco.  Sabbia, solo sabbia.

Al ritorno ho camminato, scalza, ed il dromedario portava il mio zaino. Mouloud mi aveva creato un turbante con la mia sciarpa di tutti i giorni, e parlavamo: “ Hai mai avuto paura del deserto?” gli ho chiesto. E la mia domanda deve essergli apparsa strana, perché si è voltato con un’espressione dubbiosa nel volto e mi ha risposto “no” con convinzione. Poi dopo un po’ di silenzio ha aggiunto: “ Quando ero piccolino, e dovevo tenere i dromedari nel deserto, la notte, solo, avevo paura.  Perché la notte il deserto cambia, diventa tutto uguale e perdi i tuoi punti di riferimento, e fa paura”.

C’è stato ancora silenzio e poi sorridendomi mi ha detto che quando sarei tornata avremmo fatto una corsa in dromedario  e se avessi vinto me ne avrebbe regalato uno.  Se perdo invece la mia penitenza… è ancora da stabilire!

[smooth=id:30]



One Response to “La notte nel deserto”

  1. Giovanni Corsini scrive:

    L’articolo è bello le fotografie pur belle non sono quelle del deserto del sahara ma semplicemente un terreno sabbioso con qualche albero che riceve l’umidità dal mare, poi il deserto vero cambia.

LASCIA UN TUO COMMENTO


Messaggio