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	<title>The Tamarind</title>
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		<title>«Più libri per tutti». Non uno slogan politico, è Alga</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 15:36:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[premi letterari]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblicazione dei manoscritti selezionati, vendita di questi libri ad un &#8220;prezzo equo&#8221; e giudizio diretto del lettore. Definirlo “Premio Letterario” forse è un po’ riduttivo.
L’idea nasce in una calda giornata dello scorso agosto durante una discussione sul fatto che sempre più difficilmente bravi scrittori riescono a pubblicare i propri libri, sul fatto che sempre meno si legge e sempre meno si ragiona, sui libri come su argomenti di attualità, di politica, etc. E sono proprio questi i problemi che Alga si è messa in testa di risolvere. L’idea del progetto è semplice, e la sua semplicità rende il progetto ancora più interessante.
Qualsiasi scrittore manda il proprio manoscritto ad Alga e una giuria ne seleziona cinque. E fino a qui nulla di nuovo. L’interessante inizia adesso. Questi cinque libri selezionati vengono pubblicati totalmente a spese di Alga. Pubblicati e distribuiti, senza che l’autore debba pagare alcuna quota, senza che si debba impegnare a riscattare le prime 2000 copie, etc. Saranno distribuiti a partire da giugno attraverso tre canali principali: stand in città italiane, sul sito internet e in negozi / partner del progetto. Tre canali di distribuzione innovativi per l’editoria, ma soprattutto senza significativi costi associati. Ed è proprio questa una delle chiavi del progetto, si punta a mantenere i costi della “catena del valore” del libro particolarmente bassi. Si vuole risparmiare, laddove non ci sia una reale contribuzione all’aumento del valore del testo, per fare in modo di vendere questi libri ad un “prezzo equo”. E per Alga “equo” vuol dire 3€ per le copie cartacee e 2€ per le copie virtuali (le copie che si leggono su Kindle o sul nuovo iPad), “equo” vuol dire creare le condizioni perché davvero chiunque possa permettersi di comprare un libro senza pensare alla variabile denaro. E a questo punto due dei tre macro problemi che Alga voleva risolvere sono stati “attaccati”, ovvero facilitare la pubblicazione di bravi scrittori e diffondere, davvero, la lettura. Per quanto riguarda il terzo obiettivo, lo stimolo della “coscienza critica” di tutti noi, la soluzione è ancora più semplice: si vota. Su ogni volume ci sarà un codice. Quando noi lettori avremo finito di leggere il libro, andremo sul sito di Alga o chiameremo, manderemo un sms o una mail, e voteremo. Diremo se il libro che abbiamo letto ci è piaciuto o meno. E a gennaio dell’anno prossimo questi voti decreteranno il primo vincitore del Premio Alga. Semplice.
Tutti noi appassionati lettori aspettiamo giugno per la pubblicazione dei libri, mentre gli scrittori stanno già mandando da un mese i propri scritti. Aspiranti romanzieri, avete tempo fino al 31 marzo per mandare i vostri scritti, in bocca al lupo!
&#160;
Per maggiori informazioni: www.premioalga.it


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/files/2010/02/alga.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4900" title="alga" src="/wp-content/files/2010/02/alga-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a>Pubblicazione dei manoscritti selezionati, vendita di questi libri ad un &#8220;prezzo equo&#8221; e giudizio diretto del lettore. Definirlo “Premio Letterario” forse è un po’ riduttivo.</p>
<p>L’idea nasce in una calda giornata dello scorso agosto durante una discussione sul fatto che sempre più difficilmente bravi scrittori riescono a pubblicare i propri libri, sul fatto che sempre meno si legge e sempre meno si ragiona, sui libri come su argomenti di attualità, di politica, etc. E sono proprio questi i problemi che Alga si è messa in testa di risolvere. L’idea del progetto è semplice, e la sua semplicità rende il progetto ancora più interessante.</p>
<p>Qualsiasi scrittore manda il proprio manoscritto ad Alga e una giuria ne seleziona cinque. E fino a qui nulla di nuovo. L’interessante inizia adesso. Questi cinque libri selezionati vengono pubblicati totalmente a spese di Alga. Pubblicati e distribuiti, senza che l’autore debba pagare alcuna quota, senza che si debba impegnare a riscattare le prime 2000 copie, etc. Saranno distribuiti a partire da giugno attraverso tre canali principali: stand in città italiane, sul sito internet e in negozi / partner del progetto. Tre canali di distribuzione innovativi per l’editoria, ma soprattutto senza significativi costi associati. Ed è proprio questa una delle chiavi del progetto, si punta a mantenere i costi della “catena del valore” del libro particolarmente bassi. Si vuole risparmiare, laddove non ci sia una reale contribuzione all’aumento del valore del testo, per fare in modo di vendere questi libri ad un “prezzo equo”. E per Alga “equo” vuol dire 3€ per le copie cartacee e 2€ per le copie virtuali (le copie che si leggono su Kindle o sul nuovo iPad), “equo” vuol dire creare le condizioni perché davvero chiunque possa permettersi di comprare un libro senza pensare alla variabile denaro. E a questo punto due dei tre macro problemi che Alga voleva risolvere sono stati “attaccati”, ovvero facilitare la pubblicazione di bravi scrittori e diffondere, davvero, la lettura. Per quanto riguarda il terzo obiettivo, lo stimolo della “coscienza critica” di tutti noi, la soluzione è ancora più semplice: si vota. Su ogni volume ci sarà un codice. Quando noi lettori avremo finito di leggere il libro, andremo sul sito di Alga o chiameremo, manderemo un sms o una mail, e voteremo. Diremo se il libro che abbiamo letto ci è piaciuto o meno. E a gennaio dell’anno prossimo questi voti decreteranno il primo vincitore del Premio Alga. Semplice.</p>
<p>Tutti noi appassionati lettori aspettiamo giugno per la pubblicazione dei libri, mentre gli scrittori stanno già mandando da un mese i propri scritti. Aspiranti romanzieri, avete tempo fino al 31 marzo per mandare i vostri scritti, in bocca al lupo!<br />
&nbsp;<br />
Per maggiori informazioni: <a href="http://www.premioalga.it/" target="_blank">www.premioalga.it</a></p>


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		<title>Le battaglie degli immigrati</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2010/02/25/le-battaglie-degli-immigrati/</link>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 18:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Zunica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ennesima notizia di cronaca per le strade di Milano, simile a molte altre notizie, che si ripetono sempre più spesso e sempre più uguali, notizie che non avrebbero quasi bisogno di commenti, per quanto sono diventate tristemente parte delle routine urbane.
Un&#8217;altra guerriglia civile scatenatasi nella periferia nord-est della capitale lombarda, in Via Padova, tra gruppi di diverse origini che popolano le multietniche strade del Bel Paese. Come spesso capita, anche questa volta il dramma è stato scatenato da una parola sbagliata di troppo, un insulto nato da un futile incidente, che però si somma al cumulo di frustrazioni generate dalle condizioni di vita precarie in cui questi immigrati vivono: condizioni degradanti e ai margini della società che, come in un circolo vizioso, rendono sempre più difficile la loro integrazione.
Questa volta la vittima si chiama Ahmed Abdel Aziz El-Sayed Abdou, giovane immigrato di origini egiziane di neanche vent&#8217;anni. L&#8217;insofferenza che sta emergendo non è più tra immigrati e cittadini, ma trova terreno sempre più fertile tra le diverse etnie che popolano le metropoli italiane. Nello specifico, l&#8217;omicidio del giovane egiziano avviene per mano di un gruppo di peruviani. Per il futile episodio che ha generato il dramma, il quartiere si è istantaneamente trasformato in campo di guerriglia urbana tra sudamericani e nordafricani. Come inevitabile effetto a catena sono insorti gli abitanti del quartiere che, al colmo dell’esasperazione per una convivenza sempre più difficile con gli immigrati, hanno reagito a loro volta scagliando da balconi e finestre oggetti, gridando agli immigrati di “tornarsene a casa”. L&#8217;intervento immediato delle autorità è bastato solo ad evitare ulteriori danni, ma la calma è meramente momentanea. Per trovare soluzioni reali a questi episodi d&#8217;intolleranza è necessario scavare più a fondo, nelle radici di questa violenza.
Questo scenario infatti è come la punta di un iceberg. Si legge continuamente sui giornali che in qualche strada periferica di qualche metropoli italiana insorgono semi-guerriglie e disordini i cui principali attori sono gruppi di etnie diverse, immigrati (legalmente o meno) in Italia. La maggior parte delle volte questi episodi tragici scaturiscono da parole maleducate o piccoli gesti sconsiderati: questi stessi episodi in un tessuto sociale di tolleranza si spegnerebbero sul nascere. Il fatto che da cosi piccoli episodi nascano disastri di  dimensioni sproporzionate, porta ad interrogarsi sui veri motivi esulle vere cause scatenanti. Sicuramente alla base c&#8217;è molta frustrazione che genera violenza da parte degli immigrati, e intolleranza da parte dei cittadini, dando origine a un circolo d&#8217;odio. Ancora oggi per gran parte dei cittadini italiani è difficile accettare l’immigrato, colui che lascia i luoghi d’origine perché non offrono opportunità per una vita decorosa.
In Italia si dibatte molto sull’integrazione e sul dialogo interculturale, tuttavia siamo ancora lontani da praticare un accettabile livello di civile convivenza. Siamo ancora troppo impregnati da pregiudizi e stereotipi; per esempio ci preoccupiamo che gli immigrati ci sottraggano il lavoro, quando ormai dovremmo tutti capire che non è cosi. Quando le aziende italiane assumono immigrati, spesso lo decidono per ripiego, perchè manca la forza lavoro italiana. All’immigrato sono frequentemente affidati lavori definiti di &#8220;seconda classe&#8221;: imprese di pulizie o spazzini, camerieri o sguatteri tutto fare, lavori manuali di ogni genere e l’immigrato accetta di buon grado l’opportunità di poterguadagnare il danaro da mandare a casa per mantenere la famiglia.
Molti di noi hanno &#8220;collaboratori domestici&#8221; che possiedono lauree in medicina o ingegneria, che sono infermieri o aviatori ma che non possono lavorare nei loro Paesi per cause di forza maggiore: non ci sono possibilità lavorative o ci sono guerre in corso, e allora vengono nei paesi del &#8220;primo mondo&#8221; raccogliendo qui le briciole di lavoro che avanzano. Gli italiani non vogliono &#8220;abbassarsi a professioni umili&#8221;. Eppure noi italiani dovremmo essere i primi a comprendere le condizioni da cui questi immigrati provengono. Nel secolo scorso, non sono stati forse i nostri bisnonni e nonni che, per mancanza di lavoro e sopportando grandi sacrifici, sono emigrati a ondate nel nuovo continente, ma non solo, in cerca di ricchezza e fortuna?  Nel secolo scorso gli emigranti italiani si sono trovati nelle medesime condizioni nelle quali si trovano questi immigrati oggi; li muoveva lo stesso bisogno di trovare una vita decorosa e la possibilità di mantenere la famiglia.
In questo enorme dramma di intolleranza e di violenza da parte di gruppi di immigrati anche noi italiani giochiamo il nostro importante ruolo, non l&#8217;unico ma sicuramente un ruolo di peso. Dovremmo riconsiderare le nostre posizioni rendendoci conto che queste persone sono individui che provengono da realtà disastrose, non sono mossi da cattive intenzioni verso gli italiani, cercano solo delle opportunità per provvedere alle loro famiglie, o cercano la stabilità che i Paesi da cui provengono, al momento, non sono in grado di offrire. Del resto, non sono storicamente stati forse gli occidentali spesso la causa delle pesanti condizioni post-coloniali e post-belliche, nelle quali i paesi che ora chiamiamo &#8220;in via di sviluppo&#8221; si sono trovati?
Nessuno possiede la soluzione per migliorare l’attuale scenario dall&#8217;oggi al domani, ma se ognuno di noi, con un autentico esame di coscienza, facesse la propria piccola parte di questo lungo percorso, l’integrazione potrebbe trasformarsi da qualcosa di remoto e di cui si parla tanto, ad un fenomeno diquotidiana normalità, e gli episodi di rabbia e violenza diverrebbero, al contrario, l&#8217;eccezione.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4868" title="vetro rotto" src="/wp-content/uploads/2010/02/vetrorotto-224x300.jpg" alt="vetro rotto" width="224" height="300" />L&#8217;ennesima notizia di cronaca per le strade di Milano, simile a molte altre notizie, che si ripetono sempre più spesso e sempre più uguali, notizie che non avrebbero quasi bisogno di commenti, per quanto sono diventate tristemente parte delle routine urbane.<br />
Un&#8217;altra guerriglia civile scatenatasi nella periferia nord-est della capitale lombarda, in Via Padova, tra gruppi di diverse origini che popolano le multietniche strade del Bel Paese. Come spesso capita, anche questa volta il dramma è stato scatenato da una parola sbagliata di troppo, un insulto nato da un futile incidente, che però si somma al cumulo di frustrazioni generate dalle condizioni di vita precarie in cui questi immigrati vivono: condizioni degradanti e ai margini della società che, come in un circolo vizioso, rendono sempre più difficile la loro integrazione.<br />
Questa volta la vittima si chiama Ahmed Abdel Aziz El-Sayed Abdou, giovane immigrato di origini egiziane di neanche vent&#8217;anni. L&#8217;insofferenza che sta emergendo non è più tra immigrati e cittadini, ma trova terreno sempre più fertile tra le diverse etnie che popolano le metropoli italiane. Nello specifico, l&#8217;omicidio del giovane egiziano avviene per mano di un gruppo di peruviani. Per il futile episodio che ha generato il dramma, il quartiere si è istantaneamente trasformato in campo di guerriglia urbana tra sudamericani e nordafricani. Come inevitabile effetto a catena sono insorti gli abitanti del quartiere che, al colmo dell’esasperazione per una convivenza sempre più difficile con gli immigrati, hanno reagito a loro volta scagliando da balconi e finestre oggetti, gridando agli immigrati di “tornarsene a casa”. L&#8217;intervento immediato delle autorità è bastato solo ad evitare ulteriori danni, ma la calma è meramente momentanea. Per trovare soluzioni reali a questi episodi d&#8217;intolleranza è necessario scavare più a fondo, nelle radici di questa violenza.</p>
<p>Questo scenario infatti è come la punta di un iceberg. Si legge continuamente sui giornali che in qualche strada periferica di qualche metropoli italiana insorgono semi-guerriglie e disordini i cui principali attori sono gruppi di etnie diverse, immigrati (legalmente o meno) in Italia. La maggior parte delle volte questi episodi tragici scaturiscono da parole maleducate o piccoli gesti sconsiderati: questi stessi episodi in un tessuto sociale di tolleranza si spegnerebbero sul nascere. Il fatto che da cosi piccoli episodi nascano disastri di  dimensioni sproporzionate, porta ad interrogarsi sui veri motivi esulle vere cause scatenanti. Sicuramente alla base c&#8217;è molta frustrazione che genera violenza da parte degli immigrati, e intolleranza da parte dei cittadini, dando origine a un circolo d&#8217;odio. Ancora oggi per gran parte dei cittadini italiani è difficile accettare l’immigrato, colui che lascia i luoghi d’origine perché non offrono opportunità per una vita decorosa.</p>
<p>In Italia si dibatte molto sull’integrazione e sul dialogo interculturale, tuttavia siamo ancora lontani da praticare un accettabile livello di civile convivenza. Siamo ancora troppo impregnati da pregiudizi e stereotipi; per esempio ci preoccupiamo che gli immigrati ci sottraggano il lavoro, quando ormai dovremmo tutti capire che non è cosi. Quando le aziende italiane assumono immigrati, spesso lo decidono per ripiego, perchè manca la forza lavoro italiana. All’immigrato sono frequentemente affidati lavori definiti di &#8220;seconda classe&#8221;: imprese di pulizie o spazzini, camerieri o sguatteri tutto fare, lavori manuali di ogni genere e l’immigrato accetta di buon grado l’opportunità di poterguadagnare il danaro da mandare a casa per mantenere la famiglia.<br />
Molti di noi hanno &#8220;collaboratori domestici&#8221; che possiedono lauree in medicina o ingegneria, che sono infermieri o aviatori ma che non possono lavorare nei loro Paesi per cause di forza maggiore: non ci sono possibilità lavorative o ci sono guerre in corso, e allora vengono nei paesi del &#8220;primo mondo&#8221; raccogliendo qui le briciole di lavoro che avanzano. Gli italiani non vogliono &#8220;abbassarsi a professioni umili&#8221;. Eppure noi italiani dovremmo essere i primi a comprendere le condizioni da cui questi immigrati provengono. Nel secolo scorso, non sono stati forse i nostri bisnonni e nonni che, per mancanza di lavoro e sopportando grandi sacrifici, sono emigrati a ondate nel nuovo continente, ma non solo, in cerca di ricchezza e fortuna?  Nel secolo scorso gli emigranti italiani si sono trovati nelle medesime condizioni nelle quali si trovano questi immigrati oggi; li muoveva lo stesso bisogno di trovare una vita decorosa e la possibilità di mantenere la famiglia.</p>
<p>In questo enorme dramma di intolleranza e di violenza da parte di gruppi di immigrati anche noi italiani giochiamo il nostro importante ruolo, non l&#8217;unico ma sicuramente un ruolo di peso. Dovremmo riconsiderare le nostre posizioni rendendoci conto che queste persone sono individui che provengono da realtà disastrose, non sono mossi da cattive intenzioni verso gli italiani, cercano solo delle opportunità per provvedere alle loro famiglie, o cercano la stabilità che i Paesi da cui provengono, al momento, non sono in grado di offrire. Del resto, non sono storicamente stati forse gli occidentali spesso la causa delle pesanti condizioni post-coloniali e post-belliche, nelle quali i paesi che ora chiamiamo &#8220;in via di sviluppo&#8221; si sono trovati?<br />
Nessuno possiede la soluzione per migliorare l’attuale scenario dall&#8217;oggi al domani, ma se ognuno di noi, con un autentico esame di coscienza, facesse la propria piccola parte di questo lungo percorso, l’integrazione potrebbe trasformarsi da qualcosa di remoto e di cui si parla tanto, ad un fenomeno diquotidiana normalità, e gli episodi di rabbia e violenza diverrebbero, al contrario, l&#8217;eccezione.</p>


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		<title>L&#8217;eroismo della guerra di trincea</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 17:24:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rocco Polin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo scorso 14 Febbraio, scendendo di casa la mattina a Beirut, ho provato un&#8217;istintiva simpatia per i gruppetti di cittadini libanesi che si avviavano verso Piazza dei Martiri per ricordare il quinto anniversario dell&#8217;omicidio dell&#8217;ex primo ministro Rafik Hariri.
A farmeli sentire vicini non erano pero tanto le loro motivazioni (per spiegare le quali del resto dovrei imbarcarmi nell&#8217;impresa impossibile di riassumere in poche righe la politica libanese degli ultimi decenni), quanto piuttosto la loro passione politica, il loro impegno democratico, il fatto stesso che in una domenica mattina di sole scendessero in strada per manifestare le proprie idee.
Nelle loro facce e nelle loro bandiere rivedevo quelle dei miei concittadini la mattina del 25 aprile: i saluti stupiti e allegri di colleghi di lavoro che si ritrovano inaspettatamente sotto le stesse bandiere, le chiacchere tra perfetti sconosciuti per poche ore uniti da un sentimento di comune impegno civile, l&#8217;entusiasmo dei giovani e la commozione dei vecchi.
In un Medio Oriente dove l&#8217;impegno politico prende sovente la forma di azioni violente e omicide o di eroiche manifestazioni di protesta soppresse nel sangue, la tranquilla manifestazione di un popolo libero e fiero della sua democrazia, tanto più preziosa quanto sempre pericolante, mi sembra un evento cui non si può rimanere indifferenti.
Il fatto che, come raccontato da tanti autorevoli cronisti, le manifestazioni del 14 Febbraio si facciano di anno in anno meno entusiaste, meno partecipate e meno convinte non toglie nulla alla loro rilevanza e al loro valore. Che il popolo di Piazza dei Martiri, il popolo della Rivoluzione dei Cedri, sia ormai stanco e disilluso è vero e comprensibile, ma ciononostante, il cinismo dei commentatori pronti a titolare su un Libano che &#8220;rinuncia al proprio sogno&#8221; (si veda Battistini sul Corriere del 15 Febbraio) mi sembra profondamente ingeneroso.
Il popolo di Piazza dei Martiri in effetti è ormai stanco e consapevole dell&#8217;inadeguatezza dei propri leader rispetto ai grandi sogni di liberta e indipendenza nati nelle manifestazioni di cinque anni fa, eppure esso non si lascia scoraggiare e continua a scendere in piazza per una causa che continua a credere giusta. Anche per questo forse mi sono stati così istintivamente simpatici, perché mi ricordavano la sinistra italiana: un popolo continuamente illuso e tradito dai propri rappresentanti ma che persevera a fare il proprio dovere, convinto delle ragioni del proprio impegno e del valore della propria partecipazione.
Il popolo del 14 Febbraio, testardo nel suo commemorare ogni anno l&#8217;omicidio di Rafik Hariri, nel suo sottoporsi ogni anno ad un fiume di retorica sul sacrificio dei propri martiri e sul valore della convivenza tra cristiani e mussulmani (notevole l&#8217;Ave Maria cantata sulla base dell&#8217;Allah Akbar del muezzin) da parte di politici a cui non crede più e di cui ricorda il passato spesso criminale negli anni della guerra civile, mi ricordava, le file di cittadini italiani disposti a versare un euro per votare alle primarie di un partito di cui non parlano che male (a patto che ci risparmino l&#8217;Ave Maria cantata sulla base dell&#8217;Internazionale Socialista).
Un popolo che si tura il naso ma che fa il suo dovere, è a mio avviso un popolo maturo, un popolo degno di una democrazia. I cittadini che si dimostrano degni della propria democrazia non sono infatti coloro che scendono in piazza una volta ogni tanto a urlare vaffanculo sperando che il politicante di turno si riveli il messia e che li guidi in una facile battaglia dove sia facile distinguere i cattivi dai buoni. I cittadini veramente democratici sono coloro che continuano a credere nelle proprie idee una volta che l&#8217;eroica battaglia dei loro sogni si è rivelata una faticosa guerra di trincea combattuta nel fango del compromesso e nella disiullusione sul valore dei propri generali.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4860" title="manifestazione-e-moschea" src="/wp-content/uploads/2010/02/manifesta-e-moschea-300x225.jpg" alt="manifestazione-e-moschea" width="300" height="225" />Lo scorso 14 Febbraio, scendendo di casa la mattina a Beirut, ho provato un&#8217;istintiva simpatia per i gruppetti di cittadini libanesi che si avviavano verso Piazza dei Martiri per ricordare il quinto anniversario dell&#8217;omicidio dell&#8217;ex primo ministro Rafik Hariri.</p>
<p>A farmeli sentire vicini non erano pero tanto le loro motivazioni (per spiegare le quali del resto dovrei imbarcarmi nell&#8217;impresa impossibile di riassumere in poche righe la politica libanese degli ultimi decenni), quanto piuttosto la loro passione politica, il loro impegno democratico, il fatto stesso che in una domenica mattina di sole scendessero in strada per manifestare le proprie idee.</p>
<p>Nelle loro facce e nelle loro bandiere rivedevo quelle dei miei concittadini la mattina del 25 aprile: i saluti stupiti e allegri di colleghi di lavoro che si ritrovano inaspettatamente sotto le stesse bandiere, le chiacchere tra perfetti sconosciuti per poche ore uniti da un sentimento di comune impegno civile, l&#8217;entusiasmo dei giovani e la commozione dei vecchi.</p>
<p>In un Medio Oriente dove l&#8217;impegno politico prende sovente la forma di azioni violente e omicide o di eroiche manifestazioni di protesta soppresse nel sangue, la tranquilla manifestazione di un popolo libero e fiero della sua democrazia, tanto più preziosa quanto sempre pericolante, mi sembra un evento cui non si può rimanere indifferenti.</p>
<p>Il fatto che, come raccontato da tanti autorevoli cronisti, le manifestazioni del 14 Febbraio si facciano di anno in anno meno entusiaste, meno partecipate e meno convinte non toglie nulla alla loro rilevanza e al loro valore. Che il popolo di Piazza dei Martiri, il popolo della Rivoluzione dei Cedri, sia ormai stanco e disilluso è vero e comprensibile, ma ciononostante, il cinismo dei commentatori pronti a titolare su un Libano che &#8220;rinuncia al proprio sogno&#8221; (si veda Battistini sul Corriere del 15 Febbraio) mi sembra profondamente ingeneroso.</p>
<p>Il popolo di Piazza dei Martiri in effetti è ormai stanco e consapevole dell&#8217;inadeguatezza dei propri leader rispetto ai grandi sogni di liberta e indipendenza nati nelle manifestazioni di cinque anni fa, eppure esso non si lascia scoraggiare e continua a scendere in piazza per una causa che continua a credere giusta. Anche per questo forse mi sono stati così istintivamente simpatici, perché mi ricordavano la sinistra italiana: un popolo continuamente illuso e tradito dai propri rappresentanti ma che persevera a fare il proprio dovere, convinto delle ragioni del proprio impegno e del valore della propria partecipazione.</p>
<p>Il popolo del 14 Febbraio, testardo nel suo commemorare ogni anno l&#8217;omicidio di Rafik Hariri, nel suo sottoporsi ogni anno ad un fiume di retorica sul sacrificio dei propri martiri e sul valore della convivenza tra cristiani e mussulmani (notevole l&#8217;Ave Maria cantata sulla base dell&#8217;Allah Akbar del muezzin) da parte di politici a cui non crede più e di cui ricorda il passato spesso criminale negli anni della guerra civile, mi ricordava<em>, </em>le file di cittadini italiani disposti a versare un euro per votare alle primarie di un partito di cui non parlano che male (a patto che ci risparmino l&#8217;Ave Maria cantata sulla base dell&#8217;Internazionale Socialista).</p>
<p>Un popolo che si tura il naso ma che fa il suo dovere, è a mio avviso un popolo maturo, un popolo degno di una democrazia. I cittadini che si dimostrano degni della propria democrazia non sono infatti coloro che scendono in piazza una volta ogni tanto a urlare vaffanculo sperando che il politicante di turno si riveli il messia e che li guidi in una facile battaglia dove sia facile distinguere i cattivi dai buoni. I cittadini veramente democratici sono coloro che continuano a credere nelle proprie idee una volta che l&#8217;eroica battaglia dei loro sogni si è rivelata una faticosa guerra di trincea combattuta nel fango del compromesso e nella disiullusione sul valore dei propri generali.</p>


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		<title>Stefano Massini, una vita per il teatro</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 16:38:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Galvano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[FUS]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Ronconi]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Massini]]></category>
		<category><![CDATA[teatro manzoni]]></category>

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		<description><![CDATA[È un freddissimo pomeriggio di dicembre, imbiancato dalla neve caduta in abbondanza su Firenze e dintorni, quando entro al Teatro Manzoni di Calenzano, piccolo gioiello della fine dell&#8217;Ottocento, per incontrare Stefano Massini che qui è di casa. Classe &#8216;75, scrittore, drammaturgo e regista con un passato da attore, Stefano Massini ha fatto del teatro la sua vita, ha vinto numerosi, e prestigiosi, premi e non si è montato la testa.
Hai iniziato il tuo percorso teatrale, da giovanissimo, con la recitazione. Come sei arrivato alla drammaturgia? Attraverso quale percorso?
Io provengo da una famiglia di appassionati d&#8217;arte, soprattutto di musica lirica, quindi ho frequentato molto teatro fin da piccolo, come fruitore di opere. Mio padre poi era anche un grande appassionato di cinema, ragion per cui ne ho visto tanto. Poi, un po&#8217; per via di queste influenze, un po&#8217; per carattere &#8211; fin dalle scuole elementari ero il più felice di tutti i bambini durante le recite scolastiche &#8211; il teatro ha sempre fatto parte della mia vita. Fino agli anni del liceo ha rappresentato, però, un percorso parallelo alla mia vita normale; al liceo invece ho messo su un gruppo teatrale vero e proprio che ha iniziato a riscuotere successo. Durante gli anni dell&#8217;università mi sono avvicinato naturalmente a gruppi teatrali semiprofessionisti e professionisti e per un periodo ho fatto il mestiere dell&#8217;attore, anche se già da allora mi veniva spontaneo &#8220;dirigere&#8221; i miei colleghi attori e modificare un testo in maniera che funzionasse meglio. Mi rendevo conto, però, che quell&#8217;atteggiamento non era &#8220;onesto&#8221; nei confronti del regista e, soprattutto, mi resi conto che recitare non mi bastava, non mi rendeva felice.
Il vero momento di svolta, però, è stato l&#8217;anno successivo alla mia laurea, dovevo svolgere il servizio civile e non potevo prendere altri impegni e così, durante quel periodo, ho fatto tantissimo teatro. Passato quell&#8217;anno ho seguito una voce dentro di me che mi ha spinto a mandare il mio curriculum al Maggio Musicale Fiorentino e sono stato preso come assistente volontario, e lavorare nell&#8217;Opera è stata per me una grandissima scuola perché ho operato su un sistema grandioso che in prosa raramente si vede in un teatro fiorentino. Fortuna volle che proprio in quel periodo Luca Ronconi si trovasse al Comunale a provare la regia di un&#8217;opera nella sala prove di fronte a quella dove lavoravo io. Con un po&#8217; di sfrontatezza lo avvicinai e gli chiesi di poter lavorare con lui a uno spettacolo di prosa, e così approdai al Piccolo di Milano ed ebbi la fortuna di lavorare con Ronconi e osservarlo al lavoro. Da lì ho iniziato a scrivere delle cose mie e all&#8217;inizio mi sono scontrato con chi mi consigliava, essendo io un giovane drammaturgo, di scrivere cose che riguardassero i giovani e il loro modo di vivere, motorini, sesso, musica, ecc&#8230; Cambiai strada e cominciai ad inviare i miei testi ai concorsi nazionali. Ne vinsi quattro in un anno e continuai a scrivere.
Nei tuoi testi hai portato in scena un Boia, la follia di Van Gogh, la morte della giornalista Anna Politkovskaja, con tutte le sue controversie, e hai scomodato perfino Dio mettendolo sotto processo&#8230; Da cosa nasce la tua necessità di trattare argomenti così scottanti?
Il teatro per me è, da sempre, un luogo di alibi ed alterego, ci sono persone che azzerano totalmente questo sistema di alias mettendosi in scena direttamente, raccontando le proprie ambizioni, le proprie aspettative, le proprie idee. Io, di fatto, ho avuto bisogno di nascondermi dietro alibi senza fare dichiarazioni personali; ho preso i diari di Kafka, per esempio, e mi sono messo in scena sottoforma di altri personaggi, ho trattato argomenti che erano nell&#8217;aria, di cui parlavano tutti, ma l&#8217;ho fatto mantenendo, sì, una forte radice personale, ma filtrata attraverso un alterego forte.
Nel corso della tua carriera hai lavorato spesso con gli stessi attori e hai messo i tuoi testi in mano ad altri registi. Che rapporto hai con gli attori e il regista che mettono in scena i tuoi testi? Intervieni nel loro lavoro o li lasci liberi di interpretare le tue parole?
Di solito mi rifiuto di vedere le prove di uno spettacolo tratto da un mio testo, limitandomi a guardare lo spettacolo finale; alle prove infatti potrei intervenire e non voglio farlo, se hai il coraggio di mettere un tuo testo in mano ad un altro regista te ne devi assumere tutte le responsabilità. Un altro regista vede tra le righe cose che non sapevi di aver scritto o, al contrario, sottolinea cose a cui non volevi dare risalto. Vedere lo spettacolo a prove finite ti permette di vedere il tuo testo sotto una luce nuova, diventi spettatore e non puoi fare diversamente.
Che rapporto hai con la lingua? Credi che in questo momento ci sia la tendenza a &#8220;trattarla male&#8221; o secondo te i cambiamenti fanno parte di un naturale processo evolutivo? 
La lingua, per sua natura, è viva, è un sistema dinamico e, quindi, i neologismi sono un evento normale, naturale. Il mio rapporto è conflittuale, invece, con un Paese che ha la tendenza a manipolare in maniera incredibile qualsiasi cosa. C&#8217;è adesso in giro la mistificazione sui dialetti, vogliono far passare il concetto che l&#8217;italiano è una lingua imposta, e questa imposizione andrebbe a scapito dei dialetti che sarebbero la vera forza del territorio, piegati all&#8217;italiano invasore. Niente di più sbagliato. Se si parlasse con cognizione di causa si saprebbe che lingue come il francese, l&#8217;inglese, lo spagnolo, il cinese mandarino sono state imposte a una vasta popolazione, ma l&#8217;italiano assolutamente no, si è sviluppato e diffuso in maniera naturale.
Da questo atteggiamento vittimistico deriva anche una certa tendenza ad usare il dialetto come lingua teatrale. E comunque, se proprio vogliono prendersela con qualcuno, che se la prendano che la televisione, vero veicolo di sviluppo della nostra lingua!
Cosa pensi della situazione dello spettacolo in Italia? Dei tagli al FUS in primis e dello scarso interesse del governo nei confronti di cinema, teatro e musica?
Il vero problema dell&#8217;Italia è che abbiamo alle spalle secoli di ...


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4721" title="massini" src="/wp-content/files/2010/01/massini-199x300.jpg" alt="massini" width="199" height="300" />È un freddissimo pomeriggio di dicembre, imbiancato dalla neve caduta in abbondanza su Firenze e dintorni, quando entro al Teatro Manzoni di Calenzano, piccolo gioiello della fine dell&#8217;Ottocento, per incontrare Stefano Massini che qui è di casa. Classe &#8216;75, scrittore, drammaturgo e regista con un passato da attore, Stefano Massini ha fatto del teatro la sua vita, ha vinto numerosi, e prestigiosi, premi e non si è montato la testa.</p>
<p><strong>Hai iniziato il tuo percorso teatrale, da giovanissimo, con la recitazione. Come sei arrivato alla drammaturgia? Attraverso quale percorso?</strong></p>
<p>Io provengo da una famiglia di appassionati d&#8217;arte, soprattutto di musica lirica, quindi ho frequentato molto teatro fin da piccolo, come fruitore di opere. Mio padre poi era anche un grande appassionato di cinema, ragion per cui ne ho visto tanto. Poi, un po&#8217; per via di queste influenze, un po&#8217; per carattere &#8211; fin dalle scuole elementari ero il più felice di tutti i bambini durante le recite scolastiche &#8211; il teatro ha sempre fatto parte della mia vita. Fino agli anni del liceo ha rappresentato, però, un percorso parallelo alla mia vita normale; al liceo invece ho messo su un gruppo teatrale vero e proprio che ha iniziato a riscuotere successo. Durante gli anni dell&#8217;università mi sono avvicinato naturalmente a gruppi teatrali semiprofessionisti e professionisti e per un periodo ho fatto il mestiere dell&#8217;attore, anche se già da allora mi veniva spontaneo &#8220;dirigere&#8221; i miei colleghi attori e modificare un testo in maniera che funzionasse meglio. Mi rendevo conto, però, che quell&#8217;atteggiamento non era &#8220;onesto&#8221; nei confronti del regista e, soprattutto, mi resi conto che recitare non mi bastava, non mi rendeva felice.<br />
Il vero momento di svolta, però, è stato l&#8217;anno successivo alla mia laurea, dovevo svolgere il servizio civile e non potevo prendere altri impegni e così, durante quel periodo, ho fatto tantissimo teatro. Passato quell&#8217;anno ho seguito una voce dentro di me che mi ha spinto a mandare il mio curriculum al Maggio Musicale Fiorentino e sono stato preso come assistente volontario, e lavorare nell&#8217;Opera è stata per me una grandissima scuola perché ho operato su un sistema grandioso che in prosa raramente si vede in un teatro fiorentino. Fortuna volle che proprio in quel periodo Luca Ronconi si trovasse al Comunale a provare la regia di un&#8217;opera nella sala prove di fronte a quella dove lavoravo io. Con un po&#8217; di sfrontatezza lo avvicinai e gli chiesi di poter lavorare con lui a uno spettacolo di prosa, e così approdai al Piccolo di Milano ed ebbi la fortuna di lavorare con Ronconi e osservarlo al lavoro. Da lì ho iniziato a scrivere delle cose mie e all&#8217;inizio mi sono scontrato con chi mi consigliava, essendo io un giovane drammaturgo, di scrivere cose che riguardassero i giovani e il loro modo di vivere, motorini, sesso, musica, ecc&#8230; Cambiai strada e cominciai ad inviare i miei testi ai concorsi nazionali. Ne vinsi quattro in un anno e continuai a scrivere.</p>
<p><strong>Nei tuoi testi hai portato in scena un Boia, la follia di Van Gogh, la morte della giornalista Anna </strong><strong>Politkovskaja, con tutte le sue controversie, e hai scomodato perfino Dio mettendolo sotto processo&#8230; Da cosa nasce la tua necessità di trattare argomenti così scottanti?</strong></p>
<p>Il teatro per me è, da sempre, un luogo di alibi ed alterego, ci sono persone che azzerano totalmente questo sistema di <em>alias</em> mettendosi in scena direttamente, raccontando le proprie ambizioni, le proprie aspettative, le proprie idee. Io, di fatto, ho avuto bisogno di nascondermi dietro alibi senza fare dichiarazioni personali; ho preso i diari di Kafka, per esempio, e mi sono messo in scena sottoforma di altri personaggi, ho trattato argomenti che erano nell&#8217;aria, di cui parlavano tutti, ma l&#8217;ho fatto mantenendo, sì, una forte radice personale, ma filtrata attraverso un alterego forte.</p>
<p><strong>Nel corso della tua carriera hai lavorato spesso con gli stessi attori e hai messo i tuoi testi in mano ad altri registi. Che rapporto hai con gli attori e il regista che mettono in scena i tuoi testi? Intervieni nel loro lavoro o li lasci liberi di interpretare le tue parole?</strong></p>
<p>Di solito mi rifiuto di vedere le prove di uno spettacolo tratto da un mio testo, limitandomi a guardare lo spettacolo finale; alle prove infatti potrei intervenire e non voglio farlo, se hai il coraggio di mettere un tuo testo in mano ad un altro regista te ne devi assumere tutte le responsabilità. Un altro regista vede tra le righe cose che non sapevi di aver scritto o, al contrario, sottolinea cose a cui non volevi dare risalto. Vedere lo spettacolo a prove finite ti permette di vedere il tuo testo sotto una luce nuova, diventi spettatore e non puoi fare diversamente.</p>
<p><strong>Che rapporto hai con la lingua? Credi che in questo momento ci sia la tendenza a &#8220;trattarla male&#8221; o secondo te i cambiamenti fanno parte di un naturale processo evolutivo? </strong></p>
<p>La lingua, per sua natura, è viva, è un sistema dinamico e, quindi, i neologismi sono un evento normale, naturale. Il mio rapporto è conflittuale, invece, con un Paese che ha la tendenza a manipolare in maniera incredibile qualsiasi cosa. C&#8217;è adesso in giro la mistificazione sui dialetti, vogliono far passare il concetto che l&#8217;italiano è una lingua imposta, e questa imposizione andrebbe a scapito dei dialetti che sarebbero la vera forza del territorio, piegati all&#8217;italiano invasore. Niente di più sbagliato. Se si parlasse con cognizione di causa si saprebbe che lingue come il francese, l&#8217;inglese, lo spagnolo, il cinese mandarino sono state imposte a una vasta popolazione, ma l&#8217;italiano assolutamente no, si è sviluppato e diffuso in maniera naturale.<br />
Da questo atteggiamento vittimistico deriva anche una certa tendenza ad usare il dialetto come lingua teatrale. E comunque, se proprio vogliono prendersela con qualcuno, che se la prendano che la televisione, vero veicolo di sviluppo della nostra lingua!</p>
<p><strong>Cosa pensi della situazione dello spettacolo in Italia? Dei tagli al FUS <em>in primis</em> e dello scarso interesse del governo nei confronti di cinema, teatro e musica?</strong></p>
<p>Il vero problema dell&#8217;Italia è che abbiamo alle spalle secoli di storia e, tranne specifiche manifestazione come la Commedia dell&#8217;Arte, l&#8217;Opera e poco altro, la cultura è sempre stata appannaggio di una <em>elite</em>, mentre altri Paesi sono cresciuti con un&#8217;educazione più generale e collettiva. Il nostro rinascimento ci ha consegnato grandi monumenti, ma anche un fortissimo distacco tra chi esercitava la cultura e chi, la maggior parte per la verità, ne era tagliato fuori. A distanza di secoli ne paghiamo ancora il prezzo e l&#8217;Italia è ancora quella che descriveva Cicerone, &#8220;<em>panem et circenses</em>&#8220;. All&#8217;Italia manca l&#8217;idea che la cultura, le arti e la letteratura possano essere, oltre che un veicolo di educazione, un vettore di sviluppo economico per far rinascere il Paese.</p>
<p>Finita la piacevole chiacchierata, Stefano Massini si immerge nuovamente nel suo affascinante lavoro.<br />
Riuscirà l&#8217;arte a salvare l&#8217;Italia? Speriamo di sì&#8230;</p>


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		<title>Ripartire da Rosarno</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2010/01/13/ripartire-da-rosarno/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 21:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carolina Saporiti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA['ndrangheta]]></category>
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		<description><![CDATA[I toni come sempre sono alti, le dichiarazioni politiche scorrono come fiumi in piena, ma chi in questa vicenda si è preso un attimo per analizzare i fatti e riflettervi? Pochi. Troppo pochi. Però quello che è accaduto per due notti e due giorni a Rosarno merita un altro tipo di attenzione, oltre quello delle polemiche post-incidente. Si tratta di una caccia all’uomo, all’uomo nero, dopo una guerriglia e l’incendio della sua abitazione, se così si può chiamare un ovile diroccato, dove non arriva né acqua, né luce e dove non ci sono i bagni. E dopo gli scontri, gli immigrati, clandestini e non, del paese, sono stati deportati dalla polizia nei centri di accoglienza sull’altro lato della costa della Calabria. Non è il 1943, siamo nel 2010, siamo in Italia, uno Stato certo giovane, ma che non manca di storia, che ha vissuto momenti tragici della storia, da cui ha imparato molto: uno Stato che dovrebbe potersi dire “civile” a testa alta.
Non solo. Nonostante abbia conosciuto il fenomeno dell’immigrazione piuttosto recentemente, la nostra popolazione è sempre stata identificata per la sua ospitalità, ma questa virtù si è alleggerita col passare degli anni. In più, abbiamo da fare i conti con la nostra più grande piaga, la mafia. La ‘ndrangheta è un potere costituito, la più potente delle organizzazioni criminali, che tra le altre “occupazioni” gestisce gli immigrati della Calabria da quindici o vent’anni, destinandoli alla raccolta di arance, mandarini e bergamotti nelle fasulle cooperative agricole e che se ne approfitta trattenendo un pizzo sul loro stipendio di giornata -una manciata di euro per dodici ore di lavoro. Fasulle perché spesso –e non solo a Rosarno e in Calabria, ma anche in Lombardia, Veneto, Campania, Sicilia e Puglia- all’Inps risultano registrati come braccianti agricoli i disoccupati della piana di Gioia Tauro, ma i veri lavoratori delle terre sono gli immigrati, pagati in nero e, la maggior parte di loro, senza la possibilità di mettersi in regola.
Oltre a chiedersi dov’erano il Governo, il Prefetto, il Questore, il Comandante dei carabinieri e il Governatore della Regione, anzi prima di chiederselo, occorre che ognuno di noi rifletta sul ruolo che gli immigrati hanno nella nostra vita quotidiana e sul fatto innegabile che la forza lavoro costituita dalle loro braccia e dalla loro testa è ormai indispensabile all’economia dell’Italia perché non sono molti gli italiani disposti a raccogliere arance, specialmente per 15 euro al giorno.
Per una volta, invece che colpevolizzare e accusare, bisognerebbe riflettere sul potere che la mafia detiene da quarant’anni in Calabria e che non rovina la vita solo agli immigrati, ma anche, e da più tempo, ai cittadini nativi di Rosarno e dei paesi vicini.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4713" title="What About Us? photo by bfegter" src="/wp-content/files/2010/01/racism-211x300.jpg" alt="What About Us? photo by bfegter" width="211" height="300" />I toni come sempre sono alti, le dichiarazioni politiche scorrono come fiumi in piena, ma chi in questa vicenda si è preso un attimo per analizzare i fatti e riflettervi? Pochi. Troppo pochi. Però quello che è accaduto per due notti e due giorni a Rosarno merita un altro tipo di attenzione, oltre quello delle polemiche post-incidente. Si tratta di una caccia all’uomo, all’uomo nero, dopo una guerriglia e l’incendio della sua abitazione, se così si può chiamare un ovile diroccato, dove non arriva né acqua, né luce e dove non ci sono i bagni. E dopo gli scontri, gli immigrati, clandestini e non, del paese, sono stati deportati dalla polizia nei centri di accoglienza sull’altro lato della costa della Calabria. Non è il 1943, siamo nel 2010, siamo in Italia, uno Stato certo giovane, ma che non manca di storia, che ha vissuto momenti tragici della storia, da cui ha imparato molto: uno Stato che dovrebbe potersi dire “civile” a testa alta.</p>
<p>Non solo. Nonostante abbia conosciuto il fenomeno dell’immigrazione piuttosto recentemente, la nostra popolazione è sempre stata identificata per la sua ospitalità, ma questa virtù si è alleggerita col passare degli anni. In più, abbiamo da fare i conti con la nostra più grande piaga, la mafia. La ‘ndrangheta è un potere costituito, la più potente delle organizzazioni criminali, che tra le altre “occupazioni” gestisce gli immigrati della Calabria da quindici o vent’anni, destinandoli alla raccolta di arance, mandarini e bergamotti nelle fasulle cooperative agricole e che se ne approfitta trattenendo un pizzo sul loro stipendio di giornata -una manciata di euro per dodici ore di lavoro. Fasulle perché spesso –e non solo a Rosarno e in Calabria, ma anche in Lombardia, Veneto, Campania, Sicilia e Puglia- all’Inps risultano registrati come braccianti agricoli i disoccupati della piana di Gioia Tauro, ma i veri lavoratori delle terre sono gli immigrati, pagati in nero e, la maggior parte di loro, senza la possibilità di mettersi in regola.</p>
<p>Oltre a chiedersi dov’erano il Governo, il Prefetto, il Questore, il Comandante dei carabinieri e il Governatore della Regione, anzi prima di chiederselo, occorre che ognuno di noi rifletta sul ruolo che gli immigrati hanno nella nostra vita quotidiana e sul fatto innegabile che la forza lavoro costituita dalle loro braccia e dalla loro testa è ormai indispensabile all’economia dell’Italia perché non sono molti gli italiani disposti a raccogliere arance, specialmente per 15 euro al giorno.<br />
Per una volta, invece che colpevolizzare e accusare, bisognerebbe riflettere sul potere che la mafia detiene da quarant’anni in Calabria e che non rovina la vita solo agli immigrati, ma anche, e da più tempo, ai cittadini nativi di Rosarno e dei paesi vicini.</p>


<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Web 2.0 e social network-mania: i rischi sono alti</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 18:31:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carolina Saporiti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[Social network. È questa una delle parole più usate nel 2009. Tutto sembra ormai succedere in rete o meglio sulle pagine degli utenti dei vari Facebook, MySpace, Twitter &#38; Co. Se non hai un profilo web, per molti, non sei nessuno. Da due anni a questa parte il fenomeno non riguarda più solo i giovani, ma anche gli adulti. 40 e 50enni che, incuriositi, si sono lanciati nel mondo virtuale e che ora sembrano non poterne fare a meno.
Ma per fare cosa? La domanda sembra banale visto l&#8217;elevato numero di persone che credono che i social network siano delle macchine infernali che tengono occupate ore della giornata senza portare a nulla, se non a una percezione distorta della realtà. Ma esplorando questo mondo le cose sembrano diverse. Il web 2.0 di cui tanto si parla, ossia quello in cui gli utenti possono non solo consultare pagine, ma anche contribuire e creare nuovi contenuti, raccoglie siti di interazione di ogni genere: esistono business social network per le aziende (linkedin.com e plaxo.com), quelli per commemorare i defunti (funeras.it) ed è ora comparsa la versione italiana della prima azienda web 2.0 (xing.it) che conta già oltre 7 milioni di utenti nel mondo che lo utilizzano in 16 lingue diverse. Quindi social network non solo come passatempo senza scopo se non quello di cercare e aggiungere nuovi &#8220;amici&#8221;, ma anche opportunità di lavoro e di scambio di opinioni. Così il numero di utenti continua a crescere: facebook conta 700.000 nuove iscrizioni al giorno nel mondo tanto da aver raggiunto nel novembre 2009 i 350 milioni di registrazioni.
Nulla da dire sull&#8217;uso delle nuove tecnologie e dei nuovi media, anche nel caso di semplice svago, ma dubbi e allarmi sorgono quando dall&#8217;uso si passa all&#8217;abuso, sempre più frequente anche in Italia. E ancora una volta il problema non riguarda solo i cosiddetti nativi digitali ma tutti gli utenti internet, anche gli over 50. Gli esperti però mettono in guardia: navigare in rete per più di 3 ore al giorno,  non a scopo lavorativo, porterebbe ad avere una percezione distorta della realtà, confondendola con quella virtuale. Così alcuni utenti &#8220;illuminati&#8221; nell&#8217;ultimo anno si sono cancellati da questi siti perché, più che interessante, la partecipazione diventava assillante, dovendo continuamente controllare gli aggiornamenti dei propri contatti.
La comunicazione mediata di tipo testuale -come la definisce Luca Chitarro, in un articolo comparso su Nova100- è pericolosa anche perché totalmente priva delle informazioni che si raccolgono normalmente nella comunicazione faccia a faccia, ciò significa che nelle relazioni interpersonali che si instaurano sul web occorre maggiore attenzione e consapevolezza. Recentemente un adolescente si è suicidato dopo un conto alla rovescia fatto pubblicamente sulla bacheca della sua pagina. Subito dopo il funerale sono comparsi migliaia di messaggi dispiaciuti, ma fino a un attimo prima nessuno se ne era preoccupato.
Il fatto di poter trovare di tutto sul web e di aver reso fruibile a chiunque qualsiasi tipo di informazione è senz&#8217;altro uno degli aspetti più rivoluzionari di internet, ma allo stesso tempo nasconde dei rischi altrettanto grandi. E la cronaca degli ultimi mesi regala casi esemplificativi. Su facebook qualche mese fa circa 7 mila utenti hanno giocato a fare i camorristi. Sullo stesso social network è comparso un gruppo contro i giudici Falcone e Borsellino. Sia questo, che l&#8217;applicazione sono stati fatti chiudere appena diffusa la notizia della loro presenza, ma il numero degli iscritti raccolti in pochi giorni indica come sulla rete, grazie anche all&#8217;anonimato, ci si faccia influenzare facilmente e facilmente si ceda alla violenza e alla volgarità perché, si spera, percepita solo virtualmente.
Episodi come questi hanno portato all&#8217;apertura di un dibattito circa l&#8217;esigenza o meno di nuove leggi nei riguardi di chi sulla rete inneggia alla violenza, minaccia o diffama. Il problema è un altro. La libertà di comunicazione è già disciplinata dalla nostra Costituzione da due norme, l&#8217;art 15, che tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni interpersonali, e l&#8217;art. 21, che ha come oggetto le comunicazioni pubbliche. La distinzione fra questi due tipi di comunicazione diventa difficile quando si parla di web 2.0 dove spesso capita che l&#8217;utente non sappia se la conversazione cui sta partecipando è pubblica o privata.
Non si può e non si deve giustificare o tollerare l&#8217;istigazione a delinquere e l&#8217;apologia di reato, considerando, per comodità, internet una zona franca. In rete, come rilevano molti sociologi, non c&#8217;è confronto dialogato ed è facile sfociare nel fanatismo perché apparentemente si gode di assoluta libertà. Ma libertà di odio e violenza non corrispondono a democrazia ed è necessario porre un confine a questa tendenza, come ha scritto recentemente Gian Antonio Stella sul Corriere, non con il buon senso, non solo, ma con il codice penale. Porre delle limitazioni ex ante comprometterebbe la nostra democrazia che si fonda, tra l&#8217;altro, sulla libertà d&#8217;opinione, per quanto questa possa essere fastidiosa.
La soluzione più sensata è quella di instaurare un dialogo con i fornitori di questi servizi (facebook &#38; Co.) così da poter richiedere e ottenere velocemente la chiusura di gruppi o la cancellazione di diffamazioni o inneggiamenti alla violenza e di punire chi commette un reato, perché ciò che è fuori legge off-line lo è anche on-line.


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4705" title="social networks" src="/wp-content/files/2010/01/social.jpg" alt="social networks" width="187" height="357" />Social network. È questa una delle parole più usate nel 2009. Tutto sembra ormai succedere in rete o meglio sulle pagine degli utenti dei vari Facebook, MySpace, Twitter &amp; Co. Se non hai un profilo web, per molti, non sei nessuno. Da due anni a questa parte il fenomeno non riguarda più solo i giovani, ma anche gli adulti. 40 e 50enni che, incuriositi, si sono lanciati nel mondo virtuale e che ora sembrano non poterne fare a meno.</p>
<p>Ma per fare cosa? La domanda sembra banale visto l&#8217;elevato numero di persone che credono che i social network siano delle macchine infernali che tengono occupate ore della giornata senza portare a nulla, se non a una percezione distorta della realtà. Ma esplorando questo mondo le cose sembrano diverse. Il web 2.0 di cui tanto si parla, ossia quello in cui gli utenti possono non solo consultare pagine, ma anche contribuire e creare nuovi contenuti, raccoglie siti di interazione di ogni genere: esistono business social network per le aziende (<a href="http://linkedin.com" target="_blank">linkedin.com</a> e <a href="http://plaxo.com" target="_blank">plaxo.com</a>), quelli per commemorare i defunti (<a href="http://www.funeras.it" target="_blank">funeras.it</a>) ed è ora comparsa la versione italiana della prima azienda web 2.0 (<a href="http://www.xing.it" target="_blank">xing.it</a>) che conta già oltre 7 milioni di utenti nel mondo che lo utilizzano in 16 lingue diverse. Quindi social network non solo come passatempo senza scopo se non quello di cercare e aggiungere nuovi &#8220;amici&#8221;, ma anche opportunità di lavoro e di scambio di opinioni. Così il numero di utenti continua a crescere: facebook conta 700.000 nuove iscrizioni al giorno nel mondo tanto da aver raggiunto nel novembre 2009 i 350 milioni di registrazioni.</p>
<p>Nulla da dire sull&#8217;uso delle nuove tecnologie e dei nuovi media, anche nel caso di semplice svago, ma dubbi e allarmi sorgono quando dall&#8217;uso si passa all&#8217;abuso, sempre più frequente anche in Italia. E ancora una volta il problema non riguarda solo i cosiddetti nativi digitali ma tutti gli utenti internet, anche gli over 50. Gli esperti però mettono in guardia: navigare in rete per più di 3 ore al giorno,  non a scopo lavorativo, porterebbe ad avere una percezione distorta della realtà, confondendola con quella virtuale. Così alcuni utenti &#8220;illuminati&#8221; nell&#8217;ultimo anno si sono cancellati da questi siti perché, più che interessante, la partecipazione diventava assillante, dovendo continuamente controllare gli aggiornamenti dei propri contatti.</p>
<p>La comunicazione mediata di tipo testuale -come la definisce Luca Chitarro, in un articolo comparso su <em>Nova100</em>- è pericolosa anche perché totalmente priva delle informazioni che si raccolgono normalmente nella comunicazione faccia a faccia, ciò significa che nelle relazioni interpersonali che si instaurano sul web occorre maggiore attenzione e consapevolezza. Recentemente un adolescente si è suicidato dopo un conto alla rovescia fatto pubblicamente sulla bacheca della sua pagina. Subito dopo il funerale sono comparsi migliaia di messaggi dispiaciuti, ma fino a un attimo prima nessuno se ne era preoccupato.</p>
<p>Il fatto di poter trovare di tutto sul web e di aver reso fruibile a chiunque qualsiasi tipo di informazione è senz&#8217;altro uno degli aspetti più rivoluzionari di internet, ma allo stesso tempo nasconde dei rischi altrettanto grandi. E la cronaca degli ultimi mesi regala casi esemplificativi. Su facebook qualche mese fa circa 7 mila utenti hanno giocato a fare i camorristi. Sullo stesso social network è comparso un gruppo contro i giudici Falcone e Borsellino. Sia questo, che l&#8217;applicazione sono stati fatti chiudere appena diffusa la notizia della loro presenza, ma il numero degli iscritti raccolti in pochi giorni indica come sulla rete, grazie anche all&#8217;anonimato, ci si faccia influenzare facilmente e facilmente si ceda alla violenza e alla volgarità perché, si spera, percepita solo virtualmente.</p>
<p>Episodi come questi hanno portato all&#8217;apertura di un dibattito circa l&#8217;esigenza o meno di nuove leggi nei riguardi di chi sulla rete inneggia alla violenza, minaccia o diffama. Il problema è un altro. La libertà di comunicazione è già disciplinata dalla nostra Costituzione da due norme, l&#8217;art 15, che tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni interpersonali, e l&#8217;art. 21, che ha come oggetto le comunicazioni pubbliche. La distinzione fra questi due tipi di comunicazione diventa difficile quando si parla di web 2.0 dove spesso capita che l&#8217;utente non sappia se la conversazione cui sta partecipando è pubblica o privata.</p>
<p>Non si può e non si deve giustificare o tollerare l&#8217;istigazione a delinquere e l&#8217;apologia di reato, considerando, per comodità, internet una zona franca. In rete, come rilevano molti sociologi, non c&#8217;è confronto dialogato ed è facile sfociare nel fanatismo perché apparentemente si gode di assoluta libertà. Ma libertà di odio e violenza non corrispondono a democrazia ed è necessario porre un confine a questa tendenza, come ha scritto recentemente Gian Antonio Stella sul <em>Corriere</em>, non con il buon senso, non solo, ma con il codice penale. Porre delle limitazioni <em>ex ante</em> comprometterebbe la nostra democrazia che si fonda, tra l&#8217;altro, sulla libertà d&#8217;opinione, per quanto questa possa essere fastidiosa.</p>
<p>La soluzione più sensata è quella di instaurare un dialogo con i fornitori di questi servizi (facebook &amp; Co.) così da poter richiedere e ottenere velocemente la chiusura di gruppi o la cancellazione di diffamazioni o inneggiamenti alla violenza e di punire chi commette un reato, perché ciò che è fuori legge off-line lo è anche on-line.</p>


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		<title>Se il Cespuglio fosse stato nero</title>
		<link>https://thetamarind.eu/2010/01/07/se-giorgio-cespuglio-fosse-stato-nero/</link>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 18:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Incisa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[George Bush]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[Ad azzardare l&#8217;incauto paragone, sembra di rivedere l&#8217;Italia degli anni &#8216;80. Ormai a suo agio nel ruolo di potenza regionale, ben prona a quella &#8216;politica della sedia&#8217; inaugurata cent&#8217;anni prima dal Benso, il Bel Paese s&#8217;indebitava e si svalutava spensieratamente, illudendosi che le cose prima o poi sarebbero andate meglio. Magari, aggiustandosi da sole. Soliti italiani, verrebbe da dire.
Alcuni di loro, però, avrebbero un&#8217;idea piuttosto precisa oggi di come ringraziare quella passata classe politica, scellerata e incompetente, che altri ora vorrebbero riabilitare.
Questa, però, è un&#8217;altra storia.
Piuttosto, in una sorta di (analoga?) sindrome di Peter Pan permanente, gli Stati Uniti, col solito fare da ragazzone cresciuto troppo in fretta che caratterizza il loro agire politico, sembrano aver deciso di credere &#8211; passatemi la metafora &#8211; che per affrontare un abnorme problema di &#8216;dipendenza&#8217; sia più efficace &#8216;raddoppiare la dose&#8217; piuttosto che, dico per dire, cercare di astenersi.
E giù tutti ad applaudire.
Mi spiego.
L&#8217;immagine internazionale irrimediabilmente compromessa, travolta dai debiti e da una crisi che ha prodotto la fine di quell&#8217;unipolarismo &#8211; che, quand&#8217;anche tutto ipotetico o solo psicologico, ha permesso alle generazioni occidentali degli anni &#8216;80 e &#8216;90 di percepire il mondo come invariabilmente sicuro -, conscia che dall&#8217;Europa non sarebbe arrivato alcun sostegno consono a soddisfare la filosofia nazionale &#8216;I want it here, I want it now&#8217;, la SuperPotenza si è allora lanciata tra le braccia del suo &#8217;spacciatore&#8217;, assai lieta di proseguire quella &#8216;terapia&#8217; che la ha già portata sull&#8217;orlo del tracollo economico e industriale.
E così, occhi increduli e vagamente offesi (quelli europei) hanno visto celebrare, poche settimane orsono, l&#8217;anomalo sodalizio tra ciò che resta del Bastione d&#8217;Occidente e il neo-Impero Celeste (sempre in salsa comunista) &#8211; che del Bastione tiene ben saldi i cordoni della borsa.
Oltre alla sindrome di Peter Pan, quindi, pure quella di Stoccolma. Attenuata, forse, dalla convinzione che la supremazia militare americana sia ancora vergine di concorrenza e permetta ampi spazi di manovra, si necessest.
Ai posteri.
L&#8217;autore di cotanto capolavoro di geopolitica economica è Mr. Obama, nuova rivoluzionaria (?) guida dell&#8217;adolescente sindromico di cui sopra, la cui insana passione per la Repubblica Popolare ed il suo ufficiale riconoscimento di &#8216;unica altra potenza&#8217; nel globo è stato cortesemente ricambiato con l&#8217;oscuramento del suo bel discorsetto all&#8217;Università di Shanghai (ma anche di un po&#8217; tutta la sua visita).
E giù applausi.
Agli attoniti leader europei &#8211; specie, sia pur per ragioni tra loro diverse, di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito &#8211; resta il bucolico ricordo della scampagnata pre-elettorale allestita dall&#8217;allora candidato democratico &#8211; cosa mai vista prima &#8211; e degli abbaglianti sorrisi ricevuti in cambio dell&#8217;unzione del Gotha d&#8217;Europa &#8211; anch&#8217;essa senza precedenti e, col senno di poi, piuttosto ridicola.
Tutti d&#8217;accordo: del signor Cespuglio, nessuno ne poteva più. Vero è anche, però, che da quando è sul trono, Obama non fa che prendere l&#8217;Europa a sberle.
D&#8217;altra parte, nessuno osa protestare: qualunque politico facesse trapelare scetticismo nei confronti di Mr. President oggi andrebbe incontro alla gogna mediatica planetaria.
Per ora.
Per il resto, la politica estera made in USA verso i partner occidentali si fa notare più per le gaffes della presidenziale moglie &#8211; una robusta signora che ha frainteso in modo strepitoso il suo ruolo, tra pacche alla Regina Elisabetta, rifiuto dei tradizionali riti delle mogli dei capi di stato ai vertici internazionali, saluti palesemente differenziati a leader stranieri, mises stravaganti a go-go, etc. &#8211; che non per la chiarezza delle idee del marito, il cui unico segno finora stampato nella memoria collettiva è la splendida dentatura, invariabilmente esposta in ogni occasione.
Intanto, tutti continuano a &#8217;sperare&#8217;.
Lungi dal voler prender le difese del predecessore, vale forse la pena sottolineare come, per quanto poco attribuibile al suo &#8216;genio creativo&#8217; (innegabilmente modesto), Giorgio Cespuglio un&#8217;idea abbastanza chiara, in politica estera, ce la aveva. Il poveretto credeva nell&#8217;Occidente con la O maiuscola, unito da valori fondanti quella &#8216;civiltà&#8217; tutto sommato comune tra Europa e America. Idea opinabile, forse. Assurda, no. Non solo, una siffatta nozione di mondo faceva comodo a molti.
Che poi, meschino, abbia veramente creduto che quei supposti valori comuni potessero rendere l&#8217;Occidente unito (o unibile) contro certe situazioni è, di nuovo, tutta un&#8217;altra storia.
L&#8221;idea di mondo&#8217; di Barack Hussein, piuttosto, forse anche in conseguenza del portato storico che lo contraddistingue, non solo è al momento scarsamente comprensibile ma, per quel poco che se ne comprende, assai poco condivisibile.
L&#8217;inizio è ecumenico: viva la pace, l&#8217;ambiente e il multilateralismo. Pare che a Washington si sia insediato il Papa. Poi arriva l&#8217;idea della diarchia mondiale sino-americana: un frisbee in testa agli europei (e un prevedibile boomerang per gli stessi americani); nel mentre, la perdurante politica del sorriso di plastica lascia il tempo che trova, mostrando forse più l&#8217;imbarazzo di una persona conscia che il potere che gli viene attribuito è, in buona parte, già scivolato dalle sue mani; infine, l&#8217;ennesimo surge di truppe americane in Iraq e Afganistan si fatica a considerarlo un segnale di discontinuità rispetto a chi c&#8217;era prima.
Intanto, giù un nobel (condito con la filastrocca &#8216;per avere la pace ci vuole la guerra&#8217;, un azzardo che grida vendetta).
Da ultimo, si potrebbe notare come, nel bene e nel male, religioso salvatore per oltre novanta milioni o parafulmine degli accidenti di altri sei miliardi, ad animare scena e dibattito interno ed internazionale dell&#8217;epoca sia sempre stata la figura del Cespuglio e nessun&#8217;altra.
Ad un anno dall&#8217;insediamento, il messia politico di inizio millennio, sorrisi a parte, è già stato scavalcato in popolarità, in sequenza, dalla moglie e dal segretario di stato.
Sia come sia &#8211; e sia brutale -, la tentazione di credere che se Mr. Bush fosse stato nero oggi mi sentirei meno in imbarazzo ad usare la parola &#8216;Occidente&#8217;, è forte assai.


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<p>Alcuni di loro, però, avrebbero un&#8217;idea piuttosto precisa oggi di come ringraziare quella passata classe politica, scellerata e incompetente, che altri ora vorrebbero riabilitare.</p>
<p>Questa, però, è un&#8217;altra storia.</p>
<p>Piuttosto, in una sorta di (analoga?) sindrome di Peter Pan permanente, gli Stati Uniti, col solito fare da ragazzone cresciuto troppo in fretta che caratterizza il loro agire politico, sembrano aver deciso di credere &#8211; passatemi la metafora &#8211; che per affrontare un abnorme problema di &#8216;dipendenza&#8217; sia più efficace &#8216;raddoppiare la dose&#8217; piuttosto che, dico per dire, cercare di astenersi.</p>
<p>E giù tutti ad applaudire.</p>
<p>Mi spiego.</p>
<p>L&#8217;immagine internazionale irrimediabilmente compromessa, travolta dai debiti e da una crisi che ha prodotto la fine di quell&#8217;unipolarismo &#8211; che, quand&#8217;anche tutto ipotetico o solo psicologico, ha permesso alle generazioni occidentali degli anni &#8216;80 e &#8216;90 di percepire il mondo come <em>invariabilmente</em> sicuro -, conscia che dall&#8217;Europa non sarebbe arrivato alcun sostegno consono a soddisfare la filosofia nazionale &#8216;I want it here, I want it now&#8217;, la SuperPotenza si è allora lanciata tra le braccia del suo &#8217;spacciatore&#8217;, assai lieta di proseguire quella &#8216;terapia&#8217; che la ha già portata sull&#8217;orlo del tracollo economico e industriale.</p>
<p>E così, occhi increduli e vagamente offesi (quelli europei) hanno visto celebrare, poche settimane orsono, l&#8217;anomalo sodalizio tra ciò che resta del Bastione d&#8217;Occidente e il neo-Impero Celeste (sempre in salsa comunista) &#8211; che del Bastione tiene ben saldi i cordoni della borsa.</p>
<p>Oltre alla sindrome di Peter Pan, quindi, pure quella di Stoccolma. Attenuata, forse, dalla convinzione che la supremazia militare americana sia ancora vergine di concorrenza e permetta ampi spazi di manovra, <em>si necessest</em>.</p>
<p>Ai posteri.</p>
<p>L&#8217;autore di cotanto capolavoro di geopolitica economica è Mr. Obama, nuova rivoluzionaria (?) guida dell&#8217;adolescente sindromico di cui sopra, la cui insana passione per la Repubblica Popolare ed il suo ufficiale riconoscimento di &#8216;unica altra potenza&#8217; nel globo è stato cortesemente ricambiato con l&#8217;oscuramento del suo bel discorsetto all&#8217;Università di Shanghai (ma anche di un po&#8217; tutta la sua visita).</p>
<p>E giù applausi.</p>
<p>Agli attoniti leader europei &#8211; specie, sia pur per ragioni tra loro diverse, di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito &#8211; resta il bucolico ricordo della scampagnata pre-elettorale allestita dall&#8217;allora candidato democratico &#8211; cosa mai vista prima &#8211; e degli abbaglianti sorrisi ricevuti in cambio dell&#8217;unzione del Gotha d&#8217;Europa &#8211; anch&#8217;essa senza precedenti e, col senno di poi, piuttosto ridicola.</p>
<p>Tutti d&#8217;accordo: del signor Cespuglio, nessuno ne poteva più. Vero è anche, però, che da quando è sul trono, Obama non fa che prendere l&#8217;Europa a sberle.</p>
<p>D&#8217;altra parte, nessuno osa protestare: qualunque politico facesse trapelare scetticismo nei confronti di <em>Mr.</em> <em>President</em> oggi andrebbe incontro alla gogna mediatica planetaria.</p>
<p>Per ora.</p>
<p>Per il resto, la politica estera made in USA verso i partner occidentali si fa notare più per le gaffes della presidenziale moglie &#8211; una robusta signora che ha frainteso in modo strepitoso il suo ruolo, tra pacche alla Regina Elisabetta, rifiuto dei tradizionali riti delle mogli dei capi di stato ai vertici internazionali, saluti palesemente differenziati a leader stranieri, mises stravaganti a go-go, etc. &#8211; che non per la chiarezza delle idee del marito, il cui unico segno finora stampato nella memoria collettiva è la splendida dentatura, invariabilmente esposta in ogni occasione.</p>
<p>Intanto, tutti continuano a &#8217;sperare&#8217;.</p>
<p>Lungi dal voler prender le difese del predecessore, vale forse la pena sottolineare come, per quanto poco attribuibile al suo &#8216;genio creativo&#8217; (innegabilmente modesto), Giorgio Cespuglio un&#8217;idea abbastanza chiara, in politica estera, ce la aveva. Il poveretto credeva nell&#8217;Occidente con la O maiuscola, unito da valori fondanti quella &#8216;civiltà&#8217; tutto sommato comune tra Europa e America. Idea opinabile, forse. Assurda, no. Non solo, una siffatta nozione di mondo faceva comodo a molti.</p>
<p>Che poi, meschino, abbia veramente creduto che quei supposti valori comuni potessero rendere l&#8217;Occidente unito (o unibile) <em>contro</em> certe situazioni è, di nuovo, tutta un&#8217;altra storia.</p>
<p>L&#8221;idea di mondo&#8217; di Barack Hussein, piuttosto, forse anche in conseguenza del portato storico che lo contraddistingue, non solo è al momento scarsamente comprensibile ma, per quel poco che se ne comprende, assai poco condivisibile.</p>
<p>L&#8217;inizio è ecumenico: viva la pace, l&#8217;ambiente e il multilateralismo. Pare che a Washington si sia insediato il Papa. Poi arriva l&#8217;idea della diarchia mondiale sino-americana: un frisbee in testa agli europei (e un prevedibile boomerang per gli stessi americani); nel mentre, la perdurante politica del sorriso di plastica lascia il tempo che trova, mostrando forse più l&#8217;imbarazzo di una persona conscia che il potere che gli viene attribuito è, in buona parte, già scivolato dalle sue mani; infine, l&#8217;ennesimo <em>surge</em> di truppe americane in Iraq e Afganistan si fatica a considerarlo un segnale di discontinuità rispetto a chi c&#8217;era prima.</p>
<p>Intanto, giù un nobel (condito con la filastrocca &#8216;per avere la pace ci vuole la guerra&#8217;, un azzardo che grida vendetta).</p>
<p>Da ultimo, si potrebbe notare come, nel bene e nel male, religioso salvatore per oltre novanta milioni o parafulmine degli accidenti di altri sei miliardi, ad animare scena e dibattito interno ed internazionale dell&#8217;epoca sia sempre stata la figura del Cespuglio e nessun&#8217;altra.</p>
<p>Ad un anno dall&#8217;insediamento, il messia politico di inizio millennio, sorrisi a parte, è già stato scavalcato in popolarità, in sequenza, dalla moglie e dal segretario di stato.</p>
<p>Sia come sia &#8211; e sia brutale -, la tentazione di credere che se Mr. Bush fosse stato nero oggi mi sentirei meno in imbarazzo ad usare la parola &#8216;Occidente&#8217;, è forte assai.</p>


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		<title>Flatterlandia: tutte le dimensioni del 21° secolo</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 20:05:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antea Brugnoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[divulgazione scientifica]]></category>
		<category><![CDATA[geometria]]></category>
		<category><![CDATA[matematica]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Ispirato ad un classico del 19° secolo, l&#8217;ultimo romanzo del matematico Ian Stewart apre nuovi orizzonti &#8216;dimensionali&#8217; agli appassionati e ai profani.
Massiccia ed elegante, la traduzione italiana di Flatterlandia (Aragno 2008), uno degli ultimi &#8216;romanzi scientifici&#8217; di Ian Stewart, mette un po&#8217; soggezione. Ultimo rampollo della famiglia dei Flat-books, Flatterlandia è un degno erede di Flatlandia, romanzo scientifico-politico scritto nel 1884 da Edwin A.Abbott, capostipite della famosa discendenza. Nel romanzo dello scrittore vittoriano letture molteplici si intrecciano su una semplice trama: il quadrato A.Square, abitante di Flatlandia, un pianeta a due dimensioni, riflette sulla possibilità di una terza dimensione e riceve persino la visita di Sfera, abitante dell&#8217;universo 3D. Considerato eretico per queste sue visioni sovversive, A.Square è imprigionato e deve affrontare il dissenso della società flatlandese. Se dal punto di vista scientifico l&#8217;opera di Abbott fu ritenuta antesignana nello studio della quarta dimensione (a quel punto sono gli scienziati del nostro mondo tridimensionale ad essere considerati eretici) e della sua possibile configurazione, dal punto di vista politico, invece, fu considerata una satira della rigida struttura della società vittoriana.
Negli anni si sono susseguiti molteplici saggi o libri ispirati a Flatlandia, come Sphereland di D.Burger o The Planiverse di Kee Dewdey, fino all&#8217;ultimo Flatterlandia di I.Stewart.
Ian Stewart, autore di varie opere di divulgazione scientifica che gli hanno permesso di aggiudicarsi nel 1995 la Medaglia Micheal Faraday della Royal Society per &#8216;eccezionali contributi alla pubblica comprensione della scienza&#8217; si è lanciato nella sfida di &#8216;attualizzare&#8217; Flatland, integrandolo con tutte le ulteriori dimensioni di cui fa uso la scienza moderna. Questa volta sarà la discendente del quadrato A.Square, la nipotina Vikki, a dovere fare i conti con la società &#8216;piatta&#8217; di Flatlandia. Moderna e tecnologica oltre le aspettative di A.Abbott, la Flatlandia di I.Stewart conserva la complessa divisione in caste: le donne (le linee), gli uomini umili (triangoli molto isosceli), quadrati (cittadini normali) fino a raggiungere, aggiungendo man mano dei lati, il clero (cerchi). La giovane Vikki, furba e intraprendente, dopo avere scoperto in cantina un manoscritto dell&#8217;antenato reietto, parte per un lungo viaggo attraverso le più svariate dimensioni, incontrando esseri strampalati, tra cui la mucca Moobius, formata dal famoso nastro scoperto dallo scienziato tedesco Moebius, i frattali Fiocco-di-Neve e Mandelbroccolo, con riferimento a Benoit Mandelbrot che introdusse i frattali, e persino la sfera-non-sfera Alexander, gentile ospite del Continente Foglio-di-Gomma, panorama topologico.
Se, come fa notare lo stesso autore, il libro risente della mancanza della prosa vittoriana di A.Abbott, esso è invece ricco di giochi di parole, sottili umorismi e fantasie matematiche, superbamente rispettate dalla traduzione di Filippo Demonte-Barbera, la cui introduzione è di per se un interessante viaggio tra generazioni di letterati e scienziati, compreso quella dello stesso traduttore.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ispirato ad un classico del 19° secolo, l&#8217;ultimo romanzo del matematico Ian Stewart apre nuovi orizzonti &#8216;dimensionali&#8217; agli appassionati e ai profani.</em></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-4640" title="Stewart - Flatterlandia" src="/wp-content/uploads/2009/12/stewart.jpg" alt="Stewart - Flatterlandia" width="165" height="286" />Massiccia ed elegante, la traduzione italiana di <em>Flatterlandia </em>(Aragno 2008), uno degli ultimi &#8216;romanzi scientifici&#8217; di Ian Stewart, mette un po&#8217; soggezione. Ultimo rampollo della famiglia dei Flat-books, <em>Flatterlandia</em> è un degno erede di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Flatlandia" target="_blank"><em>Flatlandia</em></a>, romanzo scientifico-politico scritto nel 1884 da Edwin A.Abbott, capostipite della famosa discendenza. Nel romanzo dello scrittore vittoriano letture molteplici si intrecciano su una semplice trama: il quadrato A.Square, abitante di Flatlandia, un pianeta a due dimensioni, riflette sulla possibilità di una terza dimensione e riceve persino la visita di Sfera, abitante dell&#8217;universo 3D. Considerato eretico per queste sue visioni sovversive, A.Square è imprigionato e deve affrontare il dissenso della società flatlandese. Se dal punto di vista scientifico l&#8217;opera di Abbott fu ritenuta antesignana nello studio della quarta dimensione (a quel punto sono gli scienziati del nostro mondo tridimensionale ad essere considerati eretici) e della sua possibile configurazione, dal punto di vista politico, invece, fu considerata una satira della rigida struttura della società vittoriana.</p>
<p>Negli anni si sono susseguiti molteplici saggi o libri ispirati a <em>Flatlandia</em>, come <em>Sphereland </em>di D.Burger o <em>The Planiverse</em> di Kee Dewdey, fino all&#8217;ultimo <em>Flatterlandia</em> di I.Stewart.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-4641" title="Nastro di Moebius" src="/wp-content/uploads/2009/12/nastro-di-moebius.jpg" alt="Nastro di Moebius" width="288" height="179" />Ian Stewart, autore di varie opere di divulgazione scientifica che gli hanno permesso di aggiudicarsi nel 1995 la Medaglia Micheal Faraday della Royal Society per &#8216;eccezionali contributi alla pubblica comprensione della scienza&#8217; si è lanciato nella sfida di &#8216;attualizzare&#8217; Flatland, integrandolo con tutte le ulteriori dimensioni di cui fa uso la scienza moderna. Questa volta sarà la discendente del quadrato A.Square, la nipotina Vikki, a dovere fare i conti con la società &#8216;piatta&#8217; di Flatlandia. Moderna e tecnologica oltre le aspettative di A.Abbott, la Flatlandia di I.Stewart conserva la complessa divisione in caste: le donne (le linee), gli uomini umili (triangoli molto isosceli), quadrati (cittadini normali) fino a raggiungere, aggiungendo man mano dei lati, il clero (cerchi). La giovane Vikki, furba e intraprendente, dopo avere scoperto in cantina un manoscritto dell&#8217;antenato reietto, parte per un lungo viaggo attraverso le più svariate dimensioni, incontrando esseri strampalati, tra cui la mucca Moobius, formata dal famoso nastro scoperto dallo scienziato tedesco Moebius, i frattali Fiocco-di-Neve e Mandelbroccolo, con riferimento a Benoit Mandelbrot che introdusse i frattali, e persino la sfera-non-sfera Alexander, gentile ospite del Continente Foglio-di-Gomma, panorama topologico.</p>
<p>Se, come fa notare lo stesso autore, il libro risente della mancanza della prosa vittoriana di A.Abbott, esso è invece ricco di giochi di parole, sottili umorismi e fantasie matematiche, superbamente rispettate dalla traduzione di Filippo Demonte-Barbera, la cui introduzione è di per se un interessante viaggio tra generazioni di letterati e scienziati, compreso quella dello stesso traduttore.</p>


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		<title>L’incidenza della durata</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 14:10:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Loredana Terminio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[durata]]></category>
		<category><![CDATA[lunghezza]]></category>
		<category><![CDATA[pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[spettacolo teatrale]]></category>

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		<description><![CDATA[Da sempre, da quando sono diventata un&#8217;appassionata di teatro, mi rendo conto che uno spettacolo prosegue anche a sipario chiuso. C&#8217;è uno strascico che si insinua nelle poltrone della platea, nei cappotti lasciati al guardaroba, nelle borsette che imboscano le chiavi della macchina. Lo spettacolo continua nelle parole del pubblico che lascia il teatro che sempre più spesso hanno un comune denominatore tra le osservazioni, che riguarda la durata: &#8220;Bello ma troppo lungo!&#8221;, &#8220;Decisamente troppo lungo&#8221;, &#8220;Se fosse durato meno, l&#8217;avrei apprezzato di più&#8221;.
E&#8217; inevitabile chiedersi quanto incida la durata oggigiorno nella fruizione di uno spettacolo teatrale. La prima riflessione cade sul pubblico, sulla sua &#8220;abitudine&#8221; e cultura teatrale, sulla periodicità e sulla motivazione che lo spinge ad assistere ad una rappresentazione.
Non basta considerare banalmente che i tempi sono cambiati. Il teatro accompagna da sempre le attività che l&#8217;uomo racchiude in quel settore della vita sociale dedicato al tempo libero, anche se le alternative sono aumentate in modo esponenziale. Tutto il resto ha una fruizione differente. Si dice che due minuti effettivi sul palcoscenico sono percepiti come il doppio. Il teatro, la scena, la concentrazione degli attori dilata la percezione del tempo.
Consideriamo uno spettatore medio come colui che vive al giorno d&#8217;oggi immerso in una realtà di per sé spettacolare: immagini pubblicitarie lo accompagnano nei suoi movimenti, messaggi immediati in rete lo mettono in contatto con persone e luoghi lontani dalla sua posizione, la tecnologia gli permette di comunicare in tempi rapidissimi e immortalare attimi di vita in una sintesi perfetta aderente alla realtà. La velocità e il tempo caratterizzano dunque tutte le sue azioni. Anche raggiungere il teatro sarà determinato da un calcolo di minuti che terrà conto, insieme alla distanza, del fattore di rischio traffico e parcheggio e di quella cattiva abitudine di attendere il quarto d&#8217;ora &#8220;accademico&#8221; (a volte di più) prima di aprire il sipario e immergersi in una realtà dalle coordinate spazio-temporali totalmente differenti.
Assistere ad uno spettacolo teatrale, a prescindere dalla buona riuscita di questo, potrebbe essere considerato un regalo, un&#8217;esperienza che fa dimenticare la frenesia della vita quotidiana, ma in realtà la sensazione di trovarsi in un luogo &#8220;sospeso&#8221; abbandona presto chi non ha una fortissima connessione e sensibilità verso quel mondo. E&#8217; evidente comunque che le tipologie di pubblico sono differenti, pertanto la durata di uno spettacolo può esserne un elemento decisivo di apprezzamento per coloro che cercano nel teatro un momento di svago, di distrazione dal quotidiano. Questa distrazione non deve essere considerata per forza collegata al divertimento. Può essere riferita anche a momenti di riflessione suscitati dalla messa in scena, che aprono ad un pensiero più profondo che il lavoro di tutti i giorni non permette, oppure la possibilità di trovare in essa sollecitazioni a sentimenti ed emozioni che non è possibile ritrovare abitualmente. Tuttavia l&#8217;incidenza del quotidiano e di tutte le &#8220;abitudini&#8221; percettive rimane talmente forte da diventare peso e misura di questa esperienza. Ecco perché anche un pubblico non di &#8220;mestiere&#8221; sa, con coscienza, parlare di ritmo della scena, fluidità del testo e taglio registico azzeccato o meno.
Lasciamo per un momento il pubblico al suo ruolo di &#8220;commentatore che può apprezzare uno spettacolo&#8221; e spostiamoci sul palcoscenico. E&#8217; evidente che uno stessa rappresentazione teatrale realizzata da compagnie diverse avrà soluzioni alternative sia di recitazione che di regia. Una compagnia che si confronta con testi di tradizione classica, scritti in un&#8217;epoca in cui il pubblico era educato ad una certa fruizione, dovrà tenere conto della diversità di registro e di conformazione sociale e culturale dell&#8217;audience con cui va a confrontarsi oggi. E&#8217; pur vero che in uno spettacolo in cui la scenografia è scarna e il testo non prevede grandi azioni, il fatto che la percezione del tempo si dilati o meno è in gran parte legato alla prestazione dell&#8217;attore stesso. Un&#8217;importante presenza scenica, una forte concentrazione e padronanza della parte, saprà catturare e sospendere nel tempo anche quella persona in platea preoccupata di recuperare la macchina al parcheggio prima che scatti l&#8217;orario di pulizia delle strade.
Come sempre, una riflessione a due direzioni, come questa, conduce per forza al punto d&#8217;incontro tra la formazione del pubblico e la formazione della compagnia che propone uno spettacolo. È bene conoscersi entrambi per non cadere in una trappola, come può essere quella della durata. Ci sono realtà italiane di teatro in cui gli spettatori non giudicheranno la riuscita o meno di uno spettacolo in base alla lunghezza, semplicemente perché sono abituati ad un certo tipo di proposta o perché ne &#8220;riconoscono&#8221; all&#8217;interno una firma, una paternità. Ci sono altre realtà in cui la durata avrà un&#8217;incidenza importante nei commenti e apprezzamenti, perché il pubblico si confronterà spesso con proposte che devono ancora &#8220;legittimarsi&#8221; in un panorama di produzioni e in tal caso è bene che nella preparazione dello spettacolo ci si soffermi su questo aspetto. E&#8217; vero che il pubblico va educato, ma l&#8217;insegnante deve essere validamente riconosciuto. E&#8217; vero anche, d&#8217;altra parte, che l&#8217;insegnante migliore è quello che sa accorgersi quando deve adattare il suo modo di spiegare per farsi veramente capire dal mondo che cambia.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4633" title="incidenza" src="/wp-content/uploads/2009/12/incidenza.jpg" alt="incidenza" width="401" height="224" />Da sempre, da quando sono diventata un&#8217;appassionata di teatro, mi rendo conto che uno spettacolo prosegue anche a sipario chiuso. C&#8217;è uno strascico che si insinua nelle poltrone della platea, nei cappotti lasciati al guardaroba, nelle borsette che imboscano le chiavi della macchina. Lo spettacolo continua nelle parole del pubblico che lascia il teatro che sempre più spesso hanno un comune denominatore tra le osservazioni, che riguarda la durata: &#8220;Bello ma troppo lungo!&#8221;, &#8220;Decisamente troppo lungo&#8221;, &#8220;Se fosse durato meno, l&#8217;avrei apprezzato di più&#8221;.</p>
<p>E&#8217; inevitabile chiedersi quanto incida la durata oggigiorno nella fruizione di uno spettacolo teatrale. La prima riflessione cade sul pubblico, sulla sua &#8220;abitudine&#8221; e cultura teatrale, sulla periodicità e sulla motivazione che lo spinge ad assistere ad una rappresentazione.<br />
Non basta considerare banalmente che i tempi sono cambiati. Il teatro accompagna da sempre le attività che l&#8217;uomo racchiude in quel settore della vita sociale dedicato al tempo libero, anche se le alternative sono aumentate in modo esponenziale. Tutto il resto ha una fruizione differente. Si dice che due minuti effettivi sul palcoscenico sono percepiti come il doppio. Il teatro, la scena, la concentrazione degli attori dilata la percezione del tempo.</p>
<p>Consideriamo uno spettatore medio come colui che vive al giorno d&#8217;oggi immerso in una realtà di per sé spettacolare: immagini pubblicitarie lo accompagnano nei suoi movimenti, messaggi immediati in rete lo mettono in contatto con persone e luoghi lontani dalla sua posizione, la tecnologia gli permette di comunicare in tempi rapidissimi e immortalare attimi di vita in una sintesi perfetta aderente alla realtà. La velocità e il tempo caratterizzano dunque tutte le sue azioni. Anche raggiungere il teatro sarà determinato da un calcolo di minuti che terrà conto, insieme alla distanza, del fattore di rischio traffico e parcheggio e di quella cattiva abitudine di attendere il quarto d&#8217;ora &#8220;accademico&#8221; (a volte di più) prima di aprire il sipario e immergersi in una realtà dalle coordinate spazio-temporali totalmente differenti.</p>
<p>Assistere ad uno spettacolo teatrale, a prescindere dalla buona riuscita di questo, potrebbe essere considerato un regalo, un&#8217;esperienza che fa dimenticare la frenesia della vita quotidiana, ma in realtà la sensazione di trovarsi in un luogo &#8220;sospeso&#8221; abbandona presto chi non ha una fortissima connessione e sensibilità verso quel mondo. E&#8217; evidente comunque che le tipologie di pubblico sono differenti, pertanto la durata di uno spettacolo può esserne un elemento decisivo di apprezzamento per coloro che cercano nel teatro un momento di svago, di distrazione dal quotidiano. Questa distrazione non deve essere considerata per forza collegata al divertimento. Può essere riferita anche a momenti di riflessione suscitati dalla messa in scena, che aprono ad un pensiero più profondo che il lavoro di tutti i giorni non permette, oppure la possibilità di trovare in essa sollecitazioni a sentimenti ed emozioni che non è possibile ritrovare abitualmente. Tuttavia l&#8217;incidenza del quotidiano e di tutte le &#8220;abitudini&#8221; percettive rimane talmente forte da diventare peso e misura di questa esperienza. Ecco perché anche un pubblico non di &#8220;mestiere&#8221; sa, con coscienza, parlare di ritmo della scena, fluidità del testo e taglio registico azzeccato o meno.</p>
<p>Lasciamo per un momento il pubblico al suo ruolo di &#8220;commentatore che può apprezzare uno spettacolo&#8221; e spostiamoci sul palcoscenico. E&#8217; evidente che uno stessa rappresentazione teatrale realizzata da compagnie diverse avrà soluzioni alternative sia di recitazione che di regia. Una compagnia che si confronta con testi di tradizione classica, scritti in un&#8217;epoca in cui il pubblico era educato ad una certa fruizione, dovrà tenere conto della diversità di registro e di conformazione sociale e culturale dell&#8217;audience con cui va a confrontarsi oggi. E&#8217; pur vero che in uno spettacolo in cui la scenografia è scarna e il testo non prevede grandi azioni, il fatto che la percezione del tempo si dilati o meno è in gran parte legato alla prestazione dell&#8217;attore stesso. Un&#8217;importante presenza scenica, una forte concentrazione e padronanza della parte, saprà catturare e sospendere nel tempo anche quella persona in platea preoccupata di recuperare la macchina al parcheggio prima che scatti l&#8217;orario di pulizia delle strade.</p>
<p>Come sempre, una riflessione a due direzioni, come questa, conduce per forza al punto d&#8217;incontro tra la formazione del pubblico e la formazione della compagnia che propone uno spettacolo. È bene conoscersi entrambi per non cadere in una trappola, come può essere quella della durata. Ci sono realtà italiane di teatro in cui gli spettatori non giudicheranno la riuscita o meno di uno spettacolo in base alla lunghezza, semplicemente perché sono abituati ad un certo tipo di proposta o perché ne &#8220;riconoscono&#8221; all&#8217;interno una firma, una paternità. Ci sono altre realtà in cui la durata avrà un&#8217;incidenza importante nei commenti e apprezzamenti, perché il pubblico si confronterà spesso con proposte che devono ancora &#8220;legittimarsi&#8221; in un panorama di produzioni e in tal caso è bene che nella preparazione dello spettacolo ci si soffermi su questo aspetto. E&#8217; vero che il pubblico va educato, ma l&#8217;insegnante deve essere validamente riconosciuto. E&#8217; vero anche, d&#8217;altra parte, che l&#8217;insegnante migliore è quello che sa accorgersi quando deve adattare il suo modo di spiegare per farsi veramente capire dal mondo che cambia.</p>


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		<title>Un altro Natale</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 02:24:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Zunica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Natale]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Natale è ormai alle porte. Nel mese di dicembre è possibile acquistare in pochi giorni tutto ciò di cui non avremo bisogno durante l&#8217;anno. La corsa morbosa al regalo natalizio, alle luci e alle decorazioni, sta diventando un&#8217;altra delle malattie del nuovo millennio create dall&#8217;uomo. Recentemente, camminando per le strade del Cairo, mi sono accorta di quanto sia fuori luogo che con tanto anticipo &#8211; da metà novembre! &#8211; i negozi di un Paese a stragrande maggioranza islamica siano pieni di decorazioni natalizie e cappelli da Babbo Natale. Ricorre lo stesso meccanismo per il quale in Italia, per esempio, si festeggia Halloween: i soldi. La sacralità delle feste ha lasciato il posto alla corsa al regalo più costoso o voluminoso perché più grande è il regalo, più grande è l&#8217;affetto che si mostra a chi lo riceve. È una catena senza fine che prosciuga le tasche delle persone che si sentono in dovere di ricambiare i regali.  Acquistare regali di Natale per i propri familiari, i familiari del partner, i colleghi di lavoro, i vicini di casa, gli amici, gli amici di amici, è diventata oggi un immancabile obbligo sociale. Così anche festività come il Natale, anticamente occasione di raccoglimento, calma e gioia per le famiglie, diventano fonte di stress e ansia, e alleggeriscono il portafoglio.
Abitando in Egitto ho imparato a riflettere su cosa conti veramente. I &#8220;bambini poveri dell&#8217;Africa&#8221; sono qualcosa che leggiamo sui giornali e che sappiamo esistere da qualche parte. Qualche parte è il luogo sull&#8217;altra sponda del Mediterraneo. I bambini a piedi nudi per le strade si divertono a giocare col fango quando piove, perché qui non accade mai. I bambini a piedi nudi per le strade giocano a palla con tappi di bottiglia e vanno a scuola a turni alterni perché non c&#8217;è abbastanza spazio nelle aule; hanno magliette bucate e  pantaloni di quattro taglie più grandi, che  possono durare anche quando i bambini a piedi nudi per le strade crescono.
Le nostre abitazioni non sono poi così lontane dalle case dei bambini che a piedi nudi per le strade giocano a palla con i tappi di bottiglia trovati per terra. Eppure non ci viene naturale pensare a loro, noi che, seppure non ci sentiamo ricchi nelle nostre città, possediamo una casa con riscaldamento e fornelli per cucinare quotidianamente.
Questo Natale potrebbe essere un Natale migliore, se anziché acquistare un nuovo iPod, regalassimo  ai nostri familiari e amici i fondi per finanziare ONG che lavorano su progetti a favore di  comunità bisognose, in Paesi  nei quali avere una coperta per l&#8217;inverno è un grande lusso.  Non sarà un regalo costoso o voluminoso per dimostrare il nostro affetto alla persona che lo riceve, ma un piccolo gesto per cercare di spingere questo mondo verso una direzione migliore. E poiché il mondo è il luogo dove ci ritroviamo a vivere tutti insieme, fare qualcosa per un mondo migliore è il più bel regalo che possiamo fare a tutti i nostri cari.


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-4623" title="kids" src="/wp-content/uploads/2009/12/kidsegy.jpg" alt="kids" width="342" height="512" />Natale è ormai alle porte. Nel mese di dicembre è possibile acquistare in pochi giorni tutto ciò di cui non avremo bisogno durante l&#8217;anno. La corsa morbosa al regalo natalizio, alle luci e alle decorazioni, sta diventando un&#8217;altra delle malattie del nuovo millennio create dall&#8217;uomo. Recentemente, camminando per le strade del Cairo, mi sono accorta di quanto sia fuori luogo che con tanto anticipo &#8211; da metà novembre! &#8211; i negozi di un Paese a stragrande maggioranza islamica siano pieni di decorazioni natalizie e cappelli da Babbo Natale. Ricorre lo stesso meccanismo per il quale in Italia, per esempio, si festeggia Halloween: i soldi. La sacralità delle feste ha lasciato il posto alla corsa al regalo più costoso o voluminoso perché più grande è il regalo, più grande è l&#8217;affetto che si mostra a chi lo riceve. È una catena senza fine che prosciuga le tasche delle persone che si sentono in dovere di ricambiare i regali.  Acquistare regali di Natale per i propri familiari, i familiari del partner, i colleghi di lavoro, i vicini di casa, gli amici, gli amici di amici, è diventata oggi un immancabile obbligo sociale. Così anche festività come il Natale, anticamente occasione di raccoglimento, calma e gioia per le famiglie, diventano fonte di stress e ansia, e alleggeriscono il portafoglio.</p>
<p>Abitando in Egitto ho imparato a riflettere su cosa conti veramente. I &#8220;bambini poveri dell&#8217;Africa&#8221; sono qualcosa che leggiamo sui giornali e che sappiamo esistere da qualche parte. Qualche parte è il luogo sull&#8217;altra sponda del Mediterraneo. I bambini a piedi nudi per le strade si divertono a giocare col fango quando piove, perché qui non accade mai. I bambini a piedi nudi per le strade giocano a palla con tappi di bottiglia e vanno a scuola a turni alterni perché non c&#8217;è abbastanza spazio nelle aule; hanno magliette bucate e  pantaloni di quattro taglie più grandi, che  possono durare anche quando i bambini a piedi nudi per le strade crescono.</p>
<p>Le nostre abitazioni non sono poi così lontane dalle case dei bambini che a piedi nudi per le strade giocano a palla con i tappi di bottiglia trovati per terra. Eppure non ci viene naturale pensare a loro, noi che, seppure non ci sentiamo ricchi nelle nostre città, possediamo una casa con riscaldamento e fornelli per cucinare quotidianamente.</p>
<p>Questo Natale potrebbe essere un Natale migliore, se anziché acquistare un nuovo iPod, regalassimo  ai nostri familiari e amici i fondi per finanziare ONG che lavorano su progetti a favore di  comunità bisognose, in Paesi  nei quali avere una coperta per l&#8217;inverno è un grande lusso.  Non sarà un regalo costoso o voluminoso per dimostrare il nostro affetto alla persona che lo riceve, ma un piccolo gesto per cercare di spingere questo mondo verso una direzione migliore. E poiché il mondo è il luogo dove ci ritroviamo a vivere tutti insieme, fare qualcosa per un mondo migliore è il più bel regalo che possiamo fare a tutti i nostri cari.</p>


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