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Le elezioni degli slogan

14 aprile 2008
Pubblicato in Attualità
di Valentina Clemente

Gli slogan elettorali, oramai, sono anche cosa nostra.

Ebbene sì: archiviati i risultati del Super Tuesday, gli accesi dibattiti tra Hillary e Obama e, perché no, le canzoni dei loro supporter, tutti ci siamo concentrati sul nostro Bel Paese che, proprio in queste ore, vede i suoi cittadini accingersi alle urne per scegliere il “nuovo” governo.

Durante la breve ma intensa campagna elettorale perseguita dai candidati, in molte occasioni mi sono chiesta quale, eventualmente, potesse essere l’arma segreta di ciascuno di essi, la spada di Damocle da usare per poter fare colpo sul povero elettore che, come in ogni occasione che si rispetti nel nostro Paese, sulla scheda elettorale deve scegliere tra un ingente gruppo di simboli.

Dopo lunga riflessione, ciò che più mi ha colpita è stato proprio l’uso dello slogan, utilizzato indistintamente da ciascun candidato premier. E su questo frangente, la triade americana musica-slogan-supporter l’ha fatta effettivamente da padrona. Non più, quindi, una battaglia a colpi di valori ben precisi per i quali negli anni di piombo i nostri politici si battevano, bensì una lotta con imperativi efficaci e canzoni orecchiabili in grado di segnare l’elettore, di qualsiasi fascia d’età egli faccia parte.
E a questa tentazione nessun partito ha saputo resistere.

Bombardamenti di cartelloni pubblicitari, canzoni orecchiabili che si sentono ovunque: ecco le armi affilate per arrivare al cuore dell’elettore. Ma, mentre cerco ancora di capire se, in un Paese ricco di storia come il nostro, siano effettivamente questi i mezzi più efficaci per strappare una vittoria sicura alle elezioni, provo a rispondere a un interrogativo che, da elettrice, mi sorge spontaneo: uno slogan può convincere una persona a porre una croce su un preciso simbolo? E di nuovo: chi vota è realmente influenzato da un imperativo letto su un cartellone pubblicitario?

Negli Stati Uniti vengono appositamente coniate delle brevi frasi per definire eventi precisi: i nomi delle missioni militari (Iraqi Freedom ne è un esempio), di politiche a stampo diplomatico (the ping pong diplomacy) e, come se non bastasse, delle campagne elettorali, primarie prima e presidenziali poi. Gli stessi presidenti, molto spesso, hanno voluto coniare dei motti che potessero farli ricordare. John F.Kennedy, per esempio, sin dall’inizio del suo mandato ha spesso ripetuto di voler portare il suo Paese “on the move again” e, come volevasi dimostrare, moltissimi storici ritengono quest’ultima frase come esplicativa delle politiche perseguite nel periodo di governo.

Nella lunghissima campagna elettorale americana, che si concluderà parzialmente alle Conventions di Denver e St.Paul e che eleggerà il quattro novembre prossimo il quarantaquattresimo presidente, le canzoni e gli imperativi efficaci non si sono fatti attendere. E mai, come del resto nelle passate “edizioni”, hanno fallito: gli elettori, secondo numerosissime stime e sondaggi svolti dai quotidiani americani, hanno sinceramente detto che un candidato provvisto di motivi orecchiabili e frasi “easy to handle” è più incline a essere votato. È stato inoltre detto che deve essere aggiunto il fattore carisma, ma è pur vero che, molto spesso, un presidente carismatico e provvisto del cult of personality fa centro nel cuore dei votanti.
Sarà forse per questi motivi che i nostri politici hanno dedicato gran parte della loro campagna a pubblicizzare slogan e canzoni? Sarà perché oltreoceano i personal motto sono successful?

Potrà pur essere che l’influenza, l’esempio e i risultati americani giochino un ruolo importante nella conduzione della campagna elettorale in Italia ma, secondo il mio modesto parere, la ragione dell’uso massiccio di frasi facili e brevi da ricordare risiede in ben altre motivazioni.

L’elettore è oberato di programmi, comizi, pubblicità. È stanco e tediato da una politica pesante e poco pragmatica… e l’unica cosa che vuole sentire è qualcosa di efficace e, ebbene sì, facile da ricordare. Alcuni votano dopo aver letto i programmi, altri perché sono vicini agli ideali di un determinato candidato e altri ancora perché ritrovano nello slogan la risposta alle loro insoddisfazioni e al Paese che vorrebbero. C’è chi crede che “rialzati, Italia!” sia un’efficace modo per poter porre fine alle mancanze che il nostro Paese ha e chi, invece, ritiene che “si può fare” sia il motto di partenza per una nuova Italia.

Ognuno faccia la sua scelta, ma consapevoli di essere influenzati da uno slogan “yes, we can”!
Ecco, volente o nolente, nel girone degli slogan ci sono cascata anch’io…!



3 Responses to “Le elezioni degli slogan”

  1. F scrive:

    evidently, we couldn’t..

  2. Anna Gilbert scrive:

    Alla luce dei risultati appaiono molto più divertenti le parodie dei citati slogan:Veltroni con SI POTEVA FARE o Berlusconi con SI PUò FARE (FESTA)…Feltri è un genio!!!!

  3. Alessia scrive:

    articolo puntuale e delicato..piacevole da leggere ed utile per riflettere..

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