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La cultura? In Italia non è più un affare di Stato!

24 luglio 2009
Pubblicato in Attualità, Opinioni
di Anita Galvano

sedieteatroC’era una volta un Paese conosciuto nel mondo per la sua storia e la sua cultura, no rx per i suoi tanti teatri floridi e attivi, per le sale cinematografiche rigogliose ad ogni angolo di strada, un Paese di rara bellezza ricco di gente creativa e con un patrimonio culturale appartenente all’umanità intera. 

Lentamente questo Paese sta scomparendo, decapitato dalla mannaia della programmazione economica che, sempre più spesso, colpisce la parte più fragile e indifesa di un individuo con tagli che vanno a minare il già esiguo bilancio destinato a teatro, cinema, musei, enti lirici, in poche parole, alla cultura. E cosa è destinato a diventare un Paese senza cultura? Dove sono destinati ad arrivare i giovani che crescono e vivono in un mondo che non conosce più il valore della cultura e che non è più disposto ad investire denari ed energie nell’educazione dell’individuo? Come cresceranno i bambini che non saranno più accompagnati a teatro ad assistere a spettacoli che, forse, non comprenderanno appieno ma che faranno parte della loro formazione?

Quello dei tagli al FUS, Fondo unico per lo spettacolo, parte fondamentale del sostegno pubblico alle imprese artistiche, sta diventando sempre più un problema di crescita del Paese, un problema politico causato da chi ritiene che in un momento di crisi è necessario tagliare ciò che non serve, cioè la cultura! E’ un male provocato dall’ottusità di chi non ha compreso che il cinema, il teatro, la musica non sono svaghi destinati unicamente ad allietare gli animi e a trovare un hobby retribuito a chi non ha voglia di lavorare ma sono la chiave per educare un Paese, per ricordare a una popolazione senza memoria da dove veniamo e dove possiamo ancora andare. Per fortuna il tessuto culturale nazionale  si dimostra ancora solido: basta guardare i numeri relativi alla nascita di associazioni, compagnie amatoriali, scuole di teatro e gruppi musicali, manifestazioni queste di una esigenza reale di avere luoghi dove esprimere la propria dimensione interiore. Ma per quanto tempo sarà possibile portare avanti iniziative e proposte senza una politica culturale incisiva che sia in grado di investire con criterio nell’”industria-cultura”, un’industria che impiega 400 mila lavoratori, 400 mila persone che, ogni anno, esattamente come tutti gli italiani rischiano di andare a casa?

Credo che, oggi più che mai, sia necessario un rinnovamento tempestivo e mirato a salvaguardare il patrimonio artistico di un Paese che si sta lasciando alle spalle un mirabile passato per andare incontro ad un futuro incerto e povero di stimoli.

Nonostante l’impegno del privato che, nel corso degli anni, si è rivelato sempre più importante e, in alcuni casi, provvidenziale, la Res Publica deve continuare a farsi carico della crescita culturale dei suoi cittadini, dell’educazione del popolo che rappresenta, di un’industria forte e “numerosa” che potrebbe, con investimenti oculati, contribuire alla rinascita economica del Paese.

I tagli inflitti allo spettacolo sono tagli fatti al diritto alla cultura di ogni individuo e chi li pratica fa una scelta precisa, troppo spesso di comodo, perché un popolo acculturato che legge, va al cinema, a teatro, all’opera, è un popolo in grado di scegliere, che sa cosa vuole, che sa giudicare chi governa con senso critico e, difficilmente, un popolo così accetterà di trasformarsi in una massa passiva e acritica. In ogni Paese civile, di qualunque colore politico, la cultura non viene mai penalizzata perché considerata un bene da salvaguardare, una priorità allo stesso livello di sanità e giustizia, un pilastro su cui fondare un sistema politico. Soltanto i regimi antidemocratici reprimono la cultura. Perché la temono.

La Storia ce l’ha insegnato, ma noi l’avremo imparato?



One Response to “La cultura? In Italia non è più un affare di Stato!”

  1. michelangela scrive:

    un commento trasversale.
    perchè sono pienamente d’accordo con anita e perchè, lungi dal voler gridare all’apocalisse, trovo sconcertante il fatto che tutto in Italia sembra remare contro una formazione plurale dell’individuo in quanto espressione di una cultura – nazionale? europea? come sia…

    mi spiego – e spiego l’elemento di trasversalità.

    come possiamo noi piccoli tamarindi tentare di produrci in qualcosa meritorio se di fronte a noi si dispiega una platea di ragazzi sempre più diseducati all’educazione? non lo dico per snobismo, nè per autocommiserazione.

    però: la scuola ha un posto così infimo nella scala dei “valori” riconosciuti dalle istituzioni che si arriva al punto di dover far comprare i gessetti ai genitori per porre rimedio ai tagli inflitti al bilancio scolastico.
    chi vorrà, a costo zero, proporre programmi che integrino nella didattica teatro, cinema, visite a musei ecc ecc, laboratori di creatività, letture di libri e quant’altro? servirebbero da un lato professori disposti al sacrificio e dall’altro genitori lungimiranti.

    E come fai ad attrare i ragazzi al teatro o al cinema quando i prezzi dei biglietti, anche per i soliti tagli, aumentano continuamente? piuttosto che dare 7,50 euro a una sala cinematrografica me lo vedo in streaming il film, e già che ci sono ci bevo su qualche birretta (dato che tra l’altro sembra che nel lazio si possano considerare “grandi bevitori” gìà i quindicenni…) – e tra l’altro a teatro non si può manco bere…:D

    bho, è un po’ uno sfogo, rivolto anche alle critiche sul “Male della banalità”…

    bhè, che dire, questo mi è sembrato un articolo intelligente e tamarindico, che pone un problema vero e riflessioni sentite.