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Il Patrimonio degli Italiani

24 maggio 2008
Pubblicato in Dossier
di Marie-Isabelle Corradi

Mi rammarico pensando che un Paese come l’Italia, site in cui esiste un patrimonio di tale eccellenza, ed abbia una così scarsa capacità comunicativa riguardo ai propri beni culturali.
Benché esistano eventi di grande attrativa come la Biennale di Venezia o il Salone del Mobile a Milano, la politica culturale del nostro Paese rimane vetusta e necessita, a mio parere, di essere urgentemente modernizzata. Non solo per poterne usufruire noi Italiani, ma anche per mettersi alla pari della concorrenza estera che spesso in questo campo eccelle.

Perché dobbiamo aspettare che iniziative come la Notte Bianca o La Scala Giovani ci vengano trasmesse da altri Paesi? Perché in musei come la Pinacoteca Ambrosiana o Capodimonte a Napoli quasi si respira la polvere che c’è sopra i quadri? Nessuna fiche segnaletica, solo desuetissimi cartellini che oserei definire «para-esplicativi». Per non parlare dei guardiani, vecchi quanto le opere che sorvegliano, che pedinano al centimetro chi visita, come fosse per forza in procinto di rubare qualcosa

Esaminando i fatti, è necessario constatare che esistono una serie di cause strutturali che possono spiegare questa situazione. Oltre a un budget troppo modesto, che di certo non incita a lanciarsi in nuove strategie, vige una completa inadeguatezza dell’offerta rispetto alla domanda del pubblico, sia italiano che straniero.
Il settore culturale, si sa, è il primo a essere sacrificato in periodi di vacche magre. È facile immaginare quindi quali minimi storici si possano raggiungere se già durante i tempi fasti dell’economia italiana il Ministero per i Beni Artistici e Culturali riceveva soltanto lo 0,1% della finanziaria.

É vero che da questo punto di vista l’Italia non è l’unica. Ma molto sono gli Stati che nella stessa situazione hanno adottato drastiche misure per incentivare i finanziamenti privati in campo culturale. È nota infatti la philantropy americana, che da parte di chi ha accumulato grossi capitali è sentita non soltanto come un dovere civile, ma quasi come un obbligo morale. É cosi che Ford, Rockfeller, Bill Gates e altri come loro sostengono il 90% delle manifestazioni culturali negli Stati Uniti, grazie alle loro donazioni quasi integralmente detassate. Lo stesso avviene in Inghilterra, mentre in Francia, grazie alle leggi del 2003 e del 2005 riguardanti il mécénat d’entreprise, le aziende che decidono di acquistare o ristrutturare un’opera d’arte o un bene architettonico vengono defiscalizzate sulla somma investita del 60%, e fino al 90% se si tratta di un tesoro nazionale. In Italia, invece, gli sgravi sono modesti o inesistenti e, benché le operazioni di sostegno siano sempre più diffuse – come il caso del gruppo Intesa San Paolo per il restauro del Duomo di Milano o la devozione di Pirelli al Teatro alla Scala -, la motivazione è senz’altro minore che Oltralpe.

Malauguratamente non si tratta soltanto di una questione di finanziamenti, ma anche e sopratutto del modo in cui questi vengono impiegati. È interessante notare la priorità assoluta che viene data alla conservazione del Patrimonio (con questo termine intendo in senso stretto i beni architettonici e gli oggetti di arte decorativa), a scapito di altri settori come per esempio la creazione contemporanea e le arti sceniche. La mancanza di innovazione si riscontra nella volontà di preservare, piuttosto che di modernizzare, un settore che richiederebbe un aggiornamento costante.
L’Italia ha una posizione dominante nella World Heritage List, la lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, suddiviso in siti archittetonici, artistici e paesaggistici.
D’altra parte, la tradizione che pone degli Italiani fra i primi in Europa nella protezione e nella promozione delle arti è secolare: Mecenate, colui che promosse tutto un areopago di talenti artistici e intellettuali alla corte di Augusto; i prìncipi del Rinascimento, in gara fra loro per chi avrebbe protetto gli artisti e i poeti più prestigiosi dell’epoca; perfino grandi re come Francesco I o Massimiliano d’Asburgo si contendevano a caro prezzo i geni italiani. E bisogna ricordare che anche il Fascismo istituì un Ministero per la cultura popolare che, sebbene sottomesso alle contestabili costrizioni del regime dittatoriale, seppe riconoscere le esigenze di modernizzazione della cultura in quel contesto.

Tradizione, quindi, che si aggiunge – bisogna riconescerlo – a un sincero attaccamento degli Italiani al loro patrimonio. Basta evocare il caso clamoroso del recente recupero di tesori nazionali effettuato da Francesco Rutelli, ex-ministro dei Beni Culturali. Grazie a una riuscita operazione di diplomazia culturale, sono stati rimpatriati diversi reperti archeologici, i “Nostoi”, trafugati illegalmente durante il XIX e XX secolo e finora esposti in musei e fondazioni esteri. E ammettiamolo, a quale Italiano non viene un piccolo pizzico al cuore quando vede Monna Lisa sorridergli dalla Grande Galerie del Louvre?

Eppure questo dimostra che l’entusiasmo si manifesta in maniera sporadica, senza che venga messa in atto una vera e propria politica culturale come in altri Paesi. Per esempio non esistono, se non in ridottissimo numero, progetti interattivi lanciati sui siti internet di musei e siti archeologici italiani, mentre istituzioni come il Centre Pompidou a Parigi o il Metropolitan Museum di New York produrranno a breve guide in formato mp3, scaricabili sui telefonini e riascoltabili direttamente davanti alle opere stesse.

Ritengo dunque che, anche se l’Italia costituirà sempre un’irresistibile attrazione per turisti, scienziati e amatori vari di tutto il mondo, il rischio di rimanere indietro in termini di competitività rispetto ad altri Paesi sia concreto e preoccupante.
Non occorre abbandonarsi a riflessioni di fatalismo nostalgico, ripensando alla perfezione del cerchio di Giotto o all’armonia perfetta delle Quattro Stagioni di Vivaldi. La dinamica capace di incentivare la motivazione culturale è raggiungibile mettendo in atto una politica culturale moderna e soprattutto visibile, senza aver il timore, peraltro fuori luogo, di associare la Cultura ai concetti fondamentali di marketing e pubblicità.



2 Responses to “Il Patrimonio degli Italiani”

  1. Anna scrive:

    Sono d’accordo con Marie.
    Purtroppo è un gatto che si morde la coda: fino a quando un governo non concederà al Ministero dei Beni Culturali dei fondi adeguati e sgravi fiscali per il contributo dei privati non potrà esserci in Italia una vera politica di valorizzazione del suo immenso patrimonio culturale; e fino a quando esso non verrà valorizzato, gli Italiani stessi, la maggiorparte per lo meno, continueranno a considerare la cultura come “roba da museo”(e la sfumatura decisamente negativa che il termine riveste nel linguaggio corrente la dice già lunga sull’amore degli italiani per i loro musei).
    La spinta per una più concreta attività di tutela può e deve a questo punto venire dal basso: il vero problema che attanaglia questo paese infatti è la mancanza di amore per la cultura , dove un bene culturale inizia a venire considerato come tale solo se associato ad un valore monetario intrinseco.
    In tale clima culturale mi meraviglio che in pochi, soprattutto tra i politici, pensino concretamente al cosiddetto indotto generato da una tutela attiva dei beni culturali: turismo, posti di lavoro e una ventata di aria fresca per l’economia italiana. Oltre che fondi per il nostro patrimonio. Forse si potrebbe iniziare da qui…il resto verrebbe d sè.

  2. [...] Non è forse vero che, prendendo un aperitivo con gli “amici di sempre”, ogni tanto ne arriva uno con una new entry dall’aspetto interessante, e noi pensiamo “lui sì, vedi che ganzo, lui si butta sull’estero”, e poi scopriamo che abita nella nostra stessa città-mummia da sempre, e che il suo percorso è stato da sempre differente dal nostro, e che conosce luoghi mai immaginati proprio dietro l’angolo, e che partecipa ad iniziative entusiasmanti e impensate ospiti della nostra provincia (spesso, per l’onor del vero, non troppo ben illuminate dalle nostre giunte comunali così estranee al marketing, come dice M.I. Corradi nel suo articolo)?. [...]