Pino Genovese o la memoria dell’Umano nel Divino
Pubblicato in Dossier, Segnalazioni
di Michelangela Di Giacomo
Sfogliavo il catalogo dell’ultima mostra personale di Pino Genovese presso il Centro d’arte contemporanea “Luigi Di Sarro” a Roma, medical con la presentazione di Anna Cochetti. Un senso di minima grandezza e tranquilla ansia mi ha pervaso al soffermarmi sulle belle foto in b/n, physician al lasciare all’opera-paesaggio di risucchiarmi con la sua magnetica attrazione. Nelle opere di Pino, spazio, tempo e materia si fondono in un unico fluire dell’esperienza umana a contatto con il mondo circostante, espandendo la percezione del sé all’estremo limite dell’umanità intera e del presente agli albori dell’uomo e ad un futuro percepibile, minaccioso e bramato. L’azione artistica di Pino, all’incrocio di vie tra Land Art, scenografia, fotografia e “sciamanesimo” si sostanzia nella costruzione di forme primordiali con materiali primari, che, attraverso la percezione immediata di un’immagine atavica, radicata in una memoria subcosciente dell’umano che fu, focalizza l’attenzione cosciente in porzioni di paesaggio di cui si limita a spostare e ricollocare dati già presenti dando a loro un significato nuovo, nella costruzione di un edificio inserito in categorie antropiche a partire da un caos naturale di per sé foriero di presagi di morte e di angosciose sensazioni. Mambor, tra i testi in catalogo, sottolinea con chiarezza come le opere di Pino Genovese possano fungere esattamente da “antidoto alla nostra paura”, permettendo di svelare, attraverso la narrazione e la memoria, personale e collettiva, il senso di un agire umano che traccia all’interno e a scapito della natura i propri percorsi circolari di nascita-morte-nascita. Lo sguardo sciamanico dell’artista, più oggetto di interessi antropologici che artistici, staglia ed enfatizza il sacro in quei piccoli spazi lasciati ancora liberi in un mondo fortemente connaturato dalla presenza e dall’imposizione dei ritmi dell’uomo. Così luoghi che razionalmente sappiamo essere inglobati ormai in una colata di cemento e acciaio inox, il Lido dei Pini di Roma, le dune di Nettuno, sembrano, grazie al taglio impressogli dell’artista-fotografo, riconquistare una quiete, un silenzio e un senso di desertificazione e di vuoto nel quale l’uomo-spettatore, lasciandosi accompagnare dalla guida dell’artista, torna a contatto con il sé e con l’altro da sé, il divino, qualsiasi forma esso assuma. In pochi tronchi, in poche pietre, attraverso la guida dello sciamano, si ricoagula e ridefinisce un universo di percezioni e cognizioni assopite che ricolloca l’esperienza di ciascuno nel quadro dell’esperienza dell’umanità tutta, che riporta ciascuno ad affrontare le proprie domande più intime sull’essere, l’esistere, il vivere e il destreggiarsi continuo di ciascuno alla ricerca di una conferma della propria “umanità”, della propria unicità rispetto ad una biologia che riporta la condizione umana ad una semplice esistenza naturale in un contesto di infinite forme e di lunghissima durata nella quale si fonde, si diluisce ed infine si perde. L’uomo-spettatore, guidato dall’artista-sciamano, disperdendosi nel tutto riconquista la propria umana, sovrastrutturale unicità. E l’arte e l’artista riconquistano un senso sociale in una collettività che sembra attribuire al fare artistico un ruolo di mero esorcismo alle paure private dell’artista, una mera terapia del male di vivere intimistico del singolo.
Altre informazioni:
http://www.teknemedia.net/pagine-gialle/curatori/Anna_Cochetti/dettaglio-mostra/35274.html
