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Le Stagioni di Twombly

9 settembre 2008
Pubblicato in Dossier
di Giovanni Biglino

L’arte di Cy Twombly (certamente non tutta, click nei suoi diversi cicli) può essere considerata molto melodiosa, un’evoluzione di toni che affonda le sue basi in quegli anni in cui Jackson Pollock pensò ad un’arte destrutturata, dimostrando che un quadro non necessita di una “pennellata”. Piuttosto la tela è un campo di battaglia, un lenzuolo, una pagina di diario, uno spartito – o come disse Harold Rosenberg nel 1952: “At a certain moment the canvas began to appear to one American painter after another as an arena in which to act… What was to go on the canvas was not a picture but an event”.

Twombly diviso fra due mondi: da un lato l’America, dove nacque (nel 1928 a Lexington, Virginia) e dove studiò, a Boston, a New York, al Black Mountain College in North Carolina, quell’America che sarebbe esplosa nel grande movimento dell’Espressionismo Astratto; dall’altro il mondo mediteranneo e l’Italia, i classici, Capri, colori ancestrali, il Marocco.

Lì si apre la mostra, sull’equilibrio tra le sue due anime. I primi lavori (1952, 1954) sono opere ad olio in bianco e nero, o iuta e nero, ocra, terra. È la sensazione antica di una parete di pietra. Al posto della matita, un pezzo di carbone. Dunque troviamo il mondo europeo, scoperto nella folgorazione del 1952 quando Cy Twombly viaggiò per l’Italia e il Marocco in compagnia di Robert Rauschenberg, ma questo viene rielaborato alla luce di un bianco e nero nello stile di de Kooning. Tzinit e Quarzazat (opere ispirate alle città marocchine) rappresentano bene questo equilibrio, attraverso un’uniforme tiepida improvvisazione. Quadri pensati nel Mediterraneo ma realizzati di ritorno a New York, rielaborando, per quanto concerne il bianco e nero, Franz Kline e – appunto – de Kooning.

Nel 1957 un altro viaggio in Italia. Il fascino dei classici si insinua più a fondo. Procida, Capri, Ischia. E i quadri ora si intitolano Olympia e Arcadia, mentre i toni non si sono ancora evoluti. Del resto come Cy disse in seguito a David Sylvester: “The Mediterrenean… is always just white, white, white”. Dunque il bianco, un bianco “simbolico” – Twombly ha letto le poesie di Stéphane Mallarmé.

Nel 1960-61 ecco, infine, apparire il colore. Macchie rosse e rosa, timide ma anche avvolgenti. Twombly ha uno studio a Campo de’ Fiori. L’Italia è entrata in lui, i miti classici lo hanno sedotto (come nell’Empire of Flora), mentre in Herodiade si ispira alla storia della madre di Salomé e al poema di Mallarmé. Dai primi tocchi di colore all’esplosione il passo è breve.

Si respira, di stanza in stanza, quasi un crescendo. Le macchie di viola e di rosso (vino? sangue?) emergono con più prepotenza, fino a tuonare nei dipinti della serie Ferragosto in cui il colore è diventato pastoso e incrostato. Sono opere che colpiscono per la spontaneità del gesto e per la forza dell’impasto. Il crescendo ha raggiunto l’apice, o come disse David Sylvester: “È come se nel giro di tre anni Scarlatti fosse stato trasformato in Wagner”.

Capri e il mare, le pagine di Axel Munte e la storia di San Michele.

Col procedere degli anni Sessanta e l’avanzare del Minimalismo, Twombly ripensa la sua arte in termini di superficie e di geometria, in un certo senso rifiutando la violenza (c’è chi ha letto quasi un’esplosione sessuale) dei quadri di Ferragosto. Anche il materiale viene esplorato, facendo ricorso ad esempio alla lavagna, che se da un lato si può ricollegare a certe opere dell’amico Joseph Beuys, dall’altro può essere un ricordo d’infanzia, dove Sylvester vede un legame con Jasper Johns, le sue lettere, le sue bandiere, certe immagini semplificate e – appunto – infantili.

Il movimento si arresta, poi torna, diverso.

Nel 1971 muore Nini Pirandello, nipote di Luigi Pirandello e moglie del gallerista di Cy, Plinio de Martiis. In memoria di Nini, Twombly dipinge un altro ciclo, ma le macchie pastose ora sono diventate sottili scarabocchi (forse quelli per cui è più noto). Ripetitivi, regolari scarabocchi che si fanno onde, quasi un mare leggermente increspato (sempre Capri, sempre il Mediterraneo) ma anche linee ondulate di fili d’erba. Il mare riaffiora più tardi, ancora, in Ero e Leandro, il tragico amore mitologico: Leandro annegò nelle acque dell’Ellesponto tentando di raggiungere l’amata Ero, che si gettò a sua volta in mare. L’amore tra civiltà che troviamo in Ovidio, ritroviamo in Dante (“Ma Ellesponto, là ‘ve passò Xerse. / ancora freno a tutti orgogli umani, / più odio da Leandro non sofferse, / per mareggiare intra Sesto ed Abido, / che quel da me, perch’allor non s’aperse”, Purgatorio XXVIII) e qui si fa pittura, come una tempesta di Turner. Il mare della tragedia è nero e viola, poi sfuma nel verde e il verde infine si tinge di bianco facendosi sempre più pallido.

Vi sono momenti della pittura di Twombly che risultano meno efficaci, come il Senza titolo del 1988 che fu realizzato per la Biennale di Venezia e in cui le tele hanno forme che riprendono il Rococo in una sorta di omaggio al Settecento veneziano. Nelle forme proprie di Tiepolo, l’efficacia di Twombly in qualche modo si perde e delude. Anche il recente ciclo Bacchus (2005), che vuole fare riferimento all’Iliade ma anche alla guerra in Iraq, si perde. Forse troppo pretenzioso nel soggetto e, pur nell’uso di un rosso cruento che cola sulla tela, poco avvincente nella forma. Rispetto agli anni Cinquanta-Sessanta sono opere meno emozionanti, mancano di liricità e non hanno l’entusiasmo di quegli anni in cui Twombly scopriva il Marocco, Capri, Roma e Bolsena mentre rileggeva de Kooning e studiava il suo impasto. Pur su scala temporale diversa, è l’effetto che fanno le recenti opere di Peter Doig (incoronato nel solo 2008 da tre retrospettive importanti a Londra, Parigi e Francoforte oltre che dai record all’aste) rispetto alla sua galassia leopardiana, ai suoi laghi, ai dipinti in cui mescola Cézanne e Le Corbusier, opere dei primi anni Novanta in cui l’ispirazione era molto più intensa – o almeno così viene percepita. Se prima Cy Twombly lavorava sulla musica dei suoi quadri, nell’ultimo ciclo non ritroviamo il piacere delle prime sale, così avvolgenti e così interessanti.

Eppure un trionfo di colore riemerge nel 1993-1995. Sono le Quattro stagioni, riprese in due cicli (provenienti dalla Tate e dal MoMA) che vengono per la prima volta esposti nella stessa mostra, nella stessa sala. Dunque Vivaldi, dunque Haydn. Stagioni luminose che si fronteggiano, simili ma non uguali, ricorrenti ma diverse, mentre i gialli dell’estate diventano viola d’autunno. Twombly ha ritrovato probabilmente la sensazione dei Ferragosto, certi toni di porpora e carminio sono identici, piacevolmente.

Rispetto allo studio minimalista delle lavagne, rispetto alle sculture che vogliono rifarsi a Giacometti, rispetto ad una risposta un po’ stanca agli eventi contemporanei (Bacchus), questo è Cy Twombly: una stagione di colore, di scarabocchi che si fanno musica, di Espressionismo Astratto che va a riscoprire una radice antica sulle isole del Mediterraneo. Sono colori pieni di musica. Forse non Wagner, come suggerì Sylvester. Qualcosa di più moderno e classico insieme, ora una spiaggia (o un prato) e una chitarra, ora un’intera orchestra nella pastosità del colore caldo.



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