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Mister Obama va ad Oslo

12 ottobre 2009
Pubblicato in Attualità
di Francesco Vannutelli

NobelLa decisione di Oslo di assegnare a Barack Obama il premio Nobel per la pace a poco meno di  un anno dalla sua elezione appare a molti spiazzante. È opinione comune che Obama debba ancora dimostrare di essere in grado di portare a termine il percorso sul quale ha deciso di orientare la proprio presidenza. Le migliori intenzioni ci sono, viagra sale ma la strada da fare è ancora tanta e gli obiettivi difficili da raggiungere. Il superamento della tensione con l’Iran di Ahmadinejad, tadalafil il difficile ruolo di intermediario nel dialogo tra Palestina e Israele, cialis la preparazione di un’adeguata exit strategy dall’Afghanistan nel momento in cui i comandi militari chiedono l’invio di altre 60.000 unità, l’impegno per portare avanti il disarmo nucleare annunciato nel suo primo discorso alle Nazioni Unite sono le prove con cui il presidente degli Stati Uniti deve ancora confrontarsi e su cui punta i riflettori l’opinione pubblica internazionale.
Di concreto, Obama ha fatto ancora poco per meritarsi il massimo riconoscimento per l’impegno internazionale. L’avvio del ritiro delle truppe dall’Iraq rappresenta certamente un primo passo importante e un chiaro segnale di svolta rispetto alla precedente amministrazione Bush, così come la decisione di lasciar perdere il progetto dello scudo spaziale, che tanti attriti aveva creato fra la Casa Bianca e il Cremlino, o ancora la chiusura della prigione di Guantanamo, seppur tra infinite difficoltà per la sistemazione dei detenuti.

In generale, a Obama va riconosciuto l’indubbio merito di aver impresso da subito una netta svolta alla politica estera USA, distendendo i toni nei confronti del mondo islamico, senza perdere di vista la minaccia terroristica, ma abbandonando il gergo da crociata manichea propria della precedenti presidenze Bush. L’impegno al dialogo con l’Islam moderato è un punto fermo della nuova diplomazia statunitense, come ha confermato lo stesso Obama nel recente discorso all’università del Cairo.

Nella motivazione del premio, il Comitato spiega di aver scelto il presidente degli Stati Uniti “per i suoi sforzi straordinari nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”, avendo “dato grande importanza all’impostazione di Obama ed ai suoi sforzi per un mondo senza armi nucleari. Obama da presidente ha creato un nuovo clima nelle relazioni internazionali. La diplomazia multilaterale ha riguadagnato centralità, evidenziando il ruolo che le Nazioni Unite ed altre istituzioni internazionali possono svolgere”, aggiungendo nella conclusione che “per 108 anni il Comitato ha cercato di stimolare proprio quella politica internazionale e di quegli atteggiamenti di cui Obama è il portavoce a livello mondiale”.
Il Nobel arriva a sancire, dunque, la condivisione della nuova politica statunitense. È un premio alle intenzioni, si è detto, ed è giusto definirlo tale. Il riconoscimento obbligherà in qualche modo la Casa Bianca a mantenere gli impegni presi; l’attenzione internazionale seguirà con ancor maggiore cura la diplomazia statunitense, per assicurarsi che il premio non sia stato dato a vuoto.

Ma c’è dell’altro, ed emerge chiaramente dalle dichiarazioni del Presidente del Comitato per il Nobel per la Pace Thorbjorn Jagland: “Non è una scelta rivolta al futuro, ma al simbolo che Obama rappresenta.” Il quintetto dei saggi di Oslo ha deciso di premiare Obama per tutto ciò di nuovo che incarna. Come primo presidente afroamericano degli Stati Uniti della storia, l’ex senatore dell’Illinois apre il futuro del suo paese, e indirettamente del mondo intero, a nuovi orizzonti e nuove possibilità. Obama è un uomo di enorme carisma e incredibile appeal mediatico e, emblematicamente,  è già egli stesso il cambiamento di cui si fa promotore; per questa sua valenza simbolica si è deciso di investirlo del titolo.

Il cambio di rotta della politica estera statunitense sta confermando quanto promesso prima delle elezioni, lasciando presagire sviluppi lungo il sentiero della pace. In politica interna Obama sta godendo di minor fortuna per le sue riforme, ma agli occhi dell’opinione pubblica internazionale continua a rappresentare la possibilità di una nuova politica fatta di collaborazione e dialogo, lontana dalla guerra di culture che aveva caratterizzato l’amministrazione Bush.

Obama va incontro a difficoltà enormi. I problemi da affrontare, le soluzioni da trovare sono infinite e diverse tra loro. Deve stare attento a trovare compromessi, a mediare tra parti diverse. Per questo riceverà il Dalai Lama dopo la visita in Cina e non prima, per questo si impegna a portare avanti la lotta al terrorismo e il dialogo con il mondo arabo.
Gli ostacoli lungo il suo percorso sono tanti, dall’ostracismo interno alla riforma sanitaria e alle riduzioni di CO2 all’enorme incognita iraniana, ma Barack Obama sembra intenzionato a proseguire sul suo cammino. E il Nobel è lì a ricordargli la direzione da seguire.



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