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Di elezioni, di retorica e di malcontento. Ma non solo.

31 marzo 2010
Pubblicato in Attualità, Primo Piano
di Michelangela Di Giacomo

SCENA: in un autobus di Roma prima delle elezioni, recipe zona EUR. Una coppia sui cinquanta.

LEI (vedendo un manifesto elettorale dal finestrino): “Aho, shop ma che se vota pure a Roma?”

LUI: “E certo, no? Sempre Lazio è…”

LEI: “E te che voti?”

LUI: “Bho, o la Bonino o la Polverini”

L’apparizione di Bersani ai cancelli della FIAT, mediatica o politica che intendesse essere, non è bastata ad assicurare al centrosinistra il mantenimento della regione Piemonte. E neanche l’esclusione delle liste del PdL dalle schede del Lazio ha potuto garantire alla compagine anti-berlusconiana la riconquista della regione della Capitale. Che la Lombardia, o il Veneto, fossero feudi ormai quasi inespugnabili, pur non ammettendolo nessuno, nessuno lo ha mai negato. E che Bassolino in Campania avesse fatto più danni di uno tsunami rientra anch’esso nella categoria del “dato di fatto”. Nulla ha potuto neanche il pastrocchio della CEI sull’aborto e gli insulti del capo del governo alla Bresso per smuovere in corner il disilluso elettorato laico e femminista. Che cos’è mancato in questa campagna elettorale, la più brutta della storia della seconda repubblica, perché potesse ri-affermarsi la cultura della sinistra? O meglio, che cos’è mancato in questi ultimi anni?

Due, si dice, sono ancora una volta – come alle ultime politiche e alle ultime europee – i fattori da considerare per una prima analisi del voto. L’astensionismo e l’affermazione della Lega. A sfavore di entrambe le coalizioni che ambiscono a stabilirsi come fulcro dell’agognato bipolarismo perfetto.

Un italiano su tre non è andato a votare, e alcuni, tra il non voto e l’espressione sdegnata del proprio diritto/dovere hanno preferito indirizzare le proprie preferenze ai partiti dell’“antipolitica”: per la sinistra è stato Grillo in primo luogo (cui sono andati molti dei voti dell’insoddisfazione della sinistra piemontese, privando la Bresso di quel quid necessario alla vittoria in una partita che si giocava sul terreno dell’1%), ma anche lo stesso dipietrismo galoppante.

Per la destra, più che per la sinistra (lo slittamento di voti presuntamente ex-comunisti verso il regionalismo, pur destando maggior scalpore, è stato tuttavia minimo anche nelle passate politiche) è stata la Lega. Pur conquistando regioni importanti come il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e il Lazio, il centrodestra impersonificato da Berlusconi ha perso un 6% rispetto alle ultime consultazioni e se di personalizzazione della politica si può parlare, il vincitore non è stato tanto il Cavaliere (che pure sul suo carisma ha costruito l’intera campagna, chiamando ad una nuova cruzada un popolo di fanatici più che di fedeli) quanto il risorto Bossi.

In un Piemonte terra di immigrazioni sovrapposte e continue, terra della classe operaia, ma anche terra di un’inteligentia liberale, anche quando conservatrice, la vittoria di uno dei più tracotanti esponenti della Lega (per quanto di pochi punti) ha un significato ben oltre il calcolo dei punti. Neppure il MARP negli anni ’60, cavalcando l’onda del risentimento antimeridionale, potette dividere quella che era una regione compattamente schierata a difesa di ideali in primo luogo antifascisti, e in secondo luogo “nazionali” – foss’anche che sabaudicamente potesse intendersi l’idea di un’Italia colonia piemontese…

Fa bene Bersani, a plaudire del risultato del 28% circa raccolto dal suo partito (e della risalita della sinistra radicale, sommando i voti della Federazione della Sinistra e di SEL, aggiungo io…) come un segnale di qualcosa che si sta muovendo. E fa bene anche a dire che sempre 7 a 6 sono finite queste regionali – esattamente come egli auspicava. Tuttavia, com’è evidente, le regioni non sono meri numeri, e purtroppo il peso relativo di ognuna rende la somma ben diversa da una semplice analisi aritmetica. Ne emerge un’Italia spaccata in tre, e meno male che il centro regge a sinistra – trauma serio sarebbe stato se si fosse persa anche la regione dello stesso leader del PD!

Ma i democratico-cristian-riformatori forse dovrebbero fermarsi ad osservare che in nessuna regione sono stati in grado, tranne forse proprio in Piemonte, di schierare credibilità.

Nel Lazio e in Puglia, poi, s’è sfiorato il ridicolo. Possibile che non avessero un programma e delle persone da cui farsi rappresentare senza andare a farsi belli di nomi provenienti da altre tradizioni? Qual’era la speranza? Far confluire nel PD post-comunisti e radicali (talmente altalenanti che meglio perderli che trovarli, con tutto il rispetto per l’unico partito che ancora dignitosamente sopravvive dalla prima repubblica e la simpatia per la Bonino)? Chissà non sia stata come sempre una manovra di “berlusconismo di ritorno”, in cui ancora una volta ha contato il candidato più del programma.

L’elettorato di sinistra, a mia opinione, ha bisogno più di parlare di politica ed ideali che di personaggi. Ha bisogno di politiche sociali, di difesa dell’occupazione, di ammortizzatori per la disoccupazione, di istruzione, sanità, ricerca, cultura… Ha bisogno di partecipazione, di illusione anche, ma soprattutto di futuro. Tutte cose che i governi di centrosinistra hanno sacrificato (sacrificio di cui l’elettorato non si scorda, ma anzi aiuta a mescolare tutti i politici in un unico calderone). Tutte cose che Vendola, modernizzatore quanto si vuole ma pur sempre di una certa mai disconosciuta provenienza, sa fare benissimo con un entusiasmo che l’ha premiato. E che mancava completamente nella grande “piazza viola” in cui un triste Bersani ha voluto concludere la campagna elettorale, sfociando ancora una volta nella retorica populista del primato della “società civile”, pur accennando risposte politiche alla crisi economica e sociale.

E allora, vien da dire, avevano ragione quei cinque o sei operai FIAT fermatisi pietosamente alle 5 del mattino a parlare col segretario del PD, per fargli presente che troppo tardi si sono ricordati del lavoro, che nessuno se li è filati negli ultimi 10 anni, tra cessioni, cassintegrazioni, riduzioni d’orario, precarietà e quant’altro. E che è ovvio che il voto si sposti verso chi per lo meno offre l’illusione di un facile tornaconto.

Contraria all’idea di una sinistra depressa, le mie solo in apparenza sono riflessioni amare. Penso invece che siano da concludersi con una speranza. Anzitutto per quel 30% di elettori circa che ha espresso il suo voto nello spettro della sinistra, e non è poco. In secondo luogo perché quel Bersani alla FIAT sarà arrivato tardi, quella Bonino laica non sarà abbastanza simpatica e quel solo Vendola non farà primavera, ma magari tutti insieme potranno portare a tornare a parlare di politiche, lasciando da parte tanto l’antiberlusconismo fine a se stesso o giustizialista, quanto l’antipolitica antiparlamentare o propagandista. E infine, ma qui si fa per ridere, perché la Francia è vicina…



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