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La speranza che c’è – uno sguardo diverso sull’Africa

17 marzo 2008
Pubblicato in Attualità
di Chiara Massaroni

Tutto dipende dai punti di vista: guardare l’Italia dal nord, no rx di qualunque nord si tratti, ampoule la rende ridicola, ed goffa, sporca, volgare. Ma spostando la prospettiva di qualche parallelo più a sud tutto assume una dimensione più umana, più vivibile e a volte il sapersi italiani può creare anche una sensazione di sollievo.

Forse ho lasciato l’Italia proprio per poterci ritornare più felice, soddisfatta di quello che ho, per poter sorridere delle miserie di questo nostro paesetto che tanto amo ma sempre più si imbarbarisce, si degrada e svilisce la voglia di abitarlo.

Il Madagascar mi ha dato la possibilità di fare questo cambiamento di prospettive sull’Italia e sul mondo. Anche sulla vita, forse.

Quello che ho trovato in Madagascar non aveva nulla di ciò che mi aspettavo: la televisione ci rimanda queste immagini dell’Africa, di sofferenze infinite e paesaggi meravigliosi, bambini con le mosche agli occhi e madri con i seni cadenti sul ciglio della strada polverosa. Niente di tutto questo. O forse questo e molto altro. Ma la televisione e i giornali devono essere selettivi nel raccontare la storia del mondo. E non fanno che omettere particolari importanti che ci renderebbero la visione delle cose più completa, meno stereotipata, meno fittizia. L’Africa non esiste, è mille e una cose insieme. E non si può certo raccontare un continente su un trafiletto di un giornale, una volta al mese. Né queste righe hanno la pretesa di riuscirci.

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L’Africa dunque. Il grande viaggio. Il passo dall’altro lato della staccionata. Questo credevo prima di partire. Ero certa di trovare un mondo tanto diverso che mi avrebbe cambiata. Avevo nelle orecchie l’eco di tutte le persone con cui avevo parlato, i consigli, le raccomandazioni, le paure, le parole di tutti i libri che avevo letto. I ricordi dei viaggi di Moravia e Pasolini. L’Africa come l’ultimo luogo ancora non corrotto, inesplorato, ignoto. L’Africa e il mito del buon selvaggio. L’Africa e l’altro da te e da tutto. In realtà quello che ho trovato in Madagascar non erano che uomini. Uomini come noi, come tutti, uomini come gli Italiani, i Neozelandesi o i Belgi. Uomini che credono in un dio che chiamano “ogni cosa”, che si amano e si odiano tra loro, che soffrono e uccidono e rubano e pregano il signore. Banalmente buoni e altrettanto banalmente cattivi. Certo, c’erano cose per me inspiegabili e cui a volte ho fatto fatica ad abituarmi. I primi giorni ho sofferto come credo mai prima di allora. Ho patito l’inesplicabilità di una povertà che non avevo mai avuto modo di vedere prima. La gioia e lo stupore nei volti della gente, nonostante quella paralizzante indigenza. Ho sofferto quando ho ricevuto da un villaggio intero, poverissimo, un dono di cinque chili di patate e tre galline per ringraziarmi del mio essere lì, tra loro, un villaggio in festa per la mia presenza di bianca, ricca, e, quindi, necessariamente benefattrice. Ma quale aiuto avevo mai dato io? Per tanto tempo non riuscivo a capire il senso del mio essere lì, cosa stessi facendo e perché. Chi dovessi aiutare e quali mezzi avessi mai per poterlo fare. Ho visto gli occhi impauriti di bambini che non avevano mai incontrato un bianco prima di allora . E poi gli stessi bimbi mi hanno portato in giro a mostrarmi, orgogliosi, il loro villaggio di capanne, i loro campi arati punteggiati da miriadi di giganteschi formicai e da pietre tombali, le loro case di fango rosso, con un letto in un angolo, nell’altro un fuoco e una pentola, pareti nere di fumo e quattro porcellini d’india a “pascolare ” in un angolo. L’orgoglio e la gioia dei bambini e delle madri nell’accogliermi nelle case fatte di nulla. Che aiuto avrei mai dovuto dare loro? E chi ero io per farlo? Dall’alto di quale ruolo dovevo credermi in grado di dare una mano?

Ho anche odiato l’Africa per il suo modo, speculare al nostro di creare stereotipi. Essere occidentale significa, automaticamente , essere ricco e , quindi, dover donare. Ai loro occhi, prima di essere donna o studentessa o volontaria per una ONG o qualunque altra cosa, ero, innanzi tutto, vasha, bianca. Con tutti i pregiudizi che questo appellativo si porta dietro.

Questa è stata l’Africa che ho visto o, almeno, una parte di essa. Perché l’Africa non è nulla se non un insieme di milioni di uomini diversi. Questa è stata la mia prima esperienza con il “grande gigante” che l’occidente vuole rassegnato, sanguinate, quasi morente, e che invece è vitale, energico. E ha tanto da insegnare.



2 Responses to “La speranza che c’è – uno sguardo diverso sull’Africa”

  1. francesca scrive:

    articolo toccante e rosso come le case di argilla che racconti. lo stupore triste di ritrovarsi alla fine della pagina e non poter leggere ancora è la prova del nove di quanto si è bravi a raccontare, amica mia. aedo di una mitologia sempre più eroica dell’apparenza.
    quando partiamo insieme?

  2. La Donna Cannone scrive:

    Sentendo esperienze simili di altri e avendone vissute pure io,
    mi sento di dirti che la strada migliore è procedere sfrondando tutti questi interrogativi, per arrivare a un nocciolo più vero.

    Quello che ora tanto ti colpisce, non è che la prima patina che ci coglie tutti. vai in profondità!
    Buona permanenza