Il primo partner economico dell’Africa è sempre stato il vecchio continente. Nonostante la fetta di investimenti diretti esteri da e verso il continente africano sia la più piccola del mondo – solo l’1, cialis 1% dei flussi commerciali mondiali proviene dall’Africa ed è diretto quasi esclusivamente verso l’Europa -, case l’Africa è uno dei continenti più ricchi di risorse naturali: possiede circa il 10% delle risorse petrolifere globali insieme a moltissimi metalli e minerali rari. La scarsissima quota di relazioni commerciali con il resto del mondo è dovuta ad una serie di problematiche legate alla difficoltà di investire nell’area: il rischio paese è diffusamente molto alto, diagnosis le condizioni di trasporti sono piuttosto difficili ed il loro costo è notevolmente più elevato rispetto ad altre aree del mondo, c’è una scarsissima presenza di vie di comunicazione rapide ed efficienti ed i governi instabili rendono problematica e poco sicura l’apertura di imprese sul posto.

Nonostante tutte queste difficoltà, comunque, l’Europa ha sempre intessuto relazioni economiche strette soprattutto con i paesi dell’Africa del nord, sull’onda di vecchie relazioni coloniali mai del tutto sciolte. Dal 1995 però l’Unione Europea ha cercato di regolarizzare questi rapporti, instaurando la pratica dei vertici comuni tra i membri della Comunità Europea e quelli dell’Unione Africana nel tentativo di creare una politica comune nell’ambito delle relazioni economiche tra i due paesi – apertura economica, riduzione dei dazi, …- cercando allo stesso tempo di promuovere stabilità, pace e prosperità nella zona, attraverso un trattamento preferenziale con i Paesi impegnati nella tutela dei diritti umani e nello sviluppo di istituzioni più democratiche. Nel 1995 la Conferenza di Barcellona ha dato il via al partenariato Euro – Mediterraneo, dedicato in primo luogo i Paesi dell’area dell’Africa settentrionale. Questo primo incontro è stata seguito da altri tentativi per favorire un dialogo tra Europa ed Africa sui temi dello sviluppo sostenibile, in grado cioè di superare il vecchio rapporto donatore - ricevente.
Nel 2000 fu così organizzato il vertice Europa – Africa al Cairo, seguito a distanza di sette anni (8 – 9 dicembre del 2007) da un altro incontro, tenutosi a Lisbona, la conclusione del quale ha dato vita ad una “Strategia congiunta” che si pone, come scopi fondamentali, il consolidamento del partenariato Africa – UE; il rafforzamento della pace, della sicurezza e del governo democratico; il sostegno dei diritti umani e lo sviluppo economico sostenibile; la cooperazione, per la promozione di un sistema effettivamente multilaterale; la nascita di un partenariato ad ampio raggio, incentrato sulla società civile, valorizzando gli attori non statali. Proprio su quest’ultimo punto sono sorti i primi problemi che fanno nascere, per l’ennesima volta nella storia delle relazioni Europa – Africa, seri dubbi sull’affidabilità e l’equità dei futuri rapporti tra i due continenti. Nonostante la tanto decantata importanza data alla società civile a seguito di questo vertice, è mancata proprio la presenza di una voce degli attori non statali ai negoziati. Le organizzazioni della società civile si sono, infatti, riunite in un vertice alternativo, essendo state escluse da quello ufficiale di Lisbona, e hanno lamentato l’impostazione neoliberista degli accordi, esplicitando il timore che questi ultimi non siano che una vecchia rivisitazione dei precedenti accordi APE (accordi di partenariato economico) che l’Europa insiste per far sottoscrivere alle sue ex colonie in Africa, nei Carabi e nel Pacifico. Questi accordi si fondano principalmente sull’apertura dei mercati di questi paesi, portando, però, un incremento del ruolo delle multinazionali europee a scapito degli investitori locali. Al posto di una cooperazione si tratta quindi di una sostituzione di imprese locali con quelle europee, che arricchirebbero soltanto i governi locali corrotti. Occorre infatti notar che gli accordi APE precedentemente sottoscritti hanno portato un forte incremento del controllo europeo su imprese che prima erano nelle mani di investitori locali. In più, sono stati completamente escluse dalle trattative le reti regionali dei contadini africani, che rappresentano la porzione più grande di popolazione del continente.
E’ indubbio che i rapporti commerciali tra l’Europa e l’Africa sono stati da sempre caratterizzati non solo da un forte squilibrio tra i partner, ma anche da politiche economiche omologanti che non tengono in alcuna considerazione la peculiarità delle zone in cui vengono attuate, concentrandosi al contrario quasi esclusivamente su convergenze macroeconomiche che finiscono per apportare più danni che benefici alle aree in cui sono rese operative. Si tratta di una miopia economica che non tiene in debito conto le contingenze istituzionali, sociali e culturali dell’area e che fa del continente africano un’unica, grande regione omogenea di investimento, contribuendo spesso ad un acuirsi degli squilibri interni alla regione.
Altro fattore non meno problematico che ha caratterizzato le relazioni dell’Africa con il vecchio continente sia in questo vertice di dicembre che in altri accordi multilaterali come il partenariato euro-mediterraneo, è l’enfasi posta dall’Europa affinché i rapporti economici siano vincolati al soddisfacimento di una serie di clausole politiche come la democratizzazione, il rispetto dei diritti umani, la pace e la sicurezza. Nonostante l’entusiasmo che espressioni come queste potrebbero generare, manca un effettivo dialogo preliminare che porti ad una definizione comune e pacifica di concetti chiave come democrazia, diritti umani, secolarizzazione. In più, troppo spesso questi concetti sono viziati da comportamenti discutibili dell’Unione Europea, come la decisione di non invitare il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, accusato di violazione dei diritti umani, al vertice UE – EA che si sarebbe dovuto tenere nel 2002 a Bruxelles, a fronte di un totale silenzio sulla questione del Darfur.
A quanto pare, quindi, le relazioni tra i due continenti sembrano ancora segnate dalla forte immaturità politica con la quale l’Europa affronta le questioni africane. I margini di successo di questa cooperazione restano dunque fortemente limitati da un tipo di rapporto ancora sbilanciato a favore dell’Europa e dalla limitata o pressoché totale disattenzione nei confronti della società civile dei Paesi africani.
